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“Eminenza Illustrissima…”. Rodari, il comunista che volle farsi prete

E se fosse diventato prete? Ma no, che dici? Rodari era un comunista! Già, altri tempi. Poco si è detto dell’avventura dello scrittore Gianni Rodari dentro le pieghe del seminario. Ecco perché quando, nel ridente paese di Gavirate che declina verso il lago di Varese e contempla la maestosità del Rosa e dei laghi prealpini, mi sono imbattuta, grazie a gaviratese d’origine Attilio Ossola, in un agile libretto fresco di stampa, Dico la “mia” sul caso “Rodari” Res quippe perplexae sunt di don Luigi Del Torchio (scritto nel 90° anniversario (1931) dell’entrata di Gianni Rodari nel Seminario Arcivescovile di San Pietro Martire in Seveso e nel 70° anniversario dell’ingresso di Don Luigi Del Torchio nel Seminario Minore Arcivescovile di Masnago Varese) ho pensato che fosse il caso di metterci sopra gli occhi.

Lo scrittore per l’infanzia, nato a Omegna (provincia di Novara) il 23 ottobre 1920, nell’estate 1930, a dieci anni, si trasferisce con la madre e il fratello Cesare a Gavirate. Il padre Giuseppe, di professione fornaio, era morto l’anno prima, il 1929, per una broncopolmonite contratta per aiutare un gattino sotto la pioggia. Giovanni, detto Gianni, Rodari è orfano a nove anni. È in quinta elementare nell’anno scolastico 1930/31 alla scuola Giosuè Carducci in quel di Gavirate. Entra nel seminario ginnasiale di San Pietro Martire di Seveso l’anno dopo e ci rimane fino al 1933. I suoi studi terminano con il diploma di maestro nel 1937, all’istituto Alessandro Manzoni di Varese. Scrive Rodari nella sua Autobiografia: “A 11 anni entrai in Seminario e ne uscii a 13: non saprei ricostruire per quale processo vi sia entrato, ne sono uscito perché trovavo umiliante la disciplina”.

Nell’indispensabile biografia Storia del giovane Rodari (Macchione editore, 2013) scritta da Pietro Macchione in collaborazione con Chiara Zangarini e Ambrogio Vaghi si chiarisce: “Si tratta di un’asciuttezza un po’ dovuta poiché l’Autobiografia era indirizzata agli organi dirigenti del partito comunista, a sostegno degli incarichi sempre più importanti che andava assumendovi. Prenderla alla lettera rischia di essere fuorviante, poiché non dà conto della ricchezza e profondità del travaglio che Gianni aveva avuto e che per molti aspetti portava ancora con sé, di cui si trova traccia in molti scritti dell’immediato dopoguerra”. E di più: “Gianni non sarà mai un preconcetto anticlericale, ma piuttosto un convinto e leale oppositore della politica democristiana; e che più volte si adopererà per il dialogo tra le parti e per evitare gesti violenti o puramente dimostrativi. Finì spesso per trovarsi solo e incompreso, dall’una e dall’altra parte”. Insomma, anche partendo dal monito di non prendere mai per oro colato un’autobiografia (salvo casi estremi come la Vita dell’Alfieri), si capisce che questa avventura religiosa abbia il suo peso.

Si legga a tal proposito la lettera di Rodari del 5 agosto 1931 quando, a 11 anni, scriveva di suo pugno e in bella grafia la richiesta per entrare in seminario all’Arcivescovo di Milano, Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster: “Eminenza Illustrissima e Reverendissima. È da tempo che mi sento chiamato al Sacerdozio: ho coltivata la vocazione con una vita di pietà e di studio. Ora desiderando di entrare in Seminario e di vestire l’abito ecclesiastico, per meglio dispormi a corrispondere alla chiamata del Signore, rivolgo umile preghiera a V.E, perché mi conceda la grazia di poter entrare in Seminario”. Questo giovanissimo Rodari – che diventerà arcinoto per altre “chiamate”, quelle del ragioniere Bianchi di Varese alla figlia di Favole al telefono – esprimeva anche “la dolce speranza di poter essere esaudito” e ringraziava “nel mentre che prostrato ai vostri piedi bacio la sacra porpora”. Un fraseggio comune questo, secondo i biografi, anche se, quasi un secolo dopo, sembra davvero un linguaggio d’altri tempi.

Ma torniamo a don Luigi Del Torchio, il prete gaviratese e fignanese che voleva dire la sua sul caso Rodari. Sentiamo. “Gianni Rodari: io l’ho conosciuto da bambino”, anche se Don Del Torchio non ha mai conosciuto lo scrittore gaviratese, se non “per sentito dire”. Eppure la storia nasce sempre da un sentito dire. In Seminario il seminarista Rodari si fa apprezzare e viene valutato dal rettore don Umberto Oriani: “Buono: è tra i migliori. È un po’ vanitosetto si compiace della propria bravura negli studi”. Don Luigi Del Torchio non adopera molti giri di parole. Pur considerando la grande e rara intelligenza del giovane Rodari, lo giudica, senza mezzi termini, un sopravvalutato. “Penso che si sia capito che a Gianni Rodari io non avrei dato quella fama (e gloria) che gli è stata data dal momento che “non si tratta che di Filastrocche”. In ogni caso, il paragone con i grandi nostri poeti che hanno avuto dediche pubbliche sparagnine, è improponibile”. Si adombra, o meglio si mette in luce, un qualche episodio che ha sbarrato la strada della carriera ecclesiastica del giovane seminarista. Del Torchio se la prende con Macchione, l’autore della biografia: “che bisogno c’era di “vergognosamente tradire” la sua fede religiosa e passare di botto al Comunismo, quando la Chiesa ambrosiana era in fermento sulle stesse problematiche? Si deve dedurre allora che altrove va cercata la causa del suo rapido cambiamento. La sua non era una scelta pro (il comunismo) anche perché l’adolescente Rodari (di 13-14-15-16 anni) Gianni Rodari non era in grado di farla”. Una scelta dettata dal risentimento, secondo lui. “Scelta contro cosa? Ma, contro il Cattolicesimo rappresentato da quei “Superiori preti” (che non capivano niente) i quali hanno osato sfidare e umiliare la sua intelligenza. È proprio vero che la superbia è una brutta bestia, la più brutta che ci sia”.

Precocemente orfano, di una brillante intelligenza, Rodari era stato che anche giornalista, aveva diretto il “Pioniere”, aveva lavorato alla redazione milanese de “L’Unità”, aveva persino scritto un articolo dal significativo titolo “Perché mia madre vota comunista” nel 1953. Forse proprio nelle parole di questo articolo troviamo una giustificazione a qualcosa che effettivamente può averlo ferito, nel grembo del Seminario, una sorta di excusatio non petita. Leggiamo: “mia madre, cattolica, fervente e praticante, ritrovò in vecchiaia la strada antica della fabbrica, e per i suoi figli comunisti votò comunista. Parlò in lei, liberata da tutte le incrostazioni, dalle paure, dai pregiudizi, la voce della cartiera, della filanda, dove le sua mani di bambina avevano lavorato per il profitto dei ricchi. Due anni fa, a settant’anni, mia madre si è iscritta al Partito: logica conclusione di una lunga esperienza, che finalmente la sua coscienza giudicava con chiarezza. Ecco perché mia madre vota comunista. Ecco perché tante donne cattoliche, senza rinnegare la loro fede, per non tradire la loro classe, voteranno comunista”.

La leggerezza (e la bellezza) delle sue favole è forse qui, originata. Una liberazione, linguisticamente ben riuscita, dai sacri vincoli di chiesa e partito comunista.

Linda Terziroli

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