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“Quando l’ultima tromba suonerà e noi saremo coricati nelle nostre tombe di porfido, io mi volterò e ti bisbiglierò: ‘Robbie, Robbie, facciamo finta di non sentirla”. Oscar Wilde fino alla fine

Torna in libreria la biografia più sincera scritta da un inglese su un irlandese: Vita rispettabile e dissoluta di Oscar Wilde dell’uomo di teatro Hesketh Pearson. È un testo del 1946 composto dal più stretto confidente di George Bernard Shaw in competizione con le altre versioni che stavano fiorendo in quegli anni sull’autore di Dorian Gray.

Pearson era snobbato da un giornalista di genio come Orwell che lo definiva “un dilettante” mentre godeva della stima di Greene secondo cui Pearson era capace di “restituire il senso della vita comune mentre procede” e questo per una “ammirevole franchezza”.

In effetti la biografia di Pearson non si perde in dettagli su questioni di genere come invece facevano altri critici in quel giro d’anni, specialmente George Woodcock il cui The paradox of Oscar Wilde è del 1949.

Anche per questo motivo la biografia di Pearson è estremamente piacevole soprattutto nei capitoli dedicati a Wilde critico dove l’autore ha l’onestà di ammettere che le cose migliori non si trovano tanto nel Wilde trentenne che scrive di letteratura sulla rivista-santuario Pall Mall Gazette della quale fu direttore dal 7 marzo 1885 al 24 maggio 1890 quanto, semmai, in quel grande progetto di informazione al femminile che seppe coagulare intorno a un altro giornale, più impegnativo per formato e ampiezza di interessi: il Woman’s World.

Non è una boutade. La letteratura fiorisce molto bene fuori dai campi in cui vogliono confinarla. Tenere a mente che Borges critico non nasce su Sur ma molti anni prima su Hogar, che è la rivista dedicata fin dal titolo al “focolare” domestico ed è letta esclusivamente dalle matrone argentine.

Per avere un assaggio di Wilde che spicca il volo a trent’anni bisogna cogliere il taglio lucido che mantiene in articoli brevissimi scorrendo la Pall Mall. Ad esempio Leggere, o non leggere.

I libri, ho questa fantasia, possono essere convenientemente divisi in tre classi:

1. Libri da leggere, come le lettere di Cicerone, Svetonio, le vite dei pittori di Vasari, l’autobiografia di Benvenuto Cellini, Sir John Mandeville, Marco Polo, le memorie di St. Simon, Mommsen, e (finché non ne avremo una migliore) la Storia della Grecia di Grote. 

2. Libri da rileggere, come Platone e Keats: nella sfera della poesia, i maestri e non i menestrelli; nella sfera della filosofia, i veggenti e non i sapienti [the seers not the savants].

3. Libri da non leggere affatto, come le Stagioni di Thomson, l’Italia di Roger, le Prove di Paley, tutti i Padri della Chiesa eccetto sant’Agostino, tutto John Stuart Mill eccetto il saggio sulla libertà, tutte le opere teatrali di Voltaire senza eccezione, l’Analogia di Butler, l’Aristotele di Grant, l’Inghilterra di Hume, la Storia della filosofia di Lewes, tutti i libri che adducono tesi e tutti libri che intendono dimostrare qualcosa.

La terza classe è di gran lunga la più importante. Dire alle persone quel che va letto è, per regola, o inutile o dannoso; ché l’apprezzamento della letteratura è questione di temperamento e non d’insegnamento; non ci sono vernici base sopra le quali stendere il Parnaso e nulla che si possa apprendere è mai meritevole di venire appreso. Ma dire alle persone quel che non va letto è assai diversa questione, e mi spingo a raccomandarla come una missione per lo Schema dell’Università Estesa.

Invero è cosa eminentemente richiesta in un’età come la nostra, un’età che legge così tanto, che non ha tempo per ammirare, e scrive così tanto che non ha tempo per pensare. Chi mai selezionerà dal caos dei nostri curricula moderni “I cento libri peggiori” pubblicandone una lista conferirà alla generazione ventura un beneficio reale e duraturo.

Dopo aver espresso queste vedute immagino di non dover offrire alcun suggerimento riguardo “I cento libri migliori” ma spero che mi concederete il piacere di essere incoerente giacché sono in ansia di mettere un avviso per un libro che stranamente è stato omesso dai giudici più eccellenti i quali hanno dato un contributo su queste colonne. Voglio dire dell’Antologia greca. Le meravigliose poesie contenute in questa raccolta mi paiono tenere la stessa posizione, con riguardo alla letteratura drammatica greca, di quelle piccole delicate figurine di Tanagra di fronte ai marmi di Fidia, e che siano quasi altrettanto necessarie alla completa comprensione dello spirito greco.

Sono anche sorpreso che si sia trascurato Edgar Allan Poe. Realmente questo lord meraviglioso dell’espressione ritmica si merita un posto? Se, per fargli spazio, fosse necessario spostare di forza qualcun altro, io sposterei Southey, e penso che Baudelaire potrebbe essere sostituito vantaggiosamente con Keble.

Senza dubbio, sia nel Curse of Kehama di Southey che nel Christian Year ci sono qualità poetiche di un certo tipo, ma un gusto di cattolicesimo assoluto non è senza pericoli. Solo il direttore di un’asta dovrebbe ammirare tutte le scuole artistiche.

Progetto grafico di Aubrey Beardsley (1894)

In bilico tra enunciato serio e sfottò, Wilde rivaluta Poe che è il testo base di Baudelaire e fa piazza pulita del maestro francese maledetto. Con occhio freddo e compassionevole, Wilde è la vedetta della letteratura che viene.

Era lo stesso uomo che a 27 anni aveva avuto la benedizione di Whitman in un tour americano. Come scrive Pearson sfogliando tra gli articoli del tempo:

Durante la conversazione Wilde disse: ‘Non posso ascoltare nessuno se non mi attrae con la bellezza dello stile o del soggetto’. Whitman rispose: ‘Caro Oscar, mi è sempre sembrato che coloro che considerano la bellezza in sé siano sulla cattiva strada’. Wilde fu d’accordo: ‘Sì, ricordo che voi avete detto ogni bellezza proviene da un bel sangue e da un bel cervello. E dopotutto anche io la penso così’. Quando ebbero parlato per un paio d’ore Whitman disse: ‘Oscar, dovete aver sete. Vi faccio portare un ponce’. Wilde ammise che avrebbe bevuto volentieri, sorbì rapidamente una gran tazza di ponce al latte e si congedò”.

La vita di Wilde è così e il merito di Pearson è averla ripercorsa con una biografia sobria ma eccitante. Wilde sarebbe il soggetto perfetto per un kolossal hollywoodiano, anche dopo The happy prince (2018). C’è ancora spazioper un film che si snodasse tra Dublino, Oxford, la Grecia e il Vicino Oriente visitati appena finiti gli studi passando da Ravenna. E poi il Far West con l’incontro whitmaniano. A seguire rientro in patria nei salotti di Belgravia e le prodezze erotiche nelle stanze del Savoy col tragico processo all’Old Bailey. Sipario col carcere di Reading e i caffè parigini e napoletani, dove Wilde mendicava una compagnia di mezzora al tavolino e prodigava nell’anonimato il suo umorismo.

Quanto al cast, anche qui basta seguire la biografia di Pearson: c’è il padre, Sir William, bravo chirurgo a cui piace correr dietro alle gonnelle e la madre Lady Speranza che col suo largo petto agghindato di ritratti di famiglia sembra un museo ambulante e naturalmente veste Oscar da femminuccia quando non è più il caso.

E poi quel corteo di figure leggendarie di fine secolo: Walter Pater e le sue lezioni tenute con un filo di voce, John Ruskin con vanga e piccone mentre declama sulle pietre di Venezia e ancora Alfred  Douglas, il pomo della discordia in tribunale insieme e quel matto  suscettibile di suo padre. Non mancherà William Henley, poeta indomito e sanguinario. Tutti hanno contribuito a creare e formare Wilde che conservava il bambino dentro di sé: ingenuo e malleabile.

Impersonato da Rupert Everett in The Happy Prince (2018)

Basta movimentare la biografia di Pearson e costruire una sceneggiatura a partire da quegli scarni titoletti che la scandiscono: l’attore, il plagiario, il critico, l’uomo di spirito, l’impenitente.

Si allora con l’eroe che si scuote di dosso la polvere dopo che i camerati di Oxford lo hanno legato e trascinato in cima a una collina e lui intanto commenta “certo che da quassù si gode proprio di un bel panorama”. Stacco. Scena in cui i cowboy dell’Arizona lo sfidano (e perdono) ad una gara di bevute. Primo piano sul biglietto sul quale tradizione vuole il marchese di Queensberry gli abbia dato del sodomita. Ripresa aerea degli amici che pianificano la sua fuga in Francia con una mongolfiera, poi telecamera rasoterra stile Shining per la scena dell’arresto in una camera dell’hotel Cadogan.

Finale con  l’orazione al primo dei tre processi sull’amore “che non osa pronunciare il proprio nome” e poi scena felliniana, da Voce della luna, con le prostitute che la sera del verdetto ballano in strada e quella folla che, riconosciutolo, lo fischia alla stazione di Reading; subito un’altra folla, a Dieppe, che aspetta di sentire la sua opinione sul bordello locale (“mi è sembrato di masticare una bistecca fredda”).

Auden ha scritto delle pagine efficacissime su Wilde in una recensione inedita in italiano.

Yeats sosteneva che per natura Wilde era un uomo d’azione e che “avrebbe potuto seguire una carriera fatta di folle adoranti, frenesia, decisioni affrettate, trionfi improvvisi”. Su questo aveva in parte ragione e in parte torto: ragione, perché effettivamente Wilde non era per natura un artista; torto, perché gli artisti e i politici sono simili nella misura in cui entrambi s’interessano più alle azioni che all’approvazione altrui. Wilde, al contrario, è l’esempio lampante di un uomo succube del desiderio di essere amato incondizionatamente. L’artista non cerca a tutti i costi di essere accettato; quello che vuole è comprendere l’esperienza della vita, e non può farlo senza dare un ordine alla confusione delle proprie impressioni. L’assenso che può desiderare dal pubblico non è per la propria persona, ma per la propria opera, perché vuole la conferma che l’ordine intravisto nelle esperienze è reale e non illusorio. Allo stesso modo, l’assenso che un politico chiede alla folla non è fine a se stesso, magli serve perché senza di quello non può fare ciò che ritiene giusto.

Per sua stessa ammissione, invece, Wilde trovava seccante il lavoro dello scrittore: per lui scrivere era solo un mezzo per farsi conoscere e invitare in società, un preliminare al momento in cui avrebbe ammaliato il mondo. Il particolarissimo modo in cui si esprimeva rivela che il suo forte non era la battuta sagace (come Talleyrand o Sydney Smith), ma l’umorismo brillante del controsenso, come un bambino molto precoce. Con questo suo dono benevolo riusciva, si dice, a scacciare la tristezza e la malinconia altrui. Una persona che ha un tale bisogno di essere amata è costretta a mettere continuamente alla prova chi la circonda con comportamenti provocatori e fuori dall’ordinari..

Se Wilde si fosse accontentato dell’approvazione di uno solo dei due mondi probabilmente non si sarebbe cacciato in alcun guaio; lui però voleva che entrambi lo accettassero, e questo costituì la sua rovina. Se leggiamo dei suoi tre processi, è evidente il suo inconscio desiderio che la verità venisse a galla. Questo desiderio non era legato ai soliti sensi di colpa, bensì alla speranza di essere amato per quello che era. Sospetto che il suo sogno fosse segretamente questo: la condanna arriva, ma a quel punto il giudice, la corte e il pubblico si alzano e, cingendolo con una corona di fiori, proclamano “Mr Wilde, è chiaro che noi dovremmo mandarvi in prigione, ma vi adoriamo a tal punto che siamo lieti di fare un’eccezione”.

La sua morte, secondo Pearson: “Per spiegarmi la sua condotta, Robbie Ross mi disse di non aver mai incoraggiato le inclinazioni di Wilde verso il cattolicesimo e di non aver mai favorito la sua conversione ‘perché non mi sembrava che convenisse al suo carattere e, d’altra parte, nessun prete avrebbe potuto ascoltare la sua confessione in uno stato d’animo adatto. Ma mi fece promettere di portargli un prete quando non fosse più stato in condizioni da scandalizzarlo, e io ho mantenuto la promessa’. Riguardo alla sua conversione possiamo dire che, essendo incapace di parlare, fu quella la miglior conclusione che potesse immaginare e, come in tutti i suoi gesti, perfettamente sincera nel momento in cui avvenne”.

Questo è Wilde, uno che non ci spinge verso nessuna religione ma sta semplicemente dando voce a un istinto primordiale di ricerca del piacere. Come filosofia di vita forse non sarà gran cosa ma perlomeno non manca di empatia. Nella sua vita, anche se i biografi adottano volta per volta tagli che cambiano con le mode del pubblico pesando in modo diverso i vari aneddoti, troviamo sempre e comunque molta più sincerità che nei suoi scritti.

Dopo tutti i discorsi pomposi sulla Bellezza e il Nuovo Edonismo, rigorosamente in maiuscole, è un sollievo scoprire che Wilde era un peccatore abbastanza comune, uno di quelli che al ristorante non hanno nemmeno troppe pretese e mangiano di buon grado un piatto di verdure e non fanno spallucce al ponce austero di Whitman.

Era un profeta insincero, un edonista attento. I veri profeti sono imbarazzanti in società, mentre un buon edonista è sempre ben accetto, sempre che non abbia soffocato il fanciullo eterno dentro di sé…

Quando l’ultima tromba suonerà e noi saremo coricati nelle nostre tombe di porfido, io mi volterò e ti bisbiglierò: ‘Robbie, Robbie, facciamo finta di non sentirla’.

Andrea Bianchi

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