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Decidersi per l’abisso. Quando Niekisch guardò il volto di Jünger

«La non-salvezza in quanto non-salvezza ci dà la traccia della salvezza. La salvezza evoca il Sacro. Il Sacro congiunge il Divino. Il Divino avvicina Dio.»
(Martin Heidegger, Perché i poeti?)

Die Frage nach der Technik, il “problema della tecnica”, è la questione del Novecento, e promette di essere, con rinnovato vigore, la questione del nuovo millennio. Gli spettri che agita rivelano l’essenza del moderno, simultaneamente alludono alla sua disgregazione, e ancora mostrano l’incapacità del postmoderno di porvi rimedio in termini fondativi ed epocali. Anche perché il “tempo della povertà” in cui viviamo prevede la rimozione assoluta di qualsivoglia espressione radicale; è il tempo dell’inattingibilità del fondamento, l’età in cui il “disincanto del mondo” (l’Entzauberung der Welt tratteggiato da Max Weber) si accompagna al dispiegamento della tecnica assumendo le fattezze gassose del vuoto e del virtuale.

Questo esito è però anche un punto di partenza. Se, chiosando Martin Heidegger, l’essenza della tecnica non ha nulla di tecnico, è forse scoprendo il modello di conoscenza e appropriazione del mondo ad essa sotteso che potremo meglio verificarne la vigenza. Le fonti sul tema non mancano: l’intera Rivoluzione Conservatrice – i fratelli Jünger, Heidegger, Oswald Spengler, Carl Schmitt – ha preso di mira la questione, di cui è stata precorritrice e forse in parte ostaggio, visto il carattere demonico della Technik.

Fra i pionieri di questa indagine troviamo anche Ernst Niekisch (1889-1967). L’autore nazionalbolscevico, noto soprattutto per l’originalità della sua intransigente posizione politica, geopolitica e culturale – sintetizzabile in una parola: Ostorientierung, “orientamento a Est”, verso il bolscevismo slavo – è stato fra i primi, insieme a Ernst Jünger (con il quale condivise la collaborazione alla rivista «Widerstand», fondata da Niekisch stesso nel 1926), a intuire il carattere abissale e metafisico della sfida tecnica, in quanto nietzschiana “trasvalutazione di tutti i valori”. Proprio su «Widerstand» apparvero i due contributi raccolti in un volumetto recentemente edito da Bietti a mia cura, intitolato Ernst Jünger. Abisso, decisione, rivoluzione. I due saggi, risalenti all’aprile 1931 e all’ottobre 1932, ci mostrano un inedito – o perlomeno sottovalutato – Niekisch “filosofo della tecnica”.

Certamente, questa interpretazione viene declinata anche mediante riferimenti di carattere politologico e sociologico: alfiere della rivoluzione patriottica anticapitalista, Niekisch vede nella decadenza della Germania la logica inevitabile dell’adesione al paradigma borghese, liberale e imperialista, espresso al massimo grado nella contestata Società delle Nazioni. Eppure, la dritte imperiale Figur (Terza figura imperiale) che Niekisch vi contrappone si fonda, oltre che su specifici princìpi di carattere sociale, politico ed economico, su una rinnovata visione antropologica, profondamente sintonica con la costruzione jüngeriana dell’Arbeiter. Ed è questa visione che qui, maggiormente, ci interessa. Diversamente da altri interpreti coevi, fra cui Schmitt e Spengler, Niekisch non fraintende la prospettiva jüngeriana, ne comprende la matrice metafisica e antropologica: il Lavoratore non è l’esponente di una classe sociale, né il prodotto meccanico di una sovrastruttura, in senso marxista, bensì l’avanguardia di una tipologia umana altra e ulteriore. La sua impersonalità non è la sudditanza amorfa del gregario, bensì la potenza attiva e formativa di una maschera, comunitaria e sovrapersonale. Nato nella “guerra dei materiali” e nelle “tempeste d’acciaio” della Grande Guerra, il Lavoratore prende d’assalto tutte le appartenenze perché, come scrive Niekisch in questo volumetto, «reca in sé il germe della totalità». La tecnica è l’essenza metafisica del realismo eroico che procede tramite il Lavoratore, mediante cui in-forma il mondo, contaminandolo al di là degli schieramenti ideologici. In questo senso Jünger, vertiginoso “sismografo” – la nota espressione è un conio dello stesso Niekisch –, «non è un bolscevico, ma testimonia suo malgrado quanto la Russia bolscevica si accordi alla tendenza dominante nel mondo». Il bolscevismo “prussiano” di cui Niekisch è cantore («in fin dei conti, il bolscevismo è Lutero in Russia») è la promessa di un socialismo patriottico che mai vide il proprio inveramento storico, un paradigma disintegrato fra le opposte dominanti tendenze del campo socialista: il parlamentarismo riformista da un lato, il totalitarismo sovietico dall’altro (ideologia modernissima, quest’ultima, come ben illustrato alcuni anni dopo tanto da Jünger quanto da Heidegger, e che Niekisch fraintese, affascinato dal modello sovietico).

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Ci assale, dunque, inevitabilmente, una domanda opprimente. La tecnica vista da Niekisch è apparentabile all’“imposizione” (l’heideggeriano Gestell) vittoriosa nella modernità globalizzata, o è piuttosto una forza altra, dai tratti arcaici (premoderni) o altrimenti futuribili (postmoderni)? A parere di chi scrive, incorpora problematicamente tutte e tre le componenti, trattandosi di un’accurata – a tratti chirurgica – fenomenologia del presente (quello dell’autore) in cui emergono però preferenze, orientamenti e aspirazioni: guardando nell’abisso Niekisch scorge l’urgenza della realtà, ma intravede simultaneamente le sue possibili metamorfosi, i suoi successi e le sue promesse, così come le sue derive.

A leggere i passaggi più retorici dei saggi proposti, a un secolo di distanza, emerge una certa fascinazione pregiudiziale e ideologica verso un volontarismo macchinista e moderno (non a caso “protestante” e “comunista”) che ha esercitato un ruolo non irrilevante nell’istituzione del coevo “Regno della quantità” (René Guénon). La tensione verso l’abnorme, l’illimitato, l’essenza meccanica, deterministica e calcolante ne sono le caratteristiche essenziali. Eppure, la visione tecnica di Niekisch supera in larghi tratti, per profondità e acutezza, il sensus communis modernista, cogliendo un radicamento ontologico e metafisico dell’agire tecnico e prospettandolo verso un avvenire che noi, uomini del nuovo millennio, ancora non abbiamo sperimentato. Il carattere premoderno della tecnica cantata da Niekisch ci riporta al dominio dell’elementare, ci parla di una possibilità magico-demiurgica di esercitare la tecnica – anziché esserne passivamente dominati –, convogliandone in un senso teleologico la dynamis, verso la trasfigurazione dell’uomo comunitario, fuoriuscito dallo stato belluino. Questa tecnica è «forza della forma», i cui «progressi sono vittorie sopra le forze elementari». È lo stile capace di scoprire che «ogni atomo di materia è dinamite», scrive Niekisch in Est e ovest. Esso scorge la realtà come flusso di energie e potenze, alimenta la nuova metafisica della forma di cui l’Arbeiter jüngeriano è il più grandioso epos novecentesco.

La tecnica appare così, metaforicamente, come un pharmakon, il cui veleno esiziale può essere ribaltato in un progetto politico e spirituale. La tecnica di cui parla Niekisch, soprattutto, non è una forza utilitaristica: non è (solo) ragione calcolante e meccanica, ma è “ragione errabonda”, da inseguirsi nelle sue piroette, metamorfosi e trappole; non opera secondo la logica dell’individuo ma segue l’impulso della potenza, superando i limiti concettuali del modernismo razionalista verso lidi postmoderni. Così come postmoderno è il superamento del binomio riduzionistico che vede l’uomo “naturale” contrapposto alla tecnica: edificare un muro fra i due domini significa ricadere nei sogni allucinati del peggior naturalismo rousseauiano, abdicando alla natura processuale, storica e spirituale dell’uomo. Piuttosto, con lo Jünger di Al muro del tempo, non è da escludersi che la tecnica possa patrocinare una nuova conformazione epocale, in cui «la spiritualizzazione, in quanto potenza della terra, coglie l’uomo e lo ingloba, irradiandosi per suo tramite e attraverso le sue opere come da acuminate punte. […] Le monadi dell’intelligenza universale e umana raggiungerebbero così uno stato d’armonia, diventando fra di loro conformi. Dal mondo, in quanto creazione spirituale di cui è parte anche il puro aspetto, risuonerebbe allora per l’uomo un’assai profonda eco: “Questo sei tu”». Parole sintoniche con quanto Niekisch rileva in merito alla tecnica il fatto che in essa «lo spirito è immediatamente all’opera e la formula per costruire qualcosa è semplicemente una sorta di spiritualità “concretizzata”, per così dire discesa» (Est e ovest).

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In questa prospettiva la posizione sulla tecnica di Niekisch, espunti taluni eccessi entusiastici, può convergere con la teoresi heideggeriana, in cui l’individualismo volontarista sfuma nell’apertura all’imprevedibile destinalità dell’Evento (Ereignis). Così il filosofo di Sein und Zeit si esprimeva con Jean Beaufret: «L’uomo della tecnica consegnato all’essere-di-massa (Massenwesen) non può più essere ricondotto a una continuità sicura e stabile che riunendo e coordinando la totalità dei suoi piani e dei suoi atti conformemente alle esigenze di questa tecnica». Commenta lucidamente Guillaume Faye, nel suo Per farla finita col nichilismo: «Bisogna ristabilire un “vincolo etico” tra l’essere umano preso nella sua essenza (Menschenwesen) e il suo mondo, non più secondo i principi d’ordine universale e degli assoluti morali, ma a partire da una vera “pianificazione” dei valori in stretto rapporto con il mondo tecnico. Questi valori “etici” saranno aperti, superabili, in conformità alle qualità dell’esistenza umana: l’incompiutezza, che caratterizza il Dasein, e lo svelamento creatore dell’azione, oggi sostenuto dalla tecnica». Non essere con la tecnica o contro la tecnica per ragioni astratte o ideologiche, insomma, ma trasfigurare la tecnica “divoratrice di uomini” in una tecnica “evocatrice di dèi”.

Decidersi per una tecnica non moderna – o, meglio, attraversarla per scorgerne i possibili esiti eccentrici – è un rischio, comporta il fissare l’abisso senza esserne risucchiati, esige il coraggio della decisione suprema. Le riflessioni di Niekisch sulla tecnica, integrate dalle coeve intuizioni dei classici della Konservative Revolution, forniscono un armamentario teorico per compiere un posizionamento maturo, una terza via fra l’adesione ingenua (progressista e modernista) e il rifiuto passatista (conservatore e fallimentare). Spunti imprescindibili per riconoscere l’“ospite inquietante” della tecnica e preparare il nostro ritorno all’Heimat. Nella “casa del padre”, come intuì il formidabile Novalis dell’Heinrich von Ofterdingen: «Wo gehn wir denn hin?» «Immer nach Hause» («Dove stiamo andando?» «Sempre a casa»).

Luca Siniscalco

* L’articolo è una versione ridotta e rielaborata dell’introduzione al volume Ernst Niekisch, Ernst Jünger. Abisso, decisione, rivoluzione, a cura di Luca Siniscalco, tr. it. di Luigi Fabbri, Bietti, Milano 2021.

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