30 Luglio 2025

“In questa piccola capanna ci sono mondi infiniti”. Musō Soseki, poeta zen

Tra capanna e palazzo: così possiamo definire, per simboli, la vita di Musō Soseki (1275-1351), tra i grandi maestri della scuola Rinzai. Nelle poesie, in cui Musō Soseki eccelle, ricorre il topos dell’aurea povertà, la necessità del vagabondaggio come sola meta, dell’insussistenza come scopo essenziale, della capanna come dimora assoluta. Vita scagliata tra i picchi, nelle asperità, si direbbe: così che l’assenza, lo sconfinato, l’abisso siano specchio della mente del cercatore. 

La poesia – in Musō Soseki come in altri maestri, da Dōgen a Ikkyū, da Saigyō a Ryōkan – non viene agita per scopi letterari, per decoro sociale: è piena pratica; enormità di una norma che va dissipata appena si è messa per iscritto. Scopo della poesia: sbriciolarsi alla pia lettura – che i versi, come fiocine, perforino il cuore capodoglio, la mente balena bianca – del sangue, più che altro, si percepisca il sussurro, l’ululato. L’estenuata ispirazione del maestro è tenue filo di ragno che lega il mondo fluttuante, questo, il nostro, il qui-e-ora, all’altro regno, dell’impermanenza, del vuoto. Poesia che è scandaglio nel boato abisso. 

Ma è nella contraddizione che si attua il talento di Musō Soseki. Discendente dell’imperatore Uda, orfano di madre a quattro anni, entrò in monastero da bambino, disciplinato alla scuola Shingon e Tendai. Optò, poco più che ventenne, per lo Zen, passando per diversi maestri. Il monaco cinese Issan – secondo l’agiografia – gli disse, “Non c’è regola da trasmettere nella nostra scuola. Non c’è compassione. Non c’è via”. Sconcertato, Musō Soseki si fece discepolo di un altro maestro, Kennichi, che lo confermò nelle argentee inquietudini: “Avresti dovuto rispondere a Issan: ‘Maestro, mi hai rivelato troppo’”. Infiammato dall’illuminazione – l’unico traguardo: il nulla; il mezzo per raggiungerlo: liberarsi di ogni mezzo –, Musō Soseki si ritirò tra i monti, in radicale contemplazione. 

A quel periodo, seguì, per così dire, la vita ‘attiva’ di Musō Soseki, uno dei pionieri del buddhismo Zen: prima reclamato dall’imperatore Go-Daigo, poi dallo shogun Ashikaga Takauji, fondò monasteri, inaugurò luoghi di culto, ebbe migliaia di discepoli. Con scaltrezza – meglio: con volitiva sapienza –, il monaco e maestro calligrafo dimostrò di sapersi muovere tra i labirinti della corte imperiale come di saper indirizzare le vaste ambizioni dello shogunato. Benché una delle più note poesie di Musō Soseki, Un messaggio per l’imperatore, tratteggi la figura di un uomo “stanco di ogni ufficio”, “spossessato di tutto/ a tutti inutile”, che ritiene “un nulla gli affari di questo mondo”, egli fu uno dei consiglieri più ascoltati – e temuti – in quell’epoca di tumulti. A volte, virava tra i monti, ritornava alla ritemprante frugalità della sua capanna: nei rapaci vedeva, in fondo, la fame dei potentati di turno, nelle vette l’implacabile sistema gerarchico e nel cielo – piccolo quanto una tazza, scrive nei suoi folgoranti versi – la sua seggiola. 

Morì assai onorato, ricoperto di mirabili epiteti, tra i quali spiccava “Maestro degli Imperatori”; sapeva costruire giardini la cui bellezza è intatta ancora oggi; i discorsi tenuti davanti agli studenti – se ne riproduce uno, in calce – denotano una severità che non fa sconti. Musō Soseki non era suddito – svettava. Di qui, il carattere marziale – soltanto all’apparenza carezzevole – dei suoi versi. 

W. S. Merwin, il poeta americano che ha ottenuto, tra l’altro, due Pulitzer for Poetry e ha tradotto, tra gli altri, Dante e Mandel’štam, Neruda e Buson, ha curato una versione dei “Poems e Sermons” di Musō Soseki come Sun at Midnight (North Point Press, 1989; poi ripreso nel 2013 da Copper Canyon Press) che ci è servita come riferimento per questo viatico antologico. Sintetizzando le proprie ‘fonti’, il poeta ha scritto di aver mescolato “il canto udito nei monasteri Zen all’impeto fagocitante di Majakovskij e alla delicatezza, alla leggerezza e alla penetrante semplicità dell’ultimo William Carlos Williams”. Un trasmigrare tra le contraddizioni, insomma, tra urlo e singulto. Soprattutto, scrive Merwin, “occorre continuare a sperare che con il linguaggio si possa esprimere la vita, qualunque essa sia”. 

L’idea di fondo è che il maestro non nomini le cose – che siano montagne o amici, oggetti o animali – per custodirle, ma per vanificarle. Il mondo è nella bocca del maestro, come una zolletta di zucchero che lentamente si scioglie – ciò che resta è la nostalgia del bianco, rumore di passi come elitre, un’elettricità – blu, a tratti. 

Musō Soseki (1275-1351)

*

Musō Soseki

L’erranza

In fuga, un figlio
non troverà 
se stesso 

Il mio tesoro:
nube sui picchi
luna sulla valle

Vago a est, a ovest
libero e luminoso
sull’unica via

Non ho capito
se sono in viaggio
o se questa è la cosa
chiamata casa

*

Una visita

Ai nobili
gli onori di questo 
mondo carcassa

La povertà mi ha insegnato
ad amare la nebbia
e la foschia – oggi 

è primavera 
e la nostra amicizia
è radiosa quanto il sole

Perfino quel tronco
ormai morto, svetta 
sulla riva e fiorisce

*

Il cielo è il tetto
della mia capanna:
le montagne sono
la sua siepe, ho per 
giardino il mare

Non ho nulla
neppure una borsa
tanto meno me stesso
eppure i visitatori
spettegolano: “Si è
nascosto dietro quella
porta di bambù”

*

La solitudine mi fa
felice: negli inesplorati
luoghi come davanti a una
bottiglia – il mio unico
amico è questo glicine

Ieri sera siamo rimasti
a lungo svegli, a parlare:
abbiamo fatto così tardi
che temo di aver di nuovo
sentito il sussurro
del cielo vuoto

*

Un messaggio per l’imperatore

Gli affari di questo mondo
sono nulla per me
sono stanco di ogni ufficio

Questa capanna è perfetta:
il solo possesso 
di un monaco spossessato
di tutto, a tutti inutile

Nella stufa
il fuoco è spento
le patate mancano:
non ho tempo
di pulirmi la bocca
per omaggiare l’imperatore

*

L’antico torrente

È limpido e brillante
come l’argento, da sempre
da quando se ne ha memoria

La luce della luna lo perfora
il vento lo increspa: ma né luna
né vento lo intaccano

Non oso svelare 
il segreto del fiume: 
so che nel suo greto
si arrotola il drago blu

*

Innevata valle

Ogni fiocco di neve
cade nel nessundove
del qui-e-ora

Sotto i fiori di ghiaccio
scorre l’acqua
chiara, barbaglia

Il gelido ruscello
ripete le parole
del Buddha:
destano la tartaruga
di pietra dal sonno

*

In silenzio

La bocca chiusa
appesa al muro
serrata la porta

Mi delizia questa libertà:

risuona dentro di me 
un linguaggio segreto
è come un tuono

Anche i tronchi 
e le lampade lo sentono

*

Amare le altezze

La tua mente si eleva
come una vetta quando
è piena di compassione

Ecco la tua natura spontanea:
alcuni luoghi sono paghi
altri inaccessibili

La montagna non vuole
essere ammirata, ma gli uomini
sollevano lo sguardo
con meraviglia per contemplarla

*

Per Gen, il nuovo abate

Non abbandonare
la pratica mentre sogni
il Palazzo Celeste:

da solo, sai capire
l’eleganza oltre l’eleganza

Il bastone tintinna nell’acqua
gelida e trafigge il cielo: 

nel Tempio della Foresta del Sapere
il frutto è al colmo
è il momento giusto

*

Per un nuovo abate

Le azioni per salvare 
il mondo dipendono
dalle circostanze

Sii cauto come se
stessi trascinando una
tonnellata con un capello

Non risparmiarti: porta
l’acquazzone del Dharma
in queste campagne –

La Foresta della Saggezza sarà
così fitta da ricoprire il mondo

*

Il cielo mi ha concesso
un piccolo pezzo di terra
su cui stabilirmi

Guardo lontano
lentamente scavo 
in profondità

La libertà mi delizia:
chi mi fa visita sente
le palpebre crollare
dagli occhi

Chi vede il mondo
senza fine, non ha un posto
in cui nascondersi

*

All’imbarco

Per miglia
fino alla fine del cielo
balene come bolidi
non tradiscono
il vento senza padroni
e la luna, lucente

Quando avrai consumato
i tuoi sandali di paglia
sarà bello rivederti
sarà belle saltare, liberi

*

La capanna

Un refolo di paglia
ha protetto il cranio
del maestro da prima
che iniziasse il tempo

Ora alcuni studenti
si radunano, attendono
fuori dal cancello

Non dire più
che nulla è nuovo:
ogni anno
in questo giardino
fioriscono gli alberi

*

In questa piccola capanna
ci sono mondi infiniti

Vivo da solo ma ho
un’infinita compagnia

Ho già raggiunto
l’essenza, non oso
desiderare qualcosa
di più elevato

*

Tra rocce e valli
m’intrufolo tra le pieghe
della montagna dove
il Dharma non levita né scema

Pianto verdure intorno
al luogo in cui medito

*

Questa rocca è troppo
alta: in pochi passano di qui

Soltanto nubi a strappi
si alzano e scompaiono

Mentre medito, il mio sé originario
svuota il cielo e la terra
come si libera l’olio di una lanterna

*

Preoccupazioni e problemi
svaniscono: gioco
lontano dal mondo 
e sono felice

Per chi è zen
non esistono limiti:
il cielo azzurro si vergogna
di essere così piccolo. 

*

Non chiedermi con sospetto
perché ho serrato il cancello
e preferisco restare solo

Nascondere la luce
è la via per 
dare alla luce

Il tuono ruggisce 
finché qualcuno
non lo ode

La gente dice che la valle 
è troppo profonda, per questo
il drago esce tardi dalla sua tana

*

L’ammonizione – l’ammaestramento 

Conosco tre tipi di discepoli. I migliori sono quelli che risolutamente rinunciano a ogni relazione mondana, dedicandosi alla ricerca e alla realizzazione della propria vera natura. 

Quelli di mezzo non sono così seri nella pratica Zen: per distrarsi, preferiscono leggerne nei libri. I più vili sono quelli che eclissano la luce della propria natura e leccano lo sputo del Buddha. 

Quanto ai discepoli che non si preoccupano di altro che della loro reputazione letteraria e leggono libri non buddhisti, beh, sono laici con la testa rasata. Sono peggio dei più infimi. E ancora più infimi degli uomini che non fanno altro che mangiare e dormire. Meritano davvero di essere chiamati monaci?

Un maestro Zen una volta disse che costoro erano “attaccapanni” e “sacchi di riso”. Non sono monaci e non permetterò loro di andare di tempio in tempio dicendo di essere miei discepoli. Non li ospiterò nemmeno per una visita, non permetterò loro di diventare miei seguaci. Questo è il testamento di un vecchio monaco. Non biasimatemi se non estendo misericordia e amore a tutti. Il mio unico desiderio è che ogni discepolo corregga i propri errori, per diventare degno dei semi degli alberi della Via e dei Patriarchi. 

*In copertina: Yinyuan Longqi (1592–1673), Recitare un sutra a mezzanotte

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