Tra capanna e palazzo: così possiamo definire, per simboli, la vita di Musō Soseki (1275-1351), tra i grandi maestri della scuola Rinzai. Nelle poesie, in cui Musō Soseki eccelle, ricorre il topos dell’aurea povertà, la necessità del vagabondaggio come sola meta, dell’insussistenza come scopo essenziale, della capanna come dimora assoluta. Vita scagliata tra i picchi, nelle asperità, si direbbe: così che l’assenza, lo sconfinato, l’abisso siano specchio della mente del cercatore.
La poesia – in Musō Soseki come in altri maestri, da Dōgen a Ikkyū, da Saigyō a Ryōkan – non viene agita per scopi letterari, per decoro sociale: è piena pratica; enormità di una norma che va dissipata appena si è messa per iscritto. Scopo della poesia: sbriciolarsi alla pia lettura – che i versi, come fiocine, perforino il cuore capodoglio, la mente balena bianca – del sangue, più che altro, si percepisca il sussurro, l’ululato. L’estenuata ispirazione del maestro è tenue filo di ragno che lega il mondo fluttuante, questo, il nostro, il qui-e-ora, all’altro regno, dell’impermanenza, del vuoto. Poesia che è scandaglio nel boato abisso.
Ma è nella contraddizione che si attua il talento di Musō Soseki. Discendente dell’imperatore Uda, orfano di madre a quattro anni, entrò in monastero da bambino, disciplinato alla scuola Shingon e Tendai. Optò, poco più che ventenne, per lo Zen, passando per diversi maestri. Il monaco cinese Issan – secondo l’agiografia – gli disse, “Non c’è regola da trasmettere nella nostra scuola. Non c’è compassione. Non c’è via”. Sconcertato, Musō Soseki si fece discepolo di un altro maestro, Kennichi, che lo confermò nelle argentee inquietudini: “Avresti dovuto rispondere a Issan: ‘Maestro, mi hai rivelato troppo’”. Infiammato dall’illuminazione – l’unico traguardo: il nulla; il mezzo per raggiungerlo: liberarsi di ogni mezzo –, Musō Soseki si ritirò tra i monti, in radicale contemplazione.
A quel periodo, seguì, per così dire, la vita ‘attiva’ di Musō Soseki, uno dei pionieri del buddhismo Zen: prima reclamato dall’imperatore Go-Daigo, poi dallo shogun Ashikaga Takauji, fondò monasteri, inaugurò luoghi di culto, ebbe migliaia di discepoli. Con scaltrezza – meglio: con volitiva sapienza –, il monaco e maestro calligrafo dimostrò di sapersi muovere tra i labirinti della corte imperiale come di saper indirizzare le vaste ambizioni dello shogunato. Benché una delle più note poesie di Musō Soseki, Un messaggio per l’imperatore, tratteggi la figura di un uomo “stanco di ogni ufficio”, “spossessato di tutto/ a tutti inutile”, che ritiene “un nulla gli affari di questo mondo”, egli fu uno dei consiglieri più ascoltati – e temuti – in quell’epoca di tumulti. A volte, virava tra i monti, ritornava alla ritemprante frugalità della sua capanna: nei rapaci vedeva, in fondo, la fame dei potentati di turno, nelle vette l’implacabile sistema gerarchico e nel cielo – piccolo quanto una tazza, scrive nei suoi folgoranti versi – la sua seggiola.
Morì assai onorato, ricoperto di mirabili epiteti, tra i quali spiccava “Maestro degli Imperatori”; sapeva costruire giardini la cui bellezza è intatta ancora oggi; i discorsi tenuti davanti agli studenti – se ne riproduce uno, in calce – denotano una severità che non fa sconti. Musō Soseki non era suddito – svettava. Di qui, il carattere marziale – soltanto all’apparenza carezzevole – dei suoi versi.
W. S. Merwin, il poeta americano che ha ottenuto, tra l’altro, due Pulitzer for Poetry e ha tradotto, tra gli altri, Dante e Mandel’štam, Neruda e Buson, ha curato una versione dei “Poems e Sermons” di Musō Soseki come Sun at Midnight (North Point Press, 1989; poi ripreso nel 2013 da Copper Canyon Press) che ci è servita come riferimento per questo viatico antologico. Sintetizzando le proprie ‘fonti’, il poeta ha scritto di aver mescolato “il canto udito nei monasteri Zen all’impeto fagocitante di Majakovskij e alla delicatezza, alla leggerezza e alla penetrante semplicità dell’ultimo William Carlos Williams”. Un trasmigrare tra le contraddizioni, insomma, tra urlo e singulto. Soprattutto, scrive Merwin, “occorre continuare a sperare che con il linguaggio si possa esprimere la vita, qualunque essa sia”.
L’idea di fondo è che il maestro non nomini le cose – che siano montagne o amici, oggetti o animali – per custodirle, ma per vanificarle. Il mondo è nella bocca del maestro, come una zolletta di zucchero che lentamente si scioglie – ciò che resta è la nostalgia del bianco, rumore di passi come elitre, un’elettricità – blu, a tratti.
Musō Soseki (1275-1351)
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Musō Soseki
L’erranza
In fuga, un figlio non troverà se stesso
Il mio tesoro: nube sui picchi luna sulla valle
Vago a est, a ovest libero e luminoso sull’unica via
Non ho capito se sono in viaggio o se questa è la cosa chiamata casa
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Una visita
Ai nobili gli onori di questo mondo carcassa
La povertà mi ha insegnato ad amare la nebbia e la foschia – oggi
è primavera e la nostra amicizia è radiosa quanto il sole
Perfino quel tronco ormai morto, svetta sulla riva e fiorisce
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Il cielo è il tetto della mia capanna: le montagne sono la sua siepe, ho per giardino il mare
Non ho nulla neppure una borsa tanto meno me stesso eppure i visitatori spettegolano: “Si è nascosto dietro quella porta di bambù”
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La solitudine mi fa felice: negli inesplorati luoghi come davanti a una bottiglia – il mio unico amico è questo glicine
Ieri sera siamo rimasti a lungo svegli, a parlare: abbiamo fatto così tardi che temo di aver di nuovo sentito il sussurro del cielo vuoto
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Un messaggio per l’imperatore
Gli affari di questo mondo sono nulla per me sono stanco di ogni ufficio
Questa capanna è perfetta: il solo possesso di un monaco spossessato di tutto, a tutti inutile
Nella stufa il fuoco è spento le patate mancano: non ho tempo di pulirmi la bocca per omaggiare l’imperatore
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L’antico torrente
È limpido e brillante come l’argento, da sempre da quando se ne ha memoria
La luce della luna lo perfora il vento lo increspa: ma né luna né vento lo intaccano
Non oso svelare il segreto del fiume: so che nel suo greto si arrotola il drago blu
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Innevata valle
Ogni fiocco di neve cade nel nessundove del qui-e-ora
Sotto i fiori di ghiaccio scorre l’acqua chiara, barbaglia
Il gelido ruscello ripete le parole del Buddha: destano la tartaruga di pietra dal sonno
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In silenzio
La bocca chiusa appesa al muro serrata la porta
Mi delizia questa libertà:
risuona dentro di me un linguaggio segreto è come un tuono
Anche i tronchi e le lampade lo sentono
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Amare le altezze
La tua mente si eleva come una vetta quando è piena di compassione
Ecco la tua natura spontanea: alcuni luoghi sono paghi altri inaccessibili
La montagna non vuole essere ammirata, ma gli uomini sollevano lo sguardo con meraviglia per contemplarla
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Per Gen, il nuovo abate
Non abbandonare la pratica mentre sogni il Palazzo Celeste:
da solo, sai capire l’eleganza oltre l’eleganza
Il bastone tintinna nell’acqua gelida e trafigge il cielo:
nel Tempio della Foresta del Sapere il frutto è al colmo è il momento giusto
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Per un nuovo abate
Le azioni per salvare il mondo dipendono dalle circostanze
Sii cauto come se stessi trascinando una tonnellata con un capello
Non risparmiarti: porta l’acquazzone del Dharma in queste campagne –
La Foresta della Saggezza sarà così fitta da ricoprire il mondo
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Il cielo mi ha concesso un piccolo pezzo di terra su cui stabilirmi
Guardo lontano lentamente scavo in profondità
La libertà mi delizia: chi mi fa visita sente le palpebre crollare dagli occhi
Chi vede il mondo senza fine, non ha un posto in cui nascondersi
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All’imbarco
Per miglia fino alla fine del cielo balene come bolidi non tradiscono il vento senza padroni e la luna, lucente
Quando avrai consumato i tuoi sandali di paglia sarà bello rivederti sarà belle saltare, liberi
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La capanna
Un refolo di paglia ha protetto il cranio del maestro da prima che iniziasse il tempo
Ora alcuni studenti si radunano, attendono fuori dal cancello
Non dire più che nulla è nuovo: ogni anno in questo giardino fioriscono gli alberi
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In questa piccola capanna ci sono mondi infiniti
Vivo da solo ma ho un’infinita compagnia
Ho già raggiunto l’essenza, non oso desiderare qualcosa di più elevato
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Tra rocce e valli m’intrufolo tra le pieghe della montagna dove il Dharma non levita né scema
Pianto verdure intorno al luogo in cui medito
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Questa rocca è troppo alta: in pochi passano di qui
Soltanto nubi a strappi si alzano e scompaiono
Mentre medito, il mio sé originario svuota il cielo e la terra come si libera l’olio di una lanterna
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Preoccupazioni e problemi svaniscono: gioco lontano dal mondo e sono felice
Per chi è zen non esistono limiti: il cielo azzurro si vergogna di essere così piccolo.
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Non chiedermi con sospetto perché ho serrato il cancello e preferisco restare solo
Nascondere la luce è la via per dare alla luce
Il tuono ruggisce finché qualcuno non lo ode
La gente dice che la valle è troppo profonda, per questo il drago esce tardi dalla sua tana
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L’ammonizione – l’ammaestramento
Conosco tre tipi di discepoli. I migliori sono quelli che risolutamente rinunciano a ogni relazione mondana, dedicandosi alla ricerca e alla realizzazione della propria vera natura.
Quelli di mezzo non sono così seri nella pratica Zen: per distrarsi, preferiscono leggerne nei libri. I più vili sono quelli che eclissano la luce della propria natura e leccano lo sputo del Buddha.
Quanto ai discepoli che non si preoccupano di altro che della loro reputazione letteraria e leggono libri non buddhisti, beh, sono laici con la testa rasata. Sono peggio dei più infimi. E ancora più infimi degli uomini che non fanno altro che mangiare e dormire. Meritano davvero di essere chiamati monaci?
Un maestro Zen una volta disse che costoro erano “attaccapanni” e “sacchi di riso”. Non sono monaci e non permetterò loro di andare di tempio in tempio dicendo di essere miei discepoli. Non li ospiterò nemmeno per una visita, non permetterò loro di diventare miei seguaci. Questo è il testamento di un vecchio monaco. Non biasimatemi se non estendo misericordia e amore a tutti. Il mio unico desiderio è che ogni discepolo corregga i propri errori, per diventare degno dei semi degli alberi della Via e dei Patriarchi.
*In copertina: Yinyuan Longqi (1592–1673), Recitare un sutra a mezzanotte