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“A Palermo mi hanno dato del comunista, a Torino del fascista… ci mancava pure che mi dicessero juventino!”. Manuela Diliberto dialoga con Gian Carlo Caselli

Torino, nei giorni del Salone del Libro 2018, ancora lontani dalla pandemia. L’intervista al Giudice l’ho fatta un anno prima al Salone, rannicchiati su due sedie, dietro lo stand de La Lepre edizioni. Nella registrazione si sente il brusio della fiera in sottofondo. Malgrado le mie proteste, il Giudice si ostina a darmi del “lei”. Dice che trattasi della logica conseguenza del mio rifiuto di dargli del “tu”! Un anno dopo, per la seduta fotografica, il Giudice riceve me e Cristina a casa sua, in compagnia della sua splendida moglie Laura. Entrambi gentilissimi, disponibili e alla mano come due ragazzini, spostano con noncuranza vasi e piante per far posto all’attrezzatura. Alla fine della seduta ci offrono un copioso aperitivo e riparliamo dei tempi di Palermo. Racconto al Giudice cosa abbia significato per me la sua “scelta”. Ripensare a quel tristissimo periodo, mi tira immancabilmente fuori le lacrime, non ci posso fare niente. Nonostante sia toscana, piange anche Cristina. E con lei la signora Laura. Il Giudice, commosso, mi dà un bacio in fronte. La ragazzina che ero nel 1992 vide il suo arrivo come il demos, in Eschilo, quello del deus ex machina. La sua scelta scomoda liberò me da un peso che avrebbe reso insopportabile il resto della mia giovinezza.

1.Come si chiama e perché i suoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Gian Carlo Caselli – Gian Carlo Caselli, Gian da “Giovanni” e Carlo, i nomi dei nonni. (Dice, mettendo l’accento sullo spazio fra i due nomi).

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2. Se non si chiamasse in questo modo, che nome sceglierebbe se potesse prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Gian Carlo Caselli – Lo sceglierei fra le mie letture preferite. Mi piacerebbe chiamarmi Anton, come Čechov! (Risponde con enfasi). 

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3. Sa che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Lei, secondo lei, perché è seduto su questa sedia e sta per essere intervistato?

Gian Carlo Caselli – Forse perché in quasi cinquant’anni di magistratura ho vissuto esperienze considerate complessivamente abbastanza… uniche. Prima, dieci anni di antiterrorismo. Poi la domanda che ho fatto io, volontariamente, di trasferimento da Torino a Palermo per prendere “indegnamente” il posto, di Falcone e Borsellino, dopo le stragi. In seguito, finalmente di rientro a Torino, mi sono impegnato sul versante della ‘Ndrangheta in Piemonte. Tutte cose complicate… Specialmente la domanda di trasferimento da Torino a Palermo. Dopo dieci anni di fatica e sofferenze sul versante dell’antiterrorismo, quando tutto sembrava potesse finire e che potessimo recuperare una vita normale, Palermo ha significato imporre a me stesso e alla mia famiglia, un supplemento moltiplicato, per chi sa quanto tempo, delle stesse sofferenze, ansie e paure che credevamo di poterci gettare alle spalle. E questo penso che non sia frequente. Io l’ho fatto discutendo con la mia famiglia. Inoltre, in quel momento difficile per il nostro paese, le parole di Caponnetto dopo le stragi: “È finito tutto…”, mi sono sembrate come una “chiamata alle armi” … Ho pensato che invece era il momento di tirarsi su le maniche, ciascuno per quello che poteva! E che mettermi a disposizione per il trasferimento a Palermo, fosse la cosa giusta… ma… le conseguenze sul piano della qualità della vita mia e dei miei familiari, dopo le stragi, si possono facilmente immaginare: era come mettere la testa nella bocca del leone…

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Gian Carlo Caselli – A volte c’è l’occasione, a volte c’è la scelta personale. Io sono diventato il giudice delle Brigate Rosse quasi per caso, perché la Cassazione ha trasferito a Torino il processo relativo al sequestro di Sossi avvenuto a Genova. È finito sul mio tavolo perché avevo già fatto qualcosa relativa alle Brigate Rosse. Qui non è stata una scelta, qui è stato un caso che si chiama processualmente “connessione” (beh… o occasione…). La scelta è stata quella di andare a lavorare a Palermo. Però la domanda è sulla preparazione… questo è un mio pallino di sempre. Intanto, si possono ottenere dei risultati contro crimine organizzato, terrorismo, mafia, poco cambia, solo se si cerca di contrapporre all’organizzazione del crimine altrettanta organizzazione, il che significa studio, approfondimento… non andare avanti un tanto al chilo, come usa dire, ma con quella preparazione di cui parlavo. …Che poi era la frase più celebre di Giovanni Falcone che ha detto che la mafia è una vicenda umana e che come tutte le vicende umane può avere un inizio, uno sviluppo e – benissimo (aggiunge con concretezza piemontese) – anche una fine, purché – ecco la seconda parte, citata molto meno frequentemente – questa fine la si voglia e ci si organizzi perché arrivi. Organizzazione contro organizzazione, anche quella.

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Manuela Diliberto con Gian Carlo Caselli; photo Cristina Dogliani

5. A cosa pensa e cosa prova nei momenti più duri quando ha tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza si è aggrappato?

Gian Carlo Caselli – Ma… momenti di sofferenza, disagio per attacchi ingiusti, incomprensioni, ce ne sono stati… in quarant’anni è inevitabile… è fisiologico, direi! Quello del magistrato è un mestiere difficile… (Sorride). Potrò sembrare presuntuoso, addirittura arrogante, ma la mia “autodifesa” per così dire, è sempre stata quella di chiedermi (e per fortuna me ne sono sempre convinto!) se avessi fatto il mio dovere cercando di obbedire alla mia coscienza, alla legge e a nessun altro. Ho sempre cercato di concepire il mio ruolo non in maniera burocratica, per avere le “carte in regola”, ma – e di nuovo le parole possono apparire enfatiche, troppo orgogliose, arroganti – con l’etica della responsabilità, con la responsabilità del risultato. Rispettare le regole, certo, ma nello stesso tempo puntare decisamente ad un risultato che, quando possibile, fosse utile agli altri, alla collettività. Siccome, ripeto fino alla noia, presuntuosamente, sono convinto di aver cercato di fare sempre così, allora anche i momenti difficili, i momenti scabrosi, i momenti spinosi, ecco, li sopporti e passano senza lasciar troppi segni… 

M.D. – Questa è una piccola aggiunta… Le critiche sono state più numerose nel periodo delle Brigate Rosse o nel periodo di Palermo?

G.C.C. – Nel periodo delle BR un po’ meno (riflette)… Ma la sostanza è simile… quando mi occupavo delle BR mi davano del fascista, poi vado a lavorare a Palermo e divento comunista

M.D. – Effettivamente! (E rido).

G.C.C. –  Sì, sì, è vero… è la tecnica collaudata di infangarti con un’appartenenza politica fasulla. Il primo a darmi del “comunista”, guarda caso, è un certo Salvatore Riina in una pubblica udienza in favore di TV. Poi torno a Torino, mi occupo delle “violenze” – non del “movimento” NO TAV… delle violenze (ci tiene a scandire bene le parole una ad una, come a sottolinearne il significato) – commesse da (pausa enfatica) “alcuni” che si “richiamano” al movimento NO TAV contro gli operai costretti a vivere asserragliati in un cantiere, per difendere la pagnotta che si guadagnano, e vengo di nuovo accusato di essere “fascista”, addirittura “mafioso”! Questo poi… non l’ho mai capito… (aggiunge con ironia). Sui muri di Torino c’erano delle scritte: “Caselli fascista!”, “Caselli mafioso!”.

M.D. – Noooo… ( Lo osservo stupita. Pare evidente che la cosa lo abbia comunque ferito).

G.C.C. – “Torturatore”, “Caselli farai la fine di Moro”… Scherzando, ma mica tanto, dico sempre che ci mancava che avessero scritto anche “Caselli juventino”! (Scoppio a ridere)… Per me tifosissimo granata sarebbe stata l’offesa peggiore! Insopportabile, con tutto il rispetto per gli juventini (sorride anche lui per la prima volta. L’umorismo di quest’uomo è tutto implicito ed espresso da una sobrietà che non ha un briciolo di compiacenza).

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente

Gian Carlo Caselli – La differenza, ripeto, sta nell’interpretazione del proprio ruolo. Se si è burocrati, la tendenza è quella di tenere le carte a posto, non fregarsene assolutamente del risultato, non farsene carico, e, anzi, quando si presenta il rischio, far finta di niente, voltarsi dall’altra parte ; se invece si cerca di fare il proprio dovere obbedendo soltanto a se stessi e alla propria coscienza, senza preoccuparsi di questo o quel palazzo o potentato  politico, culturale, economico, mediatico etc., ma andando avanti, ecco… questa è la differenza. Banale, se vogliamo… mi sto forse avvitando su me stesso, ma è questo quello che penso.

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Gian Carlo Caselli – (Il Giudice è il solo fra tutti gli intervistati a capire al volo la domanda che ho dovuto quasi sempre parafrasare o ripetere due volte. Sarà che l’ho scritta pensando a lui…). Ma… Di nuovo, presuntuosamente, arrogantemente, troppo boriosamente, non lo so… non concepisco… non rientra nelle mie categorie mentali abbandonare un qualche impegno, magari per paura, facendo esporre qualcun altro che prende il tuo posto. Non esiste proprio, ecco, il problema della paura. Io vorrei citare Paolo Borsellino. Quando viene ucciso Falcone e tutti sanno che dopo potrà toccare a lui – e così effettivamente sarà – la domanda se avesse paura a Borsellino veniva fatta un giorno sì e l’altro anche, e lui rispondeva sempre: “Certo che ho paura! Non si può non avere paura affrontando una mafia stragista. L’importante è avere sempre un po’ più di coraggio rispetto alla paura inevitabile”. Ed è sempre stato questo il mio modo di ragionare. Poi io ho avuto, rispetto a Falcone e Borsellino, una differenza : la fortuna, andando a Palermo dopo le stragi, di avere il massimo del massimo dei massimi di protezione, tutta la sicurezza che lo stato poteva fornire. Avevo dodici uomini costantemente intorno a me. Dei marcantoni, degli armadi! Poi le farò vedere una fotografia. Armadi nel senso di ragazzoni addestratissimi… Erano uomini specializzatissimi, atleti, capaci di sopportare tutto e di più, e difatti questo lavoro lo fanno fino a trent’anni massimo, poi la burocrazia stabilisce che non sono più in condizione… Anche se per me potrebbero continuare ben oltre quell’età (sorride)! E allora, ecco, la paura nel caso mio è stata anche compensata dal fatto di poter contare su questa scorta così efficiente, e anche “spietata”! …Perché fuori dall’ufficio ero libero soltanto di respirare… Comandavano loro. Comandavano e si facevano obbedire. Però la scorta ti salva la vita… e te la cambia! Sicuramente non in meglio.

M.D. – Anche i suoi figli erano sotto scorta, giusto?

G.C.C. – No, la mia famiglia… È questa la domanda? 

M.D. – No. È una mia curiosità…

G.C.C. – I miei figli quando erano con me, obbligatoriamente, erano sotto scorta. Quando erano da soli, io non ho mai voluto che… e loro non hanno mai voluto.

M.D. – E sono rimasti a Torino, o…

G.C.C. – La famiglia è rimasta a Torino. Il che, ripensandoci, forse non è stata la scelta migliore… Chi  vive dentro le cose, anche se sono orribili, se ne fa una ragione, le metabolizza per così dire, se invece è a chilometri di distanza, immagina anche peggio di quello che è in effetti la realtà. E credo che la mia famiglia abbia pagato questo prezzo psicologico…

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni Trenta, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensa che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Gian Carlo Caselli – Rispetto le scelte di tutti, ma sono sicuro che ha altri ricordi dei suoi genitori (lo dice con imparzialità e un pizzico di ironia. Mi strappa una risata). Che debba esibire proprio questo…

M.D. – Infatti!

G.C.C. – È un po’ spregiudicato, diciamo.

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9. Se non fosse lei ma fosse un’altra persona e si incontrasse e avesse occasione di conoscersi un po’, con che parole descriverebbe Gian Carlo? Che descrizione ne darebbe?

Gian Carlo Caselli –  Di nuovo, può sembrare retorica, ma è davvero quello che penso e quindi quello che provo a dire: un uomo qualunque che si è trovato a dover fare, e poi a scegliere di fare, cose niente affatto qualunque (e lo dice con un’umiltà che non dà adito a dubbi).

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10. Se non fosse Giancarlo Caselli, chi vorrebbe essere?

Gian Carlo Caselli – Ma, io ho sempre pensato che sarebbe stato un bel mestiere quello del cronista sportivo.

M.D. – Noooo… 

G.C.C. – Sì, sì, e avevo scritto (mi sarebbe piaciuto essere lui) al direttore di Tuttosport, un giornale sportivo che ancora oggi è secondo solamente alla Gazzetta dello Sport, che si chiamava Carlo Bergoglio, nome d’arte Carlin. Faceva lui tutto il giornale… e Carlin mi rispose con una lettera: “Sì, benissimo, ma ne riparliamo dopo la laurea”. Non ho più potuto riparlarne (sorride).

 M.D. – (Rido anch’io) Meno male che non ha potuto più!

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Domanda Personale. Cos’ha provato esattamente in questi tre momenti: l’assassinio di Aldo Moro, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio? E come ne è stato informato? 

Gian Carlo Caselli – Aldo Moro è stato ucciso il 9 maggio, lo stesso giorno in cui è stato ucciso Peppino Impastato. Il 9 maggio, non c’entra niente, ma è anche il giorno del mio compleanno e di quello di mia moglie.

M.D. – Noooo…

G.C.C. – Sì, sì… Quando venne ucciso Moro era in pieno svolgimento il processo ai capi storici delle BR che abbiamo istruito e preparato il grande procuratore Bruno Caccia ed il sottoscritto. L’omicidio Moro viene rivendicato, non dalle BR con il classico volantino (ci sarà anche questo), ma prima di tutto dagli imputati alla sbarra nel processo di Torino. Quindi l’impatto sul processo di Torino e, indirettamente, anche su quanti vi avevano lavorato, è stato tremendo! Poi c’era ancora forte il dolore per la strage degli uomini della scorta, mentre cresceva l’inquietudine per quello che poteva succedere anche con i riflessi e le ricadute sul processo di Torino che era importantissimo per la tenuta stessa della democrazia, perché le BR avevano puntato tutto, anche scatenando un volume di fuoco incredibile, su questo assioma, su questo assunto: la lotta armata non si condanna a meno che lo Stato non getti la maschera falsamente democratica che indossa e riveli  la sua vera natura fascista e autoritaria. Non è avvenuto niente di tutto questo, nonostante il sequestro Moro che, dopo altri sconquassi precedenti, altre azioni criminali fra omicidi e “gambizzazioni”, avrebbe potuto affossare il processo definitivamente. Che ciò non sia avvenuto, per le BR è stato un fattore di profonda crisi. Dal punto di vista politico il sequestro Moro è stato un fallimento. Il processo si concluse nel rispetto delle regole democratiche e le BR non ottennero il riconoscimento politico che speravano. Non riuscirono ad innescare una guerra civile generale.

M.D. – Lei si ricorda chi le ha detto della morte di Moro? Umanamente, qual è la prima cosa che ha pensato?

G.C.C. – Se non ricordo male… ma i miei ricordi ormai sono… Ho un certo numero di anni (scherza con civetteria)… Mi pare fossi a Roma per lavoro in quel momento lì e di averlo saputo a Roma. Al massimo mentre rientravo a Torino. La prima cosa che ho pensato è stata: ci siamo di nuovo.  Mi sono ripetuto le cose che avevo già pensato al momento del suo sequestro. Dopo Sossi, il primo attacco al cuore dello Stato, ce n’era stato un secondo, ancora più feroce, contro il procuratore generale di Genova, Francesco Coco e contro la scorta. L’inchiesta di nuovo la Cassazione la assegnerà a noi di Torino e saremo noi a stabilire che Coco avrebbe potuto essere ucciso in qualunque momento della giornata senza scorta. Invece l’hanno voluto uccidere con la scorta per “buttarlo giù dal trono”, per così dire, per colpire, non l’uomo, neanche il magistrato, ma il rappresentante dello Stato… E adesso, la scorta di Moro trucidata, Moro rapito nel momento in cui Andreotti stava presentando alle camere un nuovo governo di unità nazionale, di convergenza nazionale concordato fra Moro e Berlinguer: il primo dopo la fine della guerra. Ecco quindi, non soltanto i feroci fatti criminali contro la scorta e Moro, ma anche la preoccupazione per l’evidente strategia di interferire con il tentativo del nostro paese di cambiare, e quindi il profilarsi di scenari politici molto cupi, molto inquietanti.

M.D. – E invece chi le ha detto di Falcone? 

G.C.C. – Ero a Torino, l’ho saputo dalla televisione. La prima notizia era che Falcone non era morto ma soltanto ferito. Poi, invece, la verità anche mediante notizie dirette, telefonate…

M.D. – E lei cos’ha pensato subito? Cos’ha provato?

G.C.C. – Ho provato grande amarezza, grande dolore. Io al CSM avevo votato per Falcone (nota con fierezza) andando controcorrente rispetto ai miei compagni di Magistratura Democratica… (Ci ripensa prendendo il tempo necessario). Però, l’umiliazione che Falcone subisce in quel momento, con la mancata nomina al posto di Caponnetto che è tornato in famiglia in Toscana! Lo dirà poi Paolo Borsellino: “In quel momento Falcone comincia a morire”. Rievoco dentro di me anche tutti questi fatti. Uno dei motivi per cui farò domanda per andare a Palermo è anche ripensare a come, pur avendo io votato dalla parte giusta, non fossimo stati capaci di far valere le ragioni sacrosante…

M.D. – Quindi, quando l’ha saputo, lei era molto amareggiato…

G.C.C. – Non c’è dubbio, non c’è dubbio… Di nuovo, poi, quando dopo Falcone muore Borsellino… ecco, nel gergo pugilistico si direbbe che è stato come un uno-due terrificante! Le parole di Nino Caponnetto al funerale di Borsellino esprimono un sentimento nazionale. Questo pensavamo tutti. Le immagini del funerale della sua scorta mi hanno tormentato a lungo… finché non c’è stato un signore che ha coraggiosamente fatto un film in cui i due ragazzi protagonisti si baciano per la prima volta proprio in quella drammatica circostanza – Inimmaginabile! Soltanto vedendo il film si capisce che si può osare… (Scoppio a ridere). 

M.D. – Ma chi è questo personaggio? (Dico, facendo finta di non capire che allude a La Mafia uccide solo d’estate, il film di mio fratello).

G.C.C. – Non so… Non lo so chi sia! (Ridiamo insieme). Mettere una scena d’amore a un funerale, al funerale della scorta di Paolo Borsellino… incredibile, se si fa, ci vuole molto coraggio!

M.D. – Sì, è il simbolo della speranza… grazie a questo dolore non ho più tempo per le cretinate, per gli stupidi giochi… e voglio la verità, l’amore, e da quello possiamo ripartire…

G.C.C. – Sono andato in giro (nelle scuole soprattutto) a dire che questo del film è un gesto di poesia e di coraggio straordinari!

M.D. – Io le devo ammettere che per la ragazzina che ero, il suo arrivo ha rappresentato come la liberazione da una cappa opprimente, cupa, lugubre… Prima di lei… tutta quell’immobilismo… Finalmente sembrava che si potesse prendere una boccata di ossigeno (e ancora gli occhi umidi…). 

G.C.C. – Ci sono molti, per fortuna, che hanno pensato e continuano a pensarla così…  Ma c’è un paradosso. Se lei ci fa caso, la mia stagione, la “nostra” stagione del dopo stragi – quasi sette anni – oramai è saltata piè pari, come svanita nel nulla, perché non si vuole parlare di Andreotti, non si vuole parlare di Dell’Utri, non si vuole parlare di mafia e politica. È così! E allora si cancella tutto, anche seicentocinquanta ergastoli! Non è che faccio il notaio degli ergastoli… mi vergognerei! Ma è una cifra che parla da sola. Invece è sparita anche questa…

*In copertina: Gian Carlo Caselli in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. Magistrato, torinese ma non juventino, attivo nella lotta contro il terrorismo e l’associazione criminale conosciuta come Mafia, Gian Carlo Caselli, alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, decide sua sponte di prendere il testimone per portarne a termine l’operato trasferendosi da Torino a Palermo.

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