24 Gennaio 2025

“La folle verità”. Piccolo discorso sulla follia (cioè: sui libri “liberatori” di una volta)

Asylon è parola greca che significa “sacro, inviolabile”. È un luogo “dove non c’è diritto di cattura”. Spazio immune, tempio in cui ha rifugio il reprobo – “schiavo fuggitivo, delinquente, prigioniero di guerra” che sia. Chi sbreccia la società, ha, lì, l’estremo spazio di salvezza. 

Da Asylon il “diritto di asilo” – e l’asilo, sacrario dei bimbi.

Asylum in inglese sta per manicomio. “A hospital for people with mental illnesses”, leggo nel Cambridge Dictionary. Dell’Asylum i matti sono i rifugiati o i sacerdoti?

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Un tempo si pubblicavano libri di questo genere. 

Asylum ricalca la sceneggiatura di “un film su una comunità psichiatrica di R. D. Laing”, girato da Peter Robinson nel 1972. Non si tratta di una sceneggiatura nel senso comune del termine – quelle dei film di Fellini o di Bergman, ad esempio, pubblicate come opere ‘letterarie’ –, non c’è ‘sceneggiata’. Il libro è la trascrizione di ciò viene detto, all’impronta, dai pazienti dell’“asilo” londinese creato da Laing. 

Edito da Einaudi nel febbraio del 1977, al numero 177 della collana “Nuovi coralli”, Asylum segue, nella cronaca editoriale, Ritratto dell’autore da cucciolo di Dylan Thomas, La resa dei conti di Saul Bellow, Il crematorio di Vienna di Parise, le sceneggiature – appunto – di Fellini (Casanova) e di Bergman (L’immagine allo specchio). Al numero 176 della collana c’è un libro di Emilio Sarzi Amadé, Polenta e sassi: il racconto, scritto di getto, da gettato, dell’esperienza partigiana dell’autore. 

Il libro costava duemila lire. 

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La quarta di copertina racconta il libro in questo modo:

“Per superare la tradizionale divisione che oppone medici e malati, R. D. Laing ha fondato a Londra nel 1965 una comunità sperimentale dove questi ruoli sono scomparsi. In essa psichiatri e pazienti vivono e lavorano insieme, sullo stesso piano, praticando l’analisi di gruppo e collaborando alla soluzione dei problemi al di fuori di ogni schema istituzionale o gerarchico”. 

Gli ultimi saranno i primi. Svestirsi del primato del ‘ruolo’ non significa rovesciare le parti, ma abitarle su un altro piano. Senza paramenti sacri, il sacerdote è ciò che è: sacro. Il paramento non sia mai paratia – luce non deve avere dighe. 

La comunità di Laing non è un eden – non va educato il dire, ma neppure edulcorato. Piuttosto: capire dove il caos sconfina in baccanale – e viceversa. Capire la sconfitta. Far fermentare la frattura.

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Liberaci dal male. 

Liberare dal male – o recludere il malato nella sua libertà. 

Non più male né bene – uomo: fatti ghepardo, muoviti sinuoso tra le contraddizioni; azzanna i contrari. 

Asylum è introdotto da uno scritto di Franca Ongaro Basaglia:

“Il n. 43 di una strada qualsiasi di Londra è un asilo, luogo dove si mescolano fragilità, angoscia, dolcezza, disordine mentale e fisico, violenza, degradazione, annullamento di ogni regola che non sia quella della tolleranza e della convivenza. Imparare a convivere con tutto ciò che scardina e manda in frantumi il nostro ordine mentale e sociale è la chiave di comprensione di questo ‘disordine’, un disordine angoscioso, una sofferenza che non trova modo di esprimersi se non attraverso gesti, lamenti, silenzi, esplosioni di rabbia e di violenza, fissità, frasi sconnesse che nascono da una perdita di sé ancora ricomponibile se non viene oggettivata e fissata nella definizione di malattia e nella presunta ‘cura psichiatrica’”. 

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Un tempo, i libri di Ronald D. Laing – liberatori anche dal punto di vista stilistico: L’io diviso e Nodi, ad esempio – erano lettura naturale per capire se stessi. Oggi che tutto è disponibile ci troviamo al confino da tutto: nel nostro privato, viviamo la privazione del mondo. Privati perfino dell’urlo – dello sconveniente (vince solo ciò che conviene, chi convive con la convenienza). 

A un certo punto, il documentarista registra alcune parole di Laing:

“Se veramente volessi, nel corso della vita, arrivare fino in fondo a ciò cui stavamo lavorando nel cercare di capire cos’è la normalità e cos’è la follia, e chi è sano, se esiste, e chi è pazzo, se esiste, e qual è questa differenza, io per primo dovrei scendere dal mio piedistallo e pormi in un rapporto da uomo a uomo di fronte a una persona che si trovasse nella condizione di essere classificata ‘pazza’ da altri. Allora, in base a questo rapporto da uomo a uomo, entrambi potremmo correre, incontrandoci, gli stessi rischi”. 

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Ritorna la provocazione di prima. Liberare vuol dire rinchiudere? Delfi potrà mai diventare Atene? 

Democrito: rido dei cittadini che ridono di me, perché sono loro i pazzi. 

Insieme a Laing, dobbiamo rileggere Mario Tobino: Le libere donne di Magliano è uno dei libri più potenti e belli della nostra letteratura. Tobino la pensava al contrario di Basaglia e di Laing: rispetto al male inferto dalla ‘società’ preferiva concentrarsi sul male che rode la persona – alla politica preferiva una poetica. Anche lui, come Laing, non si sentiva diverso dai “suoi” matti:

“La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive?”

Del suo manicomio, a Maggiano, in provincia di Lucca – già monastero – aveva fatto un asilo. Non credeva nello smantellamento nei manicomi, sapeva “che sono stati gli psicofarmaci a zittire ed a tacitare la follia e non loro”, i “rivoluzionari”. 

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“La follia è la matrice della sapienza”, scrive Giorgio Colli, affidando le origini del pensare all’orda di Dioniso e a Orfeo, alfiere di Apollo. Così invece Norman O. Brown, altro autore liberatorio, vittima dell’attuale regime di clausura editoriale: 

“Gli schizofrenici soffrono della verità… Il mondo schizofrenico è un mondo di partecipazione mistica, ‘una indescrivibile estensione del sentimento interiore’… La folle verità: il confine fra salute e follia è un falso confine… Il giusto atteggiamento è l’ascolto e l’apprendimento dei pazzi, come nei tempi andati”. 

Certo: il disastro mentale – sa chi sa, per prossimità quotidiana – non è quasi mai sciamanesimo; non è sempre un Hölderlin ad accomodarsi al desco; non tutti hanno uno Zimmer, il Neckar, il pianoforte. Dovremo chiamare Scardanelli il nostro cuore nascosto, e scandalizzare quando diventa faina o quando espone le mamme – allattatevi tutti, perché condizione per sorgere è svanire.

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Quanto si perde di sé per interloquire con questi altri? Riconoscere, ad esempio, che la pioggia è una mandria di bufali, che il bicchiere può diventare una valigia, che ‘tapparella’ significa ‘prendimi il caffè’; che per dire sì bisogna mordere, che i denti sono punti esclamativi, che è normale – come faceva la nonna – andare dietro un albero, nel parco pubblico, per esplicitare i propri bisogni. Che sul soffitto, a guardarlo bene, accade qualcosa di simile alla battaglia di Anghiari. 

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Negli appunti che registrano gli incontri avuti con Hölderlin durante gli anni della follia, Wilhelm Waiblinger scrive che il poeta “suona ancora bene il pianoforte, ma in modo alquanto singolare”. Di solito, il poeta attaccava un pensiero ritmico “di una semplicità infantile”, prolungandolo all’eccesso, per ore, per tutto il giorno, “finché non risulta intollerabile”. Il poeta aveva le unghie lunghe, “incolte”.

“Dopo che ha suonato per un po’, e la sua anima è ormai spossata, egli chiude gli occhi e solleva la testa: sembra che voglia struggersi e languire, ma poi inizia a cantare. In quale lingua, non potei mai appurarlo…”.   

Scollinare oltre la norma imposta: il folle agisce sempre nel linguaggio; riorienta i termini, opera nuove connessioni sintattiche, elabora neologismi. Il mondo nuovo è in verità quello antico, di sempre: rinominare il perduto. Il nuovo non ha bisogno di maschere: ci buca la faccia. 

Forse H. canta nelle lingue degli angeli – gli angeli: non hanno bocca, solo gola – e spada – e lucore. 

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Nel Vangelo, Marco dice che Gesù “è fuori di sé”. È salito su un monte per “chiamare a sé quelli che voleva”, conferendo loro “il potere di scacciare i demoni”. Poco dopo, Gesù entra in una casa “e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare”. I discepoli vanno a prendere il loro maestro perché “dicevano tutti infatti: è fuori di sé”. Discordanze: monte vs. casa; discepoli vs. folle. Ogni atto accade mangiando – mangiandosi. 

L’evangelista usa il verbo greco existêmi per dire “essere fuori di senno”, “pazzo”. San Paolo si dirà pazzo; San Francesco anela a farsi dire pazzo, “novello pazzo in questo mondo”. Existêmi vuol dire, letteralmente, “gettato fuori posizione”, spostato, fuori asse. Gesù non ha asilo né riparo, non ha un tempio su cui poggiare il capo – è lui il ricovero, il tempio. 

*In copertina: R. D. Laing in un ritratto fotografico di Richard Avedon del 1972

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