17 Agosto 2024

“Io poeta notturno vegliai le stelle”. Ancora su Dino Campana

Si pensa ‒ a volte, in letteratura, ma non solo ‒ che le somiglianze tra autori di stesse epoche o di epoche passate, possano rinvigorire l’animo di chi queste rassomiglianze e paragoni li racconta o li ascolta. Non è detto, non è scontato; nemmeno probabile, quanto improbabile che ciò avvenga.

Ma se si parla di poeti, la tensione, la curiosità, la vivida fiamma del godimento del verbo sale, aumenta a dismisura. E allora il paragone da azzardato si fa verosimile, diventa non forzato, semmai quasi d’obbligo e piacevole a dirsi come a farsi. Si fa leggenda (a volte), soprattutto.

Mi riferisco, per esempio, alla somiglianza che certuni hanno attribuito e trovato tra Rimbaud e Dino Campana. Dino, il Rimbaud italiano! E in effetti, l’uomo dalle suole di vento ‒ soprannome questo che Paul Verlaine diede ad Arthur dopo la conclusione della loro tormentata storia di amore, amicizia e solidarietà artistica ‒ tanto pare ricordare Campana. Perché Campana di fatto fu anche lui un grande e instancabile camminatore e viaggiatore. Fu il poeta soprattutto che si rifugiava nei boschi per leggere, scrivere e urlare i propri versi, incamminandosi persino lungo il crinale dell’Appennino tosco-romagnolo per raggiungere il santuario francescano della Verna.

E poi c’è anche chi, ai giorni nostri, tenta l’azzardo paragonandomi proprio a Dino Campana. Per la sua esuberanza, per i mille lavori svolti, per l’epifania e il sentimento panico che la natura ci ha sempre provocato, rendendoci felici, liberi, unici e folli.

Ma è appunto di questo che vorrei dire, senza soffermarmi sulla malattia del grande poeta dei Canti Orfici, prima da lui chiamati con quel meraviglioso titolo che fu Il più lungo giorno.

Ecco, mi preme sottolineare il nostro essere, quella poesia che sgorga dalle forre come irrompe nel sangue, e batte forte sul tamburo del cuore come sulle rocce millenarie di misteriose e affascinanti nature. È il tutt’uno con gli elementi!

Seppur lusinganti, non mi interessano le somiglianze.

Trovandomi in questi giorni ad alta quota ‒ in quello che qualcuno ha definito il mio Harar ‒, dormendo accanto all’erba danzante per via del vento, godendo dell’esuberanza di cascate, torrenti e boschi, mi ritrovo ‒ quindi sono ‒ tutt’uno con me stesso. Questo conta, e nient’altro.

Essere se stessi per essere liberi. Essere poeti da sempre!

E proprio per questo la poesia dà il tono al respiro, apre gli occhi a ciò che la bellezza richiama. La Poesia, in ultima istanza, è quel che davvero vale la pena di vivere. (Giorgio Anelli)

La chimera

   Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente e giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Dino Campana

Gruppo MAGOG