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“Era un Atlante, schiacciato dal proprio labirinto”. Hannah Arendt sulla morte di Broch

Era il 22 maggio del 1951 quando Hermann Broch scrisse a Hannah Arendt la lettera che certo non poteva immaginare essere l’ultima alla cara amica filosofa, prima del “passaggio”. La morte, così a lungo meditata e sfrontatamente sfidata col solo mezzo della lingua poetica, l’arma più inutile eppur più sublime, era lì, prossima. Appena otto giorni dopo, il 30 maggio, alle 3, gli si sarebbe fatta incontro a New Haven, in forma di colpo apoplettico.

Hannah venne informata nel corso della stessa mattinata e fu lei a scrivere un telegramma alla moglie di Hermann, Anne Marie Graefe, che in quei giorni si trovava a Parigi, ospite di Marc Chagall. Così come fu lei a preoccuparsi più di altri del funerale dell’amico.

La stessa Hannah lasciò trascorrere alcuni giorni, prima di scrivere alcune righe in ricordo di Hermann in uno dei suoi quaderni, il n. 4 del 1951, oggi conservato in Germania, a Marbach, nel Deutsches Literaturarchiv. Ne venne fuori un componimento poetico (come Broch, la filosofa non disdegnava di scriverne nel contesto di lettere ad amici) seguito da alcune considerazioni sul caro amico perduto e sul valore dell’opera a lui sopravvissuta. (Vito Punzi)

Sopravvivere

Come si vive però con i morti? Dimmi

dov’è il suono che indica la loro compagnia,

come il gesto, quando indirizzato attraverso di loro,

desideriamo che la vicinanza stessa ci si neghi?

Chi conosce il lamento che li allontana da noi

e strappa il velo davanti allo sguardo vuoto?

A che serve che ci adattiamo alla loro dipartita

e si rivolta il sentire che insegna a sopravvivere.

Il sentimento che si schianta è come un pugnale che mi viene girato nel cuore.

Dalla morte di Broch: inattesa per lui, che avvertiva sì la vicinanza della morte, ma non credeva che il congedo dalla vita (non il morire) potesse essere così improvviso, inatteso per me, alla quale aveva raccontato della vicinanza della morte e che non voleva crederlo (sebbene temessi la subitaneità dell’essere morto) ed a lui negai così un po’ d’amicizia, d’ascolto e di vicinanza, tutte cose alle quali lui aveva diritto, poiché era un amico sebbene con ciò non avesse potuto iniziare nulla, lui – inamovibile, duro come una pietra dietro la facciata del viennese, del buono, dietro la superficie sempre mossa di un dono eccezionale per l’intimità; lui – chi uno sia lo si sa solo quando è morto – disperato nelle reti di una vita massimamente ingarbugliata, che si erano strette attorno a lui, poiché egli aveva fatto un errore fondamentale.

Forse anche perché egli era un anziano artista da fiera, il cui numero consiste nel farsi legare per poi poter far vedere a tutti con quale maestria egli sa liberarsi dai legami più stretti, ma che è diventato ormai troppo vecchio, non ha più il necessario vigore ed è persino troppo povero per quello che è invece il vero gioco di destrezza della sua esistenza terrena e che nella sua temeraria assurdità ha condizionato da sempre la sua opera. Nell’ultimo anno di vita la rete che l’artista aveva tessuto con il filo della sua immaginazione dentro la realtà si era comunque consolidata fino a trasformarsi, senza che lui lo volesse, essa stessa in realtà, in una specie di mondo e quindi, in virtù dell’originaria impostazione, in un autentico labirinto che egli, come Atlante, fu costretto a portare sulle proprie spalle fino a esserne schiacciato. (giugno 1951)

Hannah Arendt

*il tributo arendtiano a Broch è stato tradotto da chi scrive e pubblicato in H. Arendt-H. Broch, Carteggio 1946-1951, Marietti 2006, di cui nel prossimo autunno uscirà presso lo stesso editore una seconda edizione.

*Vito Punzi ha recentemente tradotto per l’editore De Piante le poesie di Hermann Broch in “La verità solo nella forma”

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