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Esce “Il libro della follia” di Anne Sexton, nave dei folli dal legno imbarcato e comandata da una mistica elettrica

L’intero corpus poetico della Sexton in traduzione italiana e compreso/compresso in un solo volume, è una di quelle manne che si attendono a bocca spalancata asciugando la lingua al sole dei lupi.

Frattanto ci si accontenta di qualche reliquia anatomica staccata e spedita con la parsimonia del sequestratore. Il libro della follia (La nave di Teseo) è il suo ultimo consistente lobo.

Nella sua notevole raccolta, – penultima data fuori prima del suo giorno di marmo – la Sexton marcia ormai forbita fra l’interiezione regressiva rispetto alla Morte-Neve (Oh!), – unico vero linguaggio del Si si, no no: bianco e nero perfetti – e il versante socio-politico che tanto combustibile meta-letterario può ancora fornire al cantiere delle “rivendicazioni”.

La ricaduta ideologica è il principale contraltare di tutto ciò che nel bene o nel male è stato appeso all’orbita confessional, facendo confusione fra documento e fisiologia, fra accusa e irradiazione. Ma il rischio socio-politico, così come quello ideologico, concerne le nostre effusioni, non certo quelle della Sexton.

Personalmente, sempre in ambito di filtri e medium di varia natura, neppure la connivenza forzata “Sexton e musica” mi convince molto. La sua poesia non possiede né le nocche scoscese del rock che si compiace spesso di costellare concetti, nè investe come il rap nella furente inflazione orizzontale della realtà, compilando tassonomie.

Nell’ambito del grado più autentico la Sexton abolisce felicemente la solita droga del segno, ottenuta spossando e trafelando il chilometraggio fra i significanti e i significati, ma procede ficcando via via asce a bersagli subitanei (“Prendo una pallottola, se credi / e mi ci faccio un’appendice perfetta // Dammi un’unghia, mi ci faccio una lente. / Il mondo è stato sempre lattiginoso // [ . . . ] Però manda via il carcinoma di mia madre / perchè ho solo una tazza di lacrime di feto. // Manda via l’emorragia cerebrale di mio padre / perchè ho solo un misurino di sangue in mano”). E in tutto ciò riuscendo non di meno a scongiurare le insidie dell’epigramma che riducono tanta poesia ad un pugnetto di caramelle dalla “carica di sapore” intensa quanto caduca. È questo, se pare poco, il suo miracolo.

Eppure, sebbene poetesse della stessa tempra, manca nella Sexton la componente altamente disturbante, spesso insostenibile, della Plath, forse perché il fantasma di morte, più che in una determinazione lenta e inclinata, è giocato in infiniti rimandi alla stregua di un rischio tracciabile nel puro dominio della fisica (torna in mente la slot-machine di una suo poesia). Con azzardo, direi che il fantasma della Plath fu monistico, mentre quello della Sexton atomico: il dado che aveva sempre dato un numero favorevole, poteva fino all’ultimo, riazzerando meticolosamente le passate “trazioni”, continuare in potenza a persistere nella sua configurazione. Ecco i suoi più numerosi tentativi di suicidio. Ed ecco il suo sbaraglio e la sua fuga e caduta in avanti.

Il Libro della follia non è la summa confessionale del suo disturbo clinico psichiatrico, la fiala nera compressa fra le parentesi delle sue meningi, ma un libro altamente spirituale, semmai l’estrazione della pietra stessa della follia, senza la farsa di nessun imbuto in testa. Anche al lordo delle Jesus papers si tratta di un libro spirituale, cioè astorico, senza vaticini o monogrammi di alfa e di omega. Il prossimo suicidio dell’autrice nulla rileva, e dopo questo libro l’autrice può ancora essere in carne ossa ed imene in mezzo a noi. Quanto a certi versi che fanno apparente contrasto con la sua elevazione, bisogna dire che forzare una blasfemia che non si possiede o sfiorare la blasfemia, sono i migliori omaggi che si possono rendere al Dio.

La Barca dei Folli e quella di Pietro hanno in comune la caratteristica di covare all’asciutto tutte le specie di pesci; e l’ultima Sexton fu senza ma e senza forse una mistica. Ma una di quelle mistiche elettriche come Santa Francesca Romana o Margherita Alacoque, capaci di bere da un teschio o divorare il vomito degli ammalati.

Antonello Cristiano

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