skip to Main Content

Contro i leccaculo di Houellebecq

I più grotteschi sono stati il “Corriere della Sera” e “la Repubblica”: hanno scatenato i “corrispondenti a Parigi” (rispettivamente: Stefano Montefiori e Anais Ginori) per recensire in anteprima l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Annientare. In verità, bastava essere inviati davanti al proprio computer, in una casa qualsiasi, a Singapore o a Sesto San Giovanni, invitati al ballo delle esclusive, dopo banale corrispondenza con la casa editrice che ha concesso l’anteprima, La nave di Teseo. L’“Accordo di riservatezza” contratto tra le parti prevedeva l’uscita del pezzo non prima del 30 dicembre: i massimi giornali nazionali si sono inchinati alla becera consuetudine, per lo più promozionale. Come interpretare altrimenti la clausola dell’“accordo” che consente di leggere il libro e di scriverne “solo al fine di recensire l’Opera su giornali o riviste secondo le modalità concordate con La nave di Teseo editore s.r.l.”? Quando mai si concorda una recensione con l’editore del libro recensito? Che cosa s’intende per modalità? Beh, se devo leggere il contratto in filigrana, secondo le malie di Gargamella e il miele di Merlino, la capisco così: non azzardarti a stroncare il libro, sii felice dell’olimpica concessione, non rompere il cazzo.

Così è stato. Articolati articoli, alcuni perfino belli, sontuosamente innocui. D’altronde, come è possibile leggere, in un claustrofobico ring di giorni, 700 pagine e passa di romanzo? E poi, che senso ha recensire – inevitabilmente male, con pensierini parziali e prosa dozzinale –, una settimana prima dell’uscita, un romanzo di cui, comunque, parleranno tutti? Sarebbe stato meglio parlare di altro. Dimentico ancora, pardon, gli scopi di procreazione promozionale, gli inchini confuciani al potente, il conformismo consueto, caustico, la necessità di essere ‘riconosciuti’.

Poiché, come ci spiega Montefiori, “Houellebecq è lo scrittore francese vivente più celebrato al mondo, consapevole dello status di icona pop” (!?!), ciascuno tira MH dalla propria parte, destra, sinistra, centristi dell’ovvio, partigiani di mediocrità. Secondo Montefiori, appunto, Annientare – che, ovviamente, “è pieno di passaggi straordinari” – è un monumento al “romanticismo pienamente rivendicato” (?!?) di Houellebecq (ma per dire che l’amore salverà l’uomo dall’orrore della storia basta Il dottor Zivago, romanzo, quello sì, pieno di passaggi straordinari, benché complessivamente modesto); a giudicare da ciò che scrive Anais Ginori – che mantiene un tono burocratico, da compitino imposto – il romanzo è di una banalità tetragona, scoraggiante: “Nella visione dell’autore, la progressiva distruzione è piuttosto quella di una società malata di individualismo, orfana di riferimenti morali e ideologici, dove l’amore tra figli e genitori appare qualcosa di innaturale, la famiglia e la vita coniugale sono gli ‘ultimi due poli residui attorno ai quali si organizza l’esistenza degli ultimi occidentali’”. Davvero Houellebecq è l’autore di una simile ramanzina da scimmia moralista? Se Adriano Scianca – su “La Verità” – fa di Houellebecq il paladino della destra forte, dacché – cito il titolo – racconta la nostalgia dell’Occidente per Dio e per il padre, Michela Marzano, su “La Stampa”, secondo copione, abbozza una stroncatura – “il romanzo fa fatica a decollare” –, troppo blanda per essere vera (da che pulpito, poi), e riduce il libro a un confetto concettuale, questo: è “l’irreparabilità del dolore ad annientare ogni essere umano”, ma va?

Naturalmente, nessuno ha letto Houellebecq se non con il conforto dei propri decaffeinati e defecanti pregiudizi, per cui, come dire, purché se ne parli ogni stronzata è lecita. Naturalmente, nessuno si è occupato, se non in forme vaghe, vulnerabili, fumose, del linguaggio di MH, della decenza della forma, della sua inesorabile decadenza; ogni libro, ormai, è a servizio di un’idea, di un’ideologia, di una politica, di una polemica. Tutto, cioè, dev’essere liofilizzato in sociologismo putrido, slinguato in fetida analisi del tempo presente, in stantia e instupidita preveggenza di ciò che sarà: quando torneremo a stupirci di fronte a un romanzo banalmente bello, sinuosamente perfido?

Che tristezza, però: Houellebecq non ha bisogno di fidi scudieri e di lesti leccaculo, a che pro? Sarebbe stato bello, giornalisticamente, ammirare uno scrittore italiano capace di annientare Annientare. Figurarsi. Gli scrittori nostri sono dei debosciati, notoriamente invidiosi, famelici di un posto al sole, meglio non inimicarsi il patetico parterre degli editori yacht. Ma perché star dietro al deretano dell’editore star, essere complice dei suoi affari editoriali, accettare accordi & contratti, stare nel sistema della pubblicità di massa, di merda?

Quanto al resto. Houellebecq non mi ha mai convinto. Ne riconosco la rapacità, la scaltrezza, il genio scontroso. Non mi piace come scrive. Affari miei. In genere, non mi piace chi diventa rapinosamente di moda, verbo buono per tutti, ‘interprete del nostro tempo’. In effetti, della letteratura francese parliamo per interposta persona, da tonti; oltralpe, per lo meno, sanno che l’uomo è una fogna, che occorre infognarsi nel torbido, che la scrittura ha un odore, defeca balsamo e veleno. Perché nessuno pubblica Pierre Guyotat, ben più violento di Houellebecq? Perché è sparito dallo spartito editoriale nostrano uno come Marcel Jouhandeau, autentico pervertito, corpo di putrefatta purezza, cattolico integralista e dunque eresiarca, antisemita per congenita schifiltosità, collaborazionista per noia, di cui Ernst Jünger idolatrava la prosa, superba fino allo strazio? Già. Jouhandeau è stupendamente insopportabile, è davvero imperdonabile. Infine, Houellebecq sta bene sul nostro comodino, si accomoda sulle prime pagine dei giornali che contano.

**

Journal sous l’Occupation

Benché non dorma mai del tutto e non sia affatto sordo, non sento la sirena. Élise, che dorme al mio fianco, mi avvisa dell’allarme. I rumori esterni non mi toccano, ne resto indifferente, eppure, sono pronto a guadagnare il riparo mentre lei scava nel buio alla ricerca delle scarpe, del cappotto, e attende che il sonno la abbandoni, per concedere lucidità e nitore ai movimenti.

*

Mi moralizzo, per così dire, solo immaginando Biante di Priene che lascia la patria, nudo, senza bagaglio né bastone, dicendo, “Ho tutto con me”. Sempre pronto al peggio, alla suprema sofferenza, non sono attaccato a nulla, a nessuno. Non m’importa neanche di me stesso. Abbandono completo alla Provvidenza, senza tristezza, severo. Élise, al contrario, avverte il pericolo che corre, la complicità con la perdita. Guarda la casa per ore, gonfia di malinconia, e ripete, ad alta voce, “È solo un sogno”.

Non sono certo di trovare ovunque ciò che non deve sfuggirmi: la bellezza degli esseri umani, tanto più pietosa quando si rivelano effimeri, sotto minaccia.

Vano sforzo di partecipare a pieno titolo alla vita della Città. Resto altrove, senza alcuna connessione con qualcosa che non sia l’Eterno o la singolarità di un solo essere.

Mi guardo intorno e l’Altro mi è più intimo di me stesso.

*

5 settembre 1939

Marie Laurencin al telefono: decide di venire a stare da noi. Una sorpresa che maschera l’orrore circostante.

Mi è difficile considerare nemici i tedeschi che ho conosciuto. La patria di Goethe, Beethoven, Kant non può diventarmi estranea da un momento all’altro. Questo vergognoso stato d’animo significa che sono un mostro oppure un sapiente?

Notte trascorsa in una cantina in avenue Malkoff: mi sento più sereno che mai. Il rischio è il mio clima ideale, e poi per distrarmi ho quell’Aquila di Serapione di cui si parla nelle Vite dei Padri del Deserto: a volte si eleva in volo, sublime, oltre le nuvole, dove scompare, invisibile a ciò che è mortale. A volte la fame lo obbliga a scendere, ad abbassarsi verso la Terra. Questa immagine, simile a una scala d’oro, dà ritmo e misura al mio respiro.

I tibetani hanno ragione. Fissando l’attenzione su un unico oggetto, si giunge a un atteggiamento semplice, l’anima si equilibra intorno al suo centro, nucleo di fuoco e di gloria, e ruota davanti all’Inaccessibile. Segue una specie di annientamento che ricorda il Sonno divino.

Sotto il ricatto del destino, le anime irriducibili degli uomini brillano, come stelle, man mano che la notte si fa più fonda. Gli esseri carnali percepiscono più chiaramente il tragico della catastrofe, ma è nel momento della massima viltà, della disperazione che, se hanno un’anima, rispondono con il residuo del coraggio. Élise scoppia in lacrime appena sente un colpo di cannone, prevede la città conquistata, ma rifiuta ogni auto. Geme sotto le mitraglie, mentre le consiglio di cantare qualcosa, di immaginare un evento felice, un viso piacevole. Finché senti la tua voce e il tuo sguardo interiore è occupato altrove, soffri e muori inconsapevole.

Élise: “Con te sono tranquilla, non cado nell’inganno”. Questa riflessione è una bestemmia o un ringraziamento?

Per quel che mi riguarda, il destino dei popoli m’interessa assai meno di ciascuna delle singole anime che li compongono. Un uomo, un essere umano, amico o nemico, mi è anzi tutto fratello. L’umanità o la patria possono deludermi o schifarmi. Un essere umano, il singolo, mai. Sopra Dio, nient’altro, a ingelosire gli Angeli.

*

10 settembre 1939

In tempi così pericolosi notiamo in noi stessi e intorno a noi una moltitudine di cose che non affidiamo neanche alla nostra ombra, tanto ne abbiamo vergogna.

Non dormo. Le 2 del mattino. Percezione di un cane smarrito.

5 e mezza. Cosa ci faccio ancora su questa terra? Elenco i nomi degli amici, li conto e non li conosco. A poco a poco la loro sofferenza, benché distante, rinfocola le mie ossa, mi rianima.

*

14 settembre

Nulla è più odioso della falsa giovinezza. Devo sapere invecchiare.

Ma perché questo uccello della notte, placato ogni rumore, viene a ostentare la sua risata intorno al mio cuore?

Nell’era del disastro e della tirannia è necessario elevarsi, bisogna forzarsi con più vigore verso la saggezza, per questo la preferisco alle epoche piene di comodità, prive. I personaggi di Petronio saranno pure smidollati, schiavi o liberi, e i loro dialoghi adornati di ricami d’oro, ma li riconosciamo marchiati dal crisma di Seneca e di Epitteto.

Marcel Jouhandeau

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca