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“Ma è così sicuro che le commedie dei De Filippo fanno ridere?” Alberto Savinio a teatro

“Nella preparazione dell’inverno si perpetua uno dei pochi ricordi lieti dell’infanzia. L’estate è finita, e il nostro vano rincorrere una felicità che fugge come ninfa per i campi, nei boschi, sul mare, nell’aria. L’autunno ci trova stanchi e a mani vuote. Al triste odore dei fiori, subentra il confortante profumo della naftalina. Comincia la «primavera» della casa. La felicità è problema interno.”

“Ma il teatro Eliseo non ha avuto infanzia. Come il figlio dei Tre Moschettieri, anche l’Eliseo è nato con la barba.”

Eccovi un pezzo di critica teatrale coi baffi: è il 19 novembre 1938, l’Europa – come piace dire agli affaticati diaristi, compilatori istoristi di manuali scolastici, liceali e di dottrina universitaria – non è più la stessa per la conferenza di Monaco: eppur si ride, verrebbe da dire.

Sulle pagine allegre di Omnibus appare una rubrichetta scodinzolante, Palchetti romani, dove Alberto Savinio, nato in Grecia, fratello di un pittore onirico e scrittore addomesticato da Montaigne e Stendhal, traccia bozzetti dei pezzi teatrali che va a contemplare, estasiato o irritato, a ogni svolta di settimana. In barba a ogni velleità di ricomposizione disparata dal verbo di Calasso, i testi di Savinio si leggono tutti o quasi da Adelphi e questo non fa eccezione. Chiediamo venia al maestro per queste sbirciate tra i suoi tomi…

E allora, si diceva, l’Eliseo non ha infanzia: “Come spiegare altrimenti che mentre la casa ci ha riaccolti come figliol prodighi, e i tappeti si sono sciolti dal sonno a tubo, e le poltrone offrono nuovamente all’ospite il loro amplesso di velluto; come spiegare che le poltrone dell’Eliseo portano ancora le loro vestine da scolarette in vacanza, e venti folli corrono questo teatro per lungo e per largo, a rischio di mandare noi all’altro mondo e privare il teatro italiano del suo più sincero amico?”

Poltrone animate: primo tratto surrealista o ad esso affine. E poi la cucina, il retrobottega: “Quanto a sistema di riscaldamento, l’Eliseo ha adottato il sistema di Betlemme, a calore animale. Con la compagnia De Filippo questo sistema riesce bene, ma come riescirebbe con una compagnia che ai Sette contro Tebe alternasse il Saul di Vittorio Alfieri?

Il vento tira alle quattro risate, e nell’ardente desiderio di questo risultato spasmodico, folle enormi salgono tutte le sere la scala marmorea dell’Eliseo, per sentire A Coperchia è caduta una stella, e le altre commedie «da ridere» dei fratelli De Filippo. Le poltrone non bastano a ospitare tanti sederi ansiosi di sussultare. File di sedie aggiunte prolungano lo schieramento dei sedili fissi, invadono la zona dei carabinieri. E questi, così distanti di solito e rapiti in un loro mondo tutto disciplina e autorità, accendono sotto le lanterne due fari abbaglianti e tendono verso il palcoscenico un petto leale ma insolitamente palpitante.

Pare di essere convocati da un cembalo di seguaci zoroastriani: in Savinio più che la Magna Grecia c’è la Grecia ottocentesca, una conflagrazione turca: roba da matti. Robe turche, per dar voce a Pirandello…

Il movimento successivo è cacc’e’man maschara che se la memoria non m’inganna s’usava dire anche nelle provincie del subappennino dauno, oggi dalle parti di Foggia: dove ancora risuona il rimestolio di De Filippo e cacc’e’man maschara vuol dire che al buio chi ti accompagna ti rapinerà; o ti rapirà qualcosa di più importante che i soldi, poco cambia. Vien fatto di ricordare questo quadretto familiare, di incerta saga pastorizia, di intrattenimento festivo coi tamburi d’ottone, perché chi ha nonni nati negli anni Trenta può certificare che la provincia di Foggia parlava napoletano-campano e passò amministrativamente alla Puglia solo a opera del fascismo: ma la lingua rimase la stessa.

E allora: “Le maschere dimenticano i ritardatari sperduti nel buio, e divorano la scena con occhi anche più brillanti delle loro lampadine tascabili. E tra la tunica del carabiniere e la pettina a cannolé della maschera, l’adolescente groom, che, col tortino a sghimbescio sul capino lustro e il codino da girino a fil di reni, dà l’ultimo tocco al carattere «casa del viaggiatore» di questo teatro razionale, allunga il collo inforuncolito e socchiude la boccuzza come uccellino che vuol bere.

“E noi pure, che per miracolo siamo riusciti a farci collocare una sedia dietro un pilastro, noi pure stiamo lì, tesi nell’aspettazione della risata. Che scegliere del resto? La vita teatrale di Roma stranamente obbedisce alla legge del simile che tira il simile, e al periodo in cui tutti i teatri ospitavano compagnie di varietà, è subentrato quello in cui tutti i teatri ospitano compagnie dialettali. Ma è così sicuro che le commedie dei De Filippo fanno ridere?

Poi la divagazione, la linea sinuosa che è la più rapida nel pensiero lento e divagante: “In fondo,  soltanto i francesi hanno avuto un teatro allegro, perché loro soltanto erano riusciti a portare il sentimento borghese a tanta pienezza e perfezione, che scioglieva gli ostacoli morali, nascondeva i drammi piccoli o grandi della vita, consentiva un’allegria schietta e sicura di sé. Quale altra vita altrettanto leggera e sicura?”

A seguire, il ghepardo accoccolato all’ombra della morale stendahliana: “Talvolta quest’allegria è stata chiamata frivolità, ma chi conosce i segreti del tempio, sa bene che la frivolità, questo fiore  delicatissimo e prezioso, è la meta cui, dal fondo dei loro duri sogni, aspirano i giganti.

“Altrove il teatro è umoristico o satirico, ma allegro mai. Edoardo De Filippo una volta lo abbiamo paragonato al Karaghieuz, alla maschera turca, a una delle figure più tragiche, più problematiche del misterioso, dell’oscuro Mezzogiorno. Oggi, nei fratelli De Filippo e nella loro sorella Titina,  denunciamo il potere dissugante dei fantasmi del Sud: dei kallikànzari. Attraverso mari e continenti, fantasmi del Sud e fantasmi del Nord si dànno la mano. Nel teatro «da ridere» dei De Filippo, serpeggiano veleni anche più acuti di quelli che amareggiano il teatro di Cecov, i suoi racconti.

“Angoscia del Mezzogiorno e della «bella natura», lotta senza speranza, bassa tragedia della vita; e quella difficoltà di esprimersi, quei gridi di cane che sogna… Che più? In A Coperchia è caduta una stella, i due fratelli Montuori che si torcono sui letti, e non riescono a dormire perché nella camera accanto c’è la donna del Nord, la stella, la luce capitata per miracolo nella loro vita di terra e di buio; e Luigi Montuori, credendo addormentato finalmente il fratello, scende piano piano dal letto e si avvicina all’uscio, ma, sorpreso da Pasquale, finge di schiacciare per terra uno scarafaggio, è una scena che come infinito tragico della vita fa il paio con quella dell’Eterno marito, il racconto più angoscioso di Dostoievski, quando, nel pallore della notte bianca di Pietroburgo, il marito si alza dal letto per andare a uccidere l’amante che dorme nella camera accanto, ma, sorpreso, dice che «è venuto a cercare il vaso da notte».”

Per non spaventare i bellimbusti che non vogliono farsi “spoilerare” le serie strapaesane, da disadatatti infervorati di Netflix, diremo che Savinio con questo volteggio ha detto tutto sull’opera e nulla sulla trama.

Tanto che la recensione è finita al paragrafo successivo.

“A queste «allegrie», i commendatori e le loro signore venuti a farsi quattro risate, ridono sì, ma con la bocca storta. Di lì a poco la commedia finisce, ed è una fortuna. Se continuasse ancora un poco, il lavoro delle maschere si aggraverebbe di una mansione nuova: aiutare a piangere gli spettatori, come i camerieri di bordo aiutano i viaggiatori a sfogare il mal di mare“.

Andrea Bianchi

*in copertina Ulisse di Alberto Savinio (1928)

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