“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Tra i tanti poeti che hanno dato lustro alla poesia nel mondo, pazzi o diventati tali, pescati dalla zattera di Pangea in quell’immensa Pantalatta che è l’oceano-letteratura, sono orgoglioso di averne scovato e raccolto uno anch’io oggi da uno scaffale polveroso e per questo intrigante. La poesia del resto è fiamma, calore che attira, obliquo sguardo verso nessuno. La poesia va testimoniata. Come un rito, occorre passarsi il testimone, rinnovare la parola e la lingua.
Questo ha fatto e questo fa, secondo me, Alfonso Cortés. Il libro che ora posseggo, è reso pubblico nel 1990 dalle Edizioni Amadeus e s’intitola 30 Poemas de Alfonso. Il poeta Alfonso Cortés nacque a Leòn nel 1893 e visse nella medesima casa di Rubén Darìo nella quale impazzì nella notte di febbraio del 1927. Da quel momento per alcuni anni rimane nel manicomio di Managua.
Nella casa di Darìo, la famiglia lo teneva molte volte incatenato per le sue crisi furiose in una stanza in cui c’era una finestra con vecchie sbarre coloniali e si racconta che lì scrisse il poema “Ventanaˮ originariamente chiamato da Alfonso “Un detalleˮ, ovvero “Un dettaglioˮ.
Un lembo d’azzurro ha più intensità che tutto il cielo, io sento che lì vive, un fiore dell’estasi felice, il mio desiderio.
Un vento di spiriti, passa molto lontano, dietro la mia finestra, muovendo un soffio dove un’angelica voce spezza la sua carne.
E nell’allegria dei Gesti, colmi di azzurro, che si diffondono sento agitarsi folli pretesti, che restando qui, mi chiamano a loro!
Sono dunque i pretesti, folli richiami, a intimarci la strada che forse ha un destino. E l’unica cosa probabilmente che mi accomuna a Cortés è il mio essere, il mio scrivere fuori dal tempo.
Alfonso da parte sua ha detto quando era da poco in manicomio che la poesia “Ventanaˮ si riferisce agli occhi azzurri di una donna il cui nome, Angelica, è scritto in essa. Come un diamante incastonato nella roccia, come un gheriglio che custodisce il meglio della noce, il sublime del frutto.
Noi abbiamo ‒ scrive Ernesto Cardenal nella prefazione al libro ‒ solo tre libri di Alfonso prima di quella data, pubblicati da suo padre dopo la perdita della ragione del poeta: Poesias (1931), Tardes de oro (1934) e Poemas Eleusinos (1935). Una grande parte della produzione di Alfonso non si conosce ancora perché la scrisse su piccoli fogli in caratteri microscopici, della dimensione della cruna di un ago, tanto da essere difficili da leggere anche con una lente.
I versi di Cortés rappresentano una poesia strana, oscura, enigmatica, paradossale, contraddittoria, assurda, in un mondo sospeso come in una specie di estasi, imbevuto di sensazioni astratte e confuse come l’aria. In poche parole, la sua poesia è fuori dal tempo. Il caso di Alfonso come quello di Rimbaud o di Lautréamont è uno dei grandi casi surrealisti e la sua poesia scaturisce dal fondo del subcosciente da cui nasce il sogno, il mito, la chiaroveggenza, l’allucinazione e la pazzia.
Alfonso Cortés era un uomo alto e dalla carnagione rosea, coi capelli quasi bianchi, gli occhi azzurri e un sorriso infantile, quasi beato. Parlava lentamente, tremando e incespicando, usava sempre parole interrotte a causa della pazzia e a volte a metà della conversazione aveva dei brividi di terrore e di furia che istantaneamente si placavano.
La sua pazzia obbedisce ad un ritmo lunare e si acuisce sempre con la luna nuova. Il primo poema che scrisse dopo la pazzia fu “La cancion del Espacioˮ.
La distanza che c’è da qui a una stella che non è mai esistita perché Dio non è arrivato a pizzicare tanto lontano la pelle della notte! E pensare che tuttavia crediamo che sia più grande o più utile la pace del mondo della pace di un solo selvaggio.
L’angoscia del limite della nostra vita è ciò che dà allo spazio un’importanza che sta solo in noi, e chi sa fino a quando impareremo a vivere come gli altri liberi nell’eterno e senza che nessuno ci alimenti.
La terra non conosce i cammini per i quali si muove ogni giorno ‒ e meglio questi cammini sono le coscienze della terra…‒ però se non è così, permettetemi di fare una preghiera: ‒ Tempo, dove siamo tu ed io, io che vivo in te, e tu che non esisti?
Ma c’è un altro motivo per il quale mi sento accomunato a questo poeta di luna, di frutti, di follia e visioni, ed è presto detto: “L’uomo ‒ dice, scrive in un’altra bellissima poesia ‒ è un albero misticoˮ, e lo spazio ed il tempo si confondono tra la vita e la morte. Il mio destino ‒ dico, scrivo io ‒ è l’albero della vita…
Giorgio Anelli
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Il fiore del frutto
Nel silenzio dei fiori si trova un sacro amore che in futuro non muta: l’essere è il fine della prima via, se c’è una grazia che profuma e tace.
Il sangue dolce che scoppia nella lingua all’opprimere la polpa di un frutto è una parola viva e assoluta dove ogni albero prova la sua virtù.
L’uomo è un albero mistico e a fatica comprende Spazio e Tempo se si versa un fiore della sua anima e frutto delle sue vene;
perché nella sua duplice essenza non confusa estraggano miele le api della Morte e profumi le rose della vita.