Roberto Carifi, «custode delle macerie»[1], trascina in una terra desolata, apocalittica, dove le uniche forme di vita incarnano moniti lugubri, presagi tristi destinati anch’essi a morire. Gli elementi che dominano incontrastati questo paesaggio fortemente visionario e simbolico sono il gelo di un profondo inverno che non pare possa avere fine; pesci defunti in laghi immobili, maree di ghiaccio e fiumi morti «dove fa freddo, febbre, febbre»[2] e dove anche un riparo ha le sembianze di «un intimo inferno»[3].
In Ablativo assoluto a regnare incontrastata è la sordità, il mutismo di un’atmosfera di sterminato silenzio. I soli suoni ad emergere dallo sfacelo della natura sono il gracidare dei corvi e il “grido” della cornacchia; il ringhiare di un cane, il “lamento” delle foglie calpestate: anche da mani umane non può diffondersi nient’altro che uno «spaventoso mormorio»[4]. In questo spazio in cui la fine è già compiuta non resta che attendere la conclusione dell’“ultima guerra combattuta”, il raggiungimento del Nirvana, quell’«esperienza del vuoto»[5] proferita nel verso che pone termine alla raccolta. Coesiste alla calma dell’aspettazione la «preghiera abissale»[6] che sale “marmata” verso un cielo che risucchia; implorazione recitata a «voce bassa,/ quasi impercettibile»[7], reiterata in solitudine finché «il tempio si aprirà, comparirà da solo»[8].
Fare la guardia agli insetti che muoiono
perché è questo il nostro destino
che si pianga, si pianga
noi stiamo lì, puri spiriti, pregando
questa è la nostra meditazione.[9]

In un cosmo in cui anche il fiume, simbolo per eccellenza del trascorrere del tempo e della vita, si trasforma in un flusso di residui senza direzione o meta, «forse come in Trakl l’apocalisse è già avvenuta»[10] ed ora il mondo ristagna in un «letamaio d’angoscia»[11] dove i pochi sopravvissuti “camminano come sonnambuli” tra i «cunicoli fangosi/ lasciati alla mortalità»[12], lanciando attorno a sé occhiate di sguardi scavati come crateri; destinati presto ad ammalarsi, a tramutarsi in sasso, in pietra. Ogni creatura non ha pace, così come «non hanno pace i volti dei bambini»[13] ed è solamente uno spettro passeggero in questo mondo che sanguina, infetto e segnato dai traumi e dall’abbandono.
Con il mio sangue
mi ordinarono di bagnare la terra
costretto alla vita
si abbandona al frutto
quel giorno sanguinai
nella neve.[14]
La poesia appena citata riporta alla mente i versi di Lasciami sanguinare[15]: come Attilio Bertolucci anche Carifi sembra abbracciare quella che Giovanni Raboni ribattezzò “poetica del dissanguamento”. Il lasciar sanguinare, in entrambi i casi, non coincide con il mettere termine alla propria vita, al contrario è la condizione necessaria affinché il soggetto possa liberarsi delle scorie della contingenza per giungere alla contemplazione pura, all’interiorità sciolta dai legami e alla lietezza in cui si trova il vero valore dell’esistenza. Soltanto morendo è possibile rinascere a nuova vita, districandosi dal fondo e dallo stesso io.

Ablativo assoluto viene pubblicato dalla casa editrice AnimaMundi a tre anni di distanza dall’uscita di Amorosa sempre (La nave di Teseo, 2018), antologia che racchiude la maggior parte delle poesie edite ed inedite dell’autore e che restituisce un’opera poetica tanto prolissa nella sua interezza. In questa nuova raccolta tornano a manifestarsi le tematiche che hanno caratterizzato l’opera omnia di Roberto Carifi: in primis il motivo dell’assenza, di quella mancanza che l’autore riesce ad inglobare dentro sé trasformando così l’indicibile in esprimibile; il tema dell’infanzia ferita, strettamente legata ad un dialogo incessante con la madre e alla rievocazione di scene di vita e di ambienti avvinti alla sua presenza. Particolarmente rilevante è inoltre la capacità dell’autore di accettare il dolore, di “dire sì” alla propria condizione esistenziale. Saper accogliere la vita con tutte le sue lacerazioni e il suo tormento è la capacità del Superuomo profetizzato da Zarathustra ed è la più sconcertante potenza di Carifi. La maestria della forma si accompagna qui al coraggio della nominazione, alla consapevolezza e soprattutto al miracolo dell’accoglienza.
Una tartaruga piangente,
le maree che non si calmano mai
come la gioia ferisce l’ammalato
così sia dire sì alla mia condizione
infernale.[16]
*
La povertà è un miracolo
di queste sciarpe rosse,
la malattia si arrende
quando la ringraziamo
con la rovina dichiarata a bassa voce
mentre codesta lingua non è più straniera
e morte, nel mio tedesco, è una preghiera.[17]
L’autore nasce a Pistoia, trascorre l’infanzia assieme alla figura determinante e tanto amata della madre, «la maestrina del paese»[18] a cui si rivolge in questo stesso verso con le parole «eri tanto buona». Si laurea in Filosofia all’Università di Firenze e successivamente segue le lezioni di Jacques Lacan all’École Freudienne di Parigi, dove approfondisce la sua esperienza in materia di psicoanalisi, incontrando il pensiero filosofico di Heidegger, Nietzsche e la linguistica di Deleuze, materie che tutte si fondono nella sua poetica. Avido lettore e traduttore, tra i tanti, di Rilke, Trakl, Celan e Bataille, pubblica nei primi anni Ottanta diverse raccolte di poesia, venendo riconosciuto a pieno titolo nel panorama letterario con i versi contenuti in Obbedienza (Crocetti, 1986). La sua opera è vastissima: si aggiunge alla produzione poetica un’incessante lavoro saggistico; la collaborazione con varie riviste, in particolare con Poesia, per cui cura una rubrica dedicata ai poeti emergenti. Fondamentali sono gli incontri con poeti amici come Piero Bigongiari, Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Cesare Viviani e Tommaso Kemeny. La vita dell’autore è segnata in particolare da tre avvenimenti: l’abbandono del padre durante l’infanzia, la morte della madre nel 1997 e il momento in cui viene colto da un ictus nel 2004. A quest’ultimo accadimento segue un’immersione intima e profondissima nella dottrina buddhista.
Guardo le giacche appese ai rami
mamma tu sai la guerra combattuta
come un salice spenzolo da un ponte,
la notte sanguina nel tuo sonno
verso sud-nord
non ha importanza.[19]
Giorgia Zanierato
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[1] R. Carifi, da Preghiera, in Amorosa sempre. Poesie (1980-2018), La nave di Teseo, Milano, 2018.
[2] R. Carifi, Ablativo assoluto, AnimaMundi, Otranto, 2021, p. 14, v. 7.
[3] Ivi, p. 16, v. 2.
[4] Ivi, p. 34, v. 4.
[5] Ivi, p. 80, v. 6.
[6] Ivi, p. 31, v. 4.
[7] Ivi, p. 78, vv. 4-5.
[8] Ivi, p. 80, vv. 1-2.
[9] Ivi, p. 63.
[10] Roberto Lamantea, Accanto ad una fonte, «Fare Voci», luglio-agosto 2021.
[11] R. Carifi, Ablativo assoluto, cit., p. 31, v. 5.
[12] Ivi, p. 35, vv. 4-5.
[13] Ivi, p. 27, v. 1.
[14] Ivi, p. 57.
[15] Attilio Bertolucci, Lasciami sanguinare, da Viaggio d’inverno, Garzanti, Milano, 1971.
[16] R. Carifi, Ablativo assoluto, cit., p. 52.
[17] Ivi, p. 55.
[18] Ivi, p. 49, vv. 5-6.
[19] Ivi, p. 28.