“Il teatro non è mai consolatorio, è politico”: dialogo con Stefano Massini, che ha scritto il grande romanzo sul ‘caso Moro’

Posted on giugno 14, 2018, 6:55 am
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Infine, l’irrompere della belva dona alla Storia, a una pagina di cronaca – pur sempre cronaca, per quanto agghiacciante, destinata alle corone d’alloro e all’allarme della corruzione – il nitore del Genesi. “Il 9 maggio 1978, nelle prime ore del mattino, un elicottero dei carabinieri si era levato in volo per perlustrare i dintorni di Latina alla ricerca di belve in fuga. Ma non si trattava di terroristi. Riferiscono le cronache che poco prima un camion del circo Orfei era uscito di strada schiantandosi contro un albero, e nell’incidente due gabbie si erano spalancate, quella del puma e quella della pantera”. Belve nella campagna romana. Uno splendore dai denti letali nel giardino di casa. “Vedere il puma o la pantera ridotti a gattini implica in qualche modo la rivincita dei figli di Adamo, il loro riscatto sul serpente che gli tolse l’Eden. Malati di orgoglio, cerchiamo la conferma di una definitiva appropriazione del pianeta, entusiasmandoci alla sottomissione di tutto ciò che sembra invincibile”. Quello stesso giorno, quarant’anni fa, l’evento bestiale: il bagagliaio della Renault 4 rossa aperto come un ruggito, il corpo, sghembo, di Aldo Moro. “Aldo Moro era un po’ come il puma degli Orfei: uno statista chiuso in gabbia per esibire la farsa di un potente ridotto all’ubbidienza, costretto a tendere la zampa e mostrarsi sottomesso”. Aldo Moro, il puma: l’immagine, ora, non ha l’enigma di una ‘pagina di Storia’, ha la magniloquenza di un simbolo.

Rewind. Mentre la telefonata sta atterrando verso i saluti, convenzionali, toglimi una curiosità, gli faccio. Dì, fa lui, dall’incipiente accento fiorentino. Quali sono le tue fonti, le tue letture, insomma, cosa leggi? “Tanta, grande letteratura straniera, anglosassone, di certo, americana, penso a Melville. Poi mi piacciono i russi. E gli slavi. Magda Szabó, ad esempio. Sono poco ‘italiano’, e questo, forse, è un limite; questa, in effetti, è una delle rare occasioni in cui ho parlato di Italia”. Pare un paradosso, gli dico. Perché 55 giorni. L’Italia senza Moro (Il Mulino 2018, pp.170, euro 14,00) ha l’acutezza e l’acribia narrativa del Grande Romanzo Italiano, quello che si continua a scrivere senza mai trovarne la cifra risolutiva. Lui nicchia. Io gli dico. Sei stato l’anatomopatologo del 1978. Ha avuto una idea potente, in effetti. Mentre tutti – troppi – quarant’anni dopo hanno continuato a scavare nel corpo di Moro, scassinando date, cronologie, secondi, secondini, ambiguità, collusioni, rapacità seriali. Lui ha fatto altro. Ha dissezionato l’Italia di quell’anno, l’Italia del ’78. D’altronde, dice lui, all’inizio, “non ho timore a confessarvi di ritenermi con orgoglio più un rabdomante di vene occulte che non un cantore di somme gesta”.

Lui è Stefano Massini. Lo conosco da anni, da quando, nel 2005, vinse il Premio ‘Tondelli’, appendice under 30 del Premio Riccione per il Teatro. L’odore assordante del bianco. Così si chiamava il testo premiato, che faceva pasto di Vincent Van Gogh. Piacque molto a Luca Ronconi e a Franco Quadri. Da allora ad ora: Massini è probabilmente il più riconosciuto drammaturgo italiano in giro, il suo Lehman Trilogy è un successo europeo, suoi testi sono messi in scena a Broadway. Nel frattempo, Massini dal 2015 è consulente artistico per il ‘Piccolo’ di Milano, è scrittore per Mondadori (Qualcosa sui Lehman è uscito nel 2016; l’anno scorso è pubblico L’interpretatore dei sogni), è volto televisivo a Piazzapulita. Il testo su Moro, per altro, ha avuto una lettura televisiva, un mese fa, per voce e corpo di Luca Zingaretti, su RaiUno.

libro massiniNel racconto, lei allinea una serie di dettagli, spesso schizoidi, dal successo di Heidi a quello di Gilles Villeneuve, da “Suspiria” di Dario Argento alla “Febbre del sabato sera”, dai libri di Erich Fromm alle imprese di Ambrogio Fogar, da Corrado ai Ray Ban. Shakerando tutto, al netto di tutto: che Italia ‘intorno a Moro’ viene a galla?

Una Italia profondamente ‘in trincea’ per quanto riguarda i rapporti generazionali. Era un momento in cui i figli facevano la guerra ai padri, ma avevano un legame diretto con i nonni. Mi spiego. A dire delle le BR, la loro guerra continuava quella della Liberazione, che non era stata ancora conclusa, compiuta. I nipoti, in questo senso, continuavano la guerra dei nonni. Basti un esempio. Le BR firmarono alcuni agguati con la ‘Walther’, la pistola d’ordinanza nazista. Era un segnale chiaro che si perpetuava la guerra di Liberazione: riesumando le armi tedesche nascoste nei fienili dai partigiani, pronte ad essere imbracciate contro il nemico.

In un brano del libro lei scrive, “I potenti del 1978 sono percepiti come figure esoteriche, che hanno a che fare con segreti celati ai più, siano essi progetti di lavoro, film in lavorazione o insidie politiche in agguato”. Oggi il potere è totalmente cambiato…

Fino agli Ottanta, anzi, direi, decisamente, fino ad Aldo Moro, il potere non fa nulla per non dichiarare di essere altra cosa, tutt’altro dall’uomo comune. Il potere è raffigurato nei completi in grisaglia, negli abiti scuri di Fanfani, nel modo compassato e privo di sorrisi dei Cossiga, degli Scelba, dei Rumor. Per vedere i primi sorrisi dobbiamo spiare certi istanti di Berlinguer, non a caso soprannominato ‘il muto’, però, e soprattutto la partita a carte del Presidente Pertini con Enzo Bearzot, simbolo di una politica diversa…

…esemplificata dal sorriso assoluto di Silvio Berlusconi…

…quello è l’approdo inevitabile di un’era in cui l’elemento ‘telegenico’ è preponderante rispetto ai contenuti. Dobbiamo però ricordare le immagini di Gianni De Michelis in discoteca, che sono già il sintomo di una narrazione politica diversa. E l’epopea di Giovanni Goria, della DC, uno che parlava bene in televisione e che sfruttò il suo talento fino a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri.

La cito ancora. Una porzione del libro è dedicata ai cantautori ‘impegnati’. Lei ricorda l’assurdo processo intentato a Francesco De Gregori, “reduce dal suo grande successo, ‘Rimmel’”, che nell’aprile del 1976 fu ‘processato’ pubblicamente dai ‘compagni’ perché “i temi trattati da De Gregori erano sì di sinistra, ma non sufficientemente orientati in senso maoista da soddisfare le frange più estreme del movimento studentesco”. Da qui, la domanda, che verte sui rapporti tra ‘arte’ e ‘politica’: il teatro , per altro, è per sua natura un atto ‘politico’, vero?

Potrei risponderle come Aristotele, dicendo che ogni gesto è politico. E non posso non rifarmi a Luca Ronconi, secondo cui il teatro è sempre intimamente politico. Il teatro è una forma di critica sociale, dove una ecclesia, una comunità assiste a un rito laico. Ma il teatro non deve avere intenti di tipo catechetico, non deve essere schierato. Il teatro è ‘politico’ per definizione senza essere di una determinata parte politica. In questo senso, non mi piace quando il teatro è vissuto come una specie di riserva indiana, orgogliosamente minoritaria. No, io prediligo il teatro come luogo aperto e rivolto alle ‘masse’, con una sua precisa ‘vocazione maggioritaria’, per usare un concetto di Veltroni.

Tutto bello. Ma, oggi, la parola teatrale ha ancora un valore, è ancora ascoltata nella sua carica d’eversione, d’esplosione?

Dovrebbe averla. Io la ribadisco ad ogni minuto. Anche quando vado in televisione. Per quanto mi riguarda, non riconosco differenza di ‘generi’: il teatro, la narrazione, il saggio, l’articolo di giornale, sono tutti parte di un grande discorso collettivo, una immensa riflessione sulla realtà.

Visto che ha compiuto un repertorio formidabile dei dettagli e dei ‘costumi’ del ’78, mi dica qual è il dettaglio che descrive il 2018.

Parto da lontano. Intanto, lo scrittore, di teatro come di libri, deve leggere i giornali e ascoltare cosa accade intorno a lui. Non credo all’intellettuale che si rifiuta di vedere la televisione. Credo che bisogna scendere da Castalia, la regione mitica dove Hermann Hesse ambienta Il giuoco delle perle di vetro, e penetrare la realtà, perché il medico, per poter curare, deve guardare l’ecografia e non avere paura del male. Solo in questo modo, ascoltando, puoi essere obbiettivo, creando narrazioni mai consolatorie, controvento e controcanto, contrarie al verso del velo che copre la verità delle cose.

Non mi ha risposto, però…

La domanda è difficile. Di solito trovo nel passato storie che diventano parabole per leggere il presente. Direi però che il 2018 è in certe fake news talmente incredibili da essere credute fino a esiti tragici. Durante la campagna elettorale di Donald Trump, ad esempio, si diffuse una fake assurda: Hillary Clinton avrebbe gestito un traffico di bambini, schiavizzati alla prostituzione, in una pizzeria di Washington. Un ragazzo crede alla fake news, parte per una spedizione punitiva, si dirige alla pizzeria, spara. Questo mi pare il chiaro segno dell’incongruenza dei nostri tempi.