Gianluca Barbera ribadisce: non bisogna vergognarsi, uno scrittore vuole vendere tanti libri e guadagnare il giusto. Davide Brullo rilancia: lo scrittore scrive per qualcuno che vivrà tra mille anni (o che è già morto)

Posted on Luglio 26, 2019, 11:45 am
5 mins

A volte i titoli dei giornali e la fretta giocano brutti scherzi. Appena ho letto il titolo che Davide Brullo ha dato al pezzo nel quale replica al mio, uscito il giorno prima sul Giornale, gli ho subito scritto: “Ma dài, non ho affatto sostenuto che ‘gli scrittori seri fanno di tutto per vendere i propri libri’, come se ritenessi poco seri gli altri. Dico solo che è del tutto naturale fare ogni sforzo per vendere i propri libri e sperare di vendere molte copie. La cosa strana è che in Italia molti se ne vergognino. Trovo che sia ipocrita fingere di non essere interessati alle vendite. Del resto, se scrivere è un mestiere, il minimo che ci si aspetti è di essere remunerati adeguatamente. Ma inutile che mi ripeta: c’è già l’articolo a parlare per me”. E poi ho concluso: “Domani replico su Pangea”. “Ottimo”, ha risposto lui.

Ma a volte si è precipitosi. Difatti leggendo il pezzo di Brullo ho trovato ben poco da eccepire. Mi sono trovato d’accordo quasi su tutto (sempre che non abbia frainteso, il che è pur sempre possibile in mezzo a tanta bellezza). Del resto a Brullo, samurai della parola, che cosa si può rispendere? È come assistere ai fuochi d’artificio di fine anno: mica ti viene voglia di metterti in mezzo. Te li godi e basta.

Una cosa però voglio aggiungerla, perché mi sembra importante. Proprio ieri, assistendo a un documentario su Mario Monicelli, gli ho sentito dire: “Antonioni e Fellini erano un’altra cosa. Rispondevano solo a loro stessi. Io invece sento l’esigenza di tenere conto del pubblico”. Due visioni artistiche a confronto. Ma possiamo dire che una abbia superato l’altra? Non credo affatto. Anzi, è proprio la loro complementarietà ad aver fatto grande il cinema italiano. Buona lettura a tutti.

Gianluca Barbera

***

Come fa spesso – d’altronde, conosce l’arte dell’eludere – Barbera inscatola un ruggito in un barattolo di vetro. Così, calcando, in chiusa, quasi per caso, con sbadato ozio estivo, una frase di Monicelli, Barbera annuncia il problema fondamentale dell’arte. Il pubblico. Per chi scrive la parola magica ha sentore verbale: pubblicare. Lo scrittore può scegliere di non essere pubblico, di non farsi pubblicità, perché ogni concetto di pubblico, oggi, è connesso al suo ludibrio.

*

Nessuno scrittore, però, può scartare la domanda fatale: e tu, per chi scrivi? (Analoga all’altra: e tu, perché scrivi?).

*

Resta un fatto: uno scrittore non risponde a se stesso né al pubblico del proprio tempo. Il primo atteggiamento non produce forma ma masturbazione; il secondo non procura atto letterario ma puttaneria. Ogni gesto di scrittura – d’arte, infine – è rivolto, fosse perfino rivoltante, a un altro. Se qualcuno non legge, la scrittura non esiste. Sempre, è un altro a consacrare ciò che abbiamo scritto.

*

Cestinando le poesie in un baule, Emily Dickinson, senza supporlo, si è garantita un pubblico un secolo dopo la propria vita. D’altronde, spesso mi trovo a scrivere sapendo che sono i morti a saggiarmi, a leggermi. Beato Angelico dipingeva i muri della propria cella ricevendo approvazione o condanna da Dio. Non si scrive per aumentare il sé – guarda come sono bravo! – ma per sciuparlo, per strozzarlo, per arrivare al segreto che sperpera il sé.

*

Che uno ti legga è la verifica – forse può costituirsi un patto, tra il lettore e lo scrittore. Un romanzo – una poesia – è la casa che l’artista costruisce per il lettore. Il lettore la abita, si accorge di dettagli che sono sfuggiti perfino al costruttore. Può attendere per decenni – lo scrittore non arriverà mai. Lui, lo scrittore, vive all’aperto, non ha dove poggiare il capo. (d.b.)

**Gli articoli che hanno dato avvio alla polemica li leggete qui.

*In copertina: Alexandre Dumas fotografato da Nadar; vendeva moltissimo