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Un’ipotesi di lettura del femminismo: “Donne che pensano il mondo” di Mauro Mocchi

La colpa delle donne è ricordare agli uomini le loro”. Questa frase riassume, in breve giro di parole, la tempesta della violenza di genere che, ormai quotidianamente, si rovescia nelle nostre vite. Se non fosse che le parole de I sette a Tebe sono di Eschilo e risalgono al 467 avanti Cristo. A ricordarci che la violenza contro le donne non è una tragedia moderna ma ha radici antiche, antichissime, non una scrittrice, ma Mauro Mocchi, un insegnante, un pensatore, un filosofo, nel volume Donne che pensano il mondo. Una rivoluzione silenziosa (ombre corte editore).

Nel libro si guarda all’universo femminile non con la retorica negli occhi (leggi alla voce Stai zitta: e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, Super ET) ma alle donne viene restituita voce e dignità, non solo cavalcando le ingiustizie e la mancanza di parità di genere, ma ricordando come e quando le donne questo mondo l’hanno pensato. Insomma: un inno e una guida storica al femminismo illuminato per ricordare la parità, senza dirlo, dando voce alle fonti, attraverso testi di donne e sulle donne, dai Greci ai giorni nostri, passando per la Bibbia.

“Testimonianze isolate e lontane nel tempo da guardare come vette che sporgono dalle nuvole, occasioni in cui un pensare ininterrotto e silenzioso riesce finalmente a farsi sentire”. Non si tratta di negare la violenza, anzi, quanto di capire da dove nasca e perché, dando la parola alle donne. Andando indietro nel tempo, partendo da Adamo ed Eva, come si dice, si scoprono interessanti altarini. Partiamo, per esempio, dalla tassa per gli uomini scorretti con le donne. Tassiamoli. A dirlo Platone e non si tratta certo di amore platonico.

Platone formula qui una proposta politica che non è ancora stata presa in considerazione; una proposta che sarebbe all’avanguardia anche nel nostro tempo, in cui la vita privata è teatro di quotidiane violenze contro le donne (mogli, madri, figlie, sorelle) che anche negli Stati democratici non vengono accertate né sanzionate. Nelle Leggi Platone pensa a una riforma simmetrica a quella esposta nella Repubblica (dare alle donne un’adeguata formazione politica): far sì che gli uomini siano altrettanto ben educati alla vita privata”. Ricordiamo anche che a regalarci al mondo è stata, in primis, una donna: “nobiltà dell’uomo è esser nato da madre” (Menesseno).

Lo sguardo non può che correre a Penelope che, secondo il mito, al momento di scegliere il suo sposo, si è coperta gli occhi con una mano. “Unita al celebre gesto di tessere e disfare la tela nella quieta stanza delle ancelle quest’immagine fa di Penelope un simbolo del pensiero autentico: l’attitudine a cogliere con la mente ciò che si sottrae allo sguardo, le impercettibili sfumature e differenze che rendono unico ciò che accade ad ogni istante”. Una pensatrice, insomma. Una donna libera, benché chiusa nelle stanze.

“Il tessere e disfare di Penelope disegna un tempo ciclico ma sempre vario: un tempo che non passa perché torna ogni volta alla propria origine; il tempo del radicamento in un luogo da cui non serve uscire alla scoperta del mondo, perché è esso stesso un intero mondo: il mondo dei valori, idee e opere che la forza generativa e intellettiva delle donne sa creare”. Oltre ad Aspasia di Mileto, alla prima donna editrice della storia, Christine de Pizan, scopro, grazie a questo libro, luminosi esempi di femminismo ante litteram, come la quattrocentesca Isotta Nogarola (“Eva ha peccato con il corpo, Adamo con l’anima”) o l’elogio della verginità di Maddalena Campiglia (“La verginità come emblema di indipendenza” dal Discorso sull’annunciazione, 1585).

E Moderata Fonte, veneziana (nata nel giugno 1555) che sostiene che “senza donna gli huomini sono mal vivi” (da Il merito delle donne). Ricorda la Suor Virginia della storia, per intenderci la monaca di Monza, invece, l’esempio di Suor Arcangela Tarabotti con la sua monacazione forzata. Era zoppa, lievemente, quindi il padre (zoppo pure lui) la destina alla monacazione. “Per tutta la vita rimpiange la libertà perduta e denuncia a voce e per iscritto l’amara condizione delle donne, private del diritto di decidere del proprio destino. In convento si ribella in vari modi all’osservanza della regola. Veste abiti suoi contro l’obbligo di nascondere il corpo sotto la coltre impersonale della tonaca e rifiuta la tonsura portando capelli lunghi e trascurati”.

All’amica, scrive: “Vissi monaca solo di nome non d’habito e di costumi: quello pazzamente vano, questi vanamente pazzi”. Del resto: “mentre la donna genera i figli con le sue sole forze, l’uomo ha potuto trarla da una costola solo con l’intervento di Dio: atto che denota anch’esso una natura più alta e nobile rispetto a chi è plasmato dalla terra”. Da dove viene allora il male, la violenza gratuita contro le donne? “Alla luce del racconto biblico trovano così una spiegazione sia l’aggressività gratuita di tanti uomini sia la sopportazione con cui le donne la subiscono. L’uomo è cioè reso violento nei loro confronti dall’oscura sensazione di essere loro inferiore; è con esse tanto più ingrato quanto più sente che deve loro riconoscenza; non fa che accusarle di vanità e debolezze a cui egli per primo si abbandona all’eccesso”. Gli esempi, come sappiamo, non mancano. I giornali ne sono pieni.

E le donne che pensano il mondo dell’età contemporanea chi sono? Emily Dickinson, Lou Andreas von Salomé, Simone Weil, Hannah Arendt e Julia Kristeva, alcune delle quali grandi pensatrici ebree. “Non ricominciamo la guerra di Troia”, ci esorta Simone Weil da Sulla guerra. Scritti (1938) che lancia un messaggio di grande attualità: “per poter progredire in ogni ambito dell’esperienza bisogna riportarsi alle proprie origini, qui rappresentate dalla Guerra di Troia in quanto evento fondativo della civiltà occidentale”.

È del 2011, invece, l’opera Decalogo per la nuova umanità di Julia Kristeva. Si legge: “Le lotte per una parità economica, giuridica e politica richiedono una nuova riflessione sulla scelta e la responsabilità della maternità. La secolarizzazione è la sola civiltà ad essere ancora priva di un discorso sulla maternità. Il legame passionale tra la madre e il bambino, questo primo Altro, aurora dell’amore e dell’umanizzazione – quel legame nel quale la continuità biologica diventa senso, alterità e parola è un confidare, un affidarsi. Differente dalla religiosità come funzione paterna, la fiducia materna le completa entrambe, partecipando così a pieno titolo all’etica umanistica”. Se “l’umanesimo è un femminismo”, scrive la Kristeva, anche il femminismo può essere un nuovo umanesimo.

Linda Terziroli

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