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	<title>Biblioteca Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 13 Sep 2025 04:23:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Sulla mania di comprare sempre gli stessi libri. Ovvero: conformarsi alle stelle</title>
		<link>https://www.pangea.news/comprare-sempre-gli-stessi-libri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2025 04:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una biblioteca mi ha fatto da culla, mi è stata matrigna.&#160; La madre di mio padre si era trasferita a Milano da Palermo a dodici anni; aveva la quinta elementare; la scaltrezza della creatura viva, terrena. Mio nonno era nato in Francia da immigrati siciliani: una volta, ricordo, mi parlò di Leonardo Sciascia, amava ascoltare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una biblioteca mi ha fatto da culla, mi è stata matrigna.&nbsp;</p>



<p>La madre di mio padre si era trasferita a Milano da Palermo a dodici anni; aveva la quinta elementare; la scaltrezza della creatura viva, terrena. Mio nonno era nato in Francia da immigrati siciliani: una volta, ricordo, mi parlò di Leonardo Sciascia, amava ascoltare Charles Aznavour. Durante la Seconda guerra operò in marina: arrestato in Grecia, fu detenuto ad Amburgo. Si vantava della sua “Enciclopedia Motta” che, in un’altra era, prometteva “il sapere universale”. Era fissato con la geografia.&nbsp;</p>



<p>Le strane accelerazioni della Storia – il Sessantotto, un viaggio in Pakistan, l’idea di ‘essere se stessi’ (mentre a volte è bene apparire per ciò che&nbsp;<em>non</em>&nbsp;si è) – portarono mio padre a diventare il bibliotecario di un piccolo paese in provincia di Torino. I miei nonni – i suoi genitori – sono sepolti a Riccione: il cimitero, in fondo, è una sorta di immensa biblioteca umana, un ossario di memorie – è forse la vera “biblioteca infinita” ideata da Borges. Il figlio, mio padre, che ha il nome del biblico “sognatore”, è sepolto in un microscopico borgo della Val Grande, a cinquecento chilometri di distanza dai genitori. Spero sia felice: nei turni di notte, lassù, lo strigide si combina al capriolo, la chimera al lupo.&nbsp;</p>



<p>La biblioteca, comunque, fu il baratro: il luogo dell’amore e della perdizione, l’alcova e la tagliola.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p>Qualche anno dopo la morte di mio padre, ‘liberai’ dalla biblioteca che aveva diretto&nbsp;<strong><em>Il gioco del mondo&nbsp;</em>di Julio Cortázar.</strong>&nbsp;Non che non lo possedessi: è che quell’edizione – copertina rigida, Einaudi, incellofanata – mi pareva ‘biblica’, perfetta al sogno. Per un po’, riposi in quel libro il mio destino. Mi piaceva l’idea che si potesse leggere al contrario e di sbieco, che parlasse di molto e di niente. Molti anni più tardi – per una di quelle strane accelerazioni della vita – finii a Buenos Aires, incontrai chi aveva incontrato Julio Cortázar.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>È assurda l’idea di&nbsp;<em>possedere</em>&nbsp;dei libri: sono loro che si impossessano di te. Ne sei&nbsp;<em>posseduto</em>, tanto che liberandoli te ne devi liberare. Le parole aprono squarci, finestre o stimmate che siano – ma possono anche recludere.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>In una lettera particolarmente bella – in:&nbsp;<strong>V. Šalamov-B. Pasternak,&nbsp;<em>Parole salvate dalle fiamme</em>, Archinto, 1993</strong>&nbsp;– Varlam Šalamov rimproverava Boris Pasternak, che con svezzato sussiego parlava con sufficienza delle sue poesie. Nei campi, in Siberia, c’è gente che è sopravvissuta con le sue poesie; c’è gente che si è ricordata cos’è un uomo (cioè: la creatura disposta a dare la vita per un altro, sconosciuto) leggendo le sue poesie.&nbsp;</p>



<p>I libri non salvano la vita – ci danno la vita; non insegnano a vivere, creano la vita. I libri sono un uovo cosmico (leggi sotto). Per questo ogni regime – tirannico o democratico che sia – sottrae i libri ai propri elettori sudditi o favorisce un ‘sistema’ culturale basato sul mero mercato: così si forgia un popolo servile, un popolo reclino sul proprio misero io, un popolo immiserito nel cuore, un popolo di paglia, logorato, già cenere.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p>A Lima soggiornavo all’Hotel Ariosto: nelle librerie i libri costavano più che in Italia, ma lo stipendio medio di un peruviano non superava i trecento euro italiani. Cercavo le poesie di César Vallejo; qualcuno, al mercato – così sgargiante che lo chiamai Armida – intonò i frammenti di un’epopea andina. Finché non recidono il suo canto, finché non lo sradicano dal linguaggio, l’uomo è vivo, la sua stirpe prolifera.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Un tempo, quando i libri si compravano nelle librerie, s’intraprendevano folli avventure per cercare il libro definito, quello&nbsp;<em>della svolta.&nbsp;</em>Vagabondai per giorni, a Milano, prima di trovare&nbsp;<strong>la “Trilogia di Valis” di Philip K. Dick.&nbsp;</strong>Edizione Oscar Mondadori, in cofanetto. Perché mi fossi ostinato a quel libro – torbido, involuto, teologico – non lo so. A volte di un libro ci cattura l’aura – basta quella.&nbsp;</p>



<p>Entrando in libreria – come si entra in una città perduta – era possibile fare incontri inattesi. La vita digitalizzata – il demoniaco dominio del cellulare, insomma – ha recluso le nostre esistenze in un tunnel. Viviamo nei bunker dell’io. In spazi senza accesso, senza concessione. Prima, tutto era un bosco – si era disposti alla scoperta, pronti allo straordinario, i prediletti dell’insperato.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Intendo dire: la ricerca del libro assoluto. Il libro-tutto. Il libro che somma cielo e terra, che abbraccia i vivi e i morti. Il libro che vivifica. Che fa risorgere.&nbsp;</p>



<p>Ad esempio: purché sia escluso da quella rivelazione, possiedo – e sono stato posseduto – da una serie di edizioni&nbsp;<strong>dell’I-Ching, l’arcano libro divinatorio cinese.&nbsp;</strong>Preferisco l’edizione curata da Eranos; l’ho avuto nelle versioni inglese, francese, spagnola.&nbsp;</p>



<p>Da ragazzo, conferivo le stesse facoltà – chiamatela taumaturgia del linguaggio –&nbsp;<strong>ai libri di Thomas S. Eliot.</strong>Rapivo ogni possibile traduzione della&nbsp;<em>Terra desolata</em>; mi confinai nei&nbsp;<em>Quattro quartetti</em>. Dal canonico viaggio in Inghilterra – fatto in treno, dormendo dove capitava – tornai povero di tutto ma con l’edizione Faber dei&nbsp;<em>Selected Poems</em>&nbsp;di Eliot. Più tardi, da adulto, provai una simile&nbsp;<em>coincidenza</em>&nbsp;con&nbsp;<strong>l’opera di Saint-John Perse.</strong></p>



<p>*</p>



<p>A volte un libro è il solo conforto: ma con i libri non si tratta, si lotta; infine, finisci per odiarli. C’è differenza tra claustrale e claustrofobico.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Questo articolo voleva affrontare un argomento che può apparire assurdo ai più. È questo: comprare più volte lo stesso libro. Preciso: non lo stesso libro in altra traduzione o diversa edizione (pratica buona &amp; giusta, a volte necessaria), ma lo stesso libro nella stessa traduzione pubblicata dallo stesso editore nello stesso anno. Una copia. Una copia di una copia di una copia. Che assurdità. È come se ri-comprando lo stesso libro – o ri-rubandolo – potessi azzerare l’esperienza di lettura precedente (dunque: potessi azzerarti). Come se potessi ‘riverginare’ il libro. Oppure, come se quella innaturale fedeltà potesse concederti un accesso privilegiato alle zone segrete, alle zone oscure di quel libro.&nbsp;</p>



<p>Già, perché il principio di ogni libro è che abbia un unico lettore, un lettore eletto: tu. Gli altri sono dei vili mestatori di opinioni, degli eresiarchi. Tu sei il solo custode della verità appena sussurrata da quel libro che, pur tirato in migliaia di copie, esiste perché proprio tu lo legga. È stato scritto per te, incidentalmente gettato in pasto al vile mercato degli altri.&nbsp;</p>



<p>I libri esistono in un’unica copia, per un solo lettore. Tu.</p>



<p>*</p>



<p>(Diamoci il privilegio, in questo tempo brutale, in questo tempo funesto, di parlare di cose frivole, di cose che ci tengono stretti all’umano. Anche questo – come si accarezza un albero e si guardano le stelle – è un atto di grazia e di esistenza).&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Il primo libro che ho comprato almeno tre volte è&nbsp;<strong>l’<em>Ulisse</em>&nbsp;di Joyce.</strong>&nbsp;La sua lettura mi folgorò, al liceo – avevo un’insegnante di inglese particolarmente severa, che mi ha inoltrato nell’opera di Yeats e di Ezra Pound. Ho comprato tre copie dell’<em>Ulisse</em>, a distanza di tre anni, perché non lo capivo. Più non lo capivo, più mi incaponivo, mi incapronivo, mi incapricciavo. Quel libro racchiudeva un mondo, quel mondo non mi piaceva, ma lo volevo capire. Lo volevo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-2-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104865" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-2-649x1024.jpg 649w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-2-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-2-600x946.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-2.jpg 685w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Un giorno, spiazzandomi, l’insegnante di inglese mi disse di preferire la letteratura mitteleuropea: il suo libro del cuore era&nbsp;<strong><em>La morte di Virgilio</em>&nbsp;di Hermann Broch.</strong>&nbsp;A casa, mio padre ne aveva una copia. Il volto di Broch, in copertina, pareva quello di un alienato: a metà tra il Minotauro e il grifone. Il libro mi parve infinitamente più vasto e vertiginoso dell’<em>Ulisse</em>: ne ho ancora tre o quattro copie, da qualche parte.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>I libri che, negli anni, senza che ve ne sia bisogno, senza ritegno, si comprano più copie rientrano in un rango augusteo e angusto. Solo pochi vi appartengono. E – questo l’ho capito negli anni – ad appartenervi non sono per forza i libri più belli, quelli a cui siamo più affezionati. Di quelli, basta la copia originaria, basta riaprire quella per rientrare nelle proprie origini. Faccio un esempio che mi riguarda. Ho diverse copie del&nbsp;<strong><em>Libro della giungla</em>&nbsp;di Rudyard Kipling</strong>&nbsp;perché, senza che lo abbia scelto, è penetrato nella mia infanzia. Ancora oggi, voglio essere Mowgli e Bagheera. “Non c’è chi non ne abbia sentito il fascino”, è scritto, scagionando la mia ossessione, nella&nbsp;<em>Nota</em>&nbsp;introduttiva dell’edizione Bur del 1951: l’ho trovata in un mercatino, qualche anno fa. La traduttrice, Giuliana Pozzo Galeazzi, ha tradotto anche&nbsp;<em>Jane Eyre</em>&nbsp;e Bertrand Russell. Il&nbsp;<em>Libro della giungla</em>&nbsp;non è il mio libro preferito – è il mio libro e basta.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Lo stesso rapporto infantile, selvatico, mi lega a&nbsp;<strong><em>Moby Dick</em></strong>&nbsp;– ne avevo decine di edizioni diverse, la prima apparteneva a mio padre: edizione Frassinelli,&nbsp;<em>total white</em>, traduzione di Cesare Pavese.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Ai libri di cui ho comprato – o rubato – diverse copie mi lega un rapporto di amore e odio. Ne amo la nomea, il portamento, l’apertura alare, per così dire – eppure, continuo a sfidarli perché non sono riuscito a penetrarli. Ogni volta, rinnovo la sfida. Tra questi libri così singolari, che mi visitano ogni eone di mesi, ricordo&nbsp;<strong><em>La montagna incantata</em>&nbsp;di Thomas Mann,&nbsp;<em>La storia di Genji il Principe Splendente&nbsp;</em>di Murasaki Shikibu,&nbsp;<em>Rigodon</em>&nbsp;di Céline,&nbsp;<em>Sotto il vulcano</em>&nbsp;di Malcolm Lowry.</strong>&nbsp;Sono libri che mi tormentano, di cui conosco alcune pagine a memoria, che ogni volta rileggo e abbandono. Benché possa citarne altri a me più cari – chessò,&nbsp;<strong><em>Cuore di tenebra</em>&nbsp;di Conrad,&nbsp;<em>L’urlo e il furore</em>&nbsp;di Faulkner,&nbsp;<em>Meridiano di sangue</em>&nbsp;di Cormac McCarthy,&nbsp;<em>Come l’acqua che scorre</em>&nbsp;di Marguerite Yourcenar,&nbsp;<em>Chadži-Murat</em>&nbsp;di Tolstoj</strong>&nbsp;– sono quelli i libri che mi accompagneranno, mordendomi il cranio, fino alla fine.</p>



<p>*</p>



<p>Di alcuni libri, è vero, ho acquistato più e più copie, per regalarli – non rientrano nel lotto della lotta. Tra questi, sono affezionato, con rigore totale, a&nbsp;<strong><em>Il colpo di grazia</em>&nbsp;della Yourcenar e alla&nbsp;<em>Casa delle belle addormentate</em>&nbsp;di Yasunari Kawabata.&nbsp;</strong>Allo stesso modo, i libri che ci sono stati donati vivono in uno spazio tutto loro. Regalare un libro presuppone una intimità che intimidisce. Chi ci regala un libro pensa che siamo in qualche modo incardinati in quel libro, promessi a quel verbo: lo leggiamo, allora, per scoprire chi siamo agli occhi di chi ce lo ha donato. Le scoperte – e i fraintesi – sono spesso sorprendenti, a tratti agghiaccianti. Un libro che ci è stato donato e che non ci riguarda – che mancanza di riguardo – può essere donato a sua volta.&nbsp;</p>



<p>Valgono come autentici doni, però, soltanto i libri che abbiamo vissuto intensamente, quando non sottolineato e appuntato e strappato. Ricordo un’edizione delle lettere di Kafka a Milena – Mondadori, traduce Ferruccio Masini – che mi è stata regalata molti anni fa: modesta, sbrindellata, piena di note. Il regalo più bello – un patto.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Cito soltanto romanzi. I poeti non rientrano in queste viete classifiche: hanno la pretesa di incendiare l’intera biblioteca e di resistere, frantumi di un futuro ancora da costruire. La poesia vuole dedizione, solitudine, amore; le poesie vanno imparate a memoria, il loro supporto non è un libro, ma l’intero corpo di chi legge.&nbsp;</p>



<p>Quando mi hanno regalato Hugo von Hofmannsthal, ad esempio, ho fatto i salti di gioia, fino a dire: è lui il più grande, è più grande di Rilke! Un’eresia, è vero, ma come si fa a non amare&nbsp;<em>assolutamente</em>&nbsp;un poeta?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-1024x1024.png" alt="" class="wp-image-104866" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-1024x1024.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-300x300.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-150x150.png 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-768x767.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-600x600.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV-100x100.png 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/KOTIK-LETAEV.png 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ogni volta che vado in libreria – ci vado di rado, ridotto per lo più a un ebete analfabetismo leggo soltanto i Vangeli, perimetrando la mia enorme inermità – non posso non comprare un’edizione del&nbsp;<strong><em>Dottor&nbsp;</em></strong><strong><em>Živago</em></strong>: credo che sia uno dei libri&nbsp;<em>decisivi</em>&nbsp;del secolo, ma le poesie di Boris Pasternak siano infinitamente più belle. In questo, seguo il giudizio di Varlam&nbsp;Šalamov. Eppure, ogni volta torno a comprare&nbsp;<em>Il</em>&nbsp;<em>dottor&nbsp;</em><em>Živago –&nbsp;</em>è una malattia la mia, lo so,&nbsp;<em>voglio</em>&nbsp;che&nbsp;<em>Il</em>&nbsp;<em>dottor&nbsp;</em><em>Živago&nbsp;</em>sia il libro totale, il libro che risponde a ogni mio enigma, il libro che mi corrisponde. Ogni volta rileggo&nbsp;<em>Il dottor&nbsp;</em><em>Živago</em>, ogni volta lo mollo – c’è qualcosa di&nbsp;<em>liquido</em>, qualcosa di paludoso che mi respinge.&nbsp;</p>



<p>In una delle ultime edizioni acquistate – Nuova Universale Einaudi, 44, 1968 – la prefazione di Eugenio Montale non è d’aiuto. Il grande poeta, da poco senatore a vita, scriveva prefazioni di solito gelide, attrezzate in sprezzatura, a tratti ingenerose, alle&nbsp;<em>Liriche cinesi</em>&nbsp;come alla&nbsp;<em>Coscienza di Zeno</em>; scrisse che “<em>Il</em>&nbsp;<em>dottor&nbsp;</em><em>Živago</em>è uno di quei libri che possono dar tempo al tempo”, che è come dire tutto e nulla.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>In ogni caso, ogni biblioteca privata esiste per essere spezzata. La biblioteca non è una voliera, è come un rapace: deve prendere il volo. Non si possono imprigionare i libri: hanno un destino vivente, di albero, di roccia. Eredità di eresie. Giampiero Neri, antico sapiente della poesia italiana, citava nei suoi libri innumeri altri libri, tra i tantissimi: Omero, Laozi, Melville, Tacito, i&nbsp;<em>Ricordi di un entomologo</em>&nbsp;di Jean-Henri Fabre. Recitava a memoria Dino Campana e Virgilio, amava la&nbsp;<em>Vita di Milarepa</em>. Eppure, la biblioteca di casa sua era scarna, uno scaffale appena. Neri regalava i libri a chiunque andava a trovarlo: io scelsi&nbsp;<strong>le&nbsp;<em>Conversazioni con Kafka</em>&nbsp;di Gustav Janouch</strong>&nbsp;in una vecchia edizione Guanda.&nbsp;</p>



<p>Anche Nicola Crocetti, ogni volta che vado a trovarlo, si congeda dai suoi libri, regalandomeli: l’ultimo,&nbsp;<strong><em>Kotik Letaev</em>, è presentato come “il capolavoro di Andrej Belyj, il Joyce russo”.</strong>&nbsp;Lo ha curato Serena Vitale per “La biblioteca blu”, la formidabile collana di Franco Maria Ricci, era il 1973; il libro è stato stampato “a Torino presso il signor Giovanni Zeppegno”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Vagabondando di qui e di là, ho smarrito gran parte dei miei libri: che bello, li rincorrerò per sempre.&nbsp;<em>Eredità</em>&nbsp;è una parola-cecchino.&nbsp;<em>Kotik Letaev</em>&nbsp;mi fissa, mi squadra, è un libro sproporzionato: più che leggerlo, me lo immagino. Prima di leggerli, i libri vanno immaginati – se non sono all’altezza della vostra immaginazione, gettateli via.&nbsp;</p>



<p>La copertina di&nbsp;<em>Kotik Letaev</em>, bellissima, raffigura una serpe avvolta intorno a un uovo. Secondo il mito pelasgico, Ofione, il serpente, si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome, “e ne uscirono tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, la terra con i suoi monti, con i suoi fiumi, con i suoi alberi e con le erbe e le creature viventi” (così Robert Graves nei&nbsp;<em>Miti greci</em>, libro più volte trafugato, più volte ricevuto in dono).&nbsp;</p>



<p>Non servono più i libri, ma conformarsi alle stelle, stare nel verbo vivente.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“La morte dei vinti è necessaria”. Gita nella biblioteca di Stalin</title>
		<link>https://www.pangea.news/biblioteca-stalin-geoffrey-roberts/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Feb 2022 06:43:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[Geoffrey Roberts]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi, come si dice, con fatuo patriottismo, siamo arrivati prima. Nella nota biografica, Armando Torno – già responsabile delle pagine culturali del “Corriere della Sera” e fondatore della “Domenica” del “Sole 24 Ore” – ricorda di aver “frequentato la Russia per oltre un decennio” e di essere stato “l’unico giornalista italiano ad accedere alla biblioteca [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Noi, come si dice, con fatuo patriottismo, <em>siamo arrivati prima</em>. Nella nota biografica, Armando Torno – già responsabile delle pagine culturali del “Corriere della Sera” e fondatore della “Domenica” del “Sole 24 Ore” – ricorda di aver “frequentato la Russia per oltre un decennio” e di essere stato “l’unico giornalista italiano ad accedere alla biblioteca di Stalin”. <a href="https://www.mariettieditore.it/9788821197512-le-rose-di-stalin" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Chi è interessato legga <em>Le Rose di Stalin</em>, edito da Marietti nel 2020.</strong></a> Tra le cose più sfiziose rintracciate setacciando i resti dell’antica biblioteca – 5mila testi su 25mila originari, dissipati da scaltri burocrati – spicca l’edizione dei <em>Fratelli Karamazov</em> chiosata da ‘Koba’: era interessato “alle frasi del monaco Zosima, soprattutto quando parla dei rapporti tra Chiesa e Stato”. Alla <a href="https://yalebooks.co.uk/display.asp?K=9780300179040" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Stalins’Library</em></strong> <strong>– sottotitolo: <em>A Dictator and his Books</em> – è dedicato uno studio di Geoffrey Roberts</strong></a>, professore emerito di storia presso l’University College Cork, appena pubblicato dalla Yale University Press. “Stalin credeva nel potere persuasivo della parola: avido lettore fin dalla tenera età, ha accumulato una collezione personale di migliaia di libri, assai diversi tra loro, spesso annotati con scritti marginali che denotano i suoi pensieri, le intime convinzioni”: così promette la ‘quarta’ del libro. In un articolo pubblicato <a href="https://www.spectator.co.uk/article/stalin-the-intellectual-the-dictator-cast-in-a-new-light" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>sullo “Spectator”, <em>Stalin the intellectual: the dictator cast in a new light</em>, Nigel Jones</strong></a> riassume il libro in questi toni:</p>
<p>“In gioventù, Stalin aveva pubblicato alcune poesie intrise di patriottismo, dal ritmo romantico, nel nativo georgiano, prima che la politica assorbisse tutte le sue energie. Da onnipotente sovrano, era arbitrario nel modo di trattare gli scrittori: favorì la morte di bolscevichi leali ma critici, come Majakovskij e Gor’kij, difese anticomunisti come Bulgakov – andò a vedere quindici volte, a teatro, <em>I giorni dei Turbin</em> – e Pasternak, ‘Lasciate stare quel cittadino delle nuvole’, pare abbia detto accennando a lui&#8230; Era un avido lettore. La sua biblioteca comprendeva circa 25mila volumi, che coprivano un’ampia gamma di generi, dalla storia militare alla biografia, dall’economia alla letteratura. La biblioteca di Stalin devia la nostra percezione di un assassino paranoico, interessato soltanto al potere; la rende, infine, più spaventosa: il dittatore era un pensatore pronto a tradurre le proprie idee in proiettili da sparare in faccia a chi pensava diversamente da lui”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89498 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/7161jdbRCgL-182x300.jpg" alt="" width="355" height="587" /></p>
<p><strong>Secondo un’antica intuizione di Iosif Brodskij, il poeta accusato di “parassitismo sociale” dai burocrati sovietici, in esilio dal proprio paese e Nobel per la letteratura nel 1987</strong>, un politico dovrebbe essere valutato in base alle proprie idee letterarie, da ciò che pensa di Balzac e Dostoevskij, dalla propria libreria, insomma. Chissà da quale libreria privata si abbeverano i nostri parlamentari, verrebbe da chiedere. Il resto, va da sé – o quasi.</p>
<p>Qui pubblichiamo un estratto da <em>Stalin’s Library</em>.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Nel maggio del 1925 Iosif Stalin affida al suo staff una missione della massima importanza: classificare la propria collezione di libri.</strong> Ecco il testo.</p>
<p><em>Avviso (e richiesta):</em></p>
<p><em>Classificare i libri non per autore ma per genere:</em></p>
<p><em>a. Filosofia<br />
b. Psicologia<br />
c. Sociologia<br />
d. Politica economica<br />
e. Finanza<br />
f. Industria<br />
g. Agricoltura<br />
h. Cooperazione<br />
i. Storia russa<br />
j. Storia di altri paesi<br />
k. Diplomazia<br />
l. Affari interni ed estesi<br />
m. Questioni militari<br />
n. Questioni nazionali<br />
o. Congressi e conferenze<br />
p. Posizione dei lavoratori<br />
q. Posizione dei contadini<br />
r. Komsomol [Unione della Gioventù Comunista Leninista Russa]<br />
s. Storia delle rivoluzioni di altri paesi<br />
t. 1905<br />
u. Rivoluzione febbraio 1917<br />
v. Rivoluzione ottobre 1917<br />
w. Lenin e il Leninismo<br />
x. Storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica<br />
y. Discussioni intorno al Partito Comunista dell’Unione Sovietica<br />
z. Sindacati<br />
aa. Letteratura<br />
bb. Critica<br />
cc. Riviste politiche<br />
dd. Riviste scientifiche<br />
ee. Dizionari<br />
ff. Biografie e memorie</em></p>
<p><em>Escludere da tale classificazioni i libri di questi autori: Lenin; Marx; Engles: Kautsky; Plekhanov; Trotskij; Bukharin; Zinov’ev; Lafargue; Luxemburg; Radek.</em></p>
<p><em>Il resto va classificato per autore.</em></p>
<p><strong>Evidentemente, Stalin immaginava una biblioteca piuttosto grandiosa, che custodisse una vasta e diversificata riserva della conoscenza umana,</strong> che non riguardasse soltanto le scienze umane e sociali, ma anche la filosofia estetica, la letteratura, le scienze naturali. Lo schema combinava la classificazione bibliotecaria convenzionale con categorie che riflettevano gli interessi particolari di Stalin per la storia, la strategia, i movimenti rivoluzionari, comprese le opere di antibolscevichi socialisti come Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, e gli scritti di rivali interni come Trotskij, Kamenev, Zinov’ev. Naturalmente, il posto d’onore andava ai fondatori del marxismo e al principale esponente moderno, Lenin.</p>
<p>Stalin leggeva in modo selettivo e completo o in forma superficiale. Alcuni libri li ha soltanto sfogliati, a volte perdeva interesse dopo poche pagine e si avviava alla conclusione. La maggior parte dei libri residui della sua collezione non è contrassegnata da autografi, dunque non sappiamo cosa Stalin abbia effettivamente letto. Lo storico Erik van Ree suggerisce che Stalin avesse l’abitudine di segnare i libri che leggeva. È raro che i lettori (a meno che non siano insegnati o scrittori) segnino i libri di narrativa: Stalin non fa eccezione. Per lo più, i testi annotati sono di saggistica. <em>Pometki</em>, la parola russa che indica tali segni, comprende annotazioni verbali e disegni, sul margine delle pagine. Stalin segnava frasi o paragrafi che lo interessavano con una linea verticale, di fianco al testo. Per dare una struttura a questi segni, li numerava: a volte ha segnato con centinaia di tratti un unico testo. Altrimenti, scriveva sul bordo del testo la frase o la parola che lo aveva colpito. Capita che Stalin segni e tenga con sé libri presi in prestito dalla Biblioteca Lenin o da altre istituzioni statali.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89499 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/1_9pP_nOj7ci7uekRmXGa5ug-300x147.png" alt="" width="700" height="343" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/1_9pP_nOj7ci7uekRmXGa5ug-300x147.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/1_9pP_nOj7ci7uekRmXGa5ug-1024x501.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/1_9pP_nOj7ci7uekRmXGa5ug-768x376.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/1_9pP_nOj7ci7uekRmXGa5ug.png 1277w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Oltre ad annotare quasi novecento libri della sua personale biblioteca, Lenin riempiva quaderni di citazioni, riassunti, commenti legati ai testi che lo interessavano. Stalin segna esclusivamente i libri. A volte, per recuperare facilmente un paragrafo, inseriva piccole strisce di carta tra le pagine. Alcuni di questi segnalibri, ingialliti e sbriciolati dal tempo, si possono trovare nella collezione che custodisce i libri della biblioteca di Stalin. <strong>Charles Dickens era tra gli scrittori letti da Stalin. Dickens veniva studiato nelle scuole sovietiche, i suoi romanzi usati come propedeutica per imparare la lingua inglese.</strong> Ai bolscevichi non piacevano tutti i suoi romanzi – l’antirivoluzionario <em>Racconto di due città</em>, ad esempio – ma apprezzavano la cupa descrizione del capitalismo industriale del XIX secolo.</p>
<p>Gli appunti di Stalin variavano a seconda dell’umore e dei propri fini. Di solito, erano informativi, strutturati, disciplinati. In genere, Stalin usava matite blu, verdi e rosse per le note. A volte usava abbreviazioni; non sempre la calligrafia è leggibile. Lo stile delle note muta negli anni: la vecchiaia rende Stalin meno prolisso. <strong>Nel leggere le note di Stalin si è tentati di estrapolare significati profondi, per ghermire la sua psiche. Per lo più, però, Stalin legge per piacere, le sue annotazioni non rivelano altro che l’interesse per quel particolare libro. </strong></p>
<p>Il bibliotecario-archivista Yuri Sharapov è stata una delle ultime persone a vedere intatta la collezione dei libri di Stalin. Nel suo libro di memorie, pubblicato nel 1988, rivela l’insistenza di Stalin nell’annotare i libri, e l’entità della sua biblioteca. “Gli appunti presi sul margine dei libri sono un genere piuttosto pericoloso. Tradiscono l’autore, la sua natura emotiva, il suo intelletto, le inclinazioni”. Gli storici hanno cercato tra le note di Stalin riferimenti alla sua indole, uno sguardo sull’abisso, per così dire. Le annotazioni su un paio di pagine dell’edizione russa di un romanzo di Anatole France, ad esempio, riguardano riflessioni sull’esistenza di Dio. Si è scoperto che erano della figlia di Stalin, Svetlana: lo stile è simile a quello del padre, ma più irriverente e caustico. <strong>Pare che Stalin sia stato strategico anche in questo: “è difficile penetrare la sua identità”, ha detto lo storico Evgenij Gromov dopo aver studiato la mole delle annotazioni. </strong></p>
<p>Una truppa di esegeti ha tentato di ricavare qualche senso da una frase sottolineata da Stalin su un libro di storia russa del 1916: “La morte dei vinti è necessaria alla tranquillità dei vincitori”. È attribuita a Gengis Khan. Dedurre pogrom e Gulag da una frase sottolineata da Stalin pare davvero troppo.</p>
<p>Un altro riferimento che ha mandato in estro gli storici è la breve nota scritta sull’ultima pagina di un’edizione del 1939, fortemente sottolineata, di <em>Materialismo ed empiriocritismo</em>, il saggio di Lenin. “1. Debolezza. 2. Ozio. 3. Stupidità. Queste sono le sole cose che possiamo dire <em>vizi</em>. Il resto è indubbiamente virtù. Se un uomo è <em>1</em> forte (spiritualmente) <em>2</em> attivo e <em>3</em> intelligente allora è buono, indipendente da ogni altro <em>vizio</em>”.</p>
<p>Secondo l’accademico britannico Donald Rayfield questa è “l’affermazione più significativa” che Stalin abbia mai fatto. <strong>“Il commento di Stalin dona una patina machiavellica al credo di un antieroe satanico dostoevskjiano, è una sorta di epigrafe alla sua vita”.</strong> Lo storico inglese Robert Service valutò “intrigante” la nota, riflettendo su quanto “gli antichi studi al seminario di Tbilisi” avessero “lasciato un’impronta indelebile” nella sua formazione, visibile nell’uso “della terminologia religiosa, che riguarda peccato e vizio”. Secondo Slavoj Žižek la nota è “una formula concisa di etica immorale”. Tutto bello: peccato che la calligrafia non sia di Stalin. Chi abbia scritto quelle parole e come siano finite in un libro della biblioteca di Stalin è tuttora un mistero.</p>
<p><strong><em>Geoffrey Roberts</em></strong></p>
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		<title>Mi arriva una mail. “Si comunica che in ottemperanza… la biblioteca resterà chiusa”. E io che vorrei farmi chiudere, dentro una biblioteca. Non mi resta che leggere Murakami</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 12:04:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi arriva una mail. Leggo. “Si comunica che, in ottemperanza eccetera eccetera, la biblioteca resterà chiusa dal giorno… al…”. La chiusura di un posto affollatissimo? Nel mio immaginario, la biblioteca è il paradiso dei solitari. Un silenzio zeppo di voci, la sospensione del tempo, una pace inaudita. Dovrebbero chiudermi dentro. Come ne La strana biblioteca [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/biblioteca-terziroli/">Mi arriva una mail. “Si comunica che in ottemperanza… la biblioteca resterà chiusa”. E io che vorrei farmi chiudere, dentro una biblioteca. Non mi resta che leggere Murakami</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p><strong>Mi arriva una mail. Leggo. “Si comunica che, in ottemperanza eccetera eccetera, la biblioteca resterà chiusa dal giorno… al…”. La chiusura di un posto affollatissimo? Nel mio immaginario, la biblioteca è il paradiso dei solitari. Un silenzio zeppo di voci, la sospensione del tempo, una pace inaudita.</strong> Dovrebbero chiudermi dentro. Come ne<em> <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/senza-materia/la-strana-biblioteca-murakami-haruki-9788806225889/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>La strana biblioteca</strong></a></em><strong><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/senza-materia/la-strana-biblioteca-murakami-haruki-9788806225889/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> di Haruki Murakami</a></strong> (Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore)? Sì e no. Ci risiamo. Piombo di nuovo, senza volerlo, dentro Murakami. La situazione attuale è così surreale da far sembrare reale ciò che non lo è. E se ci chiudessero in una <em>strana biblioteca</em>?&nbsp;</p>



<p>Nel romanzo, un ragazzo viene chiuso nel sotterraneo di una biblioteca da un malvagio vecchietto. Un misterioso uomo-pecora lo obbliga a imparare a memoria tre tomi sulla tassazione nell’Impero ottomano. Nella biblioteca il silenzio è più profondo del solito. Le scarpe che indossa il ragazzo sono nuove di zecca, il cuoio scricchiola, sul pavimento. Al banco della biblioteca, una donna. Il ragazzo restituisce due libri presi in prestito, <em>Come costruire un sottomarino </em>e <em>Memorie di un guardiano di pecore</em>. “La donna guardò dietro le copertine per controllare la data di consegna. L’avevo rispettata, naturalmente. Rispetto sempre le date di consegna. È quello che mi ha sempre raccomandato mia madre. La stessa cosa vale per i guardiani di pecore. Se non rispettano gli orari, le pecore finiscono coll’agitarsi”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/978880622588GRA.jpg" alt="" class="wp-image-81112" width="293" height="461" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/978880622588GRA.jpg 250w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/978880622588GRA-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 293px) 100vw, 293px" /></figure>



<p>Il ragazzo, logicamente, vuole prendere in prestito altri libri. Deve scendere e andare a destra, stanza numero 107, in fondo al corridoio. “Ai piedi della scala mi incamminai verso destra, e alla fine del corridoio mal illuminato, in effetti trovai una porta col numero 107. <strong>Ero stato in quella biblioteca un centinaio di volte, ma non sapevo che ci fosse un piano interrato. Bussai. Pensavo di aver bussato piano, invece i colpi riecheggiarono nel corridoio come se avessi sbattuto una mazza da golf contro i cancelli dell’inferno”.</strong> Il giovane entra nella stanza, al centro un vecchio molto basso, calvo, un paio di occhiali dalle lenti spesse, la faccia con piccole macchie nere, “sotto il mento la pelle gli pendeva come una mongolfiera bucata”. Al ragazzo interessa scoprire come vengono riscosse le tasse nell’Impero ottomano, una curiosità che è il frutto di un’associazione di idee, mentre tornava a casa da scuola. Il vecchietto gli porta tre grossi volumoni che si possono consultare esclusivamente in una stanza della biblioteca. Una stanza sul retro. Sono le cinque e venti e la biblioteca sta per chiudere. Per il vecchio l’orario di chiusura della biblioteca non è affatto un problema. Invita il ragazzo a seguirlo.</p>



<p>“Oltre la porta interna c’era un corridoio in penombra, rischiarato dalla luce di una lampadina che sembrava arrivata a fine vita”. Dopo una biforcazione, un’altra. E poi altre ancora. Il vecchietto conosce a memoria il percorso che porta alla stanza sul retro. Nei sotterranei della biblioteca, si snoda un labirinto. La metafora della letteratura, della conoscenza, della vita. La sua oscura incomprensibilità. Il nostro smarrimento. <strong>“Ero molto confuso. Che cosa assurda! Come poteva la nostra biblioteca cittadina avere nel sottosuolo un labirinto di tali dimensioni? Le biblioteche sono sempre a corto di fondi: costruire anche il più piccolo labirinto è al di là dei loro mezzi”. Alla fine, dopo un periplo inspiegabile, il ragazzo arriva alla stanza sul retro.</strong> Ma che cosa significa questo dedalo di strade che portano all’unico posto dove si può leggere il libro di cui è vietato il prestito? C’è da perdersi, come in un cimitero di notte. “Gira e rigira, alla fine arrivammo a una grande porta di ferro. ‘Sala di lettura’, diceva il cartello che vi era appeso. Il posto era silenzioso come un cimitero di notte”.</p>



<p>Forse la chiusura di ogni biblioteca è un male necessario. Un medicamento. Può darsi. Strappo la conclusione dall’ultima pagina di un altro racconto dello scrittore giapponese: “Poteva darsi che i suoi problemi si risolvessero, e poteva darsi di no”.</p>



<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/biblioteca-terziroli/">Mi arriva una mail. “Si comunica che in ottemperanza… la biblioteca resterà chiusa”. E io che vorrei farmi chiudere, dentro una biblioteca. Non mi resta che leggere Murakami</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Fairy_Tales_Boston_Public_Library-691x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>10 libri che dovete assolutamente leggere. Per un canone “inverso” della letteratura del Novecento. Da William Golding a Cristina Campo, da Hermann Broch a René Char e Cormac McCarthy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 11:15:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Superfluità del caso. Andrea Cortellessa – critico insigne, che ha da insegnare – impila il canone del Ventennio, su “Tuttolibro” de “La Stampa”. L’articolo s’intitola “Del XXI secolo il canone è questo”, ci tornerò. Sabato prossimo, piuttosto, alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia – per chi ha gambe, si inizia alle 16,30 – stilerò, addirittura, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/canone-letteratura-del-novecento/">10 libri che dovete assolutamente leggere. Per un canone “inverso” della letteratura del Novecento. Da William Golding a Cristina Campo, da Hermann Broch a René Char e Cormac McCarthy</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Superfluità del caso. Andrea Cortellessa – critico insigne, che ha da insegnare – impila il canone del Ventennio, su “Tuttolibro” de “La Stampa”. L’articolo s’intitola “Del XXI secolo il canone è questo”, ci tornerò. Sabato prossimo, piuttosto, <a href="http://www.sangiorgio.comune.pistoia.it/incontro-con-davide-brullo/?fbclid=IwAR0wgAMf9oi4IWal4vr1zaI_rWVEBrqIUwHZHey0MC1HvN688NnfdfE_gdY#.XiAkrchKhPZ" target="_blank" rel="noopener noreferrer">alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia</a> – per chi ha gambe, si inizia alle 16,30 – stilerò, addirittura, “Un canone letterario per il Novecento” (s’intenda: d’Occidente). Non sono un critico ma il buffone di corte, del corteo letterario, per cui ogni bizzarria è lecita. Il canone che mi è stato chiesto di stilare, in dieci libri, coglie due regole di partenza: a) che sia un canone “inverso”, magari sinistro, comunque anomalo (insomma: non ci sono i titani dati per certi e per letti, Joyce, Proust, Woolf, Mann, Montale etc.); b) che dietro ogni libro – a volte riscoperto, imposto dall’oblio – ci sia una storia, uno squarcio in forma di ferita sulla Storia. Insomma, ecco il mio canone. Un gioco. In verticale, a testa sotto. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/piu-impetuoso-lamore-volte-sorpassando-la-natura-precedeva-sole-lezione-poesia-boris-pasternak/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Boris Pasternak</a>, <em>Poesie</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immenso artista, di austera sensibilità, Pasternak raffigura l’emblema del poeta che reagisce agli orrori della Storia con la statura dell’opera. Pianse la morte di Tolstoj, fu amico di Rainer Maria Rilke, amato da Marina Cvetaeva, sodale di Vladimir Majakovskij. Come ha scritto Angelo Maria Ripellino, egli “passava nel folto delle battaglie che avrebbero mutato la Russia, come un sonnambulo, destandosi a tratti per annotare con voce assonnata, non le gesta del popolo, ma i prodigi del cosmo”. Prodigiose, le sue poesie sono il salterio del Novecento: cullano e confondono, tramortiscono di nostalgia, ci portano fuori dal tempo, tramutano in betulle e volpi artiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/saint-john-perse-il-poeta-che-ha-preso-a-cazzotti-hitler-e-ha-inventato-leuropa-e-che-nessuno-pubblica-come-si-deve/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Saint-John Perse</a>, <em>Esilio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Braccio destro di Aristide Briand, ideatore degli “Stati Uniti d’Europa”, alto diplomatico per il Governo Daladier, fu il solo, durante la Conferenza di Monaco del 1938, a reagire alle pretese di Adolf Hitler. Perciò, durante Vichy fu costretto all’esilio, privo di cittadinanza. La sua ricerca lirica, adorata dai grandi – Ungaretti, Eliot, Rilke, Hofmannsthal – è tra le più vertiginose di ogni tempo (e per questo, dimenticata). Il suo impero nella catabasi del linguaggio è incontrastato: leggerlo è una conversione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/tanti-auguri-william-ode-golding-non-scritto-solo-signore-delle-mosche/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">William Golding</a>, <em>Il Signore delle Mosche</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nela stessa tornata di anni sono pubblici due libri opposti e diversamente indimenticabili: “Il Signore degli Anelli” e “Il Signore delle Mosche”. In quest’ultimo, una parabola che ancora ulcera, William Golding mostra che il male è connaturato all’uomo, si insidia nelle ossa, s’installa in ogni desiderio. L’isola in cui si muovono i suoi bambini naufraghi, adulti in malizia, è il contrario dell’Isola-Che-Non-C’è di Peter Pan: qui si respira violenza, si lotta per sopravvivere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/hermann-broch-aveva-la-testa-da-uccello-non-gli-interessava-vincere-e-nelle-carceri-naziste-scrisse-il-libro-piu-estremo-del-secolo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Hermann Broch</a>, <em>La morte di Virgilio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scritto sotto il maglio del regime hitleriano da un intellettuale ebreo convertito al cattolicesimo, “La morte di Virgilio” è il romanzo che pone fine al romanzo, è il libro definitivo, oltre ogni estremità. Nel lunghissimo monologo di Virgilio – il poeta-sciamano che conosce i recessi dell’oltretomba –, la riflessione sul compito dell’arte, dell’artista, conficcato in un mondo ostile. Di quel romanzo ha scritto Ezio Raimondi: “Difficile dire se ‘La morte di Virgilio’ sia un romanzo riuscito o meno. Forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo. È una specie di straordinaria sconfitta, che però porta il raccontare oltre le sue strade correnti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mario Pomilio</a>, <em>Il Natale del 1833</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un fuori classe della letteratura italiana del Novecento, un romanzo perfetto, anomalo per tensione, invenzione, serenità narrativa. Nel “Natale del 1833” Pomilio mette in scena un Alessandro Manzoni mai così inquieto, dando fiato alla domanda insostenibile: dov’è Dio quando l’uomo soffre?, dov’è l’uomo se Dio si dimentica di lui?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/rene-char-discorso-su-una-poesia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">René Char,</a> <em>Fogli d’Ipnos</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Manuale di guerra, abbecedario orfico, regola di poetica monastica; poesia come lotta e come agnizione; come pugno e come conversione. René Char, tra i più ispirati poeti del secolo, traccia questo libro durante la Resistenza, mai così lucente sull’orlo del perduto. “Un uomo senza difetti è una montagna senza crepacci. Non m’interessa”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/molti-vivono-al-margine-del-loro-destino-le-lettere-inedite-di-cristina-campo-ad-alejandra-pizarnik/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cristina Campo</a>, <em>Lettere</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nelle lettere della Campo si esplicita uno dei capolavori della letteratura italiana di ogni tempo. Ieratica e audace, solitaria e assoluta, d’intelletto violento, questa scrittrice nel cristallo è una scoperta continua. Così scrive alla poetessa argentina Alejandra Pizarnik: “Il male non è nell’innocenza che ignora questo fatto, ma nella letteratura volgare che il mondo pone come uno schermo tra l’innocenza e la sua lacerazione definitiva, inevitabile e giusta. E così succede che molti vivano tutta la loro vita al margine del loro destino”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/perche-non-leggiamo-piu-elias-canetti-ci-fa-capire-stormy-daniels-alma-la-donna-dagli-occhi-che-sbranano-e-wotruba-lo-scultore-che-uccise-la-pietra/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Elias Canetti,</a> <em>Massa e potere</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il libro fondamentale per capire il nostro tempo. Elias Canetti vi lavorò trent’anni, accumulando quaderni di appunti. Un libro inimmaginabile, scritto con il talento di un romanziere, che racconta l’ansia di potere dell’uomo, lo spergiuro e la spregiudicatezza, la coalizione delle masse, l’obbedienza senza condizioni. Da affiancare a “Il gioco degli occhi”, autobiografia sapienziale, che si riassume in quell’interrogativo, spartito insieme a Broch: “Esisteva un uomo buono? E se esisteva, come doveva essere?”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lidja Cukovskaja, <em>Incontri con <a href="http://www.pangea.news/io-posso-sopportare-tutto-in-memoria-di-anna-achmatova-nel-giorno-della-sua-morte/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Anna Achmatova</a></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tra le testimonianze più alte di un’epoca che ha ammazzato i suoi poeti. Perché il potere ha bisogno, per assolversi, della morte del poeta? Nella Russia sovietica, le poesie d’amore di Anna Achmatova erano proibite. “Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi a memoria, glieli restituivo in silenzio”, racconta la Cukovskaja in queste memorie straordinarie. Anna Achmatova, a quel punto, quasi esplicando un rito, “acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere”. La poesia non muore nella fiamma, diventa imperituro cristallo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cormac McCarthy, <a href="http://www.pangea.news/cormac-mccarthy-harold-bloom/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Meridiano di sangue</em></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il romanzo più rappresentativo della letteratura americana recente. McCarthy ambienta in un West atavico e corroso una clamorosa Apocalisse. Il centro del romanzo è il Giudice Holden, una specie di demone, venuto a portare il caos nel mondo. In fondo il romanzo, involuto, biblico, immorale e immortale, racconta il destino di caduta dell’uomo, la sua miseria, l’estemporanea luce.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina: William Golding; nel 1983 fu insignito del Nobel per la letteratura</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/canone-letteratura-del-novecento/">10 libri che dovete assolutamente leggere. Per un canone “inverso” della letteratura del Novecento. Da William Golding a Cristina Campo, da Hermann Broch a René Char e Cormac McCarthy</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Volontariamente emarginato da tutti festival e felicemente escluso da tutte le fiere culturali, mi estinguo tra queste mura, passo la vita recluso tra migliaia di libri…</title>
		<link>https://www.pangea.news/pasko-simone-una-vita-da-recluso-tra-i-libri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2019 08:11:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non amo l’aria che penetra dalla mia finestra. Solitamente chiusa. M’intimano di aprirla almeno una volta al giorno per non morire soffocato. C’è la certezza diffusa di virus sempre nuovi. In effetti gli spazi liberi, qui da me, si sono ristretti all’inverosimile. Mi estinguo tra queste mura, foglio dopo foglio.  Ma i virus nella mia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pasko-simone-una-vita-da-recluso-tra-i-libri/">Volontariamente emarginato da tutti festival e felicemente escluso da tutte le fiere culturali, mi estinguo tra queste mura, passo la vita recluso tra migliaia di libri…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Non amo l’aria che penetra dalla mia finestra. Solitamente chiusa. M’intimano di aprirla almeno una volta al giorno per non morire soffocato.</strong> C’è la certezza diffusa di virus sempre nuovi. In effetti gli spazi liberi, qui da me, si sono ristretti all’inverosimile. Mi estinguo tra queste mura, foglio dopo foglio.  Ma i virus nella mia stanza di isolato, corazzato <em>lettore</em>, hanno l’apparenza ben definita di libri d’ogni specie, vecchi e nuovi, antichi e moderni. Migliaia di libri, milioni di fantasmi… Tutto ormai per me si svolge nella misura asmatica delle azioni consentite e indispensabili fra quattro nere mura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la natura, per suo conto, si adegua alla mia ricerca di solitudine nulla producendo se non un brulichio di vermi futuribili… Caldo e gelo si alternano nella fuga precipitosa delle stagioni. Amo tuttavia questa mia libertà fatta di solidi confini e di torri eburnee.</strong> Volontariamente emarginato da tutti i festival “mercatali”, felicemente escluso da tutte le fiere del libro, respiro a pieni polmoni come se fossi al centro di una pianura aspra e desolata. Nel dolce riparo degli anfratti sabbiosi, silhouette di neri cipressi orientano lo sguardo nella penombra in cui ristagno verso grigie isole di carta. Alberi furono qui un tempo a darci ombra e respiro.  <strong>Oggi preziose raccolte di volumi (dai diecimila in su!), prime edizioni, libri d’arte, guide illustrate, opuscoli di propaganda politica, giacciono silenti nel buio dei tempi</strong> in attesa di partire per un viaggio senza ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cella funebre della mia estrema zoppicante vecchiezza, sempre inappagato cacciatore di vite mancate, gli spazi pubblici e privati di questa stanza-obitorio, sono da tempo completamente assegnati e classificati. C’è l’angolo dei grandi russi e lo spazio esclusivo dei poemi omerici, c’è l’epopea delle imprese cavalleresche e lo scaffale segreto dei folli e dei suicidi, maledetti di ogni latitudine</strong> e, in ostentata evidenza, i visionari utopisti dei bei tempi andati… Oltre che a trattati di ogni genere: disattesi bollettini di pace, resoconti di guerra di varia ampiezza e misura nonché milioni di accordi segreti disposti in alterna sequenza proto e meta storica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel notturno fiabesco delle mie quattro mura, ci si muove come tra mille continenti di storie universali, si procede zigzagando tra busti tombali, cippi sepolcrali e lapidi di morti prematuri. I virus hanno ceduto il passo ai fantasmi di una silente replicante Babilonia. </strong>Una volta chiusa la finestra, i racconti (a milioni!) si accalcano nel cerchio necrologico della lampada mortuaria, messaggeri misteriosi e pur pieni d’inaspettate infinite sorprese. Le antologie antiche e recenti restano rincantucciate nei loro angoli di sempre. Incallite raccolte prosaiche e poetiche, cupe e meste reliquie pentametrali, respirano a stento i lugubri effluvi del lavico sottosuolo paradigmatico.  Sinfoniche melodie tradizionali si riappropriano, con fare liberticida, dei testi poetici canicolari, gloria delle antiche comunità montane. Luoghi illacrimati e personaggi corrosi da stimoli prostranti, animano la liquida scena terrestre che io solo intravedo nel riquadro epigonale della mia stratosferica finestra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto all’interno del mio capitale libresco, romanzi e trattati, dissertazioni in prosa e in poesia, tesi e relazioni, atlanti storici e geografici, ogni cartaceo discorso improduttivo convive forzatamente con lessemi e fonemi logaritmici</strong>, pandette e panegirici consapevolmente predisposti per il viaggio finale verso il putrido cuore di questa lugubre notte etimologica che è tuttora considerata vita su questa terra d’ineludibili fantasmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pasko Simone</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: la Biblioteca Gambalunga di Rimini. Aperta nel 1619 ai cittadini, per lascito testamentario del suo proprietario, Alessandro Gambalunga, che nei suoi antri diceva di aver passato i momenti più belli della vita, la &#8216;Gambalunga&#8217; è la più antica biblioteca civica d&#8217;Italia. </em></p>
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		<title>“Molti vivono al margine del loro destino”: le lettere (inedite) di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 05:25:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando comprendo l’entità del materiale, stampo tutto, prendo la penna, leggo, sottolineo, dall’entusiasmo le falangi diventano fasi lunari, poi api. Un libro a cui convertirsi. Non sono uno Sherlock Holmes dei libri perduti, premetto. Facendo qualche ricerca superficiale intorno alla vita e all’opera di Alejandra Pizarnik, il ‘Rimbaud argentino’ – didascalia brutale ma efficace – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando comprendo l’entità del materiale, stampo tutto, prendo la penna, leggo, sottolineo, dall’entusiasmo le falangi diventano fasi lunari, poi api. Un libro a cui convertirsi. Non sono uno Sherlock Holmes dei libri perduti, premetto. <strong>Facendo qualche ricerca superficiale intorno alla vita e all’opera di Alejandra Pizarnik, il ‘Rimbaud argentino’ – didascalia brutale ma efficace</strong> – nata a Buenos Aires nell’esilio, da ebrei russi immigrati, suicida nel 1972, intima di Julio Cortázar, incrocio un fatto di cronaca culturale, una poesia, un nome. La cronaca culturale c’informa, <a href="http://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/" target="_blank" rel="noopener">ne ho già scritto,</a> che parecchi documenti della Pizarnik, sulla cui vita aleggia il pudore e in parte il disdoro, sono stati donati dalla sorella alla Biblioteca National argentina; <strong>la poesia, nota, accoglie questo poker di versi molto belli, “C’è, nell’attesa,/ un mormorio di lillà che si rompe./ E c’è, quando arriva il giorno,/ una divisione del sole in piccoli soli neri”. Il nome è Cristina Campo, a cui quella poesia, <em>Anelli di cenere</em>, è dedicata.</strong> M’informo meglio. Nei primissimi anni Sessanta – nel 1962, probabilmente – la Campo e la Pizarnik si conoscono, a Parigi. La prima studia, guarda, incontra; la seconda traduce, fatica, cerca di farsi largo nel fango del mondo letterario. Nel 1962 Cristina Campo, bellezza di algida eleganza, intoccata, ha 39 anni; Alejandra ne ha 26. Sembra un incontro tra la santa e l’ossessa, due caratteri, opposti, della stessa divinità ambigua. Le due, in qualche modo ignoto, si riconoscono – e si scrivono. Come si sa, attraverso le lettere – l’opera somma della Campo, fautrice di un epistolario tra gli assoluti e rapaci della storia letteraria – Cristina sonda, denuda, immerge alla sapienza. <strong>L’epistolario, di una trentina di lettere – non ci sono pervenute quelle della Pizarnik – in francese, è stato scoperto, una decina di anni fa, da Stefanie Golisch,</strong> autrice di studi su Uwe Johnson e Ingeborg Bachmann, traduttrice verso il tedesco, tra gli altri, di Antonia Pozzi, Charles Wright e delle poesie di Cristina Campo. Leggendo i diari della Pizarnik, nell’edizione tedesca, la Golisch viene a conoscenza dei legami tra la poetessa argentina e la Campo. <strong>Il passo successivo è snidare le carte della Pizarnik, <a href="https://rbsc.princeton.edu/collections/alejandra-pizarnik-papers" target="_blank" rel="noopener">custodite alla Princeton University</a>, da cui sbucano una trentina di lettere, alcune di formidabile bellezza. Il rapporto epistolare è censito dal gennaio del 1963 al 7 aprile 1970, concentrato per lo più, con tenace assiduità, fino al 29 gennaio del 1966. </strong>A testimonianza dell’importanza di questo legame vi sono anche una manciata di lettere di Elémire Zolla alla Pizarnik, tra il 1963 e il 1965. Il momento più alto del rapporto tra due personalità così dispari, tanto spaiate e inarrivabili, spiate dall’ispirazione costante e dal delirio della forma – <strong>“Davvero, che libro si è dissolto in tutte quelle lettere che ho spedito o non spedito a C.C.”, annota la Pizarnik nel suo diario</strong> – coincide con la morte dei genitori della Campo (tra il dicembre del 1964 e il giugno del 1965), a cui Cristina dedica la poesia più celebre, <em>La tigre assenza</em> – in esergo: <em>pro patre et matre – </em>inviata, in un biglietto dell’estate 1965 all’amica argentina, con altro dedicatario, <em>A Alejandra Pizarnik. </em>Dal carteggio, ancora inedito, prova di un rapporto d’elezione ustionante (“Non si può mettere uno contro l’altro l’angelo nero della notte e l’angelo bianco del giorno senza che ci sia una disfatta di entrambe le parti”, scrive Cristina nell’ottobre del 1963; <strong>“…il poeta, cioè l’aristocratico, ha la sua patria, la sua religione la sua famiglia: ce l’ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. È sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio”</strong>, così nel gennaio del 1965), e che raggela nella meraviglia il lettore, pubblico un residuo. Non prima di aver reclamato al dialogo la Golisch, autrice di una scoperta così importante. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_66109" aria-describedby="caption-attachment-66109" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66109" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-768x498.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-1024x664.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2.jpg 1228w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-66109" class="wp-caption-text">Lei è Alejandra Pizarnik (1936-1972)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le chiedo, intanto, sommariamente, di dettagliare alcune cose. Quando e come ha scoperto il prezioso epistolario? La Campo e la Pizarnik si conoscono a Parigi nei primi anni Sessanta: in quali circostanze? Quanti anni dura l’epistolario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio tramite l’edizione tedesca (2007) dei diari della Pizarnik, apparsi per la prima volta in spagnolo nel 2003, che scoprii che le due scrittrici si conoscevano. Come traduttrice della Campo, questo fatto suscitò subito la mia curiosità. Dopo una breve ricerca in rete trovai la segnalazione di uno scambio di lettere tra loro due. Mi feci spedire il carteggio dalla Princeton University <strong>e immediatamente intuii i tratti di una relazione molto intensa, ma altrettanto complessa e tormentata che per un determinato periodo doveva aver occupato uno spazio assai importante nella vita di entrambe le poetesse. </strong>Infatti, nei diari di Alejandra, i quali più che avvenimenti reali contengono riflessioni sul proprio stato d’animo, si trovano abbastanza spesso commenti riguardanti la sua relazione con Cristina. È naturale, però, che questi non possano compensare minimamente l’imperdonabile perdita delle lettere. Non so – e credo che non si possa sapere – in quali circostanze precise le due autrici si conobbero, probabilmente tramite comuni conoscenti in occasione di un viaggio di Cristina Campo a Parigi. L’epistolario è durato dal 1963 al 1970.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle lettere, la Campo si prodiga in consigli, in suggerimenti relativi a relazioni che la Pizarnik avrebbe dovuto coltivare. È materna, e colta. Dalle frasi dei diari, che lei ha riportato, però, pare che la Pizarnik non amasse l’aristocratica freddezza della Campo, è così? Soprattutto, cosa pensava della poesia della Pizarnik la Campo (dedicataria di una poesia dell’argentina, per altro)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ricostruire ciò che Alejandra <em>pensava </em>della sua relazione con Cristina, ma non sapere con quale tono lei si rivolgesse effettivamente all’amica. E questo fa una grande differenza. Io intuisco – anche dal tono delle riposte della Campo che rimane sempre molto pacato – che Alejandra non si era lasciata andare come lo fa nei diari, dove si sfoga e rimprovera alla Campo, appunto, di essere fredda, non umana, una specie di cervello su due gambe. <strong>Bisogna considerare, credo, che si trattava di un vero e proprio innamoramento reciproco, destinato quindi a seguire tutte le tappe: dall’entusiasmo iniziale, l’illusione di aver davvero trovato l’anima gemella, fino all’inevitabile delusione nello scoprire la diversità dell’altro</strong>, la separatezza definitiva, la solitudine ultima. Sicuramente la Campo stimava la poesia della Pizarnik, ma credo che la spaventassero anche.  Comprende i tormenti dell’altra, ma non li tollera, così come non li può tollerare in se stessa. E assume un atteggiamento quasi materna, è vero, lo stesso atteggiamento, direi, che assume anche davanti a se stessa e che deve combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua esegesi, lei afferma che la Pizarnik raffigura il caos della vita e la Campo la ricerca dell’armonia, una è la rottura con i tradizionalisti l’altra una geniale interprete della tradizione. Sembrano gemelle opposte. Cosa le accomuna, allora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente l’intensità del vivere. <strong>L’altissimo grado di sensibilità e la ricerca di un assoluto. E non solo ogni tanto o solo nella scrittura, ma in ogni singolo istante della vita.</strong> E quindi l’enorme fatica di vivere. La stanchezza. La disperazione. Diceva la scrittrice Ivonne Bordelois, una amica di Alejandra Pizarnik, sul suo rapporto con Cristina Campo, che si davano a vicenda ciò che nessun’altro riusciva dare loro. In Cristina e Alejandra si incontrano due antipodi sui generis che nella massima diversità dell’interlocutrice riconoscono una parte fondamentale del proprio essere. <strong>Cristina in Alejandra, la sua fisicità repressa, Alejandra in Cristina la sua</strong> <strong>spiritualità sommersa</strong>. Sembrerebbe uno di quegli incontri necessari che si fanno nella vita, bellissimi, dolorosissimi, ma senza i quali è impossibile diventare ciò che si è – per dirlo con un motto antico. Cristina Campo e Alejandra Pizarnik si sfiorano soltanto, poi, come delle comete smarrite, tornano nella propria orbita, per andare laddove <em>devono</em> andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66110 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg" alt="" width="149" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro.jpg 240w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />In che contesto, nella vita di entrambe, si colloca questo scambio di lettere? A suo avviso si può parlare, nell’opera dell’una e dell’altra, di una reciproca influenza, per quanto parziale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei insistere su questo concetto: quando Cristina e Alejandra si conoscono, si conoscono già. <strong>Per quanto apparentemente diverse se non opposte, c’è qualche cosa che le accomuna e cioè l’ossessione del proprio io. Delle sue ferite e delle sue potenzialità. La convinzione che tutta la bellezza della vita si gioca dentro ogni singolo essere umano.</strong> Cristina Campo, la raffinata scrittrice e studiosa, molto discreta con la sua vita volutamente appartata, la sua naturale eleganza di altri tempi, che disprezzava i cosiddetti circoli letterari, dicendo di se stessa  <em>di aver scritto poco e di aver voluto scrivere ancora meno </em>e Alejandra Pizarnik, l’eterna ragazza dai tratti geniali, psichicamente labile che si compiaceva nel ruolo di uno sfrenato Rimbaud al femminile e che voleva <em>fare del suo corpo il corpo della poesia.</em> Sostiene George Bataille che quando due persone s’innamorano, sono le loro ferite che s’innamorano. Il compimento dell’amore sarebbe dunque il momento del massimo dolore: quando le due ferite si posano una sopra l’altra. <strong>Probabilmente ciò che Alejandra e Cristina avvertono istintivamente una nell’altra è la radicalità con cui la vita si misura in loro secondo i gradi d’intensità.</strong> Sotto la soglia della massima intensificazione di ogni attimo, nulla vale. Ciò che conta non sono tanto i mezzi della ricerca – abbandono incondizionato ai piaceri del mondo o elevazione spirituale – quanto il bisogno di bruciare vivi. Cristina Campo sublimerà la sua natura seguendo l’ideale della perfezione – a tutti i livelli –, per Alejandra significa: resistere giorno per giorno nella spietata battaglia tra l’io e il mondo. Perché soltanto a chi non diserta e non si risparmia, a chi si espone coraggiosamente alle sfide mortali che la vita gli lancia, sarà concesso di formulare – per dirlo con un’espressione di Ingeborg Bachmann – <em>wahre Sätze</em>, frasi vere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Della Campo è stata setacciata parte cospicua dell’epistolario. Oltre alle celebri “Lettere a Mita”, all’epistolario sontuoso con Alessandro Spina, sono state pubblicate le lettere a Remo Fasani, a Gianfranco Draghi, a Leone Traverso. Sembra strano che il rapporto con la massima poetessa argentina del secondo Novecento non abbia ancora avuto una eco editoriale: come lo spiega?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è pronto per chi lo voglia leggere! Non è stato ancora pubblicato perché la portavoce degli eredi di Cristina Campo mi ha vietato – per motivi a me inspiegabili – la pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domenica, [fine] 1965  </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mia cara Alejandra,</p>
<p style="text-align: justify;">la morte che svela il proprio volto – e la scoperta della propria appartenenza: credo che siano due avvenimenti della stessa natura che si manifestano volentieri assieme. <strong>Il male non è nell’innocenza che ignora questo fatto, ma nella letteratura volgare che il mondo pone come uno schermo tra l’innocenza e la sua lacerazione definitiva, inevitabile e giusta.</strong> E così succede che molti vivano tutta la loro vita al margine del loro destino. Questa gente parla della morte, dell’appartenenza e di tutti gli altri misteri come di <u>esperienze</u>: parola satanica che impedisce ogni iniziazione&#8230; Li sfugga. Stia lontana da loro. <strong>La sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza. Lei sa meglio di me che l’infanzia non si ritrova che in fondo al cerchio: è perduta ogni volta che ci si volta verso di essa, come Euridice.</strong> Essa non vuole altro che ritornare, da se stessa, incontro a noi. Mi perdoni se sentenzio e predico – e abbastanza caoticamente per giunta. So che Lei sa leggere altrettanto velocemente quanto io sappia scrivere. Credo d’altronde di avere già risposto, senza saperlo, alla Sua lettera angosciata. Le parlavo, nella mia ultima, della Sua tradizione: ed è proprio questo che si è manifestato al Suo spirito sotto la maschera della paura. La Sua appartenenza, come la morte stessa, non può che ridiventare tradizione, se Lei vuole che sia salvata in tutta la sua ricchezza. Non ci resta veramente che questo catecumenismo in extremis: sola distinzione assoluta di fronte alla normalità dell’orrore. <strong>Non riesco a dirLe di più. Non si può che toccare con estrema prudenza questi luoghi di salvezza, questi arbusti ardenti. Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido. </strong>(Parlo con una certa ingratitudine, in quanto l’unico psicologo che abbia conosciuto fosse un bravo uomo; e sa quale fu la sua prima domanda? “A che punto è lei con la sua tradizione?” Allora non compresi questa parola centrale; compresi tuttavia che fosse un uomo raro). Le sue “assenze”, per quel che mi sembra, sono una sorta di “fuga verticale”, davanti alla volgarità. E Borges può benissimo essere volgare; le sue debolezze lo sono (dipendenza dalla madre che coltiva la sua cecità, flirts senza speranza, orrore superstizioso, veramente “da niño” per la contemplazione ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">L’abbraccio, mia cara Alejandra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al saggio, è evidente che mi piacerebbe darLe qualcosa di più recente. Ma tutti i miei nuovi saggi sono incompiuti. Quanto tempo mi darebbe, tuttavia, se la rivista si facesse? In ogni caso, grazie per il Suo gesto di benvenuto che mi commuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sua Cristina</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/molti-vivono-al-margine-del-loro-destino-le-lettere-inedite-di-cristina-campo-ad-alejandra-pizarnik/">“Molti vivono al margine del loro destino”: le lettere (inedite) di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Nella rude solitudine dell’arte”: reportage dalla casa-studio di Giancarlo Sangregorio, lo scultore che mutò il Ticino nell’Altaj. In appendice, le sue poesie (e un incontro con Cristina Campo)</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 05:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arrivi, ed è un privilegio, a volte concesso anche ai cinghiali, ai cervi, e ammiri l’incipit del Lago Maggiore, fermo, come argento liquido, pronto a fare il calco al volto di Dio, e il Ticino che serpeggia lento, dolce, su cui viaggiava, una manciata di secoli fa, il fatidico marmo di Candoglia, quello del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nella-rude-solitudine-dellarte-reportage-dalla-casa-studio-di-giancarlo-sangregorio-lo-scultore-che-muto-il-ticino-nellaltaj-in-appendice-le-sue-poesie-e-un-in/">“Nella rude solitudine dell’arte”: reportage dalla casa-studio di Giancarlo Sangregorio, lo scultore che mutò il Ticino nell’Altaj. In appendice, le sue poesie (e un incontro con Cristina Campo)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando arrivi, ed è un privilegio, a volte concesso anche ai cinghiali, ai cervi, <strong>e ammiri l’incipit del Lago Maggiore, fermo, come argento liquido, pronto a fare il calco al volto di Dio</strong>, e il Ticino che serpeggia lento, dolce, su cui viaggiava, una manciata di secoli fa, il fatidico marmo di Candoglia, quello del Duomo di Milano, roccia che vola sulle acque, roccia che bisbiglia, il duro che si fa morbido, cava che diventa cattedrale, pietra che assorbe l’acquazzone di preghiere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Con Angelo Crespi, aristocratico indagatore di cose d’arte, <strong>scaliamo Sesto Calende, via Cocquo, la casa-studio, l’opificio di Giancarlo Sangregorio (1925-2013), e capisci che un luogo può essere consustanziale al genio di un artista. </strong>Tra le prime opere che sorprendono, la <em>Donna nel campo </em>del 1952: immagino l’artista, neanche trentenne, ma evidentemente esperto nel dolore e nella grazia, che scava il noce, finché la donna, di arcaica bellezza – tra l’icona neorealista e la cariatide greca – non gli sfugge, diventa, divampa, è.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66131" aria-describedby="caption-attachment-66131" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66131" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-66131" class="wp-caption-text">Tutte le immagini sono state scattate nella casa-studio di Giancarlo Sangregorio a Sesto Calende, ora Fondazione Sangregorio</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Sangregorio fa della scultura l’avvenimento dell’uomo, scolpisce l’attimo, il vento. Scolpire è pensare, sragionare, avvitarsi in carne pietrificata, che ti sovrasta e sopravvive. In un testo del 1979 Sangregorio scrive un pensiero riassuntivo – allora come ora. “Esonerata da pochi decenni dagli umilianti servizi temporali di rappresentare e imitare, la scultura dei nostri giorni è già afflitta dalla noia della libertà. Appiattita fra le pagine bianche viene investita di concetti a lei estranei o si vede programmata e decifrata come un cardiogramma. Qui non è più a casa sua, qui è in casa di cura. <strong>Si può ancora trovarla quasi per caso nelle recinzioni degli orti nella campagna rumena, le stesse che hanno fornito sicuri motivi al contadino Brancusi emigrato a Parigi. Anche se mosse da motori fuoribordo, conturbano ancora le canoe scolpite che viaggiano lungo il Sepik. Non la troveremo fra i pezzi supercalibrati della meccanica più evoluta e nemmeno tra i piacevoli oggetti del design industriale. </strong>Però non sta neppure fra le impressionanti scogliere scolpite dal vento e dal mare. Alle nuove sensazioni forniteci dalla tecnica o al godimento estetico esteso a nuovi mondi naturali, la scultura risponde celandosi in forme e luoghi appartati. Diviene misura e rivelazione della condizione umana fragile ed inesplicabile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La scultura, dice Sangregorio, si cela, perché la sua forma – che non può essere didascalica o, peggio, esornativa – sfugge all’era del rumore, impone una perfezione marziana al quotidiano rollio dei passi. <strong>Anche lui, in effetti, allievo, a Brera, di Marino Marini e di Giacomo Manzù, che trae ispirazioni a Viareggio, a Parigi, tra Brancusi, Giacometti e le grotte di Altamira e di Lascaux, nei recessi dell’Antelami e nei bassorilievi assiri</strong>, che costella di opere pubbliche Milano e Basilea, Gottinga e Friburgo, protagonista in una manciata di Biennali di Venezia, si cela, si ritira. Negli ultimi anni, immaginando onirici Orienti in riva al Lago Maggiore, Sangregorio sa ancora dare forma alla pietra, con la perizia linguistica di chi forgia un sonetto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sepik è un fiume in Nuova Guinea – dal Ticino, Sangregorio si è mosso verso i mondi australi: Africa, Australia, Asia estrema. A cercare se stesso, certo, una nuova forma alle proprie mani – un avvio diverso al mito. <strong>La casa di Sangregorio a Sesto Calende <a href="http://fondazionesangregoriogiancarlo.it/la-fondazione/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(visitabile: ogni informazione è qui)</a> ha un fascino triplo. Oltre alle opere dello scultore, oltre a vedere gli spazi dove ha lavorato, la meraviglia sono, pure, le collezioni d’arte altra.</strong> Così, le maschere indonesiane e i cavalieri Dogon dialogano con i marmi liturgici di Sangregorio, e lo stregone aborigeno, stilizzato, il cranio del Buddha giapponese, la teca dove sono stipate divinità aliene, dei mari del Sud, che rimandano all’alba di Gauguin, alla sua capanna negli altri mondi – reali e fittizi, tahitiani e artistici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La sala è il cuore della casa, dove l’apogeo di innumeri civiltà s’intreccia; davanti al camino, spento, i lavori di Sangregorio; la finestra arde sotto i colpi del lago. <strong>M’inoltro nella biblioteca, per deformazione. Testi di antropologia, i libri di André Malraux sulle pitture rupestri, studi intorno a stirpi perdute, a città sommerse, le Atlantidi dei piccoli popoli</strong>, autorevoli e autoctoni, sterminati; un libro con le poesie di Wystan H. Auden.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66132 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Ad accompagnarci nei luoghi nascosti della casa-studio, il presidente della Fondazione Sangregorio, nata nel 2011 per volontà dell’artista, Francesca Marcellini.</strong> Sono affascinato dalla sua sapienza – più tardi userà una parola fatale, che dirò dopo. Mi racconta un dettaglio, per capire i carati da studioso di Sangregorio. <strong>“Sono stati ospiti da lui anche Elémire Zolla e Cristina Campo. Sangregorio era interessato ad approfondire il discorso sullo sciamanesimo siberiano.</strong> D’altronde, le distese infinite dell’Altaj tornano spesso nei suoi scritti”. Nelle opere più celebri di Sangregorio, dove legno e marmo s’incuneano con precisa ferocia, come l’alba è il residuo della notte, e ne è l’alcova, c’è una nitidezza claustrale, un’ambizione spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1999, “giorno del mio 74° compleanno”, Sangregorio rievoca un episodio del 1960. “Quasi a sera, all’ultimo varco dell’Appennino, infine mi giunge ‘il tremolar della marina’, ed Albissola… urbanisticamente intestinale… <strong>Simile ad un uccello migratore, sbatto contro la selva degli ombrelloni ormai chiusi. La sera stessa, su consiglio di Fontana, decido di trovarmi per la mattina dopo, nella stessa stanza della ceramica dove lui aveva appena ultimato le bocce.</strong> Il piccolo locale della Ceas è ricoperto da una coltre di polvere nera (quella delle bocce) – suolo e pareti – e il refrattario è troppo indurito: la lotta per la conquista del totem dura tutto il giorno e comporta l’uso di legni, braccia, mani e soprattutto dei piedi. <strong>Finisco con la pelle incrostata di sudore e polvere nera, completamente nero e nudo come un bantu. Oggi sul totem, anzi sul pezzo residuo, vedo l’impronta del mio piede beduino.</strong> Nostalgia per i sentieri battuti e un po’ di soddisfazione perché ancora questo piede compie agilmente la sua funzione. Il terzo e ultimo giorno godo del fortuito incontro con un certo Yves Klein e compagna, arrivati troppo tardi per trovar posto al ristorante “Pescetto”. Solo io potevo con loro condividere il piccolo tavolo all’ingresso e un po’ in discesa. In quell’ora ci siamo detti molte cose con l’entusiasmo di quegli anni “collettivi” e come se dovessimo fare tante cose insieme. <strong>Non li avrei più rivisti, ma di loro ho il ricordo come  dell’apparizione di una cometa, simile a quella di Klein nell’arte degli anni sessanta”. </strong>Fontana, Yves Klein, una narrazione scultorea: bisognerebbe mettere in ordine gli scritti di Sangregorio, ci sono, scaturirebbero bellezze.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66133 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Quando chioso intorno alla dedizione di Francesca, lei mi corregge, “è quasi una consacrazione”. <strong>Da tempo non sentivo una parola così bella. <em>Consacrazione.</em></strong> Non ci si sacrifica a un artista, si è consacrati, si è fatti sacri tramite l’opera dell’artista, a lui ci si consacra, sacrificando, semmai, tutto il resto. L’arte, d’altronde, reclama soltanto consacrati, unti nell&#8217;ardore. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poesia per l’opera  “Vino al vino”, 1988, legno di thuja e di sequoia, donata al Palazzo Viani Visconti di Somma Lombardo (VA).</em></p>
<p><strong>“Una favola vera”</strong></p>
<p>Tuia siberiana secolare<br />
Ti ho conosciuta solitaria<br />
volta al Ticino<br />
quasi torrente sinuoso priva del tuo grande fiume<br />
infinito nelle vallate dell’Altai.<br />
Ho visto le tue fronde estenuate<br />
fremere<br />
all’ultimo vento del Nord.<br />
Ho respirato profondo la tua essenza dal profumo inebriante<br />
che mi ha accompagnato<br />
quando ho cercato di darti nuova vita.<br />
Nella rude solitudine dell’arte<br />
Ti ho nominata<br />
Pane al Pane – Vino al Vino<br />
E ti domando: incontro fatale in cosmiche rotazioni<br />
o genesi di terrestri simbiosi?<br />
ti lascio al fianco del cipresso longobardo<br />
sposa regina dell’Altai.</p>
<p><em>(Giancarlo Sangregorio 2 marzo 2008)</em></p>
<p>*</p>
<p><em>Poesia per la scultura “Lo Sguardo”, 1990-97, marmo di Carrara, donata al comune di Druogno (VB) nel 2010</em></p>
<p><strong><em>“Lo Sguardo” scultura in marmo</em></strong></p>
<p>All’erta della scala<br />
schiocca la danza magra e s’increspa il drago.<br />
La tenda di Sumba<br />
s’agita al vento<br />
Spangensekade<br />
La tua patria perduta<br />
Della scuola malvagia<br />
a me resiste un foglio<br />
Il mare di Giava<br />
Java to Netherlands<br />
Come da vero a vero<br />
rimbalza<br />
la virtù dello sguardo<br />
e non trova il senso<br />
Falsum non datur<br />
Fiori grandi e vermigli<br />
le menti accendono<br />
flettono ai varchi<br />
Moltitudini<br />
Poderose infiorescenze</p>
<p><em>(Passaggio indonesiano 26-07-1993)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Giancarlo Sangregorio</strong></em></p>
<p><em>*In copertina: Giancarlo Sangregorio fotografato nel suo studio milanese, negli anni Cinquanta</em></p>
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		<title>Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 05:32:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un rapace risultato la fiction l’ha ottenuto. Tiepido. Ma tangibile. Il nome della Rosa è tornato in classifica: posizione 18 nella ‘Narrativa italiana’, posizione 34 in assoluto. Mai come Elena Ferrante (4 libri tra i primi dieci nella classifica degli italiani). Non che ne avesse bisogno: Il nome della Rosa, che l’anno prossimo compie quarant’anni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/">Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un rapace risultato la fiction l’ha ottenuto. Tiepido. Ma tangibile. <strong><em>Il nome della Rosa </em>è tornato in classifica: posizione 18 nella ‘Narrativa italiana’, posizione 34 in assoluto. </strong>Mai come Elena Ferrante (4 libri tra i primi dieci nella classifica degli italiani). Non che ne avesse bisogno: <em>Il nome della Rosa</em>, che l’anno prossimo compie quarant’anni di vita, fa parte del ristretto club di libri sempreverdi: ha venduto oltre 50 milioni di copie, come rari libri buoni – <em>Lolita, Il giovane Holden</em> – e parecchi osceni – <em>Il Codice Da Vinci, L’Alchimista. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di fare ingresso in una abbazia del Trecento – piena, più che di monaci, di polli editoriali dalle uova d’oro – tuttavia, <strong>Umberto Eco s’era infiltrato nelle scuole elementari, finendo, ovviamente, per smarrirsi in una libreria babelica, infinita. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66097 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini-194x300.jpg" alt="" width="151" height="234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/eco-pampini.jpg 323w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Il libro introvabile di Umberto Eco, <strong>certamente più attuale del <em>Nome della Rosa</em>, s’intitola <em>I pampini bugiardi </em>– sottotitolo: “Indagine sui libri al di sopra di ogni sospetto: i testi delle scuole elementari”</strong> – lo ha pubblicato l’editore Guaraldi nel 1972, ed è l’atto con cui l’illustre semiologo – aveva da poco pubblicato <em>L’industria della cultura </em>con Bompiani e ispirato la nascita del Dams – sculaccia, anzi, disintegra il sistema educativo italico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, Eco firma l’introduzione di uno studio compiuto da Marisa Bonazzi, che squaderna le antologie in uso all’epoca nelle scuole elementari, dimostrando come i baby venissero allevati in batterie ottocentesche, secondo uno stile moralista grottesco. Eco non si risparmia in salutari scudisciate. “Il ragazzo viene educato a una realtà inesistente&#8230; quando i problemi, e la risposta che ne viene fornita, concernono la vita reale, <strong>essi sono posti e risolti in modo da educare un piccolo schiavo, preparato ad accettare il sopruso, la sofferenza, l’ingiustizia, e a dichiararsene soddisfatto.</strong> I libri di testo dicono insomma delle bugie, educano il ragazzo a una falsa realtà, gli riempiono la testa di luoghi comuni, di <em>platitudes</em>, di atteggiamenti codini e acritici. Quel che è peggio, compiono quest’opera di mistificazione attenendosi ai più vieti cliché della pedagogia repressiva ottocentesca, per pigrizia o incapacità dei compilatori”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Riformare l’educazione? Macché: rifondarla. Ma neanche. Distruggerla. Le parole di Eco riecheggiano quelle di Giorgio Colli, l’accademico eretico (“L’educazione dev’essere sottratta all’Università. La scuola non può essere riformata, ma solo combattuta”) e quelle di Maurice Blanchot che <strong>nei filosofi servi delle Università, cioè del sistema statale, asserviti al linguaggio del ‘comunicare’ e del ‘far capire’ e del ‘produrre’ – al posto di indirizzare verso l’ignoto, l’inesauribile e l’inafferrato – vedeva dei vili, dei traditori della sapienza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Con brutale lucidità Eco, Guglielmo da Baskerville scatenato tra i pedanti architetti del sistema scolastico – da prendere a pedate – capisce che la scuola è il pollaio dei consumatori, il ventre che partorisce schiavi: “si può riconoscere in tali testi <strong>lo strumento più adeguato di una società autoritaria e repressiva, tesa a formare sudditi, uomini dal colletto bianco, folla solitaria, integrati di ogni categoria, esseri a una dimensione, mutanti regressivi pre-gutenberghiani&#8230; Questi libri sono manuali per piccoli consumatori acritici,</strong> per membri della maggioranza silenziosa, per qualunquisti in miniatura, deamicisiani in ritardo che fanno elemosina a un povero singolo e affamano masse di lavoratori col sorriso sulle labbra e l’obolo alla mano”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non è ancora così? La scuola dovrebbe essere liberatoria, un cantiere della creatività non il cratere delle convenzioni, la burocrazia del noto, per diventare notabili nel tedio. <strong>A scuola s’impara il sé, grazie al quale (e in virtù del quale) si riesce ad apprendere un mestiere – e il mestiere è l’esercizio concreto del talento, la vita, insomma, la soddisfazione di trarre una forma dal nulla,</strong> qualunque essa sia – che sia una sedia o un libro o una protesi – mica la cosa che bisogna fare per guadagnare soldi da spendere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta di Eco al disastro scolastico è affascinante. Al deserto culturale, alla scuola a senso unico – mentre dovrebbero proliferarne a migliaia, di scuole, ciascuna con un progetto educativo diverso, vero – si risponde con la biblioteca infinita, con l’avventura della lettura, con la meraviglia e l’assalto. “Il problema non è di fare dei libri di testo «migliori»: <strong>il problema è di fornire a bambini e insegnanti biblioteche scolastiche talmente ricche e una tale disponibilità alla realtà (quella dei giornali, della vita di tutti i giorni) che l’acquisizione di nozioni veramente utili avvenga attraverso una libera esplorazione del mondo</strong>, la lettura dei giornali, dei libri di avventure, degli stessi fumetti (e perché no, letti, criticati insieme, e non letti di nascosto e per disperazione, visto che i libri ufficiali di lettura sono quello che sono), dei manifesti pubblicitari, dei rendiconti di vita quotidiana forniti dagli stessi allievi&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Senza organizzare ‘chiavi di lettura’ del mondo, lasciamo che siano i ragazzi a spalancarci il loro mondo. I libri, in questo caso, sono caleidoscopi, binocoli, pontili da cui decolla il deltaplano. <strong>Nella realtà ci si avventa, non si tentenna, e il libro si morde non è vieto esercizio d’educazione o di erudizione</strong> – certi hanno ancora paura: se gli studenti pensano, al posto di obbedire ai diktat di mercato, è un problema. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-libro-introvabile-di-umberto-eco-prima-di-infilarsi-in-unabbazia-medioevale-il-semiologo-ha-rivoluzionato-il-sistema-scolastico-proponendo-una-biblioteca-infinita-per-i-bimbi-delle-scuo/">Il libro introvabile di Umberto Eco. Prima di infilarsi in un’abbazia medioevale, il semiologo ha rivoluzionato il sistema scolastico. Proponendo una biblioteca infinita per i bimbi delle scuole elementari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Volevo essere Amleto, ho fatto visita a Emily Dickinson”: le confessioni ultime di Jorge Luis Borges</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 05:36:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1980 Franco Maria Ricci, editore esteta, per cui Jorge Luis Borges dirige la fatidica collana ‘La Biblioteca di Babele’, fa un regalo al geniale scrittore.</strong> “In onore di J.L. Borges nel suo 80° compleanno” pubblica, come numero 19 della fatidica collana, dopo London e Papini, dopo Léon Bloy e William Beckford e P’u Sung-ling e Hawthorne, quattro “racconti inediti” di Borges. Il volume è di magnetica bellezza: in copertina, una rosa rosa – che si riferisce al racconto <em>La rosa di Paracelso </em>– si spalanca in una selva da cui si staglia, in ruggito allucinato, una tigre – che rimanda al racconto <em>Tigri azzurre. </em><strong>“Dominano in queste pagine due colori, l’Azzurro e il Rosa, colori delle nascite e della letteratura, colori mentali caduti dal cielo e riassaporati nel fondo della cecità”, specifica l’editore. </strong>Borges nasce nel 1899, il 24 agosto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In calce al volume, Franco Maria Ricci pubblica una intervista a Borges a cura di María Esther Vázquez – che con JLB ha curato una <em>Introducción a la literatura inglesa</em> e la mirabile <em>Literaturas germánicas medievales</em>. L’ultima domanda dell’intervista è questa, “Lei crede in un’altra vita?”. <strong>Risposta laconica di JLB: “No. Credo che non ne esista altra, e non mi piacerebbe che esistesse. Io voglio morire completamente. Non mi piace neppure che mi ricordino dopo morto.</strong> Spero di morire, di dimenticarmi e di essere dimenticato”. In questa volontà di nulla, ovviamente, si vede una certa voluttà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65967 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-209x300.jpg" alt="" width="154" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido.jpg 1165w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />In quello stesso 1980 un’altra donna reclama Borges all’intervista. Si chiama Liliana Heker, ha 37 anni, ha continuato a scrivere, a esercitare l’arte del pensare a Buenos Aires, nonostante il regime dei militari – e litigando, per questo, pubblicamente, con l’amico Julio Cort</strong><strong>ázar. </strong>Fondatrice e codirettrice – insieme ad Abelardo Castillo e a Sylvia Iparraguirre – della rivista <em>El Ornitorrinco</em>, voce culturale autonoma e autorevole in quell’era di tenebra, ha già pubblicato alcune raccolte di racconti – il ‘genere’ in cui è maestra – di pregio: <em>Los que vieron la zarza </em>(1966), <em>Acuario </em>(1972), <em>Un resplandar que se apag</em><em>ó en el mundo </em>(1977). Borges è Borges e basta. L’intervista di Liliana Heker inizia dove termina l’intervista di María Esther Vázquez: la scrittrice costringe Borges a indagare la morte. “La parola ‘morte’? Mi suggerisce… una grande speranza. La speranza di smettere di essere”, attacca Borges. Poi specifica cosa intenda quando parla di voler essere dimenticato. <strong>“Vorrei che venisse dimenticata la mia biografia, e il mio nome, e che venisse ricordato qualche mio racconto o qualche mio verso. Io vorrei sopravvivere nelle mie opere, ma non, diciamo, come soggetto di un lemma in un’enciclopedia…</strong> Sono convinto che uno, quando scrive, ha la speranza che l’opera sopravviva. Ma, se può sopravvivere nell’anonimato, meglio; se può far parte del linguaggio o della tradizione, meglio ancora”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo per cui, nel 1980, Liliana Heker sente la necessità di discutere la morte, dunque di riscattare la vita, ha fondamenta storiche. <strong>“Non c’erano morti, malgrado tutti sapessimo, o sentissimo, che la morte ci circondava da tutte le parti. Era dunque necessario strapparla a quegli specialisti della morte, recuperarla come una questione esistenziale, filosofica e biologica che ci riguardava; ripensare al senso che ha morire per ragioni ideologiche, riparlare della trascendenza e dell’angoscia, del sogno di immortalità e di una morte degna. Almeno su un terreno in cui quegli assassini non avrebbero mai potuto sottrarci, sul terreno intellettuale; dovevamo restituirci la vita e la morte.</strong> Questo è un libro che va letto con uno spirito dialettico e con la mente molto aperta. Dubito che il lettore possa scoprire tra le sue parole un indizio di ciò che avvisterà nell’<em>aldilà</em> ma è probabile che trovi qualche elemento per riflettere sul suo <em>essere aldiqua</em>. Si tratta precisamente di questo”. La Heker intervista antropologi, psicoanalisti, scrittori, artisti. Mentre l’Argentina muore, la scrittrice sembra voler tutelare dal belato dell’oblio il concetto di morte. Per questo ha bisogno di parlare con Borges, l’uomo che ha disintegrato il valore dello spazio-tempo, che ha sul palmo i millenni, le saghe islandesi, i coltelli argentini, il sorriso di Stevenson, gli haiku giapponesi, i viaggi mistici di Dante e quelli inferi di Poe. Il suo <em>Diálogos sobre la vida y la muerte</em>, coltivato per anni, sarà pubblico nel 2003; il dialogo con Borges, finora inedito in Italia, è ora pubblico per Castelvecchi, nella traduzione di Mercedes Ariza, come <em>Diffido dell’immortalità. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Quando ero giovane ero incline alla tristezza, a teatralizzare me stesso; volevo essere Amleto o Raskol’nikov”. Borges vuole essere un personaggio letterario, non un eroe storico.</strong> Il personaggio che si interroga sull’essere e sul non essere – fino a confondere i piani dell’essenza con quelli del nulla; lo studente dostoevskijano roso dalla colpa, che vuole farsi raccogliere e amare, senza condizioni. In ogni caso, la vita è espiazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i tanti temi che Borges tocca, stimolato da Liliana Heker – una donna che si accende negli abissi – c’è anche quello del suicidio.<strong> “Che cosa strana che i cattolici condannino il suicidio quando lo stesso Gesù Cristo fu un suicida. Una religione al cui vertice vi è un suicida – e tale suicida, per di più, è Dio – che condanna il suicidio. </strong>Perché si capisce che il sacrificio di Gesù fu volontario, vale a dire, che fu un suicidio. È molto strano, i cattolici condannano il suicidio e io non riesco a spiegarmi perché”. <strong>Dio è morto, dice Nietzsche; Dio si è suicidato, dice Borges. La prospettiva è opposta: per Borges non è l’uomo ad avere ucciso Dio, ma è Dio che si è ucciso, sacrificandosi, perché l’uomo non debba più sopportarlo. Il suicida si uccide sempre perché qualcuno si salvi, al suo posto.</strong> Il tema del suicidio ha una assonanza mistica con uno dei racconti inediti pubblicati nel 1980 da Franco Maria Ricci. In <em>25 agosto 1983</em>, Borges inscena la sua morte, profetizzata da un altro se stesso. Egli parla con il suo avatar, “proprio qui, tanti anni fa, in una delle stanze del piano di sotto, iniziammo la minuta della storia di questo suicidio… in quell’abbozzo, io avevo preso un biglietto di andata per Adrogué, e nell’Hotel Las Delicias ero salito alla camera numero 19, la più appartata. Lì mi ero suicidato”. Non è inutile ricordare che il 19 è il numero del volume della collana ‘La Biblioteca di Babele’ in cui è pubblicato questo racconto.<strong> “Posso morire in qualunque momento, posso perdermi in ciò che non so e continuo a sognare il doppio”, scrive Borges. “Beh, ciò che vorrei io sarebbe morire in modo repentino. </strong>Perché ho assistito a lunghe agonie: l’agonia di mia madre, l’agonia di mio padre, anche l’agonia di mia nonna, tutti stavano anelando la morte”, dice Borges a Liliana Heker.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Borges è affascinato dall’oblio, dal fatto che l’opera possa essere disinnescata – basta togliere una parola e le altre, come l’acqua in un lavandino, quando si toglie il tappo, si perderanno nel fausto gorgoglio – dall’inconciliabile distanza tra scrittura e lettura, tra scrittore e scritto. Per questo adora la Dickinson. <strong>“Emily Dickinson disse: «Non credo che la pubblicità faccia parte del destino di uno scrittore». E non volle pubblicare nulla. Quando morì, nei suoi cassetti trovarono centinaia o migliaia di versi, e li pubblicarono. Ma lei non aveva voluto pubblicarli. Al tempo stesso non li distrusse neppure. Ma non disse nulla”. Forse una sontuosa invidia coglie Borges: </strong>egli sa che la scrittura autentica riposa nel nascosto, si priva di sguardi. “Ho visitato la sua casa, nel New England, un paese come altri paesi, un po’ sperduti. Lei vi trascorse tutta la vita. Credo che stesse per sposarsi e non lo fece. E anche le sue lettere sono molto belle. Le poesie non so se possano sopravvivere nella traduzione, perché lei curava molto la forma”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La vita… io credo che, per quanto sfortunato uno sia – e tutti a volte lo siamo –, si debba essere grati per il fatto di vivere. Chesterton ha detto: «A un uomo deve bastare pensare che è un uomo, che è in piedi, che è sotto le stelle». Se questa è già una felicità così grande: il fatto di esistere; ora, esistere per sempre?</strong> Credo che sarebbe una grande sventura”. Occorre continuamente raspare la morte per dare luce alla vita; Borges, vivendo, ha disseppellito tradizioni e volti, idiomi e icone, facendo coincidere la cronologia umana alla propria immaginazione privata – la letteratura è una fune di diamante che lega le caviglie dei morti al collo dei vivi. (d.b.)</p>


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		<title>“La cultura è assoggettata al mercato, ma io sogno una poesia a misura d’uomo”: dialogo con Giuliano Ladolfi</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 05:27:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Del romanzo ne parlava da anni. Di un romanzo che raccogliesse la sfida della crisi radicale, intendo – non siamo più gli spavaldi ‘nichilisti’ di primo Novecento, che godono nel danzare sull’abisso, siamo nel precipizio, arresi al niente, e neppure ce ne accorgiamo, basta lo stipendio a decuplicare i sorrisi. Un romanzo che – senza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Del romanzo ne parlava da anni. <strong>Di un romanzo che raccogliesse la sfida della crisi radicale, intendo – non siamo più gli spavaldi ‘nichilisti’ di primo Novecento, che godono nel danzare sull’abisso</strong>, siamo nel precipizio, arresi al niente, e neppure ce ne accorgiamo, basta lo stipendio a decuplicare i sorrisi. Un romanzo che – senza infingimenti estetici e figliolanze sperimentaliste – <strong>si radicasse nella Storia, irradiando la storia di una teoria di personaggi. </strong>Storico e critico della letteratura (l’imponente ciclo <em>La poesia del Novecento</em>, in cinque volumi), poeta (<em>Attestato</em>), <strong>Giuliano Ladolfi, che quest’anno compie settant’anni, è marmorizzato nella generosità:</strong> nel 1996 fonda, insieme a Marco Merlin, la rivista “Atelier”, fucina di talenti della poesia contemporanea, che oggi, in perpetua evoluzione, è diventata “International”. Il gesto critico di Ladolfi, lucido, si somma alla virtù umana: non si è mai sottratto al consiglio, alla lettura, all’incoraggiamento allo studio. <strong>Letteratura come spina vitale, come slancio alla luce, vigore nell’esistere. Qualche anno fa Giuliano Ladolfi diventa anche Giuliano Ladolfi Editore</strong>, cioè uno dei rari spazi editoriali in cui la poesia e una saggistica fuori dagli schemi consueti – claustrofobicamente legati al redditizio, al reddito accademico – può esprimersi. <strong>Rompendo gli indugi, Ladolfi pubblica il suo romanzo, <em>L’orlo del tempo</em>, azzardato in modo doppio: </strong>nella visione formale – dal 1968 al 2008 s’intrecciano, per ‘drammi’, le storie gloriose e meschine di alcuni ragazzi – e nel concetto etico. <strong>Insomma, Ladolfi, dal sottosuolo che è il tempo presente, che è la vita con tutta la sua infamia, scava la luce, si ostina al bene.</strong> Un gesto quasi ‘rivoluzionario’, in un momento editoriale che premia il grigiore romanzesco, l’impegno immediato – cioè, senza prospettiva di pensiero – e il vagabondaggio nel malandrino maledettismo di quinta mano. “Siamo sull’orlo del tempo e vaghiamo come mosche cocchiere su un carro guidato da personaggi misteriosi”, mi dice Ladolfi, interpretando, con un candore letterario dai risvolti tragici, il millennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65918 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo-200x300.jpg" alt="" width="136" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo.jpg 400w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Intanto, perché quel titolo, “L’orlo del tempo”? Perché quel cerchio storico (1968-2008) che sembra un gorgo dove tutto è messo in discussione, dove un nuovo mondo s’avvia, s’avvalora sulle ceneri dell’altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le tre domande si integrano e si completano: sono convinto che stiamo vivendo un’epoca di profondi cambiamenti, non unica, ma sicuramente singolare. <strong>Mi ha sempre affascinato il passaggio dal Medio Evo all’Umanesimo-Rinascimento, durante il quale sono stati mutati i paradigmi di interpretazione del mondo, della realtà e dell’esistenza umana. Se prima ogni aspetto interpretativo verteva sull’Eterno, dopo si è spostato sull’uomo. Ora, ho scorto diverse analogie con il periodo in cui si svolge la vicenda narrata nel romanzo: si consuma la crisi della Modernità e siamo entrati nella Postmodernità o Età Globalizzata</strong>, come ho chiarito nel primo tomo del testo “La poesia del Novecento: la poesia dalla fuga alla ricerca della realtà”. Questo è il momento storico in cui si consumano gli esiti della crisi della civiltà occidentale, iniziata durante il Seicento, quando cioè è stata distrutta la sintesi classico-cristiana. Dopo i falliti tentativi di ideare una spiegazione sui quesiti esistenziali, operati dall’Illuminismo, dal Romanticismo, dal Positivismo, ci si è accorti che l’uomo non è più in grado di capire se stesso e il mondo, per cui si perde ogni punto di orientamento, perché non si conoscono più i motivi dell’esistenza propria e del realtà. Si tratta di una crisi di senso. Dopo la consapevolezza maturata nella fase del Decadentismo e durata fino agli Anni Settanta del secolo scorso, attraverso la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione delle ideologie siamo entrati in una fase “liquida” (Z. Bauman) <strong>e non abbiamo ancora trovato la rotta su cui incamminarci anche perché la globalizzazione economica, migratoria, tecnologica e informatica sta ponendo all’umanità problemi sconosciuti per i quali non sono state ancora elaborate categorie interpretative.</strong> Il problema principale odierno non è soltanto quello ecologico, sociale, politico, culturale; il problema fondamentale assume carattere epistemologico e sta alla base di ogni altro problema: il senso della nostra esistenza. I personaggi del racconto vivono in se stessi questa crisi, si arrovellano per capirla, sono instabili, profondi e superficiali, esplorano, ma sbattono la testa contro una realtà indecifrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Diverse possono essere sfaccettature interpretative. Il lato storico va individuato nel periodo che va dal 1968 al 2008 con i relativi cambiamenti economici che comportano il passaggio da un mercato nazionale a un mercato globalizzato; quello sociale con il mutamento dei rapporti tra le generazioni; quello gnoseologico contraddistinto dall’irruzione del relativismo, che rimette in crisi millenarie certezze; quello letterario che dalla tradizione attinge gli strumenti per una rappresentazione postmoderna. <strong>Il profondo mutamento viene colto in modo particolare nelle problematiche presentate che vanno dall’educazione all’affettività, ai rapporti interpersonali e familiari, al lavoro, alla religiosità, alla vita e alla morte,</strong> mediante un’introspezione psicologica, in cui la luce delle certezze si attenua in un grigio indistinto, secondo il quale il bene e il male si sovrappongono in modo inscindibile.  Non si tratta di avanzare nuove interpretazioni del mondo, ma di portare alla luce <strong>il tragico smarrimento di ogni certezza, il quale corrode l’animo dei protagonisti, segnati da vicende personali meravigliose, esaltanti e contemporaneamente meschine e deprimenti</strong>, capaci di mettere a nudo l’intima contraddittorietà dell’essere umano e dell’attuale periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65919 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2-214x300.jpg" alt="" width="140" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2.jpg 571w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Mi pare un romanzo sulla ‘condizione umana’ (mimo Malraux) e sul ‘tramonto dell’Occidente’: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, il nucleo è proprio la condizione umana al tramonto dell’Occidente, i cui valori rivelano tutta la loro fragilità e non perché non siano validi, ma perché la contingenza storica li mette in discussione: famiglia, educazione, religione, cultura, rapporti sociali. Non dimentichiamo poi anche la relazione con noi stessi, riveduta e corretta da un secolo di psicanalisi, di studi e controstudi su ipotesi verificabili e non verificabili. <strong>Siamo sull’orlo del tempo e vaghiamo come mosche cocchiere su un carro guidato da personaggi misteriosi; ci sono sconosciuti i motivi del viaggio, la durata e la meta, come il viaggiatore cerimonioso di Caproni.</strong> Siamo soltanto certi di essere in cammino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno storico della letteratura, un interprete della letteratura contemporanea, un poeta e un traduttore che scrive un romanzo: perché? Quali scrittori leggi per affinare il tuo stile? Percepisco che avevi da dire alcune cose che né la forma saggistica né quella poetica riuscivano ad esaurire, è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha letto i miei scritti, sia i saggi sia le poesie, non faticherà trovare analogie con il romanzo al punto che i diversi testi si possono integrare e chiarire a vicenda. Perché un romanzo allora? <strong>Perché desideravo che il mio pensiero si “incarnasse” in personaggi, in vicende, in relazioni, i rapporti. La critica letteraria offre la possibilità di razionalizzare il nostro pensiero. La poesia lo folgora in esplosioni che richiedono occhi esperti e profondi del lettore. Il romanzo, come il cinema, li espone ai nostri occhi in tutta la complessità di una realtà contraddittoria e sempre emergente.</strong> Mi sembra di vederli vivere, operare, gioire, soffrire, interrogarsi, parlare, tacere, macerarsi&#8230; Il romanzo è una rappresentazione in movimento a tutto tondo, a colori. I protagonisti, Valentino, Luisa, Guido, Andrea, Gabriele, Giulia, sono persone che vivono nelle proprie vicende il travaglio della fine di un’epoca nella ricerca di nuovi orizzonti di umanità, di valori e di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scrittori che hanno segnato la mia vita sono i grandi romanzieri classici: russi, francesi, tedeschi, inglesi, americani, sudamericani, giapponesi, la grande scuola manzoniana e verghiana, come pure i nostri neorealisti e l’Umberto Eco del <em>Nome della rosa</em>… Ricordo soltanto che durante gli anni della scuola media ho divorato tutta la biblioteca del collegio in cui studiavo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Estrapolo una frase. “Ogni tanto nella nostra vita occorre ‘fare deserto’, chiuderci in noi stessi e lasciare che le sensazioni interne vengano alla luce senza opporre resistenza”. Oggi non c’è deserto, c’è solo palco, palcoscenico. Qual è l’importanza del deserto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi c’è solo palcoscenico: tutti ambiscono al quarto d’ora di pubblicità, tutti aspirano a una vita di successo all’interno di una visibilità continua. Non si ammettono le sconfitte, le debolezze. Nei film, nei romanzi sembra prevalere soltanto la figura del vincente. “Uno su mille ce la fa” cantava Gianni Morandi. Ma gli altri novecentonovantanove che fanno? Sono degli esclusi, dei derelitti, degli sfiduciati e diciamo il 999 su 1000 e cioè praticamente tutti. <strong>Oggi, si ripete nel gergo calcistico, per trionfare, bisogna essere “cattivi”, farsi largo a gomitate. Nella vita, quindi, ci vuole una dose di malizia che aizza gli uni contro gli altri, come avviene nel settore economico, nello spettacolo, nella carriera ecc. Non si capisce che esistono altri modi per realizzare se stessi e le proprie doti: l’attenzione al prossimo, la riservatezza, l’amore, la bontà, l’affetto, la comprensione… </strong>Ecco perché, seguendo Agostino, ogni tanto è necessario uscire dal frastuono massmediatico e rifugiarsi in se stessi (“Redi in te ipsum. In interiore homine habitat veritas”). I nostri classici, greci e latini, una volta erano maestri di umanità, ora in senso contrario lo sono i vincenti. <strong>Il “deserto” prevede il recupero dei valori prettamente umani: il corretto rapporto con noi stessi, con il mondo, con gli altri, con i propri obiettivi, con il senso della vita,</strong> perché il problema attuale per la maggior parte di noi non è il cibo, ma l’apparenza, il consumismo, la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65920 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia-207x300.jpg" alt="" width="143" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia.jpg 500w" sizes="(max-width: 143px) 100vw, 143px" />Il romanzo mette il dito nella distruzione di tutti i valori che hanno costruito le fondamenta della civiltà europea. Cito ancora un passo. “La famiglia da comunità educativa è diventata comunità affettiva e i genitori riversano su di loro speranze e frustrazioni. Non è giusto che i veri educatori siano i nonni”. Che fine ha fatto la famiglia, cosa è diventata? E cos’è l’amore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è una novità che la famiglia sia in crisi, come pure l’educazione. Il mutamento del modello familiare ha influito sul rapporto con i figli. Tale situazione non comporta affatto una valutazione negativa e un rimpianto del passato. Il mutamento epocale è una realtà con la quale occorre rapportarsi. Il problema educativo odierno non va affrontato singolarmente, ma, nell’età della comunicazione informatica e massmediatica, coinvolge l’intero sistema sociale. <strong>La crisi della famiglia si basa sulla crisi di identità del singolo genitore che con difficoltà avverte la responsabilità educativa, distratto da mille altre preoccupazioni e occupazioni, come il lavoro, il divertimento e l’evasione. “Che fine ha fatto la famiglia?” Questa domanda rimanda a un’altra domanda: quale tipo di famiglia? Le parole stesse non veicolano più un senso comune.</strong> E poi, come possiamo pensare che i nostri ragazzi costruiscano una personalità salda, se accanto a genitori in difficoltà si pone la possibilità d’accesso a un sistema di comunicazione, il cui fine fondamentale è il risultato economico e non il valore della persona? E l’amore? Anche in questo caso: quale tipo di amore nella società “liquida”? Con ciò non si nega affatto la speranza: ai giovani viene delegato il compito di prospettare un nuovo tipo di identità dell’adulto, come in fin dei conti tentano Gabriele e Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlo della tua esperienza da editore, eccitante, credo, ma difficilissima. Cosa è diventata la cultura, il senso della cultura, la poesia in questo ultimo ventennio? Ti faccio un esempio. Alcuni autori della cosiddetta ‘generazione decisiva’ (Temporelli, Ielmini, Ponso, Turina) decidono, consapevolmente, di ‘farsi fuori’ dai giochi letterari che contano, altri giocano la propria estetica con gesto feroce (così era in “Atelier”, ad esempio), non certo istituzionale. Insomma, si percepisce, da anni, che un’era è finita&#8230; però&#8230; il teatrino continua. Commenti.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ai due significati tradizionali di “cultura”, uno elitario di patrimonio artistico e letterario acquisito tramite lo studio e un secondo come complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, si è aggiunto un terzo come “promozione dei beni di consumo”:<strong> la cultura è diventata veicolo di <em>business</em> e assoggettata, come quasi tutte le manifestazioni umane, al mercato. </strong>All’esame della situazione attuale della poesia abbiamo dedicato due convegni nazionali (Firenze 6 febbraio 2017 e Milano 12 aprile 2018), i cui atti sono stati pubblicati nel testo <em>La fucina della poesia</em> (2018). <strong>A fronte di circa due e più milioni di scrittori in versi è difficile trovare due decine di migliaia di lettori di pubblicazioni contemporanee. Le grandi case editrici raramente investono in questo settore, i <em>mass media </em>vi dedicano pochissimo spazio. È un avvenimento quando la radio o la televisione presentano un poeta, un vero poeta e non un cantautore. L’università molto raramente ne fa oggetto di studio. </strong>I giovani non conoscono neppure i nomi dei poeti viventi. L’attuale grande produzione è diventata “invisibile”. «Atelier» fin dalla fondazione (1996) ha proposto e propone un altro modello di poesia, fondata sul valore della persona umana come essere individuale e sociale. E proprio questo tipo di poesia, soggetto all’emarginazione, nella società “emporiocentrica” costituisce una vera e propria forma di “resistenza” all’effetto di commercializzazione che ha invaso altre forme d’arte, come la pittura, la scultura, la narrativa, la musica, e si pone come valore morale accanto alle virtù civiche e culturali, alla fiducia reciproca, al senso del dovere, che costituiscono il vero collante per quegli elementi che costituiscono la società civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il “consumatore ideale” o produttore di poesia oggi possiede estrema libertà di scrittura e si adatta a schemi sentimentali, avanguardisti, espressionisti, sperimentali e se possiede estrema libertà di pubblicazione e di promozione (pubblicazioni in proprio, pubblicazioni senza selezione, <em>reading</em>, presentazioni, blog, giornali <em>online</em>, siti personali ecc.), <strong>la rivista «Atelier» propone una poesia in cui è presente il segno dell’intero essere umano, del suo trovarsi nel presente, del suo essere storia, individuo, cultura e civiltà</strong>, della sua attitudine a progettare il futuro e soprattutto della sua necessità di interrogarsi sui quesiti esistenziali, della relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Come si è rapportata e si rapporta la generazione “decisiva” all’interno di questa prospettiva? In effetti, il gruppo che durante il primo decennio del secolo ha operato in redazione si è sciolto, ma questo non significa che non sia più operante. I germi seminati durante quel periodo vivono e vegetano nei loro lavori. È venuto meno lo spirito “militante” e rinnovatore che lo aveva animato in quel periodo non solo con la condivisione di prospettive estetiche e poetiche, ma soprattutto con i vincoli di amicizia e di collaborazione, come testimoniano gli incontri di redazione, i convegni, gli incontri personali. I frutti sono però visibili: in seguito alle dimissioni di Marco Merlin, un altro gruppo redazionale ne ha accolto l’eredità all’inizio del 2015 e continua in modo entusiastico quel lavoro, anzi sta ampliando gli orizzonti poetici e culturali coinvolgendo <em>online</em> altri settori geografici mediante la rivista <em>Atelier International</em> (atelierpoesia.it), redatta quasi tutta in inglese e diretta da Francesca Benocci. Il sogno di una poesia “a misura d’uomo” sta invadendo l’intero pianeta.</p>
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