Hermann Broch aveva la “testa da uccello”, “non gli interessava vincere” e nelle carceri naziste scrisse il libro più estremo del secolo

Posted on Agosto 18, 2018, 7:21 am
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La professoressa d’inglese, si mormorava, era reduce da una cocente delusione d’amore, era ridotta a uno straccio. La ricordo magrissima e nervosa. Si mormorava che avesse abitato per dieci anni in Inghilterra, con un pianista – il che, forse, dava una glassa romantica, tragica a un amore qualunque. Mollata dal pianista, ora la prof d’inglese stava nella più violenta periferia di Torino, e insegnava nel mio liceo, scalognato.

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morte virgilio 1Alla prof d’inglese devo la conoscenza di William Blake, di Thomas S. Eliot, di William B. Yeats e di Ezra Pound. Aristocratica – differenziava i compiti a seconda del talento di ciascuno: c’era chi continuava a baloccarsi con l’abbecedario grammaticale e chi aveva l’onore di cimentarsi in piccoli saggi di critica letteraria in lingua – rompipalle, scontrosa: ne facevamo oggetto di risa e di ammirazione. Un giorno le chiesi, con la foga dei liceali – che ho ora, ancora –, che vogliono, incoscienti, solo assoluti, quale fosse, per lei, il libro assoluto. Pensai a uno di quelli. A James Joyce, a Virginia Woolf, eventualmente a Samuel Beckett. Mi disse. La morte di Virgilio. Hermann Broch. Mai sentito. Le chiesi, chi? Austriaco, fece lei, come se la nazionalità dicesse tutti. Poi aggiunse, gli inglesi sono i più bravi, ma non vanno fino in fondo.

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Ovviamente. Quel nome (Hermann Broch) e quel libro (La morte di Virgilio) diventarono una ossessione. Facile da risolvere, per altro. Nella libreria di casa – mio padre faceva il direttore della biblioteca di quel piccolo paese ingoiato dal tedio, nella gola del nulla – il libro c’era. Prima edizione Feltrinelli (1962), collana ‘I Narratori’. In copertina, la faccia in primo piano di Hermann Broch. Occhi spiritati, capelli al vento. Un nobile folle. “Testa da uccello”, lo descrive così Elias Canetti. Già. Pareva un falco.

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La quarta di copertina riproduce le prime frasi della prefazione di Ladislao Mittner. Le leggo. “Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto di non poter uscire vivo, uno scrittore più che cinquantenne, già favorevolmente noto al pubblico degli intenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver saputo creare ancora il proprio capolavoro, fa il suo esame di coscienza: si scopre colpevole di essersi troppo occupato della propria età, del ‘romanzo’, cioè dello studio psicologico-sociale della propria generazione e della generazione precedente, trascurando di ascoltare la voce più pura dell’anima”. Le parole mi squassarono. La morte di Virgilio nasce da una crisi, dal profondo degli inferi della mente e della Storia (le “prigioni naziste”). Dunque, è un’opera testamentaria, un’opera in cui lo scrittore dà la vita, penetra nei ricami della morte. Eccolo, l’assoluto, l’autentico.

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Inutile cercare altro. Intendo. Di Hermann Broch, che insieme a Thomas Mann e a Robert Musil è il grande scrittore d’area tedesca, potete leggere il resto. Il ciclo dei Sonnambuli – ottimo titolo – ad esempio, oppure Gli incolpevoli. Ne traggono godimento, penso, gli storici della letteratura; per i lettori comuni, come me, sono letture difficili, ardue, aride. La morte di Virgilio, intendo, pensato nel 1936, elaborato in carcere, dove Broch, ebreo convertito al cattolicesimo, è rinchiuso nel 1938, e pubblicato nel 1945, dall’esilio negli Stati Uniti (dove morirà poco dopo, nel 1951), è il libro assoluto, del non ritorno, definitivo.

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morte virgilio 1La morte di Virgilio, diviso in quattro ‘respiri’ – Acqua, Fuoco, Terra, Etere –, come i giorni che mancano al grande poeta per morire, a Brindisi, nel 19 avanti Cristo, è il libro più estremo mai scritto, che sfida i ‘generi’, degenerando. Secondo Ezio Raimondi, «Difficile dire se La morte di Virgilio sia un romanzo riuscito o meno. Forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo. È una specie di straordinaria sconfitta, che però porta il raccontare oltre le sue strade correnti». Impossibile, straordinario e sconfitta sono caratteri che mi portano a idolatrare il romanzo-fiume di Broch.

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Va letta La morte di Virgilio sinotticamente alle Memorie di Adriano della Yourcenar. Qui c’è la minuziosa ricostruzione storica per dar tenuta e tensione alla voce di Adriano; là c’è solo l’immane magma cerebrale del poeta che s’inoltra nella morte. Da una parte la fermezza narrativa permette alcune sortite filosofiche, dall’altra il monologo interiore dilagante non ammette alcuna quiete formale; da un lato siamo accolti, dall’altra trascinati.

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Ecco un passo, per capire la vertigine. “E allorché gli fu porto lo specchio e vi scorse l’immagine così familiare ed estranea del suo viso, che pareva respingerlo e al tempo stesso esigere qualcosa da lui – come se tanti strati di vita si fossero disposti sotto la pelle bruna e olivastra e tante cose significassero gli scuri occhi cerchiati di nero e tanti segreti tacesse la bocca sottile e disavvezza all’amore – allorché egli guardò in quel viso cavernoso che lo guardava, quasi recasse in sé umilmente tutti i visi della vita, l’abisso dei visi del passato in cui, uno dopo l’altro, quei visi erano precipitati per essere tuttavia custoditi per sempre, sicché il viso della madre si rispecchiava nel viso del bimbo, anche se a quest’ultimo erano stati negati gli occhi chiari di lei – oh, allorché egli guardò in questa catena di visi, ecco che vide l’ultimo viso…”.

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Dopo un romanzo del genere non si tratta di tornare indietro (cioè, scimmiottare una implausibile placidità narrativa), ma di girargli intorno, avanzare verso altri sentieri, dare ai laghi sostanza di rivelazione.

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La morte di Virgilio, il libro più estremo, non va letto – va consultato, per tutta la vita, come la Bibbia. Spesso il libro, inafferrabile, si spacca in poema. Hermann Broch è stato un poeta di talento: le sue liriche, appuntate, dedicate agli amici, ma mai raccolte in un libro organizzato per la pubblicazione, splendenti, chiose sulle ali di un celeste, sono state pubblicate nel 2009 come Hermann Broch. Poesie, da Città Nuova, per la cura di Vito Punzi. Il libro, va da sé, troppo bello per essere vero, è ora introvabile.

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La descrizione più bella di Hermann Broch la offre il suo discepolo più grande, Elias Canetti, in Il gioco degli occhi. “Mi pareva di vedere in lui un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze. Sembrava che si ricordasse di un tempo in cui poteva ancora volare. Non si era mai riavuto da quella mutilazione, da ciò che gli era successo”. Con altre frasi, acutissime, Canetti fissa il carisma di Broch. “Broch è stato il primo ‘debole’ che ho incontrato. Non gli interessava vincere e neanche prevalere e meno che mai mettersi in mostra. Si guardava bene dall’enunciare grandi propositi, perché gli ripugnava profondamente… Broch cedeva sempre, e solo cedendo assimilava… Broch era molto riservato, e dava un’impressione di insicurezza. Dovunque posasse lo sguardo, risucchiava tutto in sé, non col ritmo di chi inghiotte ma con quello di chi inspira. Non toccava, non urtava nulla, tutto rimaneva com’era, immutabile, e conservava il proprio particolare alone d’aria. Sembrava che Broch assorbisse le cose più disparate per custodirle in sé”.

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Concomitante con la pubblicazione de La morte di Virgilio, nel 1945, Broch scrive la sua poesia più alta, Paesaggio virgiliano. Quasi un congedo a quel romanzo impossibile. Occorre stare fermi, in bilico, sul primo verso, sul rigore del vero. (d.b.)

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Paesaggio virgiliano

Poiché il vero è rigoroso, non fidarti dell’allegria.
Impallidiscono a sera i colori del paesaggio, anche del più limpido,
ed esso mostra le prime linee
quando l’oscuro ulivo è contro il grigio del cielo
avvolto nell’immobilità.
Immobile e immoto è il rigore;
le vele dei pescherecci là fuori,
marroni e nere, triangolo attorno a triangolo,
si specchiano ancora nei flutti divenuti silenti,
nei flutti dell’anima, e
non vacilla il guscio della verità.
Ciò che è stato, che di sera si propaga
come presagio di ciò che è per sempre.
Poi la pietra diventa cristallo, l’opera giornaliera riposa nel rigore
del vero che dura.

Hermann Broch