Perché non leggiamo più Elias Canetti? Ci fa capire Stormy Daniels, Alma, la donna dagli occhi che sbranano e Wotruba, lo scultore che uccise la pietra

Posted on Agosto 25, 2018, 7:30 am
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Stormy Daniels è del 1979, è alta un metro e 70, ha diretto il giornalino del liceo, ma non è celebre come giornalista. Stormy Daniels, 91-66-91, numeri da giocare al Lotto, è famosa perché ha due tette così e ha fatto un tot di film porno di successo – visibili gratuitamente su uno dei siti ‘di genere’, a scelta. Già celebre nel mondo del porno, bionda, prima democratica poi repubblicana, Stormy Daniels – in realtà Stephanie A. Gregory Clifford – ha decuplicato la propria popolarità perché ha detto che, yes, si è fatta il Presidente degli Stati Uniti d’America. I fatti risalirebbero a una decina di anni fa, e vedendo Stormy, tempesta biondo chiomata e tettuta, beh, io direi che è lei che si è sbattuta Trump. Il contrario, dal sessantenne di allora, faccio fatica a crederlo.

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La vasta cagnara sui presunti affari sessuali di Donald Trump fa irritare i puritani, ma rientra perfettamente nei canoni della gestione del potere. Leggete Elias Canetti, Massa e potere, e capite tutto. Il potere è anche, sempre – se non preliminarmente – potere sessuale. Il denaro compra ciò che la verga non può ottenere, o meglio, il denaro è l’appendice del potere sessuale. Le masse, d’altronde, vanno sedotte, e i grafici che mostrano l’ascesa elettorale di un ‘capopopolo’ mimano la crescita del membro, della virilità. La cosa può far schifo alle educande, ma è così. Con lo sfinire del potere sessuale, finisce quello reale: i re africani potevano tutto ma venivano uccisi appena una delle svariate mogli si accorgeva che il potente non funzionava più. Lo scettro, il bastone del comando, d’altronde, è simbolo della minchia, di cos’altro?

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Cantti libroInsomma. Il potente, per dimostrare che è tale, ha bisogno dello ‘scandalo sessuale’. Ne aveva bisogno Kennedy, ne ha bisogno Trump, ne abbisognerebbe, ancora e ancora, per risorgere, Berlusconi. Il potente è tale se, ipoteticamente, ipnoticamente, può trombarsi tutte le donne del pianeta. Per questo Stormy Daniels è necessaria a Trump – il Presidente non si tromba una casalinga qualsiasi, mette a novanta, addirittura, una pornostar facoltosa in carne e tette. Altro che impeachment: Stormy toglie Trump dall’impiccio di riconoscersi per quello che è, un vecchio.

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Massa e potere è uno dei libri più anomali e affascinanti del secolo scorso, di sempre, che metto, nella mia personale bacheca delle ‘fonti’ che dilagano sguardi oltre il noto, che sfidano l’accademismo, di fianco al Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e al Ramo d’oro di James Frazer. Massa e potere, in più, ha il genio della scrittura narrativa, è scritto benissimo: puoi aprirlo a caso – chessò, il capitolo su “Sopravvivenza e invulnerabilità” – e godere di tanta sapienza e di superba forma. Cosa rarissima: di solito i saggi o le ramanzine filosofiche sono esteticamente indegne, di una noia mortale.

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Certo, Elias Canetti, che è stato onorato con il Premio Nobel per la letteratura nel 1981, è arcitradotto in Italia, ci mancherebbe, l’anno scorso Adelphi ha pubblicato il libro impossibile, postumo, fatto di quaderni e fitto di aforismi, Il libro contro la morte. Ma non è quello il punto – anzi, quel libro è perfino sviante. Ciò che è avvilente, piuttosto, è constatare che nessuno legge più Canetti. Peccato. Non solo perché Canetti ci spiega i meccanismi del potere e dei moti di massa, massicci, ma perché Canetti è un grande scrittore.

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Penso che in pochi abbiano letto Auto da fè. Peccato, è un libro bellissimo. Ma ancora più bella è la trilogia “Storia di una vita”, costituita da La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi. Perché? Perché Canetti è un osservatore spietato, micidiale. Penso che soltanto Canetti, lungo l’arco di una narrazione di qualche pagina, possa descrivere uno scultore (Fritz Wotruba, nel caso specifico) come “una pantera nera” nell’atto di “dilaniare” la pietra, perché “era un omicidio quello che interpretava davanti a te”. L’atto di scolpire come omicidio: solo Canetti può vedere questo.

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Fate l’esperimento. Dopo aver letto una pagina di Canetti, aprite un romanzo qualsiasi di un autore contemporaneo, per quanto dotato. Risulta sempre parziale, manchevole di qualcosa, troppo banale, troppo poco concentrato a ciò che sta narrando. La capacità di Canetti non è ‘sperimentale’ – è leggibilissimo – è che il suo sguardo ha la forza della spada e la profondità del microscopio. Canetti sprofonda dentro una vita, fa felice speleologia, ha i capelli pieni di stelle filanti mentre ti mostra il segreto, l’indiscusso e l’indicibile, decisamente.

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Canetti è talmente bravo che quando lo scopri ti pare una proprietà. Salman Rushdie – infinitamente meno bravo di Canetti – scrisse su di lui un bellissimo articolo, pubblicato nel 1989 da la Repubblica. L’incipit fa capire cosa intendo. “Da quindici anni a questa parte, Elias Canetti è stato uno dei miei piaceri segreti; davvero voglio dividerlo con il resto del mondo? Temo di aver sempre avuto un debole per l’esoterismo e di essere perciò entrato a far parte, anche se indegnamente, della compagnia clandestina di scrittori dei quali la maggior parte dei miei amici non ha mai sentito parlare: Grimmelshausen, Machado de Assis e, ancora fino a ieri, Elias Canetti. Quando ho saputo che Canetti aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura, ho provato lo stesso sentimento che provai anni fa, quando le finzioni gnomiche di Borges che fino ad allora avevo creduto di mia esclusiva proprietà divennero di pubblico dominio, quasi dall’oggi al domani”.

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Canetti libro2Il libro più bello della trilogia di Canetti s’intitola Il gioco degli occhi ed è idealmente dedicato ad Alma Mahler. Anzi. Il libro è dedicato al “gioco degli occhi di Anna, dal quale non mi ero ancora liberato”. Alma – nome che è icona – è stata una delle vertiginose muse del secolo passato, quando una donna aveva il potere di stimolare lo sfogo di un’avanguardia artistica. Su di lei, sul suo sguardo, Canetti scrive pagine memorabili. “Vi sono occhi che fanno paura perché mirano solo a sbranare. Servono a rintracciare la preda che, una volta scoperta, è condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi resta bollata come tale. È tremenda la fissità di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai, è prefigurata per sempre, non c’è vittima che possa modificarla. Chi entra nel suo campo visivo è già vittima, non può opporre alcuna difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale. Poiché nella realtà la metamorfosi non è possibile, miti e uomini sono sorti per causa sua”. Mai letta descrizione più potente degli occhi di una donna. Piuttosto, spaventa confrontarsi con uno scrittore così, perché Canetti celebra la nostra smisurata cecità.

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Penso a Elias Canetti e a Hermann Broch – anch’egli sedotto da Alma – che camminano per Vienna. Di cosa parlano? Di questo. “Nelle mie conversazioni con Broch venne a galla un problema che potrebbe anche sembrare stravagante: esisteva un uomo buono? E se esisteva, come doveva essere? Gli mancavano certe qualità che servivano da molla agli altri? Era qualcuno che se ne stava in disparte oppure poteva muoversi liberamente in mezzo agli altri, reagire alle loro sfide ed essere ugualmente ‘buono’?”. Quando leggo Canetti, esperienza che capita di rado, mai, direi, mi sembra di essere più intelligente: Canetti dona profondità all’intelligenza umana.

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La letteratura, forse, non è altro che la ricerca dell’uomo buono – è la ricerca del bene – ostinarsi a credere che esista, il bene – forse è anche diventare buoni – farsi buoni rovesciando tutto il male che c’è in una manciata di frasi. (d.b.)

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Il luogo in cui sentivo più forte la mia affinità con Wotruba era il suo atelier. Il municipio di Vienna gli aveva assegnato due arcate sotto il viadotto della ferrovia urbana. Sotto un’arcata – o davanti a essa, se il tempo era buono – Wotruba si scagliava contro la sua pietra. Quando vi andai la prima volta, stava lavorando a una figura femminile distesa. Colpiva duro e faceva capire quanto fosse importante per lui la durezza della pietra; saltava improvvisamente da un punto della figura a un altro, ben distante dal primo, e vi applicava lo scalpello con rinnovato furore. Era chiaro quanto fosse essenziale nel suo lavoro la parte delle mani, in che misura l’esito dipendesse dalle mani, e tuttavia si aveva l’impressione che egli addentasse la pietra. Una pantera nera, questo fu l’effetto che mi fece, una pantera che si nutrisse di pietra. Wotruba lacerava la pietra e vi affondava i denti. Non si sapeva mai in che punto avrebbe lanciato il suo prossimo assalto. Erano soprattutto quei balzi a far pensare a un felino, ma non avvenivano da una distanza qualsiasi, bensì da un punto all’altro della statua. Su ogni punto Wotruba si avventava con un’energia concentrata, e la forza con cui aggrediva si sprigionava in un certo senso là dove il balzo finiva. Il giorno della mia prima visita al suo studio – Wotruba lavorava alla statua sepolcrale per la cantante Selma Kurz – i suoi balzi venivano dall’alto, e forse per questo mi venne fatto di pensare a una pantera che da un albero piomba sulla vittima. Era come se Wotruba dilaniasse la vittima – ma che senso può avere un “dilaniare” quando l’azione si esercita sul granito? Nonostante la cupa concentrazione di Wotruba, era impossibile dimenticare anche solo per un istante la materia con cui si batteva. Mi trattenni a lungo a osservarlo. Non sorrise una volta sola. Sapeva di essere osservato, ma non diede alcun segno di compiacimento. Era un’operazione mortalmente seria, quella che si compiva nella pietra. Compresi che Wotruba si presentava quale realmente era. La sua natura era così forte che aveva voluto scegliersi l’impegno più difficile. Per lui durezza e difficoltà coincidevano. Quando si ritraeva con un balzo improvviso, sembrava che lo facesse per sottrarsi ai colpi con cui la pietra avrebbe risposto. Era un omicidio quello che interpretava davanti a te. Mi ci volle tempo per capire che lui doveva uccidere.

Elias Canetti