“Non abbandonare la cura con cui regoli il tuo cuore su queste tenerezze parenti dell’autunno”: intorno a una poesia di René Char (in traduzione d’eccellenza, introvabile)

Posted on Giugno 06, 2019, 12:48 pm
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La poesia che riproduco è tratta da Le Poème pulvérisé, pubblicato in edizione d’arte, con “una incisione di Matisse”, nel 1947. L’anno prima Gallimard edita Feuillets d’Hypnos, l’anno dopo Fureur et Mystère. Dopo l’ipnosi della lotta, in cui René Char indossa il nome di “Capitaine Alexandre” – Alessandro, protettore di uomini – e prima del furore impregnato di mistero, la polverizzazione. Char – degno nipote di Rimbaud – sa che la scrittura scortica fino all’ultimo, non arretra agli orrori, fino al grido primo, alla purezza insopportabile. Sa che si scrive per strapparsi la lingua e convertire il sangue in luce.

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Si polverizza il canto perché dalle ceneri sorga una parola nuova, che dia natura e nitore all’alba del prossimo millennio. Char, in quel grumo di anni, conosce Camus e Braque, divorzia dalla moglie, Georgette Goldstein, si unisce all’antropologa Tina Jolas, instaura una frugale asperità nel dire, assurge alla sorgente della solitudine. Se la poesia va scovata, scavando a perpendicolo tra la petraia delle civiltà sepolte e la fiumana dei futuri, il poeta è creatura da pretendere, da predare nella giungla, nella giuncaia dei sensi. Di René Char molto si dice – troppo poco si pubblica. Capisco: educarsi alla luce significa non accettare altra cecità.

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Vent’anni fa, nel 1999, Palomard esce con una silloge di Poesie di Char. Non dico l’assurdo dicendo che la traduzione di Pasko Simone e più bella di quelle – bellissime per altro modo, per l’incontro con il poeta – di Vittorio Sereni e di Giorgio Caproni. Il libro mi è stato donato, e diventa verbo da masticare appena svegli, quando la finestra che sfoga in azzurro mi abbaglia, e così il suono delle nuvole. Mastichi quel verbo che non ha bisogno di meditazione ma di tocco – la poesia non si ‘comprende’, si assedia – e il seguire delle ore – “la stregoneria della clessidra”, dice Char – è sequela giustificata, sguainata. Un libro introvabile, forse, per questo, un dono memorabile, di insopprimibile bellezza.

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“Tradurre Char vuol dire amarlo. La pazienza, la dedizione, la passione non possono essere che quelle di un amante eccezionalmente felice perché corrisposto in ogni sua aspettativa”, scrive Pasko Simone. La traduzione di Char è compito liturgico, anche la lettura è ingresso in un luogo, in una dimora. Le parole fanno questo: aprono una dimora, una città rifugio.

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Penso che bastino le parole giuste per convertire un destino dal terrore all’amore del buio e di tutte le sue tigri. Le parole agiscono come mute di cani e statura d’abete. Se la parola assertiva carcera quella poetica apre, turba per eccesso di possibilità, ti scaglia alla pianura sterminata, al sauro senza briglie.

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Dare peso alla notte – leggeri – e poi disfarsi, signoreggiare sull’impossibile, essere i contadini del proprio abisso, “ma tu hai scavato negli occhi del leone” – per dissotterrare quale speranza?, quale acuminata promessa? René Char ci insegna a non obliare il dolore, che è la nostra identità, ma a curarlo, come la cosa cara, lo sgomento che conforta. Si spartisce la morte dopo l’amore, dissi, perché l’amore sia un patto, il più forte. (d.b.)

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Abito un dolore

Non abbandonare la cura con cui regoli il tuo cuore su queste tenerezze parenti dell’autunno, di cui ricalcano la placida andatura e l’affabile agonia. L’occhio è precoce nel piegarsi. La sofferenza conosce poche parole. Preferisci coricarti senza pesi: sognerai dell’indomani e il letto ti sarà leggero. Sognerei che la tua casa non ha più vetri. Impaziente di unirti al vento, al vento che percorre un anno in una sola notte. Altri canteranno l’incorporante melodia, le carni che non rappresentano altro che la stregoneria della clessidra. Tu condannerai la gratitudine che si ripete. Più tardi, sarai identificato con qualche gigante in disfacimento, signore dell’impossibile.

E tuttavia

Non hai fatto altro che dare più peso alla tua notte. Sei tornato alla pesca alle murate, alla canicola senza estate. Sei furioso verso il tuo amore, nel centro di un’intesa che sgomenta. Pensa alla casa perfetta che non vedrai mai innalzata. A quando la raccolta dell’abisso? Ma tu hai scavato negli occhi del leone. Tu credi di veder passare la bellezza al di sopra delle nere lavande…

Che cosa ti ha sollevato, ancora una volta, un po’ più in alto senza convincerti?

Non esiste pura dimora.

René Char

*da: René Char, “Poesie”, Palomar 1999, traduzione italiana di Pasko Simone