“Io posso sopportare tutto”: in memoria di Anna Achmatova nel giorno della sua morte

Posted on Marzo 05, 2019, 7:30 am
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Di allarmante bellezza, Anna Achmatova sembrava ridurre il millennio a uno scherzo, si nutriva di Puskin, Amedeo Modigliani aveva cercato di frenare l’immortalità indisciplinata di quelle forme in disegno, poiché viveva al di là del tempo capì che a lei era data la sorte dei dannati e dei diamanti, quella di vedere morire tutti. Perfino Boris Pasternak, a cui aveva dedicato una poesia meravigliosa (“ha avuto in premio un’eterna fanciullezza,/ la perspicacia magnanima degli astri;/ la terra tutta è stata suo appannaggio,/ ed egli l’ha divisa con tutti”), eretto nell’eterno, morì sei anni prima di lei, nel 1960, e quando non ebbe più nessuno da piangere, sparì, Anna, era il 5 marzo.

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“Ha parlato della sua giovinezza, ha parlato di quando viveva vicino al mare, sulla riva del Mar Nero, ha detto che quella vita era meravigliosa, panteistica, incontaminata, naturale… quando gli chiesi di Mandel’stam, non rispose, scoppiò a piangere… leggeva le sue poesie con brillante dolore, con una voce così sonora, così terribilmente triste, così malinconica”. Isaiah Berlin incontra Anna nel 1945, e non può che innamorarsi di lei.

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Quest’anno, in giugno, Anna Achmatova compirebbe 130 anni – ma è sempre stata una donna al di là della cronologia, con vezzi da ninfa. Così ho scritto in un altro contesto, cercando di cingere la sua biografia:

“Io posso sopportare tutto”. Così, il 27 settembre 1939, Anna Achmatova parla a Lidija Cukovskaja, sua delicata confidente, devota esegeta. Un anno dopo ribadisce il concetto, variandolo di una scorza. “No, il dolore non impedisce di lavorare”. Anna Achmatova era una donna di articolata bellezza – lo dimostrano, i disegni di Modigliani, e il Ritratto di Natan Al’tman, tra l’altro – dal naso aristocratico, che ha sopportato tutto. Tra i massimi poeti di ogni tempo, candidata al Nobel per la letteratura nel 1965 e nel 1966, l’anno della morte, Anna, nata nel 1889, esordisce alla poesia nel 1912. Suo mentore e guru è il marito, Nikolaj Gumilëv, Lancillotto dell’‘acmeismo’, movimento poetico che fa della nitidezza espressiva il suo carisma. Gumilëv, da cui la Achmatova divorzia nel 1918, dichiaratamente anticomunista, sarà fucilato nel 1921, con l’accusa – consueta – di complotto monarchico ai danni della Rivoluzione. Il 13 marzo 1938 il figlio di Anna e di Gumilëv viene arrestato. “Di che cosa lo si ritenesse colpevole, non è noto; forse bastò solo il cognome ad includere il giovane in una delle tante liste di persone sospette di ostilità al regime. […] Cominciò per Anna Andrèevna il calvario di molte madri sovietiche. Per diciassette mesi, in attesa della sentenza, ella si recò al Kresty, il carcere leningradese in cui il figlio era imprigionato. L’immensa fila dei congiunti degli imputati, nella quasi totalità donne, si snodava da un’apertura nel muro dell’edificio nella quale venivano accettati i pacchi che ciascuno recava. A volte capitava di dover fare la fila per due giorni di seguito prima di poter arrivare allo sportello” (Carlo Riccio). Di questo dramma, Anna racconta in “Requiem”, raccolta poetica dolente e altissima, pubblicata a Monaco di Baviera nel 1963. “Il fatto che l’Achmatova, fra il 1917 e il 1921, non aveva assunto alcuna posizione di adesione alla Rivoluzione, implicita o esplicita” la marginalizza lentamente dal contesto letterario dell’epoca. Nel 1946 viene espulsa dall’Unione degli scrittori dopo gli attacchi violentissimi di Andrej Zdanov, arbitro della cultura russa sotto Stalin, che “bollò la poetessa di pessimismo nevrotico, misticismo, culto per il passato aristocratico della Russia e per tematiche erotiche malate” (Michele Colucci). Secondo Viktor Sklovski “il mondo dell’Achmatova è angusto come una striscia di luce che fugge in una stanza buia”; a dire di Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura nel 1987, il pupillo di Anna Achmatova e il suo massimo esegeta, “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una genealogia né uno sviluppo ben individuabile. È uno di quei poeti che semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito e una loro sensibilità unica. Arrivò attrezzata di tutto punto e non somigliò mai a nessuno”. Secondo Brodskij, “l’Achmatova non rifiutò la Rivoluzione […]. Semplicemente, la prese per quello che era: un terribile sconvolgimento nazionale che comportava un enorme aumento della sofferenza pro capite”. Le poesie di Anna si elevano sopra i terrori dell’epoca, sopra le storture dei governi “perché il linguaggio è più antico dello Stato e perché la prosodia sopravvive sempre alla storia” (Brodskij). La Achmatova ha avuto il dono e la maledizione di assistere al crollo di un’era, ha accudito la morte degli amati, ha eletto un canto di dolore e di vita, ha sopportato tutto.

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Anna Achmatova sembra lo spartiacque della poesia. La sua diga, l’eredità. Scrive versi per gli amici che sono andati, Osip Mandel’stam (“Sono le nostre ombre che balenano/ sulla Nevà, sulla Nevà, sulla Nevà,/ è la Nevà che sciaborda ai gradini,/ è il tuo lasciapassare per l’immortalità.// Sono le chiavi di un’abitazione/ della quale non resta più pietra…/ è la voce della lira segreta,/ ospite sui prati d’oltretomba”), Vladimir Majakovskij (“Quanto tu demolivi – rovinava,/ Una condanna batteva in ogni parola./ Solo e spesso scontento,/ Con impazienza affrettavi il destino,/ Sapevi che presto saresti entrato libero, gioioso/ Nella tua grande lotta”). Nello stesso tempo, riconosce e incoraggia il talento di Iosif Brodskij, con cui “conduco conversazioni interminabili, giorno e notte”, come gli scrive, nel 1964, scrivendogli che “sto terminando le traduzioni di Leopardi” e che “leggo i diari di Kafka”. “L’Achmatova era, essenzialmente, un poeta dei legami umani: legami vagheggiati, tesi, troncati. All’inizio rappresentò queste fasi attraverso il prisma del cuore individuale, poi attraverso il prisma della storia, di quella che era la storia”, scrive Brodskij nel memorabile saggio del 1982, La Musa in lutto, raccolto nel volume Il canto del pendolo (Adelphi, 1987).

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Rischia di essere ritenuta una poetessa d’amore, mentre è una donna che ha amato. In un libro che raccoglie le sue prose, Io sono la vostra voce… (Edizioni Studio Tesi, 1990), un testo sulle Betulle mi affascina.

In primo luogo, betulle tali nessuno le aveva ancora viste. Ricordarle mi agita. È un’ossessione. Qualcosa di terribile, di tragico, come l’“altare di Pergamo”, grandioso e irripetibile. E sembra che debbano esserci i corvi. E non c’è nulla al mondo migliore di queste betulle, enormi, possenti, antiche, come druidi e più antiche ancora. Sono passati tre mesi e io non posso riprendermi, come ieri, ma tuttavia non voglio che questo sia un sogno. Mi sono necessarie vere.

Le betulle mi sembrano le gambe bianche dei morti – hanno natura immorale e immortale, al di là della consuetudine. Di notte, il bianco le fa brillare, come getti di luce fredda. La Achmatova ha bisogno che sia vera l’ossessione, deve stilare il calco del sogno in verbo autentico. La immagino lì, allora, tra le betulle, ancora a placare l’orda dei morti con un verso, a rifiutare che sia un ingombro la memoria, a sopportare tutto, soprattutto per tutti gli altri. (d.b.)