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“Ormai qui inconoscibile”. Gli ultimi giorni di Rainer Maria Rilke

Dopo aver scritto a Rudolf Kassner, Rilke, ricoverato a Val-Mont dal 30 novembre del 1926, abbozza l’ultima poesia. “Il dolore e la prossimità alla morte sono ciò che frantumano l’io e il linguaggio… La poesia è datata a metà di dicembre, a meno di due settimane dalla morte” (Franco Rella, Pensare e cantare la morte, Aragno, 2004). A Rilke è dato, come premio ultimo, il dolore, “una forma acuta e dolorosissima di leucemia” (Andreaina Lavagetto); molti anni prima, nel 1910, aveva scritto a Magda von Hattinberg di aver scoperto Kassner, libero pensatore, filosofo, aforista, stregone esistenziale, a cui avrebbe dedicato l’ottava delle Elegie duinesi. Soprattutto, gli premeva una frase di Kassner: “La via del fervore alla grandezza passa attraverso il sacrificio”. Non sarà un caso quella lettera a Kassner, il 15 dicembre, sulla “maniera miserabile” del dolore, quella poesia sull’“insanabile dolore”, e il dolore come terribile viatico alla grandezza. Già, ma qual è il senso della malattia, grave, dolorosa, miserabile, di cui Rilke scrive al poeta Jules Supervielle, per sprazzi, pochi giorni prima di morire? “Il canto deve cantare l’orrore di un dolore mortale, il faccia a faccia con la propria morte, con la perdita di quei limiti che ci costituiscono e costituiscono la nostra identità. Anche questo è un compito”, scrive Rella, secondo cui il compito intimo del poeta è introdursi “nelle fenditure del linguaggio”, fronteggiando “l’inesprimibile”, il morire, prima ancora della morte. La parola, allora, non è più parola, ma verso digrignato, i versi guaiscono, la poesia non è poesia – dunque, lo è all’eccesso, per autenticità. Insiste sul fuoco, Rilke, in quell’estremo abbozzo, sangue che è incendio, e dissangua tutto: il dolore sbriciola i ragguagli estetici, la forma perfetta, il pensare la caduta, le voluttà dell’intelletto. Il poeta cade, qui, è caduto, si spacca il viso, sfracella, perde il nome e la fama, in verità un’infamia, svanisce: il dio è Nessuno e Rilke, in fiamme, è finalmente irriconoscibile, “inconoscibile”. Gli è data la morte lenta per guardare il morire, il moribondo. La rinuncia non è più una scelta; si valica l’invalicabile, anche lo stupore è stordito: nell’ago di agonia non esiste più quella cosa detta poesia, ma il degenere del grido, la mania magica, corpo nella canoa amniotica; a volte l’anima la senti nelle unghie, nelle costole, ed è chiaro che quella carne non è la tua, quel volto un frainteso.

***

A Rudolf Kassner

mercoledì, 15 dicembre 1926

Mio caro Kassner, era questo dunque, di cui da tre anni mi preavvertiva insistentemente la mia salute: io sono ammalato in una maniera mise­rabile e infinitamente, dolorosa, un mutamento poco conosciuto di cellule sanguigne è l’origine dei più cru­deli processi, dispersi in tutto il corpo. E io, che non ho mai voluto vederlo in faccia, imparo ad adattarmi al dolore incommensurabile anonimo. Imparo a fa­tica, tra mille ribellioni, e con uno stupore così tur­bato. Ho voluto che voi aveste notizia di questo mio stato, che non sarà il più passeggero. Informatene la cara principessa, quanto riterrete opportuno.

So dalla principessa Gagarine che la principessa Taxis andrà a stare da lei durante l’inverno, nel suo bell’appartamento a Palazzo Borghese. E voi, caro Kassner? Come vi siete trovato a Parigi? Io fui felice d’incontrare gli Éléments de la Grandeur humaine nel fascicolo di «Commerce»!

Tante cose care, Kassner!

Penso molto, molto a voi.

Rilke

*

A Jules Supervielle

Clinique de Val-Mont sur Territet, 21 dicembre 1926

Mio caro, caro Supervielle,

gravemente malato, dolorosamente, miseramente, mi riprendo per un istante, nella dolce consapevolezza di essere raggiunto, perfino qui, in questo indefinito e così poco umano stato, dal suo messaggio e da tutte le influenze che esso comporta. Penso al poeta, all’amico, e così facendo penso ancora al mondo, minimi frammenti rotti di un vaso che ricorda di essere terra. (Ma questo abuso dei senti e del loro ‘dizionario’, sono frutto del dolore che lo sfoglia!) R.

*

Val Mont, probabilmente verso la metà del dicembre 1926: ultima annotazione nell’ultimo quaderno.

Vieni tu, tu ultimo ravvisato,

Tu, insanabile dolore, intramato

ora nel corpo. Un tempo nello spirito,

ecco, in te, sono io ora calcinato;

il legno a lungo s’è opposto

della fiamma ad essere alleato,

che in te avvivi, ma ora

in te io brucio, ti sono a lato.

La mia dolcezza nel tuo furore

si fa furore non di qui, d’inferno.

Salii, nudo, puro, né progetti,

né futuro, sull’intrico

del rogo del dolore.

Certo di non poter comprare

scheggia di futuro per questo cuore,

che d’ogni provvista vuoto

qui si è fatto muto.

Sono ancora io, io che brucio

Ormai qui inconoscibile?

Non vi trascino ricordi.

O vita, vita. Esser-fuori.

E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.

[Rinuncia. Non è come in infanzia un tempo malattia. Rinvio. Pretesto per diventare grande. Tutto chiamò e sussurrò. Non mescolare a questo ciò che un tempo ti stupì]

Rainer Maria Rilke

 

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