21 Aprile 2020

“Forse è il primo apostolo che è entrato in Paradiso…”. Riflessioni su Giuda, da don Primo Mazzolari a Eugenio De Signoribus

Con la recente immersione nei misteri della Passione, sarà rinato di certo in molti, retropensiero scomodo, un interrogativo su colui che, di fatto, ha reso possibile il loro compimento: Giuda. La sua figura ha segnato la cultura occidentale: in tutte le lingue moderne, o quasi, “Giuda” è sinonimo di traditore. Il nome si porta dietro un marchio d’infamia e di disprezzo: del resto, la ‘consegna’ di Cristo da parte di Giuda è un atto di tale peso, che se in latino “tradire” si dice prodo, in italiano “tradire” viene da trado, cioè proprio da “consegnare”.

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Innumerevoli voci si sono interrogate su Giuda: chi era davvero? Che cosa lo spingeva? Qualcuno, interpretandone la figura in chiave storica, vide in lui un discepolo pieno di fervore, uno dei molti che, però, pensavano al Messia come a un rivoluzionario politico; poi, resosi conto che così non era, Giuda avrebbe agito sull’onda della delusione e delle speranze tradite. Il tradimento, ancora: e su tale punto torna Eugenio De Signoribus, con L’altra passione. Giuda: il tradimento necessario? (Interlinea, 2020). L’autore ha all’attivo vari percorsi poetici, tra cui Altre educazioni (Crocetti, 1991) e Trinità dell’esodo (Garzanti, 2011). In questa poesia, di tono narrativo e colloquiale, De Signoribus si interroga sull’«altra passione», proprio quella di Giuda, che tradisce perché si possa compiere il sacrificio dell’amico e Maestro. Le ragioni che portano al suicidio finale sono il senso di colpa e, insieme, l’impossibilità di pentirsi; al tempo stesso, De Signoribus si chiede se quel tradimento fosse davvero necessario.

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La vicenda diventa così emblema dell’uomo contemporaneo alla continua ricerca di verità e, soprattutto, di pace. De Signoribus si concentra anche su Gesù, immaginato preda dell’inquietudine nel momento supremo: perché un altro uomo dovrebbe essere sacri­ficato per propiziare il sacrificio del figlio dell’Uomo? Gesù è qui consapevole di aver pronunciato, nell’ultima cena, parole senza appello per il traditore: ed è attanagliato dal dubbio di aver parlato solo da uomo impaurito. La domanda che ci pone L’altra passione è dunque: l’atto di Giuda era inevitabile? E perché egli non ha potuto salvare la propria anima chiedendo perdono? Un’affermazione tra le più ricorrenti è che Giuda meritò l’inferno non tanto per il tradimento, ma per il peccato di disperazione. Nel XX secolo spicca però la voce di don Primo Mazzo­lari, che, nell’omelia del Giovedì Santo (3 aprile 1958) parla della misericordia di Dio anche per Giuda: «Questo abbraccio di carità, quella parola “amico”, che gli ha detto il Signore, mentre lui lo baciava per tradirlo, io non pos­so non pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore».

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Anni fa, una rilettura avvincente della figura di Giuda fu quella dell’omonimo romanzo di Amos Oz (Giuda, Feltrinelli, 2014): qui il giovane Shemuel progetta una tesi intolata Gesù in prospettiva ebraica: in essa sostiene che Giuda potrebbe essere stato l’unico vero credente in Gesù, talmente fiducioso nel suo Maestro da superare i dubbi che Gesù stesso nutriva su di sé, fino a brigare, col suo amore dissennato e malinteso, sterminato e inopportuno, per far arrivare a Gesù a Gerusalemme, per farlo accusare, catturare, processare. Giuda, infatti, è sicuro che la maestà di Gesù si rivelerà non nell’umile mistero della sofferenza e morte, ma con un gesto eclatante e miracoloso: scendere dalla croce e salvarsi. Ma, del resto, anche Shemuel, che progetta una tesi dove sostenere questa tesi, si è sempre sentito per certi versi un traditore: per lo scarso trasporto, la scarsa stima che ha sempre sentito, fin dalla prima infanzia, nei confronti dei genitori; per la sua sottile delusione nei confronti della loro casa e del rapporto senza slanci fra il padre e la madre; per il suo desiderio, percepito come colpevole, di avere un’altra, diversa famiglia.

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La figura di Giuda, in fondo, è il simbolo per eccellenza di un tradimento da cui non si salva nessuno: chi non ha mai tradito, un amico, un ideale, un proposito, alzi la mano, anzi, scagli la prima pietra. E forse, fra sé e sé, il traditore si consola con quella che è la splendida massima di Caterina de Medici: “Che cosa è, in fondo, il tradimento? La capacità di adattarsi agli eventi”. E dunque: c’è speranza per i traditori? Forse sì: torniamo a don Mazzolari, che addirittura ipotizza l’accoglimento di Giuda in Paradiso: «forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni…» (P. Mazzolari, Misericordia per Giuda, EDB 2017).

Silvia Stucchi

 

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