06 Maggio 2022

“E intanto muoio, per aspettare a vivere”. Giovanni Giudici & Federico García Lorca

La penna di Giovanni Giudici si scontra e incontra con quella di Federico García Lorca creando così un’armonia fra due poeti diversamente innovativi e anticonformisti. Il filo rosso che permette di accostare due poeti come Giudici e Lorca è evidente nella poesia Quiero llorar, un breve epitaffio che fa da incipit alla raccolta di poesie di Giudici, Empie stelle, pubblicata nel 1996 e divisa in cinque sezioni: Creùsa, Addizioni a Creùsa, De fide, La vita imperfetta, Dalla stazione di Aulla. Tale componimento viene ripreso simmetricamente anche alla fine ma in modo diverso; la prima poesia è in italiano mentre l’ultima è nel dialetto delle Grazie con altre incursioni dialettali come il milanese e il napoletano:

Ti ho già detto tutto –
Ora sola mi resta
Questa voglia di piangere
La notte sul cuscino sempre asciutto.

‘A t’ò zà ‘ito tüto
Aòa sola ‘a m’arèsta
Questa vògia de ciance
‘A note ‘nsôo ciümasso sempre asüto

Questo componimento rievoca un verso di Federico García Lorca contenuto in Poemas del lago Eden Mills della raccolta Poeta en Nueva York:

Voglio piangere perché mi va di farlo
come piangono i bambini dell’ultimo banco,
poiché non sono un uomo, né un poeta, né una foglia
bensì un polso ferito che sonda l’altro lato delle cose.

In questa raccolta Lorca analizza, tramite la sua permanenza a New York, non solo l’ingiustizia, la discriminazione, l’alienazione che governano la Grande Mela, schierandosi dalla parte degli emarginati e degli oppressi, ma anche la nostalgia della felicità ormai perduta. Lorca mette in versi il suo stato di ‘diverso’, di anticonformista e di trasgressivo. D’altra parte rimane la frustrazione e la solitudine. L’incomunicabilità e la perdita di fiducia appartengono anche alla poesia di Giudici, un poeta incompreso che, come dice Lorca, “sonda l’altro lato delle cose”.

La città è tema fondamentale per entrambi: Lorca per un periodo della sua vita si trasferisce a New York; Giudici riflette nella scrittura l’incertezza se vivere in città o in campagna. Ambiva a quella classe sociale abbiente cui apparteneva Lorca, ma nonostante tale pulsione voleva restarne fuori. Questa ambivalenza è espressa in una sua poesia, il Benessere contenuta in La vita in versi:

Quanti hanno avuto ciò che non avevano:
un lavoro, una casa – ma poi
che l’ebbero ottenuto vi si chiusero.
Ancora per poco sarò tra voi.

La spinta contraddittoria verso ciò che i due poeti respingono ma da cui al contempo sono attratti rivela il loro senso di inadeguatezza. Lorca e Giudici vengono direzionati su due linee divergenti, la città e la campagna, il benessere (New York per Lorca, Milano per Giudici) e la natura. Giudici mette in scena la meccanicità dei sentimenti e la loro fissità data da un contesto urbano e industriale ormai tutto uguale e uniforme. Questo traspare in una poesia intitolata Dal cuore del miracolo dove persino le parole si confutano fra di loro, in forte ossimoro, tra il morire e il vivere:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.
Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

Anche Lorca prova gli stessi sentimenti seppur da un altro punto di vista: più che quello sociale, quello sentimentale. Omosessuale, non riesce a vivere serenamente in un mondo in cui il libero amore viene denigrato o considerato eversivo. Si sente escluso, emarginato, straniero: i suoi versi si caricano di sofferenza. Nonostante provenisse da una famiglia benestante, Lorca sembra rifiutare il neocapitalismo che viene denunciato anche in diverse poesie di Giudici. Nella poesia L’aurora Lorca rappresenta l’immagine che anticipa il sorgere del sole ormai contaminata. Il mondo di New York viene filtrato dagli occhi dal poeta spagnolo come un universo industriale dominato da solitudine, alienazione, numeri e leggi che schiavizzano l’uomo e la natura:

L’aurora di New York ha
quattro colonne di fango
e un uragano di colombe nere
che sguazzano nelle acque imputridite.

L’aurora di New York geme
su per le immense scale,
cercando fra le ariste
nardi d’angoscia disegnata.

L’aurora arriva e nessuno l’accoglie sulle labbra,
perché là non esiste domani né speranza possibile.
A volte le monete, in sciami furibondi,
trapassano e divorano bambini abbandonati.

I primi che escono sentono sulle loro ossa
che non vi sarà paradiso né amori sfogliati;
sanno che vanno a un fango di numeri e di leggi,
a giochi senz’arte, a sudori senza frutto.

La luce è sepolta da catene e rumori,
in un’impudica sfida di scienza senza radici.
Nei sobborghi c’è gente che vacilla insonne
come appena uscita da un naufragio di sangue.

I due poeti sono funamboli che oscillano in direzioni diverse, calamite distinte che attraggono entrambi. L’unico appagamento rimane la poesia che, sebbene non sostituisca la vita, perlomeno permette l’espressione di una vita che spesso gli altri, o forse una determinata epoca, un contesto storico e sociale, non capiscono. Se rimane irrisolto il binomio città-campagna allora l’unica speranza, come per Calvino, è quella di “saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Giorgia Crò