17 Luglio 2020

“Noi stratagemmi del loro terrore di raggiungere infine l’infinito”. Su Alberto Bevilacqua, lo scrittore che vendeva troppo per essere amato

Alberto Bevilacqua vendeva troppo per essere amato dalla critica. Il luogo comune ha avuto sempre la meglio. Eppure non è vero neanche questo, come sarebbe facile confermare stando agli ultimi anni e alle voci di corridoio di qualche ideologo prevenuto. Lo dimostra Alessandro Moscè con il suo saggio biografico Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio 2020). Bo, Salinari, Pampaloni, Volponi, Montanelli, Quasimodo, Palazzeschi, Segre, Raimondi, Pautasso ecc.: una foresta di firme illustri ha lodato lo scrittore nativo di Parma, tormentato nonostante il successo, forse perché non compreso fino in fondo, specie come poeta. E che dire dell’uomo, al quale molti riconoscono un’inaspettata generosità?

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Insomma, la fretta di squalificare un autore di best-seller ha portato più di un addetto ai lavori ad inserire Alberto Bevilacqua nel novero degli autori minori, di cassetta. Bisognerebbe averlo conosciuto, averlo letto a fondo, averne curato la bibliografia dell’Oscar Mondadori come ha fatto Moscè. Allora emergerebbe un’altra figura rispetto a quella stereotipata che lo ha schiacciato nei pettegolezzi che non hanno nulla a che vedere con la sua opera. Antonio Franchini ne ha curato, con Alberto Bertoni, il Meridiano Mondadori. Qui e altrove ci sono tracce del valore di Bevilacqua, il sigillo di Moscè che descrive lo scrittore e amico con una formula ibrida, spingendosi fino al punto di riportare i dialoghi tra loro intercorsi al telefono, oltre quindi la pagina meramente critica.

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Ma l’editoria come si è posta al riguardo? Ha semplicemente dimenticato. Nessuno ha più ripubblicato colui che scalava la vetta delle classifiche per decenni e i cui libri erano esposti nelle vetrine. Alessandro Moscè sottolinea anche il peso del regista, sottovalutato: chi non ricorda La Califfa, con Romy Schneider, la Principessa Sissi trasformata inopinatamente nella popolana di Parma e con un Ugo Tognazzi in versione drammatica, convincente e acclamato, con una splendida colonna sonora niente meno che di Ennio Morricone? Allora diamo a Bevilacqua quello che è di Bevilacqua una volta per tutte. Tradotto in quaranta lingue, pluripremiato, artefice di importanti inchieste giornalistiche sul “Corriere della Sera”.

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Dicevamo del poeta, che Moscè mette in evidenza a partire da lontano: in Alberto Bevilacqua c’è sempre stata la sensazione di una piena maturità arcana e compatta. I versi della raccolta L’amicizia perduta (1961) consentirono ad Attilio Bertolucci di parlare, per la prima volta, di “na­tura shelleyana” di un poeta ancora fanciullo, immune da manierismi moderni. Pier Paolo Pasolini, in un epistolario in versi contenuto in quel libro, individuò un “irrelato fantasma idillico”. Scrive Alessandro Moscè: “Bevilacqua spiegò che il segreto alter ego del narratore è pro­prio il poeta, una sorta di compagno-accompagnatore che dà la sensa­zione di intervenire quando il narratore ne ha bisogno e quando il poeta chiama. Si rimpolpa una doppia versione, sconfessando la considerazione crociana che poesia e romanzo siano armati l’uno contro l’altro”.  

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I luoghi poetici di Bevilacqua sono attraversati in una specie di sortilegio struggente che si ferma nella gente, nelle cose, in una complessità disegnata nell’atmosfera schiusa pian piano in una visione. Già dai primi versi denotava una forza di libe­razione che trascinava il destino nel canto, e il fiume Po sembrava il grande comunicatore tra gli uomini. C’è un destino terribile, dell’umanità intera, sfidato con coraggio, con trepidazione. Dalla raccolta Piccole questioni di eternità (2002), opera riassuntiva che contiene alcune poesie del passato in parte rivisitate: “I treni che segnano le ore / all’abbaglio di questo meriggio quieto, / i treni lunghi alla luce straniera / sospesa come pioggia…”. I treni, simbolicamente, mutano, vanno lontano, trascinano con sé gli anni, un’avventura, un’anima. Quell’anima che per Bevilacqua era sempre nei “paraggi”, che percepiva il mondo, che scrutava, che separava l’ansietà del giorno, che proteggeva dal malessere esistenziale: “La bellezza non è del creato / ma di chi ne muta l’incanto // Gli anni non trascorsero per noi, / fummo noi i loro inverni e primavere / noi stratagemmi del loro terrore / di raggiungere infine l’infinito”. E l’anima, in Piccole questioni di eternità, come il poeta stesso era solito ripetere, svela una maturla, cioè una dissonanza, un niente dell’esistere, un canto che si ricongiunge all’immaginazione, alle magie di una terra visionaria (“… faccio cattivi sogni, / sogni che mi sfuggono, mi deridono, / splende d’insofferenza il sonno, / è stanco di me come padre, / s’è fatto alto, è uscito di misura…”). Bevilacqua poeta aveva stoffa, è vero. E la sua materna parola è lì a testimoniarlo.

Mirella Vercelli

*In copertina: Alberto Bevilacqua in una fotografia di Agnese De Donato (l’immagine è tratta da qui)

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