Intervista ad Alberto Bevilacqua: “Ti racconto quella volta che portai a casa di mia mamma Charlie Chaplin…”

Posted on Marzo 15, 2018, 3:33 pm
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Se ne è andato prematuramente a 79 anni, nel 2013, dopo una breve malattia. Alberto Bevilacqua nell’attico di Vigna Clara, a Roma, da dove si vede la “città eterna” allungarsi nella maestosità di tetti e dismisure, scriveva tutti i giorni sin dalle prime ore del mattino. Un quartiere, nella zona nord della capitale con molte palazzine residenziali, che è come un piccolo paese, in cui quattro passi bastano alle cerimonie mattutine: comprare i giornali e bere il primo caffè. Mi disse che negli anni Sessanta acquistò la casa, in uno dei punti più alti di Roma, da un americano che aveva ucciso la moglie.

Alberto Bevilacqua aveva la fronte alta, lo sguardo acceso e pungente, in quelle stanze dove alcuni amuleti erano allineati nei tavoli come i quadri d’autore alle pareti. Una scala a chiocciola saliva nel super attico da dove si vedeva, attraversando il lungo balcone costellato di piante grasse, il gasometro che è entrato a far parte dell’archeologia romana.

Eravamo amici, lo avevo invitato più volte a Fabriano, la città dove vivo. Era il presidente onorario del Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano” che ho ideato dieci anni fa (gli conferii l’onorificenza alla carriera nella prima edizione del 2008).

Alberto Bevilacqua è stato un grande narratore, ma anche un poeta di notevole qualità. Si ricordano i romanzi La Califfa (1964); Questa specie d’amore (1966); L’occhio del gatto (1968); Il viaggio misterioso (1972); Il curioso delle donne (1983); La grande Giò (1986); I sensi incantati (1991); GialloParma (1997); Gli anni struggenti (2000); Viaggio al principio del giorno (2001); Parma degli scandali (2004); Lui che ti tradiva (2006). Da segnalare le opere di narrativa Lettera alla madre sulla felicità (1995) e Tu che mi ascolti (2004) incentrate sul tema del rapporto fra madre e figlio, e Il Gengis (2005), romanzo articolato che ha per tema la gestione famelica del potere economico. Vanno citate le raccolte di versi Le poesie (2007) e Duetto per voce sola. Versi dell’immedesimazione (2008); i libri di racconti brevi apparsi sotto il titolo Storie della mia storia (2007) e Eros II (2009); l’ultimo romanzo L’amore stregone (2009) e la raccolta di scritti Roma Califfa (2012), ispirata alle figure ideali della madre e della città. Nel 2010 uscì il Meridiano Mondadori con alcune delle maggiori opere romanzesche.

L’affresco scenico dei luoghi del Po è lo sfondo di un viaggio in ambienti dove si svolgevano i drammi umani, in un regno pullulante di bizzarrie, nell’immenso fondale dei cantori ambulanti. Ha appreso la narratività orale dai cosiddetti Strioni, considerati dei maestri del raccontare. Strioni che si nascondevano nella nebbia, che secondo le dicerie popolari erano i maghi delle leggende, che camminavano nella vastità che scompagina le dune sabbiose del Po. Si muovevano a gruppi festosi. E nei nebbioni questi raccontatori portavano i loro carrozzoni e le loro storie in mezzo ai fuochi dei grandi inverni. Gli Strioni si spostavano dal nord al sud ed “erano tante cose insieme”, scrisse Bevilacqua nel metaracconto Viaggio al principio del giorno edito da Einaudi, in cui alternò prosa e versi: “Mia madre, e la madre di mia madre, amavano gli Strioni, maestri di prodigi, che qui regnarono, e la loro Lingua della Leggera, che qui nacque per espandersi in tanti gerghi e dialetti, e i loro circhi erranti e favolosi, davvero le mille e una notte, tanto che anche il circo di Cent’anni di solitudine, che approda a Macondo, quasi per certo si ispira a uno arrivato da Po in terre colombiane, e chi non ci crede chieda all’autore, che un giorno gli amici portarono fra questi argini, di fronte a queste acque”.

Alberto Bevilacqua mi parlava delle ville lungo il fiume a cui i crepuscoli sui greti davano la trasparenza dei palazzi di cristallo. Lo immagino ancora nell’attico, al piano di sopra, tra le pile di libri e le pagine di vecchi giornali, tra i fogli sparsi e i sigari sul tavolo, confidarmi aneddoti della sua infanzia e adolescenza trascorse in una casa di fiume. Una terra di greti, canneti e pioppeti. Anche il Parmigianino ne aveva fatto parte. Le storie, in Emilia, nascevano da un’arte sottile che poneva la realtà in risalto servendosi di lati insoliti. Il sorriso degli amici contrastava con la solitudine, con la malinconia di quando il ragazzo Alberto tornava a casa da solo. Due facce della stessa medaglia, come la scena e il retroscena. Esiste un’arguzia nativa che Bevilacqua chiamava arlìa, una specie di presa in giro del mondo attraverso alcuni individui. Del resto lo scrittore si è sempre servito della lingua nata dalle strade, del dialetto del fiume Po. Ma non si tratta di dialetti in senso stretto, perché il dialetto di Parma è intessuto di lingue assimilate negli ultimi due secoli (soprattutto la spagnola e la francese).

“Conservo la foto di un sesso femminile. È stato intagliato da Ligabùn, Antonio Ligabue, sul tronco di un pioppo, uno dei più alti di Baccanello Po. Credo che sia ancora là, perché nessuno sa che è di mano di Ligabue. È una di quelle sculture che Ligabue disseminava per i pioppeti nei giorni di moto rampante, come si diceva tra noi”, mi rivelò una volta che andai a trovarlo.

Sul suo primo libro, La polvere sull’erba, pubblicato solo nel 2000 da Einaudi, ammise: “Andò che Leonardo Sciascia, nonostante gli apprezzamenti, non volle pubblicarlo per ragioni di opportunità. Avevo dato il dattiloscritto a mio padre che lo conservò. Alla sua morte mi è stato restituito in un momento per me difficile. La morte di mio padre mi aveva reso cosciente di quanto avesse contato per me. Quel dattiloscritto mi restituiva la giovinezza. Un atto di vita che nasceva dalla morte”.

La figura della madre, Giuseppina detta Lisetta, era un’ossessione. Prese in mano il piccolo motoscafo che gli aveva regalato da bambino, il primo giocattolo.

Alberto Bevilacqua

Alberto Bevilacqua (1934-2013) è stato anche regista. Qui è sul set de ‘La donna delle meraviglie’ (1985)

“Sono nato a Parma. Una città che è sempre stata divisa in due parti separate da un torrente: la parte aristocratica, oggi dei titolari delle imprese e di capitali economici, e quella dove sono nato io, l’Oltretorrente, un quartiere povero ma fantasioso. L’Oltretorrente era di estrazione anarchica, un quartiere formatosi con Maria Luigia d’Austria e altre duchesse che arrivavano da ogni parte d’Europa, ma anche con attori, trovatori di strada. Quegli Strioni che a te piacciono tanto, incantavano gli abitanti dell’Oltretorrente. Li rivedo a gruppi festosi, i Maestri e le Chimere, le ragazze con i costumi che galleggiavano negli azzurri, negli ori, sulle tuniche dove era ricamato l’emblema delle Antiche Venezie. Mia madre era dell’Oltrettorente, come l’Amelia Bacchini, mia nonna, che la sera usciva con una gatta sottobraccio. Una volta andai a spiarla. Parlava con il marito morto, che veniva a trovarla. Mi ha insegnato a leggere, a scrivere. Aveva una pietà fraterna e mi ha introdotto nel mondo della sensitività, della percezione paranormale che in realtà possediamo tutti. Mia nonna aveva avuto diciotto figli. Non si è mai piegata neppure alle avversità più crudeli. I figli sono morti uno ad uno in una successione di gravidanze drammatiche. La gente vedeva i loro volti aggiungersi nel pannello che ne conservava le fotografie. L’Amelia Bacchini diceva di essere una quercia immortale e che nessuno sarebbe riuscito a disamorarla della vita. Si batteva per le sue idee anarchiche e cristiane. Mia madre invece era malata di quella nevrosi della ragione che vuole ordinare tutto. La sottoposero a numerosi elettroshock negli ospedali psichiatrici dove fu ricoverata”.

Gli chiedevo spesso di Lisetta. “Mi è sempre stata vicina, nella sua lontananza. Ma ricordo una camminata per Roma, insieme, partendo dai borghetti dove la gente esce dalle botteghe per salutare. Era venuta a trovarmi. Avevo insistito tanto perché lo facesse. Una volta mi disse che avrebbe preso il treno, che sarebbe venuta. E lo fece viaggiando di notte. Suonò il citofono che spuntava il sole”.

Lisa si accorse di aspettare Alberto quando il suo uomo, Mario, giovane ufficiale dell’aviazione al seguito di Italo Balbo, si perdeva nelle acrobazie. Il padre dello scrittore fece la trasvolata oceanica, quella crociera aerea nel decennale della Marcia su Roma. La madre ha aspettato e difeso il figlio contro ogni tentativo di farla abortire. Le dicevano che il figlio di un fascista è degno della morte. Mentre lavorava lo covava contro la malvagità. E pensava a crearlo.

Da ragazzo, quando la madre scappava di casa, era Alberto che andava a cercarla nelle nebbie, come in un film che maledettamente si ripeteva. La ritrovava tra le discariche e la spazzatura e la riportava a casa.

“Mi ha sempre contagiato e mi ha impedito di diventare padre. Durante la malattia mia madre non riusciva a baciarmi. Aveva il terrore di baciare in un solo modo, con il bacio dei folli. Ho avuto paura di passare ad un figlio lo stesso tormento di mia madre”.

Alberto Bevilacqua è stato anche regista di alcuni film: La Califfa, Questa specie d’amore, Attenti al buffone, Le rose di Danzica, Tango blu, La donna delle meraviglie, GialloParma.

“Esiste un quoziente visionario che non si esaurisce nella pagina. Robbe-Grillet e molti altri narratori europei hanno fatto cinema. La macchina da presa è un mezzo immediato, un modo di raccontare più diretto con le cose e con i personaggi. Ma non ho tratto film dai miei libri, ho solo rivissuto alcuni momenti della mia vita che avevo già affrontato da narratore”.

Alberto Bevilacqua tenne un diario nei giorni in cui girava La Califfa, in cui scrisse di Romy Schneider: “L’ho vista perdersi nella solitudine dei greti. Scrutava i segnali dei livelli lasciati dalle piane. Si lasciò cadere sul bordo di una barca arenata, sommersa dalla sabbia, tra anitre di legno che servono per richiamare gli uccelli di passo e che ingialliscono a mucchi sotto il sole. Era bellissima e inquieta”.

L’attrice è descritta nella “bellezza della pensosità”, uno stare di profilo nella malizia della posa (narrazioni riportate in Viaggio al principio del giorno). Il senso dell’inesprimibile è svelato, come il senso del dolore e della felicità che si incontra naturalmente. Pagine dense, sparse in una veglia della memoria, in un mormorio ineffabile, in una fiamma che acciuffa la bellezza e l’emozione intatte nel tempo. E’ come con un amore che il linguaggio riassume nel pudore, nel rossore, nel gemito radicato in luoghi fisici. La sensorialità di Bevilacqua è un vaso comunicante tra silenzio e leggerezza, intuito, verità, ironia.

Il regalo più grande che fece alla madre, infatuata da Charlot, fu di portarglielo in casa. Charlie Chaplin era arrivato in Italia per visionare alcuni luoghi dove ambientare La Contessa di Hong Kong. I due erano dalla parti di Parma. “Gli feci strada verso casa mia, che si trovava nelle vicinanze. Mia madre mi aveva portato, da piccolo, alle prime comiche, e indicandomi Charlot col bastoncino mi aveva ripetuto che quell’omino era un genio. E ora Charlot saliva le scale di casa. Mia madre rimase lì, a bocca aperta, dapprima senza riconoscere il grande interprete. Era a disagio perché le avevo introdotto in casa un estraneo, senza averla avvertita. Muoveva le mani per aggiustarsi il vestito peggiore, che indossava quando nessuno la vedeva e mi rimproverava con gli occhi. Rimasi in silenzio a seguire i vari movimenti del suo imbarazzo. Charlot le accarezzò una guancia, girò un’occhiata per la cucina, vide il cappello di mio padre, appeso al gancio, e se lo mise in testa. Notò l’ombrello blu che mia madre legava con cura rincasando dalla pioggia e lo afferrò, facendolo volteggiare con l’abilità di un prestigiatore. Improvvisò alcune delle sue mosse. Allora a mia madre fu chiaro. E ritornò in lei la familiarità immediata che sempre ha avuto con le sorprese della vita, sia allegre che drammatiche”.

Riprendo in mano le lettere che mi ha spedito, scritte con un pennarello blu, le foto scattate insieme, i suoi libri, una cinquantina (alcuni rieditati nel tempo), che mi ha firmato con dediche affettuose, le recensioni che ha scritto sui miei romanzi e sulle mie raccolte poetiche. Alberto Bevilacqua è stato tra i maggiori scrittori italiani da cinquant’anni a questa parte. L’ho sempre sostenuto, e molti mi guardavano con sospetto. So perché: vendeva troppo e suscitava invidia.

Alessandro Moscè