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	<title>Tokyo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Il suo nome dovrebbe diventare domestico, come quello di Garibaldi”: Robert Luis Stevenson racconta la storia di Yoshida Torojiro, eroe giapponese</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 11:35:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Giappone non è quello che raccontano gli autori mainstream col nome Banana. Il Giappone originario è quello di cui i bambini nati a metà Ottocento sentivano come di una terra da scoprire, perché chiusa all’Occidente. Solo gli Stati Uniti a governo progressista whig si preoccupavano di cercare la benedizione del loro dio montando cannoni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Giappone non è quello che raccontano gli autori mainstream col nome Banana. Il Giappone originario è quello di cui i bambini nati a metà Ottocento sentivano come di una terra da scoprire, perché chiusa all’Occidente.</strong> Solo gli Stati Uniti a governo progressista whig si preoccupavano di cercare la benedizione del loro dio montando cannoni ultima generazione sulle navi e sfondando le protezioni dei porti al sud del Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matthew Perry fu uomo militare statunitense e fece le guerre in Florida contro la Cuba spagnola e poi in Messico partecipò a pistolettate.</strong> Piacque così tanto allo zar che cercava di prenderlo tra i suoi, come al tempo delle epopee mercenarie alla scoperta di mondi nuovi in mare quando italiani navigavano per inglesi e francesi. Perry fu più pragmatico di così, insistette con la marina yankee e fece un primo viaggio verso il Giappone nel 1851 per poi tornarvi tra 8 e 14 luglio 1853, sparando cannonate con la scusa di celebrare la giornata d’Indipedenza. Gli fu intimato dai giapponesi imperiali in crisi, imbozzolati in un ordine statale che non cambiava da due secoli e mezzo, di prendere il largo verso la sua madrepatria e di ripresentarsi dopo un anno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora immaginate un bambino scozzese come Stevenson che sente queste storie intorno ai suoi sei anni, la fantasia prende fuoco. <strong>Perché Perry è stinco di diavolo. Guadagna nell’estate del ’53 Formosa e poi brucia i tempi, si ripresenta il 13 febbraio 1854 in Giappone, molto a sud, per il secondo round esplorativo e commerciale</strong>. Come doveva gonfiarsi Stevenson quando da scozzese gli raccontavano che la madre del comandante Perry discendeva da William Wallace, eroe delle guerra medievale per l’indipendenza scozzese. Naturalmente Perry vantava antenati anche tra gli eretici della Mayflower, così come Augusto si spiegava ai suoi come discendente da Enea.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché l’editoria casereccia di Sellerio quando si mise a tradurre parzialmente <em>Ritratti familiari di uomini e libri</em> di Stevenson omettesse il saggio su un remoto giapponese, è presto detto. <strong>Il giapponese non era scrittore ma uomo a tutto tondo. Poi. Aveva nome orrendo,</strong><strong> Yoshida Torojiro</strong> (1830-1859, il nome si pronuncia così come si legge, il cognome suona a Tokyo come Tahasgio e vale per ribelle esterofilo). Ancora. Traduco di nuovo dal saggio I libri che mi influen<em>zarono </em><em>(maggio 1887): “Suppongo qui, in chiusura, di aver scordato le cose più influenti, ché vedo di aver dimenticato Thoreau, Hazlitt (il cui </em><em>Spirito delle obbligazioni</em><em> fu un punto di svolta nella mia vita) insieme a Penn il cui piccolo libro di aforismi ebbe breve ma forte effetto su di me, e poi <strong>i </strong></em><em><strong>Racconti del vecchio Giappone </strong></em><em><strong>di Mitford dai quali ho appreso per la prima volta l’attitudine specifica di qualsiasi uomo razionale verso le leggi della sua nazione – un segreto scovato e custodito nelle isole asiatiche”</strong></em><em>.</em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi. Niente vacuità di stile, e parola al saggio di Stevenson che era anche precedente a questa uscita pro-nipponica. <strong>1880. Stevenson si fa storico di questo ribelle giapponese ucciso perché aveva cercato un adescamento con Perry. Il quale non venne mai a sapere che un samurai aveva cercato di raggiungerlo con una scialuppa la notte del 31 marzo</strong>. Perry stava per salpare per gli States. Aveva appena firmato un trattato coi giapponesi pensando di aver ricevuto l’avallo del loro imperatore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Yoshida avrebbe atteso quella notte in una grotta davanti al mare. Prese una scialuppa per raggiungere le <em>Black ships</em> di Perry ma le guardie yankee lo presero per nemico.</strong> Lui ritornò a terra. Fecero in tempo a punirlo per decapitazione. Stevenson l’aveva capito che letteratura e coraggio sono la stessa cosa.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Yoshida Torojiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nome in cima a questa pagine è probabilmente sconosciuto al lettore inglese, e tuttavia penso che dovrebbe essere parola domestica come quello di Garibaldi o di John Brown.</strong> Presto tra qualche giorno possiamo attendere di sentire più dettagli della storia di Yoshida, e il grado della sua influenza nella trasformazione del Giappone; persino ora ci deve essere qualche Inglese familiare con l’argomento e forse la comparsa di questo bozzetto può consentire qualcosa di più completo ed esatto. Mi auguro di dire che non sono, per correttezza, autore del presente articolo: racconto la storia sull’autorità di un intelligente gentiluomo giapponese, Mr. Taiso Masaki, il quale me la disse con un’emozione che onora il suo cuore; e sebbene con fatica gli abbia mandato le mie note perché le correggesse, il suo non può essere di più che un ritratto imperfetto, come una linea che definisca Yoshida.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-65596 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-300x224.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-768x573.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-1024x764.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-1320x984.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410.jpg 1349w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Yoshida Torajiro era figlio dell’istruttore militare erede della casa di Choshu. Il nome lo dovete pronunciare con eguale accento sulle varie sillabe, quasi come in francese</strong>, vocali all’italiana ma consonanti al modo inglese – eccetto la J che ha suono francese o, come è stato ben proposto per scriverla, il suono di ZH. Yoshida era molto esperto di lettere cinesi o, potremmo dire, nei classici di quella lingua e anche abile nell’arte del padre; fortificazioni era il suo studio favorito e fu poeta sin da bambino. Nacque in mezzo a patriottismo vivace ed intelligente; la condizione del Giappone lo preoccupava assai e mentre progettava un futuro migliore non perse l’opportunità di migliorare la sua cognizione dello stato di cose a lui attuali. A questo fine viaggiò a lungo in gioventù al modo coraggioso degli eroi che si aiutano da soli, a piedi e talvolta con tre giorni di provviste sulle spalle. Teneva un diario tutto fitto nei suoi viaggi ma temeva che queste note sarebbero state distrutte. Se il loro valore era, come possiamo aspettarci, come il carattere dell’uomo, questa sarebbe una perdita difficilmente esagerabile. È ancora meraviglioso come quel Giapponese tentasse di spingersi avanti nelle esplorazioni; un gentiluomo di cultura di quella terra e di quel periodo lasciava un poema gratulatorio là dove trovava ospitalità; e un amico di Mr. Masaki, anche lui grande viaggiatore, ha trovato tracce del passaggio di Yoshida in tutte le regioni remote del Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La politica è forse l’unica professione per la quale non si ritenga necessaria alcuna preparazione; ma Yoshida pensava altrimenti e studiò le miserie dei suoi compatrioti con tanta attenzione e studio come se dovesse scrivere un libro invece di proporre un banale rimedio.</strong> Ad un uomo della sua intensità e singolarità, non vi è questione – questa ricerca era melancolia, all’estremo. La sua insoddisfazione è provata dalla determinazione con la quale si buttò nella causa delle riforme; e quel che avrebbe scoraggiato altri, Yoshida lo prese come suo compito. Siccome professava la teoria delle armi, in primo luogo la sua mente fu occupata dalle difese per il Giappone. La flebilità esterna di quella nazione era verificata allora dal modo in cui i barbari la attraversavano, e dalla visita di grandi navi da guerra barbariche: il Giappone era una donna contesa. Quindi il patriottismo di Yoshida prese una forma che potremmo dire si sconfisse da sola: si impegnò a tener fuori tutti questi potenti stranieri, che è ora suo merito maggiore aver aiutato a introdurre; ma un uomo che segue il suo cuore virtuoso si troverà sempre, alla fine, ad aver lottato per il meglio. Una cosa porta naturalmente all’altra in una mente pronta, con un progresso al rialzo da effetto a causa. Il potere e la conoscenza di questi stranieri erano cose inseparabili; invidiandone la forza militare, Yoshida prese ad invidiarne la cultura; dal desiderio di eguagliarli nella prima esplose il suo desiderio di condividerne la seconda; e perciò si trovò a scrivere in uno stesso libro di un nuovo schema per rafforzare le difese di Kioto e dello stabilimento, nella stessa città, di un’università per insegnanti stranieri. <strong>Sperava, forse di prendere il buono senza il malvagio dalle altre terre; di consentire al Giappone di profittare della conoscenza dei barbari e però mantenerlo inviolato con le sue arti e virtù. Ma qualunque fosse la natura precisa della sua speranza, i mezzi coi quali la perseguì erano insieme difficili ed ovvi.</strong> Qualcuno con occhi e comprensione deve irrompere tramite il cordone ufficiale, scappare nel nuovo mondo e studiare l’altra civiltà sul punto. E chi potrebbe essere più idoneo a questa faccenda? Non era senza pericolo ma lui era senza paura, Si cercava preparazione e veduta interiore; e che aveva fatto sin da bambino se non prepararsi col meglio della cultura giapponese acquistando nelle sue escursioni il potere e l’abitudine all’osservazione? A soli ventidue anni a già tutto chiaro nella mente, quando giunsero nuove a Choshu che il Commodoro Perry stava nei pressi di Yeddo. Qui, allora, stava l’opportunità del patriota. Tra i Samurai di Choshu e in particolare tra i consiglieri del Daimio, la sua cultura generale, le sue vedute, che i più illuminati accoglievano volentieri e, soprattutto, lo charme profetico, la radiante persuasione dell’uomo, gli guadagnavano molti e sinceri discepoli. Aveva forte influenza nella Corte provinciale; e ottenne permesso di abbandonare il distretto e, con un pretesto, il privilegio di mantenere la sua professione a Yeddo. Poi si affrettò e arrivò in tempo per essere in ritardo: Perry aveva levato l’ancora, e le sue navi erano svanite dalle acque del Giappone. Ma Yoshida, messa la mano sul petto, non era uomo da tornare indietro; ormai c’era dentro e, con Dio, avrebbe portato avanti la prova; quindi smise la sua carriera di professionista e rimase a Yeddo per cogliere l’opportunità a venire. Con questo comportamento di mise in una posizione verso il suo superiore il Damio di Choshu che non posso spiegare facilmente. Certo, divenne un ronyn, un uomo spezzato, un fuorilegge del feudo; certo era da arrestare se tornava a casa; pure, mi si dice che “non ruppe davvero il suo patto, ma solo si separò così che il principe non potesse essere responsabile della condotta del suo ex-vassallo”. C’è del bello nel costume feudale che sfugge alla mia comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">A Yeddo, con questo status politico imprevisto, e tagliato fuori senza mezzi di sussistenza, era sostenuto con gioia da chi simpatizzava col suo progetto. Uno era Sakuma-Shozan, ereditiere di uno dei consiglieri dello Shogun, e da lui ottenne più che monete o valore delle monete. Uomo sano, rispettabile, con un occhio all’opinione del mondo, Sakuma era quello dei due che, se da soli non riescono a fare molto, hanno però ardore di ammirazione per quelli che vi riescono – e questo li raccomanda alla gratitudine della storia, Loro aiutano e portano la grandezza più, forse, di quanto immaginiamo. Uno pensa di loro e i Nicodemo che visitò nostro Signore di notte. E Sakuma era in posizione di aiutare Yoshida più nella pratica che per semplice condivisione; perché sapeva leggere l’olandese e sapeva comunicare bene quel che sapeva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre il giovane ronyn stavo perciò a studiare a Yeddo, vennero nuove di una nave russa a Nagasaki.</strong> Non <em>andava</em> perso tempo. Sakuma fornì “una lunga copia di versi di incoraggiamento e spedì Yoshida a piedi verso Nagasaki”. Si passava proprio per la provincia di Choshu; ma siccome la strada principale passava a sud della capitale, riuscì a evitare l’arresto. Si faceva forza, come un trovatore medievale, con la sua destrezza nei versi. Portava avanti i suoi lavori, a servire da introduzione. Quando raggiungeva una città voleva capire tutto di chi era celebrato per la spada, la poesia o altre forme riconosciute dalla cultura; e lì, dando prova di abilità nel gusto, era ricevuto e intrattenuto, lasciando dietro di sé un complimento in forma di verso. Quindi viaggiò nel Medioevo nel suo viaggio di scoperta del diciannovesimo secolo. Quando raggiunse Nagasaki era ancora una volta troppo tardi. I Russi se n’erano andati. Ma trasse profitto dal viaggio nonostante i fati e stette un po’ a prendere frammenti di conoscenza dagli interpreti olandesi – bassa classe di uomini, ma colma di opportunità; e poi, ancora col suo scopo, tornò a Yeddo a piedi, come se n’era venuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non era solo la sua gioventù e il coraggio che lo tenevano su in queste varie disillusioni, ma il continuo afflusso di discepoli. L’uomo aveva la tenacia di Bruce e Colombo, con una piacevolezza tutta sua. Non combatteva per quel che il mondo chiama successo; ma per “la ricompensa di andare avanti”.</strong> Controllatelo in una dozzina di direzioni, lo troverete ancora in un’altra via, appena scovata da lui. Perdeva un appoggio dopo l’altro, e il suo lavoro principale stava ancora su; finché avesse un singolo Giapponese da illuminare e preparare per un futuro migliore, sentiva di star lavorando per il Giappone. Ora, era da poco tornato da Nagasaki che fu cercato da uno, il più interessante di tutti. Un soldato comune, della classe Hemming, tintore per nascita, che aveva sentito vagamente dei movimenti di Yoshida e si era fatto tutto meraviglia per i suoi progetti. Era uno abbastanza diverso da Sakuma-Shozan e dai consiglieri del Daimio di Choshu. Non era un gentiluomo a doppio taglio, ma la solita razza della nazione, nata in mezzo a tradizioni basse senza miglioramento libresco; eppure quell’influenza, quella persuasione radiante che non mancavano mai a Yoshida in nessuna circostanza della sua breve vita, incantavano, soggiogavano e convertivano quel soldato qualunque, allo stesso modo di come era avvenuto con gli elegantoni istruiti. L’uomo immediatamente si infiammò per entusiasmo; la sua mente stava solo aspettando un maestro; afferrò in un momento il profitto di queste nuove idee; anche lui sarebbe andato in posti stranieri oltremare e avrebbe riportato quella conoscenza che rafforzava e rinnovava il Giappone; e nel frattempo, perché si preparasse meglio, Yoshida si mise a insegnargli tutta la letteratura cinese. È un episodio che onora Yoshida e ancor più il soldato, e la capacità e la virtù della gente comune in Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora, infine, il Commodoro Perry tornò a Simoda. Amici si radunarono intorno a Yoshida con aiuto, consigli e incoraggiamento. Uno si presentò con una spada enorme, lunga tre piedi e molto pesante e che, nell’esaltazione dell’ora, giurò di portare per tutte le strade e di riportare indietro – che arma da passeggio! – in Giappone. </strong>Fu preparata una lunga lettera in cinese per gli ufficiali americani; fu rivista e corretta da Sakuma e firmata da Yoshida sotto il nome di Urinaki-Maji, e poi dal soldato come Ichigi-Koda. Yoshida si era provvisto di materiali a profusione per scrivere; il suo vestito era letteralmente ripieno di carta che doveva tornare indietro arricchita di osservazioni e fare del Giappone un regno grande e felice. Così equipaggiata, questa coppia di emigranti si mise in cammino da Yeddo e raggiunse Simoda prima che venisse notte. <strong>In nessun periodo della storia il viaggio può aver presentato a creatura europea la medesima faccia di paura e terrore come fu per questi coraggiosi Giapponesi. La discesa di Ulisse agli inferi è un parallelo più vicino al caso che la più lineare spedizione ai circolari polari. Ché il loro atto era senza precedenti; era criminale; e stava per portarli oltre la soglia degli umani in una terra di demoni</strong>. Non ci meravigliamo che fossero scioccati al pensiero della loro situazione insolita; e forse il soldato diede voce al sentimento di entrambi quando cantò in cinese – aveva già tratto profitto dalle sue lezioni – questi due versi ben indicati:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sappiamo dove ci tocca dormire stanotte, Tra migliaia di deserti dove non vediamo fumo umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">In breve tempo, lontani dal bagnasciuga, giacquero per riposare; il sonno li prese tutti; e quando si svegliarono, “est era già bianco” per il loro ultimo mattino in Giappone. Presero la barca di un pescatore e vogarono – Perry stava al largo in mare a causa delle due maree. Il loro modo di imbarcarsi sta per determinazione; ché non appena saliti in barca erano ormai lontani e impossibile il ritorno. Ora avreste detto che tutto era concluso. Ma il Commodoro aveva ormai trattato col governo dello Shogun; una di quelle stipulazioni che non consentivano ai Giapponesi di evadere dal loro paese; e Yoshida e i suoi seguaci furono presi come prigionieri dalle autorità di Simoda. Quella notte colui che stava per esplorare i segreti del barbaro dormiva, se mai ci fosse riuscito, in una cella troppo piccola per distendervisi completamente, e troppo bassa per rimanere in piedi. Alcune disillusioni sono troppo grosse per essere commentate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sakuma, coinvolto per via del testo scritto, fu confinato nella sua provincia da dove fu presto rilasciato. Yoshida e il soldato soffrirono un lungo e miserevole periodo di prigionia e il secondo morì in prigione per malattia della pelle. Ma uno spirito come quello di Yoshida-Torajiro non è fatto o tenuto prigioniero facilmente; e quello che non può esser rotto dalla sfortuna tenterai invano di confinarlo in una Bastiglia. Era infaticabilmente attivo, a scrivere report al Governo e trattati di indottrinamento. Questi ultimi erano in contrabbando; pure, non ebbe difficoltà a distribuirli perché ebbe dalla sua il carceriere. Invano lo portavano di prigione in prigione; il Governo in questo modo inaspriva soltanto la forza d’irradiamento delle nuove idee; ché Yoshida bastava arrivasse e faceva convertire tutti. Dunque benché a terra confermava ed estendeva il suo partito dentro lo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, dopo pochi altri trasferimenti, gli fu data la prigione del superiore dello Shogun – quella del Daimio di Choshi. Ora mi pare plausibile che avesse tentato di lasciare il Giappone e fosse riconsegnato al Governo provinciale come un infimo ribelle feudale, un ronyin.</strong> Ma, sia come sia, il cambiamento fu di grande importanza per Yoshida; per influenza dei suoi ammiratori al consiglio del Daimio gli fu concesso il privilegio, sotto banco, di andare a casa. E lì, nel tentativo di tenere la comunicazione con i suoi amici riformatori e proseguendo il lavoro di istruzione, ricevette ragazzi ai quali insegnare. Non si pensi che fosse libero; era un uomo troppo segnalato; gli fu data forse una cerchia ristretta e visse, diremmo, sotto sorveglianza politica; ma a lui che aveva fatto così tanto sotto chiave questa sembrava una libertà larga della quale approfittare.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo periodo Mr. Masaki fu messo in contatto personale con Yoshida; e di qui, con occhi di ragazzo di tredici anni, diamo un buono sguardo al carattere e alle abitudini dell’eroe. Era bruttino e sfigurato da far ridere con gibboni; la natura era stata cattivella con lui dall’inizio, le sue abitudini consone. Gli abiti trascurati; quando mangiava o si lavava metteva le mani sulle labbra; i capelli pettinati non più di una volta al mese, era davvero disgustoso a vedersi. Con simile figura, è facile capire che non si sposò mai. Buon insegnante, gentile nelle azioni benché violento ed eccessivo nell’eloquio, le sue lezioni adatte a superare le menti dei suoi scolari e lasciarli gongolare, e spesso a ridacchiare. Tale la sua passione per lo studio che non si dava riposo consono; e dopo ore passate sui libri, se era estate, si metteva le zanzare sulle sue labbra; se era inverno, si toglieva le scarpe e correva nella neve scalzo. La sua calligrafia villana in modo straordinario; benché poeta non aveva gusto per quanto fosse elegante; e in una nazione dove scrivere con stile non era contrassegno dello scrivano ma complimento ammirevole per il gentiluomo, egli soffrì che le sue lettere fossero fuse insieme non da lui ma dalla stampa e dal calore delle sue convinzioni. Non tollerava nemmeno la manifestazione di una ruberia; questa era alla radice di ogni male in Giappone e nelle nazioni adiacenti. Una volta che un mercante gli portò il figlio perché lo istruisse aggiungendo, come era usanza, un piccolo raddolcimento privato, Yoshida rigettò le monete in faccia a chi gliele offriva e si lanciò a correre indignato, e con lui il pubblico della scuola. Era ancora, quando Masaki lo conobbe, assai indebolito dalle difficoltà della prigione; e la spada della presentazione, lunga tre piedi, era troppo pesante per lui perché la portasse senza affaticarsi; pure la portava appresso quando andava a zappettare nel suo giardino. Tocco che qualifica l’uomo. Una natura più debole si sarebbe allontanata dal segno che solo commemorava un fallimento. Ma era del parere di Thoreau, che se “puoi fare il tuo fallimento tragico con coraggio, non sarà diverso dal successo”. Poteva guardare indietro senza confusione alla sua promessa entusiasmante. Se gli eventi erano stati contrari e si era trovato inabile a raggiungere lo scopo – bene, non era che una ragione in più per essere coraggioso e costante altrove; se non poteva portare la spada in terre barbare, questa sarebbe stata, almeno, testimone di una vita trascorsa interamente per il Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo lo sguardo che abbiamo di lui per come appariva allo scolaro, ma scollegato dallo spirito dello scolaro. Un uomo con così poca cura delle grazie doveva essere fuori concorso con ragazzi e donne. E infatti, siccome siamo stati tutti (o quasi) a scuola, non sorprenderà nessuno che Yoshida fosse per i ragazzi un baule pieno di ridicolaggini. Gli scolari hanno un fine senso dell’umorismo. <strong>Gli eroi imparano a capirli ed ammirarli nei libri; ma oltre non sanno coglierli sotto i tratti di un uomo contemporaneo, e ancor meno se questi è un insegnante raggomitolato, zozzo ed eccentrico.</strong> Ma come gli anni passavano e gli scolari di Yoshida continuavano in vano a guardarsi intorno per la perfetta astrazione e capivano sempre più la sottigliezza delle sue istruzioni, impararono a guardare indietro a quel comico maestro di scuola come al più nobile degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo atto di questa esistenza breve ma ricca era ormai prossimo. Parte del lavoro era compiuto; tre insegnanti olandesi erano stati ammessi a Nagasaki e la nazione era tutta pronta per il nuovo insegnamento. Ma benché la rinascita fosse cominciata, fu impedita e minacciata pericolosamente dal potere dello Shogun. Il suo ministro – lo stesso che poi fu assassinato nella neve proprio tra le sue guardie – non solo tratteneva gli allievi dal recarsi dagli Olandesi, ma con spie e detective, con imprigionamento e morte, continuava a trattenere gli spiriti più intelligenti ed attivi del Giappone. È la vecchia storia del potere che sta in piedi sulle sue ultime gambe – <strong>il coraggio spedito in Bastiglia, il coraggio incatenato alle colonne; quando non restano in giro che pecore e asini, lo Stato sarà stato salvato</strong>. Ma un uomo non deve pensare a trattare della rivoluzione; né un Ministro, benché reso forte dalle sue guardie, trascurare di controllare una nazione che ha dato natali a uomini come Yoshida e il suo soldato seguace. La violenza del Tarquinio ministeriale serviva solo a dirigere l’attenzione all’illegalità della regola del maestro; e le persone presero a dare la loro alleanza al Mikado a lungo abbandonato nella sua reclusione di Kioto, non a Yeddo e allo Shogun. In questa congiuntura, ne fosse conseguenza o no, le relazione tra questi due sovrani si complicarono; e il ministro dello Shogun andò a Kioto per lanciare un altro affronto al sovrano che stava nel giusto. La circostanza doveva far precipitare gli eventi. Era opera di religione difendere il Mikado; era solo gesto di correttezza politica opporsi all’usurpazione tirannica e sanguinaria. A Yoshida il momento dell’azione sembrò arrivato. Era ancora confinato a Choshu. Nulla era libero se non la sua intelligenza; ma con quella dava forma alla spada del ministro dello Shogun. Un partito di suoi seguaci era in via per scacciare il tiranno sulla strada di Yeddo e Kioto, gli presentò una petizione e gli diede la spada. Ma Yoshida e i suoi amici erano osservati da vicino; e la spedizione troppo grossa di due cospiratori, un ragazzo di diciotto anni e suo fratello, risvegliò il sospetto delle autorità e portò alla scoperta di tutto il piano e all’arresto di tutti I coinvolti. A Yeddo, dove fu portato, Yoshida fu gettato di nuovo in cella di confinamento. Ma non rimase senza simpatia nell’ultima ora del suo processo. Nella cella accanto stava un certo Kusakabe, un riformatore dalle valli meridionali di Satzuma. Erano in prigione per situazioni diverse ma per le medesime intenzioni; condividevano identiche convinzioni e aspirazioni per il Giappone; molte e lunghe furono le conversazioni che tennero tramite la parete divisoria, cara la simpatia che prestò li unì. Prima toccò a Kusakabe essere condotto davanti ai giudici; e quando la sentenza fu pronunciata, fu condotto a morire sotto la finestra di Yoshida. <strong>Voltare la testa sarebbe stato rendersi complice del suo compagno di prigione; ma diede uno sguardo da un occhio e diede un addio a voce alto con questi due versi cinesi: </strong><strong>“Meglio essere cristallo e venir rotto,</strong><strong>/ </strong><strong>Che rimanere perfetto come una tegola sopra il tetto”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così Kusakabe dalle valli di Satzuma lasciò il teatro di questo mondo. La sua morte fu per valore come quelle degli antichi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo anche Yoshida dovette apparire davanti alla Corte. La sua ultima scena fu un pezzo solo con la sua carriera e la coronò adeguatamente. Sfruttò l’occasione dell’audience pubblica, confessò e glorificò il suo progetto e dando a chi lo ascoltava una lezione di storia nazionale, raccontando a lungo dell’illegalità del potere dello Shogun e dei crimini attraverso i quali stava in piedi. Così, detta la sua in una volta sola, fu condotto al luogo dell’esecuzione e processato, trentun anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingegnere militare, ottimo viaggiatore (almeno nei desideri), poeta, patriota, maestro di scuola, amico dell’insegnamento, martire per la riforma – non ci sono molti uomini, anche se muoiono a settant’anni, che abbiano servito la loro nazione in così vari ruoli. Non solo era saggio e previdente nel pensiero, ma certo uno dei più orgogliosi tra gli eroi al patibolo.</strong> Difficile dire cosa sia più notevole – la sua capacità di comando che soggiogava gli stessi carcerier; il suo zelo bollente, mai un grado di sotto; o la sua cocciuta superiorità, dura da sconfiggere. Fallì in ogni impresa particolare che tentò; eppure dobbiamo solo guardare la sua nazione per vedere come sia stato completo il suo successo generale. I suoi amici ed allievi furono la maggioranza dei leader in quella finale Rivoluzione, ora sono dodici anni; e molti di loro sono, o furono fino all’altro ieri, ben in alto tra i governanti giapponesi. E quando guardiamo intorno a noi questi studenti rapidi e intelligenti, con la loro strana aria straniera, non dovremmo mai dimenticare come Yoshida marciasse a piedi da Choshu a Yeddo, e da Yeddo a Nagasaki, e da Nagasaki di nuovo indietro a Yeddo; come si mise sulla scia della nave americana, il suo vestito ripieno di materiale scrittorio; né come languì in prigione e finalmente morì, come dapprima aveva dato tutta la sua vita e forza e disciplina, al fine di rendere alla sua terra nativa quei benefici dei quali lei ora gode così largamente. Meglio essere Yoshida e morire che essere solo Sakuma e salvarsi la pelle. Kusakabe di Satzuma ha detto la parola: meglio essere cristallo e venir rotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Devo aggiungere una parola; ché spero il lettore non mancherà di percepire che questo è tanto la storia di un popolo eroico come di un uomo eroico. Non basta ricordare Yoshida; non dobbiamo dimenticare il soldato comune, neanche Kusakabe, neanche il ragazzo di diciotto anni, Nomura di Choshu, la cui furia tradì il complotto. Fa perdere lucidità pensare di essere vissuti al tempo di questi uomini dal cuore gigante.</strong> Solo a poche miglia da noi, per prendere le proporzioni dell’universo, mentre svolazzavo nelle mie lezioni, Yoshida stava a stuzzicarsi con le punture di zanzare; e mentre voi eravate riluttanti a pagare un penny di tassa, Kusakabe andava a morire con una nobile sentenza sulle labbra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Robert Louis Stevenson</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Lui ha scritto il più bel libro del 2019: si chiama Galsan Sagil, alleva cavalli in Mongolia, ma in questo Paese di editori rionali nessuno ve ne ha ancora parlato…</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 05:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scrittore che vedete in copertina ha scritto il più bel libro del 2019. Non so quando lo tradurranno in Italia, non so come suona in lingua originale – oltre i bastioni di Russia non sono linguisticamente attrezzato – ma in inglese il ritmo è suadente. Quando le pietre diventarono stelle e il prato sfociò [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore che vedete in copertina ha scritto il più bel libro del 2019.</strong> Non so quando lo tradurranno in Italia, non so come suona in lingua originale – oltre i bastioni di Russia non sono linguisticamente attrezzato – ma in inglese il ritmo è suadente. <em>Quando le pietre diventarono stelle e il prato sfociò nella gola di una tigre. </em><strong>Lo scrittore si chiama Galsan Sagil, fa l’allevatore di cavalli, in Mongolia è noto come poeta. Conosce le peripezie delle costellazioni, l’allerta del loro migrare, ma ignora i fondamenti della filosofia occidentale, sa metrare il tempo dal colore dell’erba, per questo non indossa orologio, agli enigmi della ‘proprietà privata’ preferisce la privazione</strong>, sa costruire una jurta, perciò è magneticamente ostile a ogni sorta di ‘casa’, è piantato nella sua terra come una rupe – s’inorgoglisce quando mostra un coltello istoriato eredità di avi frollati nella memoria di tre generazioni fa – ma è libero come un falco. Cercando di inquadrarlo nello schema geometrico della ‘storia della letteratura’, gli anglofoni hanno citato l’epopea di Gengis Khan redatta dal giapponese Inoue Yasushi – ancora inedita in Italia, terra dell’inedia culturale, ma si continua a stampare Murakami Haruki a go-go – le <em>Mille e una notte</em> e perfino – per un certo tributo alla ferocia – Cormac McCarthy. Il suo libro, letto a tentoni, è magnifico, rompe con le regole euclidee della narrativa occidentale – da svago o ‘sperimentale’ – è una deliziosa ‘novità’, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fate conto che ciò che ho scritto non esiste. Non esiste Galsan Sagil. Non esiste il suo romanzo. La fotografia è di un tizio che, effettivamente, fa l’allevatore di cavalli in Mongolia, forse detta versi intorno al fuoco, rievocando le epopee degli avi, chi lo sa. Il punto non è quello, è altro, è questo.</strong> ‘Nuovo’ è una delle parole che il dizionario etimologico rimarca tra le antichissime. Dal sanscrito (<em>navas</em>) ce lo portiamo dietro percorrendo il latino (<em>novus</em>) fino ad oggi, spagnoleggiando (<em>nuevo</em>) o anglicizzando (<em>new</em>), come vi va. C’è, in effetti, qualcosa di avveniristico e di nostalgico nella parola <em>nuovo</em>. L’uomo, sempre, è proiettato verso il nuovo, ma il nuovo non è lo sconosciuto, l’ignoto, è ciò che è – in sanscrito – <em>giovane</em>. La novità è amata perché ci parla della giovinezza perduta – la novità non è un’andata, è un ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rientrando in me. Un sistema editoriale che non va verso il nuovo, verso la gioventù, con spavalda giovinezza, è morto, mortificante, senile, sentitamente geriatrico. </strong>Smanettate su internet cercando, da avventurieri avventori, le ‘novità’ della stagione editoriale entrante. Vi casca la mascella. Soliti nomi, solite cose, stessi panni sporchi risciacquati in acido e stesi nel quartiere. La nostra non è nemmeno più una letteratura ‘nazionale’ o ‘provinciale’, è addirittura ‘rionale’. Per questo, ormai, tendo a pensare che grandi opere vanno vegetando nel sottobosco di ciò che non è pubblicato, che non ha pubblico – chessò, la raccolta poetica in perpetuo divenire di Riccardo Ielmini, i versi scritti a penna di Luca Gaviani – se non il samizdat degli affettuosi, dei cercatori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono, appunto, i grandi libri che si stanno scrivendo in Mongolia, i grandi poeti che cantano in Congo, i grandi autori che pubblicano nel Laos, i nuovi, geniali narratori che abitano in Vietnam? Non sono nato ieri: la letteratura è un atto di forza</strong>, lo slancio con cui una nazione impone il proprio immaginario narrativo, colonizzando il resto del mondo. La lotta si è sempre fatta a quel livello, mitragliando il mondo con le proprie storie, con i propri miti, con i propri autori. Michel Houellebecq contro Martin Amis contro Philip Roth contro Javier Marías contro Cees Nooteboom contro Eduard Limonov. Non conta la ‘correttezza’, conta il carisma. E noi, italioti, che immaginario esportiamo? La Napoli di Elena Ferrante. Contenti voi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma il punto resta questo. Le avventure editoriali. Andare fino in capo il mondo a scoprire il meraviglioso, per condividerlo in patria. Marco Polo.</strong> Siamo sempre stati questo, italici occidentali. Oggi preferiamo le quattro mura del consueto, abbiamo paura delle ombre – di cui io, umbratile, mi abbevero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il resto è un esercizio da biografi del sogno. Amo inventare vite, dettagliandole. In un libro recente ho impastato dal vento la biografia di Joseph Gries, che ha scritto un racconto, <em>L’imperatore</em>, sugli ultimi anni di vita di Napoleone</strong> (il racconto è raccolto in <em>Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro</em>, Melville 2018). Era lui: “Joseph Gries (Norla 1923 – Tokyo 1979) è considerato insieme a Knut Hamsun «il grande innovatore della letteratura norvegese contemporanea» (Fulvio Ferrari). Indisciplinato, ha preferito pubblicare le proprie opere per editori d’arte o tipografi, ma ciò non gli ha impedito di essere segnalato al Nobel per la letteratura, nel 1976. Dopo l’esordio poetico (<em>Cronache</em>, 1947), ha pubblicato i romanzi <em>L’epicentro dell’alba</em> (1953),<em> I lupi che divorarono la luna</em> (1957), <em>Mia sorella è l’assalto</em> (1962),<em> Come rettili della terra</em> (1967) e <em>Il malvagio non è un peccatore</em> (1975), il suo libro più importante, «dove l’impianto romanzesco impossibile, totalizzante, che ricorda Hermann Broch, si mescola alla lucidità stilistica di Borges» (Daniele Piccini): è questo l’unico libro di Gries pubblicato in Italia (per Guida, nel 1989). <strong>Importante la produzione saggistica, che spesso sfocia nella narrativa: <em>Reazione</em> (1962) e <em>Atlante letterario di tutti i tempi </em>(1970), costruito da una antologia di centinaia di autori totalmente inventati, sono diventati libri “di culto” per la nuova generazione di scrittori e artisti norvegesi.</strong> Studioso di religioni orientali, dopo aver diretto una biblioteca nell’isola di Flagh, Gries ha insegnato all’Università di Tokyo, la città dove è sepolto”. Il bello, va da sé, è mescolare al fittizio, al favoloso, il dato reale, che riguarda l’intima biografia dell’estensore della nota – vai a pescare dove il vero s’indisciplina dal falso… Ora, giocate anche voi: chi è Galsan Sagil?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>Rileggiamo Aleksandr Kuprin, il Jack London russo, amico dei clown (in questa storia ci sono: lo zar, Rasputin, la Rivoluzione, Charlie Chaplin, lo spionaggio giapponese e il Signor Treves…)</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Oct 2018 04:47:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questa storia c’è Odessa, c’è Rasputin, c’è il clown più famoso di ogni tempo, c’è Charlot, c’è la cupa ascia della Storia e c’è uno scrittore ingiustamente dimenticato. * La fonte della storia è un libro, sobriamente rilegato in rosso. ‘Nuova Amena Treves’, 1931. In catalogo risultano Prévost, Maupassant, Turgenev, Pierre Louys. Il libro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rileggiamo-aleksandr-kuprin-il-jack-london-russo-amico-dei-clown-in-questa-storia-ci-sono-lo-zar-rasputin-la-rivoluzione-charlie-chaplin-lo-spionaggio-giapponese-e-il-signor-treves/">Rileggiamo Aleksandr Kuprin, il Jack London russo, amico dei clown (in questa storia ci sono: lo zar, Rasputin, la Rivoluzione, Charlie Chaplin, lo spionaggio giapponese e il Signor Treves…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In<strong> questa storia c’è Odessa, c’è Rasputin, c’è il clown più famoso di ogni tempo</strong>, c’è Charlot, c’è la cupa ascia della Storia e c’è uno scrittore ingiustamente dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fonte della storia è un libro, sobriamente rilegato in rosso. ‘Nuova Amena Treves’, 1931.</strong> In catalogo risultano Prévost, Maupassant, Turgenev, Pierre Louys. Il libro promette una scelta di <em>Racconti russi </em>– tradotti da Maria Rakowska – di Aleksandr Kuprin, italianizzato ‘Alessandro Cuprin’. Parto con l’intro: “…ha lavorato anch’egli, sulle orme dei grandi predecessori, a preparare l’ambiente storico di una rivoluzione politica, dalla quale, spaventato e impoverito, ha poscia dovuto cercare scampo nella fuga”. <strong>Kuprin muore nel 1938, ottant’anni fa: tra gli anni Venti e Trenta è stato tra gli autori russi enormemente pubblicati in Italia</strong>; nel 1944 Garzanti riprende i <em>Racconti russi</em>, nel 1999 l’editore romano Voland pubblica i <em>Racconti di mare</em>, nel 1991 Tranchida ripubblica <em>Il braccialetto di granati</em>, che è il più raffinato tra i racconti di Kuprin, mentre Rizzoli, nel 1989 pubblica <em>La fossa</em>, il romanzo ambientato in un bordello (traduce Ettore Lo Gatto, che lo descrive così, “L’amore del particolare descrittivo e della quotidianità dell’avvenimento sono, assieme con una calda simpatia per i personaggi meschini e volgari, le note caratteristiche dell’arte di Kuprin”). Ciò che incuriosisce è che Kuprin pensava di diventare “il Jack London russo”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63258 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-225x300.jpg" alt="Kuprin" width="166" height="220" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/5000000257243_0_0_0_768_75.jpg 576w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />“Dalla metà d’agosto, prima della nuova luna, il tempo si era fatto improvvisamente bruttissimo, come capita spesso sulla costa nord del Mar Nero. Per alcuni giorni di seguito ora si distendeva sul mare e sulla terra un denso velo di nebbia e la sirena del faro urlava continuamente di giorno e di notte come un toro infuriato; ora cadeva senza tregua dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina una fittissima pioggia autunnale, che trasformava le vie di quel terreno argilloso in una melma densa, nella quale affondavano pericolosamente vetture e carri”: questo è l’incipit de <em>Il braccialetto di granati </em>che già dà il senso della qualità ‘pittorica’ di Kuprin – ricorda molto Ivan Bunin – anche se, di norma, la sua è una scrittura rapida, a descrivere scene schiette, spesso crude. <strong>Ad ogni modo, Kuprin, figlio di una principessa tatara, avviato alla carriera da soldato, che abbandonò per la via della scrittura, è il tipico russo emigrato a Parigi.</strong> Quando capì che andava a morire, decise di tornare nell’allora Leningrado, per respirare le ultime folate di Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1907, a Odessa, Aleksandr Kuprin amava frequentare il circo. Dopo gli spettacoli, da vero nobile, invitava gli artisti a cena. Una sera, mangia, ride, beve, si appisola. Gli artisti si dileguano. Al suo fianco resta ‘Giacomino’, il milanese Giacomo Cireni, il re dei clown, che da allora sarà suo amico assoluto. Cosa ci fa ‘Giacomino’ in Russia? Fin da bimbo nel circo, ‘Giacomino’ perfeziona l’arte a Parigi, dal 1903 è al Circo Imperiale di Pietroburgo, che è diretto dall’italiano Scipione Ciniselli. <strong>In Russia ‘Giacomino’ ha un successo unico: è invitato dallo zar Nicola II al Palazzo d’Inverno per far sorridere il figlio Alessio, lì conosce Rasputin. Kuprin ha istoriato per il clown una targa, che campeggia sulla porta del suo camerino: </strong>“Chi ha un volto che sprizza allegria? Chi ha il coraggio dell’acrobata? Il clown Giacomino, mio compagno e mio amico”. In alcune fotografie lo scrittore realista parla al clown, che ha una faccia che sembra svanire da un momento all’altro, in un turbine di api.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si abbatte, la Rivoluzione non ha pietà per i clown, d’altronde, c’è poco da ridere.</strong> A Giacomino vengono confiscati i beni, ma un permesso di Lenin gli consente di partire per il Giappone dove, segretamente, consegna dei documenti dello zar all’ambasciatore italiano a Tokyo. <strong>Dal Giappone, atterra negli Usa dove, a Hollywood, nel 1918, aiuta Charlie Chaplin a perfezionare l’arte della clownerie. </strong>Nel 1920, infine, il ritorno in Italia, dove Giacomino lavorerà e morirà, nel 1956. Kuprin non si dimenticherà mai di lui, come testimoniano le lettere che si sono scambiati, lo scrittore e il clown.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63259 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-209x300.jpg" alt="Kuprin" width="143" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin-600x863.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/elefante-kuprin.jpg 1000w" sizes="(max-width: 143px) 100vw, 143px" />Nel 1907, l’anno in cui conosce Giacomino, Kuprin stampa <em>L’elefante</em>, un racconto per l’infanzia, ora diventato un piccolo classico (e riproposto in questa forma, due anni fa, <a href="https://www.topipittori.it/it/catalogo/lelefante" target="_blank" rel="noopener">da Topipittori)</a>. “Ora vive da esule a Parigi”, ricorda la nota della mia edizione Treves, “ma <strong>si narra che abbia esercitato i più umili mestieri, non solo di pescatore, cacciatore, agricoltore, per suo diletto e per desiderio di utili cognizioni attinte direttamente nella realtà, ma perfino di scaricatore di navi e di cantante in un coro,</strong> per guadagnarsi il pane nei giorni più duri della sua vita”. Kuprin pare, davvero, in sintonia con London: raccontare la realtà frequentandola, con dettagli veritieri e impeto possente. Un brano di un suo racconto tra i più noti, <em>La spia</em>, è emblematico: “‘…tutto è in potere di Dio, senza Dio non si fa un passo. La guerra non è ancora finita. Tutto può accadere. Il soldato russo è abituato a vincere… Iddio ha la Russia sotto la sua protezione, non vi pare?’. Egli parlava e gli angoli della sua bocca sussultavano in sorrisi strani, rabbiosi, inumani, e i suoi occhi scuri, sotto le sopracciglia nere, scintillavano di una luce gialla minacciosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non sappiamo chi possa non riconoscere che il Kuprin è veramente un poeta”, chiosa il baldo Treves.</strong> Il problema, oggi, è ben altro: altro che riconoscerlo, ma chi lo conosce più, Kuprin? (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rileggiamo-aleksandr-kuprin-il-jack-london-russo-amico-dei-clown-in-questa-storia-ci-sono-lo-zar-rasputin-la-rivoluzione-charlie-chaplin-lo-spionaggio-giapponese-e-il-signor-treves/">Rileggiamo Aleksandr Kuprin, il Jack London russo, amico dei clown (in questa storia ci sono: lo zar, Rasputin, la Rivoluzione, Charlie Chaplin, lo spionaggio giapponese e il Signor Treves…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Stai diventando la Chiara Ferragni della cultura italiana… Magari! Un anno di “Pangea”, ovvero: rispondere all’orrore con la meraviglia, vincere il mercato con il canto (il programma politico ce lo facciamo dettare da Artaud)</title>
		<link>https://www.pangea.news/stai-diventando-la-chiara-ferragni-della-cultura-italiana-magari-un-anno-di-pangea-ovvero-rispondere-allorrore-con-la-meraviglia-vincere-il-mercato-con-il-canto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Oct 2018 08:32:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Primo anno. Tra i primi articoli mi ricordo quello sulla morte di Saint-Exupéry e quello sulle lettere della giovanissima Sylvia Plath. Mi ha emozionato intervistare Susan Stewart e trovare una intrepida sintonia con una poetessa canadese, Jan Zwicky. Idealmente, sono arrivato in capo al mondo, a Ushuaia, traducendo il reportage di Maria Soledad Pereira. Un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/stai-diventando-la-chiara-ferragni-della-cultura-italiana-magari-un-anno-di-pangea-ovvero-rispondere-allorrore-con-la-meraviglia-vincere-il-mercato-con-il-canto/">Stai diventando la Chiara Ferragni della cultura italiana… Magari! Un anno di “Pangea”, ovvero: rispondere all’orrore con la meraviglia, vincere il mercato con il canto (il programma politico ce lo facciamo dettare da Artaud)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Primo anno. Tra i primi articoli mi ricordo quello <a href="http://www.pangea.news/saint-exupery-morto-tutta-colpa-dei-nazisti/" target="_blank" rel="noopener">sulla morte di Saint-Exupéry</a> e quello sulle <a href="http://www.pangea.news/scandalosa-sylvia-le-lettere-della-plath/" target="_blank" rel="noopener">lettere della giovanissima Sylvia Plath</a>. Mi ha emozionato intervistare <a href="http://www.pangea.news/susan-stewart-la-regina-della-lirica-usa/" target="_blank" rel="noopener">Susan Stewart</a> e trovare una intrepida sintonia con una poetessa canadese, <a href="http://www.pangea.news/bisogno-poesia-storditi-gossip-shopping-jan-zwicky-quasi-yourcenar/" target="_blank" rel="noopener">Jan Zwicky</a>. Idealmente, sono arrivato in capo al mondo, a Ushuaia, traducendo <a href="http://www.pangea.news/risorge-la-fenice-gigante-ushuaia-la-citta-piu-estrema-del-mondo/" target="_blank" rel="noopener">il reportage di Maria Soledad Pereira</a>. <strong>Un anno di <em>Pangea</em>. Non pensavo neanche di scrivere un editoriale. Perché? Perché se sei gettato verso l’avvenire – che è avventura – non hai modo di guardarti indietro. </strong>L’alba la rimpiangi al tramonto.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel canto X del Paradiso, Beatrice indottrina Dante su come deve rapportarsi con le altezze. “Ringrazia,/ ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo/ sensibil t’ha levato per sua grazia”. Ringraziare per la grazia. Ora. L’idea di <em>Pangea </em>mi agitava da anni. Almeno sei. Ricordo che ne parlai, con un foglio dettagliato, nel 2012. Prima al mio primo direttore, a Milano; poi a un editore. La cosa complicata è trovare chi sappia tramutare una idea in fatto. Infine, dopo il definitivo fallimento del quotidiano locale per cui lavoravo – cioè: con ampio tempo a disposizione – ho trovato l’editore, anzi, l’uomo. Jonathan Grassi. Figlio di Giorgio, fondatore della Grabo, azienda che fa palloncini. Legare la cultura ai palloncini mi è parso un segno. <strong>Ricordo una fotografia folgorante di Marco Pesaresi. Nella metropolitana di Tokyo, particolarmente oscura, fredda, un palloncino rosso, a segnalare la fuga, il volo, la libertà, l’impulso del sogno.</strong> Dunque, grazie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il pudore mi mozza la lingua. <strong>I grazie sarebbero una grandinata:</strong> ma delle amicizie è bene celare il senso e il talento. Diciamo sempre troppo rispetto a ciò che andrebbe detto. Nel segreto, ciascuno sa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una circostanza, piuttosto, mi forza all’articolo. Lo scorso primo ottobre, alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori in cui insegno, <strong>tre studenti hanno discusso un progetto di tesi su tre autori argentini valorizzati da <em>Pangea</em>. </strong>Un ragazzo si è laureato sull’opera di <a href="http://www.pangea.news/hebe-uhart-lo-scrittore-necessaria-la-solitudine-restare-lontano-dal-potere/" target="_blank" rel="noopener">Hebe Uhart</a>, una ragazza sui racconti di <a href="http://www.pangea.news/liliana-heker-la-scrittrice-parlato-della-morte-borges-bacchettato/" target="_blank" rel="noopener">Liliana Heker</a> e un’altra sulle poesie di <a href="http://www.pangea.news/verbo-oltreoceanico-juan-arabia-dei-poeti-la-realta-maledetta/" target="_blank" rel="noopener">Juan Arabia</a>. In tutti i casi, gli studenti hanno lavorato su testi inediti in Italia. A quel punto, mi dico, ecco il compito di <em>Pangea </em>che si realizza: portare in Italia, prima di altri, grandi autori di altri Paesi. Parlare, prima di tutti, dei grandi libri che si pubblicano altrove. Perché siamo cugini di Marco Polo, ci avventiamo verso l’ignoto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una amica mi sfotte, “sei diventato un <em>influencer</em>”. Certo. Proprio questo dobbiamo fare. <strong>Influenzare la cultura e l’editoria italiana. A non martoriare con l’oblio certi poeti, a promuovere soltanto testi vertiginosi, capaci di scuotere, anzi, di squartare.</strong> Già. Diventerò la Chiara Ferragni della cultura italiana.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo quattro gatti, siamo qualche migliaia, tra poco fondiamo un partito politico, <strong>il programma lo facciamo scrivere ad Antonin Artaud, il regolamento interno da Dostoevskij,</strong> il gruppo dei probiviri sarà capitanato da Dino Campana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anniversari non servono per fare festa, ma per celebrare il futuro. Un paio di sogni realizzabili – e conseguenti a questo primo anno: tradurre <em>Pangea </em>in un trimestrale di carta. Il digitale è decisivo – esempio: rende ‘immortale’ e consultabile l’archivio dei contenuti, dilata un ‘pezzo’ in un labirinto di link, permette approfondimenti impensabili sulla fissità cartacea – ma la carta ha un sapore unico. Poi. Dopo il ciclo ‘Hybris’ – il cui successo ha sorpreso un imperiale cinico come me – <strong><em>Pangea </em>deve diventare un evoluto ‘laboratorio di contenuti editoriali’. Accompagnando l’attività giornalistica al dialogo con i protagonisti del genio italiano e internazionale. Pubblicando libri.</strong> Proprio così. L’obbiettivo naturale è quello: dare sostanza libraria alle nostre provocazioni culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mai ovvio. <strong>Senza i bravissimi collaboratori che ogni giorno mi aiutano, questi corsari eroi con il coltello tra i denti e continenti perduti nel cuore, <em>Pangea </em>sarebbe semplicemente</strong> il megafono delle mie valide cretinate.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Tradurre l&#8217;accademia in bar: parlare di Iosif Brodskij come della Juventus, discettare di Leopardi al posto di spendere l&#8217;ennesima battuta sulla schiena di Di Maio. Credere che ci siano ancora parole su cui rampicare e costruire capanne, e la salvezza esiste, allora, <strong>la gioia è possibile dietro l&#8217;angolo di un verbo, mescolando una terzina con la luce del giorno che muore, e lascia il suo pelo biondo sui rami degli alberi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un quotidiano culturale. Rispondere all’orrore quotidiano con cui ostacolano i nostri passi con la meraviglia, lo stupore, l’eterna giovinezza della poesia, la ribellione fanciullesca. <strong>Il tempo ci costringe all’economia delle cose: tutto ha un prezzo, tutto ha un costo. Noi diciamo che tutto è poesia, e che le cose non si comprano, bisogna saperle riconoscere – e cantare.</strong> Il canto vince il mercato.</p>
<p>*</p>
<p>Ora arroto i denti perché c’è molto ancora da mordere. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
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		<title>Tanti auguri Marco! Pesaresi compie gli anni: le sue fotografie sono sciabolate</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-underground/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2018 10:36:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il compleanno, però, è un altro. Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre. Ne continuo a scrivere, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato. * Questo sorprende [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il compleanno, però, è un altro. <strong>Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre.</strong> <a href="http://www.romagnanoi.it/news/cultura-eventi/1221133/A-Marco-Pesaresi--Tanti-auguri.html" target="_blank" rel="noopener">Ne continuo a scrivere</a>, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo sorprende di Marco Pesaresi: non ‘ruba’ un viso e un attimo, sottraendolo alla corsa, ma è derubato da una pietà adamantina, assoluta.</strong> Pesaresi fa spazio a ciò che fotografa: s’intride di quei volti, di quelle vite. Accumula esistenze. Fino al punto di esplosione. <a href="http://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/" target="_blank" rel="noopener">22 dicembre 2001,</a> Rimini, la scelta di morire, con spregiudicato pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il compleanno è un altro, dicevo. <strong>Nel 1998 Contrasto pubblica il lavoro più alto e tortuoso di Pesaresi, <em>Underground.</em></strong> Un percorso davvero epocale nelle metropolitane di tutto il mondo, da Milano a New York, da Tokyo a Parigi, Mosca, Calcutta. Pesaresi riconosce l’emblema della modernità: dopo essersi librato in volo, ora l’uomo si muove sottoterra, dove un tempo si agitavano i mostri, l’Erebo, l’inferno. Questi pitoni d’acciaio, orrendi, che trivellano ciò che deve restare nell’alcova delle cose oscure. <strong>Con la macchina fotografica, Marco porta la fiamma nell’oscurità, porta la luce agli inferi. La metropolitana, infatti, stimola una claustrofobica malinconia, a colpi d’ago inietta una fatale depressione</strong> (velocità, valzer di vite inopportune, esegesi dell’ansia).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro dedicato alle <em>Underground </em>di tutto il mondo è un successo clamoroso. Contrasto fa le cose in grande: <strong>introduzione di Francis Ford Coppola (“Mi servo della metropolitana di New York da poco tempo e mi diverto: è una meravigliosa opportunità per osservare la gente”), testi singoli di grandi scrittori o giornalisti internazionali (Dominique LaPierre, Manuel Vàzquez Montalbàn, Tiziano Terzani…). </strong>Marco Pesaresi, nelle <em>Note di viaggio</em>, racconta la traiettoria del lavoro. “Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”. Il progetto fotografico, custodito con dedizione e amore, dura cinque anni. Infine, “tornai in Italia spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva leggermente con gocce d’acqua larghe e discontinue… Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”. <strong>Marco va proprio lì, nel <em>non visto</em>, nel <em>non capito. </em>Nella terra del <em>non</em>, delle negazioni, del nulla che scintilla.</strong> Per questo s’immerge nella metropolitana, l’innaturale assoluto.</p>
<p>*</p>
<figure id="attachment_62960" aria-describedby="caption-attachment-62960" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62960" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x201.jpg" alt="Pesaresi" width="300" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-600x402.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290.jpg 636w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62960" class="wp-caption-text">&#8220;Rimini città del sole e della notte, della luce e delle tenebre&#8221;: una fotografia di Marco Pesaresi tratta dal lavoro &#8220;Rimini&#8221;, edito da Contrasto nel 2008</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci anni fa, nel 2008, ancora Contrasto, pubblica il secondo, magnetico lavoro di Pesaresi, <em>Rimini. </em>Pesaresi è morto da sette anni, ma questo è un lavoro che va letto a dittico, al fianco di <em>Underground.</em></strong> Lì le metropolitane di molte città, qui l’anamnesi, nei suoi aspetti inattesi e oscuri, di una città. Le feste di paese, il mare d’inverno, i luoghi della notte, della sessualità appariscente, della perversione prepotente. Sempre, Pesaresi va negli spazi estremi, del <em>non</em>, va nei luoghi negati dagli altri, negli ignoti. Quelle fotografie, che ora sono celeberrime, adornate da un testo di Federico Fellini, raffigurano la Rimini delle contraddizioni e delle follie, la Rimini narrata da Pier Vittorio Tondelli e scambiata da Umberto Eco per Los Angeles, la Rimini felliniana e fallocentrica, spietata nella compassione. Se le metropolitane di Pesaresi sono l’anatomia del nostro cuore, così la sua Rimini raffigura i nostri desideri siderali, la nostra ambizione a mordere tutto, a perderci in niente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni fotografia è una sciabolata. Eccolo, Pesaresi. Ogni fotografia, una stimmate.</strong> Farsi carico di esistenze esiziali, esasperazione nella luce. Nella biblioteca di Pesaresi i libri di Dino Campana, di Byron, di Hermann Hesse, di Dostoevskij e di Tolstoj, di Bakunin e di Buzzati scalpitano di fianco ai saggi dei paesi che Marco ha visitato. La sua casa rigurgita di taccuini: ogni fotografia è preparata da diverse annotazioni. Come se le parole predisponessero allo scatto, fatale come un proiettile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora fotografie e lavori di Pesaresi sono custoditi <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener">a Savignano sul Rubicone</a>, dove si svolge il SI Fest e si assegna il Premio ‘Pesaresi’ (quest’anno andato a Chiara Fossati).</strong> “L’archivio di Marco Pesaresi è stato depositato dalla madre Isa Perazzini a Savignano sul Rubicone, nei locali di Palazzo Vendemini, con lo scopo di conservarlo, catalogarlo e valorizzarlo nel tempo. L’archivio conta oltre 55.000 documenti fra negativi, provini a contatto, stampe, diapositive, fotografie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la vasta collezione di piante grasse della mamma di Marco Pesaresi, Isa Perazzini, donna speciale. Piacevano a Marco, mi diceva. Le piante hanno spine enormi, fiori delicati, che abbagliano. <strong>Pesaresi ha inghiottito l’ultima spina della vita. Si è inorgoglito di spine.</strong> Penso che Marco abiti lì, in fondo, nel giardino delle piante spinose, a cui non serve altro che una idea d’acqua, ancora a risolvere le spine in punture di gioia, il pianto in primizia. (d.b.)</p>
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		<title>Il dodicesimo uomo. Sulla fotografia di Mario Giacomelli (ieri me lo sono dimenticato)</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-dodicesimo-uomo-sulla-fotografia-di-mario-giacomelli-ieri-me-lo-sono-dimenticato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Sep 2018 10:21:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella classifica contenuta nell’articolo “Siamo quello che la macchina fotografica immortala: da Bresson a Brunelli, gli 11 fotografi di cui non potete fare a meno”, un attento lettore, Simone Giacomelli, mi fa notare che nella “top 11” mancano due nomi, Luigi Ghirri e Mario Giacomelli. Simone scrive: “Sono fotografi complessi, Giacomelli e Ghirri, i menzionati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-dodicesimo-uomo-sulla-fotografia-di-mario-giacomelli-ieri-me-lo-sono-dimenticato/">Il dodicesimo uomo. Sulla fotografia di Mario Giacomelli (ieri me lo sono dimenticato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella classifica contenuta nell’articolo <a href="http://www.pangea.news/siamo-quello-che-la-macchina-fotografica-immortala-da-bresson-a-brunelli-gli-11-fotografi-di-cui-non-potete-fare-a-meno/" target="_blank" rel="noopener">“Siamo quello che la macchina fotografica immortala: da Bresson a Brunelli, gli 11 fotografi di cui non potete fare a meno”,</a> un attento lettore, Simone Giacomelli, <strong>mi fa notare che nella “top 11” mancano due nomi, Luigi Ghirri e Mario Giacomelli.</strong> Simone scrive: “Sono fotografi complessi, Giacomelli e Ghirri, i menzionati sono bravi e rimarchevoli, ma tutti più immediati, probabilmente i due dimenticati nemmeno potrebbero rientrare in classifiche e categorie, non sono classici, non sono moderni, sono più che attuali, vanno continuamente oltre. Imprendibili”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono d’accordo, ovviamente. Più su Mario che su Luigi. Nella classifica ho parlato soprattutto di autori stranieri, eccezion fatta per una donna italo-messicana, Tina Modotti, e un giovane italo-inglese, Giacomo Brunelli, artista umbro che espone a Londra e in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mancano, volutamente, anche altri Maestri italiani:</strong> Gianni Berengo Gardin, Oliviero Toscani e Nino Migliori. Altri fotografi straordinari, come Sarah Moon, Diane Arbus, Weegee, Ansel Adams, Richard Avedon, Stanley Kubrick, Brassai e molti ancora, sono rimasti fuori per un motivo preciso: nel pezzo ho citato, in maniera del tutto soggettiva, gli 11 artisti “minimi” da conoscere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>New York, Berlino, Tokyo e Londra. Sono solo alcune delle città che hanno ospitato, tra il 1954 e il 2014, le fotografie di Mario Giacomelli, il Maestro marchigiano</strong> (oltre alle immagini, nella sua vita si dedicò anche alla pittura e alla poesia). A Senigallia, la sua città, alcune belle opere sono custodite all’interno del Museo comunale d’arte moderna, dell’informazione e della fotografia. Senza doversi sobbarcare migliaia di chilometri (Senigallia è a circa 70 km da Rimini), vi consigliamo di andare a visitarlo. Non prima di aver letto parte della sua vita, ma soprattutto la sua poetica, la sua arte. Alessandra Spigai la sintetizza con grande precisione: “Maestro crudo”. È più chiaro invece Achille Bonito Oliva che, nell’introduzione del libro volume “Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale”, scrive: “Il doppio sguardo di Giacomelli entra nelle pieghe della realtà, ne identifica i simboli, ne trova l&#8217;essenza fino quasi ad astrarre l’oggetto e trasformarlo in emozione, idea, poesia”.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>Non si diventa artisti. Si nasce. E lui “lo nacque”.</strong> Basta avere lo sguardo, e la capacità di cogliere quello che gli occhi osservano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1953 Mario Giacomelli compra una Bencini Comet S, una macchina fotografica molto semplice. Il giorno di Natale va al mare e scatta le sue prime fotografie. Da questa prima passeggiata nasce “L’approdo”, il celebre scatto della scarpa trasportata dalle onde del mare sulla battigia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è tra la fine degli anni Cinquanta e l&#8217;inizio dei Sessanta che “escono” con forza incantevole i suoi fotoracconti più intensi e celebri, rigorosamente in bianco e nero: “Lourdes” (1957), “Scanno” (1957/59) e soprattutto “Pretini” (1961/63).</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine che l&#8217;ha reso famoso è senza dubbio quella scattata al bambino di Scanno, in Abruzzo. <strong>La fotografia ritrae in maniera fiabesca, quasi irreale, delle figure femminili scure e mosse che avanzano verso l’osservatore mentre un unico soggetto centrale è fermo e a fuoco: </strong>un bambino che cammina con le mani in tasca. La serie “Scanno”, da cui l’opera proviene venne resa pubblica da Giacomelli poco tempo dopo ma solo nel 1964 riscosse vera notorietà e apprezzamento da parte del mondo della fotografia. Avvenne, per essere precisi, quando John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York scelse di esporre l’opera alla storica mostra “The photographer’s eye”. Tra migliaia di foto visionate, assieme a Giovanni Bonicelli, Giacomelli è l’unico italiano che verrà selezionato per questa esposizione passata alla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">In “Lourdes” invece si avverte il silenzio e la speranza delle persone malate, in fila per provare e chiedere un miracolo. Riempiono gli occhi poi i suoi paesaggi, visti dall&#8217;alto: la matria, la “patria mamma”, solcata dalle rughe del lavoro, dagli aratri che la lavorano, dal nascere successivo delle piante e delle verdure, dai declivi che hanno anticipato la presenza dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma è forse con “Pretini” che si respira il cuore della città marchigiana: l’artista “ferma” alcuni giovani di Senigallia che giocano, sorridendo, in mezzo alla neve. Fortissimo il contrasto delle tonalità</strong> (agli abiti neri dei preti fa da contralto il candore delle neve, tirato sino quasi a scomparire, o a isolare dal contesto le figure umane) e immediata la resa dell’attimo fermato.</p>
<p style="text-align: justify;">Stringono il cuore poi gli scatti denominati “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Il titolo di una raccolto poetica di Cesare Pavese in Giacomelli si trasforma in ricerca d’amore. E al Museo di Senigallia – non esattamente quello che ci aspetterebbe: foto appese dietro alle fotocopiatrici, foto con le cornici rovinate, alcune “storte” &#8211; si può incontrare il tenero gesto di contatto e calore tra due persone anziane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Per me che uso la macchina fotografica è interessante uscire dal piano orizzontale della realtà, avere la possibilità di un dialogo stimolante perché le immagini abbiano un respiro irripetibile.</strong> Riscrivere le cose cambiando il segno, la conoscenza abituale dell’oggetto, dare alla fotografia una pulsazione emozionale tutta nuova. Il linguaggio diventa traccia, necessità, spirito dove la forma si sprigiona non dall’esterno, ma dall’interno in un processo creativo. Lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco mangiato, il nero chiuso sono come esplosione del pensiero che dà durata all’immagine, perché si spiritualizzi in armonia con la materia, con la realtà, per documentare l’interiorità, il dramma della vita. Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare. Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima, c’è un accordo perché la realtà non esca come da una fotocopiatrice, ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio. Il linguaggio è così la coscienza espressiva interna che ha accarezzato la realtà pur rimanendo fuori, è l’attimo originale, testimone di una realtà tutta mia, un prelievo fatto sotto la pelle dell’oggetto, guidato fuori dalle regole per una libertà che è anche allargamento alle possibilità del reale”. Mario Giacomelli.</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
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		<title>Cronache dalla fine. La storia di Roberto. “Che grandiosa estate quella del ’94, in Giappone: ero maestro di karate e conobbi Daniele…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 05:59:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Casal Lumbroso, Roma. Nell’androne del palazzo qualcuno ha affisso un cartello con la scritta Facciamo qualcosa. Nient’altro. Nessuna indicazione ulteriore, nessuna linea-guida da seguire. Vertiginoso, a pensarci. Il font minimale, la scritta così piccola rispetto al bianco. Una specie di ora et labora senza ordine monastico, penso e mi scappa un sorriso. Dunque un consiglio, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Casal Lumbroso, Roma. Nell’androne del palazzo qualcuno ha affisso un cartello con la scritta <em>Facciamo qualcosa</em>. Nient’altro. Nessuna indicazione ulteriore, nessuna linea-guida da seguire. Vertiginoso, a pensarci. Il font minimale, la scritta così piccola rispetto al bianco. Una specie di <em>ora et labora</em> senza ordine monastico, penso e mi scappa un sorriso. Dunque un consiglio, un monito per i viandanti e per le cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto abita al quarto piano. Nemmeno il tempo di suonare il campanello che lui è già alla porta, quasi stesse aspettando lì dietro.</strong> Mi invita dentro con un cenno del capo. Non si sposta dalla soglia. Mi lascia appena lo spazio per entrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Senti, io sto mangiando. Vuoi aspettarmi in salone? Ci metto poco, il tempo di finire la carne che sennò mi si fredda e diventa uno schifo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Ho tempo, tranquillo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Togliti le scarpe e mettiti dove vuoi. Se vuoi leggere, lì ci sono alcune riviste.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto va di là in cucina. Rimango solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Frugo nel mucchio di riviste sotto il tavolo: tutte vecchissime. La più recente è del 2009, un numero di <em>Playboy </em>in lingua francese. All’interno tutti i volti delle modelle sono sfregiati con cancellature di penna, sbavature, deformazioni d’inchiostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Passo alla piccola libreria. Una trentina di libri. Pochi in italiano e principalmente piccoli volumi di erboristeria, medicina fai-da-te, consigli sportivi. Una edizione tedesca dei <em>Canti </em>di Leopardi, senza testo a fronte né copertina. Lo sfoglio e non riconosco alcuna poesia dell’autore recanatese. <em>L’Infinito</em>, in questa lingua per me del tutto sconosciuta, posso soltanto intuirla e ricostruirla per impressioni fonico-grafiche: potrebbe significare qualsiasi cosa.</p>
<p>Roberto rientra.</p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Stavo dando un’occhiata ai libri. Leggi in un sacco di lingue, incredibile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>No, non credere. Ho dimestichezza solo con l’italiano, il greco e il latino. Non a caso tre lingue morte. Ah, un po’ di giapponese.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>E allora tutti questi? I Canti di Leopardi in tedesco?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Mi piaceva impressionare gli ospiti, un tempo. Gli allievi che venivano a trovarmi, i parenti. <strong>Acquistavo un libro in ogni paese che visitavo. Possibilmente un libro inusuale, un libro che non ti aspetti. Leopardi in tedesco, Dostoevskij in francese.</strong> È bello affrontare un’opera già conosciuta, già letta, in una lingua incomprensibile. È come farsi un bagno in mare quando nevica.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Hai parlato di allievi. Cosa insegnavi – o insegni?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Insegnavo karate fino a due anni fa. E, ogni tanto, davo ripetizioni di letteratura ai ragazzi del liceo. Infatti mi sono laureato in lettere.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>E non hai mai intrapreso la carriera di professore?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>No, ti spiego. Mi sono laureato in lettere per cultura personale. Senza alcun fine lavorativo, anche perché era difficile allora come è difficile adesso. <strong>Ho sempre amato la letteratura, ma insegnarla o farne un mestiere no. L’avrei odiata, poi.</strong> Con le ripetizioni è diverso, non c’è accademia, niente sistema.</em></p>
<p>GG: <em>E il karate?</em></p>
<p>Roberto: <em>Il karate è stato la storia della mia vita. La vita dentro e la vita fuori.</em></p>
<p>GG: <em>Che intendi con </em>vita dentro <em>e </em>vita fuori?</p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Scusa, mi sono espresso male. Intendo la vita emotiva, sentimentale, e quella lavorativa, pratica. E dal 1995 al 2008 le due cose sono andate di pari passo. <strong>Per tredici anni sono stato fidanzato con Daniele, anche lui insegnante di karate. Le nostre lezioni in coppia erano leggendarie. Nessuno come noi. Siamo stati gli idoli di centinaia di allievi e allieve.</strong> Poi la storia è finita nel peggiore dei modi, per me. A quarantacinque anni Daniele ha realizzato di essere attratto dalle donne, mi ha lasciato e si è messo insieme alla segretaria della palestra. Tutti e due si sono subito licenziati perché non volevano più avere nulla a che fare con me. Daniele non è nemmeno venuto a riprendere le sue cose, si è reso in tutti i modi irraggiungibile: ha cambiato numero di cellulare, indirizzo mail. So per certo, da conoscenze comuni, che è venuto a sapere della mia malattia, del poco tempo rimasto. Di questa sacca schifosa per il piscio che mi porto dietro, neanche fossi un cane. Eppure niente, nemmeno un messaggio su WhatsApp. Forse perché ormai sono passati dieci anni, non so&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Come vi siete conosciuti tu e Daniele?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Per te una laurea in domande dolorose.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Se ne vuoi parlare, altrimenti lasciamo perdere e passiamo ad altro.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Ma no, ma no. Ricordare è pure bello. <strong>Ci siamo conosciuti nell’estate del ’94, durante un viaggio in Giappone per un seminario di due settimane sul karate. Una roba tostissima. Eravamo venti ragazzi da ogni parte d’Italia. Tutte cinture nere, chiaramente.</strong> Alloggiavamo in un hotel alla periferia di Tokyo, due per stanza. E la padrona dell’albergo, per vederci nudi, entrava con ogni scusa nelle nostre camere. Una volta per il letto da rifare, una volta per portarci un dolcetto. Ammiccava, scherzava con noi. Una sera decidiamo di allestire uno spettacolino. La chiamiamo di sopra, lei viene e ci trova tutti in mutande. Noi tutti oliati e depilati, tu immagina. E con il corpo lucido iniziamo a metterci in posa, a flettere i muscoli. La padrona quasi si sente male a vederci, le prende un coccolone. La facciamo sdraiare sul letto per farla riprendere e lei comincia a toccarci tutti, sembra cieca, infila le mani dove riesce a infilarle, abbassa slip, cerca di baciare, si affanna e ansima, non respira. Indemoniata proprio.</em></p>
<p>GG: <em>E in tutto ciò Daniele?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Fammici arrivare, piano. Daniele fu l’unico di noi a non partecipare allo scherzo. Per tutto il tempo era rimasto in cortile a esercitarsi con alcune proiezioni particolarmente difficili. <strong>Io lo vidi rientrando nella mia stanza, dal finestrone del corridoio. Stava lì, sotto quella luna giapponese, che non ho più visto in altri posti, così piena e vicina.</strong> Con Daniele avevo parlato nei giorni precedenti, ma non mi era sembrato tutta questa gran cosa. Insomma, non mi aveva mica colpito. Vederlo invece così distante da tutti, piccolo piccolo dal sesto piano, a eseguire imperterrito le stesse mosse&#8230; boh, amore. Il giorno dopo iniziai a fargli una corte spietata, come si dice. Lo tentavo in tutte le maniere, gli stavo sempre appiccicato. Daniele era sorpreso da tutte queste attenzioni, a volte persino infastidito. Però ebbi presto la meglio. L’ultima sera lo invitai in camera mia per festeggiare l’esito felice degli esami&#8230; e iniziammo una scopata che finì tredici anni dopo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto si tocca la parte bassa dell’addome. “Corro a cambiare la sacchetta”, dice. Si slaccia la vestaglia per farmi vedere. “Non la cambio da stamattina”, aggiunge. “È colma. Fra un po’ scoppia.” Roberto ride; io non ci riesco. Forse sorrido.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Vuoi venire a vedere come si cambia?</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>No, tranquillo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Allora dammi trenta secondi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Anche trentacinque.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto ritorna. Si mette in guardia e dà un calcio all’aria. Tanto per fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Per me la morte non è una tragedia. Però, vorrei che lo fosse per chi mi sta intorno.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>La tua morte o la morte in generale?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>La mia. Gli amici continuano a parlarmi come niente fosse, a confidarmi ancora i loro problemi. Mio padre che non dice mezza parola sulla malattia. Però è capace di chiamare di notte per dirmi che non riesce a respirare. E smettesse di respirare, una buona volta.</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Non vogliono farti pesare la tua condizione. Essere compatiti è orribile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto: <em>Può darsi. <strong>Ma se io volessi essere compatito? Non chiedo troppo. Comunque ora basta, per favore</strong>. Non voglio più parlare dei cazzi miei e forse ti ho detto fin troppo. Chi me lo ha fatto fare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto sferra un pugno alla parete. Urla. Mi ordina di uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Allora finiamo qui. Non c’è bisogno che strilli, tranquillo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Raccolgo il registratore e mi avvio verso la porta. Ringrazio Roberto e lo saluto. Non risponde. Con la coda dell’occhio lo vedo buttarsi sul divano.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi arriva un suo messaggio, qualche ora più tardi. Eccolo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scusami per prima. Sono stato maleducato e inutilmente aggressivo. Davvero, perdonami. Volevo aggiungere una cosa in caso Daniele leggesse questa intervista. <strong>“Dani, io non ti porto più rancore. So che Giada ti ha raccontato della mia malattia, forse umiliandomi o forse credendo di farmi un favore. Non sai quanto mi farebbe piacere rivederti.</strong> Se vorrai, Giada ti darà il mio numero di cellulare e l&#8217;indirizzo. Sarà un abbraccio da amici finalmente ritrovati”. Puoi scrivere questo? O se ti è più comodo copia tutto il messaggio. Grazie e scusa ancora. Buona serata, caro.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gabriele Galloni</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Due biglietti di Einstein fanno impazzire il mondo. Ma sono solo ovvietà!</title>
		<link>https://www.pangea.news/due-biglietti-einstein-fanno-impazzire-mondo-solo-ovvieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 13:06:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maestro di scienza. Maestro di vita. Il tizio in cravatta e guanti bianchi d’ordinanza sventola i fogli. Manco si trattasse dei frammenti dissepolti di un vangelo vergato da Gesù Cristo. Fuochino. Più o meno è così. Scrittura in inchiostro nero. Continua. Pare un mare acutamente mosso. Carta intestata ‘Imperial Hotel Tokyo’. Anno di grazia 1922. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Maestro di scienza. Maestro di vita. Il tizio in cravatta e guanti bianchi d’ordinanza sventola i fogli. Manco si trattasse dei frammenti dissepolti di un vangelo vergato da Gesù Cristo. Fuochino. Più o meno è così. Scrittura in inchiostro nero. Continua. Pare un mare acutamente mosso. Carta intestata ‘Imperial Hotel Tokyo’. Anno di grazia 1922. L’anno prima il tipo coi baffoni e i capelli bianchi elettrizzati, a onorare i venti, il prototipo del genio, ha ottenuto il Premio Nobel per la fisica. Albert Einstein. Due fogli di Einstein. La storiella è agiografica. <strong>Einstein è a Tokyo per lavoro, “fu accolto da migliaia di persone che si affollarono per vederlo”. Impressionato, il nostro “si ritira nell’Imperial Hotel di Tokyo, cercando di registrare i suoi sentimenti su un foglio. Quando gli fu recapitato un messaggio in camera, Einstein, non avendo di che ricambiare, decise di dare all’inserviente due scritti”.</strong> Alla nota che già profuma di leggenda si aggiunge lo sketch da film. Lo scienziato avrebbe detto al beatificato dai messaggi, “tenga questi fogli, in futuro potrebbero avere un valore piuttosto alto”. In effetti. Martedì 24 ottobre, Gerusalemme, ore 17. Tra manoscritti rari, fogli sacri e missive rabbiniche, vengono battuti all’asta i due biglietti, redatti in tedesco e griffati Einstein. Baste d’asta: 8mila dollari lo scritto su carta intestata, 3mila dollari l’altro. Che c’è scritto? La ‘formula della felicità’, berciano i giornali di mezzo mondo. <strong>Primo foglio: “Una vita serena e modesta porta più felicità della ricerca del successo confusa a una continua inquietudine”. Secondo foglio: “Dove c’è volontà c’è una via”.</strong> S’intende: se ti applichi verso un obbiettivo, prima o poi lo raggiungi. Per essere quella gran capa che è, qui Einstein si dimostra un tontolone. La prima frase, infatti, è una ovvietà dal sentore stoico, un topos della letteratura di ogni tempo, basta leggere Orazio e Seneca, con 20 euro ve la cavate, altro che 8mila dollari… L’altra è una frase fatta, del tipo <em>chi la fa l’aspetti. </em>Tanto chiasso per nulla? Di certo Einstein ha avuto pensieri migliori. Cominciate a leggere i suoi libri, aveva il talento della divulgazione.</p>
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