Abbiamo bisogno di poesia, ma siamo storditi da gossip e shopping: Jan Zwicky, quasi una Yourcenar

Dialogo con la più importante poetessa canadese di oggi. Vive da eremita, ama Vittoria Colonna, parla di 'filosofia lirica' e ha scritto una elegia per Wittgenstein

Posted on dicembre 08, 2017, 11:31 am
29 mins

Non è un azzardo. Jan Zwicky, tra i grandi poeti canadesi viventi – per fare intendere il superlativo a chi adora le classifiche: ha vinto ed è stata più volte nominata per il Governor Generald’s Award, che è il Nobel canadese, ottenuto, per capirci ancora meglio, da Margaret Atwood e Alice Munro, che hanno letto anche i muri – classe 1955, viso ispirato, elfico, mi ricorda Marguerite Yourcenar negli anni estremi, quando dalle isole di Mount Desert, fuori dal mondo e dal chiasso umano, vedeva i recessi del passato e profetizzava il futuro, come una donna che abbia le pupille sulla punta delle dita. Jan Zwicky abita in un’isola lungo la costa occidentale del Canada, “vivo da eremita”, dice, e lì coltiva la sua saggezza: una poesia fatata e fatale, fantomatica, intrisa di filosofia. Connettendosi alla tradizione originaria della filosofia occidentale – Parmenide, Eraclito, Empedocle – Jan Zwicky fa poesia ‘filosofica’ – lo denunciano i titoli delle sue raccolte, Wittgenstein Elegies, Lyric Philosophy – e nei suoi testi teorici (Wisdom & Metaphor, Plato as Artist), che hanno ottenuto messe di premi anche loro, avanza l’ipotesi della ‘filosofia lirica’, che rompe contro la tradizione della “filosofia analitica angloamericana”, la quale “insegna che alla verità si giunge soltanto quando il linguaggio viene messo in una camicia di forza”. La Zwicky, invece, toglie la camicia di forza al linguaggio, lo sbaraglia, ne fa primavera di barbagli, il covo dalla radiazione lirica in grado di decifrare l’enigma del mondo, quel “tutto integrato risonante”. Riconosciuta per la sua attività lirica e filosofica tra le menti eminenti del Canada di oggi, Jan Zwicky non è stata ancora degnamente tradotta in Italia, a parte iniziative coraggiose e sporadiche (l’antologia Nuovi nuovissimi mondi curata nel 2012 da Maria Cristina Biggio per Raffaelli). Eppure, la Zwicky nutre particolare interesse per la nostra cultura. Dimostrato, ad esempio, nella traduzione compiuta nel 2014 delle Rime spirituali di Vittoria Colonna, “la ammiro immensamente, è stata la prima donna italiana ad avere creato una voce autentica e ‘pubblica’: benché viviamo 500 anni dopo di lei, penso che tutte le scrittrici del pianeta abbiano nei suoi confronti un debito di gratitudine; io, in particolare, sono affascinata dal suo genuino ardore spirituale, dal senso profondo che da all’amore nell’intuizione spirituale”, mi dice. La sapienza di Jan, generosa, audace, mi conquista.

Quando è nata in lei l’ispirazione poetica, perché?

“Tutti scriviamo poesie quando siamo giovani – a volte durante l’infanzia, più sovente durante l’adolescenza, quando incontriamo il dolore e le perplessità dell’amore. Quelli che ‘diventano poeti’ spesso, semplicemente, non si fermano. Quando ho capito che non volevo fermarmi, che volevo imparare a scrivere poesie, sempre meglio? Nella mia tarda adolescenza, suppongo. Allora mi accorsi di un certo tipo di bellezza, di un certo tipo di complessità emozionale-intellettuale, a cui volevo dare onore. Ed ero vagamente consapevole, tra l’altro, che la verità di queste cose non si sarebbe potuta dire in prosa, che dire la verità di queste cose richiedeva una giustapposizione di immagini, la tensione e il paradosso, una musica linguistica, un ritmo, più vertiginosi”.

Oltre a essere poeta, lei è filosofo. Può riassumerci il suo pensiero? Da ciò che ho letto, Eraclito e Wittgenstein sono importanti nel suo lavoro: come mai? A quale tradizione filosofica sente di appartenere?

“Crescendo, mi sono interessata profondamente alla natura delle verità che cercavo di ottenere. Come è possibile che, in certe circostanze, sia possibile dire la verità ricorrendo alla metafora, cioè a una sorta di deformazione del linguaggio? Come è possibile che un discorso strettamente lineare non ci porti sempre dove abbiamo necessità di andare? La tradizione filosofica in cui sono cresciuta, la filosofia analitica angloamericana, insegna che alla verità si giunge soltanto quando il linguaggio viene messo in una camicia di forza; mi sono resa conto che questa affermazione fondamentale era sbagliata.

wittgenstein

Per Ludwig Wittgenstein, Jan ha scritto una “Elegy”

La verità si raggiunge qualche volta stringendo il linguaggio in una camicia di forza; ma spesso la camicia di forza distorce la verità rendendola irriconoscibile. Spesso la verità, con il significato e la chiarezza, si raggiunge cercando un mezzo espressivo risonante. Questo pensiero è in sintonia con la coerenza – come le cose stanno insieme – più che con la struttura analitica. Sono solita usare il termine filosofia lirica per un pensiero serio che persegua chiarezza, significato e verità attraverso il discernimento di una sintonia risonante. Eraclito e Wittgenstein sono esempi eminenti di filosofi lirici: pensatori che procedono attraverso analogia, giustapposizione e un uso abissalmente musicale del linguaggio. La filosofia lirica è una tradizione? Non nel senso di un agglomerato di conoscenze immediatamente utili. Ogni filosofo lirico discerne, dalla propria prospettiva distinta, la stessa intuizione fondamentale: che il mondo è davvero ‘le diecimila cose’ presenti e differenziate dal linguaggio, la mano che ghermisce della mente; ed è anche, simultaneamente, un tutto integrato risonante che non ha una adeguata descrizione linguistica”.

Filosofia e poesia spesso percorrono la stessa via (penso a Parmenide, ad esempio): nel suo caso, quali sono le fonti di ispirazione? Quali i suoi maestri nel campo della poesia?

“Sono d’accordo con lei, è così: filosofia e poesia si penetrano a vicenda. La filosofia lirica è definita sulla base della loro sovrapposizione. Tra quelli che generalmente chiamiamo poeti, ce ne sono alcuni che sono chiaramente filosofi lirici. Includerei i canadesi Robert Bringhurst, Dennis Lee, Tim Lilburn, Don McKay e Sue Sinclair. In ambito internazionale, storico, ce ne sono moltissimi! Parmenide, come ha suggerito, poi Wisława Szymborska, Jane Hirshfield, John Donne, Pär Lagerkvist, Sofocle, Eugenio Montale… potrei proseguire per pagine e pagine. Le mie fonti di ispirazione sono primariamente il mondo della natura e la musica classica dell’Europa occidentale. Lo scrittore che mi ha insegnato di più riguardo alla tecnica poetica è probabilmente Philip Larkin, anche se torno ancora e ancora a John Donne – una musica più ruvida, più angolare, ma tuttavia immensamente compiuta”.

Che tipo di poesia è possibile oggi, nel mondo impoetico?

“La poesia che è possibile oggi è quella che è sempre stata possibile; e la poesia che ha importanza oggi è la poesia che ha sempre avuto importanza – un lavoro che penetra nella profondità della struttura metaforica del mondo, un linguaggio radiante di significato. In che modo questa poesia raggiungerà il pubblico che ha un disperato bisogno di nutrirsi di essa? Questa è una domanda molto più complessa. Intanto, noi che ne abbiamo bisogno dobbiamo capire che ne abbiamo davvero bisogno, che siamo veramente affamati di significato. Ma abbiamo difficoltà a capire ciò perché siamo storditi dalla velocità, ingrassiamo nel gossip e nello shopping; siamo gonfi di ogni sorta di spazzatura culturale che non percepiamo più di essere malnutriti. Peggio ancora: quelle calorie vuote creano dipendenza. Non vedo una soluzione facile. La decisione di fare qualche passo indietro, di rallentare, di staccare, di scavare il silenzio che permette al significato di manifestarsi – questa decisione ciascuna persona deve prenderla per se stesso. La poesia sarà lì ad attenderla quando l’avrà fatta”.

zwicky-janChe ruolo ha il poeta oggi nella società canadese?

“Il Canada è parte della tecnocrazia globale emergente e, come ogni altro paese simile, è entrato in una rapida fase di disgregazione culturale e di cambiamento. Poeti come Rupi Kaur – che usa Instagram per descrivere gli abusi che ha sofferto – hanno un pubblico di milioni di fan. Siamo diventati, in questo momento, in assenza di altri ruoli significativi, una cultura che afferma tre identità di base: vittima, persona vicina a una vittima, vittimizzata. Se qualcuno tenta di confermare una di queste identità, e il lavoro è commercializzato in modo corretto, otterrà un successo di massa. E il resto di noi? Il nostro pubblico consiste in una manciata di lettori, altamente dispersi, spesso senza voce, invisibili. Questa situazione potrebbe cambiare, addirittura il mese prossimo o la prossima settimana – in direzioni, tuttavia, che io non riesco a prevedere”.

Che percezione si ha in Canada della cultura italiana? Conosce i poeti italiani contemporanei, li legge?

“Il Canada ha una consistente popolazione italiana, e nei centri urbani gli italo-canadesi mantengono solide comunità. Io vivo lontana, in una piccola isola al largo della costa occidentale, quindi non potrei parlare del modo in cui la cultura italiana è generalmente percepita. Penso alla cultura italiana come a qualcosa di storicamente profondo, ricco di sensazioni, permeato di politica, e molto articolato. Non è così? Non ho contatti diretti con i poeti italiani, ma questo accade in parte perché io vivo come un eremita. Ho ammirato a lungo Leopardi e Montale, ho letto Pavese e Ungaretti. Le traduzioni di Susan Stewart mi hanno fatto conoscere le opere di Alda Merini e, grazie agli auspici della The Copenhagen Review, ho recentemente scoperto Tiziano Broggiato e Andrea Gibellini. Ho eseguito musiche di alcuni compositori italiani del XX secolo, come Castelnuovo-Tedesco, Nino Rota, Luigi Nono, Elisabetta Brusa e Lorenzo Ferrara. Il suo interesse per la letteratura di altri paesi mi incoraggia a saperne di più”.

 

Per gentile concessione pubblichiamo tre poesie di Jan Zwicky

 

Into the Dark

 

Was there a time I did not know you? The continents

had other names and shapes, perhaps; the days

before the feather was invented; before

the sea was blue. Even then

 

the muscles of your shoulders could not

lift the world. Though

I think you tried: this scar, here; the long bruise

you never talk about

 

that never fades. How beautiful

you must have been then, bronze and flashing,

for how beautiful you are: though now

the birds are falling from the sky, the terrifying rain

 

has washed the slope away. This back of yours,

what it still bears. You are

the one I’ve always walked towards, the one I’ve sensed

as salt, as wind, as answer. Now, at last, you turn from me,

 

the soft whuff of your sleeping self,

the white wisps of your hair like tufts of silk,

like so much that I love:

strewn, fragile, mortal, gleaming.

 

 

Nell’Oscuro

 

Esiste il tempo in cui non ti conosco? I continenti

avevano altri nomi e forme, forse; i giorni

prima che la piuma fosse inventata; prima

che il mare fosse blu. Anche allora

 

i muscoli delle tue spalle non potevano

sollevare il mondo. Tuttavia

penso che tu ci abbia tentato: la cicatrice, qui; il lungo livido

di cui non parli

 

che non svanisce mai. Che bello

dovevi essere allora, bronzeo e lampeggiante

quanto sei bello ora: anche se ora

gli uccelli precipitano dal cielo, la pioggia terrificante

 

ha lavato il pendio. Questo tuo remoto

lo porti ancora. Tu sei

il solo con cui ho sempre camminato, il solo che ho sentito

come sale, come vento, come risposta. Ora, infine, torni a me

 

il soffio soffice del tuo sonno,

le ciocche bianche dei tuoi capelli come mazzi di seta,

mi piacciono così tanto che ti amo:

sparsi, fragili, mortali, abbaglianti.

Copyright © 2017 di Jan Zwicky, da The Long Walk (Oskana Poetry and Poetics, University of Regina Press, 2016)

 

Haydn: The Unpublished Sonatas, Hob. XVI.18–20, 44–46

 

What are our hopes for the world?

A winter night after snow,

the long walk home, faint smudge of moon

back of the clouds; and the great weight of the firs,

the open fields whose whiteness

floats above them like a ghost.

No wind, no lamp or candle

in some distant window. You could be

the only animal. How long?

It will be hours. Only your footsteps,

and what you carry underneath your coat,

what you have folded in your arms,

what is cradled on your heart. It is so close,

maybe it’s become your heart.

Perhaps it always was.

 

Only your footsteps, and the dark,

its nearness, and the way it does not care,

that clear, sweet silence after snow.

Is it the dark itself you love?

No. But forgive yourself for asking.

 

And climbing the stairs at last, then,

and lighting the fire,

and slowly, gently, taking off your coat.

 

 

Haydn: la Sonata Impubblicata Op. XVI.18–20, 44–46

 

Quali sono le nostre speranze per il mondo?

Una notte d’inverno dopo la neve,

la lunga camminata verso casa, fatue macchie di luna

il retro delle nuvole; e il grande peso degli abeti,

campi spalancati dove la purezza

fluttua come un fantasma.

Né vento, né lampada o candela

in qualche finestra lontana. Potresti essere

il solo animale. Per quanto?

Saranno ore. Solo i tuoi passi,

e quell che porti sotto il cappotto,

ciò che hai ripiegato tra le braccia,

ciò che culli nel tuo cuore. Tanto vicno,

che forse è diventato il tuo cuore.

Forse lo è da sempre.

 

Solo i tuoi passi, e l’oscurità,

la sua possimità, e non gli interessa

quel chiarore, molle silenzio dopo la neve.

Tu ami l’oscurità?

No. Ma perdonami se te l’ho chiesto.

 

E salire le scale, alla fine, allora,

e accendere il fuoco,

e lentamente, con delicatezza, togliersi il cappotto.

Copyright © 2017 di Jan Zwicky, da The Long Walk (Oskana Poetry and Poetics, University of Regina Press, 2016)

 

 

Autobiography

 

In the years when winter snow piled up

along the edges of the streets, beneath the windows,

on the lee side of the hedge,

I did my homework at a desk my father built,

set in the corner of my bedroom, facing west.

Which was my choice, I think. The second desk,

I know it was. And once I moved out, the apartments

with the bad floors and the crazy plumbing,

the wallpaper I was always steaming off, I’d take

the place because it had a workspace

that did not face east.

 

Those cold bright years.

How long I spent, trying to die.

 

Such injustice. When every morning

it’s spring again. Every morning

the light melts the snow –

before books, before desks, before windows,

before pain, before amazement.

 

 

Autobiografia

 

Negli anni in cui la neve s’impilava

ai margini delle strade, sotto le finestre,

sul lato sottovento della siepe,

facevo i compiti su una scrivania costruita da mio padre,

all’angolo della mia camera, verso Ovest.

Penso a quale fu la mia scelta. La seconda scrivania,

lo fu. Quando me ne andai, gli appartamenti

con il pavimento scassato e le tubature folli,

stavo sempre fumando sullo sfondo, presi

posto perché c’era una spazio per lavorare

che non si affacciava a Est.

 

Quegli anni freddi e luminosi.

Tempo passato a cercare di morire.

 

Come un’ingiustizia. Quando ogni mattina

è ancora primavera. Ogni mattina

la luce scioglie la neve –

prima dei libri, prima delle scrivanie, prima delle finestre,

prima del dolore, prima dello stupore.

Copyright © 2017 di Jan Zwicky, da Forge (Gaspereau Press, 2011)

*

When was poetic inspiration born to you? Why?

 We all write poetry when we’re young — sometimes in childhood, almost always in adolescence when we first encounter the pain and perplexities of love. Those who go on to ‘become poets’ are often simply those who don’t stop. When did I realize that I didn’t want to stop, that I wanted to learn how to write poetry well? In my late teens, I suppose. That’s when I became aware of certain kinds of beauty and certain instances of emotional-intellectual complexity that I felt called to honour. And I was dimly aware, even then, that the truth could not be told about these things in straightforward prose, that telling the truth about them required juxtaposition of images, tension and paradox, heightened linguistic music and cadence.

 Besides being a poet you are a philosopher. Do you summarize your philosophical thought? If I understand, they are important in your thinking, Heraclitus and Wittgenstein: how come? What philosophical tradition do you belong to?

As I grew older, I became deeply interested in the nature of the truths I was trying to get right. How could it be that telling the truth, in some circumstances, requires metaphor, requires bending language out of shape? How could it be that ‘straight’ linear reportage doesn’t always get us where we need to go? The philosophical tradition in which I was raised, Anglo-American analytic philosophy, teaches that truth is achieved only when language is put in a straitjacket; I came to realize that that fundamental claim was wrong. Truth is sometimes achieved when language is put in a straitjacket; but often the straitjacket distorts truth unrecognizably. Often truth, along with meaning and clarity, is achieved by seeking a resonant means of expression. Such thinking is attuned to coherence — how things hang together — rather than analytic structure. I came to use the term lyric philosophy for serious thought that pursues clarity, meaning, and truth through the discernment of resonant attunement. Heraclitus and Wittgenstein are pre-eminent examples of lyric philosophers: thinkers who proceed by analogy, juxtaposition, and deeply musical use of language.

Is lyric philosophy a tradition? Not in the sense of an accumulating body of knowledge on which one builds. Each lyric philosopher discerns, from a distinct perspective, the same core insight: that the world is indeed ‘the ten thousand things’ given in and differentiated by language, the mind’s grasping hand; and it is also, simultaneously, a resonant integrated whole that does not have an adequate linguistic description.

 Philosophy and poetry have always permeated (I think of Parmenides, for example): in your case, what are the sources of inspiration? What are your masters in the poetry field?

 Yes! Yes! I couldn’t agree more: philosophy and poetry have always interpenetrated. Lyric philosophy is defined by their area of overlap. Among those who are generally called poets, there are many who are also rightly called lyric philosophers. I would include Canadians Robert Bringhurst, Dennis Lee, Tim Lilburn, Don McKay and Sue Sinclair. Internationally and historically, there are so many! Parmenides, as you suggest, as well as Wisława Szymborska, Jane Hirshfield, John Donne, Pär Lagerkvist, Sophocles, Eugenio Montale … I could go on for pages.

My own sources of inspiration are primarily the natural world and Western European music in the classical tradition. The writer who has taught me most about technique is probably Philip Larkin, though I also return again and again to Donne — a rougher music, more angular, but still immensely accomplished.

What kind of poetry is possible today in the impoetic world?

 The poetry that is possible now is the poetry that has always been possible; and the poetry that matters now is the poetry that has always mattered — work that offers insight into the deep metaphoric structure of the world, language that is radiant with meaning. How will this poetry reach the audience that so desperately needs its nourishment? That is a much more difficult question. First, we who need it must realize that we need it, that we are in fact starved for meaning. But we have trouble seeing this because we’re dizzy with speed and bloated on gossip and gadgetry; we’re stuffed with a kind of cultural junk food and don’t sense we’re malnourished. Worse, those empty calories are addictive. I see no easy solution. The decision to step back, slow down, unplug, to find the silence that allows meaning to manifest itself — this decision is one that each person must come to for themselves. Poetry will be waiting for them when they do.

What role does the poet today have in Canadian society?

Canada is part of the emerging global technocracy and, like nearly every other country, it has entered a phase of rapid cultural disintegration and change. Poets like Rupi Kaur — who uses an Instagram format to describe the abuse she has suffered — have a readership in the millions. We have become, in this moment, in the absence of other meaningful public roles, a culture that affirms three basic identities: victim, perceived ally of victims, and perceived victimizer. Right now, if someone speaks to confirm this set of identities, and if their work is appropriately marketed, it will get a massive hearing. For the rest of us? Our audience consists of a highly dispersed, often voiceless and invisible, handful of readers. This situation could change, however, next month or next week — though in no way that I can imagine predicting.

What is Canada’s perception of Italian culture? Are you reading contemporary Italian poets, are you in touch with them?

Canada has a significant Italian population, and in urban centres Italian-Canadians often maintain strong communities. I live remotely, on a small island off the west coast, so I shouldn’t try to speak to the way Italian culture is generally perceived. I myself think of Italian culture as historically deep, as richly sensuous, as politically informed, and as highly articulate. Does that sound at all accurate?

I have no direct contact with poets in Italy, but this is undoubtedly partly because I live like a hermit. I have long admired both Leopardi and Montale, and have read Pavese and Ungaretti. Susan Stewart’s translations introduced me to the work of Alda Merini and, through the auspices of The Copenhagen Review, I have recently discovered Tiziano Broggiato and Andrea Gibellini. I’ve performed music by a number of twentieth century Italian composers including Castelnuovo-Tedesco, Nino Rota, Luigi Nono, Elisabetta Brusa and Lorenzo Ferrera. Your own interest in literature from other countries sets a very fine example and encourages me to learn more.