A cosa serve un quaderno?
Non certo a scrivere “appunti” – a puntarsi un coltello alla gola, semmai – a punteggiare le proprie giornate di sentieri fuoripista, di improprietà, di verbi intrisi nell’oro (che siano gli altri, gli avidi di carogne, a intristirsi), di trappole.
Lev Tolstoj teneva un diario, nel cassetto del proprio studio, scritto per i traditori, i vampiri lacchè e le amanti che lo avrebbero letto, di nascosto, cercando di scoprire “il segreto” del grande scrittore. Per sé solo, nel romitorio della propria tasca, spesso nella giacca, custodiva un quaderno, a cui confessava i pensieri indicibili, le incurabili pene, i racconti mai scritti, le intentate fughe.
“I cahier di Magog” – vezzo da mandare al rogo, autodafé dell’io – servono a questo: testimoniare la propria latitanza dal resto del tempo, pura restituzione di sé a se stessi. Questi quaderni sono un coltello a serramanico con cui scavare, ora dopo ora, il proprio tunnel per evadere dall’Alcatraz quotidiana.
Per i saggi, sono il biancore su cui redigere la meraviglia intravista, i claudicanti repertori di un miracolo. Santi miniatori della bellezza… per loro la finestra è pari a un finisterre, alla fine del mondo.
Scrivere un quaderno privato: sia lode alla scrittura a mano, telegrafo dell’anima, sola sovversione concessaci. Che la scrittura sia un atto notturno, da nottambuli, è ovvio ribadirlo: scoprire se stessi significa sfrondare la tenebra ed entrare in un pozzo… forse, al fondo, ci attende uno specchio, una lama d’acqua, la mano che ci disseterà, la millenaria bestia. Andate armati – o con un frutto a fior di bocca. Ammirate la spoliazione. Non altro è scrivere un quaderno.