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	<title>Tel Aviv Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Mentre tutto vaga verso il giudizio dell’oceano e la dissoluzione, ti custodirò”: lettera di Nathan dal Mar Glaciale Artico</title>
		<link>https://www.pangea.news/veronica-tomassini-e-davide-brullo-ultima-lettera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jun 2019 06:28:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Senza gestire l&#8217;ignoto&#8221; è il progetto letterario un po&#8217; folle che abbiamo condiviso per molti mesi su questo foglio elettronico io e Veronica Tomassini. Alle lettere tra Vera e Nathan sono seguiti i frammenti da un fittizio &#8220;Diario di Davide&#8221; e le &#8220;Pagine&#8221; della Tomassini. Con questa lettera, che fonde i due momenti letterari, il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/veronica-tomassini-e-davide-brullo-ultima-lettera/">“Mentre tutto vaga verso il giudizio dell’oceano e la dissoluzione, ti custodirò”: lettera di Nathan dal Mar Glaciale Artico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Senza gestire l&#8217;ignoto&#8221; è il progetto letterario un po&#8217; folle che abbiamo condiviso per molti mesi su questo foglio elettronico io e <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Veronica Tomassini</a>. Alle lettere tra Vera e Nathan sono seguiti i frammenti da un fittizio &#8220;Diario di Davide&#8221; e le &#8220;Pagine&#8221; della Tomassini. Con questa lettera, che fonde i due momenti letterari, il ciclo giunge alla sua norma definitiva.</p>
<p>***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Forse sono state le pietre, precise come un urlo, a separarci: indubbiamente nella genesi redatta dalla luce, in quel ciclico ambire al mondo, al mondano, non eravamo catalogati.</em></strong><em> Noi abbiamo serpeggiato lungo i muri, con baci simili a uno strappo dove il corpo, è raccontato, può diventare acqua e il canneto ha duplice istinto: all’oasi e alla palude, all’eden e al disastro. Come sempre, dai Greci agli evangelici, un corpo è offerto come cibo, non siamo altro che cibo – in forma d’acqua, di carne. Ho trovato questa lettera di Nathan. Gli eri affezionato, forse. Penso che il tema di fondo sia la scelta tra sperperare e custodire: penso che il compito sia lo sperpero, il massacro. Ma io sono un codardo, arguisco al monastero, scrivo per glorificare la vigliaccheria, lapido con le parole l’amare. Davide. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…non fu sufficiente una parentela, drenata a colpi d’ambizione e di menzogna, per costringerci al fatto innaturale dell’unione. Non siamo sconfitti finché ci cercheremo, mi dico</strong> – i bambini, qui, giocano lanciandosi il cranio di un agnello, sono istruiti che non è abominio ciò che vive, ad occhi accesi sul morire – ho il privilegio di un pasto, della cruna di uccelli che gridano, nuvole di insetti, il verde, che qui è un forziere, una gioielleria, di cui ti dono il riflesso da sposalizio. Nessuno sa cosa dico, mi esprimo a gesti, a sorrisi, con denti corsivi, le parole sono un capitale liturgico di cui faccio uso solo per ringraziare – <strong>sono meno utile di un cavallo, meno rigoroso di un albero, effimero, come una nuvola. Eppure, è questa la condizione che ho desiderato – morire irriconosciuto, senza residui di memoria nel cuore degli altri,</strong> come un passeggero sul pianeta, come un passante che si è goduto il panorama – per alcuni questa è ignavia, per altri, nei recessi del Bhutan, è coraggio, illuminazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dell’amore non si scrive e non si discute – si vive, lasciando calcinare i baci in morso. Sono stato a Tel Aviv, Vera – ho visto la tua magrezza miliare, il genio di essere la più povera tra i poveri, e la forma perfetta con cui curi, hai a cuore, completi. </strong>Ti ho visto – il quartiere dove vivi era un vespaio di voci, muri scomposti come un alveare, la dolcezza dei pettegolezzi, una novizia all’amore che passeggiava, scandita nella carne, dedita all’avere, un rabbino, arso da troppo Giobbe, forse, che camminava di sbieco, con un bastone, il manico riproduceva la testa di un cobra, viso irto da rughe arabe <strong>e il <em>taled</em>  lo avvolgeva tutto, fino alle ginocchia, ho intravisto, incise in caratteri d’oro le frasi di Osea, “la sedurrò per condurla al deserto – e nel deserto darò verbi al suo cuore e una vigna – e del deserto farò speranza – e lei mi risponderà come quando si è giovani e tutto è un esodo”. Pensai che l’uomo fosse nato per propormi quella frase. </strong>Tu sai che è così: si seduce ciò che è perduto. Forse ho bisogno di perderti, irrimediabilmente, per capire che non posso fare altro che rincorrere, e costruire l’amare su un lascito di redenzioni, sulla scia bianca del perdono. Dirai, così si concupiscono vittime e si collocano sacrifici – direi che ‘altare’ è una parola simile ad ‘amare’, che il sangue è sperpero per Dio, che i modesti si accalcano sulla carne devitalizzata dalle arterie. <strong>Dov’è la giugulare dell’amare?, mi dissi, mentre il rabbino, roteando il bastone, come un giocoliere, tenendolo per aria, mordendo il cobra di ferro, tra gli applausi dei bambini</strong>, e poco dopo avrebbe citato Nietzsche e il Vangelo di Tommaso, per il gusto di tenere in ostaggio il Tremendo, come lo chiamava, per il gusto di dare vita alla leggerezza e poi far risuonare il caos.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti ho visto, Vera – e tu non mi hai riconosciuto, non c’è stata l’agnizione, l’urlo, il fuoco, l’assalto. Sono cambiato, nel fiorire delle fattezze – perfino fin nell’alcova dell’iride, forse: non ho più gli stessi occhi che avevo a Praga, qualcuno mi ha detto che li cambio a seconda di ciò che guardo. Forse mi hai visto, ma hai preferito ignorarmi – ho visto il tuo corpo passarmi di fianco, odore di tormento, il collo, il viso che è una bellezza che minaccia. <strong>Forse non hai voluto riconoscere che è l’attesa l’amore, il compimento ne è la dissoluzione, che si ama chi deve ritornare, ma il ritorno è lo strazio. Mi sembra che anche il cielo, tutto Israele corresse alla tua gonna, a quattro zampe, perché tu hai una malia che disordina e conquista, qualcosa che enumera le ore a ogni cosa, che assegna. </strong>Così, dopo il tuo passaggio, mi è sembrato che Praga, Tel Aviv, tutta una vigna di sguardi, di corpi presunti, presentati, presi, sia stata inghiottita, in un cilindro di polvere – e la pretesa e la promessa e la parentela ambigua e quell’unica notte che di noi è l’apice e la maledizione. Forse mi sbaglio credendo che tu abbia voluto uccidermi, fin da subito, senza sfatare le norme – che si attende per dimenticare – che ci si scrive vestiti a lutto, perché un gesto, una parola sbadata, un particolare divorano tutta la vita, assumono dimensioni vulcaniche, lavorano per eccesso, l’uomo è così: ha iperboli sulla punta delle dita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono riuscito a risalire la Lena, fino al delta, fino al Mar Glaciale Artico che qui prende il nome di Mare di Laptev. I nomi si usano per addestrare al proprio l’inappropriato, la potenza. Volevo vedere il ghiaccio che in me ha natura di fuoco. Di cosa si vive qui? Perché non posso allearmi a questa pochezza?</strong> “Troppo però/ dell’amore, quando è preghiera,/ di pericoli è ricco, ferisce il più delle volte”. Sono arrivato qui per ripetere Friedrich Hölderlin. Se l’amore è preghiera – cioè, cosa che va ripetuta –, si è nel pericolo, nel dolore – la ferita è l’apertura dove chi ama riposa, si fa spazio. Caravanserragli di ghiaccio vagano sul mare, così immobile, sembra argento fuso. Nel ghiaccio sono conservate creature di millenni fa, conche d’osso, conchiglie, mosche concretizzate nell’ambra. <strong>Vedo cervi in corsa, tigri, cugini, persone conosciute decenni fa, nel ghiaccio, bloccate, passano davanti a me, come una punizione dantesca. Nella lastra di ghiaccio, che scorre, sono marmorizzate, come un grido vuoto, le mie colpe:</strong> la volta che ho tradito un amico, l’ostilità ai figli, una specie di spinata aristocrazia che ha preferito non vedere il male, le meschinità, mia madre in corsa, tu, l’altra, i sostituti, le fughe, le offese – spesso, la colpa è nel verdeggiare di parole rapide come faine, che hanno imposto illusioni e costretto a decimare la reazione – tutto mi appare in una nitida e meravigliosa malvagità, qui, a questa caduta della terra in canto bianco. <strong>Ogni cosa ha la coerenza di ciò che è cauterizzato. Mentre tutto vaga verso il giudizio dell’oceano e la dissoluzione, ti custodirò, Vera</strong>, come una candela, armando la fiamma a non consumare ma a splendere. Se ti scioglierai, scegliendo l’abbrivio dell’abbandono, e di te resteranno le mie dita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Seppellirò il tuo nome, perché tu esista per sempre”</title>
		<link>https://www.pangea.news/veronica-tomassini-davide-brullo-progetto-letterario-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Mar 2019 07:01:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, Nathan è ora in Kirghizistan, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, Nathan è ora in Kirghizistan, in un bosco, dove sta costruendo una casa per la sua amata. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/veronica-tomassini-davide-brullo-progetto-letterario/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Verso la bulimia dell’Asia, cercandoti</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lei – tentai di chiamarla Ruth, poi Rachele, poi deserto, infine, fu Gries, come il passo montano, un sentiero tra la muscolatura ghiacciata, il rischio – mia sorella – <strong>correttamente, la “bestia nata da Ismaele”, come diceva mia madre, mentre curava i fiori, nel suo giardino, a Reims, magnolie grosse come volti di neonati – la crudeltà si associa sempre alla cura, a un gesto di grazia</strong> – Gries era la figlia clandestina di mio padre, ed è per questo che ti ho chiamato sorella, capisci?, perché tu devi annientare i reflui di questa parentela schifosa – studiava a Parigi, legge, e quando scoprì suo padre marziale alla corda – si era appeso alla ringhiera delle scale del palazzo, napoleonico, affinché tutti i coinquilini potessero guardarlo, spendendo parole di pietà, finché non si divarica il ratto dell’inquietudine – <em>se l’ha fatto lui posso farlo io</em> – che subito si moltiplica in centinaia di immotivati ratti – <em>posso farlo, allora, allora è possibile </em>– senza reticenza né vergogna presso la morte – <em>posso farlo, allora, posso uccidermi, ora</em> – <strong>lì, prossima, la morte, un miracolo, possibile, quotidiana, accudita, accarezzata, come un cavallo, come una casa, come quelle stesse scale che mi ero rifiutato di percorrere – il bastardo ha preferito la figliastra al figlio, la selvatica al primogenito – lei, Gries, mi ha detto, scura, “per prima cosa, gli ho tolto le scarpe, ho pulito lo sporco tra le dita dei piedi, mentre penzolava, gli ho fatto le unghie, sporgendomi verso il vuoto, così attraente, delle scale – le scale sono fatte per gettarsi, non credi?, la spirale è seducente come uno sguardo”</strong>, poi ha aggiunto, “deve sapere”, si ostinava al <em>lei</em>, come fosse un aculeo di ghiaccio a setacciare le vergogne, “deve sapere che ero la sua concubina, che sono stata la donna del Signor Padre, la sua colpa, la sua sconcezza, la sua puttana”. Dissi qualcosa del tipo, spero se lo sia goduto, preferii perdere ogni eredità – ma il sangue, vedi, Vera, è cosa più dura della roccia, è come un versetto che ogni istante risuona, con ritmo sinistro, nelle navate del corpo – poi arrivai a Praga, e la notte mi ha donato te, l’una, l’unica, la non più toccata, <strong>perché si ama una volta per sempre, ogni replica della stessa notte è un tradimento, è l’incesto, e pensai che un corpo non è un anatema e che avverare il veleno vuol dire risorgere alla fuga. </strong>Ma se i morti sono confinati nell’arco di uno sputo sono i vivi a minacciarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il giorno dopo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Decimare – questa è la parola – decidere di decimare – resterà la decima parte di me – tu, Vera, sapresti ricucire il resto? La decima parte di me è il tuo anello nuziale: sapresti nutrirti di questo decimo?</strong> Bakai mi dice che quando il poeta muore, i kirghisi lo spezzettano e seminano i brani del suo corpo in luoghi diversi, così si radica il canto, s’irradia dando eredità alla terra – dicono che basta appoggiare il viso alle pietre di queste montagne e udire il canto dei kirghisi, la loro epopea. <strong>“E io ho creato anche il distruttore per decimare”, dice Dio a Isaia – dobbiamo decimare per concimare l’amore</strong>, dobbiamo devastarci finché non resta che l’armatura di una lettera, una vocale, votata a perderci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voglio diventare azzurro – più reale della rettitudine – lavoro perché tu non mi riconosca, per portarti doni che rifiuterai – solo nel rifiuto si scagiona la parentela.</strong> L’anima non è negli occhi, come siamo portati a credere, per via delle lacrime, forse, della rabbia a lampi, ma nelle mani, nei polsi, nelle falangi, soprattutto, nell’osso del pollice. Quando ho ucciso Collingworth – mi è bastato stringergli il collo, con l’aiuto, compiaciuto, di Nikolaj, che avrebbe venduto l’ennesimo trofeo inglese ai sovietici – ho visto gli occhi che si dilatano, bovini, stupidi, stupiti, <strong>ma sono le mani a non smettere di afferrare, di muoversi, scattando, indipendentemente dal cuore, dal sangue, dal volo della volontà – “perché l’anima è lì, sotto le unghie, e ora scappa”, mi ha detto Nikolaj, ruotando in aria una sedia</strong>, aveva paura che s’infilasse, l’anima di Collingworth, nel corpo di un gatto, o nell’incavo di una delle sue amanti. Quelle cupe spirali sulla mano, allora, sono l’identità dell’anima, il referto della sua nostalgia – a Livorno, presso la Tipografia Coltellini, la stessa dove stampava Cesare Beccaria, nel 1768, fu pubblicata una carta del cielo in cui le costellazioni si articolavano intorno alla mano di un uomo, e pensai che basta dire la parola adatta per far serrare un pugno, per esautorare il cosmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dopo, ancora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Torme di cani sfasciano il sonno, lo fanno a brandelli – qualcosa mi insegue anche qui dove si è seguaci del silenzio. Ieri abbiamo visto un monaco – ne ignoro l’architrave religioso – Bakai mi ha portato fino all’Altyn-Emel, non siamo lontani dalla Cina, <strong>dice che il mio corpo è la prigione di un fuggiasco che rinchiude un falco che rinchiude una spada – secondo lui abbiamo quattro corpi, di cui quello visibile è il più fallace – gli chiedo e tu chi sei?, nel nostro linguaggio fatto di fame, di prede, di gole a fiume, lui fa un fischio, il fischio resta a mezz’aria, come una sfera</strong>, per un po’ di tempo, poi si sfalda, lui ride, va. Il monaco abita nello sbadiglio di una roccia, indossa uno straccio che era blu, di fianco a lui c’è una spada, arsa dalla ruggine, una ciotola – Bakai s’inginocchia e va, io resto a fissarlo, lui apre gli occhi, sembrano disegnati, finti, fa un rumore con la lingua – dove vive?, da dove viene? – la sua testa sembra il punto in cui scola il tempo, ci siamo anche io e te sulla sua testa, Vera – la sua faccia è anonima, da rana.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Infine</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho rivisto Gries – della sua bellezza, che è l’acume della crudeltà, è inutile scriverti – me ne parlò Michel Mikò, un poeta fin troppo aureo, dal corpo inconsistente, quasi alieno, ospitato da Marcel Johuandeau, lo scrittore, lo conosci, forse. <strong>Mi disse – più mi getto in Asia più m’infetta la memoria come se la lontananza la marcisse fino al nodo di nausea – amava le tigri di vetro, Mikò, e per il servigio gli regalai una composizione in cui due tigri rampanti si arrampicano una sul viso dell’altra</strong>, come se la rabbia – la cristallina estinzione uno nell’altro, di uno che s’infossa nello sguardo dell’altro – fosse l’amore. Mi disse che Gries, ancora a Parigi, procacciava sapienti puttane a tutti: ai nazi, ai collaborazionisti, ai resistenti – la voglia non distingue i giusti, non fa fazioni. Disse che le addestrava all’arte, all’essere segregate nel segreto, alla disponibilità a sopportare ogni ferocia, alla discrezione – a Praga, seppi che smerciava le sue “ninfe”, così le chiamavano, ancora, da Berlino, da Milano, da Nizza. Mikò – sarà stata la sua indole lirica a memorizzare questo dettaglio –<strong> disse che Gries educava le sue ninfe ad accoppiarsi con i cani – l’immagine risuonò indelebile in me, e mi tormenta perfino in questi luoghi, dove il cervo è statuario e il suo palco, come una complicata serratura, decide quando le costellazioni possono vagare, libere, nei mercenari recinti del cosmo. </strong>Mi blocca e mi distrugge l’immagine di un ceppo di cani, lanciati su una donna, ad uncinare ogni fessura, e mordere, sganciando la lingua, le orecchie, strali di schiena, e tra godere e sangue non c’è estasi di pudore, ma l’arcano che sempre si disfa in morte, nel moribondo. E vedo mia sorella, Gries, che è fiera mentre una delle sue ninfe – in omaggio a una colpa che sopravanza la sopravvivenza – scompare sotto i cani, due, tre, cinque, che la fottono mentre la lacerano, e io sono colto dall’orrore, dall’orgoglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le nostre lettere sembrano l’espressione di un congedo, cangiante – d’altronde, da sconosciuti, ci scriviamo l’irriconoscenza che il tempo, che l’uomo ha verso di noi. Se anche fossi nascosto in una casa di Tel Aviv, immaginando l’Asia e i suoi boschi in un viavai di ombre, scortando, tutti i giorni, la tua bronzea quotidianità, tu, Vera, non ti accorgeresti di me, Nathan.</strong> Bakai vede la mia inquietudine – mi mostra un cervo – la bestia corre rincorsa dalla notte, che si alza ora, legata alle sue corna con nodi stellati. Gli dico il tuo nome, “Vera”, e lui, a gesti, mi dice, seppelliscilo. Faccio così – in questo luogo crudo – la terra non è facile e devo rendere lupi le dita – alle ginocchia dell’Asia – seppellisco il tuo nome. Pronuncio “Vera” nel buco – lo richiudo. Così, giura Bakai, esisterà per sempre, “Vera”, germoglierà in erba, giura.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 07:59:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/di-azzurro-non-ho-visto-altro-che-la-mia-fame-di-te/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Karakol, è settembre, è il 1950, il primo anno del nostro mondo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce più nulla della crudeltà umana – <strong>tu brandisci la parola “vita” come fosse uno stendardo, ma è una benda intrisa nell’acido, a sciogliere il viso in un torsolo d’osso – neanche l’uomo che alla fine piscia sulla faccia della donna che ha appena violato,</strong> <strong>tra l’effluvio di risate dei miserevoli lacchè</strong> – potrei dirti che ero a Dushanbe, nella Repubblica Socialista Sovietica Tagika, perché da lì Collingworth pensava di stimolare una rivolta contro Mosca, chiaramente condotta dall’avida sentenza dei servizi inglesi, e di ritagliarsi l’immaginazione di un regno – quest’uomo lacerato dal potere non desidera corpi ma città, “mi fanno ribrezzo i corpi, quelli umani, soprattutto, che razzolano tra errori e richieste di perdono, incapaci nello scatto nitido della bestia, nella razzia degli insetti, mi fanno schifo perché rimandano all’odore della mortalità, e io, finché vivo, <strong>voglio la conquista, l’arbitraria edificazione di metropoli sul sale”, mi disse, davanti alla pianura asiatica, luciferina, dove la luce istoria strani giaguari a Est,</strong> e le nuvole sembrano il sigillo di un patto tra immemori.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che si chiamasse Nikolaj, si faceva chiamare Iskandar, il nome orientale di Alessandro, che in greco significa “protettore di uomini”, la filologia è in balia del paradosso – probabilmente russo, accennava a giacimenti di petrolio e a vasti interessi presso i porti di Corinto, Baku e Varna, <strong>la sua mole, taurina, dimostrava che la distanza tra Est e Ovest era la stessa tra il pollice e il mignolo della sua mano destra</strong> – sussurrava di una grossa speculazione per costruire una linea ferroviaria lungo l’Everest, sfoggiava una pelliccia di leone artico per il gusto di dire che discendeva da Ercole e il vasto giardino della sua villa era pattugliato da statue romane, “anche io, sa, meriterò una statua”, diceva, rivolgendosi a un uditorio di vivi e di morti, di esuli, di assassini, di potenti, poi diceva che il suo riferimento era Tiberio, citava Tacito, “abbandonato il pudore assieme ad ogni paura, si lasciò andare a delitti ed atti infamanti”, consapevole – lo dicevano anche gli strateghi cinesi, diceva lui – che “il delitto ti consegna alla gloria, la paura costringe all’adorazione, e io voglio essere adorato”. <strong>Lo ascoltava con garbo, Collingworth, sapendo dove agire, usando i verbi come un medicamento, in quella zona tra fegato e cardio chiamata vanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il re deve sempre dimostrare che sa uccidere e sa scopare. Nikolaj – mi rifiuto di chiamarlo Iskandar – arrivò verso di noi a cavallo – non aveva una villa, ma un villaggio, costituito da una dozzina di case, di gravide dimensioni, in ciascuna delle quali, mi disse Collingworth, abitano i servi e le mogli del potente – scese dal sauro, si avvolse le briglie al polso, si chinò verso il gambale, estrasse la pistola, sparò sulla fronte della bestia.<strong> Il cavallo dilatò le pupille, stupito dal gesto incongruo, stupido, non si dimenò, accolse il caos in un sospiro, cadde. “Era il mio preferito, ma bisogna vincere ogni forma di attaccamento, giusto?”, disse, accogliendoci.</strong> L’attrazione, tuttavia, accadde la sera. Collingworth aveva avvisato di non voler mangiare, una esagerazione di modestia – prima di passare alle trattative politiche, di cui io ero complice poco entusiasta, Nikolaj volle dare agio al proprio potere, “per stimolarvi a usare parole opportune”, disse, come se morte e rivolta fossero una questione grammaticale. <strong>La sala da pranzo, enorme, era affollata di donne, prevalentemente nude, che mangiavano, ridevano – l’ingresso di Nikolaj le fece delirare, lui disse qualcosa in russo, certe donne ne presero una, prescelta.</strong> La donna – come molte donne asiatiche – sembrava desunta da un diamante, una scheggia di santità – e fece ciò a cui era addestrata, s’insinuò attorno al corpo di Nikolaj, slacciava, leccava, consapevole dell’invidia delle altre, esaltata dalla rabbia delle compagne. Nikolaj sollevò la ragazza, come se fosse una sciarpa, e nobilitandola la rovesciò sul tavolo, e qualche donna lo spogliava perché il suo corpo era il loro oro e altre gareggiavano a maneggiargli la minchia, ed era un lampo la nudità della ragazza che ora veniva agita, e ne rideva, lei, e alcune le tenevano le braccia, distese, altre si arrotolavano i capelli al braccio, mentre il re guardava tutti – anche noi – ovunque – il soffitto decorato con scene mitologiche della caccia alla tigre bianca – tranne lei. Poco prima che il potente rovesciasse lo sperma in una coppa – all’esercizio erano preposte alcune particolari ragazze – <strong>esistono vite donate ad altri, che valore ha la parola “consacrato”, chi è che sta morendo davvero durante una morte? – Nikolaj spaccò il collo della ragazza, che sembrava non desiderare altro</strong>, la staccò da sé, rovesciò il corpo umiliandolo, ancora, rendendo irriconoscibile la faccia della donna, manovrandola contro lo stipite del tavolo e sui bicchieri, vetrificata, poi, non più umana, la lasciò a terra, le pisciò sopra, tra le sorde risate delle altre e disse che chi è amato da lui è amato una volta per tutte. <strong>Qualcuno dice che bisogna amare l’omicida come l’ucciso, il perverso come l’innocente – io non so redimere né amare, mi sono arreso al pungo come alla claustrofobia di un chiostro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che me ne andai – ti scriverò altrove, se lo avremo, come ho ucciso Collingworth, anche questo è un atto che definisce le mie infamie australi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché quella notte è il mio decalogo, ricordo che hai detto la parola “ostaggio”, mentre usavo il tuo corpo come la camera della memoria, aderendo il calco della mia giovinezza – <strong>l’ostaggio è l’ostacolo al desiderio, ti ho detto, siamo ospiti, mentre la tua lingua cuciva Praga sulle dita della mia mano sinistra – ma non hai ripetuto la parola “ospite”, i tuoi denti duri come rune hanno detto ancora “ostaggio”,</strong> poi mi hai detto che solo lo straniero è ospite e io so di averti detto “vedova”, per il solo gusto di vedere come avrebbe risposto il tuo corpo, ed è a quel punto, forse, che ti sei tramutata in cerva – e ora, dopo questa distanza che ho chiamato Cerbero, ogni stagione ha una bocca diversa, <strong>tu mi scrivi della vita e della vedovanza, come se fossero epigrafi contrarie, una il risveglio dei cani primaverili l’altra l’anatema che anatomizza i ghiacciai e il funebre; ma è la vedova la prediletta alla vita,</strong> perché la vedova tiene in vita i morti, che restano per sempre figli, e ama i vivi consapevole che la luce non li benedice ma li taglia, che la luce è una palude, affondi, smarrendo le fattezze nei fatti. <strong>Sono stanco delle donne che hanno pretese ma che non sanno prendere, che sono preda delle voglie ma non vogliono nulla, che sviluppano un amore in minacce e rettifiche e ripicche – “sorregge l’orfano e la vedova”, è l’epiteto di Dio nella <em>Sapienza</em></strong>, “sue sono le lacrime della vedova”, è detto, perché Dio è vedovo delle voglie dell’uomo – non è Dio ad abbandonare, è lui l’abbandonato, l’abbandono. La Bibbia è l’unico reperto che ho di mia madre – ripetere le stesse parole che hanno detto altri, alla foce di noi: non è questa la città, la metropoli dei cieli? La parola “vedova” ricorre in forme sgargianti – Dio predilige la vedova, perché feconda l’impossibile; la vedova rinuncia alla vita per votarsi a Dio, dopo il marito, la resa; dalle lacrime della vedova accadono le costellazioni – così nascono le mappe del cielo, per orientare l’orfano, a conforto della vedova.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato a segnare il perimetro della nostra casa, qui, perché non conosco le stelle, qui, e quando fischio sembrano ascoltarmi, si ammucchiano e si spostano, come api – qui parlo con più genio ai morti, si radunano, con la dignità di creature artiche, preparando per me l’alba, slacciandola dai capelli, magnificando le palpebre in luce. <strong>Non ha senso che continui a disegnare per te una carta del cielo – devo costruirti una casa – abitarla non è più importante di sapere che al mondo, in questo secolo, c’è stato un posto costruito per noi, a risarcimento dell’attesa.</strong> Siamo come due statue che sorreggono l’architrave di civiltà incompatibili: ci fissiamo, senza sfida, pieni di amore, quell’amore che garantisce la nostra statura, eppure sappiamo che il movimento di uno farà crollare un continente – forse tra i miei occhi e i tuoi qualcuno sta costruendo un arazzo, la mia pupilla è legata alla tua con una corda, con lo spago che si usa per cacciare i pesci che vanno al contrario, contro corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti dovrei raccontare di questo luogo, nella valle del Karakol – in tenda, la lacerazione del freddo mi fortifica, ho già predisposto parte della legna, mi aiutano alcuni cacciatori che si muovono intorno al lago Ysyk-Köl – dal legno, con pochi tocchi, come fosse fango, sanno estrarre animali e volti per ingraziare la forza e addomesticare la sorte. <strong>Non fuggo dal mondo – lo fondo, lo tengo fermo, come uno spillo: che cosa c’interessa se la Storia, questo coccodrillo dall’andatura lenta, astrusa, famelica, è altrove?</strong> Non so fare nulla – qualcuno dice di vedere una cattedrale sul torso di una foglia e che i martiri pensavano al coltello che gli stregava le arterie come a una nuvola. Possiamo costruire una civiltà – una cavità di sussurri – soltanto per noi? <strong>Per troppo timore nessuno ha mai detto all’altro “ti amo”, consapevoli che la vedovanza è una verginità.</strong> Ieri ho visto un cervo – sono convinto che con la lingua odorava la sua vittoria – le corna sono piene di occhi – il giorno lo rincorre, ed è uno sciame.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/">Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2019 07:15:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/">“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi di delirio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui leggete lo scambio per intero. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/da-qui-ti-chiamo-definitiva-e-me-ne-copro-il-cranio-lepistolario-estremo-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tel Aviv, giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Siedo sulla riva, il mare è molto freddo, direi aspro, anima cara. Ti farebbe bene respirare qui. Guariresti prima forse. Indosso il vestito bianco, il mio vestito di ragazza. Sono riuscita a salvarlo, era ancora piegato bene nell’ampio baule della mamma, c’erano ancora le sue gonne in crinolina. <strong>Tornai a Praga come una straniera, salii al piano, ho aperto la porta. Il silenzio era uguale e rassicurante.</strong> Era pronto ad avermi di nuovo nella sua immobilità domestica. Ma non era più la mia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove siete, miei amati? Mi sono guardata intorno. Dove siete? Supplicai il silenzio, le ombre, l’assedio degli assenti, di assalirmi, finirmi, qualcosa che mi impedisse di sopravvivere al rimpianto, all’indicibile, ai nuovi castighi. Volevo morire, ora che era viva, ora che ero salva, volevo morire. Poi tacqui. Non mi sono lamentata più, ho rispettato il silenzio e le ombre, la mia costanza indottrinata malvolentieri nel silenzio e nelle ombre. <strong>Vera, povera Vera, mormorai, come guardando a un’altra, la creatura sommersa, priva della sua stessa anima,</strong> <strong>l’anima simile a un rogito di espiazioni sbagliate.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Camminavo timorosa, entrando e uscendo dalle stanze con gli scuri accostati, non ero la ragazza di un tempo, la figlia prediletta. Le voci mi inseguivano. Voci lontanissime, agili o veloci e allegre come un brillìo, la luce sulle tende, il tenero sole di una primavera praghese. La voce di mamma. Di Agota. Dove siete?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sono seduta sul canapè della sala a giorno dove papà teneva i suoi libri. Ed erano lì, ancora. Li guardavo con un sorriso intemerato, un sorriso di clemenza persino sulle cose passate, sullo spazio occupato dalle cose passate, sulla loro severa reputazione:</strong> consegnano un tempo benevolo, un ricordo profondissimo, un’orazione dentro cui assolversi. Le cose incorruttibili consumano il tempo che si ritira astioso nei suoi intermezzi furiosi o verso indicazioni che mi sono impedite. Dove andrò? Chiedo intorno, all’aria muta, colpevole di intercessioni testarde, noi e il tempo, noi e allora, prima di quella notte. Ti racconto tutto questo, anima cara. Anima cara, scriveva Makar alla sua Valin’ka in Povera gente. Anima cara. Chi mi chiama ancora così?</p>
<p>Ti racconto tutto questo, mentre distendo le mie gambe sulla rena calda in un giorno di giugno, sollevo appena il vestito. Le onde sono timide e lontane. Nel patio del caffè, dove ancora Adam l’ebreo tedesco mi aspetta, ogni pomeriggio alle cinque, c’è un matrimonio. Gli sposi ballano al centro della pista, le sedie a cerchio. Sono ebrei polacchi. Li conosco. Conosco lei, la sposa.</p>
<p style="text-align: justify;">Riparo gli occhi dal sole e guardo nella direzione della sposa che balla sulla terrazza del caffè di Eilat. <strong>C’è una atipica dolcezza nella nostalgia degli altri, nella mia trovo sconsideratezza e un rimpianto indomito, cieco. La nostalgia degli altri, immagino piuttosto la nostalgia della sposa di Cracovia.</strong> Lei, lei che adesso balla con il vecchio patriarca. È così bella, come tutte le spose, come tutte le giovani donne sfuggite al destino, a un ghetto, una costrizione. Io sono la violata. E non parlerò d’amore, non stavolta, non ne scriverò. Guardo verso le onde timide e lontane adesso. E il pensiero della morte mi attraversa come una consuetudine, la più meschina. Ho fissato un gelido tremore, poi un golem fermo, assiso. Tutto accadeva in un sogno. Era Buchenwald. Era uno dei tanti cadaveri, che bruciavano più in là. L’afrore straziante che bruciava più in là. Così mi arrendo alla rena calda. Chiudo gli occhi con il sole di Eilat sulle guance.</p>
<p style="text-align: justify;">La terrazza è una balera. Suonava una canzone popolare, un mottetto sentimentale. La sposa di Cracovia. Lui è un bel tipo, ha origini ucraine. Tomasz. Lo conosco. Era nella resistenza. Un partigiano. Scuro di capelli. Molto british stranamente. Nell’insieme è irresistibile. La sposa ne è molto gelosa. Sorrido ancora, con il sole di Eilat a consolarmi sopra il mio corpo disteso, arreso come dentro a una preghiera. La musica mi raggiunge, la voce tuonante del patriarca canta con commozione: “za zielona Ukraina, / Zal, zal serce placze, juz cie nigdy nie zobacze/”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono già tutti ubriachi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti aspetti che ti scriva del mio amore?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dovrei semplicemente darmi per vinta. Concludeva Makar di <em>Povera gente</em>. Sì presumo sia una soluzione.</strong> Semplicemente, anima cara.<br />
Entrai nella mia camera da ragazza. Ho trovato una lettera di Petr. Era irruente. Voleva avermi, prima del matrimonio. Le sue mani non stavano mai ferme. La sua virilità era un pegno d’amore, un’evidenza d’amore. Ci siamo persi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo amavo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma cos’è l’amore? Dimmi, anima cara, cos’è l’amore? Se ti basta tacere, dimenticarmi, anche solo per qualche ora, non avere urgenza di me, delle mie parole?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto confusa. Direi ancor meglio: delusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono in grado di sollevarti dalle tue sofferenze, oggi. Oggi è un giorno lunghissimo e fastidioso per me, qui, malgrado il sole di Eilat sulle mie guance e il matrimonio della sposa di Cracovia.</p>
<p style="text-align: justify;">Son convinta di arrivare alla fine dei miei giorni con la fretta e l’impazienza della confinata, sopravvissuta a tutte le ignominie, cercando il desiderio e la vocazione altrui. Essere amata, l’assillo, pedante. Mi tortura.</p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco dormire, per sempre. Dormire. Compiango me stessa, mi sono perfezionata nella condanna speculare, io allo specchio. <strong>Mi guardo con la nostalgia di me stessa, non la medesima che preveda la mestizia degli altri. La mia feroce nostalgia.</strong> Vera, sussurro. Ti riconosci?</p>
<p>Su, stella dorata, sì sì, stella dorata. Così mi chiamava la mia mamma.</p>
<p><em>Vera</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Luglio 1950 (dove sono, dove siamo?)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il sangue è un invito – qualcosa che ha una cifra – declina la latitudine dell’anima – <strong>poi, mi bendarono – ma anche l’oscurità quel giorno fu presa in ostaggio – la luce accadde quando qualcuno segò i polmoni al cielo, con un coltello, come fosse un bue – perché ogni cosa ha una natura animale</strong> – e la luce, come se fosse liquido pleurico che gocciolava, era azzurra. Non so dirti i volti – chi ha fede in un’unica cosa ha sguardi lignei, allineati – ma certamente un uomo dal cappello rosso e dalla giacca rubata a un miliziano russo, un rivoluzionario, ti recapiterà questa lettera, nominandoti, degnandoti di un titolo onorifico, perché ho detto che obbedisco a una regina a Tel Aviv…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Improvvisamente la tenda implose – si dicono eredi dei Sarmati e pensano che il sangue sia il sussurro dell’anima – la testa del siberiano scoppiò e fu come se non fosse mai esistito</strong> – le grandi tigri tatuate sulle braccia diventarono viola, scapparono sotto alla branda – la benda, all’inizio, mi sembrò una lama, pensai, come nelle vaste esecuzioni ottomane, che volessero tagliarmi il naso e cavarmi gli occhi, rubare lo sguardo e associarsi il respiro – le mitraglie come un incensiere – schiocchi di proiettili che benedicono teste e schiene – le vertebre crollano come dischi di ferro impilati su suggerimento dell’avidità. <strong>Si soffre solo al rallentatore e sarebbe innaturale morire perché qualcuno pronuncia la parola segreta, che tiene in vita, che è nascosta forse nel midollo, forse a un attimo dall’iride</strong> – ma ciascuno ha in serbo questa parola segreta che si rivela soltanto in punto di morte, è il segnale che permette all’anima di toccarci gli occhi, di sgretolare la lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli uomini sparavano in faccia, perché nell’aldilà restassero sconosciuti, disinnescati alla vendetta – quanto alle donne – in quell’ospedale erano dieci, Maria <strong>mi curava con implacabile dolcezza, con mani bellissime, cresciute sui polsi, forse, dopo aver letto le virtù di Santa Caterina</strong> – non le violavano – sparavano al petto, qualcuno le sorreggeva, come singole pietà femminili, esperte del morire. Uno raccoglieva le donne in una cisterna, diversi cominciavano a lavorare con i coltelli – i coltelli che vagano nell’aria argentei come pesci – sezionavano i tagli del corpo, scostavano la carne dall’osso – <strong>i quarti erano poi intrisi di sale – infine, nel cortile, dove qualche ora prima giocavano i bambini e ciascuno confessava il proprio ozio all’astro, i pezzi delle donne venivano cotti su una brace – la carne urla un’ultima volta sul ferro bollente – e spartiti tra i Sarmati.</strong> Ricordo i denti sregolati e tomisti, che alienano il male all’irrilevante, a qualcosa di infedele. Si mangiavano le donne di Tabriz, come avrebbero fatto, secondo la leggenda, gli Unni, secoli fa – e qui la violenza è compiuta con pallore, è una convenienza consapevole, una convalescenza del regno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni volta che la traiettoria della mia vita converge su di te, qualcosa la sbilancia, la devia, perché il magnetismo è equivalente e si annulla.</strong> A volte penso che devo morire per stare continuamente tra le tue mani – la morte è un bacio prolungato. Non so se i Sarmati abbiano conquistato Tabriz né di quanta terra si nutra il loro concetto di civiltà o da cosa sia ispirata la loro furia – sembrano un popolo risorto ora dagli abissi di ieri per verificare un futuro di indecenze e di ipnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo tre carte stellari vicino al letto, nell’ospedale: la prima, disegnata in Bulgaria, raffigura un cosmo a cieli concentrici, una spirale stellare, sormontata da un satiro – appartiene alla setta dei Bogomili – la seconda, greca, inventata dai sofisti, ipotizza il dio come una donna, eretta, dalle cui intimità sgorgano le costellazioni, lei ride ed è dalla risata di gioia che sfocia il giorno, è dalla risata di scherno che si fabbrica la notte. La terza è una mappa islamica, me l’ha venduta il rabbino di cui ti ho scritto: in questo caso le costellazioni sono raffigurate come lettere arabe e in qualunque modo le leggi il risultato è uno dei 99 nomi che determinano il Dio – non c’è figura o dipinto, ma alfabeto e cifra. <strong>Mi considerano un profeta – io so che chi agisce allineandosi alla storia, allenandosi a modificare la natura delle cose è già morto, contorto nell’oblio – io so che scegliere di dare la morte è uccidersi, perché la morte non ammette complici o esecutori. Mi chiedono di guardare le stelle e di indovinare l’esito di una azione di guerra, la natura di un nemico, la liceità di uno sposalizio.</strong> Ammetto di non aver mai visto stelle sgargianti come in questa zona di mondo – più si fertilizza la terra con il sangue, probabilmente, più esse brillano. Di sera avanzo tra le tende con un secchio pieno d’acqua, lo sollevo, le stelle si riflettono – ed è come se potessi fermarle e fargli il calco – l’acqua s’infiamma e le stelle brulicano come pezzi di pane. Non sopporto il loro splendore – mi tortura sempre, è un acquazzone di sassi il pianto di una donna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luglio 1950 (senza un luogo, senza tempo)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Amo la fermezza con cui custodisci il tuo mondo – amo la solitudine con cui cuci una vita e una risonanza alle tue compagne, come chi mette gli amuleti migliori nello zaino di una sorella che s’inoltra nella piramide – <strong>amo il piacere obliquo che offri a chiunque ti guarda – tu significhi i dettagli, io sono un sonaglio nel ventre di una storia che non mi appartiene – tu sei quella che raccoglie, io colui che si astrae; eppure, sono io l’uomo carnale e tu la disincagliata, sei il mio desiderio senza sponde</strong> – tu sei al centro del mio labirinto, il Minotauro di farfalle – la cosa che brilla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Calano a strappi da questa collina alle città, con i loro elmi ispirati e fucili che rispondono a una notte a venire. Corrispondono alle mie profezie dedotte dall’acqua – un assurdo che dilata il tempo a rituale del caos – mi ritengono sacro e traggono aforismi dalle carte del cielo. <strong>Dovrei sentirmi responsabile delle loro efferatezze – il loro desiderio di rivalsa, la medaglia di una conquista, ambire alla morte perorando la vita – mi inteneriscono. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo offerto un calco dei nostri corpi al caldo sagace di Praga – <strong>abbiamo barattato il desiderio con l’attesa </strong>– rischiato una fratellanza che frattura ogni fattura umana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non permettono che mi nutra da solo – una bambina ha il compito di darmi il cibo – quando cresceranno le profezie inefficaci qualcuno, semplicemente, mi succhierà gli occhi, mi taglierà la gola, pronuncerà parole di perdono. <strong>Anche i bambini che mi hanno cibato, è ovvio, saranno una primizia per gli sciacalli della sera.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A volte il paesaggio ha una bellezza così cruda che ogni gesto umano sembra eccessivo, anche radunare l’acqua – perché non lasciare l’abito della crescita alle cose, senza interferenza? <strong>Si ama sempre dall’ordalia di una separazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Recuperati da un urlo anteriore, questi uomini sono puro corpo,</strong> si lasciano agire dalla necessità dello scontro – qualcosa di simile all’amare, abbandono all’impareggiabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono prigioniero di una sacralità che altri, sconosciuti, mi addebitano – dovrai rivelarmi</strong> – tu non hai rivelazioni, sei la serratura che ripara dal maremoto degli angeli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non restituire nulla – neanche un sorriso, neppure l’attenzione – a chi ti consegnerà questa lettera.</strong> L’istruzione è che si uccida – per i Sarmati l’uomo sacro non può recintarsi in una vita terrena, non può essere interpretato con una manciata di parole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/">“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2019 07:56:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sogno-le-tue-lettere-questi-esercizi-della-latitanza-e-pretendo-da-dio-che-il-futuro-sia-un-cortile/">“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. </em></strong><em>Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, poi in un esilio autoimposto, fino alla malattia, che lo obbliga a Tabriz, in Persia. Traffica in antiche mappe celesti e ha fede nel potere sciamanico della tigre di vetro. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? <strong>Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini</strong> giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">sul suo blog (qui)</a> le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. <strong>Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione.</strong> Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. La puntata che precede questa <a href="http://www.pangea.news/delirai-fino-a-mostrare-della-palpebra-la-norma-lepistolario-del-candore-e-del-dolore-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">la leggete qui.</a> (d.b.)</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tabriz, 5 giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Puoi riconoscere gli uomini dai denti – delle tue lettere non ho che presagi – una visione che si avvinghia a questo cubo di tende – tutto è una lettera che chiarifica e condanna – la mia è la N, la replica obliqua e doppia della tua, V e <strong>in quel labirinto privo di buio mi perdo, come un uomo dalle cui dita crescono betulle, per il dolore di donare a chi ama un bosco. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I denti – dicevo. Dai denti puoi numerare il destino di un uomo, capirne il carato del carattere – come se i denti fossero uno zodiaco. <strong>Diversi anni fa a Parigi mi reclamò un collezionista gallonato di svastiche – dicevano fosse il consigliere diretto di Joseph Goebbels. Come sai, per me la Storia è un bicchiere d’acqua </strong>– gli atti umani, anche i più efferati, soprattutto gli imperdonabili, sono uno sfarfallio di mosche al cospetto del Giudizio – come posso sapere se un corpo non è che il calco di un ordine partorito in questo istante da Dio per ragioni che mi sragionano? <strong>Sai che posseggo la meschinità dei santi e la raffinatezza dei perduti – accettai l’invito dell’alto gerarca, sensibilmente alto, di icastica magrezza, cauto nel mangiare – ricordo i lampadari come cupole di medusa, il laido servilismo dei camerieri francesi, il ristorante illuminato come se dessero un pasto nel nucleo abbacinante del sole.</strong> Forse si chiamava Friedrich, ruotava le dita come se potesse portare i continenti alla deriva, citai Hölderlin e Stefan George, così, per rimpolpare le parole con parole dette da altri, già masticate, ma lui fece un cenno, tombale, e sperò che anch’io fossi convinto che l’uomo non è libero, che quando, deliberatamente, compie un atto inesorabile, inesorabilmente ne cascano altri, in sequenza quadruplicata, “come una grandinata di rasoi”, disse così – <strong>non sembrava rassegnato né eccitato, malinconico, forse, come se nel gorgo di quei gesti che riguardano la vita e la morte avesse perduto qualcuno, se stesso nella sintetica forma di un ghepardo, forse.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho venduto al gerarca nazista la mappa celeste disegnata su un manoscritto della <em>Færeyinga Saga </em>– gli islandesi pensavano alle stelle come a scudi, capanne di eroi dimenticati, suoni, richiami d’aiuto: ogni dieci anni, dal retro del cosmo, Fenrir, il lupo, si scatena e divora le stelle, il cielo è buio, fissarlo percuote gli uomini alla follia. “Soltanto lo scaltro che riuscirà a staccare i denti di Fenrir, lunghi come corni, riuscirà a ricreare il cielo, forgiando le costellazioni come si raffina una spada, a seconda del suo desiderio di gioia o di vendetta”, disse l’uomo, citando la saga, toccandosi i denti, straordinariamente lunghi e sottili. <strong>Pensai che quell’uomo era fatto per divorare i propri simili – guardava le creature saggiandone il costato, perché il corpo è l’involucro perfetto dell’anima</strong> – mi congedò, pagando caro. “La vera domanda è capire se <em>noi</em> siamo il lupo, venuto a pulire il mondo dal suo scintillio, o l’eroe che lavora per rubare le zanne della bestia”, disse. <strong>Mi sorrise – denti grammaticali, esagerati, l’emblema della giustizia umana – erano i denti a odorare il tempo – erano i denti a sollecitare la scelta, a esaminare il passo ambio della redenzione. </strong>Vogliono avere dominio sulla vastità stellare, pensai – con quel <em>noi</em> l’uomo si riferiva ai nazi, uniti, congiunti, come un buco nero che reclami ogni precipizio. Delle sue crudeltà seppi più tardi – forse, Vera, vedi, sono corresponsabile dell’orrore che ti è accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più tardi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chi pensa che la lontananza sia un concime sbaglia, Vera – la nostra fraternità alfabetica ha come scopo l’estasi della vita – <strong>questa tenda mi sembra un igloo – i ricordi vagano come trapezi di ghiaccio e mi feriscono ovunque. A volte sento la malattia nel sangue acquattata come una tigre tra le spighe</strong> – un tempo fui devoto alla tigre di vetro, all’assalto rappreso nella perfezione formale – un tempo per te ho fatto soffiare falangi di tigri di vetro – perché ci proteggessero, soprattutto, dal passato – si può amare l’incontro e l’incorporeo nello stesso istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora non so alzarmi – qualcuno urla preghiere da una torre, quelle parole formano una guaina intorno alle case e tutto è intoccabile. Nella strada due ragazzi si picchiano – con una ferocia folle – si spaccano naso labbra mento – <strong>per un attimo ridotti a una fanghiglia di sangue sembra che si vogliano scambiare le facce – non si menano: ma con le mani uno sta fabbricando il proprio viso nel viso dell’altro.</strong> Non più una storia di rancore e di omicidio ma una operazione mistica. Quando gli infermieri, dopo un sadico tentennamento, intervengono, è tardi per entrambi, credo – potrei chiedere di sostituirmi – di uccidermi per la loro seconda vita – se fossi morto sarei da te in un istante, sulle tue spalle, sulle palpebre e sulle labbra, continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte, forse</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ore capitolano dalle palpebre – il mio corpo, malato, è nel miele, assente dalla cronologia – potrei regalarti l&#8217;eternità, Vera. <strong>“Sfasciata – morsa dalla voragine – senza un consolatore – su zaffiri erigo la tua eredità”, mi hai detto, allora – allora io ti rispondo, “L’abbandono è durato un istante – nell’eternità dell’amare ti raccolgo”. A volte la luce mi pare un secolo</strong> – ho una città sul cranio – con un chiodo intuisco costellazioni inedite, per te, lungo le gambe del letto – abbindolato dalla cecità verifico nuove quote all’abbandono – avremo il tempo di una cosmografia?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora, per te</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il siberiano ha un nome ebreo, Enoch, e sulle sue braccia sono tatuate due tigri del Nord: il muso si snoda sulla mano, dal polso. Di notte Enoch muove le braccia – ha gli occhi chiusi – “combatto”, mi dice più tardi. <strong>Mi mostra le palpebre su cui sono tatuati due piccoli soli – racconta della sua patria, Novaja Zemlja, me la descrive, si snoda sul Mare di Barents “come il balzo di una bestia”, dice – dice che lì “la luce è generata dalla terra, il ghiaccio è una patria e nessuno ha paternità sulla morte, siamo pietrificati nel santo”.</strong> Dice che ogni giorno il suo spirito vola da Tabriz a Novaja Zemlja e là combatte, per esaltare quel tratto di terra dalla cattività sovietica – “noi non abitiamo, siamo lampeggianti”, mi dice, come se i fucili fossero versetti biblici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrei donarti qualcosa Vera – devo donarti una città, una terra – una collana di costellazioni. Devo dare a qualcosa il tuo nome perché tu esista, mia, sulle labbra di tutti, nei censimenti e nelle cronache, nelle case e nei fiumi, nel contrabbando e nella corsa verticale del bosco, nella matematica censurata dagli iceberg. <strong>Da bambino mi piacevano le illustrazioni dei re che combattevano sui giaguari, a petto nudo, con un mantello su cui era dipinta l’Orsa Maggiore. Avrei voglia di prendere la pace per il collo, di sradicare una terra e aggiogarla alle nuvole per dartela come pegno nuziale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti chiamerò Antartide.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere un trattato sul candore – questo è il dovere. <strong>Candidarsi al candore. L’innocenza è una turba dei monaci, di chi vuole dissennare il turpe – il perdono appartiene ai re sanguinari, è il pregiudizio dei fanatici, dei devoti al vizio che adorano obbedire alla grazia.</strong> Il candore non ha altra certezza che il turbine del bianco – non chiede non teme non travalica. Tu sei il candore, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?”: lettere d’amore e di crudeltà, il feuilleton di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 08:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>,<a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui </a>e <a href="http://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rize, 5 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Forse soppesando la pietra il bambino pensa di cambiare la conformazione del Mar Nero, forse crede di poterlo ridurre a una lettera, a un odore. Mi siedo con lui, gli dico che c’è un serpente annodato in fondo al lago, ed è per questo che il lago esiste, che l’acqua fluttua come velluto. Il serpente impedisce al lago di svanire, a noi di impazzire. <strong>Lui mi risponde, “le stelle esistono per potersi specchiare, qui”, e lancia la pietra nel lago; il sasso salta, e affonda un attimo prima di diventare una libellula.</strong> Quando gli dico che il mio lavoro è far coincidere ciascuna stella con un atto compiuto su questa terra, il bambino ride, se ne va, mi fa intendere che il tempo è inqualificabile e che continuo a confondere chi dorme con l’unico sognatore, quello che ha l’uomo cucito sulle palpebre e crea la Storia dalle narici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le tue lettere mi inseguono, le leggo tardi – <strong>è come se vivessimo in epoche dispari, in anni imbottigliati dentro cisterne diverse – ecco, è come se ti scrivessi da vent’anni di distanza, e non so chi dei due abbia il pregio del futuro.</strong> Vedi, è implacabilmente impossibile un discorso, tra noi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il bambino si chiama Enoch, è il figlio di Deborah. Ha ancora i segni del Drago che le ho inciso sulla spalla sinistra, intorno alla costola, ne ripasso i contorni con il mignolo, come una parola d’ordine. Ci siamo incontrati a Berlino, molti anni fa – il padre guidava una truppa di falsari, artisti capaci di duplicare con agio Vermeer e Lucas Cranach, Dürer e Rembrandt – <strong>non pensi che gli uomini preferiscano troppo spesso una vita virtuosamente falsa, la falsificazione di un’altra vita, presunta, un calco, piuttosto che scoprire la propria?</strong> Squali, iene, leopardi riempiono le lettere di Deborah, “inventi un bestiario per scaricarmelo addosso”, le ho scritto. In qualche modo, si attendeva la mia visita – Rize è un luogo anonimo, dove non puoi che domandarti perché l’uomo abbia bisogno di vivere insieme ad altri, forse per perfezionare la propria frustrazione. Ha divorato il mio corpo con gioia, ridendo, ripetutamente, come per retrodatare gli anni, erodere la città, falciando ad erba ogni enigma. <strong>Quando il bambino ci ha visto, si è limitata a rimproverarlo, con una singola parola, consapevole che chi svela la nudità della madre non può evitare gli inferi.</strong> Più la picchiavo più s’incendiava di gioia, avrebbe voluto che la uccidessi, forse, e ho capito la sua disperazione, e le ho baciato la schiena. Più tardi, ho venduto al marito, che possiede oceaniche piantagioni di tè sulle colline di Rize, una mappa del cielo incisa sul bronzo, fabbricata a Bisanzio, nel V secolo. “A forza di lavorare con le stelle, finirà per perdere la vista, senza riconoscere più il valore delle cose reali”, mi ha detto l’uomo. Toccava con un certo vizio la moglie, Deborah, diceva che le sue mani erano “fuochi freddi, come le stelle”, poi mi ha fatto assaggiare il suo tè, famoso in tutta la Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rise, 6 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Una donna mi scrive, “devo slacciarti tutte le maschere, te le leverò a colpi d’unghia, infine, resterà un buco, con le vene sospese, senza sangue, una faccia piena di tentacoli”. <strong>La V del tuo nome, Vera, mi fa visita: un giorno è come il becco di un rapace, un giorno è un sussurro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I vetri del furgone, simili a scudi achei su cui sia definito il valore di ogni guerriero. A Pazar, vicino a Rize, nel furgone, c’è un prete che accoglie chi deve confessarsi. La macchina è un residuo tedesco: i copertoni sono stati staccati e il mezzo sembra aver messo radici lì, in quel parco vicino al fiume Hemsin Deresi. <strong>I cani, gialli e magri, litigano, come galline, e non sembrano ammettere alcuna possibilità al Regno su questa terra. Il prete ha la faccia di un toro, gli occhi come dracme scurite nell’acido dell’era, e pensa che sia ammissibile una pace raggiunta con la violenza. </strong>Sa che il perdono è ferocia, che la redenzione è radioattiva. Entro nel furgone – potrebbe essere una cattedrale: la vastità è uno sbadiglio dell’iride – il prete fa Messa lì dentro – parliamo in francese, ma conosce anche il tedesco, l’inglese, il russo, “predico anche ai cani, ai venti, alle anatre”, dice, senza ridere. Gli chiedo, per sgranchire il dialogo, a cosa alluda l’Apostolo quando nella <em>Prima lettera ai Corinzi </em>parla della “sapienza che non è di questo mondo”, della “sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta”, ma il prete squalifica le mie questioni con una smorfia, “lei pensa di poter dare ordine alle cose, crede che le costellazioni esistano davvero e la riguardino, che il Potente abbia una quantità, una misura, una qualità specificata da aggettivi congrui, teologicamente accertati”. <strong>Il prete chiamava Dio <em>il Potente</em>, i cani cominciarono a sbattere contro il furgone, come una falange di eretici o come penitenti venuti a chiedere il dono del pane. Il prete uscì dal furgone, il furgone, privo del suo peso, oscillò, forse era l’Arcangelo Gabriele aggiogato in quel luogo disperso, sulle sponde del Mar Nero, al di fuori della cronaca, ai confini della Storia – poi fece scappare i cani, urlando, “lo vede il Potente?,</strong> il Potente non sta in cielo, sta qui, nel mio braccio… cominci ad immergersi febbricitante nel caos, perché il Potente ci fa la grazia di sperimentare tutti i tradimenti per poterlo ammettere”. Ho atteso che dicesse Messa – non sono entrato nel furgone – ci saranno stati una ventina di fedeli, alcuni seduti sul cofano, per lo più donne. <strong>L’ostia sembrava l’occhio calcificato di una divinità androgina, arcaica. I cani fiorivano intorno a me</strong>, felici, scambiandomi per una pianta.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di sera</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vengo a tuo padre. Iacob è un uomo destinato ad avviare più generazioni, a provare conforto per la perdita dei figli migliori. <strong>Parlargli di te sarebbe stato inutile – crede, come le creature carnali, che basti infangarsi in una donna per fuggire dolori che lo sigillano al passato.</strong> Piuttosto, gli ho parlato di me. Iacob ha conosciuto mia madre a Reims, poco dopo la Prima guerra – mia madre, figlia di un archeologo di pregio, era già sposata. Iacob anche. Si sono amati, con scabro candore – mia madre è rimasta incinta – sono nato io. Mia madre non sa mettere tenda nella menzogna: il marito ha permesso di cauterizzare l’infamia dandomi il suo cognome, ma ha fatto obbligo a mia madre di farmi crescere con la sorella, mia zia Ruth, e così è stato. <strong>Forse nelle stelle cerco una paternità ulteriore, una leggenda. La zia si è scritta con Iacob per una manciata di anni – poi vita, oblio e consuetudine consolidano la stessa melma.</strong> “Da lei non desidero il pegno di un sorriso”, ho detto a tuo padre, specificando, “lei non mi è padre, io non le sono figlio, sono venuto a liberarla dalla memoria – ciò che volevo, l’ho avuto”. Tuo padre mi è sembrato sereno – ciò che torna dal passato è sempre una condanna. Riferendomi a <em>ciò che volevo, l’ho avuto</em>, parlavo di te. <strong>Sfatare l’incesto con l’amore – possedere, carnalmente, la vita da cui mi hanno abolito, con ogni desunta cronaca di genitori, anni, cugini</strong> – ti ho seguita per anni – lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“La lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali”: il feuilleton tra gli estremi di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2019 05:36:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/">“La lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali”: il feuilleton tra gli estremi di Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sebastopoli, 27 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lei muove le mani come se stesse cogliendo dei fiori, appena sorti, nell’incavo dell’aria. <strong>Non ha parole e gesticola come se le dita fossero un vocabolario – afferro il braccio – è marcata – le nove stelle del Cigno sul polso sinistro – gliele ho incise con un ago vent’anni fa, forse – ma lei, è certo, ora mi afferra ed è un buco in fronte tutta la sua vita, vissuta per mettere massi intorno all’assenza.</strong> Ora Dina ha una figlia, una bellezza vigile ma esausta, il marito è il proprietario di una cartiera, tra le più grandi di Sebastopoli. Le ho scritto per vent’anni, con la costanza di chi sa quando è il momento di cogliere – prima di raggiungerti, Vera, devo sanare tutti i miei legami, reciderli fino a far scolare l’anima, azzurra, dal midollo, e berla come se fossi un dio che sa liquidare i ricordi e rendere olimpico il bisogno. <strong>“Non si può essere indulgenti, ma indurre una più proficua cattività”, le ho scritto, nell’ultima lettera, un mese fa. Lei mi ha risposto, implorandomi di prenderla e di predarla fino a quando si è sposata, otto anni fa. </strong>Da allora, ogni anno, mi invia, a Praga, un foglio di carta con le istruzioni per costruire un airone, un’aquila, un falco. Non parla. Come se con le mie lettere avessi esaurito le sue parole, come se fossi un cannibale di vocaboli. Ha paura di mostrarmi la figlia, e a me sembra che ogni città abbia una propria natura, occhi propri, un proprio odore e un proprio corpo di bestia e di Sebastopoli, ovunque, sento il nitrito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amori presunti, setacciati dal caso, scritti su una fibbia che qualcuno, un attimo dopo, levigherà fino a confondere le lettere, con un panno di ferro. So cosa vuole Dina e la prendo – l’isteria di un pettegolezzo da spartire con la vedova arricchita della casa di fronte – arroccarsi al corpo, ancora.</strong> Sul tavolo della cucina, dopo, l’ho inginocchiata, le ho chiesto la lingua, l’ho segnata con un coltello – la lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali. Dina ride, ora, come se la malia del corpo, bevuto per frammenti, l’abbia fatta tornare ragazza, ingioiellata di sangue. La sua risata è una grandine, e lei ora mi rivuole, ignara che sulle tende le ore sembrano ragni e che le voci, a grappoli, sulla via centrale, segnalano che il mondo non scompare mentre facciamo l’amore, che il mondo concima la sua granitica ostilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua gioia nel subire gli oltraggi, convertendoli in una richiesta di nozze, è affascinante, Vera. Ricorda che la compassione è un’ambasciata di ambiguità.</strong> Scrivi da sconsiderata, da sconnessa, per te l’amore è una punizione da espiare – per me è adorazione. Arriverò davanti a te, dopo molte, centellinate vite, per il puro gusto di guardarti – e tu ti distruggerai, cambierai i volti, ti sfracellerai con le pietre il naso, le labbra, il mento, pur di capire quale icona potrà farmi scattare, saprà indurmi a toccarti. Aspettami con un panno sul viso – come le spose, come i cadaveri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di sera</em></p>
<p style="text-align: justify;">La virile ottusità di Sebastopoli non le impedisce di avere una biblioteca degna – la pioggia sega la statura della sera come ghepardi d’argento – Dina mi segue ovunque, con accanita fedeltà – <strong>vedi cos’è l’amore?, basta una parola, sfasare una promessa, un’ora scarsa, per inquinare un ventennio, per annegare nel buio di una vita immaginata. Vogliamo il labirinto e il mostro, questa è la verità – e a quel mostro diamo nome Dio, gli siamo dediti, sperando che l’indifferenza sia sangue, che l’assenza, assennata, sia forza.</strong> Ho scoperto una lettera di Aleksandr Puskin: il grande poeta scrive a una ignota Marija Z., nel 1825, le racconta che “secondo una leggenda armena la costellazione della Lucertola inizierà a mordere Pegaso, poi Cassiopea e Andromeda, e il cosmo precipiterà per un bisticcio, morirà per un solletico…”. In un passo successivo Puskin è in estro seduttivo, “solo ciò che è incorporeo uccide davvero: una reticenza, un ritardo, l’idea che rabbia e invidia abbiano una identità da condannare, che il rifiuto riesca a sradicare alberi e palazzi”. Posseggo la carta stellare consultata da Puskin – era quella del padre della moglie, Natal’ja Gončarova, dipinta a San Pietroburgo, con descrizioni in francese, nel 1787: questa lettera mi consentirà di vendere a miglior prezzo la carta, di scrivere qualche articolo su una rivista moscovita, magari di ottenere l’approvazione di Anna Achmatova. <strong>La pioggia continua a sbilanciare la visione delle cose, i passanti sono maciullati e ricomposti lì per lì con una colla inefficace</strong> – per questo, forse, non mi sei stata mai così vicina come ora.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vuoi sapere di tuo padre. L’ho visto a Sebastopoli. Abita non lontano dalla casa di Dina. Fermo. Rincuorato. Ha una donna. La tragedia ha il compito di decuplicare la forza della vita. C’è chi indovina la dottrina dei morti e chi pensa che si possa incontrare la stessa persona, a distanza di vent’anni, senza che affiori il giudizio, con una pericolante purezza. “O fai fare alla vita o gli metti la museruola”, l’ho sentito dire, spavaldo e sconvolto come lo sono i sopravvissuti – ti dirò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dare poca importanza alla cronologia ti farà invecchiare prima – ma mi sembra che tu viva come una morta, con clessidre nella laringe. Il sofferente non vuole una cura e, credimi, ho amato con una dedizione tale da costringere alla fuga.</strong> Ci si dedica a una persona finché le è insopportabile la vertigine, la virtù della trasfigurazione – il dono non è dare un nome, ma farne abominio, lasciarsi baciare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di fronte all’albergo in cui dormo c’è un piccolo lago – il cavallo era a terra, con le pupille divaricate come l’Odissea – alcuni corvi sono scesi a frantumarlo – la pancia si muoveva ancora, potevo immaginare il cuore, maestoso, a forma di cattedrale, te lo avrei regalato – ma i corvi non hanno concetti e con la perizia dell’esegeta hanno iniziato a scarnificare il corpo del cavallo.</strong> Il sauro si è mosso a scatti, per poco, come se fosse una balena, inopportuna, sulla spiaggia, mentre i corvi salivano e scendevano sul suo corpo generoso, come creature nate dalla carità. Un rospo è entrato nella bocca del cavallo, e ho pensato, per un attimo, che potesse uscirne edotto nell’arte della metamorfosi. Ho disposto una trama di tigri di vetro sulla scrivania. Ne sacrificherò qualcuna, per te – forse quella che mi ha regalato un maestro del vetro in Marocco. Non ti ho detto che ho imposto a Dina il pasto delle mie lettere. Prima ha preteso la carica della carne – come se ciò potesse retrodatare il tempo al primo bagliore verbale di un dio – poi ha mangiato le lettere, sminuzzate, con refoli di latte, per insaporirle. “Diventerò come te, sarò te, sarò te”, diceva, imbizzarrita, felice.</p>
<p><em>Nathan</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Elliott Erwitt, &#8220;The engagement party of Grace Kelly and Prince Rainer of Monaco at the Waldorf-Astoria Hotel&#8221;, New York, 1956; © Elliott Erwitt; Magnum Photos</em></p>
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		<title>“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2019 07:23:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 14 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è piccolo, giallo e con selvatica certezza sa che la poiana non fuggirà dalle sue mani – poi depone il rapace tra le gambe, il collo leggermente premuto dalle ginocchia, da cui sboccia il becco, come l’elsa di un’arma. <strong>La scena è strana: è come se l’uomo stesse imbottigliando la bestia, come se potesse distillarla in innumerevoli altre. La poiana non può muoversi e con una finezza femminile l’uomo, che ignora la codardia e il cinismo, estrae l’ago infilato nella giacca, il filo è sottile, di ferro.</strong> L’ago buca l’aria, appare e scompare come una lettera di fuoco, mentre l’uomo sigilla le palpebre della poiana, per sempre. Il rapace non si ribella – “tu pensi che così sia innocente?”, mi dice il tizio, mentre la bestia sbanda, sulle zampe ignare, nella stalla, con la stessa intraprendenza di un cucciolo d’uomo, fissata da altre poiane, nella vasta gabbia cilindrica, in mezzo all’aula. “Devono vedere cosa le accadrà, perché gli uomini sono stati creati da una menzogna, ma il resto del creato ha valore di verità”, dice, accennando agli uccelli, resi bellissimi dalla resa. <strong>Poi corre, afferra la poiana, esce dalla stalla e la pianura è sterminata tanto da accecarti, come una lastra di luce, e lancia la bestia nello stomaco dell’aria. La poiana vola, sterza, si alza – “scoprirà se ha un’anima, se è il frammento di una frase sgrammaticata”, dice.</strong> L’uomo ha i denti davanti spaccati, gli occhi blu, dice di essere stato un domenicano, poi ha capito che non puoi estrarre la trachea a Dio per farne un flauto o una cerbottana. “Ho cucito gli occhi dei cavalli”, mi dice, fiero. “Spaziano per la pianura con ritrovata eleganza – la cecità li esilia in una ferocia da dèi sconfitti – sembrano tigri, la carne li allieta”. Non ho accettato ospitalità in quell’allevamento dell’orrore – ma ho capito, Vera, che noi siamo così, poiane cieche, cavalli spaventati come tigri, uomini a cui hanno sigillato gli occhi, e che scoprono ere dentro di sé, una pianura che è linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco i luoghi di confine perché si sono uccisi a torme, perfezionando una idea deforme di intimità, di fede. A Iasi si sentono ancora le urla degli impalati di cinque secoli fa, dei santoni che piegavano l’anatema biblico in macchina da guerra. <strong>Lungo il canale del Bahlui, dove il muschio sembra la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, l’inutilità della lingua degli angeli, ho imbiancato le distanze. Proprio perché sei l’ultima ti ho scelta – ma il tuo linguaggio eroso nel ricatto</strong>, quella patetica paternale sui perduti che obbliga chi ti ascolta a censire un miracolo, meraviglia il mio esilio. Smettila di fare la supplice – lascia che sia io il tuo supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa sono stato ospite di Henry de Montherlant, lo scrittore, a Parigi. Ha acquistato una carta celeste fabbricata in Mongolia, tessuta sulla pelle di un cavallo. <strong>Ne era affascinato perché i Mongoli raffigurano il cosmo come un labirinto concentrico, scintillante di stelle, al centro del quale, al posto del Minotauro, è assisa una tigre bianca, che chiamano <em>Khan</em>, il re. Dopo la morte, il compito dell’anima non è quello di eludere il labirinto né di conoscerne l’aritmia matematica, ma esaurirlo, affrontando la tigre bianca. </strong>L’anima che saprà dormire dentro il petto della tigre, dopo averlo squarciato, potrà patteggiare una pena favorevole per i propri parenti ancora in vita e plasmare per loro sogni arditi nella benevolenza. Di Montherlant ricordo la retorica, un censimento di rose e di coltelli, i capelli spettinati, la vestaglia, femminile, su cui era stampato uno sciacallo che vomitava sciami di stelle dalle narici, il corpo solido, ligneo. <strong>In sala, nudi, si aggiravano due ragazzini. “Non creda alla lussuria come a un elisir”, mi disse, “è un veleno – questa ventata di vigore mi uccide, un corpo nudo ha il nitore del fallimento”.</strong> Aveva 47 anni, chiudeva gli occhi, parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 15 marzo 1950 </em></p>
<p style="text-align: justify;">In un certo dialetto rumeno ‘Iasi’ significa ‘crisi’ – <strong>sai che ti ho amata con l’indifferenza che si concede a ciò che può ucciderci</strong> – quando fanno l’amore, gli uomini sono un mostro a quattro gambe, due teste e una bocca dai denti moltiplicati, un ideogramma che soltanto il tradito è in grado di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">“Affila la tua crudeltà, devi esserne all’altezza” – e io le ho risposto, “non è il bene a essere crudele?”. Volto l’accusa a te: <strong>sai essere abbastanza crudele, sai abolirti nel bene? Dicono che nell’orda dei topi che gli rosicchiava le caviglie San Francesco scoprisse una esegesi evangelica.</strong> Ho passato il giorno in albergo a scrivere alle altre – per ora sono sei, un numero rotondo, solare. Alcuni uccelli sbattono contro le finestre della camera, si rialzano, volano, sbattono ancora, inferiori come mosche – forse si sta alterando la forza di gravità e tra poco le mie giunture lunari si squaglieranno. Una donna, poche ore fa, ha sfollato il piacere – dai suoi capelli ho cercato di trarre il futuro di questa città, di tramutare in fioritura la sua malattia. Sei donne, capisci? Se ne è andata con l’ambiguità di una poiana. <strong>A una ho scritto, “ho la disperazione dei privilegiati – che sono amati, ma cercano amore, ossessivamente, dove non c’è – per garantirsi un’aurea sintonia con il precipizio”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto notizie di tuo padre – penso di incontrarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La perversa pigrizia di questo luogo, cementificato in uno spazio astorico, escluso, mi dissangua, dissuade da ogni atto – potrei morire nel sonno. <strong>Il cielo, di notte, mi sembra così conosciuto da sembrarmi troppo poco – altre volte le costellazioni si scombinano, come un corpo sfracellato e pieno di dadi, e tutto è troppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti ucciderai inghiottendo queste lettere – lo sai, vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan  </em></p>
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		<title>“Che cos’è l’amore se non il crinale della crudeltà?”: l’epistolario tra Nathan e Vera, il folle feuilleton di Davide Brullo &#038; Veronica Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2019 07:16:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini, qui,</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kaliningrad, 23 febbraio 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vera.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna dissipare il corpo e vomitare l’anima, dalle narici, sottile come un filo d’argento. Bisogna sarchiare il corpo per verificare se l’anima ha un’algebra, se esiste, che colore ha. <strong>Si è al mondo per squalificare la propria anima – per evitarsi ogni altra passeggiata ultraterrena – si vive per morire definitivamente.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tu sei Vera perché la verità del tuo corpo è stata svelata a tutti – senza resa, io sarò l’ultimo – verrò a raccoglierti – non per amarti – per legarti al collo. Per legarti ai polsi. <strong>L’amore non esiste, è il modo con cui l’uomo si concilia con il sopruso – esiste il compito, e tu non hai ancora capito che ti amo proprio perché sei vuota, esiti, non esisti – mi basta scoppiare un fischio, qui, da questo gorgo d’Occidente, e tu sparirai, per sempre. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini del deserto, in Africa, chiamano la costellazione di Cassiopea “l’Avida”. Dicono che un uomo di Dio, di nome Selim, un uomo spietato con i nemici perché esperto nell’arte della colpa, fosse stato sedotto da una donna di Saba. “Aveva ridotto la sua anima a un dado, e il deserto, che prima gli sembrava logico come un ordine, ora gli appariva la prova del caos”, scrive Tabari nella <em>Storia dei profeti e dei re. </em>Disorientato dalla donna, Selim la rinchiude in una prigione di vetro, perché tutti vedano il viso di chi sa eludere l’esegesi di Dio. Eppure, la notte, “quando il vigore dell’angelo si assottiglia”, Selim desidera essere la prigione, desidera essere la colpa e il torto.<strong> “Che cos’è l’amore se non il crine e il crinale della crudeltà?”,</strong> <strong>dice l’uomo che non sa più scoprire la sentenza di Dio nella corsa obliqua degli scorpioni.</strong> Scrive Tabari che “quando Selim si uccise, la donna, che fino ad allora non aveva mostrato interesse verso il suo carceriere, gridò fino a distruggere il suo corpo e a tramutarsi nella costellazione che è detta ‘l’Avida’, perché ribolle l’urlo nell’uomo che non si contiene”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stelle sono i puntelli che minano la paura – che l’uomo pattugli di storie l’oscurità è un ambito della sua debolezza – senza ambasciatori vogliamo essere aggiogati alla gioia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cercherò tua sorella – sono pronto a disseppellirla – a fecondare un cadavere – purché riconosca tracce di te. Saprei uccidere tuo padre</strong> – per esserti padre, sorella, creatore. Piuttosto, andrò alla ricerca dei tuoi carcerieri, per avere istruzioni su come farti godere allietando il dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vedo le anime di chi mi è intorno: torme di anime, sulla strada, come pesci, saltano ovunque, con bocche allucinate, che abbagliano richieste archiviate millenni fa – <strong>da che mondo veniamo e perché abbiamo questo bisogno indifendibile di una casa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Voglio vedere il Baltico. Ho ricevuto una richiesta da Kaliningrad: un collezionista ha comprato una mappa celeste del Seicento, di fattura olandese, con raffigurazioni pregiate. Sopra il muso del Drago una ragazza, che nella cartografia è detta Virile, allieva della Vergine, offre al mostro il braccio, in pasto. “Secondo lei la ragazza intende trasformare il Drago in uno sposo innocuo o è lei, piuttosto, la causa della sua mostruosità?”, mi ha chiesto il collezionista, dice di chiamarsi Anton, è di una eleganza pudica, eccessivamente magro, con il viso simile a un’arma, aggressivo. <strong>Ha aperto la carta sul tavolo della sala, troppo ampia, guarnita di finestre che sbocciano sulla piazza centrale di Kaliningrad – ci si potrebbe costruire una piscina, penso – lui dice, “potrei vinificare il Baltico, raccoglierlo in bottiglie, venderlo” – ride ammettendo che la malizia è l’occasione che stabilizza il mondo.</strong> Mi informo sempre riguardo ai miei clienti. Anton – che a volte si fa chiamare Gustav, altre Friedrich – ha trattato con russi e tedeschi, perché tutti apprezzano chi è rapace e sa tradire con glaciale onestà – costruisce navi. Ha dieci figlie, avute da donne disparate e disperse – abitano con lui – dicono che siano le sue concubine. Amo gli uomini oscuri per credermi una fiamma. Gli ho risposto che non credo nei mostri come non credo negli innocenti. Soddisfatto, ha raddoppiato la cifra che gli ho chiesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatti scopare da Max Brod, magari scoprirai qualche segreto su Kafka – <strong>io voglio essere l’unico uomo che non ti tocca – io ti rammendo a me, io ti prendo da terra, ti cucirò l’anima alla lingua</strong> – ma Israele, davanti a me, ha il muso di un cane, ringhia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Anton mi ha consigliato Else – una prostituta per ricchi. Ho preteso che mi ferisca. Mi tolgo la maglia. Schiena continentale, dice. Io sono niente. Io costruirò una nuova mappa del cielo, con costellazioni diverse, mai viste, perché così, forse, questo mondo muterà in timore del cosmo, sarà come girare una manopola, azionare un meccanismo a contrario. Le ho chiesto, prendi il coltello, incidi una linea parallela alla mia spina dorsale, ti pago. <strong>Anton aveva ragione – Else ha l’indifferenza dei santi, dei salvi. Mi segna, sanguino – la tua spina dorsale è un’anguilla, le vertebre barcollano, forse hai inghiottito un’anguilla, fa lei, e ride, e i muri comprimono la sua risata in un cubo.</strong> Così misuro la distanza genetica che c’è tra Baltico e Israele, tra me e la mia donna, il mio compito, le ho detto – poi ho preteso di dormire in cucina, mentre lei esercitava l’arte – altri due clienti, un bancario e il prefetto della città – perché sentire altri che si amano fino al gemito mi rassicura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho segnato tutte le mie donne. Con un ago. Ho inciso su ciascuna il profilo di una costellazione</strong> – perché il legame sia assolutamente astrale, assurdo fino all’assoluto – so come chiamarle a me, non sanno che obbedire.</p>
<p style="text-align: justify;">Anton mi ha detto che all’epoca dell’imperatore Traiano, in questi luoghi viveva un grosso mercante di bestie e di schiavi. La sua specialità erano gli animali esotici: di solito, trafficava in orsi bianchi. <strong>Una volta – ne parla perfino Tacito, giura Anton – ha deciso di allevare ghepardi, da destinare agli anfiteatri della Gallia. I ghepardi sul Baltico – li immagino trottare, come fasci di luce in mezzo al gelo</strong> – che immagine meravigliosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Quando amo, amo interamente, come un internato”: un progetto letterario di Tomassini &#038; Brullo, “Senza gestire l’ignoto” (seconda puntata)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 05:24:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tel Aviv, 15 gennaio 1950 Mi guardavo davanti lo specchio dell’armadio bruno che avevo coperto con una tenda di Damasco. Ero appena arrivata. Indossavo un prendisole. Sorridevo forse? Era primavera? Non è mai primavera. Quanti mesi sono passati? Fuori dal campo, dopo te. Praga. Ho letto di Anna. Ho tirato via la tenda. Mi guardo. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/">“Quando amo, amo interamente, come un internato”: un progetto letterario di Tomassini &#038; Brullo, “Senza gestire l’ignoto” (seconda puntata)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tel Aviv, 15 gennaio 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardavo davanti lo specchio dell’armadio bruno che avevo coperto con una tenda di Damasco. Ero appena arrivata. Indossavo un prendisole. Sorridevo forse? <strong>Era primavera? Non è mai primavera. Quanti mesi sono passati? Fuori dal campo, dopo te. Praga.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto di Anna. Ho tirato via la tenda. Mi guardo. Ho tolto i vestiti, riposti sul letto inospitale. Oggi nevica. È una strana neve.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne fuori si agitano convulsamente, corrono da un canto all’altro, guardano in direzione dell’orizzonte. Poi entrano in casa, di corsa, chiudono l’uscio. <strong>Tutto è frenetico, ridicolo. Veloce. Adesso rido. Non ci sono piroscafi. Sciocche.</strong> Non dovrebbero aspettare un tempo inutile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scriverò una storia dedicata al marito di Irina, disperso durante la spedizione, nella foresta, a 15 chilometri da Kirov</strong>, la ritirata del ’43. Le foreste e le brume, le nuche imbiancate dei morti. No no. Dove sarà finito? La neve si scioglierà. Lo troveranno. Irina non smette di pregare. Lo troveranno.</p>
<p style="text-align: justify;">La sera le leggerò qualcosa, ad Irina intendo. Qualcosa della storia che scriverò. <strong>Lei ci crederà, smetterà di premersi il ventre, piegarsi, urlare oscure giaculatorie.</strong> Sederò accanto a lei, nel canapè duro e ruvido dove dorme rincantucciata. È un corpo grondante miseria, la pelle le frana su un ricordo vago di fulgore e morbidezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto di Anna. Ho pensato alle tue mani: stringono le sue? Lei è bella, hai detto. Cioè hai detto che detiene la bellezza dei folli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tempo mi investe, non ho nulla addosso. Nulla. Tu non mi vedrai. Non sono bella. Sono sciupata.</strong> <strong>Una giumenta senza grembo. Il mio biancore è una provocazione esanime. Non ho memoria. Non toccarla.</strong> Non dimenticarmi. Copro i miei seni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sono finita? Come accoglierti ancora?</p>
<p style="text-align: justify;">Non so. Di colpo, non ho memoria. Riesco a ridere con le altre, quando qualcuna punge il polpastrello nell’imbastitura della stoffa e impreca in una lingua confusa. Bulgaro? Ceco? Polacco?</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo salve. E ridiamo. E di colpo zittisco. Di colpo tace la vita. Mi investe il tempo, una mannaia che non fende, vorrei soggiacervi. È un golem. Creatura mostruosa, l’anima rubata dal rabbino. La mia indomita non la riconosco. Accendo le candele, un venerdì, fuori il buio non mi raggiunge. <strong>La mia anima indomita era il vanto e la resistenza. Quel venerdì ho realizzato di averla ceduta. L’anima al rabbino.</strong> Prima del ’41. Le fanfare. La squadriglia di fantocci ossuti, le righe che si infilano in tramati di delirio fissi nell’iride vitrea di un senza nome, la iuta, le grida. Wstawać.</p>
<p style="text-align: justify;">È entrata Magoska, mi ha sorpresa davanti lo specchio, nuda, gelata. Piangi. Sì, Magoska, piango. Mi ha messo su il cappottino che avevo gettato sul letto. Non lo avevo piegato. La gonna e la maglia sì, piegate bene, sul guanciale. Una sopra l’altra. Con il cappotto sulle spalle sono uscita fuori, in cortile. Ero scalza. Magda mi corre dietro. <strong>Io cerco te. Sono divorata da te, dalle tue parole, sono divorata. Le tue mani.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa farmene di questo vuoto, lo sciacallo che morde le mie viscere, non teme la mia pazienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nevica. Non è mai successo da quando son qui. Oh la neve. Sono in ginocchio, i capelli sono umidi, serpi sulla mia schiena. Non li lego. </strong><strong>Non voglio.</strong> Magda mi aiuta ad alzarmi. Coraggio. Io piango ancora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dovresti ripetermi adesso il tuo nome. Finire il tuo lavoro. Avere tutto di me. Prendere tutto di me. Non lasciare altro. Nulla. Non avere pietà.<br />
</strong>Andiamo, dice Magda. Mi prende la mano. Entriamo. Mi veste come farebbe con una bambina. Sono seduta sul letto, mi veste con gli abiti della notte. Non so che ore siano. Chiude la porta. Accende la radiolina.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Zwycięstwo, 30 gennaio 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ti avrò raggiunta, non esisterò più, sarò piccolo come un ago, sottile come una corda, potrai inchiodarmi al muro,</strong> potrai spezzarmi, potrai legare i tuoi vestiti, usandomi come un nastro, come un laccio, potrai ucciderti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho visto la tua nudità – senza di me non sei nuda davvero, solo io ho competenza sul tuo biancore – mi chiamo Nathan, che significa donato, sono un dono, un dono definitivo, per te. Ma devo donarmi a te come una cosa nuova, inaudita. Una settimana fa ho lasciato mia moglie – l’ho lasciata con una lascivia perentoria – <strong>ho ammirato il suo pianto, in cucina, così cristallino, mi sorprende sempre che qualcuno possa amarmi fino a scavare il suo corpo – il corpo è cera e le lacrime lo lacerano come fiamme dispari –, ed era mia, capisci, qualcosa che con indifferenza avrei potuto modellare per un altro, per un’altra vita.</strong> Ciò che mi irritava, in quell’istante, mentre la luce, sulle finestre, sembrava un prato, piuttosto, era che una ragazza, si chiama Vera, se non sbaglio, come te, ha scritto di non volermi più vedere, con mortificante spavalderia. Ho sposato mia moglie perché era primo violino al Conservatorio di Parigi, poi ha cominciato a dare lezioni private, a Praga, fornendo materia carnale alle mie seduzioni. <strong>Quando amo, amo interamente, come un internato, e non ammetto clausole, non cedo all’abbandono.</strong> Non mi ha piegato neppure il pianto – a comando – di mia figlia, Rebecca. Le ho detto, così sarò indimenticabile, la causa del tuo tormento, d’altronde una donna non cerca che una causa eccellente per lamentarsi lungo le ambiguità della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Scappa da me. Per essere nuovo, un dono, devi perdonarmi, continuamente. <em>Giustificazione</em> – così dice il mio amico Peter, luterano, che ha un negozio di coltelli vicino alla sinagoga. <strong>C’è affinità nell’esercizio di limare le lame e nel giudicare, penso, la stessa che c’è tra la parola ‘decalogo’ e ‘dissanguare’ – in ogni caso, Vera, sei tu la causa della mia rovina. Bisogna perdersi, morire, capitolare, sentirsi soli al mondo, per conoscere l’amore.</strong> Tu sei giunta come uno schianto – ho trame di te sotto le unghie della mano sinistra – poi sei scappata – ti inseguo, per finirmi. <em>Giustificazione </em>vuol dire che i nostri gesti sono un fallimento, sbilanciano il creato, sono colpi di zappa nella gola di Dio, recano agnelli alla sua vittoria – l’uomo si massacra perché Dio lo premi.</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto, è insopportabile il refluo dei pianti, una piantagione di accuse e di ricatti… incaricarsi di un uomo è più difficile che interpretare i sensi sovrapposti, intrepidi di un versetto biblico. <strong>Tu racconti storie alle infelici, per educare alla perdita, per rammendare il rammarico – io lacero la storia, non è strano? Quando mi vedrai, sarai tu a raccontarmi, a dirmi chi sono. Ma cosa te ne farai di un uomo senza destino?</strong> La notte scorsa, per puro agonismo – non te l’ho detto: non amo le cose inconcluse, le forme imperfette, ciò che non ha risposta in un aldilà del credo – sono andato a casa di quella ragazza, Vera, avrà vent’anni, è una ventata di gioia, di gioviale stupidità. C’era la madre – la fortuna le è stata benevola, penso, guardando la casa, in una via centrale di Praga, con superdotate ricchezze, un lusso barbaro. Il marito ha una industria tessile, durante la guerra si è piegato a tessere le divise dei soldati tedeschi – il vizio è stato redditizio, la viltà lo ha scagionato. Le ho parlato convincendola che non sono un mondano, mi sono fatto offrire la mano, l’ho letta, mescolando arguzia, astrologia, superstizione. Ha sorriso. E ha gradito il resto.</p>
<p style="text-align: justify;">Devo sporcarmi perché tu mi scopra, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ti scrivo dal confine polacco, da Zwycięstwo, che significa “Vittoria”, è uno dei tanti, piccoli villaggi costruiti dai soldati russi come una pattuglia, dopo la guerra. I soldati hanno deciso di fermarsi qui – per ordine del cuore o del partito?, è lo stesso – tra campi di scalmanati papaveri, dove l’odore del bosco ha vigore di gas. I russi si sono uniti alle vedove dei militari polacchi, hanno figliato, producendo una generazione nata dalla vigliaccheria. <strong>Mi piace questo luogo perché qui il tradimento diventa vita, la tratta della codardia, perché qui la rottura dei patti nuziali sancisce legami sotterranei, vili, ma letali: penso che l’amore possa stabilirsi soltanto tra uomini che abbiano vissuto molte vite, stagionate, almeno sei.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella piazza di Zwycięstwo, totalmente ricostruita, c’è il negozio di Bruno, uno scaltro antiquario. Mi ospita nel magazzino del negozio – gli ho comprato una carta celeste stampata nel 1727 a Parigi. Non è particolarmente pregiata, è particolare chi l’ha posseduta. La mappa è stata acquistata nel marzo del 1751 da Giuseppe Maria Buonaparte, il nonno di Napoleone, poi è passata al futuro imperatore. Napoleone amava studiare le stelle, ha conquistato la terra sperando di aggiogare i cieli, si muoveva, dicono i suoi consiglieri, seguendo i moti della Lince, la costellazione che sentiva propria: “oggi cavalco la Lince”, urlava, prima di inaugurare battaglia. <strong>La debolezza di un re che tempra la propria fragilità misurandosi con le stelle, inguainato di sogni celesti, inguaiato tra le sottane dei potenti, mi affascina. Dicono che Napoleone portasse sempre con sé la carta celeste ereditata dal nonno: per questo la voglio.</strong> Bruno mi ha fatto un buon prezzo – in questo tratto d’Europa si è ricchi con poco – potrò rivendere la carta decuplicando la cifra – poi verrò da te, con occhi svuotati dalla luce. Bruno è polacco, ha cinquant’anni, e con viziata gioia mi mostra la moglie, ne avrà diciotto, penso, è incinta, “l’esito delle mie contrattazioni con i russi”, mi dice, ammiccando a qualcosa che ignoro. <strong>Capisco che è disposto a offrirmela – viso tondo, capelli da bambola, la mistificazione dell’innocenza – ma l’ho rifiutata. Eppure… tu devi sapere che svendo, sempre, ciò che amo fino all’atrocità.</strong> Ciò che tocco si disfa, Vera, ciò che adoro matura in disastro, sono l’uomo che porta dolore ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa notte ho inghiottito una delle mie tigri di vetro – piccola, come l’unghia del mignolo – è una tigre azzurra – i cinesi dicono che appare una volta sola nell’arco di un secolo, entra nella stanza dell’imperatore, se ne nutre. <strong>La tigre azzurra appare per sconvolgere la Storia, per deviarne i cardini e i capi: l’ho inghiottita per capovolgere Israele, per ridurlo a un bicchiere, per berti.</strong> Dicono che la tigre azzurra sappia prendere la forma della sua preda. Ora mi sentirai addosso, Vera – ti stringo come la paura, come il virus che corrode, con amata lentezza, il tuo corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivimi, perché le tue parole misurano la tattica del mio destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p><strong><em>** &#8220;Senza gestire l&#8217;ignoto&#8221; è un progetto letterario di <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Veronica Tomassini</a> e di Davide Brullo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/">“Quando amo, amo interamente, come un internato”: un progetto letterario di Tomassini &#038; Brullo, “Senza gestire l’ignoto” (seconda puntata)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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