<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Silvia Stucchi Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/silvia-stucchi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/silvia-stucchi/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 15 Jun 2022 04:21:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Muore giovane chi è caro agli dèi&#8230; Per i 50 anni di Lady Oscar</title>
		<link>https://www.pangea.news/lady-oscar-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 04:16:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[anime]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Graphie]]></category>
		<category><![CDATA[Lady Oscar]]></category>
		<category><![CDATA[manga]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=91263</guid>

					<description><![CDATA[<p>Serializzato dal 1972, “Lady Oscar” è uno degli anime di maggior successo, capace di fagocitare fan. Ideato da Riyoko Ikeda e Osamu Dezaki, tratto, in parte, dal romanzo biografico di Stefan Zweig dedicato a Maria Antonietta, il film animato mescola ambiguità e grandezza, erotismo ed eroismo. Ai “Cinquant’anni con Oscar” è dedicato un saggio di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lady-oscar-silvia-stucchi/">Muore giovane chi è caro agli dèi&#8230; Per i 50 anni di Lady Oscar</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Serializzato dal 1972, “Lady Oscar” è uno degli anime di maggior successo, capace di fagocitare fan. Ideato da Riyoko Ikeda e Osamu Dezaki, tratto, in parte, dal romanzo biografico di Stefan Zweig dedicato a Maria Antonietta, il film animato mescola ambiguità e grandezza, erotismo ed eroismo. <a href="https://www.graphe.it/scheda-libro/silvia-stucchi/lady-dal-fiocco-blu-9788893721660-619144.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ai “Cinquant’anni con Oscar” è dedicato un saggio di Silvia Stucchi, latinista, edito da Graphie: “Lady dal fiocco blu?”. </a>Dal libro abbiamo estratto parte dell’ultimo capitolo, per gentile concessione.</em></p>



<p>***</p>



<p>Concentriamoci ora sugli ultimi episodi della serie, e, soprattutto, sull&#8217;avvenimento che segna il precipitare degli eventi verso la tragedia, ovvero, la morte di André, su cui è imperniato l&#8217;episodio 38, intitolato, nell&#8217;adattamento italiano, <em>Addio, André</em>, mentre nella versione originale suona, come sempre, molto più poetico e allusivo: “Il suo sorriso non tornerà mai più”.</p>



<p>La morte di André (&#8230;) è sempre e comunque un colpo (&#8230;). E, come accade per i personaggi – letterari, filmici o, in questo caso, di un <em>anime</em> – che davvero hanno una grandezza e uno spessore psicologico che li rende quasi reali, che ci sembrano più vivi di tanta gente in carne e ossa, è facile essere turbati dalla insensatezza di certe morti, e dalla apparente crudeltà degli autori che fanno uscire di scena così bruscamente i personaggi che hanno creato.</p>



<p><strong>Tale è la fine di André: il proiettile che lo colpisce e la sua morte mi facevano sempre profondamente adirare, come ogni morte insensata (insensata per me, non nella logica interna del racconto, ovvio!).</strong> Razionalmente, si tratta di uno sciupìo, cui lo spettatore si ribella: André abbraccia la causa della Rivoluzione, e si imbarca, ormai quasi cieco, in una impresa rischiosissima. La prudenza vorrebbe che riconducesse Oscar a più miti e razionali consigli, mentre il suo abbracciare la causa della libertà e della rivoluzione diventa un rischio enorme cui, oggi, noi, spettatori adulti, ragionevoli, pacati, vorremmo sottrarci: chi di noi non ha pensato, almeno una volta, che André, dopo una intera esistenza trascorsa cercando di spegnere, con la sua tranquilla ragionevolezza, gli ardori e le fiammate d&#8217;orgoglio del carattere di lei, avrebbe dovuto anche in quella mattina del 13 luglio indurla a più miti consigli? Chi non ha pensato, almeno una volta, che André avrebbe dovuto allontanarsi, insieme alla sua Oscar, da una Parigi ormai messa a ferro e fuoco, sposandola, come aveva ammesso di voler fare nel drammaticissimo confronto con il Generale Jarjeyes (cfr. l’episodio 35)? Perché esporsi, insieme, a un rischio tanto grande?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="586" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-dal-fiocco-blu-619144-586x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91264" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-dal-fiocco-blu-619144-586x1024.jpg 586w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-dal-fiocco-blu-619144-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-dal-fiocco-blu-619144-600x1049.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-dal-fiocco-blu-619144.jpg 618w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p><strong>La ragione è che i nostri protagonisti hanno la statura degli eroi: anzi, una generazione e forse due ha incontrato loro come primi eroi, forse prima delle letture dall’Iliade alle scuole medie; e agli eroi, come insegna il mito, non è dato morire di vecchiaia, pacificamente circondati da figli e nipoti.</strong> Quella morte solo apparentemente insensata e certo sconvolgente nella logica del racconto è perfettamente logica e razionale, ma lo si capisce – con dolore – solo da adulti; come solo crescendo si comprende che, nella ferrea logica interna di quella perfetta tragedia creata da Riyoko Ikeda, la notte magica del 12 luglio non è &#8220;l&#8217;inizio di un nuovo corso&#8221; della vita dei protagonisti, ma deve essere l&#8217;atto finale e il culmine di un amore lungo oltre quattro lustri, per cui arriva alla fine della storia, ed è unica e irripetibile. (&#8230;)</p>



<p>L&#8217;insensatezza della morte di André colpisce lo spettatore dell&#8217;<em>anime</em> ancora più di quanto non accada al lettore del <em>manga</em>: qui, il proiettile fatale raggiunge André perché si è lanciato a proteggere Oscar dal tiro di un fuciliere nemico<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, ed è Alain a uccidere chi ha sparato ad André. <strong>L&#8217;avvenimento è tragico, ma, in fondo, è perfettamente coerente con il carattere del personaggio, protettivo sino all&#8217;estremo sacrificio di sé (&#8230;). Nell&#8217;<em>anime</em>, la mano di Dezaki carica ancora maggiormente la drammaticità della sequenza: André viene colpito al petto, non in battaglia, ma in un momento di quiete, da un soldato qualsiasi, non certo per proteggere Oscar, ed è lei stessa a freddare il fuciliere che ha sparato ad André.</strong> Questa morte, così, appare ancor più casuale e insensata – come banali, casuali e insensate sono le morti di tanti, troppi, caduti nelle guerre di ogni tempo –, e apre il funesto giro di danze della Rivoluzione (&#8230;). Ma, in fondo, André qui assurge quasi a novello Protesilao, primo morto a Troia, ucciso non appena messo piede dalla nave sulla terraferma, e dopo una sola nottata trascorsa con la sua amata Laodamia, che lo seguirà presto nella morte: una dimensione mitica e un&#8217;aura tragica che si addicono perfettamente a Oscar e André.</p>



<div type="product" ui="style-2" ids="90793 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>La notte del 13 luglio è per Oscar il contraltare della felicità assoluta provata solo ventiquattro ore prima: è una nottata di dolore straziante – che si riverbera anche sullo spettatore – in cui la protagonista vaga per Parigi, in preda non solo all&#8217;afflizione più totale, ma anche al rimorso per non essere riuscita a fare prima chiarezza nei suoi sentimenti:</strong> “<em>I</em> <em>loved you, André. Probably from long ago. I realized it too late</em>” (Io ti amavo, André. Probabilmente da molto tempo). La consapevolezza tardiva della felicità mancata la tormenta: “<em>If I realized that I loved you sooner, we could have had a much better days together&#8221;. You were beside me too quietly and too kindly. So that I didn&#8217;t realize my love for you!</em>” (Se avessi capito prima che ti amavo, avremmo potuto vivere molti giorni migliori, insieme. Tu eri accanto a me, troppo silenzioso e gentile. Così non mi sono resa conto del mio amore per te!). E, alla fine, arriva richiesta di perdono accompagnata da una terribile autoaccusa: “<em>Forgive me, André. Not realizing one&#8217;s love is more sinful that betraying one&#8217;s love</em>” (Perdonami, André. Non accorgersi dell&#8217;amore di qualcuno è un peccato più grave che tradire l&#8217;amore di qualcuno): una notte terribile, con una sofferenza che è autentica catarsi tragica, quasi la realizzazione del motto eschileo secondo cui <em>pathei mathos</em>, attraverso la sofferenza addiviene un insegnamento, una consapevolezza, per una mente che è stata troppo a lungo offuscata, come annebbiata da <em>ate</em>.</p>



<p><strong>Muore giovane chi è caro agli dèi? Forse. La morte di Oscar e André, moderna riproposizione dell’archetipica coppia omerica di eroi formata da Achille e Patroclo, non può che essere eroica, come si conviene a due personaggi che rivivono, molti secoli dopo, il nobile ideale della <em>kalokagathia</em>.</strong> La morte di Oscar il giorno dopo, sotto le mura della Bastiglia, dopo una nottata di dolore disperato, e senza vedere, nell&#8217;<em>anime</em> – altro carico da undici aggiunto da Dezaki –, la fortezza cadere e arrendersi – a differenza che nel<em> manga </em>(in cui muore augurando “Lunga vita alla Francia”) –, è solo la naturale conseguenza di quella di André: perché nessuno dei due avrebbe potuto nemmeno immaginare di vivere senza l&#8217;altro.</p>



<p>Perché, nonostante le lacrime dei fan, e le innumerevoli <em>fan</em>fiction che, negli anni, hanno immaginato, immaginano e immagineranno una conclusione diversa e una possibilità di sopravvivenza per i protagonisti dopo i fatti del luglio 1789, <strong>gli eroi non possono invecchiare, e, secondo la logica interna del racconto di R. Ikeda e di O. Dezaki, il finale non può che essere quello che conosciamo</strong>, e che da decenni immancabilmente, ci turba e ci fa piangere.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Cfr. Vol. 5, p. 74, edizione J-Pop, 2021.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lady-oscar-silvia-stucchi/">Muore giovane chi è caro agli dèi&#8230; Per i 50 anni di Lady Oscar</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/lady-oscar-181831-1-1024x641.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>&#8220;Fidanzate alla prova&#8221;: quando il catalogo delle fanciulle si sceglieva col prete, senza tinder!</title>
		<link>https://www.pangea.news/fredrich-august-schulze-fidanzate-alla-prova-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 05:25:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Fredrich August Schulze]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=89669</guid>

					<description><![CDATA[<p>È possibile  trovare un romanzo inedito, pieno di garbo e umorismo, di satira sottile, che sia sfuggito per oltre duecento anni ai traduttori italiani? Difficile, ma non impossibile: è il caso di Brauproben, ossia Fidanzate alla prova di Fredrich August Schulze (Marietti 1820), tradotto da Aldo Setaioli, uno dei massimi latinisti italiani ed europei, già [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fredrich-august-schulze-fidanzate-alla-prova-silvia-stucchi/">&#8220;Fidanzate alla prova&#8221;: quando il catalogo delle fanciulle si sceglieva col prete, senza tinder!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È possibile  trovare un romanzo inedito, pieno di garbo e umorismo, di satira sottile, che sia sfuggito per oltre duecento anni ai traduttori italiani? Difficile, ma non impossibile: è il caso di <em>Brauproben</em>, ossia <a href="https://www.mariettieditore.it/9788821113451-fidanzate-alla-prova"><em>Fidanzate alla prova </em></a>di Fredrich August Schulze</strong> (Marietti 1820), <strong>tradotto da Aldo Setaioli</strong>, uno dei massimi latinisti italiani ed europei, già professore all&#8217;Università di Perugia, e ora Professore Emerito, grande poliglotta e uomo <em>polytropos</em>, dai molteplici talenti e dagli interessi culturali vasti come il mare, dal fumetto di Carl Barks alla letteratura tedesca di inizio XIX secolo. Con questa traduzione, Setaioli ci fa conoscere F. A. Schultze, nato a Dresda nel 1770 e morto nel 1849. Schultze visse nel periodo di massimo fervore intellettuale della Germania, all&#8217;epoca una vera fucina di geni, che avrebbe influenzato la cultura di tutto l&#8217;Occidente in modo determinante. Schultze fu in contatto con molti protagonisti di questa grande fioritura culturale, eppure ne fu solo marginalmente influenzato nella sua produzione letteraria, che fu per lo più pubblicata sotto lo pseudonimo di Friedric Laun, ma anche di Jeremias, Felix Whongelmuth, Helldunkel ed Heinrich Spieß.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89672 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/9788821113451-200x300.jpg" alt="" width="352" height="525" /></p>
<p><em>Fidanzate alla prova</em> nasce in piena epoca romantica, ma è interessante che, come sottolinea A. Setaioli, traduttore e curatore del volume, <strong>sebbene il romanzo sia collocato in pieno Romanticismo, sembra non essere minimamente toccato da questa corrente culturale e letteraria</strong>: esso, nonostante non fosse fra le opere preferite dell&#8217;autore (tanto che non lo incluse nelle sue Gesammelte Schriften), presenta molti punti di interesse, dato che ci offre un quadro tutto sommato affidabile dell&#8217;alta borghesia tedesca, ricca, ma in generale non molto interessata si grandi movimenti culturali di quell&#8217;epoca, in piena Restaurazione (il Congresso di Vienna si era da poco concluso). <strong>Tutti i personaggi principali dispongono di servitù e i rapporti sono assai formali: persino tra fidanzati ci si dà del lei, e così il quarantenne protagonista si rivolge al padre, che resta senza nome dall&#8217;inizio alla fine del romanzo, e che forse è il riflesso di una mancanza di rapporto con la figura paterna da parte dell&#8217;autore: infatti, il padre di Schulze, banchiere, si impegolò in rischiose speculazioni, che lo portarono a indebitarsi al punto tale che, per sfuggire ai creditori, fuggì, scomparendo nel nulla.</strong></p>
<p>Quanto alla trama di <em>Fidanzate alla prova</em>, immaginate di essere un distinto scapolone, giunto alle soglie dei quarant&#8217;anni senza essere ancora incappato nella tagliola del matrimonio e senza aver combinato molto nella vita, eccetto la conquista dell&#8217;ambito titolo di dottore, e un lungo viaggio di formazione, il <em>Grand Tour</em> caro ai nostri antenati. Tale è la situazione di Max, protagonista e voce narrante. Siamo nella Berlino dell&#8217;anno 1819, in piena Restaurazione, e Max, tornato a casa, scopre, però, con raccapriccio, la sorpresa, o meglio, il brutto tiro che il padre ha in serbo per lui; trovarsi una moglie, entro un anno, e metter su famiglia; altrimenti sarà diseredato. Immaginate il colpo! Ma Max è un uomo pratico, per cui si mette subito in cerca della fidanzata ideale, aiutato dal fido servitore &#8211; angelo custode Niklas, che ce la mette davvero tutta per comporre, a beneficio del suo padrone e pupillo, un buon catalogo di possibili fidanzate. <strong>E, non esistendo <em>Tinder</em> o <em>FB Dating</em>, a chi ci si rivolge per conoscere abitudini e condotta morale delle giovani candidate? Ma al sacrestano, ovviamente, proprio come, sino a pochi decenni fa, era il parroco, soprattutto nei paesini, a consigliare, benedire, e, a volte, persino a combinare certe unioni.</strong></p>
<p>Per Max, assistito da buon Niklas, una sorta di affettuoso e sollecito padre vicario, la questione matrimoniale si risolve, essenzialmente, in un affare, necessario per non perdere la cospicua eredità paterna (o meglio, come si specifica nel corso del romanzo, la quota eccedente la legittima). <strong>Il catalogo matrimoniale, compilato controvoglia, ma con diligenza tutta tedesca, dal buon Niklas, non tiene in alcun conto i sentimenti, e non si discosta, in sostanza, dai campionari di contatti assemblati dalle moderne agenzie di incontri, che propongono una serie di incontri concepita in astratto, con qualità e caratteristiche di vario genere, senza tenere conto dei sentimenti, che nascono solo dalla conoscenza.</strong> Gli esiti saranno nefasti: le ragazze che Niklas propone a Max, infatti, hanno, sulla carta, tante qualità, ma si presenta sempre qualche circostanza inaspettata: la prima giovane, Emma, figlia di un consigliere per l&#8217;edilizia (quanti titoli roboanti hanno i padri di queste ragazze!) non solo si rivela una pessima cuoca, incapace di far servire all&#8217;aspirante fidanzato una zuppa che non sia bruciata, ma, al di là del suo bel visino, non ha alcuna <em>verve</em>, è incapace di sostenere una conversazione, e, alle domande del povero Max, non sa rispondere che dei freddissimi &#8220;sì&#8221; o &#8220;no&#8221;, tanto che al protagonista vengono i brividi alla prospettiva di restare per la vita in compagnia di quella bella statuina. Si passa dunque alla seconda candidata, Laura, figlia di un medico, bruna (significa qualcosa: siamo pur sempre in Germania), dotata di buon carattere, anche se qualcuno le rimprovera di amare troppo gli anelli e di mettere troppo in mostra le mani. Purtroppo, la conoscenza comincia sotto pessimi auspici: lo scoiattolo della giovane scappa infatti fuori dalla porta, Max si lancia a inseguirlo, e in quel momento incrocia una carrozza, dentro la quale vede una ragazza dall&#8217;incantevole profilo, che lo conquista fulmineamente: ma, ahimé, alla maniera della &#8220;passante&#8221; cui Baudelaire dedica la sua celebre poesia, quella fuggitiva bellezza sparisce, inghiottita dal traffico della città. Del resto, l&#8217;auspicato fidanzamento con Laura fallisce prima di iniziare, dato che Max, recuperato lo scoiattolo, lo uccide accidentalmente, dandogli da mangiare delle mandorle amare, e scoprendo il lato facile all&#8217;ira  &#8211; ma chi non uscirebbe dai gangheri? &#8211; della giovane. Le ragazze che Max conosce poi sono: una aspirante poetessa, Bertha Miller, che dimostra però una incredibile insensibilità torturando le farfalle che colleziona, trafiggendole vive con uno spillo; una giovane gentile, Kornelia Turkheim, con qualche segno lasciato dal vaiolo sul volto, ma, soprattutto, con una amatissima nipotina, che potrebbe essere facilmente una figlia, dato che la ragazza l&#8217;ha portata con sé da una stazione termale dopo esservisi trattenuta per circa un anno, e dato che, l&#8217;autunno precedente la sua presunta malattia un aitante ufficiale aveva preso una stanza in affitto in casa sua; e poi Gottliebe, la giovane orfana di un pastore protestante, tanto buona, gentile, bene educata, ma insensibile alla sofferenza di un maiale macellato, e, anzi, desiderosa di assistere con entusiasmo alla scena. Eppure, a un certo punto Max pensa di avere incontrato la donna ideale, Elise, giovane vedova, che tuttavia sembra coltivare una eccessiva familiarità con una coppia di gemelli: e solo <em>in extremis</em> Max si salverà dal matrimonio con la donna, che da tempo è l&#8217;amante del giovane amico, con cui era probabilmente in intimità anche prima di contrarre il matrimonio con il consorte defunto.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89674 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/Friedrich_August_Schulze_2-230x300.jpg" alt="" width="365" height="477" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Friedrich_August_Schulze_2-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Friedrich_August_Schulze_2.jpg 640w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Il padre, allora, colto da pietà, accorda ancora a Max tre mesi di tempo, e il giovane si impegola non con una, ma con tre ragazze, due vedove (i mariti morivano davvero come mosche nella Germania del tempo!) e la giovane della carrozza, Therese, fortunosamente ritrovata. Ma c&#8217;è un grosso ma&#8230;.: la prima vedova, Tina, ostenta un lutto rumoroso e quasi caricaturale, e un attaccamento per Max che ha tutti i tratti della forte gelosia; la seconda, Helena, ha un contegno impeccabile, è dignitosa ed elegante, e sembra persino intenzionata a prendere il velo dopo la morte del coniuge. Therese, invece, è semplicemente perfetta, ma, ospite a casa sua, Max impallidisce quando la ragazza, facendo un movimento per alzarsi, lascia cadere dalle spalle il suo bellissimo scialle turco, rivelando una gobba spropositata. Max ne è turbato, eppure le preferenze del suo cuore continuano a essere indirizzate verso la bella e dolce Therese&#8230;<strong><em>Fidanzate alla prova</em> è una piacevolissima scoperta, percorso com&#8217;è da una vena sottilmente ironica perfettamente resa dal traduttore, Aldo Setaioli, grandissimo latinista, Professore emerito all&#8217;Università di Perugia, e traduttore d&#8217;eccezione di questo gioiellino sinora sconosciuto in Italia.</strong></p>
<p><em><strong>Silvia Stucchi</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fredrich-august-schulze-fidanzate-alla-prova-silvia-stucchi/">&#8220;Fidanzate alla prova&#8221;: quando il catalogo delle fanciulle si sceglieva col prete, senza tinder!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/screenshot.3-2-1024x718.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Che t’importa con chi faccio l’amore?”. La vita inimitabile di Marco Antonio</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-antonio-salerno-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 09:15:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Antonio]]></category>
		<category><![CDATA[Salerno]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=80767</guid>

					<description><![CDATA[<p>La nuova biografia di Marco Antonio, edita da Salerno a firma di Giovannella Cresci Marrone completa e amplia il ritratto del personaggio presentato in un saggio di alcuni anni fa, che recava un significativo titolo: Marco Antonio. La memoria deformata (2013); questo Marco Antonio. La vita “inimitabile” del triumviro che contese l’Impero a Ottaviano rappresenta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-antonio-salerno-stucchi/">“Che t’importa con chi faccio l’amore?”. La vita inimitabile di Marco Antonio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La nuova biografia di <strong>Marco Antonio, edita da Salerno</strong> a firma di Giovannella Cresci Marrone completa e amplia il ritratto del personaggio presentato in un saggio di alcuni anni fa, che recava un significativo titolo:<em> Marco</em> <em>Antonio. La memoria deformata</em> (2013); questo <a href="https://www.salernoeditrice.it/prodotto/marco-antonio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Marco Antonio. La vita “inimitabile” del triumviro che contese l’Impero a Ottaviano</em></strong> </a>rappresenta dunque il punto di arrivo di molti anni di studi dell’autrice, Professore ordinario di Storia Romana presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venzia e autrice in passato di un volume che è un caposaldo per lo studio dei primordi dell’Impero, <em>Ecumene augustea</em> (1993).</p>



<p><strong>Per fissare l’immagine negativa di Marco Antonio fu determinante la sua sconfitta ad Azio, nel 31 a. C., contro Ottaviano, e la conseguente <em>damnatio memoriae</em> che ne seguì: il provvedimento venne anzi varato per la prima volta proprio per il triumviro d’Oriente</strong>, e sarebbe stato cospicuamente applicato anche nei decenni successivi, per tutti quei personaggi sgraditi o sgradevoli al punto tale che, dopo la loro morte, le loro statue venivano distrutte e il loro nome cancellato da tutte le epigrafi e iscrizioni pubbliche. Così accadde ad Antonio: la sua morte per suicidio, il 1 agosto del 30 a. C., fu l’epilogo di una parabola politica esaltante, conclusa però da una devastante sconfitta militare che lasciò Ottaviano padrone dell’impero. La vittoria di Ottaviano di Azio viene celebrata da Orazio nel carme I, 37, dove però Marco Antonio non viene, significativamente, mai nominato: la scena poetica è occupata da Cleopatra, la <em>regina</em>, dapprima presentata con lo stigma della mollezza, della follia, dell’ebbrezza, e che poi, via via, nei versi del componimento, acquisisce una sua grandezza (<em>deliberata morte ferocior</em>, “resa più fiera dalla decisione di morire”, la dice il poeta). Di Marco Antonio, nemmeno l’ombra.</p>



<p>*</p>



<p>Cassio Dione (XLVIII, 41, 7) non è certo tenero con il triumviro d’Oriente e con il suo comportamento ad Azio; scrive infatti: “Marco Antonio dimostrò chiaramente di non comportarsi né da capo né da uomo e di non essere in grado di agire razionalmente, ma – come qualcuno disse scherzosamente che l’anima di un innamorato vive in un corpo altrui – di farsi trascinare da quella donna (<em>scil</em>. Cleopatra), come se fosse unito a lei e si muovesse con lei. Infatti, appena vide allontanarsi la sua nave, dimentico di tutto, tradendo e abbandonando coloro che combattevano e morivano per lui, si trasferì su una quinquereme, accompagnato soltanto dal siro Alessa e da Scellio, e seguì colei che l’aveva già rovinato e avrebbe finito di rovinarlo”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro-34.jpg" alt="" class="wp-image-80768" width="546" height="798" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-34.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro-34-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 546px) 100vw, 546px" /></figure>



<p><strong>Il <em>penchant</em> insopprimibile per il gentil sesso, la smodatezza nei piaceri – vino e sesso –, la propensione per i gesti teatrali, di grande effetto, la curiosità entusiastica per l’Oriente, tutto questo costò caro a Marco Antonio.</strong> Nello scontro con Ottaviano, che, prima ancora che militare, fu scontro ideologico, fra l’Occidente – sobrio, frugale, custode del <em>mos maiorum</em> – e l’Oriente, associato alla ricca mollezza e alla debosciatezza, si replicava quello scontro ideologico fra Occidente e Oriente, all’insegna del quale gli storici antichi, Erodoto <em>in primis</em>, hanno codificato la storia delle Guerre Persiane. Non giovò nemmeno ad Antonio il fatto che, come era invalso ormai da decenni, ognuno dei contendenti per la supremazia, in quei difficili decenni di contrasti intestini si affidasse alla protezione di una divinità particolare, finendo per identificarsi con essa, come fecero Silla con Fortuna e Pompeo con Nettuno; e, appunto, Ottaviano si identificò con Apollo, mentre Marco Antonio con Dioniso. <strong>La cosa, decisamente, si ritorse contro di lui. L’associazione con questo dio venne messa in relazione con la sua propensione per l’ubriachezza, che gli restò appiccicata addosso come uno stigma soprattutto a partire dal terrificante ritratto che Cicerone dà del personaggio nella <em>II</em> <em>Filippica</em>. Qui Marco Antonio è infatti presentato come un ubriacone inqualificabile che si presenta nella Curia vomitando pezzi di cibo della sera prima</strong> (amplificazione, questa, di uno sfortunato accadimento, avvenuto quando, il giorno successivo a una festa di nozze, Marco Antonio, che aveva ecceduto nel bere, vomitò in pubblico).</p>



<p>Del resto, Antonio avrebbe anche scritto un <em>pamphlet</em> in favore dell’ubriachezza, opera andata perduta nel naufragio delle sue opere. Scritto probabilmente in risposta a un’operetta che riprendeva le accuse ciceroniane di ubriachezza, il <em>pamphlet</em> antoniano le rintuzzava. Ne conserva una testimonianza Plinio il Vecchio (<em>Naturalis Historia</em> XIV, 147-48, qui p. 174), che però attinge da fonti retoriche fortemente ostili a Marco Antonio: “<em>Costui infatti aveva prima di lui </em>(ovvero: il figlio di Cicerone) <em>gelosamente tenuto la palma </em>(cioè il primato nel bere)<em> e aveva anche pubblicato un libro sulla sua ebbrezza in cui, osando giustificarsi, egli ha messo in chiara evidenza quali terribili mali avesse arrecato al mondo intero a causa della sua ubriachezza. Poco prima della battaglia di</em> <em>Azio vomitò quel libello, dal quale si capisce facilmente che, ebbro ormai del sangue dei concittadini, ne era tanto più assetato</em>”.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ad Alessandria, con Cleopatra, Antonio aveva dato vita a un tiaso, dei “viventi inimitabili” (da qui il sottotitolo del volume: come vediamo D’Annunzio non aveva inventato nulla), che poi, dopo la sconfitta di Azio, venne sciolto e trasformato nel tiaso dei “Compagni di morte”:</strong> gli associati intendevano morire insieme, ma, prima del gesto definitivo, intendevano trascorrere il tempo restante banchettando in letizia fin quando possibile. Nel tiaso avvenivano sbrigliatezze che poco avevano a che fare con il <em>mos maiorum</em>, di cui, al contrario, Ottaviano si mostrava pubblicamente, coadiuvato dalla consorte Livia, geloso custode. Eppure, una lettera privata (conservata da Svetonio, <em>Aug</em>. 69, qui p. 164) di Marco Antonio a Ottaviano, di cui era anche cognato (avendone sposato la bella e virtuosa sorella Ottavia), sembra aprire uno squarcio diverso sulla moralità del triumviro d’Occidente, destinato a ricevere di lì a pochi anni il titolo di Augustus: <strong>“Ma che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi godo una regina? È mia moglie! Ma non è da nove anni che ce l’ho? Tu vai solo con (Livia) Drusilla?</strong> Ti auguro ogni bene se, quando leggerai questa lettera non sarai andato anche con Tertulla e Terentilla e Rufilla e Salvia Titisenia e tutte le altre. Importa dove e con chi tu faccia l’amore?”. La polemica aveva ragioni molto lontane: già Cicerone aveva sottolineato a partire dal 43 le virtù private del giovane Ottaviano (che egli sperava di poter manovrare in funzione anti-antoniana), dipinto come un giovane probo, casto e morigerato; certamente circolavano in realtà notizie sui suoi adulteri e su comportamenti privati poco edificanti, spiegati dal solito Svetonio (<em>Aug</em>. 49) riportando le giustificazioni degli amici del <em>princeps</em>, i quali non negavano, nemmeno loro, i suoi adulteri, insinuando però che si sarebbe trattato di una mossa dettata da calcolo e da astuzia, perché l’intimità con le mogli dei suoi avversari gli avrebbe consentito di interrogarle, carpendo i segreti di quanti tramavano contro di lui. Come è contrario questo comportamento rispetto a quello di Marco Antonio! <strong>Nel suo tiaso, infatti, si celebrava apertamente la gioia di vivere, ed esplicita era la ricerca della felicità e dell’appagamento, anche momentaneo, a dispetto del <em>mos maiorum</em>:</strong> fece infatti scandalo che, in quell’ambito, in una occasione conviviale, un personaggio di rilievo come il governatore Lucio Munazio Planco si esibisse, nudo, interamente dipinto di blu e con una finta coda dello stesso colore, in una <em>performance</em> di danza ritmata che voleva essere allusiva del dio marino Glauco (Velleio II, 83, 1-2; qui p.154).</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/1024px-Cleopatra-sceneB-1917.jpg" alt="" class="wp-image-80769" width="727" height="570" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/1024px-Cleopatra-sceneB-1917.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/1024px-Cleopatra-sceneB-1917-300x236.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/1024px-Cleopatra-sceneB-1917-768x603.jpg 768w" sizes="(max-width: 727px) 100vw, 727px" /><figcaption>Theda Bara è Cleopatra in un film del 1917</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p>Antonio con le sue cinque mogli (l’oscura Fadia, la cugina Antonia, Fulvia, vedova di Clodio, considerata l’antimodello della matrona perbene, Ottavia e Cleopatra, e senza dimenticare il lungo intermezzo con la mima Citeride, decisamente disdicevole per un romano che ambisse agli alti gradi della politica), dimostra &nbsp;invece tutta l’esuberanza di un modello di politico e di uomo il quale, con i suoi atteggiamenti, dimostrava anche come, nei suoi intenti, potessero convivere molti atteggiamenti, usi e costumi nell’Impero: non solo la toga, emblema della Romanità trionfante, ma anche la <em>lacerna</em>, il mantello con il cappuccio, tipicamente gallico, sfoggiato nella Gallia Cisalpina, e poi il pallio indossato in Grecia, e da ultimo l’abbigliamento orientale che Antonio aveva cercato di legittimare. <strong>Eppure, dalla numerosa discendenza di Antonio (sette figli da tre mogli) discese più di un imperatore. E anzi, nella conclusione della biografia, G. Cresci Marrone si chiede se non si possa dire che questo anti-modello non abbia riportato una vittoria postuma: Caligola, per esempio, odiava Augusto, e, invece, si vantava di discendere da Marco Antonio.</strong> Già il padre di Caligola, Germanico, aveva del resto, nel suo viaggio in Oriente, seguito le memorie antoniane, ricavandone la tristezza per la parabola del nonno. Ma, forse, il più simile a Marco Antonio fra i componenti della casata Giulio-Claudia fu Nerone: anch’egli, infatti, non rifuggiva dagli eccessi, amava mescolarsi al popolo (proprio come Antonio faceva con Cleopatra nelle notti alessandrine), era affascinato dall’esotismo e dalla ritualità dei magi.</p>



<p>Tuttavia, la sensibilità nei confronti delle esperienze provinciali e la valorizzazione delle realtà orientali care ad Antonio, si consolidarono soltanto con il tempo: la piena integrazione della <em>pars Orientis</em> fu il preludio ineludibile per la nascita, nel 330 della “nuova Roma”, Costantinopoli, che perpetuò l’eredità dell’Urbe ben oltre la caduta dell’Impero d’Occidente.</p>



<p><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Marlon Brando è Marco Antonio del &#8220;Giulio Cesare&#8221; di Joseph L. Mankiewicz&nbsp;del 1953</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-antonio-salerno-stucchi/">“Che t’importa con chi faccio l’amore?”. La vita inimitabile di Marco Antonio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/coperta-2-e1603900213602.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Franca Valeri 100 anni! Ritratto di una donna geniale, dall’intelligenza sopraffina, autentico modello di femminilità (altro che Barbie…)</title>
		<link>https://www.pangea.news/franca-valeri-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2020 06:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Franca Valeri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77593</guid>

					<description><![CDATA[<p>Iniziamo con un aneddoto. Alla morte di Alberto Sordi, nel giugno del 1990, fra le centinaia, migliaia di necrologi, spiccava quello, ironicamente sintetico, di Franca Valeri, che, dalle pagine del “Corriere della sera”, così salutava il collega di tanti set: Ciao, Cretinetti. Con quell’epiteto così sarcasticamente milanese, Elvira Almiraghi/Franca Valeri, l’imprenditrice co-protagonista de Il vedovo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franca-valeri-ritratto/">Franca Valeri 100 anni! Ritratto di una donna geniale, dall’intelligenza sopraffina, autentico modello di femminilità (altro che Barbie…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Iniziamo con un aneddoto. Alla morte di Alberto Sordi, nel giugno del 1990, fra le centinaia, migliaia di necrologi, spiccava quello, ironicamente sintetico, di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/franca-valeri_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Franca Valeri</a>, che, dalle pagine del “Corriere della sera”, così salutava il collega di tanti set: <em>Ciao, Cretinetti</em>.</strong> Con quell’epiteto così sarcasticamente milanese, Elvira Almiraghi/Franca Valeri, l’imprenditrice co-protagonista de <em>Il vedovo</em> (1959), si rivolgeva al marito, interpretato appunto da Sordi, adultero maldestro, affarista di scarse fortune e di ancor più scarso intuito criminale. Ma, nella memoria collettiva, Elvira è solo una delle tante facce della “Franca nazionale” (all’anagrafe Franca Maria Norsa), che il 31 luglio compie cento anni.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77594 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-172x300.jpg" alt="" width="296" height="517" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-585x1024.jpg 585w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1.jpg 709w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" />A questa presenza così incisiva nel panorama cinematografico, televisivo, ma anche teatrale (senza dimenticare che da molto tempo Franca Valeri si dedica con successo alla regia di opere liriche) Aldo Dalla Vecchia dedica <a href="https://www.graphe.it/scheda-libro/aldo-dalla-vecchia/viva-la-franca-9788893721042-619079.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Viva la Franca. Il secolo lieve della Signorina Snob</em></strong></a> (Graphe.it), agile volumetto che ripercorre le tappe della carriera di questa figura così poliedrica, a partire dall’infanzia, con la fascinazione precoce per la lirica: <em>“</em>I miei primi sei anni furono pieni di avvenimenti: cambiammo indirizzo e i miei mi portarono per la prima volta alla Scala a vedere <em>Il Trovatore</em>. <strong>L’opera mi piacque subito. Non capivo molto, ma vedere il sipario, le scene, i cantanti, e poi la musica ha sempre avuto su di me sempre un potere irreversibile: mi sembrava di aver varcato la soglia di un mondo migliore”.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Riservata, educata, elegante e melomane fin da bambina, la piccola Franca ha già nell’infanzia il teatro nel sangue, e un mito sopra tutti: <strong>Ettore Petrolini, di cui la piccola conosce tutte le battute, e che una sera, dopo lo spettacolo, di fronte alla dichiarazione di ammirazione della giovanissima fan, la prende addirittura in braccio, per la gioia della bambina. Un incontro che segna, insomma.</strong> Dopo il liceo, e gli orrori della guerra, Franca si dedica al teatro: a conti fatti, fu forse una fortuna che, dopo aver sostenuto un provino nei panni di Elettra di <em>Les Mouches </em>di J.-P. Sartre per entrare nell’Accademia Silvio D’Amico, Franca non fosse stata ammessa. A questo punto, infatti, diventerà fondamentale l’esperienza del romano Teatro Arlecchino, dove la Valeri, lavorando insieme ad altri giovani artisti, prenderà sempre più coscienza dei suoi straordinari mezzi espressivi. Da lì verrà poi l’avventura parigina del Teatro dei Gobbi, in cui, insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, inaugurerà un tipo di spettacolo dal vivo ancora sconosciuto in Italia, fatto di <em>sketch</em> brevissimi, dialoghi fulminanti, battute a raffica, ritmo frenetico, grande uso di mimica ed espressività corporea: e, sullo sfondo, invece delle elaborate scenografie in auge nel teatro del tempo, un semplice fondale.</p>
<p>*</p>
<p>E se poi pensiamo ai film, vediamo attuarsi l’assoluto paradosso che racchiude l’unicità di Franca Valeri: i film da lei interpretati si concentrano negli anni Cinquanta, con uno strascico nel 1961 e 1962 (in cui ella interpretò rispettivamente <em>Leoni al Sole</em> e <em>Parigi o cara</em>). <strong>Il suo anno d’oro è il 1955, in cui girò ben cinque pellicole, con il primo ruolo da protagonista in <em>Piccola Posta</em>, di Steno. Qui Franca Valeri compie un doppio salto mortale attoriale, nel ruolo della eccentrica baronessa Eva Bolasky, “polacca per parte di madre”, dall’incredibile chioma platinata, curatrice della rubrica di consulenza sentimentale di “Lady Eva”</strong> su un noto rotocalco, dalle cui pagine, dall’alto delle sue esotiche ascendenze nobiliari, consiglia le lettrici in ambasce per patemi amorosi. In realtà, la baronessa polacca si chiama Filomena Cangiullo e vive in una casetta della periferia romana in compagnia della madre, che la aiuta a smaltire la montagna di missive ricevute dalle lettrici. Nel film, le vicende dell’esotica e inesistente baronessa si intrecciano con quelle di Rodolfo Vanzino Castelfusano d’Arezzo, intrepretato da Alberto Sordi, che alla fine, nella classica scena risolutiva al commissariato, si scoprirà essere un millantatore e truffatore, specializzato in colpi ai danni di ingenue vecchine.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77595 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-202x300.jpg" alt="" width="306" height="454" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2.jpg 305w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" />Ma è <em>Il segno di Venere</em>, di Dino Risi, pure del 1955, a far brillare il genio peculiare di Franca Valeri, che, in questa pellicola interpreta Cesira, cugina di Agnese, interpretata da una ventunenne Sophia Loren. Le due ragazze vivono a Roma con il papà di Agnese, interpretato da Peppino De Filippo, e con una zia, una strepitosa Tina Pica. Intorno ad Agnese, bellissima e procace, ma anche attorno alla più dimessa Cesira si crea una girandola incredibile di situazioni imbarazzanti e grottesche, grazie anche a una serie di personaggi maschili molto caratterizzati, fra i quali Vittorio De Sica (il poeta truffatore), Raf Vallone (l’onesto vigile del fuoco) e Alberto Sordi (il faccendiere aduso a vivere di espedienti). <strong>La sceneggiatura, scritta quasi solo da Franca Valeri, con alcuni consigli di Edoardo Anton ed Ennio Flaiano, rivela tutto il genio di questa donna: Cesira, infatti, non è il solito personaggio di contorno, nonostante al suo fianco brilli la solare imponenza della Loren.</strong> Cesira, protagonista del film e “motore” di tutti gli incontri, è un’autentica romantica, ridimensionata dalla conoscenza dei propri limiti e dalle batoste a getto continuo: Cesira è rimasta al palo, ma, tuttavia, continua a provarci. Questo fa de <em>Il segno di Venere</em> il film che rivela la sommersa, cinica malinconia dell’attrice. Poi, venne <em>Il Vedovo:</em> e quale donna non vorrebbe avere l’intelligenza pragmatica, l’asciutta capacità di azione, la decisione di Elvira?</p>
<p>*</p>
<p>Gli anni Sessanta si aprono invece con due grandi film: <em>Leoni al sole</em> (1961) e <em>Parigi o cara</em> (1962). Il primo, diretto da Vittorio Caprioli, che era allora compagno di Franca Valeri, interpretato da Caprioli stesso insieme a Carlo Giuffré e Philippe Leroy, riflette sui temi del cameratismo maschile, dello scollamento fra l’immagine ideale di eterno conquistatore che ogni uomo accarezza e l’impietoso passare del tempo, accennando anche – particolare temerario per l’epoca – la tema dell’impotenza. Nella seconda pellicola, la coppia Caprioli-Valeri si spinge anche più in là: Franca Valeri interpreta una donna eccentrica, Delia, che veste abiti incredibili e si acconcia con parrucche sempre diverse, la quale da Roma si trasferisce a Parigi per raggiungere il fratello. <strong>Ma i suoi sogni di gloria si infrangeranno contro la dura realtà della vita in una metropoli: Delia finirà per vivere in un appartamentino claustrofobico e con le finestre murate nella squallida periferia cittadina, e vedrà la Tour Eiffel solo quando starà sulla via del ritorno, accingendosi a rientrare in Italia con il pizzaiolo (interpretato da Vittorio Caprioli) da sempre innamorato di lei, ma rinunciando anche a tutti i suoi sogni di gloria.</strong> Il film è modernissimo, con dialoghi magnifici, e pervaso da un’estetica <em>camp</em> straordinaria, presenta anche, con le dovute cautele data l’epoca e la censura sempre in agguato, il tema dell’omosessualità, grazie alla figura del fratello di Delia, interpretato da Fiorenzo Fiorentini.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77596 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro3-188x300.jpg" alt="" width="282" height="450" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3.jpg 284w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" />Gli anni Settanta porteranno meno ruoli cinematografici, ma memorabile è la spassosa caricatura di una regista, chiaramente ravvisabile in Lina Wertmüller, che la Valeri offrirà in quel <em>cult</em> che è <em>Ultimo tango a Zagarol</em> (1973), in cui ella interpreta l’equivalente che nel film di Bertolucci è il giovane Jean-Pierre Léaud. <strong>L’ultimo suo ruolo al cinema è nel 1983, in una commedia all’italiana; ma nel frattempo Franca Valeri ha capito, con intelligenza sopraffina, il potere sempre crescente che ha la televisione:</strong> sul piccolo schermo ella aveva debuttato fin dal 1956, con <em>Idillio villereccio</em> di G. B. Shaw, diretta da A. Falqui e in coppia con Caprioli, e memorabile sarà nel 1968 il suo ritorno al teatro in TV con <em>Felicita Colombo</em>, commedia brillante di G. Adami. Ma nemmeno negli <em>show</em> veri e propri manca la zampata della Valeri, a partire da <em>La regina e io</em> (1957), curioso prototipo del salotto televisivo con Nilla Pizzi: e poi arriveranno <em>Stasera Rita</em>, <em>Studio Uno</em>, <em>Sabato sera</em>, sino a <em>Magazine 3</em> e <em>La posta del cuore</em> negli anni Novanta, in cui Franca Valeri perfeziona e dipana il suo personale repertorio di personaggi, dalla Signorina Snob alla Sora Cecioni a Cesira la <em>manicure</em>. Per chi, come me, era adolescente negli anni Novanta, Franca Valeri poi è stata la presenza fissa di tante <em>fiction</em> (<em>Norma e Felice</em>, nel 1995, con Gino Bramieri; C<em>aro Maestro</em> e <em>Caro Maestro 2</em>; <em>Linda e il Brigadiere</em> nel 2000).</p>
<p>*</p>
<p>Guardando all’intelligenza di questa donna così moderna sin da quando, negli anni Cinquanta, alle ragazze si proponeva quasi esclusivamente il modello femminile dell’Angelo del focolare, viene da chiedersi <strong>se un vero modello per la donna italiana del tempo – e anche di oggi – non sia proprio questa attrice dal talento proteiforme, capace di reinventarsi mille volte e di attraversare un secolo con la sua creatività.</strong> Certo, Franca Valeri, per nascita, educazione, gusti, non era propriamente un modello alla portata di tutti; ma magari le ragazze degli anni Venti del ventunesimo secolo, invece di correre dal tatuatore e dal chirurgo plastico per essere tutte uguali a un unico modello (Barbie?), pensassero a costruire se stesse come una opera d’arte frutto di creatività e intelligenza!</p>
<p><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franca-valeri-ritratto/">Franca Valeri 100 anni! Ritratto di una donna geniale, dall’intelligenza sopraffina, autentico modello di femminilità (altro che Barbie…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/franca-valeri95-17-1024x614-1.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Altro che “stucchevoli pastorelle” e “oneste galline della letteratura popolare”: i romanzi rosa sono bellissimi. Qualche esempio</title>
		<link>https://www.pangea.news/letteratura-rosa-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 09:28:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Carolina Invernizio]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Liala]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77144</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Sono solo romanzetti”: così viene per lo più, sbrigativamente, liquidata la letteratura rosa. E invece no: Patrizia Violi, con la Breve storia della letteratura rosa (Graphe.it, 2020), ci fa scoprire tutta la complessità di un genere considerato di serie B, quando non di serie Z. Ma il romanzo rosa (che solo in Italia si chiama [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/letteratura-rosa-silvia-stucchi/">Altro che “stucchevoli pastorelle” e “oneste galline della letteratura popolare”: i romanzi rosa sono bellissimi. Qualche esempio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono solo romanzetti”: così viene per lo più, sbrigativamente, liquidata la letteratura rosa. E invece no: Patrizia Violi, con la <a href="https://www.ibs.it/breve-storia-della-letteratura-rosa-libro-patrizia-violi/e/9788893721028?lgw_code=1122-B9788893721028&amp;gclid=CjwKCAjw26H3BRB2EiwAy32zhX2aaeijyRw1oq3MK68G6yq3aHBqx-1ZVCvdmF0h9zCUkmVYhzQE4RoCBzEQAvD_BwE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Breve storia della letteratura rosa</em></strong></a> (Graphe.it, 2020), ci fa scoprire tutta la complessità di un genere considerato di serie B, quando non di serie Z. <strong>Ma il romanzo rosa (che solo in Italia si chiama così) non è un sottoprodotto editoriale; anzi, molto probabilmente anche chi storce il naso almeno un romanzo rosa l’ha letto, e per giunta di un autore tutt’altro che oscuro: </strong><em>Pamela, o la virtù premiata</em>, pubblicato nel 1740 con enorme successo, è quello che, storicamente, viene riconosciuto come il prototipo di questo genere. <img decoding="async" class=" wp-image-77145 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-34-172x300.jpg" alt="" width="293" height="512" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-34-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-34.jpg 239w" sizes="(max-width: 293px) 100vw, 293px" />L’autore, Samuel Richardson, prima di diventare famoso era un tipografo con un talento per la scrittura di missive: ragion per cui due amici librai, dice la leggenda, gli chiesero di scriverne una serie per un volume intitolato <em>Lettere familiari</em>, una sorta di manuale pratico di comunicazione domestica. Alla centotrentanovesima lettera, intitolata <em>Un</em> <em>padre alla figlia che è a servizio, avendo saputo che il padrone ha attentato alla sua virtù</em>, Richardson si distrasse dal progetto iniziale, e decise invece di approfondire la psicologia della ragazza insidiata, scrivendo un romanzo su un tema delicato e all’epoca assai sentito. Così, proprio grazie all’<em>escamotage </em>delle lettere, Richardson riuscì a descrivere i sentimenti più intimi della servetta. <strong>Certo, non era quello il primo romanzo moderno: Defoe aveva già scritto <em>Robinson Crusoe</em> (1719); <em>Moll Flanders</em> (1723) e <em>Lady Roxana </em>(1724), ma <em>Pamela</em> era il primo tentativo di rivolgersi a un pubblico soprattutto femminile, facendo dell’amore l’ingrediente principale della storia.</strong> Storia la cui protagonista, proprio come Cenerentola, passa le giornate a pulire e rassettare; tuttavia, non ci sono matrigna né sorellastre all’orizzonte, ma solo un maturo gentiluomo che vorrebbe farla sua. La giovane resiste e difende il suo onore, e lo fa tanto bene che, alla fine, riesce a farsi sposare dal suo focoso, e facoltoso, ammiratore; e da umile servetta si troverà a vivere non solo felice e contenta, ma anche ricca. <strong>La storia di Pamela è il modello di ogni romanzo rosa, per oltre duecentocinquant’anni: è in fondo la storia su cui si basa <em>Elisa di Rivombrosa</em>, </strong>la <em>fiction</em> record di ascolti fra 2003 e 2005; e pensare che la produzione venne bloccata due volte, perché si credeva che le storie in costume non ‘tirassero’ più!</p>
<p>*</p>
<p><strong>Nel XIX secolo, in Italia, il romanzo rosa si identifica con Carolina Invernizio: esordisce nel 1877, in età umbertina, ma la sua carriera arriva sino agli anni Dieci; ella ebbe un paio di intuizioni: rendere più pepato il romanzo con elementi cupi, paurosi, e con personaggi diabolici al confine dell’<em>horror</em>; </strong>e, soprattutto, demandare lo scioglimento della vicenda alle alleanze femminili, che travalicano i confini sociali e generazionali: la servetta viene salvata dalla padrona, la nipote dalla zia, e così via. Come sottolinea Sveva Casati Modignani (pseudonimo di Bice Cairati) C. Invernizio fu la prima a dimostrare quanto sia importante che le donne si aiutino e si sostengano, con buona pace degli intellettuali snob che la svillaneggiavano (addirittura fu detta “onesta gallina della letteratura popolare”).</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77146 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-33-200x300.jpg" alt="" width="378" height="568" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-33-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-33.jpg 520w" sizes="(max-width: 378px) 100vw, 378px" />Ma il romanzo sentimentale, nell’Italietta anni Trenta e poi nei decenni a venire, porta il nome di <a href="http://www.pangea.news/liala-ritratto-terziroli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Liala</a>, che tutto giustifica in nome della passione, e le cui narrazioni sono null’altro che l’eterna ripetizione della sua vicenda amorosa personale (sposata con un marchese, lo lasciò per un bell’aviatore, ma poi, dopo la morte dell’amante, tornò dal marito e dalla figlia).</strong> Le sue eroine hanno fatto sognare le ragazze dell’Italietta del Ventennio, e oltre: in una nazione in cui ancora la povertà era tanta le condizioni igieniche precarie, Liala faceva sognare con i suoi scenari che raccontavano di ricchezza e lussi eleganti; e poi, come si compiaceva di dire, in una nazione in cui l&#8217;acqua corrente in casa non era ancora universalmente diffusa, le sue storie hanno insegnato agli italiani anche a fare frequente uso del sapone.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Acquose e anodine sono invece le trame dei romanzi di Barbara Cartland, la regina inglese del racconto d’amore, morta centenaria nel 2000</strong>, dopo decenni passati a vestirsi di rosa e truccarsi come una Barbie che non si arrende al tempo, e a spargere perle di saggezza come: “Non cercare l’amore, sarà l’amore a trovare te”; “Non arrenderti mai; il vero amore può essere dietro l’angolo”. La Cartland, che fu nonnastra di Lady D (la figlia Frances sposò in seconde nozze Lord Spencer), contribuì del resto ad infarcire la testa della prima consorte di Carlo d’Inghilterra di fantasie sentimentali che cozzarono clamorosamente contro le aride regole del protocollo della famiglia reale.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Per le italiane, oltre a Liala, il romanzo rosa portava il nome di Delly (pseudonimo di due fratelli francesi) e di Brunella Gasperini, giornalista che per prima portò nel genere rosa istanze sociali, anticipando Sveva Casati Modignani. Ma per noi che siamo state adolescenti negli anni Ottanta-Novanta, romanzo rosa è sinonimo di Harmony</strong>, quei romanzi venduti nelle edicole, suddivisi per argomenti segnalati dal colore (bianco, amore in ospedale, fra medico e infermiera, o fra paziente e fisioterapista, un grande classico; verde, avventure nella natura, con la bella di turno proprietaria terriera o ereditiera inesperta e il suo virile vicino; rosso, con storie che viravano verso l’audacia della passione). Romanzi ingiustamente tacciati come ‘lessa-cervello’, come diceva un mio collega, ma che invece sono scritti in un italiano pulitissimo, e che la Harlequin, la casa editrice, pubblica solo dopo aver sottoposto gli aspiranti autori (sì, ci sono anche uomini!) a un adeguato corso di formazione. E un analogo corso per aspiranti scrittori del genere rosa è proprio lo scenario del godibile <strong><em>Romanzo rosa</em>, di Stefania Bertola</strong> (Einaudi 2012, rist. 2020). E se non lo sapeste, gli Harmony vendono ancora tantissimo, soprattutto in e-book, in modo tale che la distinta professionista o bancaria che in metro lo legge su tablet non sia esposta alla riprovazione che ancora tocca alle appassionate del genere.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77147 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro31-201x300.jpg" alt="" width="330" height="493" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro31-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro31-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro31.jpg 718w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Né mancano ormai gli epigoni del genere, da Helen Fielding, con la sua Bridget Jones – che rivitalizza il mito di Elizabeth Bennet e di Mr. Darcy –, alle ragazze di <em>Sex and the City</em> (che personalmente, nonostante la mia rifornitissima scarpiera, mi sono sempre state abbastanza sulle scatole), <strong>sino alle fantasie fra il vampiresco e il <em>voyeuristico</em> di Stephanie Meyer con la saga di <em>Twilight</em>, vietatissima agli over 18:</strong> perché, diciamocelo, quale donna sana di mente e di corpo si sdlinquirebbe per Edward Cullen, questo vampiro anemico – è il caso di dirlo – e senza sostanza, quando potrebbe scegliere il più corposo amico licantropo (lui sì che fa sangue)? Solo una adolescente un po’ stordita come Bella Swann, in effetti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ma quali sono gli antesignani del romanzo rosa? Dobbiamo risalire per questo non ai <em>patres</em> Romani, ma al mondo greco, che conobbe una bella fioritura di romanzi di intrattenimento, incentrati sulle avventure di una coppia di giovani bellissimi separati da peripezie indicibili, che si concludono con l&#8217;immancabile lieto fine, coronato dal matrimonio.</strong> Questa letteratura rosa <em>ante litteram</em> fu bersaglio anche in anni recenti di giudizi critici sferzanti: uno di questi, su una delle Storie della letteratura greca più diffuse, a opera di un grecista di grande fama, a proposito del più gradevole di questi romanzi, le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gli_amori_pastorali_di_Dafni_e_Cloe" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Avventure pastorali di Dafni e Cloe</em></a>, afferma, testualmente: <strong>“L’azione ristagna in stucchevoli pastorellerie, in ingenuità da deficienti”. In fondo, non sarei così severa: che cosa c’è di male nel rifugiarsi un po’, in ogni tempo e in ogni luogo, nella favola?</strong> E a proposito di luoghi, sapete quali sono le città più ‘rosa’ d’Italia? Nella classifica, stilata da Amazon, delle città dove maggiormente vendono i romanzi d’amore, figura stabilmente al primo posto la nordica Bolzano, seguita da Como, Trieste, Vicenza, Milano, Lucca, Verona, Trento, Pavia e Padova. Insomma, c’è sete di Rosa fra le brume del Nord.</p>
<p><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: John William Waterhouse, &#8220;La Belle Dame Sans Merci&#8221;, 1893</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/letteratura-rosa-silvia-stucchi/">Altro che “stucchevoli pastorelle” e “oneste galline della letteratura popolare”: i romanzi rosa sono bellissimi. Qualche esempio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/John_William_Waterhouse_-_La_Belle_Dame_sans_Merci_1893-scaled-e1592377549678-1024x680.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)</title>
		<link>https://www.pangea.news/silvia-stucchi-classico-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 09:51:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[classico]]></category>
		<category><![CDATA[latino]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75616</guid>

					<description><![CDATA[<p>«Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore» (J. Burckardt) La lingua madre, quella che si mastica quotidianamente, fino ad estendersi a tutti i linguaggi specialistici, la nostra lingua, insomma, che senso avrebbe, se venisse slegata dalla profondità dei suoi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/silvia-stucchi-classico-recensione/">La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>«</em><em>Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore»</em> (J. Burckardt)</p>
<p>La lingua madre, quella che si mastica quotidianamente, fino ad estendersi a tutti i linguaggi specialistici, la nostra lingua, insomma, che senso avrebbe, se venisse slegata dalla profondità dei suoi significati, che le giungono dalle memorie d’un tempo? Si vive d’eco, lo raccomandava persino il compianto Eco del <em>Nome della rosa</em>: <em>ergo</em>, il fior fiore del pensiero più adulto si fa imperativo categorico. In gioco è il nostro orientamento e la posta è veramente alta, senza azzardare assolutamente. <strong>Senza radici storiche, difatti, non c’è alcuna sana e consapevole gestione pubblica: verrebbe a mancare la grande assente, la Sapienza (dal latino </strong><strong><em>«</em></strong><strong>sapio</strong><strong><em>»</em></strong><strong>, aver sapore), cioè il gusto</strong>. Soltanto la cultura, pol-eticamente, è il reale trionfo della democrazia ed è fuor d’ogni dubbio! Su questa scia di considerazioni si muove l’ultimo libro della professoressa <strong>Silvia Stucchi</strong>, docente di Latino nei Licei e di Letteratura latina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/come-il-latino-ci-salva-la-vita" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Come il latino ci salva la vita</em></strong></a>, per i tipi di Edizioni Ares, appena editato, ha una veste grafica aitante, pure trendy, mi permetto di chiosare. <img decoding="async" class=" wp-image-75617 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-26-207x300.jpg" alt="" width="274" height="397" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-26-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-26.jpg 400w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" />Un Apollo pitico si fa un selfie con tanto di T-shirt americana slim aderente e occhiali da sole stilosissimi, da appaiarsi, per <em>haute couture</em>, a quelli del divo Jonny Depp: un Belvedere, già a prima vista. <strong>«Il titolo di questo libro sembra ambiziosissimo, e anzi quasi paradossale, visto che l’attuale tendenza sembra quella di fuggire dal latino», dice la nostra studiosa in apertura al suo garbatissimo contributo. Eppure lo sappiamo da Ariosto che <em>vince chi fugge</em>: </strong>duri di cervice, lasciatemelo aggiungere, allora! La piena avvertenza ed il deliberato consenso, oltre a configurarsi canonicamente come peccato, ranchettano fino a farci scapicollare, a meno che ci armiamo di buzzo buono, stiracchiando i Lumi della Ragione, dopo aver sciacquato i panni nel Tevere. Nota positiva: la cosa fa coppia, meglio dirlo subito! «In una pagina della <em>Coscienza di Zeno</em>, il protagonista ascolta le lamentele della giovane Alberta, che diventerà sua cognata. La ragazza, studentessa ginnasiale, si affligge perché il latino le riesce «molto difficile», e Zeno, con un umorismo tra il cavalleresco e il paternalista, la consola così: «Dissi di non meravigliarmene, perché era una lingua che non faceva per le donne, tato ch’io pensavo che già dgli antichi romani le donne avessero parlato l’italiano» (Italo Svevo, <em>La coscienza di Zeno</em>, Mondadori 2000, cap. V, p.8 5). Poco dopo, però, Zeno si fa cogliere in castagna da Alberta, che gli deve correggere una citazione. Lei, Lui ed un latin lover. Chi? La lingua dei nostri padri, ovviamente, che tra le righe non è divorzista, intendiamoci! <strong>Un saggio come quello della Stucchi, al di là della leggerezza, ci consente di accostarci a Virgilio e a Cicerone per stare meglio con noi stessi. Da una nutrita poliantea troveremo le risposte che gli uomini di duemila anni fa davano ai loro problemi, dall’innamoramento infelice all’insofferenza verso le feste comandate; dal rifiuto degli status symbol ai dispiaceri scolastici; risposte che possono lenire anche le nostre ansie quotidiane, o farci guardare al presente con un occhio diverso.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Qualche esempio!? «Parenti serpenti: noi che ci lamentiamo spesso dei nostri rapporti con i genitori, che ci lagniamo di non essere sufficientemente ascoltati e capiti, abbiamo idea delle condizioni di vita e delle limitazioni cui era mediamente sottoposto un <em>filius familias</em> a Roma? <strong>Poche civiltà elaborarono un concetto di autorità del padre, la <em>patria potestas</em>, pesante e invasivo come in Roma, che fu una civiltà di <em>patres</em> e di <em>senes</em>. Dovettero passare secoli perché la tradizionale durezza della pedagogia romana venisse mitigata; </strong>così, viene da pensare, che forse davvero, pur con tutti i problemi che presenta l’attuale modello di famiglia, nucleare, affettiva, dominata a volte da una malintesa idea di ‘dialogo educativo’, essa non è peggiore di quella degli austeri tempi della Repubblica romana!». Ancora: «E quanto alla dieta, la medicina antica, di cui Plinio il Giovane, nel suo epistolario, dimostra di avere assimilato la lezione, aveva un approccio che oggi potremmo quasi definire ‘olistico’, nel senso che badava al mantenimento dell’armonia e della salute del corpo e dello spirito nella loro totalità, non a far perdere X chili in Y giorni: in questo, bisogna dirlo, i nostri <em>maiores </em>erano molto più avanti di noi!». Pertanto, Dieta Lemme, adiós!</p>
<p>*</p>
<p>A questo punto giova fare delle ultime considerazioni. In un momento in cui provvisorietà e caos sembrano fluttuare tra l’ondivago ed il nubivago, il Classico, proporzionato dalle leggi della natura delle cose, ci rammemora quanto siamo snaturati. <strong>Come non ricordare, giusto per l’appunto, sia pure en passant, un tweet di papa Francesco di qualche giorno fa «oggi, con gratitudine a Dio, ricordiamo che il nostro corpo contiene gli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora»,  il cui originale in stile cesariano era sì scritto, se non vado errando:</strong> <em>«hodie, grato erga Deum animo memoramus nostrum corpus elementa continere orbis terrarum, eius aër ille est qui nobis dat respirationem eiusque aua nos vivificat et restaurat»</em>. Non solo. Il Classico ci raschia le arteriole del cuore (<em>heart</em>) impastandoci di terra (<em>earth</em>), soprattutto ora in cui, presi dal peso voluttuoso e delittuoso dell’inutile, si fa fatica addirittura a decrittare un’emerita acca. In medio «non stat» il <em>virtual</em> ma la «virtus» e quella, idealmente parlando, è materiale, perché si nutre di contatti e di sensi: ricordiamocelo<strong>! Il Classico mette in riga, o meglio rimette in classe: meglio, dal momento che ognuno oggidì sembra andare per conto proprio nella direzione del<em> non so ma poi si vedrà. </em>Solo il Classico rende riconoscibili le cose:</strong> farlo fuori, è non darsi delle possibilità, ed il peggio è lasciarsi informi, se non amorfi, ahinoi!  <em>Dulcis in fundo</em>: il Classico educa al rigore, alla costanza e alla formalizzazione del pensiero. Serve per immunizzarsi da tante sciatterie, eccome se non torna utile: provare per credere! In atto c’è «un’autentica peste del linguaggio, da cui lo studio del latino vaccina», denunciava, non tanto <em>illo tempore</em>, il buon Calvino. Sostanzialmente è una necessaria profilassi da tenere in prospettiva, come quella che attendiamo per il coronavirus: né più e né meno. Siccome non posso tramare contra la trama, anche perché l’ho spoilerato un bel po’, mi fermo a questa sorta di trailer per destare le antenne della <em>curiositas</em>: le suggestioni non lasceranno impermeabili i nostri lettori; anzi, le più belle idee che hanno permeato il mondo, di cui tutti siamo coinquilini sulle spalle dei Giganti, di buon grado le alimenteranno. D’influenza classica noi vivi-AMO, vaccinandoci dalle banalità: che sia un <em>memento</em>!  Auguri di benvenuto ad un libro di degna collocazione bibliotecaria.</p>
<p><strong><em>Francesco Polopoli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Marlon Brando è Marco Antonio nel &#8220;Giulio Cesare&#8221; di Joseph L. Mankiewicz del 1953</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/silvia-stucchi-classico-recensione/">La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/brando-e1588229952640-1024x667.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Forse è il primo apostolo che è entrato in Paradiso…”. Riflessioni su Giuda, da don Primo Mazzolari a Eugenio De Signoribus</title>
		<link>https://www.pangea.news/giuda-libro-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 10:43:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio De Signoribus]]></category>
		<category><![CDATA[Giuda]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Mazzolari]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75339</guid>

					<description><![CDATA[<p>Con la recente immersione nei misteri della Passione, sarà rinato di certo in molti, retropensiero scomodo, un interrogativo su colui che, di fatto, ha reso possibile il loro compimento: Giuda. La sua figura ha segnato la cultura occidentale: in tutte le lingue moderne, o quasi, “Giuda” è sinonimo di traditore. Il nome si porta dietro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuda-libro-silvia-stucchi/">“Forse è il primo apostolo che è entrato in Paradiso…”. Riflessioni su Giuda, da don Primo Mazzolari a Eugenio De Signoribus</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la recente immersione nei misteri della Passione, sarà rinato di certo in molti, retropensiero scomodo, un interrogativo su colui che, di fatto, ha reso possibile il loro compimento: Giuda. La sua figura ha segnato la cultura occidentale: <strong>in tutte le lingue moderne, o quasi, “Giuda” è sinonimo di traditore. Il nome si porta dietro un marchio d’infamia e di disprezzo:</strong> del resto, la ‘consegna’ di Cristo da parte di Giuda è un atto di tale peso, che se in latino “tradire” si dice <em>prodo</em>, in italiano “tradire” viene da <em>trado</em>, cioè proprio da “consegnare”.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75340 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-17-223x300.jpg" alt="" width="304" height="409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-17-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-17.jpg 594w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />Innumerevoli voci si sono interrogate su Giuda: chi era davvero? Che cosa lo spingeva? Qualcuno, interpretandone la figura in chiave storica, vide in lui un discepolo pieno di fervore, uno dei molti che, però, pensavano al Messia come a un rivoluzionario politico;</strong> poi, resosi conto che così non era, Giuda avrebbe agito sull’onda della delusione e delle speranze tradite. Il tradimento, ancora: e su tale punto torna <strong>Eugenio De Signoribus</strong>, con <a href="https://www.interlinea.com/scheda-libro/eugenio-de-signoribus/laltra-passione-9788868573164-434827.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>L’altra passione. Giuda: il tradimento necessario?</em></strong></a> (Interlinea, 2020). L’autore ha all’attivo vari percorsi poetici, tra cui <em>Altre educazioni</em> (Crocetti, 1991) e <em>Trinità dell’esodo</em> (Garzanti, 2011). In questa poesia, di tono narrativo e colloquiale, De Signoribus si interroga sull’«altra passione», proprio quella di Giuda, che tradisce perché si possa compiere il sacrificio dell’amico e Maestro. Le ragioni che portano al suicidio finale sono il senso di colpa e, insieme, l’impossibilità di pentirsi; al tempo stesso, De Signoribus si chiede se quel tradimento fosse davvero necessario.</p>
<p>*</p>
<p>La vicenda diventa così emblema dell’uomo contemporaneo alla continua ricerca di verità e, soprattutto, di pace. De Signoribus si concentra anche su Gesù, immaginato preda dell’inquietudine nel momento supremo: perché un altro uomo dovrebbe essere sacri­ficato per propiziare il sacrificio del figlio dell’Uomo? <strong>Gesù è qui consapevole di aver pronunciato, nell’ultima cena, parole senza appello per il traditore: ed è attanagliato dal dubbio di aver parlato solo da uomo impaurito.</strong> La domanda che ci pone <em>L’altra passione</em> è dunque: l’atto di Giuda era inevitabile? E perché egli non ha potuto salvare la propria anima chiedendo perdono? Un’affermazione tra le più ricorrenti è che Giuda meritò l’inferno non tanto per il tradimento, ma per il peccato di disperazione. <strong>Nel XX secolo spicca però <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Innx7Ug8DMk" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la voce di don Primo Mazzo­lari,</a> che, nell’omelia del Giovedì Santo (3 aprile 1958) parla della misericordia di Dio anche per Giuda:</strong> «Questo abbraccio di carità, quella parola “amico”, che gli ha detto il Signore, mentre lui lo baciava per tradirlo, io non pos­so non pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore».</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75341 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-44-184x300.jpg" alt="" width="287" height="468" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-44-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-44.jpg 500w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" />Anni fa, una rilettura avvincente della figura di Giuda fu quella dell’omonimo romanzo di Amos Oz</strong> (<em>Giuda</em>, Feltrinelli, 2014): qui il giovane Shemuel progetta una tesi intolata <em>Gesù in prospettiva ebraica</em>: in essa sostiene che Giuda potrebbe essere stato l’unico vero credente in Gesù, talmente fiducioso nel suo Maestro da superare i dubbi che Gesù stesso nutriva su di sé, fino a brigare, col suo amore dissennato e malinteso, sterminato e inopportuno, per far arrivare a Gesù a Gerusalemme, per farlo accusare, catturare, processare. <strong>Giuda, infatti, è sicuro che la maestà di Gesù si rivelerà non nell’umile mistero della sofferenza e morte, ma con un gesto eclatante e miracoloso: scendere dalla croce e salvarsi. </strong>Ma, del resto, anche Shemuel, che progetta una tesi dove sostenere questa tesi, si è sempre sentito per certi versi un traditore: per lo scarso trasporto, la scarsa stima che ha sempre sentito, fin dalla prima infanzia, nei confronti dei genitori; per la sua sottile delusione nei confronti della loro casa e del rapporto senza slanci fra il padre e la madre; per il suo desiderio, percepito come colpevole, di avere un’altra, diversa famiglia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La figura di Giuda, in fondo, è il simbolo per eccellenza di un tradimento da cui non si salva nessuno: chi non ha mai tradito, un amico, un ideale, un proposito, alzi la mano, anzi, scagli la prima pietra.</strong> E forse, fra sé e sé, il traditore si consola con quella che è la splendida massima di Caterina de Medici: “Che cosa è, in fondo, il tradimento? La capacità di adattarsi agli eventi”. E dunque: c’è speranza per i traditori? Forse sì: torniamo a don Mazzolari, che addirittura ipotizza l’accoglimento di Giuda in Paradiso: «forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni…» (P. Mazzolari, <a href="https://www.dehoniane.it/9788810968802-misericordia-per-giuda" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Misericordia per Giuda</em></strong></a>, EDB 2017).</p>
<p><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuda-libro-silvia-stucchi/">“Forse è il primo apostolo che è entrato in Paradiso…”. Riflessioni su Giuda, da don Primo Mazzolari a Eugenio De Signoribus</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/Cimabue01-e1587452845748.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”: Nietzsche, il “santo stravagante” che si scaglia contro l’ascetismo e i moderni asceti da divano</title>
		<link>https://www.pangea.news/nietzsche-ascetismo-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 07:04:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[ascetismo]]></category>
		<category><![CDATA[Edb]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=74252</guid>

					<description><![CDATA[<p>Con Privarsi del piacere. Nietzsche e l’ascetismo cristiano (EDB, 2020) Bertrand Binoche, Professore di Storia della Filosofia Morale all’Università  Paris 1 Panthéon &#8211; Sorbonne, ci porta nel cuore di una delle tematiche indispensabili per conoscere Nietzsche, ovvero la critica di quello che gli definiva “ideale ascetico”. Per la prima volta essa appare, sulla scia della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-ascetismo-silvia-stucchi/">“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”: Nietzsche, il “santo stravagante” che si scaglia contro l’ascetismo e i moderni asceti da divano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con <strong><em><a href="https://www.ibs.it/privarsi-del-piacere-nietzsche-ascetismo-libro-bertrand-binoche/e/9788810567937" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Privarsi del piacere.</a> Nietzsche e l’ascetismo cristiano</em></strong> (EDB, 2020) Bertrand Binoche, Professore di Storia della Filosofia Morale all’Università  <em>Paris 1 Panthéon &#8211; Sorbonne</em>, ci porta nel cuore di una delle tematiche indispensabili per conoscere <a href="http://www.pangea.news/nietzsche-antidoto-ai-mali-moderni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nietzsche</strong></a>, ovvero la critica di quello che gli definiva “ideale ascetico”. Per la prima volta essa appare, sulla scia della rottura con Wagner, nei §§ 136-144 di <em>Umano, troppo umano,</em> per poi fare spesso ritorno, qua e là, secondo la natura rapsodica di questo autore, prima di trovare la sua definitiva e magistrale orchestrazione dieci anni più tardi, nella terza dissertazione della <em>Genealogia della morale</em> (1887).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74253 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro-20-180x300.jpg" alt="" width="317" height="529" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-20-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-20.jpg 329w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" />Ci potrebbe, e dovrebbe, per prima cosa chiedere come mai Nietzsche si sia tanto interessato alla tematica dell’ascetismo; e, prima ancora, bisognerebbe pensare quale senso Nietzsche attribuisse all’ascetismo. Egli si chiede che cosa significhino gli ideali ascetici: la questione diventa quella di identificare i tipi che sono stati, per loro natura, costretti a valorizzare l’ascetismo, conferendogli un significato tale da favorirne la diffusione. <strong>L’artista wagneriano, il filosofo antico, il prete cristiano e lo scienziato hanno tutti, contro ogni evidenza, qualcosa in comune: tutti sono favorevoli all’“ascetismo”, ma la medesima parola e le medesime pratiche, e tra queste prima di tutto la solitudine, e poi la frugalità e la castità, vengono da loro intese in modi diversi.</strong> Per questo Nietzsche pone come titolo della terza dissertazione la domanda: “Che significato hanno gli ideali ascetici?”. Notiamo subito che questo è un problema che si declina al plurale: ovvero, non si può essere pro o contro l’ascetismo <em>tout court</em>, perché, a rigore, l’ascetismo non ha un solo senso, ma molti. Tuttavia, è vero che uno di questi significati si è imposto sugli altri: è quello del sacerdote. Questa è, secondo Nietzsche, la catastrofe che ha fatto della Terra “la stella ascetica per eccellenza” (<em>der eigentlich asketische Stern</em>), o, se vogliamo dirlo in maniera più brutale, “un asilo di pazzi” (<em>Irrenhaus</em>), convinti di essere colpevoli in un mondo corrotto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma da dove viene, a Nietzsche, l’interesse per l&#8217;ascetismo? Senza dubbio, ogni filosofo incontra la questione della religione, e, a partire dall’avvento del cristianesimo, incontra anche la questione della mortificazione, della penitenza, dell’umiltà; ma è falso dire che ogni filosofo si sia posto la questione dell’ascetismo: e ce lo dimostra un piccolo sondaggio filosofico. Quello di ‘ascetismo’ è un concetto relativamente tardo: <strong>l’inglese <em>asceticism</em> appare nel 1646, ma <em>ascetism</em> solo nel 1850; e l’italiano ‘ascetismo’ non viene registrato che nel 1761, mentre in tedesco <em>Asketismus</em> non sembra esistere prima del 1803;</strong> nel <em>Dictionnaire historique de la langue française</em>, inoltre, non vi sono occorrenze del sostantivo <em>ascétisme</em> anteriori al 1818. Forzando un poco la mano, si potrebbe dire che ‘ascetismo’ è piuttosto il nome di un problema che sopraggiunge con quella che i tedeschi chiamano <em>Sattelzeit</em>, quella transizione epocale avvenuta fra 1750 e 1850.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, è anche evidente che il problema è nato prima di Nieztsche: egli non l’ha inventato, ma il Nostro lo coglie in un momento in cui si afferma come un tema di attualità, sebbene, secondo Binoche, egli non sembri ben cosciente di questa attualità. La domanda: perché mai Nieztsche si è tanto interessato alla questione dell’ascetismo?, si sdoppia quindi in due interrogativi ben distinti: il primo riguarda il senso che Nietzsche ha attribuito alla domanda; il secondo, più interessante, è da dove arrivi a Nietzsche il problema dell’ascetismo, che egli non ha certo creato <em>ex nihilo</em>. Ma, per uno strano paradosso, il filosofo-filologo lo ignora, tanto che si potrebbe dire che la storia del concetto di ascetismo costituisce il punto cieco della genealogia dell’ideale ascetico. Ed è questo punto cieco, nella sua portata, che Binoche si propone di valutare in questo agile volumetto: non solo per il piacere, come avrebbe detto G. Deleuze, di far fare a Nietzsche “il figlio a sua insaputa”, ovvero di coglierlo alle spalle; ma soprattutto, perché la storia del concetto di ascetismo è ricolma di sfide che il filosofo stesso non era in grado di cogliere pienamente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente, Nietzsche rovescia il Cristianesimo in modo assolutamente non banale: egli, infatti, non rivaluta in modo per così dire meccanico il piacere contrapposto alla sofferenza volontaria: il § 225 di <em>Al di là del bene</em> e <em>del male</em> richiama infatti, uno accanto all’altro, utilitarismo, eudemonismo, edonismo&#8230; e pessimismo. In altre parole, Bentham e Schopenhauer: la stessa battaglia! <strong>Infatti, secondo Nietzsche entrambi concordano sul carattere decisivo dell’antinomia piacere-dolore e sulla necessità di evitarla, in un modo o nell’altro.</strong> <strong>In fondo, anche secondo Schopenhauer è per soffrire di meno (volendo godere) che bisogna fare soffrire se stessi (privandosi del godimento); </strong>ma a questo Nietzsche oppone un’altra distinzione, ovvero quella tra potenza e impotenza: “Piacere e dispiacere sono mere conseguenze, meri fenomeni secondari – ciò che l’uomo vuole, ciò che vuole ogni piccolissima parte di un organismo vivente, è un di più di potenza” (<em>Frammenti postumi</em>, primavera 1888, 14 [174]).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La potenza, a sua volta, non si accresce se non attraverso la vittoria ottenuta su delle resistenze, le quali implicano una sofferenza, ma in tutto e per tutto positiva, perché essa stimola il desiderio di accrescere la potenza: <strong>occorre dunque valorizzare la sofferenza, ma non per punirsi, e nemmeno per soffrire di meno, bensì nella misura in cui essa comporta la presenza di un ostacolo e dunque uno sprone, diremmo quasi una eccitazione della volontà. E se l’ostacolo risiede in noi stessi?</strong> A questo punto, l’uomo potrebbe credere di combattere in se stesso una natura intrinsecamente corrotta: ed ecco qui l’ascetismo cristiano. Quella che secondo Niezsche è la “catastrofe cristiana” viene dal fatto che l’uomo, sprovvisto di essenza, scava in se stesso e colloca in questo nuovo spazio un essere non meno immaginario che chiamerà ‘anima’, dal quale – da duemila anni – stilla quel veleno che ci ammorba. Ma la presenza dell’ostacolo in sé può anche significare che in se stesso il superuomo deve superare l’uomo: “L’uomo è qualcosa che deve essere superato” (<em>Così parlò Zarathustra</em>): in me, l’ostacolo è allora l’uomo nella misura in cui l’‘uomo’ è precisamente il cristiano ascetico; è allora sull’<em>uomo in me</em>, allora, che la volontà deve esercitare la sua potenza e ciò non può darsi senza dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, la malattia stessa può giocare una funzione positiva in questo senso, e Nietzsche stesso non smette di evocare i suoi problemi di salute: <strong>ha saputo superarli e se anche ha conosciuto la più terribile malattia, egli non è mai stato ‘malaticcio’ (<em>krankenhft</em>): il cristiano, invece, è ‘malaticcio’ per definizione, perché percepisce la natura sotto la specie della corruzione.</strong> E allora, occorre superare la distinzione fra dolore e piacere, e chiedersi invece che cosa sia buono e che cosa sia invece cattivo. Buono sarà tutto ciò che eleva il senso della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa nell’uomo. Cattivo, invece, è tutto ciò che ha origine dalla debolezza. E così, in una lettera del 1 gennaio 1883 all’amica Malwida vin Meysenbur, Nietzsche afferma: “Un ‘santo stravagante’ come me, a tutti gli altri pesi e alle altre forzate rinunce ha aggiunto il peso di un volontario ascetismo (un ascetismo dello spirito difficile da mantenere)”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, un atteggiamento ben diverso dal moderato ascetismo e dalla fortificazione d’intenti che viene richiesta a noi oggi, in questa strana primavera 2020:</strong> stare comodamente sul divano, leggendo, magari proprio Nietzsche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-ascetismo-silvia-stucchi/">“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”: Nietzsche, il “santo stravagante” che si scaglia contro l’ascetismo e i moderni asceti da divano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/Nietzsche_Olde_01-e1584426856865.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Mecenate e spendacciona, audace e inflessibile: storia di Margherita di Savoia, la regina leggendaria a cui fu dedicata la pizza</title>
		<link>https://www.pangea.news/margherita-savoia-ritratto-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 10:56:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita di Savoia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=74113</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è un giorno della vita della Regina Margherita sfuggito alla penna di Luciano Regolo, autore di Margherita di Savoia. I segreti di una regina (Ares, 2019; invito alla lettura di Amedeo di Savoia-Aosta; Maria Gabriella di Savoia e Sergio di Jugoslavia)? Penso proprio di no. Eppure, a dispetto della mole, le pagine di questa monumentale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/margherita-savoia-ritratto-silvia-stucchi/">Mecenate e spendacciona, audace e inflessibile: storia di Margherita di Savoia, la regina leggendaria a cui fu dedicata la pizza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un giorno della vita della Regina Margherita sfuggito alla penna di Luciano Regolo, autore di <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/margherita-di-savoia" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Margherita di Savoia. I segreti di una regina</em></strong></a> (Ares, 2019; invito alla lettura di Amedeo di Savoia-Aosta; Maria Gabriella di Savoia e Sergio di Jugoslavia)? Penso proprio di no. Eppure, a dispetto della mole, le pagine di questa monumentale biografia scorrono veloci, perché sono scritte con rigore, ma anche con attenzione al <em>gossip</em> – non per nulla Regolo ha diretto <em>Novella2000</em> ed <em>Eva Tremila</em> –, e riportano risvolti segreti della vita della prima sovrana d’Italia, quella che a lungo nell’immaginario popolare rimase ‘la Regina’ per eccellenza, con i suoi inimitabili gioielli, <em>in primis</em> i lunghissimi giri delle adorate perle.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-74114 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro-14-207x300.jpg" alt="" width="351" height="509" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-14-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-14.jpg 400w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" />Il volume segue Margherita dalla nascita, come Duchessina di Genova, cugina del futuro marito. La famiglia in cui ella era nata non era scevra da pettegolezzi, anche pesanti: una diceria, inverosimile ma dura a morire, infatti, voleva che il suocero, Vittorio Emanuele II, fosse in realtà figlio d’un macellaio fiorentino, tale Tanaca</strong>, e che la sostituzione fosse avvenuta perché il vero principino sarebbe morto a due anni il 16 settembre 1822, nell’incendio che al Poggio Imperiale di Firenze avvampò attorno alla culla e uccise la nutrice la quale, dopo aver involontariamente appiccato il fuoco alle cortine della regal culla (cercando di bruciare le zanzare con la fiamma di una candela), aveva poi cercato di salvare il piccolo. E questo senza contare gli altri pettegolezzi, molto più sostanziosamente veritieri, che circolavano su Vittorio Emanuele II adulto, a proposito della sua irresistibile propensione per il gentil sesso, il che avrebbe fatto sì che, sparsi per l’Italia, vi fossero vari figli naturali del sovrano; e senza contare le manie di grandezza di Vittoria, figlia di Vittorio Emanuele e Rosa Vercellana contessa di Mirafiori, che tanto smaniò da sposarsi, ovviamente in pompa magna, prima dell’augusta cognata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Margherita era un vero genio delle pubbliche relazioni, tale che oggi avrebbe bagnato il naso alle varie Kate e Meghan, pur dotate di nutrito staff di assistenti.</strong> Per esempio, ella seppe sempre esaltare benissimo la sua bellezza: l’incarnato candido, lo sguardo languido e soprattutto il portamento della principessa ne compensavano, e anzi eclissavano, i difetti fisici, quali il naso aquilino, le gambe un po’ tozze e il sedere basso, che, quando ella, come tutte, con gli anni prenderà dei chili fatali, arriverà, secondo le parole delle dame di Corte più perfide, “ai talloni”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Margherita si trovò in una posizione scomoda, ovvero, come disse Lady D in una celebre intervista televisiva, anche il suo matrimonio era troppo affollato, perché “erano in tre”: dal 1863, infatti, Umberto soggiaceva al fascino della Duchessa Eugenia Litta, incontrata quando il principe aveva diciotto anni ed ella era una navigatissima venticinquenne, che aveva avuto, fra l’altro, una <em>liaison</em> anche con Vittorio Emanuele II </strong>e che forse darà a Umberto un figlio, Alfonso Serafino, ufficialmente riconosciuto dal di lei marito, ma la cui nascita viene beffardamente annunciata dal periodico mondano <em>Cronaca Bizantina</em>. Ma erano altri tempi, e, invece di pigolare con occhioni umidi di pianto davanti ai giornalisti, Margherita non cedette ai sentimenti rivalsa: sublimò le sue delusioni per la causa della dinastia. Lei e Umberto fecero gioco di squadra e in questo il sodalizio fu perfetto; a tal punto che Margherita, dopo l’assassinio di Umberto, concesse a Eugenia Litta di restare per quaranta minuti a tu per tu col cadavere del re. Il gesto a corte fu qualificato come persino “troppo nobile”, ma la dice lunga su come l’indole emotiva di Margherita fosse stata forgiata alla disciplina e a un ferreo autocontrollo: si dice che l’istitutrice Rosa Arbesser, quando Margherita era bambina, le imponesse, dopo una incomprensione con la madre Elisabetta di Sassonia, di leggere ad alta voce senza far trapelare turbamento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Margherita rivela la sua capacità di conquistare i cuori dei sudditi durante prima visita a Napoli, dove era molto temuta una reazione negativa da parte dei nostalgici dei Borboni; nel 1899, poi, le verrà anche dedicata la famosa pizza.</strong> Il futuro re Vittorio Emanuele nascerà proprio a Napoli: e poiché Margherita non potrà avere altri figli, si diffonderà la calunnia che ella avesse partorito una bambina, tale Giuseppina Griggi (il cui figlio intraprenderà addirittura una vana azione legale per accampare diritti), e che, in nome degli obblighi dinastici, l’avesse sostituita con un maschio, figlio del marito e d’una inesistente dama, Virginia Bolognetti, nome, però, stranamente assonante con Eugenia Bolognini Litta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La regina si fece anche la nomea di “angelo dei poveri”, dispensando forti cifre in sussidi ed elemosine;</strong> forse pensando alla fortuna del figlio, alla cui educazione si dedicherà con strenue attenzioni, rispetto ai coetanei in un Paese segnato dalle ristrettezze economiche, fu antesignana della ‘adozione a distanza’, mantenendo agli studi una ragazza piemontese che voleva diventare suora, la quale riceve 310 lire; 312 sono destinate a una napoletana, 350 a una milanese dell’Istituto dei ciechi: lasciti che si ripetono sino a che le beneficiarie non abbiano completato gli studi; senza contare le valanghe di biglietti di lotterie benefiche acquistati dalla regina, particolarmente sensibile alle sorti dei bimbi poveri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E il principino? Vittorio Emanuele è gracile, ma il suocero e nonno re omaggia la neo-mamma come dono per la nascita dell’erede con una fantastica collana di zaffiri e diamanti, uno dei tanti gioielli strepitosi di Margherita. <strong>Il volume di Regolo sviscera anche la sua passione per abiti sontuosi e gioielli: il vestito di nozze, cucito dalla modista francese con <em>atelier</em> a Milano, Josephine Lebrun, costerà 14785 lire, l’equivalente di 49mila euro, e altre 6082 lire costerà il guardaroba per il viaggio all’estero.</strong> Per tutta la vita Margherita andrà a caccia delle migliori sarte, con un accanimento da far invidia alle <em>fashion victim</em> più inveterate. Addirittura, pare che un anno, avendo Umberto chiesto a un segretario della regina che cosa donarle per Natale, il gentiluomo osò suggerire che Margherita aveva molte fatture da saldare. Il Re disse subito che gli si portassero i conti, li pagò, e al pranzo festivo mise le ricevute sotto il piatto di Margherita. Non c’era alcun altro regalo; ma pare che la regina abbia accettato lo scherzo, diventando meno spendacciona – benché alla nuora Elena, molti anni dopo, dirà convinta che “nulla di davvero bello è costoso per una regina”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che Margherita non era la ‘prima scelta’ come moglie di Umberto: <strong>il matrimonio con Matilde d’Asburgo, figlia del duca di Baviera, andò, il 6 giugno 1867, letteralmente in fumo perché nel castello di Hetzendorf, la duchessina, avvolta in un vaporosissimo abito di tulle per andare a teatro, si era accesa una sigaretta di nascosto:</strong> piacere proibitole dal padre, che la poveretta cercò di nascondere mettendo la mano che reggeva la sigaretta fatale dietro la schiena: ma il vestito prese fuoco e la povera Matilde perì la sera stessa per le ustioni riportate. Questo spianò la strada al matrimonio di Margherita con Umberto. Ma, se così non fosse stato&#8230; vi immaginate voi oggi di ordinare ‘una pizza Matilde’?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/margherita-savoia-ritratto-silvia-stucchi/">Mecenate e spendacciona, audace e inflessibile: storia di Margherita di Savoia, la regina leggendaria a cui fu dedicata la pizza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/Margherita_of_Savoy_Queen_of_Italy-e1584001994590.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Dopo Manzoni nessuno ha osato parlare dei Longobardi… Storia di Desiderio, l’ultimo re, il padre di Adelchi e di Ermengarda</title>
		<link>https://www.pangea.news/longobardi-desiderio-silvia-stucchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2019 09:03:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Adelchi]]></category>
		<category><![CDATA[Desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[Longobardi]]></category>
		<category><![CDATA[Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Salerno Editrice]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Gasparri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=70688</guid>

					<description><![CDATA[<p>Chi era Desiderio? L’ultimo re dei Longobardi è una figura ancora avvolta nel mistero; e per scoprirlo dobbiamo provare ad andare oltre le informazioni e il ritratto che ricaviamo dall’Adelchi di Alessandro Manzoni, la tragedia che ha orientato per molto tempo anche i giudizi degli storici sul regno longobardo (senza dimenticare che Manzoni all’argomento dedicò [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/longobardi-desiderio-silvia-stucchi/">Dopo Manzoni nessuno ha osato parlare dei Longobardi… Storia di Desiderio, l’ultimo re, il padre di Adelchi e di Ermengarda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi era Desiderio? L’ultimo re dei Longobardi è una figura ancora avvolta nel mistero;</strong> e per scoprirlo dobbiamo provare ad andare oltre le informazioni e il ritratto che ricaviamo dall’<em>Adelchi</em> di Alessandro Manzoni, la tragedia che ha orientato per molto tempo anche i giudizi degli storici sul regno longobardo (senza dimenticare che Manzoni all’argomento dedicò anche un saggio storico, il <em>Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova biografia di <strong>Stefano Gasparri, <a href="https://www.salernoeditrice.it/prodotto/desiderio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Desiderio</em> </a>(Salerno Editrice, 2019),</strong> porta un sottotitolo eloquente: <em>L’ultimo re longobardo. Si batté contro i papi e i Franchi per il dominio sull’Italia</em>. E se in effetti, come disse Francesco Borri, autore di una recente biografia di Alboino, il sovrano – morto nel 572 –  che condusse i Longobardi in Italia, <strong>la ricostruzione delle vicende esistenziali del primo re dei Longobardi occuperebbe poco più di mezza pagina, nemmeno la biografia di Desiderio, in senso stretto, per quanto attiene le vicende più intime e private, occuperebbe più un paio di facciate.</strong> Al contrario, però, la ricostruzione operata da Gasparri del panorama politico e sociale da cui emerse Desiderio è molto ampia e per certi versi innovativa e sorprendente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70689 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/cover_Gasparri_Desiderio-199x300.jpg" alt="" width="224" height="338" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/cover_Gasparri_Desiderio-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/cover_Gasparri_Desiderio-768x1159.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/cover_Gasparri_Desiderio-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/cover_Gasparri_Desiderio.jpg 848w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Dopo Manzoni, in effetti, non c’è più stato in pratica nessun autore che, per tutto il XIX secolo e poi per gran parte del XX secolo, abbia sostenuto posizioni da lui condannate, tanta è stata la forza del pensiero di Don Lisander.</strong> Il giudizio negativo sui Longobardi (barbari, stranieri, selvaggi, violenti, invasori), è stato a lungo inestirpabile; non solo: per lungo tempo si è pensato a una frattura mai sanata fra la componente della popolazione ‘Latina’, e cioè genuinamente e originariamente italica, e gli ‘invasori’ Longobardi, “gente più feroce della ferocia germanica”, come li definiva G. Pepe, nel suo saggio <em>Il medioevo barbarico in Italia</em> (1959), facendo propria una frase di Velleio Patercolo (II, 16). E tuttavia, nota Gaparri, in effetti già a partire dal loro ingresso in Italia, poco dopo la metà del VI secolo, i Longobardi avevano perso – se mai l’avevano avuta – quella ‘purezza’ etnica, in quanto al loro popolo in migrazione si sarebbero aggiunti componenti di altre popolazioni, Gepidi, Goti, e anche militari romani ansiosi di imprimere una svolta sostanziale alla loro condizione. Non solo: attorno all’VIII secolo doveva essersi ormai compiuta l’assimilazione pressoché totale fra componente autoctona e longobarda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In generale,<strong> bisogna andare al di là dell’immagine di un popolo fiero e selvaggio, dedito alla guerra e alla violenza; altrimenti, non si spiegherebbe la misera e repentina fine del regno longobardo davanti ai Franchi nel 773-774.</strong> Ma questo è dovuto appunto al fatto che i Longobardi del secolo VIII erano ormai del tutto diversi da quelli dei secoli precedenti all’invasione dell’Italia: questi erano stati gruppi barbarici insediati ai confini di un Impero ormai agonizzante, che avevano come occupazione continua la guerra, condotta ora contro l’Impero ora in alleanza con esso, a seconda della convenienza del momento. I Longobardi dell’VIII secolo, però, con quei gruppi di guerrieri avevano in comune soltanto il nome, ed erano ormai gli abitanti di condizione libera del regno, che partecipavano all’esercito quando erano convocati dal re: non c’era dunque più alcun discrimine etnico fra ‘Longobardi’ e ‘Romani’. Se proprio vogliamo essere puntigliosi, questi ultimi non esistevano più all’interno del regno; lo testimonia, per esempio, un contratto, siglato a Piacenza nel 758, in cui una certa Gunderada, nome schiettamente longobardo, vende un appezzamento di terreno, ed è definita <em>honesta mulier</em>, cioè, “donna di buona condizione”, ma anche <em>Romana mulier</em>, “donna romana”. <strong>Ovvero: gli abitanti liberi del regno erano, con pochissime eccezioni, i Longobardi stessi: quelli che venivano definiti ‘Romani’ erano gli abitanti delle regioni dell’Italia bizantina</strong> (che vivevano secondo le leggi romane), da poco annesse al regno, oppure gli immigrati dalle terre bizantine, le quali vivevano una crisi ormai irreversibile. La sola aristocrazia che avesse mantenuto le tradizioni e lo spirito guerriero delle origini era quella del Friuli, impegnata senza soluzione di continuità in lotte contro Svevi, Avari e popolazioni di confine, e in cui quindi i valori guerrieri erano obbligatoriamente praticati dall’aristocrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E Desiderio? La fonte più nota e accurata di notizie per quanto riguarda il regno longobardo, Paolo Diacono, nativo di Cividale del Friuli, interrompe la sua <em>Historia Langobardorum</em> al 744, con la morte di Liutprando; non narra quindi la storia degli ultimi tre re, i due fratelli Ratchis e Astolfo, prima duchi del Friuli e poi sovrani, e Desiderio. <strong>La storia degli ultimi trent’anni di vita del regno longobardo, quindi, dipende dalle voci esterne al regno, franche e papali: manca completamente una voce longobarda contemporanea. E Desiderio? La sua ascesa al trono è narrata dal <em>Liber pontificalis</em>, raccolta di biografie papali, stereotipate e spesso criptiche nella loro estrema sintesi.</strong> Verso la fine del papato di Stefano II (752-757), l’anonimo chierico romano autore della sua <em>Vita</em> ci informa che il re longobardo Astolfo, l’<em>infelix Aistulfus</em>, che era stato il maggior antagonista del papato, era stato percosso dall’ira divina, morendo improvvisamente per un incidente di caccia. E a quel punto, narra il <em>Liber Pontificalis</em>, “<em>Desiderio, duca dei Longobardi, che era stato inviato dalle parti della Tuscia dal medesimo nequissimo Astolfo, sentendo che il predetto Astolfo era morto, riunendo in fretta tutto il numeroso esercito della Tuscia, cercò di impadronirsi del culmine del regno dei Longobardi</em>”: l’impressione è quella di un uomo nuovo alle alte sfere del potere, dato che il biografo papale tradisce lo sforzo (<em>nisus est</em>, “cercò, si sforzò”), di arrivare a una posizione difficilissima da raggiungere, il <em>fastigium regni</em>, il “culmine del potere”. <strong>Inoltre, l’espressione letterale del testo è che Desiderio fu “mandato al regno”, ovvero, diremmo oggi “messo sul trono”: ma da chi?</strong> Le poche fonti delineano un forte conflitto dentro il regno longobardo: Ratchis, fratello di Astolfo e re prima di lui, era uscito dal monastero di Montecassino dove si era ritirato quando, nel 749, aveva rinunciato al regno, e si era messo alla testa di parecchi <em>optimates Langobardorum</em>, cioè dell’aristocrazia del regno, soprattutto di quella di origine friulana, tradizionalmente la più animosa, e si stava dirigendo contro Desiderio per fargli guerra. <strong>In altre parole, Desiderio sarebbe diventato re con un colpo di stato contro cui i nobili erano pronti a reagire; </strong>per cui, il nuovo sovrano aveva chiesto con molta forza l’aiuto papale, per poter assumere appieno la dignità regale, e giurando che avrebbe fatto in ogni cosa la volontà di Papa Stefano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i rapporti con il papato presto si guastarono, in forza della nuova alleanza che esso cementò con i Pipinidi, la dinastia di Pipino il Breve, e dei figli Carlo Magno e Carlomanno. <strong>Le fonti documentarie e archeologiche sono abbastanza chiare nel presentarci lo sforzo di Desiderio, insieme con la moglie, Ansa, di creare una dinastia, in un momento peraltro difficilissimo della storia nazionale:</strong> lo dimostra la fondazione del monastero di San Salvatore, in Brescia, la città da cui doveva essere originario il sovrano. Il monastero cittadino, dove doveva essere badessa una delle tre figlie della coppia regale, Anselperga, era concepito come centro di potere, e la sua chiesa come sede del sacrario familiare della dinastia; un&#8217;altra fondazione monastica, nel sito detto <em>Leones</em>, cioè Leno, è ulteriore testimone del legame fra Desiderio e il territorio bresciano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la politica matrimoniale di Desiderio testimonia di questa volontà di potenza, <strong>visto che le altre due figlie divennero spose di Carlomanno e Carlo Magno.</strong> Ma le cose andarono diversamente dalle previsioni del padre: Gerberga ebbe da Carlomanno due figli, ma rimase improvvisamente vedova; Desiderio tentò di contare sull&#8217;appoggio dei seguaci di Carlomanno, chiedendo l’unzione regale per i nipoti, per consacrarli eredi del loro padre e quindi re dei Franchi, allo scopo di isolare Carlo Magno; ma non ci riuscì, e Gerberga dovette con i due bambini rientrare in Italia, bollata dalla storiografia franca come moglie <em>malivola</em>, ‘malvagia’, e pessima consigliera del marito. <strong>Peggio ancora andò alla terza figlia di Desiderio e Ansa, quella che l’<em>Adelchi</em> manzoniano chiama Ermengarda, ma di cui noi non sappiamo nemmeno il nome, dopo la feroce <em>damnatio memoriae</em> che subì il vertice del regno longobardo in seguito alla conquista franca:</strong> il testo noto come <em>Gesta Karoli</em>, scritto dal monaco di San Gallo Notkero Balbulo a fine IX secolo, pone le premesse per la trasformazione della vita di Carlo Magno in materia epica, e parla di questa moglie come di una consorte “malata e sterile”, ripudiata con il consenso dei sacerdoti “come se fosse stata morta”. A questo punto, scrive Notkero, Desiderio si ribellò contro “l’invincibile Carlo”, ma, benché chiusosi dentro le mura della capitale fortificata, Pavia, non poté resistere alla potenza del Re dei Franchi, che godeva di una netta supremazia nel numero degli armati, ma, soprattutto, della protezione divina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Svanì così ben presto anche in Italia il ricordo dell’ultimo re longobardo, sotto la coltre di una lettura degli eventi che era quella dei vincitori, cioè franco-papale. <strong>Però, in fonti più tarde, qualcosa riemerge, soprattutto a Salerno, dove, come in tutto il Sud rimasto longobardo, la tradizione del regno era forte. Lì, in pieno X secolo, il <em>Chronicon Salernitanum</em> racconta del lungo e pacifico regno del “pio re” Desiderio</strong>, che pure all’inizio venne funestato dalle ribellioni di Beneventani e Spoletini. Poi, dopo anni di apparente pace, la situazione precipitò: scoppiato un aspro conflitto dentro l’<em>élite </em>longobarda, alcuni dei capi mandarono un’ambasceria a Carlo e lo invitarono a venire in Italia a impadronirsi del regno, promettendogli di consegnare nelle sue mani, oltre a grandi ricchezze, anche Desiderio. Costui, tradito, venne quindi consegnato nelle mani del sovrano franco che lo fece accecare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma c&#8217;è anche un&#8217;altra tradizione circa la fine misteriosa di Desiderio:</strong> Franca d’Amico Sinatti, studiosa e storica di vaglia, nel suo <em>Il mistero del Silenzio</em> (Raffaelli editore, 2005), racconta, con lo strumento dell’invenzione romanzesca, di un re fattosi monaco per il bene del suo popolo a Montecassino, e poi sepolto nel monastero di Leno, in terra bresciana; un re costretto al silenzio, ma sempre presente fra i suoi, nella terra da cui era nato e che l’aveva reso, per pochi, brevi anni, un grande della Storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Silvia Stucchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Arechi II (734-787), duca longobardo di Benevento, miniatura dal Codex Legum Langobardorum </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/longobardi-desiderio-silvia-stucchi/">Dopo Manzoni nessuno ha osato parlare dei Longobardi… Storia di Desiderio, l’ultimo re, il padre di Adelchi e di Ermengarda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/42_codex-legium-langobardorum_preview-e1570778653905-1024x634.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
