30 Aprile 2020

La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)

«Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore» (J. Burckardt)

La lingua madre, quella che si mastica quotidianamente, fino ad estendersi a tutti i linguaggi specialistici, la nostra lingua, insomma, che senso avrebbe, se venisse slegata dalla profondità dei suoi significati, che le giungono dalle memorie d’un tempo? Si vive d’eco, lo raccomandava persino il compianto Eco del Nome della rosa: ergo, il fior fiore del pensiero più adulto si fa imperativo categorico. In gioco è il nostro orientamento e la posta è veramente alta, senza azzardare assolutamente. Senza radici storiche, difatti, non c’è alcuna sana e consapevole gestione pubblica: verrebbe a mancare la grande assente, la Sapienza (dal latino «sapio», aver sapore), cioè il gusto. Soltanto la cultura, pol-eticamente, è il reale trionfo della democrazia ed è fuor d’ogni dubbio! Su questa scia di considerazioni si muove l’ultimo libro della professoressa Silvia Stucchi, docente di Latino nei Licei e di Letteratura latina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: Come il latino ci salva la vita, per i tipi di Edizioni Ares, appena editato, ha una veste grafica aitante, pure trendy, mi permetto di chiosare. Un Apollo pitico si fa un selfie con tanto di T-shirt americana slim aderente e occhiali da sole stilosissimi, da appaiarsi, per haute couture, a quelli del divo Jonny Depp: un Belvedere, già a prima vista. «Il titolo di questo libro sembra ambiziosissimo, e anzi quasi paradossale, visto che l’attuale tendenza sembra quella di fuggire dal latino», dice la nostra studiosa in apertura al suo garbatissimo contributo. Eppure lo sappiamo da Ariosto che vince chi fugge: duri di cervice, lasciatemelo aggiungere, allora! La piena avvertenza ed il deliberato consenso, oltre a configurarsi canonicamente come peccato, ranchettano fino a farci scapicollare, a meno che ci armiamo di buzzo buono, stiracchiando i Lumi della Ragione, dopo aver sciacquato i panni nel Tevere. Nota positiva: la cosa fa coppia, meglio dirlo subito! «In una pagina della Coscienza di Zeno, il protagonista ascolta le lamentele della giovane Alberta, che diventerà sua cognata. La ragazza, studentessa ginnasiale, si affligge perché il latino le riesce «molto difficile», e Zeno, con un umorismo tra il cavalleresco e il paternalista, la consola così: «Dissi di non meravigliarmene, perché era una lingua che non faceva per le donne, tato ch’io pensavo che già dgli antichi romani le donne avessero parlato l’italiano» (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Mondadori 2000, cap. V, p.8 5). Poco dopo, però, Zeno si fa cogliere in castagna da Alberta, che gli deve correggere una citazione. Lei, Lui ed un latin lover. Chi? La lingua dei nostri padri, ovviamente, che tra le righe non è divorzista, intendiamoci! Un saggio come quello della Stucchi, al di là della leggerezza, ci consente di accostarci a Virgilio e a Cicerone per stare meglio con noi stessi. Da una nutrita poliantea troveremo le risposte che gli uomini di duemila anni fa davano ai loro problemi, dall’innamoramento infelice all’insofferenza verso le feste comandate; dal rifiuto degli status symbol ai dispiaceri scolastici; risposte che possono lenire anche le nostre ansie quotidiane, o farci guardare al presente con un occhio diverso.

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Qualche esempio!? «Parenti serpenti: noi che ci lamentiamo spesso dei nostri rapporti con i genitori, che ci lagniamo di non essere sufficientemente ascoltati e capiti, abbiamo idea delle condizioni di vita e delle limitazioni cui era mediamente sottoposto un filius familias a Roma? Poche civiltà elaborarono un concetto di autorità del padre, la patria potestas, pesante e invasivo come in Roma, che fu una civiltà di patres e di senes. Dovettero passare secoli perché la tradizionale durezza della pedagogia romana venisse mitigata; così, viene da pensare, che forse davvero, pur con tutti i problemi che presenta l’attuale modello di famiglia, nucleare, affettiva, dominata a volte da una malintesa idea di ‘dialogo educativo’, essa non è peggiore di quella degli austeri tempi della Repubblica romana!». Ancora: «E quanto alla dieta, la medicina antica, di cui Plinio il Giovane, nel suo epistolario, dimostra di avere assimilato la lezione, aveva un approccio che oggi potremmo quasi definire ‘olistico’, nel senso che badava al mantenimento dell’armonia e della salute del corpo e dello spirito nella loro totalità, non a far perdere X chili in Y giorni: in questo, bisogna dirlo, i nostri maiores erano molto più avanti di noi!». Pertanto, Dieta Lemme, adiós!

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A questo punto giova fare delle ultime considerazioni. In un momento in cui provvisorietà e caos sembrano fluttuare tra l’ondivago ed il nubivago, il Classico, proporzionato dalle leggi della natura delle cose, ci rammemora quanto siamo snaturati. Come non ricordare, giusto per l’appunto, sia pure en passant, un tweet di papa Francesco di qualche giorno fa «oggi, con gratitudine a Dio, ricordiamo che il nostro corpo contiene gli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora»,  il cui originale in stile cesariano era sì scritto, se non vado errando: «hodie, grato erga Deum animo memoramus nostrum corpus elementa continere orbis terrarum, eius aër ille est qui nobis dat respirationem eiusque aua nos vivificat et restaurat». Non solo. Il Classico ci raschia le arteriole del cuore (heart) impastandoci di terra (earth), soprattutto ora in cui, presi dal peso voluttuoso e delittuoso dell’inutile, si fa fatica addirittura a decrittare un’emerita acca. In medio «non stat» il virtual ma la «virtus» e quella, idealmente parlando, è materiale, perché si nutre di contatti e di sensi: ricordiamocelo! Il Classico mette in riga, o meglio rimette in classe: meglio, dal momento che ognuno oggidì sembra andare per conto proprio nella direzione del non so ma poi si vedrà. Solo il Classico rende riconoscibili le cose: farlo fuori, è non darsi delle possibilità, ed il peggio è lasciarsi informi, se non amorfi, ahinoi!  Dulcis in fundo: il Classico educa al rigore, alla costanza e alla formalizzazione del pensiero. Serve per immunizzarsi da tante sciatterie, eccome se non torna utile: provare per credere! In atto c’è «un’autentica peste del linguaggio, da cui lo studio del latino vaccina», denunciava, non tanto illo tempore, il buon Calvino. Sostanzialmente è una necessaria profilassi da tenere in prospettiva, come quella che attendiamo per il coronavirus: né più e né meno. Siccome non posso tramare contra la trama, anche perché l’ho spoilerato un bel po’, mi fermo a questa sorta di trailer per destare le antenne della curiositas: le suggestioni non lasceranno impermeabili i nostri lettori; anzi, le più belle idee che hanno permeato il mondo, di cui tutti siamo coinquilini sulle spalle dei Giganti, di buon grado le alimenteranno. D’influenza classica noi vivi-AMO, vaccinandoci dalle banalità: che sia un memento!  Auguri di benvenuto ad un libro di degna collocazione bibliotecaria.

Francesco Polopoli

*In copertina: Marlon Brando è Marco Antonio nel “Giulio Cesare” di Joseph L. Mankiewicz del 1953

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