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	<title>David Gascoyne Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 06 Aug 2025 04:03:16 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“E gli angeli del cielo discesero sulla terra”. Esasperato esoterismo: intorno all’“Oahspe”, una nuova bibbia </title>
		<link>https://www.pangea.news/oahspe-libro-esoterismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 03:42:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[angeli]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
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<p>Il libro fu presentato il 20 ottobre del 1882, al civico 128 della trentaquattresima strada, New York.&nbsp;<strong>Era la casa di un dentista, John Ballou Newbrough; il secondo nome,&nbsp;<em>Ballou</em>, gli era stato dato in memoria di Hosea Ballou, il teologo della chiesa universalista.</strong>&nbsp;Newbrough era nato il 5 giugno del 1828 in Ohio, nella fattoria di famiglia; il padre, William, era un uomo duro: sfamava i sei figli con i frutti della sua terra. Abile coltivatore, faceva scoccare la cinghia sul corpo di John per sedarne le ‘visioni’: il ragazzino era dotato del dono della profezia. Si dice avesse fatto fortuna in California, setacciando oro, poco più che ventenne. Aveva studiato al Cincinnati Dental College: lo zio dirigeva un manicomio, la madre, di origine svizzera, aveva un cuore trepidante, propenso al fervore mistico.&nbsp;</p>



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<p>Ma torniamo all’ottobre del 1882.&nbsp;<strong>Il libro aveva un titolo-totem, allo stesso tempo enigmatico e astruso,&nbsp;<em>Oahspe</em>:</strong>&nbsp;nel glossario annesso al tomo, l’autore spiegava che il neologismo voleva dire “Cielo, terra (corpo) e spirito. Il tutto; la somma della sapienza corporale e spirituale”. Il tutto – e il nulla.&nbsp;</p>



<p>Il sottotitolo dell’<em>Oahspe&nbsp;</em>amplificava le nebbie.&nbsp;<strong>Il libro era presentato come “una Nuova Bibbia” che divulgava le “Parole di Jehovih e dei suoi Angeli Ambasciatori”.&nbsp;</strong>Era lì squadernata – così sproloquiava il titolo –: “La sacra storia del dominio degli esseri celesti e inferi sulla terra da ventiquattromila anni con una sinossi della cosmogonia dell’universo, la creazione dei pianeti, la creazione dell’uomo, parole inaudite intorno alla gloria e all’opera degli dei e delle dee degli eterei cieli con i nuovi comandamenti di Jehovih all’uomo…”. Il libro era stampato a New York e a Londra da una fantomatica Oahspe Publishing Association.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="394" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1882titlepageOAHSPE.jpg" alt="" class="wp-image-104408" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1882titlepageOAHSPE.jpg 394w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1882titlepageOAHSPE-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 394px) 100vw, 394px" /></figure>



<p><strong>Non era il primo libro pubblicato da John Newbrough. Nel 1855 aveva provato – con poco successo – il romanzo:</strong>&nbsp;<em>The Lady of the West, or the Gold Seekers</em>&nbsp;narrava una storia d’amore all’epoca della corsa all’ora. Era tornato quell’anno negli States dopo aver viaggiato per il globo; l’amore con Rachel Turnbull, la sorella del suo socio in affari, durò un ventennio, per l’arco di tre figli. John, che aveva aperto uno studio dentistico e New York, finì per invaghirsi della sua assistente, Frances, di trent’anni più giovane, da cui ebbe una figlia, Jone ‘Justine’: la moglie lo cacciò di casa. Era un uomo di genio, che deteneva diversi brevetti: uno di questi, per un fissante per denti molto più economica di quello in vogo, lo fece scontrare con un colosso, la Goodyear Rubber Co. Inventò un ventilatore, un attrezzo per esercizi ginnici, un mezzo ferroviario, un metodo per costruire denti artificiali. Non è raro, negli States, che una mente ‘scientifica’ si associ all’eccedenza mistica.&nbsp;</p>



<p>Quanto all’<em>Oahspe</em>, aveva cominciato a redigerlo nel 1880, ascoltando le ‘voci’, secondo i criteri della scrittura automatica. Così, in una lettera spedita nel 1883 al direttore della rivista spiritualista “Banner of Light”, spiegò l’evento:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Implorai la luce del Cielo. Non volevo più comunicare con amici o parenti, desideravo imparare qualcosa del mondo spirituale, cosa facessero gli angeli, quale fosse il destino dell’universo… Mi fu detto di procurarmi una macchina per scrivere, di scrivere come se suonassi un pianoforte. Mi applicai per imparare, con scarso successo… Una mattina, una luce colpì le mie mani, gli angeli che fino a quel momento avevano cercato di istruirmi si avvicinarono alla macchina scrivendo con grande vigore per circa quindici minuti. Mi fu imposto di non leggere ciò che era scritto, obbedii con riverenza. La mattina dopo, poco prima dell’alba, lo stesso potere tornò e scrisse, di nuovo… Per cinquanta settimane le cose accaddero in questo modo, ogni mattina, mezz’ora prima dell’alba. Poi tutto finì e mi fu detto di pubblicare il libro chiamato ‘Oahspe’”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il libro era costellato da geroglifici, opera dell’autore – o meglio, degli autoritari autori del testo – ad amplificare l’astrale stranezza di quel linguaggio ignoto. La “Nuova Bibbia” procedeva per novecento pagine, suddivisa in diversi libri: in uno di questi,&nbsp;<em>First Book of God</em>, si parla di “una generazione di Luce scaturita da Zarathustra”, che avrebbe dato vita all’impero cinese, deviando dagli insegnamenti del creatore:</p>



<p><strong>“Ad Han fu chiesto: Un uomo non deve adorare l’Invisibile? E lui rispose: Adorare una pietra è meglio, perché la vedi.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Han disse: Non adorate con le parole, ma con le opere; la preghiera non è che il grido della propria debolezza.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Se esiste una Luce invisibile, farà a suo modo: che senso ha pregare? Riti e cerimonie in Suo favore sono mania di folli. Riti e cerimonie per i nostri antenati sono scusabili. Le loro anime fluttuano, i riti le placano”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Un giornalista del “New York Times” accorse all’evento. Scrisse che il “dottor Newbrough è uno spiritualista da circa dodici anni. Nativo dell’Ohio, pratica come dentista”. Scrisse di un uomo “dalla stazza imponente, con occhi scuri e penetranti, che si muove con peculiare lentezza”. All’evento erano convenute diverse persone. Il giornalista sfogliò una copia del libro: al&nbsp;<em>Book of Jehovih</em>&nbsp;segue il&nbsp;<em>Book of Sethantes</em>, il&nbsp;<em>Book of Ah’shong, Son of Jehovih</em>, il&nbsp;<em>Book of Aph</em>. La struttura dell’<em>Oahspe</em>&nbsp;è labirintica, spesso contraddittoria: al creatore assoluto – Jehovih, che è poi un modo per dire Jahvè o Geova – seguono, in gregarie dinastie, divinità minori, ‘cadute’, e cosmogonie in disastro. I libri di dottrina morale –&nbsp;<em>Book of Judgment; Book of Discipline&nbsp;</em>– che predicano un generico irenismo, una generica ‘ricerca interiore’, una super-religione che superi secolari dissidi, una ‘forma’ che sovrasti i formalismi rei di scisma e di guerre religiose, promuovendo una dieta ferrea, vegetariana, sono meno interessanti dei libri ‘mitologici’. In uno di questi, il&nbsp;<em>Book of Saphah</em>, si accenna a regni perduti – Pan, “un continente nell’Oceano Pacifico, sommerso circa 25mila anni fa” – e a linguaggi smarriti. Nella lingua dell’<em>Oahspe&nbsp;</em>la facoltà profetica, “la capacità di vedere o udire gli angeli”, si dice&nbsp;<em>Su’is</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20230706_165453_2_1024x1024.jpg.webp" alt="" class="wp-image-104409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20230706_165453_2_1024x1024.jpg.webp 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20230706_165453_2_1024x1024.jpg-300x225.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20230706_165453_2_1024x1024.jpg-768x576.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20230706_165453_2_1024x1024.jpg-600x450.webp 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il giornalista non virò dal vero:&nbsp;<strong>“A un osservatore, questa Bibbia pare una rivisitazione di testi indiani e fedi semitiche. Lo stile è in parte moderno in parte ancestrale, quasi che la Bibbia di Re Giacomo e quella cristiana si siano fuse nell’inglese dei nostri giorni”.</strong>&nbsp;Il pezzo uscì sul “NY Times” tra i fatti curiosi, in taglio basso; titolo: “Un volume ‘ispirato’ racconta 24mila anni di storia”.&nbsp;&nbsp;Non è inutile ricordare che la Società Teosofica di Madame Blavatsky era nata proprio a New York qualche anno prima, nel 1875. Con qualche talento, John Newbrough aveva miniato il suo libro regolandosi sui testi gnostici, sui dialoghi buddisti, sul rigore assertivo della rivelazione coranica.&nbsp;</p>



<p><strong>La “Nuova Bibbia” ebbe un suo, pur modesto, esito. Nel 1884 Newbrough, insieme a un facoltoso mecenate del New England, fondò una colonia a Las Cruces, nel New Mexico;&nbsp;</strong>gli si fecero attorno una ventina di accoliti. Edificarono scuole per i bambini orfani. Chi confida nell’<em>Oahspe&nbsp;</em>come testo chiave della propria ricerca interiore – Newbrough in questo è chiaro: il libro che gli è stato ‘rivelato’ deve essere ‘superato’ dalla singolare capacità di ciascuno – si chiama&nbsp;<em>Faithist</em>. Così è spiegato il neologismo nel glossario redatto da Newbrough: “<em>Faithist</em>&nbsp;è colui che ha fede in Jehovih, l’essere che è al di sopra e all’interno di ogni cosa; è colui che lavora per entrare in sintonia con Jehovih, operando per il bene del prossimo, sforzandosi di abbandonare l’egoismo”.&nbsp;</p>



<p>La comunità di Las Cruces, “Shalam Colony”, fu decimata da un’epidemia di influenza, nel 1891. Anche il maestro, Newbrough, morì, era il 22 aprile. Sporadici gruppi di&nbsp;<em>Faithist</em>&nbsp;nacquero nello Utah e in California, a Anaheim, in Colorado e in Oregon; alcuni si coalizzarono in Olanda e in Australia. <a href="https://jehovih.org/resources/what-is-the-oahspe/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Un “Circle of Jehovih’s Word”</a> promuove ancora oggi l’<em>Oahspe&nbsp;</em>come testo per la liberazione interiore, con parole di fatua intensità: “L’<em>Oahspe&nbsp;</em>instilla insegnamenti che equilibrano il mondo visibile con quello invisibile, come la sapienza dei Nativi sul rispetto degli spiriti della terra, del cielo e delle acque. Insegna che la vita è interconnessa e che gli esseri umani hanno la responsabilità di vivere in pace tra loro e con il mondo che li circonda”. Dall’<em>Oahspe&nbsp;</em>hanno tratto un lezionario e un salterio che viene ‘pregato’ ogni giorno.&nbsp;</p>



<p>L’aspetto ‘etico’, tuttavia, è infimo rispetto a quello ‘visionario’, il più interessante dell’<em>Oahspe</em>. Più che alla Bibbia – di cui scimmiotta il ritmo – l’<em>Oahspe</em>, nei sui lati fecondi, rimanda a William Blake, ai canti persiani reinventati dagli orientalisti inglesi, è il preludio ai racconti magmatici di H.P. Lovecraft. Allo stesso modo, l’<em>Oahspe&nbsp;</em>fonde il talento ‘commerciale’ statunitense all’esotismo europeo, la chiromanzia e il brevetto, l’estremo razionalismo con l’assoluta irrazionalità, Edgar Allan Poe e l’esotismo di Jean-Léon Gérôme. Per queste ragioni, l’<em>Oahspe</em>, testo che altrimenti fluttua tra la dimenticanza e l’oblio,&nbsp;<strong>affascinò un poeta come David Gascoyne, che ne disse come del “Libro più stupefacente mai scritto in inglese”</strong>&nbsp;(in: D. Gascoyne,&nbsp;<em>Selected Prose 1934-1996</em>, Enitharmon, 1998). L’esagerazione era appropriata al suo carattere ‘apocalittico’: sodale – per un po’ – dei Surrealisti, seguace di Benjamin Fondane – a cui faceva filosofiche visite notturne – era ritenuto un redivivo Rimbaud e aveva tradotto, a tradimento, Friedrich Hölderlin. Usava l’<em>Oahspe&nbsp;</em>come oppiaceo lirico, per galvanizzare i suoi versi, tra l’altro bellissimi – per un po’, si credette investito di un compito messianico, per un po’ lo reclusero al Whitecroft Hospital, sull’Isola di Wight, dopo l’ennesimo crollo mentale. Del dio, nel libro, il poeta riconobbe la carcassa: squittiva il vento in quell’ossario, faceva bei suoni, che inorgoglivano le orecchie, davano in sfoggio d’aquile. Era sufficiente.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="941" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body-1024x941.jpg" alt="" class="wp-image-104410" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body-1024x941.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body-300x276.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body-768x706.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body-600x551.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/oahspe_body.jpg 1175w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>***</strong></p>



<p><strong>Oahspe</strong></p>



<p>1 Il Creatore, Jehovih, creò l’uomo e gli disse: Affinché tu sappia che opera della Mia mano sei, sapienza ti ho concesso e potere e dominio. Questa fu la prima era.&nbsp;</p>



<p>2 Ma l’uomo era fragile, camminava sul ventre e non capiva la voce dell’Assoluto. E Jehovih chiamò i suoi angeli, gli antichi della terra, e disse loro: Andate, sollevate l’uomo, che sia eretto, e consegnatelo al sapere.&nbsp;</p>



<p>3 E gli angeli discesero dal cielo alla terra e sollevarono l’uomo. E l’uomo errò sulla terra. Questa è detta seconda era.&nbsp;</p>



<p>4 Jehovih disse agli angeli che scortavano l’uomo: Ecco, l’uomo si è moltiplicato sulla terra. Radunate gli uomini, insegnate loro a vivere in città, a forgiare nazioni.&nbsp;</p>



<p>5 E gli angeli di Jehovih insegnarono ai popoli della terra a vivere insieme in città e nazioni. Questa è la terza era.&nbsp;</p>



<p>6 Fu in quel tempo che la Bestia (il sé) si impennò davanti all’uomo e gli parlò dicendo: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce.&nbsp;</p>



<p>7 E l’uomo obbedì alla Bestia e la guerra dilagò nel mondo. Questa è la quarta era.&nbsp;</p>



<p>8 Ma l’uomo ammaccato nel cuore si ammalò e reclamò la Bestia e gli disse: Tu hai detto: Possiedi ciò che vuoi perché tutto è tuo e ti obbedisce. Ora, guerra e morte mi accerchiano. Ti prego, insegnami la pace!</p>



<p>9 Ma la Bestia disse: Non a portare la pace sulla terra sono venuto, ma a portare la spada. Sono venuto a mettere discordia tra il figlio e suo padre, tra la figlia e sua madre. Qualunque cosa tu vuoi per cibo, prendila, sfamati, che sia carne o pesce, non pensare al domani.&nbsp;</p>



<p>10 E l’uomo mangiò carne e fu carnivoro e l’oscurità lo avvolse: non udì più la voce di Jehovih e smise di credere in Lui. Questa è la quinta era.&nbsp;</p>



<p>11 E la Bestia spalancò le sue quattro enormi teste e fu padrona della terra. E l’uomo si prostrò, e l’uomo si mise in adorazione.&nbsp;</p>



<p>12 E i nomi delle quattro teste della Bestia erano: Bramino, Buddista, Cristiano, Musulmano. E si divisero la terra, la spartirono fra loro e scelsero eserciti per mantenere le proprie proprietà.&nbsp;</p>



<p>13 I Bramini avevano sette milioni di soldati, i Buddisti venti milioni, i Cristiani sette milioni, i Musulmani due milioni – loro mestiere era uccidere gli uomini. E l’uomo dedicò parte della vita alla guerra e alla proliferazione di eserciti e l’altra parte alla dissolutezza – era schiavo della Bestia. Questa fu la sesta era.&nbsp;</p>



<p>14 Jehovih disse all’uomo desisti dal male, ma l’uomo non lo ascoltava. L’astuzia della Bestia aveva trasformato la carne dell’uomo e la sua anima si era nascosta in una nube – l’uomo amava il peccato.&nbsp;</p>



<p>15 Jehovih allora chiamò i suoi angeli e disse: Scendete ancora sulla terra, dall’uomo, che ho creato perché dalla sua terra traesse godimento e dite all’uomo: Così dice Jehovih:</p>



<p>16 la settima era è prossima. Il tuo Creatore comanda la conversione: da uomo carnivoro e violenta diventa erbivoro, vivi in pace. Le quattro teste della Bestia saranno eliminate, la guerra sedata</p>



<p>17 i tuoi eserciti saranno sciolti e da quel momento non esisterà più la guerra perché questo comanda il tuo Creatore.&nbsp;</p>



<p>18 Non avrai alcun Dio né Signore né Salvatore oltre a Jehovih, colui che ti ha creato! Adorerai soltanto lui, di ora in ora, da ora e per sempre. Io precedo le mie creazioni, sono autosufficiente</p>



<p>19 e a tutti quelli che si separano dal dominio della Bestia, stipulando patti con me, darà il mio regno</p>



<p>20 e costoro saranno detti eletti: il patto e le opere li faranno miei sulla terra, Fedeli saranno chiamati,</p>



<p>21 ma chi ha stipulato patti con la Bestia, sarà chiamato Uziano che significa distruttore. E d’ora in poi ci saranno due categorie di genti sulla terra: Fedeli e Uziani.&nbsp;</p>



<p>22 E gli angeli del cielo discesero sulla terra, apparvero all’uomo, a centinaia, a centinaia di migliaia, e parlarono come parla un uomo, e scrissero come scrive un uomo, insegnando le parole dette da Jehovih.&nbsp;</p>



<p>23 E nel trentesimo anno, gli Ambasciatori delle angeliche schiere rivelarono all’uomo, nel nome di Jehovih, i Suoi regni celesti; resero note le Sue superbe creazioni per la resurrezione dei popoli della terra.&nbsp;</p>



<p>24 Oahspe, immacolato libro, insegna ai mortali come ascoltare la voce del Creatore e vedere i Suoi cieli, nella consapevolezza, mentre sono ancora vivi; che conoscano il luogo e la condizione che li attende dopo la morte.&nbsp;</p>



<p>25 Né tali rivelazioni dell’Oahspe sono del tutto nuove ai mortali: le stesse cose sono state rivelate a molti che vivono a grande distanza l’uno dall’altro, privi di contatti tra loro.&nbsp;</p>



<p>26 Poiché questa luce è onnicomprensiva, abbraccia cose corporee e spirituali, ed è chiamata era del Kosmon. Poiché si riferisce alla terra, al cielo e allo spirito si chiama Oahspe.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Libro di Osiris, Figlio di Jehovih</em></strong></p>



<p>1 E ora giunse Osiride, Figlio di Jehovih. A lui, sul suo trono a Lowtsin, nell’etereo mondo, dove il suo regno per centomila anni aveva illuminato molte stelle corporee, giunse la Voce, Jehovih il Grande, lo Spirito di ogni cosa, e disse:</p>



<p>2 Osiride! Osiride: Figlio mio, lascia gli immortali mondi, artiglia la peritura terra nel tuo volo obliquo; e proclama, con lo scettro levato, te stesso, l’Uno, il Dio che comanda. Come un padre indulgente cammina accanto al figlio, guardandolo con tenerezza e offrendogli i suoi consigli, così io, tramite i miei Dèi e i miei Capi, ho persuaso la rossa stella per molte migliaia di anni. Ma come un padre saggio si rivolge al figlio reietto, ormai in età, e gli ordina cosa deve o non deve fare, così io, tramite te, devoto figlio, stendo la mano sulla terra e sui suoi cieli.&nbsp;</p>



<p>3 Giace sepolta nell’abisso, resa all’anarchia, manovrata da falsi dèi e falsi principi, che devastano con la guerra i suoi cieli e riversano sul suo suolo milioni di spiriti della tenebra, che soltanto il crimine sazia. Come tronchi alla deriva su un oceano che ribolle, così gli spiriti dei morti si levano dalla terra al cielo per essere nuovamente precipitati.&nbsp;</p>



<p>[…]</p>



<p>9 Come una stella si nutre del mutare delle stagioni, così Jehovih guidò l’orda dei suoi Serpenti per conferire agli eterei regni una vita infinita, che sappiano la gioia del mutamento, la gloria dello spirito.&nbsp;</p>



<p>[…]</p>



<p>11 …Ecco, la razza dei Ghan, pianificata da Jehovih fin dalla fondazione del mondo, ora si erge trionfante sulla terra.&nbsp;</p>



<p>12 Non come agnelli sono i Ghan, ma indomiti leoni, nati per la conquista, con seme di sapienza che ragiona e disarticoli ogni cosa, che ha fede e potenza – ma non pone fiducia in Jehovih. Come un uomo che ha due figli, il primo vuoto di passioni, esangue, l’altro incessante in malizia, desideroso di delitti, delirante in distruzione, così sono I’hin e Ghan. Quando muoiono, gli I’hin vanno come agnelli là dove gli è ordinato; i Ghan, ancora pieni di ira, si ostinano a deridere ogni potere. Anime ben forgiate, maestose a vedersi, tornano sulla terra e fondano un regno celeste nell’oscurità – vendetta trama nei loro atti.&nbsp;</p>



<p>13 Con fragore distruggono i deboli regni dei Signori, li spogliano dei loro sudditi, proclamano il cielo in terra. Per questo, le sventurate anime dei cieli inferiori, sedotte, fuggono la resurrezione per tornare dai mortali, e vengono fissati in feri, chiusi a ogni luce.&nbsp;</p>



<p>14 E i mortali si abbandonarono a compiere la volontà degli spiriti delle tenebre, facendo desolazione della festa.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Libro della Disciplina</em></strong></p>



<p><em>Discorso di Dio sull’amore</em></p>



<p>1 E verranno a chiederti: Cosa ci dici di chi è sposato e ha figli? Ameranno forse costoro così tanto la comunità e il regno di Jehovih da mettere da parte il loro amore filiale, affidando i loro figli a qualcun altro, giorno e notte?</p>



<p>2 Tu risponderai loro: No, in pienezza il loro amore si manifesta nei piccoli. E lo testimonia chi ha figli quando adotta un trovatello o un orfano, inglobandolo nella famiglia, senza parzialità. Questo è il più alto carisma dell’uomo: essere imparziale nell’amare.&nbsp;</p>



<p>3 Non per limitare l’amore ma per moltiplicarlo, come fa Dio, che abbraccia tutte le genti; così i vari membri della fraternità lavoreranno con Dio e i suoi santi angeli, per gloria di Jehovih.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: uno dei disegni che costellano Oahspe</em></p>
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		<title>“La poesia? Annienta il tuo io miserabile, ti apre gli occhi”. Paul Durcan contro tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/paul-durcan-poesie-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Nov 2024 05:30:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura irlandese]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Durcan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Paul Durcan preferisco le altitudini elegiache ai toni del polemista. La poesia in cui racconta del viaggio, a cinque anni, con il padre, da Dublino verso la natia contea di Mayo (Going Home to&#160;Mayo, Winter,&#160;1949), le passeggiate lungo il fiume, i muggiti, le lampade ad olio e il cimitero che incombe sullo sfondo. La [&#8230;]</p>
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<p>Di <strong><a href="https://literature.britishcouncil.org/writer/paul-durcan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paul Durcan</a></strong> preferisco le altitudini elegiache ai toni del polemista. La poesia in cui racconta del viaggio, a cinque anni, con il padre, da Dublino verso la natia contea di Mayo (<em>Going Home to&nbsp;Mayo, Winter,&nbsp;1949</em>), le passeggiate lungo il fiume, i muggiti, le lampade ad olio e il cimitero che incombe sullo sfondo. La poesia, bellissima, ironica e struggente, in cui racconta la morte della madre, d’oro vestita, in fuga dalla casa di cura per malati di Alzheimer (<em>Golden Mothers&nbsp;Driving West</em>).</p>



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<p><strong>Paul Durcan ha compiuto ottant’anni il mese scorso, dicono sia <em>One of modern Ireland’s most distinctive poets</em> (così Eve Patten), la madre, Sheila MacBride, era la nipote di Maud Gonne</strong>, l’amazzone musa di Yeats, moglie del maggiore John MacBride, tra i protagonisti delle guerre per l’indipendenza irlandese dalla perfida Albione. Nonostante il lignaggio, non fu semplice per Durcan fare il poeta. Da ragazzo, disprezzava il padre, giudice in una corte distrettuale; negli anni Sessanta, mentre frequentava l’università, a Dublino, i suoi lo obbligarono a violenti trattamenti psichiatrici. Durcan se ne andò a Londra, già discepolo di Patrick Kavanagh. Andava tutti i giorni a fissare i quadri di Francis Bacon alla Tate – schifava la vita nella City. Lì pubblica la prima plaquette, <em>Endsville</em>, nel 1967, ma è quasi dieci anni dopo, nel 1975, che esce il suo primo, autentico libro, <em>O Westport in the Light of Asia Minor. </em>Nel frattempo, il poeta ha fatto ritorno in Irlanda – preferì studiare archeologia e storia medioevale a Cork – con moglie appresso, Nessa, da cui avrà due figli. Il matrimonio crolla dopo quasi vent’anni: alla ex moglie Durcan dedicherà una delle sue poesie più solide, intrise di ironia, di lignea sagacia, quelle che lo hanno reso una sorta di Orazio contemporaneo, o meglio – se si tratta di temi politici o morali, soprattutto in polemica con la Chiesa cattolica irlandese e l’Ira – di Giovenale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="621" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71NlNxVdo7L._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101450" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71NlNxVdo7L._UF10001000_QL80_.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71NlNxVdo7L._UF10001000_QL80_-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71NlNxVdo7L._UF10001000_QL80_-600x966.jpg 600w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></figure>



<p>Ma io preferisco l’altro lato di Paul Durcan, quello che fonde la cruda quota quotidiana all’improvviso epico, il gergo all’epopea, il blues a Cú Chulainn. Poesia narrativa, la sua, come quella dei grandi compatrioti, di brutali malinconie: “Per quanto la voce di Durcan possa inclinarsi alla nostalgia, mostra sempre le spiccate caratteristiche di prestanza ironica, furia iconoclasta e lirismo che giustificano la sua continua popolarità in Irlanda e altrove”, ha scritto ancora Eve Patten. In questo <em>altrove</em> non è contemplata l’Italia, dove Durcan è, di fatto, uno sconosciuto – da noi la poesia irlandese è monopolio del colossale Seamus Heaney, dimenticando una genia di geni tra cui vanno ricordati, per dire, John F. Deane e Derek Mahon –, fatta salva la placca <em>Policarpo ed altre poesie</em> (El bagatt, 1986).</p>



<p>In Irlanda, la straordinaria fama di Paul Durcan comincia con la pubblicazione, nel 1982, di un volume di <em>Selected poems</em>; seguono libri spesso gratificati da un largo successo editoriale come <em>Going Home to Russia </em>(1987), <em>Daddy, Daddy</em> (1990), <em>Greetings to Our Friends in Brazil</em> (1999), <em>The Day of Surprise</em> (2015; dove, tra altre stravaganze, appare un Seamus Heaney che cala dal camino come Babbo Natale per domandare al poeta, “Stai bene laggiù, Durcan?”). <a href="http://irelandchairofpoetry.org/previous-professors/professor-paul-durcan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel 2004, Durcan è stato eletto “Irland Professor of Poetry”, </a>carica attualmente ricoperta da Paul Muldoon. Nel 1990 – per dire della sua popolarità – Paul Durcan scrive per Van Morrison <em>In the Days Before Rock ’N’ Roll</em>, che esce nell’album <em>Enlightenment</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="674" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61u3hZjMQqL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61u3hZjMQqL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61u3hZjMQqL._AC_UF10001000_QL80_-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61u3hZjMQqL._AC_UF10001000_QL80_-600x890.jpg 600w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /></figure>



<p>Alcune sue poesie hanno titoli esilaranti: <em>Diarrhoea Attack at Party Headquarters in Leningrad</em>, <em>Margaret Thatcher Joins the IRA</em>, <em>Reading Primo Levi by the Family Fireside at Evening</em>, ad esempio. Diversamente da altri poeti irlandesi, Durcan è meno sfumato, diciamo così, rispetto alla situazione del suo paese. “Negli anni Sessanta, l’Irlanda era come un paese comunista dell’Europa dell’Est. Soltanto, dovevi sostituire i vescovi ai kapò comunisti. Era una mera questione di conformismi”. E poi: “Io vengo da una famiglia nazionalista e repubblicana, ma sono soprattutto un essere umano, detesto omicidi e massacri, in particolarità le atrocità commesse dall’Ira, perché sostiene di rappresentare la mia nazione e la mia gente”. In una poesia che s’intitola <em>The Dublin Belfast Railway Line</em>, Durcan è ancora più diretto riferendosi alle milizie dell’Ira con questi toni: “Voglio udire ciascuno di loro/ fare giuramento su una copia del Mein Kampf/ quando l’Irlanda sarà unita”. Una muscolare presa d’atto del genere è impensata sui nostri lidi, dove di norma la poesia è decorativa, ghirlanda al proprio ombelico, un tutù.</p>



<p>Conobbe David Gascoyne, pioniere del surrealismo inglese, prima che crollasse nell’insania di mente – e poi risorgerne. Attraverso Gascoyne, ha studiato i libri di Bejamin Fondane, il pensatore amato da Cioran, facendone uno dei suoi rari lari. “Intratteneva i compagni di prigionia con storie allegre: avere il coraggio di sorridere ad Auschwitz-Birkenau, l’incarnazione della profondità e della depravazione del male, dove Fondane muore, nel 1944, beh, è davvero qualcosa di grande”, ha detto, in un’intervista rilasciata allo “Spectator” nel 2012. E poi: “Ecco cosa fa la poesia: ti fa uscire dal tuo miserabile io, ti apre gli occhi”.</p>



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<p>Ti apre gli occhi, la poesia di Durcan. A volte, il verbo tramuta gli occhi in qualcosa di leggiadro, una libellula, un fringuello – altre volte fa iene degli occhi, ne fa avvoltoi. A volte, occorre rimestare nei cadaveri. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><em>Ritorno a Mayo, Inverno, 1949</em></p>



<p>Ci lasciammo alle spalle l’aliena, allucinata città di Dublino:<br>mio padre guidò tutta la notte la vecchia Ford Anglia,<br>mentre il figlio di cinque anni era assiso al suo fianco,<br>sul sedile in similpelle rossa, quando<br>una luna gialla abbaiò dal parabrezza.<br>“Papà, papà”, gridai, “Fai sparire la luna”, ma la luna<br>non svanì nonostante la guida, selvaggia.<br>Ogni città che valicammo fu una pietra miliare<br>i loro nomi, parole magiche per varcare l’eterno:<br>Kilcock, Kinnegad, Strokestown, Elphin,<br>Tarmonbarry, Tulsk, Ballaghaderreen, Ballavarry;<br>entrammo a Mayo, poi giungemmo a Turlough,<br>il villaggio di Turlough è nel cuore villoso di Mayo,<br>con la casa di mio padre e di mia madre, le lampade ad olio<br>e le donne, la camera da letto sopra il pubblico esercizio<br>e le urla delle bestie, al mattino, e il canto del gallo:<br>la vita sembrava una vesta sgargiante, splendidamente squarciata<br>da quelle urla, da quei murati muggiti. E la sera<br>camminai con mio padre nell’alta erba, presso il fiume,<br>e parlammo – cosa inaudita in città.<br>Ma casa non era più casa e la luna non era più<br>fiancheggiata dalle iene diurne di Dublino.<br>Seguendo il canale, arrancavamo verso la città, allora,<br>dove ogni chiusa rintocca il nostro comune destino;<br>e ringhiere e palizzate e asfalto e semafori,<br>e quartieri e quartieri delle cosiddette ‘nuove’ palazzine –<br>migliaia di croci che piantumano solitudine<br>nel misero cimitero della vita di un padre<br>nell’immenso, immenso cimitero dell’infanzia di un ragazzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="641" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61Au-CPqxL._AC_UF8941000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61Au-CPqxL._AC_UF8941000_QL80_.jpg 641w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61Au-CPqxL._AC_UF8941000_QL80_-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61Au-CPqxL._AC_UF8941000_QL80_-600x936.jpg 600w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Perché votarsi a uno stupido matrimonio</em></p>



<p>Cara Nessa – ora che il nostro matrimonio è finito<br>vorrei che tu sapessi che, se potessi tornare indietro nel tempo<br>di quindici anni, a quel freddo giorno di marzo del nostro matrimonio,<br>ti sposerei ancora, e se quel matrimonio rovinasse<br>ti sposerei di nuovo, e se si rompesse per la terza volta<br>ancora una volta ti sposerei, e ancora, e ancora, e ancora:<br>se tu mi volessi ancora, ovvio, ma questo, è ovvio, è da escludere.<br>Perché pure tu – in onore alla tua pazienza e alla tua innocenza<br>(strane attitudini in un’epoca come la nostra) – perfino tu<br>dovresti scrollarti dal petto il delirio dell’amore romantico<br>e cercare, piuttosto, il rimedio erboristico di una sana relazione<br>in cui sono mischiati in profusa ed esatta proporzione<br>amorevolezza, fratellanza, paternità:<br>un uomo sano di mente non potrebbe sposare<br>un amico più fedele di te.</p>



<p>*</p>



<p><em>Vita tra i suburbi dei primati superiori</em></p>



<p>Dopo aver sopportato quel chiasso per dieci minuti buoni<br>(All’inizio pensai a un assassinio, a uno che veniva menato)</p>



<p>Decisi di lasciare il letto e di sporgermi dalla finestra:</p>



<p>il pieno giorno vidi che</p>



<p>il mio vicino di casa, il professore di Archeologia,<br>urlava dal suo giardino pezzato di asfalto al figlio</p>



<p>che penzolava dall’albero:</p>



<p>“Smettila – ti ripeto, smettila – scendi da quell’albero</p>



<p>e non fare mai più la scimmia”, gridò il professore.<br>Il ragazzo accondiscese, dondolando da un ramo</p>



<p>il padre fece finta di dargli un calcio</p>



<p>e il ragazzo scappò in casa frignando “Mamma, mamma”.<br>Quella notte, caracollando verso il cancello di casa,</p>



<p>di ritorno dal pub, vidi, oltre la siepe, a poca distanza da me,<br>il professore vestito come una scimmia e la moglie</p>



<p>impellicciata e con un abito da sera trasparente:</p>



<p>“Bon soir compagni primati”, ghignai loro:</p>



<p>ma non mi salutarono, non lo fanno mai.</p>



<p>*</p>



<p><em>Le dorate madri guidano verso Ovest</em></p>



<p>L’inevitabile chiamata arrivò dalla casa di cura per l’Alzheimer.<br>Mamma era lì da due anni, seduta su quella poltrona<br>in una stanza all’ultimo piano con altre due anziane dame,<br>Deborah O’Donoghue e Maureen Timoney.<br>Tre oranghi d’Irlanda, silenti, estatici e statuari.<br>La chiamata diceva che tra le 3 e le 5 del mattino<br>le tre erano scomparse dalla loro stanza.<br>Dapprincipio, si pensò che fossero scivolate, tutte e tre,<br>fuori dalla finestra appena socchiusa, verso la notte umida, calda.<br>Ma, no, non c’erano bocconi di carne nell’aiuola.<br>Scoprirono che era scomparsa anche un’automobile.<br>Davvero avevano rubato un’auto?<br>Alle cinque del pomeriggio chiamò la polizia<br>per dirci che un giovane polacco aveva pulito<br>e lucidato un mezzo per tre signore, all’autolavaggio Kinnegad,<br>e che tutte e tre indossavano vestaglie dorate –<br>vestaglie dorate comuni, senza vezzi,<br>indossate dagli internati nella casa di cura per Alzheimer.<br>Si ricordava di loro perché era rimasto colpito dal fatto<br>che ridessero – tutte e tre le signore risero<br>per tutti i dieci minuti che gli ci vollero per pulire l’auto.<br>“Mi stupì”, dichiarò, “che ridessero”.<br>Alle nove di sera l’auto fu avvistata a Tarmonbarry<br>sulla riva sinistra del fiume Shannon,<br>parcheggiata presso il molo Emerald Star.<br>Alle nove e trenta una ragazza tedesca fu condotta<br>alla stazione di polizia di Longford dal patrigno.<br>L’undicenne aveva raccontato in precedenza al patrigno<br>di aver visto, dalla cabina dell’incrociatore di fiume a sei posti letto,<br>tre signore saltare dal ponte. Il patrigno<br>aveva pensato che la figlia se lo fosse inventato<br>visto che era, così disse, “una sognatrice nata”.<br>La ragazza ripeté la storia alla polizia:<br>le tre piccole, leggiadre, vecchie signore dai capelli bianchi<br>erano saltate insieme dal ponte,<br>con le vestaglie che fluttuavano al vento.<br>Di che colore erano le vestaglie?, le chiesero.<br>“Indossavano l’oro”, rispose.<br>Presso la diga a valle del fiume,<br>i subacquei della polizia raccattarono i tre corpi,<br>uno dei quali, ovviamente, era della mia emaciata madre:<br>le sue impronte digitali furono rintracciate, più tardi,<br>sul volante dell’auto. Stava guidando verso ovest, a ovest di Westport,<br>Westport, sulla costa occidentale d’Irlanda<br>nella contea di Mayo,<br>dove era cresciuta con la madre e le sorelle<br>durante la guerra d’indipendenza e la guerra civile,<br>guidava verso ovest, verso Streamstown, a tre miglia da Westport,<br>dove nei pomeriggi di settembre del 1920<br>ignorando posti di blocco e assassini,<br>erano soliti camminare lungo Sunnyside, in riva al mare,<br>a guardare i chiurli e le beccacce,<br>e i neri <em>currach</em> marcivano sulle pietre<br>e mangiavano sull’erba, sopra le alghe,<br>sotto i castagni che d’autunno diventano oro<br>e le fucsie sanguigne simili a truppe di ballerine in tutù cremisi<br>nelle oscure siepi. In piedi, presso la carcassa di mia madre<br>nella camera mortuaria: un cranio di pecora su una lastra,<br>una ragazza con un vestitino strappato dalla sabbia,<br>chiusi gli occhi:<br>grazie, mia dorata madre,<br>per avermi dato la vita<br>questa spirale di piogge.<br>Hai passato una lunga vita a cercare<br>il piccolo bimbo che vive in fondo alla strada:<br>non l’hai mai trovato, mai ti sei arresa;<br>nell’aldilà indossi la camicia da notte<br>danzi, piroetti, fedele a tutto questo, per l’ultima volta.</p>



<p><strong><em>Paul Durcan</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Paul Durcan in un ritratto fotografico di Patrick Bolger<strong><br></strong></em><strong><em><br></em></strong></p>
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		<item>
		<title>“My wornout heart”. David Gascoyne traduce Giacomo Leopardi</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-gascoyne-giacomo-leopardi-traduzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 05:09:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i lari, i rari idoli di David Gascoyne, poeta che dialogava con i dissennati, tra Rimbaud e Hölderlin, s’installa Giacomo Leopardi. Delle amate ombre, è la più fragile: sussurro che emana una luce cupa, da chiodo di ghiaccio. Il legame tra Gascoyne e Leopardi è sancito da due plaquette: la prima, stampata da Charles [&#8230;]</p>
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<p>Tra i lari, i rari idoli di David Gascoyne, poeta che dialogava con i dissennati, tra Rimbaud e Hölderlin, s’installa Giacomo Leopardi. Delle amate ombre, è la più fragile: sussurro che emana una luce cupa, da chiodo di ghiaccio. Il legame tra Gascoyne e Leopardi è sancito da due plaquette: la prima, stampata da Charles Seluzicki Fine Books (Portland, Oregon) nel 1983, è il calco di <em>Imitazione</em> (titolo: <em>An Imitation of Leopardi’s Imitation Canti, XXXV</em>); l’altra, stampata da Tragara Press nel novembre del 1985, è una libera versione di <em>A se stesso</em> (ergo: <em>To Himself, after Canto XXVIII</em>). Si tratta di testi privati, fuori mercato, stabiliti in pochi esemplari (200 copie per <em>Imitation</em> e 120 per <em>To Himself</em>).</p>



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<p>Gascoyne, ormai libero dai ricoveri che ne hanno incarcerato la mente, si è ritrovato poeta; nel giugno del 1979 è a Castelporziano, al First International Festival of the Poets, in un’ammucchiata dove, tra gli altri, spiccavano in cartellone William Burroughs e Allen Ginsberg, Osvaldo Soriano, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Sebastiano Vassalli; nel 1982, a Genova, è onorato con il Premio Biella-Poesia europea per <em>La mano del poeta</em> (San Marco dei Giustiniani; con traduzioni di Attilio Bertolucci, Franco Buffoni, Roberto Sanesi).</p>



<p>Dal <em>clima</em> delle traduzioni leopardiane ci accorgiamo che il poeta è diverso dal ragazzo prodigio che cinquant’anni prima vagabondava a Parigi, attratto dall’orda surrealista: più cauto, calibrato, casto. Leopardi è appena anglicizzato – i versi più lunghi, la pretesa lanugine narrativa –; per lo più Gascoyne intende il gesto lirico come un omaggio, per altro riuscito. Manca, piuttosto, la libertà estrosa degli esordi, l’estremismo, la presunzione di entrare nell’opera di un poeta per scassinarla, la scaltrezza del bimbo con la cerbottana. Si entra in sacrario lirico, qui, certi che il malmenato gesto potrà sfumare la liturgia, dissacrare l’opera che agisce. Di Leopardi, in sintesi, Gascoyne ricalca la sindone: non più istrione caravaggesco, poeta-ecce homo, ma maestro di icone, pintore di devote veroniche – e se ciò che diciamo <em>arretrare</em> fosse in realtà ascesa?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="777" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974-777x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98054" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974-777x1024.jpg 777w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974-768x1012.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974-600x790.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/31008587974.jpg 820w" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" /></figure>



<p>In Leopardi, il congeniale fratello di una vita inabissata nella lotta interiore.</p>



<p>Quando traduce Hölderlin, in quel libro dal magnetismo anomalo, oscuro, <em>H</em><em>ölderlin’s Madness</em> (1938), Gascoyne è un ragazzo animato da nevrosi, frequenta la poesia per bordeggiare il nulla; qui, al cospetto di Leopardi, è un poeta, riconosciuto e risolto – la consapevolezza raffina, addomestica il selvaggio, attribuisce una norma all’arcano, sfuma nel bel verso. Le ‘placche’ – reperite presso il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia – recano dediche al poeta e anglista Roberto Sanesi “In gratitude and admiration” e “In friendship”. Gascoyne, tra l’altro, aveva firmato una lunga prefazione alle <em>Poesie</em> di Thomas S. Eliot tradotte da Sanesi per l’edizione Bompiani del 1983.</p>



<p>La calligrafia di Gascoyne è incerta, infantile, quasi un balbettio: s’intuisce la traccia di una vita piena di vuoti e di esclamazioni.</p>



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<p><em>*In copertina: una immagine dalla “International Surrealist Exhibition” organizzata da David Gascoyne presso le New Burlington Galleries di Londra, dal 12 giugno al 4 luglio 1936; si riconoscono, Paul Eluard e Salvador Dalí&nbsp;</em></p>



<p>***</p>



<p><strong>Imitation</strong></p>



<p>Far from your bough<br>Poor fragile leaf,<br>Whither away? – From the beech<br>Which gave me birth the wind had wrested me;<br>Since when, in ever-whirling flight<br>From the woods towards the plain<br>It sweeps me off, and from the dale up to the hills.<br>Along with it, wayfarer<br>I pass on without rest, knowing nought else.<br>I go whither all things hie,<br>Whither nature decress<br>The rose-leaf must go,<br>And the laurel likewise.</p>



<p>*</p>



<p>Lontana dal ramo<br>Povera foglia fragile,<br>Dove vai? – Dal faggio<br>materno mi ha strappato il vento;<br>Da allora, volo vorticoso<br>Dal bosco alla pianura<br>Vacillo, dalla valle alle colline.<br>Con lui, viandante<br>Vago senza sosta, ignara di tutto.<br>Vado dove tutto va,<br>Nel decreto della natura<br>Dove va la foglia di rosa<br>E perfino l’alloro.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Imitazione&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></strong></p>



<p><em>&nbsp;— Lungi dal proprio ramo,<br>povera foglia frale,<br>dove vai tu? — Dal faggio<br>lá dov’io nacqui, mi divise il vento.<br>Esso, tornando, a volo5<br>dal bosco alla campagna,<br>dalla valle mi porta alla montagna.<br>Seco perpetuamente<br>vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.<br>Vo dove ogni altra cosa,10<br>dove naturalmente<br>va la foglia di rosa,<br>e la foglia d’alloro. —</em></p>



<p>***</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="646" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/Scan_20181022-15-646x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98056" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/Scan_20181022-15-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/Scan_20181022-15-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/Scan_20181022-15-600x952.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/Scan_20181022-15.jpg 681w" sizes="(max-width: 646px) 100vw, 646px" /></figure>



<p><strong>To Himself</strong></p>



<p>Now may you lie still foresver,<br>My wornout heart. The utmost illusion<br>I once deemed eternal has perished. Decased. Well I know<br>That of all those one cherished illusions<br>Not only hope but desire is now quenched.<br>Lie still forever. You have been throbbing<br>Long enough. Nothing merits your ardour, this earth<br>Is not worth sobbing for. Bitterness, tedium:<br>Nought else is our life; the world is a mire.<br>From henceforward be mute. Give up hope<br>The last time. Fate grants to our kind<br>The right only to die. Henceforth hold in contempt<br>Not yourself only, but Nature, the arrogant power<br>That consigns us in secret to ruin,<br>And the everlasting emptiness of All.</p>



<p>*</p>



<p>Ora poserai per sempre<br>Mio cuore scorticato. L’estrema illusione<br>Di essere eterno è morta. Decapitata. Sento<br>Che di tutte quelle amate illusioni<br>Non c’è che la speranza, il desiderio è disfatto.<br>Posa per sempre. Il fremito è durato<br>A lungo. Nulla merita il tuo ardore, nessun sospiro<br>Decori questa terra. Amarezza e tedio:<br>Nient’altro è la nostra vita; melma il mondo.<br>Da adesso sarai muto. Smonta la speranza<br>Un’ultima volta. Il fato garantisce alla nostra specie<br>Il solo diritto di morire. D’ora in poi disprezza<br>Non solo te stesso, ma la Natura, il potere arrogante<br>Che ci consegna in segreto alla rovina,<br>E il Tutto, infinito Vuoto.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>A se stesso</em></strong></p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Or poserai per sempre,<br>stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,<br>ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,<br>in noi di cari inganni,<br>5non che la speme, il desiderio è spento.<br>Posa per sempre. Assai<br>palpitasti. Non val cosa nessuna<br>i moti tuoi, né di sospiri è degna<br>la terra. Amaro e noia<br>la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.<br>T’acqueta omai. Dispera<br>l’ultima volta. Al gener nostro il fato<br>non donò che il morire. Omai disprezza<br>te, la natura, il brutto<br>poter che, ascoso, a comun danno impera,<br>e l’infinita vanità del tutto.</em></p>
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		<title>“Abbiate pietà degli atti da accattone del poeta”. Sull’Hölderlin di Pierre Jean Jouve</title>
		<link>https://www.pangea.news/pierre-jean-jouve-holderlin-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 05:20:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Hölderlin]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Jean Jouve]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Klossowski]]></category>
		<category><![CDATA[Rilke]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il poeta, geniale tombarolo, fa così: piglia i propri lari per i capelli. Lacera i legacci del proprio tempo per sondare le carcasse altrui – porre maschere d’oro sul volto degli andati. Nessuna carineria filologica lo agisce, ma il principio dell’alchimia simpatica – oppure, quello della razzia. Per questo si leggono le traduzioni dei poeti. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il poeta, geniale tombarolo, fa così: piglia i propri lari per i capelli. Lacera i legacci del proprio tempo per sondare le carcasse altrui – porre maschere d’oro sul volto degli andati. Nessuna carineria filologica lo agisce, ma il principio dell’alchimia simpatica – oppure, quello della razzia.</p>



<p>Per questo si leggono le traduzioni dei poeti. Si tratta di cucirsi l’abito addosso, di sperimentare una via non tanto estetica bensì estatica. Di aderire a un voto, di esporre alla concia il vaticinio.</p>



<p>In questa rapina, <strong>l’Hölderlin secondo Pierre Jean Jouve</strong> ha avuto risonanza di profezia. Nel 1930, per l’editore Fourcade di Parigi, PJJ, già autore di rilievo – <em>Paulina 1880</em>, il romanzo più noto di PJJ, esce per Gallimard nel 1925 – e poeta in corso, che sta forgiando il proprio spirito, <strong>pubblica i <em>Poèmes de la folie de Hölderlin</em> “avec la collaboration de Pierre Klossowski”.</strong> All’epoca, Klossowski ha poco più di vent’anni: PJJ lo ha conosciuto conoscendone la madre, Baladine Klossowska, e il fratello, Balthus, futuro pittore. Genia di perturbanti artisti, la nota non è futile: Baladine, ‘Merline’, è la compagna di Rainer Maria Rilke. Pierre Jean Jouve incontra Baladine e Rilke nel 1925: la cristallina compostezza delle poesie di Rilke – pronte ad auscultare il petto d’angelo – hanno per alter ego l’alterità allucinata delle poesie di Hölderlin.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="689" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71FwPSuL0IL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71FwPSuL0IL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71FwPSuL0IL._AC_UF10001000_QL80_-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71FwPSuL0IL._AC_UF10001000_QL80_-600x871.jpg 600w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>In latitanza dal proprio tempo, Hölderlin fa parte di quella ristretta cerchia di poeti vissuti nell’Ottocento – insieme a lui: Emily Dickinson, William Blake, Rimbaud, Georg Büchner, il nostro Leopardi – che con furia preveggente hanno forgiato il Novecento. Pierre Jean Jouve legge Hölderlin attraverso la mediazione del filosofo Bernard Groethuysen, allievo di Simmel, studioso di Nietzsche, e l’amicizia di Stefan Zweig. Ad ogni modo, quella di PJJ è la prima traduzione di Hölderlin in Francia. Basandosi sull’edizione di Franz Zinkernagel, completata nel 1926 per Insel-Verlag, il poeta francese – a suo gusto – sceglie l’opera frantumata di Hölderlin, va a spigare tra i frammenti, i lacerti linguistici che dimostrerebbero la follia – dunque: la veggenza – del tedesco.</p>



<p>La traduzione di Hölderlin curata da PJJ seminò imitatori. <strong>David Gascoyne, il precocissimo poeta inglese, pubblica nel 1938 <em>Hölderlin’s Madness</em></strong>, di fatto traducendo PJJ, inserendo alcune poesie proprie <em>d’après</em> Hölderlin. Arte da trappista della poesia: il tedesco passa all’inglese tramite il francese – come una specie di virus, trascina tutti nella follia (Gascoyne vivrà anni in cliniche psichiatriche). <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Poemes-de-la-folie-de-Hoelderlin" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel 1963 Gallimard riprende la traduzione di Hölderlin a cura di Pierre Jean Jouve</a>, che giustifica il lavoro con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Friedrich Hölderlin, senza alcun dubbio il più grande poeta tedesco, fu per lo più ignorato dai suoi contemporanei. Nel 1797, dopo diversi crolli nella depressione, il suo stato mentale lo condusse all’internamento. Nel 1807 trovò posto in una piccola camera sul Neckar: vi dimorò per trentasei anni, scrivendo strani frammenti, propri di un genio senza tempo. Nel 1929, Pierre Klossowski e io abbiamo voluto dare una traduzione di questi frammenti, così straordinari nonostante il parto del caos”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La pretesa che il rimosso, il marginale, la scrittura distratta, distrutta, sulla soglia del dire e del blaterare, sia più rivelativo dell’opera piena, nata nell’aura lirica, è tutta di Jouve e del suo mondo (due eventi su tutti: il Surrealismo e la psicanalisi, vissuta dal poeta con possente prossimità – la moglie, Blanche Reverchon, psicanalista, è stata traduttrice di Freud e amica di Lacan). Soltanto nell’eresia linguistica, nello sbaglio e nel fecondo neologismo, nello sbaragliare il sé, nell’errare tra sgrammaticature ed entusiasmi verbali, nella frattura tra vocabolo e vocazione, si scopre, senza i veli del dizionario, il vero. Il poeta: speleologo nell’aldilà del linguaggio, ancora con la stola dello sciamano. Ma chi si cura del suo baluginare balbettii?</p>



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<p>L’Hölderlin secondo Jouve consegna al poeta francese una via lirica a lui propria (magia alchemica del tradurre, che sublima il poeta): da allora escono le raccolte miliari, <em>Les Noces</em> (1925-1931), <em>Seur de Sang</em> (1933-1935), <em>Matière céleste</em> (1937). Sono poesie che creano accoliti e colgono entusiasmi: <strong>René Char – “la poesia vi deve vette pari a quelle di Rimbaud e di Hölderlin” –, Yves Bonnefoy – “Pierre Jean Jouve è uno dei grandi poeti della nostra lingua”</strong> – tra tutti. È percorrendo la via oscura di Hölderlin – il poeta, invero, dell’eccesso di luce – che PJJ può scrivere una poesia come <em>Cervo della Notte</em>:</p>



<p><strong>“Se vai in cerca del cervo tu devi disporti<br>Raggomitolato nel calore del tutto<br>Defilato in ginocchio prima che faccia giorno<br>Senz’alito tra la massa dei monti</strong></p>



<p><strong>Essere ansioso, sottile, terribile e scaltro<br>Pronto a tutto, indispensabile anche<br>E tenero come una donna<br>È un farsi avanti dunque nella tua sorte,</strong></p>



<p><strong>La tua sorte si tira dietro l’altra<br>Della bestia incredibile della bestia invisibile<br>Della bestia che non si affaccia mai per prima<br>Agli spazi carichi di minacce,</strong></p>



<p><strong>La tua anima, questo dannato cacciatore,<br>È uscita a far la posta all’anima del cervo<br>Molto prima che esso appaia, e l’anima della bestia<br>Molto prima che essa ti aliti in faccia.</strong></p>



<p><strong>Quando il fremito divino occupa la roccia<br>Invisibile, datti da fare scappa!<br>Esperta e sottile è la lotta delle tue voglie<br>Che avrà fine solo con la pallottola,</strong></p>



<p><strong>E giunto al punto, finalmente<br>La pallottola sarà l’ultima tua voglia<br>E tutta la tua sorte proiettata in quella<br>Sublime bestia</strong></p>



<p><strong>Mentre il sangue nel più oscuro dei modi ti ricompensa”.</strong></p>



<p>La traduzione che ricalco è di Nelo Risi, poeta e coinvolto traduttore di Pierre Jean Jouve, fin dalle versioni delle <em>Poesie</em> edite da Carocci nel 1957, con uno scritto di Ungaretti. Sono seguite diverse altre edizioni – quella curata per Lerici, nel 1963; <em>Conoscenza Dubbio Rivelazione</em>, per le Edizioni Accademia, nel 1971; <em>Paradiso perduto</em>, Einaudi, 1972; una versione, presto scomparsa, delle <em>Poesie</em> edita da Mondadori nel 2001 – fino all’attuale nulla. È un peccato che un poeta così importante come PJJ sia pressoché irreperibile in libreria e vada setacciato nel mercato secondario. L’impotenza del poeta, la sua anti-sublime follia, l’accattonaggio dell’ascolto, gli strattoni dello straccione erano previsti da Jouve, per altro, in una poesia raccolta in <em>Langue</em> (1952):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli atti del poeta, incerti e duri come un colpo di mare<br>Volubili e leggeri come la sabbia<br>O laceranti come contro le rocce il vento,<br>Questi atti non sono un nostro bene ma appannaggio di antiche mandòle<br>O rive, rive impervie, erte scoscese!</strong></p>



<p><strong>Abbiate pietà dei suoi atti da accattone<br>Guardate la sua magra sporta da devoto<br>Abbiate a cuore la sua dolcezza e non la tocca ignoranza<br>Onorate il suo appartarsi (solo il sesso in lui è memore);<br>Prestate orecchio alla cima del vento sulle rocce del lutto<br>Attorno a quest’uomo inutile e accanto agli abissi senz’epoca”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nelo Risi ha parlato di PJJ come di “uno spirito solitario portato per inclinazione a riflettere incessantemente sul problema dell’essere e a detestare qualsiasi forma di autocommiserazione”. In particolare, “L’opera di Jouve supera il nostro secolo: <strong>essa si rifà alle radici della lirica francese moderna per proiettarsi sopra le mode e le scuole del nostro tempo nel tentativo di conciliare, in un solo istante e con un atto d’amore, un principio e una fine”.</strong> Verrebbe da dire che PJJ si è impantanato nel nuovo millennio, chino alle mode, all’empireo balocco dell’ego. In tale palude, anche l’airone pare rospo.</p>



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<p>In Hölderlin, PJJ trova un confratello nel male (“Ho vissuto sbriciolato da crisi depressive per anni, recluso tra agorafobia e ossessivi sensi di colpa che avrebbero potuto disintegrare l’autonomia della mia persona”, ha detto il poeta francese), il genio del vagabondaggio nell’insensato. E dunque: prestare cura alla parola altrui, benedirla come propria singolare eredità in singulti, bendarla con verbi nuovi, passati al vaglio della grazia, imporsi la veglia – non sarà armonico, il tutto, ma amabile, sì.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Tinian</strong></p>



<p>Grato errare<br>nel deserto sacro.</p>



<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<p>E alle mammelle della lupa, spirito buono,<br>alle acque, che dalla terra natale<br>errano</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; , un tempo selvaggio<br>appena addomesticato, beve<br>come il trovatello;<br>durante la primavera, quando la fonte è calda<br>il legno rivela ali straniere</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il giorno si riposa in solitudine<br>e presso il palmeto ragazzo<br>con gli uccelli dell’estate<br>si radunano le api,</p>



<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; per via dei fiori<br>non posseduti dalla terra,<br>si fanno grandi da soli sul suolo nudo,<br>ne riflette, e non è felice<br>di cogliere queste fioriture<br>già nell’odore dell’oro e scarni<br>sembrano pensieri,</p>



<p>*</p>



<p><strong>L’aquila</strong></p>



<p>Mio padre viaggiava sul Gottardo<br>dove si snodano i fiumi………..<br>e poi verso le coste d’Etruria<br>e per diritto cammino<br>sopraffà le nevi<br>verso Olimpo e Hemos<br>dove l’Athos getta un’ombra<br>verso le caverne di Lemno.<br>Originarie<br>foreste dell’Indo dal possente profumo<br>da cui provengono i progenitori.<br>Ma il grande avo<br>volò sul mare<br>ricco di artigliati pensieri<br>e la testa d’oro del re restò attonita<br>dal mistero delle acque,<br>quando le rosse nuvole si incollinano<br>sopra la nave e le bestie<br>si fissano l’un l’altra mute<br>pensano al pasto, ma<br>le montagne restano silenziose,<br>e noi, dove mai riposeremo?</p>



<p><em>Friedrich Hölderlin nella traduzione di Pierre Jean Jouve</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/37031-large_default-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/37031-large_default-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/37031-large_default-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/37031-large_default-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/37031-large_default.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>*</p>



<p>I soli spariti sono parole eterne<br>la cui frase ben limata ha questa forma: estasi<br>della terra musicale e del verde e dell’oro<br>del villaggio appeso al più raro balcone<br>dei prati e delle rocche glaciali intrecciate;<br>o bellezza di là, sogno dell’estrema ora,<br>un furioso incendio d’autunno si forma<br>nelle valli sotto le erbe dell’orto,<br>la discesa fa l’amore con la calura<br>le baite di legno tormentano le luci<br>e la nobiltà passa ai castagni<br>partendo, sentimmo la perdita della speranza<br>per la privazione di desideri insensati.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La donna e la terra</em></strong></p>



<p>Quando fu, questo cuore fu più forte della luce<br>il suo sangue, sotto l’influenza della luna, più ampio<br>del sangue versato e la notte più oscura e dal pelo duro<br>della notte ma perfino scintillante e cruda<br>un sesso più che un’anima, un astro più che un sesso<br>una chiesa con la criniera in cima</p>



<p>E tu che dormi! altri graniti e vecchie rose<br>che passano e dispaiono in un bagno puro<br>senza fragilità, senza distanza come<br>alte terre straniere azzurre</p>



<p>Posa su colei che più non è<br>nel tempo né seno né spasmi né lacrime<br>di chi è tornato sulla terra<br>verso l’altro più ceruleo sole.</p>



<p>STRANIERO! O SONO ANCORA una cosa vera<br>contro il tuo seno, globo mistico profumato,<br>più soave della rotonda primavera<br>e quella rosea morte, carica di vene,<br>il capezzolo di femmina delle valli<br>mia Elena! vedo gonfiarsi i tuoi capelli<br>rosa purpurea e magnetica del mondo<br>nelle spaventose trecce dell’infanzia<br>il meraviglioso sentiero nella gloria e nel fumo<br>la fenditura della vita, la rosa della lingua.</p>



<p><em>Pierre Jean Jouve</em></p>
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		<item>
		<title>“Sono una specie di fenice risorta”. David Gascoyne, il poeta che diventò Hölderlin</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-gascoyne-poesia-follia-holderlin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 04:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Hölderlin]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fece di tutto – attraverso una pratica lirica estenuante – per diventare pazzo; ci riuscì. La formula con cui David Gascoyne sancisce la propria esistenza – dacché, in lui, non esiste vita oltre la clausura poetica, il respiro è giustificato dall’ispirazione, tutto il mondo, il tempo, va espiato nel verso – è di cristallina esattezza: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fece di tutto – attraverso una <em>pratica</em> lirica estenuante – per diventare pazzo; ci riuscì. La formula con cui David Gascoyne sancisce la propria esistenza – <strong>dacché, in lui, non esiste vita oltre la clausura poetica, il respiro è giustificato dall’ispirazione, tutto il mondo, il tempo, va espiato nel verso</strong> – è di cristallina esattezza: <em>a poet who wrote himself out when young and then went mad</em>. Il cartiglio, ovviamente menzognero – Gascoyne reclama la pazzia come sigillo della propria etica poetica: egli è David Gascoyne perché è diventato matto, ma alla follia, autentica, è impedita questa quota di laica lucidità –, dice due cose. Intanto, lo sfarfallio del cliché: la poesia è legata alla giovinezza e dunque alla pazzia. <strong>Il poeta non invecchia mai – diventa pazzo, evolve nella follia. Poi: si scrive per espellersi, per cacciarsi via da sé</strong> – fino a restare ombra, pallore verbale, balbettio. Si scrive per gettarsi nella giovinezza – perciò, nella pazzia, nel mondo privo di opposizioni, dove bene e male convergono nel medesimo singulto, nello stesso sputo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="687" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95879" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-600x894.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1.jpg 725w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p>Ah, la vita di Gascoyne, emblematica gioventù, precocità aggressiva, talento violento. Nato ad Harrow nel 1916, primogenito di un impiegato di banca, Leslie Noel, e di una donna, Winifred Emery, legata a una famiglia di attori di pregio. <strong>Agli studi tecnici, cui era avviato, preferì la bohème, i sublimi bassifondi della poesia: sedicenne pubblica la prima raccolta di versi, <em>Roman Balcony and Other Poems </em>(per consacrarsi, rimbaudiano, alle indecenti leggende giovani);</strong> l’anno dopo atterra a Parigi. Sente l’urgenza di rompere con la lingua materna, di investigare l’estraneo. Nelle fotografie ha il viso quadrato, gli occhi enormi e intimiditi, le labbra spesse, di sbieco, di chi ha bevuto il latte della Gerusalemme celeste – è un volto, ecco, di un ragazzo che precipita, che impone la spietata pietà.</p>



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<p>A Parigi Gascoyne conosce André Breton, Paul Eluard, Benjamin Péret; scrive poesie per Salvador Dalí, Yves Tanguy, René Magritte; si fa surrealista con l’ansia di esaurire ogni avanguardia, con la foga di chi non ha avvenire. <strong>Nel 1935 pubblica <em>A Short Survey of Surrealism</em>, importando, di fatto, il Surrealismo in Inghilterra; l’anno dopo è tra gli organizzatori del London International Surrealist Exhibition.</strong> La mostra s’inaugura l’11 giugno, alle New Burlington Galleries; tra i partecipanti si ricordano Brancusi e Giacometti, De Chirico e Marcel Duchamp, Henry Moore, Paul Klee, Picasso, Picabia, Man Ray&#8230; L’agone surrealista lo domina per una manciata di mesi folgoranti: Gascoyne, in verità, non si installa in alcun credo; a Parigi frequenta Henry Miller e Lawrence Durrell, diventa discepolo di Pierre-Jean Jouve, che insieme a Pierre Klossowski, nel 1930, aveva tradotto i <em>Poèmes de la Folie de Hölderlin</em>. Intorno al libro, sconcertante, su Arthur Rimbaud, <em>Rimbaud le voyou</em> (1933), nasce il legame con Benjamin Fondane, poeta-pensatore che spiazza le ingenue effervescenze di Gascoyne, e gli è maestro, in un grumo di notti, nel 1937 (da qui, molti anni dopo, la scrittura di quel libro delicato, un amuleto, <em>Rencontres avec Benjamin Fondane</em>).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="632" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-632x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95880" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-632x1024.jpg 632w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-600x972.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne.jpg 667w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /></figure>



<p><strong>I ‘modelli’ di Gascoyne, arso da un’alba perpetua e sfrenata, sono proprio quelli: Rimbaud e Hölderlin. Modelli di vita – e dunque di poesia.</strong> Gascoyne, cioè, lavora – consapevolmente o meno – per diventare incompreso, irrintracciabile, riconosciuto per evasione, esteta della scomparsa. Fa di tutto per fallire, per smarrire la poesia dopo tanto accanimento. Monco del nome, impotente al proprio tempo, Gascoyne si spalanca un Harar nel petto, devia un Neckar nelle narici. Poco dopo aver pubblicato <em>Hölderlin’s Madness</em> (1938), il poeta s’imbarca come cuoco su un vascello di costa, siamo nella Seconda guerra; con il nome di “David Emery” è arruolato tra gli attori dell’ENSA, la Entertainments National Service Association, nata per dare svago alle truppe britanniche. Frequenta Lucien Freud, per qualche anno vive in Canada, si sposta a Aix-en-Provence; <strong>alla protervia lirica di W.H. Auden, che domina, e alle poesie di Philip Larkin, “deprimenti”, preferisce i versi scotennati e ipnotici di Dylan Thomas, che incrocia in uno dei suoi vagabondaggi, negli Stati Uniti.</strong></p>



<p>Attraverso Fondane scopre la filosofia di Lev Šestov, che lo ispira “alla violenza con cui deve essere afferrato il Regno dei Cieli”. <strong>È un crocevia di contraddizioni, Gascoyne: comunista a 19 anni, sconfessa la politica dopo aver fatto la canonica gita nella Spagna</strong> <strong>ribollente di guerra</strong>; surrealista, abbandona l’ideologia, “sono i religiosi dell’anti-religione, autentici giacobini”, dirà, mentre Breton lo accusa di essere il “Cristo della rivoluzione poetica”. È ancora un ragazzo, i crolli sono continui, inizia il periplo conventuale nei ricoveri, la vita che si realizza nella nigredo del delirio mentale. Il suo cristianesimo – adattato in versi abili alla profezia – è quello che sta tra Trasfigurazione e Getsemani.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95881" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong><em>Höderlin’s Madness</em> è l’emblema dell’ascesi nella follia di Gascoyne – programmata, deliberata, specie di obbedienza alla debolezza.</strong> L’acribia cronologica, la dedizione acritica, perfino la generosa ingenuità nell’insistere sulla mania lirica di Hölderlin, sono il sintomo di un poeta che preferisce, a prescindere, la <em>notte</em> della poesia. Soltanto l’oscurità – secondo il codice di Giovanni della Croce – consente la luce: crollare nell’infimo è il primo grado della sapienza. <strong>Di Hölderlin, a Gascoyne, interessa la <em>pazzia</em> – cioè la continua evasione dal canone – come di Rimbaud la fuga e l’abbandono, che sanciscono la paradossale autenticità dell’opera</strong> (la quale, di per sé, non esiste, non può, non ha alcun fondamento intellettuale, defraudata dal destino dello spiritato, al di fuori della sua volontà; bisogna essere dei lirici ordinari per stare nel reame editoriale, per ‘curare’ i propri testi, per commentarli, addirittura: essa, l’opera, spappolata, è un lascito ai posteri, che dovranno ricucirla, ricostruirla, ricondurla all’ordine, installarla nella “storia della letteratura”). Gascoyne ha 21 anni quando pubblica <em>Höderlin’s Madness</em>; pubblicherà altro – <em>Night Thoughts</em>, ad esempio, del 1956, prolunga quel verseggiare nottambulo –; negli anni Sessanta si ritira in un manicomio, nell’Isola di Wight, il Whitecroft Hospital. Ne uscirà grazie a Judy Lewis, che lavora negli istituti per malati mentali e riconosce il genio del poeta: si sposeranno nel 1975, lui ha quasi sessant’anni.</p>



<p><strong>Nell’ultima fetta della sua vita – morirà nel 2001, a novembre –, Gascoyne rivive la propria giovinezza, con nitore da idolatra, da imbambolato: </strong>pubblica i <em>Journal</em> scritti a Parigi, traduce <em>Les Champs magnétiques,</em>il libro del 1920 di André Breton e Philippe Soupault, onora la maestria di Fondane. Raccoglie gli ultimi fuochi lirici – sempre fuori dal tempo, per sempre giovane. Le lettere a Meraud Guevara, pittrice, erede dei Guinness, moglie dell’artista cileno Alvaro Guevara, con cui stringe una profonda amicizia dal 1955, descrivono, in chiaroscuro, l’indole di Gascoyne. Londra è “un labirinto umido, grigio, pieno di spettri che ondeggiano” (25 gennaio ’56), il poeta è “paralizzato, inebetito, polarizzato dalle idiozie” (10 maggio ’62); nel 1964, in un attacco di schizofrenia, tenta di strangolare l’amica, è rinchiuso in una clinica a Vaucluse, le scrive,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“&#8230;lo immagini, ho un disturbo mentale, permanente, da tempo, non potrò più maneggiare la mia arte, il talento è sfinito, passerò il resto della vita tra un sanatorio e l’altro; nient’altro che un corpo, preda delle istituzioni&#8230; ma so che anche questo è un delirio, stimolato artificialmente&#8230;”.</strong></p>
<cite><strong>(13 maggio 1964)</strong></cite></blockquote>



<p>Alla Guevara descrive gli anni dell’ospedalizzazione sull’Isola di Wight, lettere scritte da un condannato, su cui grava la cupa colpa del nulla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“David, il poeta, è completamente morto; quando parli di un palo nel cuore, hai ragione: questo è ciò che sento durante la depressione più acuta”.</strong></p>
<cite><strong>(1 novembre 1964)</strong></cite></blockquote>



<p>Gascoyne invade Hölderlin, lo tradisce, lo completa, pone un trono nella sua follia. <strong>Lo dice, il poeta, le sue traduzioni sono un “libero adattamento”, sono degli “originali”: Gascoyne entra nella notte di Hölderlin con le torce in bocca. È un pirata ragazzino, uno che manovra la fionda, incurante dell’accademia.</strong> L’avventatezza diventerà canone (Ezra Pound, il solito pioniere, con <em>Cathay</em>, nel 1915, aveva rifatto, letteralmente, la poesia cinese classica; Pier Paolo Pasolini, nel 1960, riscrive Eschilo, incurante del greco, grave del proprio linguaggio poetico, in quella <em>Orestiade</em> travolta nel sacrilego; nel 1991 Giovanni Testori traduce in versi, con ritmo caravaggesco, la <em>Prima lettera ai Corinzi</em> di San Paolo); Gascoyne è affascinato dai frammenti di Hölderlin, dalle poesie di aurorale innocenza, inebetite, appagate, oltreumane, come se da lì si potesse estorcere il veleno della pazzia, la quintessenza della lirica. D’altronde, è l’opera stessa di Hölderlin, disordinata, incongrua, fitta di frammenti infiniti, di tentativi a tentoni, una vera e propria apostasia della letteratura, a consentire ogni audacia. Anzi, il vero tradimento sarebbe trattare Hölderlin come un poeta qualsiasi, bene insediato nel canone, come Goethe, Schiller, Novalis; altrimenti, l’autodistruzione di Hölderlin, la sua scelta – ben al di là dalla patologia, dai patetici allarmati dal folle – sarebbe invano, <em>lalia</em> che proviene da un inesplicabile altrove.</p>



<p>Predilige il paesaggio, l’illuminazione fulminea, la parola sul punto di svelarsi, la quiete che assembla un sovrappiù di rivelazione – e la Storia appare, d’improvviso, superflua –, Gascoyne, contemporaneo di Hölderlin; queste sono le prime quartine del suo <em>Inverno</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando un albume di neve albeggia sui campi<br>e incendia di scintille la pianura infinita,<br>l’estate ci imbambola per un istante, la primavera<br>viva si percepisce mentre il giorno muore.</strong></p>



<p><strong>Tutte le illusioni sono sgargianti, l’aria è leggera,<br>cristallina la foresta; e non c’è umano<br>sulle strade lontane,<br>il silenzio rende sublime ogni cosa che ride.</strong></p>
</blockquote>



<p>Che in questo modo, per darci una vaga idea, sono rese da Luigi Reitani – in una versione più <em>corretta</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando bianca neve i campi adorna<br>E sulla pianura alto il sole splende,<br>Lontana incanta estate, seducente,<br>E mite già la primavera torna.</strong></p>



<p><strong>Superba è la visione, l’aria è fina,<br>Limpido il bosco, nessun uomo cammina<br>Su strade fuori mano, ove quietamente<br>Tutto è sublime e tutto è ridente.</strong></p>
</blockquote>



<p>Gascoyne elettrizza Hölderlin, piazzando la sua Apocalisse nell’era delle metropoli, della statistica, della macchina; nel tempo fatto a strappi da icone di guerra, calcato nell’acciaio. Ogni tentativo sinottico è bieco, non corrisponde al destino di cui Gascoyne impegna questi versi: fatti per la liturgia solitaria, atti a farci sbocciare nella pazzia, alla piccola follia dei balconi aperti, che digrignano gerani. Come benedizione e austero libro d’ore, vanno ripetuti questi versi, caldi alla lingua, evocano mondi su cui piede umano non calca, calcina sia sul regno dei bipedi. Per questo, qui, tradimento al cubo, Gascoyne è passato al setaccio con lo stesso metodo con cui il poeta ha svaligiato Hölderlin: contraffazioni, slittamenti, piccole aporie, contraddistinguono questa traduzione, che è opera di un bombarolo, un guerriero nell’ombra.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="772" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-772x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95882" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-772x1024.jpg 772w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-768x1019.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-600x796.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762.jpg 814w" sizes="(max-width: 772px) 100vw, 772px" /></figure>



<p>Infine, il poeta che desiderava diventare pazzo, riuscì a stanarsi, liberandosi della sua follia. A Meraud Guevara dettaglierà, infine, la sua resurrezione, l’etimo della vita nuova, quella specie di acquario nella nostalgia. <strong>“Sono una specie di fenice risorta”, le scrive, il 16 aprile del 1979 – sognava di diventare un’aquila, l’uccello sacro a Hölderlin, che abita “nelle tenebre” e pur moribondo solca gli abissi.</strong> Eppure, si sa, la vita è sempre obliqua al sogno, scolpisce il viso con un ago, tradisce le intenzioni in una legione di paludi – eppure, ogni ombra nasconde un dio decapitato.</p>



<p>*</p>



<p><strong>ORFEO AGLI INFERI</strong></p>



<p>Cortine di roccia<br>lacrime di pietra,<br>foglie, in alto, tra le crepe del cielo:<br>da lato a lato sipari<br>sollevati da mani impietose.</p>



<p>Venne portando la lira frantumata,<br>indossava l’abito blu di un re,<br>gli occhi come fori su un foglio;<br>si sentiva il mare, lontano, diafano,<br>di tanto in tanto, eletto dal vento improvviso,<br>come una canzone interrotta.</p>



<p>Di tanto in tanto tornava dal sonno,<br>labbra semiaperte, parole confuse<br>che fuggono per raccontare<br>la storia di quella notte sgargiante<br>giorno funestato di ali<br>sopra le isole e i mari<br>e i deserti e i pascoli e le pianure<br>dell’immemore terra straniera.</p>



<p>Dorme con la lira frantumata tra le mani,<br>intorno al suo sonno sollevano<br>drappi pietrificati, le lacrime e le foglie,<br>veli di cruda roccia che nascondono il cielo sfondato, infinito.&nbsp;</p>



<p><strong><em>David Gascoyne</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.ninoaragnoeditore.it/opera/la-follia-di-holderlin" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione si pubblicano parte dell’introduzione e una poesia da: David Gascoyne, La follia di Hölderlin, Aragno, 2023</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/david-gascoyne-poesia-follia-holderlin/">“Sono una specie di fenice risorta”. David Gascoyne, il poeta che diventò Hölderlin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>“Tra noi e il sole”. Thomas Lovell Beddoes, il poeta scatenato</title>
		<link>https://www.pangea.news/thomas-lovell-beddoes-poesia-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Mar 2023 05:22:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Lovell Beddoes]]></category>
		<category><![CDATA[William Blake]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivendo di Hölderlin, in un libro di frastornante, improvvida bellezza – Hölderlin’s Madness – David Gascoyne cita Thomas Lovell Beddoes. Ne parla scrivendo delle ultime poesie di Hölderlin, quelle della follia, pensate nella “stanza in cui il poeta fu rinchiuso per trent’anni” che “dava su un paesaggio di monti innevati, scure foreste e verdi vallate, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thomas-lovell-beddoes-poesia-ritratto/">“Tra noi e il sole”. Thomas Lovell Beddoes, il poeta scatenato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scrivendo di Hölderlin, in un libro di frastornante, improvvida bellezza – <em>H</em><em>ölderlin’s Madness</em> – David Gascoyne cita <strong>Thomas Lovell Beddoes</strong>. Ne parla scrivendo delle ultime poesie di Hölderlin, quelle della follia, pensate nella “stanza in cui il poeta fu rinchiuso per trent’anni” che “dava su un paesaggio di monti innevati, scure foreste e verdi vallate, attraversate dal Neckar” (cito dalla traduzione, ancora inedita, di Luca Orlandini). Quelle poesie, a David Gascoyne, ricordano i <em>Songs of Innocence</em> di William Blake, il <em>Kubla Khan</em> di Coleridge, il “battello ebbro” di Rimbaud. E le poesie di Thomas Lovell Beddoes.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Si pensa a quella misteriosa bellezza che ci viene rivelata nei fugaci lampi delle opere di Thomas Lovell Beddoes”.</strong></p></blockquote>



<p>Scrive così, David Gascoyne. Ogni poeta, in qualche modo, sceglie il proprio lignaggio, indossa una sequela. David Gascoyne – seguace di Rimbaud, lettore di Blake – trovò la sua Harar in un manicomio sull’isola di Wight, perfezionò i versi, visionari, fino alla mania. Naturalmente, restano impresse come chiodi nell’iride, quelle sue intuizioni: la <em>misteriosa bellezza</em>, i <em>fugaci lampi</em>…Già. Ma chi diavolo è Thomas Lovell Beddoes?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/E7dtrJvWUAUo8q--768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94790" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/E7dtrJvWUAUo8q--768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/E7dtrJvWUAUo8q--225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/E7dtrJvWUAUo8q--600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/E7dtrJvWUAUo8q-.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Poeta irregolare, estremista, TLB cercò di fuggire il proprio talento, obliquo, dissipandosi: la sua opera è del tutto postuma. Lo dicono “innocentemente malizioso, sempre pronto a scoccare una battuta, gli occhi furbi, i riccioli folli”; dicono assomigliasse a John Keats, ma lui preferiva Shelley, di cui si premurò di divulgare l’opera. Il padre, Thomas Beddoes, figura tra i medici più rinomati dell’epoca: tra l’altro, era intimo amico di Samuel Taylor Coleridge. Thomas Lovell Beddoes nacque a Clifton, Bristol, alla fine di giugno del 1803, tra gli agi. Il padre morì che era bambino, fu educato a Oxford, dove dimostrò precoci doti poetiche, di sinistra genialità. <strong>Nel 1822 pubblicò <em>The Bride’s Tragedy</em>, una tragedia che gli consegna l’epiteto di “ultimo degli elisabettiani” (così Lytton Strachey): tra tutti preferiva John Webster.</strong> Era un esaltato, TLB, non un manutentore di marmi: il suo amore per il passato ha il conforto del tradimento; così scrive a un amico:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Chi voglia risvegliare il genio del dramma deve essere audace e tracciare un sentiero proprio, non strisciare tra vermi e tarli. Quante, troppe, fredde resurrezioni di vampiri: i fantasmi di Marlowe e di Webster restano ancora migliori, in poesia, di tutti i nostri contemporanei, ma le loro pagine sono tarlate dal tempo, dai vermi, dobbiamo superarli”.</strong></p></blockquote>



<p>TLB, piuttosto, superò se stesso, cioè la poesia. Dopo la morte della madre – nella casa di Firenze, nel 1824, dove conobbe Mary Shelley – Thomas si trasferisce in Germania a studiare medicina. Resta quattro anni a Göttingen, studiando fisiologia, chirurgia, chimica; a Würzburg apre uno studio, ma viene allontanato dalla città a causa delle sue “idee democratiche”, che collidono coi <em>realia</em> politici dell’epoca. È affascinato dalla decomposizione dei corpi, l’esangue, fragile, disordinato Thomas Lovell Beddoes, dalla fine che incombe su ogni cosa: da qui, la poesia come un’effimera, le parole violacee, le arditezze semantiche, i versi con più code, a tratti involuti, la spiritualità scatenata, lo spiritismo. <strong>Sapeva di essere un uomo al di là, destinato ai posteri e ai passati. Non piacque alle sentinelle dell’ordine grammaticale costituito. A Zurigo assistette, nel 1839, all’insurrezione dei contadini</strong> che decapitò – letteralmente – i vertici del governo liberale della città: alcuni suoi amici furono uccisi. Il poeta, “che aveva mostrato interesse per la causa liberale, finanziandola, e che ormai scriveva in perfetto tedesco”, fu costretto a fuggire, abbandonando la nutrita biblioteca scientifica che aveva creato, di oltre seicento volumi.</p>



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<p>Inizia, per TLB, da qui, una vita da esteta del vagabondaggio: prima lo troviamo a Berlino, poi a Baden, poi ancora a Zurigo, infine a Francoforte. Ritorna in Inghilterra nel 1846; per gli amici è ormai irriconoscibile. <strong>Fuma oppio, si chiude per sei mesi in una camera, a scrivere. Lascia per sempre la sua patria l’anno dopo:</strong> a Francoforte pratica, alla bisogna, come medico, condivide la casa con un attore, lo reclutano quando occorre dissezionare dei cadaveri. Scrive, programmaticamente, da disadatto, nella disanima del disturbo. Per questo, in forma di prodigio al veleno, Thomas Lovell Beddoes diventa una specie di autore di culto: Edmund Gosse raccoglie i <em>Poetical Works</em> di TLB in una edizione del 1890 poi ampliata nel 1928 (<em>The Complete Works of Thomas Lovell Beddoes</em>); David Gascoyne ha probabilmente tra le mani l’edizione antologica delle poesie curata nel 1932 da Frank Laurence Lucas, uno che aveva osato stroncare Thomas S. Eliot. Di recente, un’edizione di <em>Selected Poetry</em> di TLB è pubblicata da Carcanet. <strong>In Italia, l’opera di TLB, “dove il macabro si sposa al grottesco”, conquistò Mario Praz: </strong>nel 1942 fece discutere a una sua allieva, Maria La Cava, una tesi di laurea sulla <em>Vita e le opere di Thomas Lovell Beddoes</em>. Troppo laterale al noto, tuttavia, TLB, per accedere tra i meandri dell’editoria italiana.</p>



<p>Fu l’amico Thomas Forbes Kelsall, nel 1851, a raccogliere i <em>Collected Poems</em> di TLB: un po’ come farà Robert Bridges con l’opera di Gerard Manley Hopkins. Naturalmente, i valori sono diversi, ma nelle poesie di TLB assistiamo a quella reiterata eversione linguistica che diventa canone sublime in GMH.</p>



<p>Thomas morì il 26 gennaio del 1849, di notte. Le informazioni in merito alla sua morte sono contraddittorie. Diceva di essere caduto da cavallo e di essersi “rotto la gamba sinistra”. Da lì comincia una sorta di martirio. Non riuscirono a curare la gamba, che gli fu amputata, il 9 settembre del 1848. Nelle lettere, pare che TLB si dimostri allegro: scrive agli amici di non avere bisogno di aiuto, discetta di letteratura, progetta un viaggio in Italia. Dicono che con la barba assomigliasse a Shakespeare, come appare nei rari ritratti. L’operazione si rivelò, per la scienza, un successo; TLB preferì uccidersi, col veleno. <strong>I suoi manoscritti, destinati a Kelsall, il solo amico, recano il sigillo di un biglietto: “Tra l’altro, avrei dovuto essere un grande poeta”.</strong> Pare la fine, distante e teatrale, ironica, che aveva costruito per sé fin da ragazzo.</p>



<p>***</p>



<p><em>Alla Notte</em></p>



<p>Dunque, rieccoti, vecchia notte neroalata<br>enorme uccello che si frappone tra noi e il sole,<br>con la tua apertura alare copri il genio della luce;<br>sotto il sudario del tuo gelido petto, piumaggio<br>torbido, covi la nebbia persefone, tempeste<br>in embrione, geloni con le chele che fuggono<br>la calda carezza del giorno. I gufi arroccati<br>nell’edera ti rendono omaggio, mentre ti acquatti;<br>come un cupo corvo che si chiude famelico<br>su una preda d’ombre, sazi il tuo occhio fosco<br>aspettando l’ululato dell’ultimo istante,<br>quando ti librerai dal tuo nido nitido<br>per balzare sul mondo con artigli d’orgoglio<br>ad accecare il tempo, la morte, il senso:<br>ogni cosa sotto il carisma delle tue fauci.</p>



<p>*</p>



<p><em>La ballata della vita umana</em></p>



<p>Quando eravamo bambini<br>ci sdraiavamo sui fiori<br>ghirlande sulle ore svergognate<br>con un mazzo dolce e verde.<br>Ho cercato il più giovane fiore, il più bello<br>e non ho avuto riposo<br>prima di riporlo ai tuoi fatati piedi.<br>Ma i giorni dell’infanzia corrono<br>tempo che sboccia, limpida frescura tra i rovi<br>quando eravamo bambini.</p>



<p>Quando eravamo ragazzi<br>ti ho sottratto un bacio notturno<br>poco prima di alzarci<br>seduti, in un canto morbido e dolce.<br>Pensiero al cuore così caro<br>condividere ogni cosa con te:<br>la più larga parte ti cedo.<br>Palpebre-elitre gonfie di rugiada, il sangue<br>squilla pensando al tempo stellato della nostra estate,<br>quando eravamo ragazzi, insieme.</p>



<p>Siamo stati marito e moglie, insieme<br>e il tuo petto, così audace<br>nel canto, ora è chiuso, gelido<br>sotto le radici rotanti dei fiori<br>e i rostri degli uccelli. Siedo presso<br>la tua tomba, scavo tra oscurità<br>con canti di amore fedele e languido dolore.<br>Il fato e i cupi sogni gentili ci ingannano:<br>anche quando germogliano le belle speranze,<br>disperazione e morte imperano: siamo stati<br>fanciulli e ragazzi, insieme, marito e moglie.</p>



<p>*</p>



<p>La rondine abbandona il nido<br>l’anima il mio corpo fiacco;<br>se la pioggia cade<br>pura e luminosa<br>sulla mia tomba<br>perché lamentarsi?<br>Tutto è destinato a tornare.</p>



<p>Ventate di foglie morte, neve<br>che corre ovunque;<br>tutto, un giorno, si spezzerà<br>sopra l’onda del tempo:<br>un acquazzone di spettri<br>terrorizzerà i morti che scapperanno<br>dalle loro tombe.</p>



<p>*</p>



<p>Mummie e scheletri sbucano dalle pietre,<br>ogni epoca si foggia la Morte, come una moda;<br>la morte del gigante dall’omero pietrificato<br>la morte del neonato per soffocamento.<br>Piccoli e carnali, ossuti o grassi<br>bianchi, sferraglianti, fertili, gialli:<br>tutti ti aspettano, dunque, attacca la giga,<br>balla e sii felice perché la Morte è un clown.<br>Re e regine, imperatori e imperatrici<br>cavalieri, abati, frati gaudenti, eremiti,<br>vagabondi e mendicanti, si incontrano sul prato;<br>dov’è la Morte e il suo amante? Vogliamo iniziare.<br>Nei circoli e nei labirinti, in molti modi,<br>tra le nuvole, sui camini e nei campi gravidi di grano<br>balleremo e rideremo sul naso paonazzo del becchino:<br>ignora che la Morte è una donna allegra.</p>



<p>*</p>



<p><em>Pensieri</em></p>



<p>Dolci pensieri tormentano la mente del poeta<br>come nuvole trafitte da un baleno, attraverso cui qualche<br>stella appare in luminosa gloria per la gioia del pastore innamorato;<br>lo trascinano lontano, in un dolce delirio; più dolce<br>dell’incenso che si spande dal dondolio della catena;<br>più dolce del velo di nebbia che avvolge la tempesta,<br>del petto sfregiato della primula, colpita dall’ape.<br>Roteano i pensieri, danno vita a una storia<br>dalle fragili ali, tendono i confini<br>degli oggetti effimeri: membra di ragnatela,<br>vela che fende il manto del crepuscolo scuro,<br>nascono dai sussurrii del vento, quando la primavera<br>si china, le braccia sotto il mento, e ascolta il mondo.</p>



<p><strong><em>Thomas Lovell Beddoes</em></strong></p>
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		<title>“Lo scandalo non sarà occultato”. Su “Ecce Homo”, una poesia di David Gascoyne</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 05:22:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecce homo è il sigillo perturbante: il momento in cui Dio cade, memento d’abisso, nudità indegna, sconsacrazione del patto, puro corpo, famelico, da fustigare. Il Tetragramma, circonfuso di nubi, onnipotente, è detto uomo, volgare Adamo, definito da mortalità e demenza, tra lacci, a giudizio, soggiogato da potere d’uomo, ed è ora e qui, ecce, senza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ecce homo</em> è il sigillo perturbante: il momento in cui Dio cade, memento d’abisso, nudità indegna, sconsacrazione del patto, puro corpo, famelico, da fustigare. Il Tetragramma, circonfuso di nubi, onnipotente, è detto <em>uomo</em>, volgare Adamo, definito da mortalità e demenza, tra lacci, a giudizio, soggiogato da potere d’uomo, ed è ora e qui, <em>ecce</em>, senza ombra di eterno, di divino dubbio, di promessa, di magioni stellari. <em>Idoù ό anthropos</em>: prima di offrire il Nazareno in pasto al popolo – “non trovo in lui nessuna colpa” – Pilato “lo fece flagellare” e umiliare, con corona di spine, manto affrettato in porpora, “e gli davano schiaffi”. L’<em>ecce homo</em> è l’uomo in sé: frastornato di tagli, sputato, soggiogato, schiaffeggiato, posto a ludibrio di bestemmie, condanna di massa, che gode nell’infierire, feroce, sul debole e sul demente.</p>
<p>Dunque, l’<em>Ecce homo</em>, eccezionale eccitante per gli artisti, il dio nell’abiezione, slanciata ingiustizia: quello ligneo di Mantegna, quello vaporizzato, in nebbia gialla, di Daumier, quello purissimo di Caravaggio, quello sfuggente di Rubens. <a href="https://enitharmon.co.uk/authors/david-gascoyne-2/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>David Gascoyne raccoglie il suo <em>Ecce Homo</em> in <em>Poems 1937-1942</em>, il libro decisivo, che lo convoca tra i poeti prepotenti dell’epoca, alieno a generi, club, didascalie critiche.</strong> </a>Stampato a Londra da Nicholson &amp; Watson, il libro è illustrato, fin nella copertina, da Graham Sutherland; è un libro di guerra, con splendori apocalittici. Un libro smisurato, nella miseria. Secondo il racconto di Robert Fraser, biografo di Gascoyne – <em>Night Thoughts: The Surreal Life oh the Poet David Gascoyne</em>, 2012 –, <em>Ecce Homo</em> fece irritare Breton, che dichiarò Gascoyne un eresiarca, allontanandolo dall’ortodossia surrealista. Era il 1947, Gascoyne aveva fatto ritorno a Parigi dopo la guerra; molti anni prima, nel 1935, neppure ventenne, era stato accolto dai Surrealisti come un Rimbaud d’Albione, aveva pubblicato <em>A Short Survey of Surrealism</em>, si era dato da fare per esportare l’avanguardia parigina in UK: dietro la leggendaria “International Surrealist Exhibition” alle New Burlington Galleries di Mayfair, era l’estate del 1936, c’era lui; furono esposti De Chirico e Dalí, Max Ernst e Giacometti, Paul Klee, Picasso, Man Ray, Magritte. Erano, davvero, altri tempi.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89999 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/30183090878-e1647423198467-242x300.jpg" alt="" width="394" height="488" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/30183090878-e1647423198467-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/30183090878-e1647423198467-827x1024.jpg 827w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/30183090878-e1647423198467-768x951.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/30183090878-e1647423198467.jpg 1008w" sizes="(max-width: 394px) 100vw, 394px" /></p>
<p>Gascoyne, giovanissimo, si era iscritto al Communist Party, aveva partecipato ai vari, vaghi “Congrés international des écrivans pour la défense de la culture”, rinvenendone con l’acre sensazione di una blasfemia, di una strategia volgare: <strong>“non sono riuscito a nascondere a me stesso la disillusione che suscitarono in me le tattiche opportunistiche, le meschinità settarie e la retorica arrogante che infine furono l’esito di questo congresso”.</strong> Fu arruolato tra i ranghi della Guerra civile spagnola, quel vasto opificio ideologico, atto a raffinare l’arte in propaganda: la sua esperienza non fu diversa da quella narrata da George Orwell. Così la racconta in un’intervista concessa a Michel Carassou, ora in <a href="https://www.ninoaragnoeditore.it/opera/incontri-con-benjamin-fonane" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>David Gascoyne, <em>Incontri con Benjamin Fondane</em> (Aragno, 2021):  </strong></a></p>
<p>“Ho già accennato al disincanto che suscitavano in me gli intellettuali di sinistra, che per la maggior parte erano marxisti-stalinisti che avevano partecipato al congresso «per difendere la cultura», che si tenne nel 1935. Questo sentimento fu rafforzato, inevitabilmente, durante il mio breve soggiorno a Barcellona, l’anno seguente, in compagnia di Roland Penrose, Christian Zervos e le loro rispettive mogli, all’inizio della guerra civile in Spagna, e quando <strong>dovetti constare, durante il mio lavoro all’ufficio della propaganda catalana, che i comunisti laggiù disprezzavano apertamente gli anarchici, il POUM, etc. A parte tutte le querelle di partito, spero di non aver mai smesso di provare un sentimento di solidarietà nei confronti della classe operaia.</strong> Allo stesso tempo, mi chiedo come un intellettuale piccolo borghese, per quanto poco élitista egli creda di essere, arrivi a convincersi che le sue preoccupazioni possano servire a una qualunque causa. Quando fui testimone delle trame burocratiche e delle rovinose rivalità dei dirigenti politici a Barcellona, ebbi anche l’occasione di assistere a un recital di poesie presentato da Rafael Alberti e la sua compagna, in un teatro stipato dagli operai, tra il fragore dei loro applausi. E ciò non accadde, ne sono convinto, perché le poesie di Alberti esprimessero qualche sentimento politico dettato dal momento, ma, al contrario, perché ogni autentica poesia ha il potere di suscitare un senso di fraterna comunanza umana. È di questo che hanno bisogno la maggior parte di quelle che un tempo abbiamo definito «le masse»”.</p>
<p><figure id="attachment_90000" aria-describedby="caption-attachment-90000" style="width: 384px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90000" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author-232x300.jpg" alt="" width="384" height="497" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author-232x300.jpg 232w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author-792x1024.jpg 792w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author-768x993.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author-1188x1536.jpg 1188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/David_Gascoyne_Author.jpg 1547w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /><figcaption id="caption-attachment-90000" class="wp-caption-text">David Gascoyne. Nato nel 1916, muore nel 2001</figcaption></figure></p>
<p>Proprio l’incontro con Fondane, nel 1937, il rapporto con gli scritti di Lev Šestov, il devoto delirare nell’opera di Rimbaud e di Hölderlin, hanno permesso a Gascoyne di liberarsi, di perfezionare la propria poetica – e dunque quella solitudine, sfacciata, sfaccettata, a colpi d’ascia.</p>
<p>Durante la guerra, aveva servito come cuoco sulle navi, e sporadicamente come attore mobilitato dall’Entertainments National Service Association. Secondo Cyril Connolly, le poesie radunate da Gascoyne in <em>Poems 1937-1942</em>, “con cauta fermezza e artica precisione, ci portano sul bordo del precipizio, in quella zona in cui l’uomo non può più tornare indietro”. Fu il libro capitale. Da allora, Gascoyne cominciò a soffrire di frequenti crisi depressive: si sentiva altro dall’intelligenza francese, un estraneo in Inghilterra, un apolide al proprio tempo. Divenne sodale di Dylan Thomas, i suoi <em>Journal</em> registrano l’omosessualità frustrata, l’uso frequente di anfetamine; dagli anni Sessanta, dopo ciclici ricoveri, fu rinchiuso nell’ospedale psichiatrico dell’isola di Wight. In <em>Ecce Homo</em>, dicono i critici, l’ispirazione originaria – le crocefissioni di Matthias Grünewald – si salda a sconcertanti visioni della Seconda guerra, al lucore sacro imposto da William B. Yeats. La poesia, tra le più note di Gascoyne, tradotta in questa pagina da Annalisa Crea, <a href="https://www.brinkerhoffpoetry.org/poems/ecce-homo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è stata letta, di recente, da Simon Callow.</a></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90001 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e-199x300.jpg" alt="" width="362" height="546" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e-768x1157.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e-1019x1536.jpg 1019w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/e3ced16e5a9e5812f2da177111be733e.jpg 1327w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></p>
<p>L’incontro parigino con Breton era fissato al Café de la Place Blanche. L’aria era satura di vita, quello era l’antro dei Surrealisti, una specie di trincea. Proprio lì, nel 1953, Man Ray fisserà l’ennesima, estenuata riunione <em>du groupe surréaliste</em>: vi appaiono, tra gli altri, in prima fila, Alberto Giacometti, Benjamin Péret, Max Ernst, Julien Gracq. Cardinalizio, Breton sfogliò il libro di Gascoyne. Aveva segnato <em>Ecce Homo</em>. Preferì non rileggerla. “Mi disgusta scoprire che sei diventato Cattolico Romano”. Breton scomunicò Gascoyne; di poesia, notoriamente, capiva poco. Gascoyne non gli rispose, come sempre altrove: quel giorno il vento era pieno di finestre.</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Ecce Homo</em></strong></p>
<p>Di chi è questo viso orripilante,<br />
La carne putrida, tumida, sferzata,<br />
Mangiata dalle mosche, arsa dal sole?<br />
Di chi questi occhi infossati e sanguigni<br />
E la testa di spine e il costato trafitto?<br />
Ecco l’Uomo: il Figlio dell’Uomo.</p>
<p>Scorda la leggenda, squarcia il velo pudico<br />
Che codardia o interesse hanno disteso<br />
Per fare del ferale nemico un amico,<br />
Per celare la verità che le ferite dicono,<br />
Per tema che lo scandalo non venga più occultato:<br />
Sarà in agonia fino alla fine del mondo,</p>
<p>E non bisogna dormire in questo tempo!<br />
È appeso all’albero della croce ora<br />
E noi qui spettatori dell’infamia,<br />
Contemporanei cinici della lenta<br />
Tortura di Dio. Ecco il Calvario<br />
Reso tremendo dal Suo sangue sparso</p>
<p>E in cima al quale Lui patisce inerte:<br />
I centurioni indossano stivali,<br />
Camicie nere e fez e distintivi<br />
E si salutano col braccio alzato;<br />
Hanno occhi di ghiaccio, labbra strette;<br />
Sono Suoi fratelli e non sanno ciò che fanno.</p>
<p>E su un lato e sull’altro appesi e morti<br />
Un contadino e un operaio,<br />
O forse uno è un ebreo linciato<br />
E l’altro un Negro o un Pellerossa,<br />
Un indiano o un etiope, un irlandese,<br />
Uno spagnolo o un democratico tedesco.</p>
<p>Dietro il Suo capo ciondolante i cieli<br />
Avvampano, ardenti cateratte<br />
Rosse degli assassinî di duemila anni<br />
Commessi nel Suo nome e dai<br />
Crociati, i guerrieri cristiani<br />
Paladini di fede e proprietà.</p>
<p>Sotto le mani inchiodate, nella piana,<br />
Stillanti tenebre indelebili<br />
Come macchie di colpa, battute da venti<br />
Lugubri e spettrali, assediate da nubi di sabbia<br />
E faglie franose sorgono le nostre<br />
Città fra breve bombardate e vuote.</p>
<p>Colui che pianse per Gerusalemme<br />
Vede la Sua profezia spiegarsi<br />
Sulle più inclite città del mondo,<br />
Una ragione panica, colpevole non può arginare l’onda<br />
Che tutto annienterà come predisse;<br />
Fino alla fine dovrà guardare il dramma.</p>
<p>Sebbene spesso nominato, è ignoto<br />
Ai cupi imperi estesi ai Suoi piedi<br />
Dove ogni cosa svilisce le Sue parole,<br />
Dove ogni uomo porta solo la colpa di tutti<br />
E va bendato incontro al proprio fato,<br />
E avidità e paura regnano sovrane.</p>
<p>Il punto di svolta della storia<br />
Deve venire. Ma il fiero e il tracotante,<br />
Chi trucida e chi sfrutta non avrà –<br />
Cristo della Rivoluzione e della Poesia –<br />
La resurrezione e la vita<br />
Forgiate dal sangue del tuo spirito.</p>
<p>Tutti presi dai loro sofismi<br />
Il prete nero e l’uomo retto<br />
Muti saranno di fronte alla verità sovversiva,<br />
Cristo della Rivoluzione e della Poesia,<br />
Mentre i reietti e i condannati diverranno<br />
Agenti del divino.</p>
<p>Non da un ostensorio d’argento cesellato<br />
Ma dall’albero dell’umano dolore<br />
Redimi il nostro sterile tormento,<br />
Cristo della Rivoluzione e della Poesia,<br />
Che il lungo viaggio dell’uomo nella notte<br />
Non sia stato invano.</p>
<p><strong><em>David Gascoyne</em></strong></p>
<p><em>*La traduzione della poesia è di Annalisa Crea</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Concedici di consumare nel fuoco”. David Gascoyne &#038; Benjamin Fondane</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-gascoyne-fondane-aragano/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 05:29:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Senza dubbio, gli incontri decisivi accadono sotto il sole nero della tragedia. Il legame – fantomatico, annodato in una ipnotica sudditanza – tra David Gascoyne e Benjamin Fondane ha per testimone, specie di invisibile confessore, Emil Cioran. “Il poeta inglese David Gascoyne (che avrebbe avuto anche lui, in altre circostanze, una sorte tragica) mi ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Senza dubbio, gli incontri decisivi accadono sotto il sole nero della tragedia. Il legame – fantomatico, annodato in una ipnotica sudditanza – tra David Gascoyne e Benjamin Fondane ha per testimone, specie di invisibile confessore, Emil Cioran. <strong>“Il poeta inglese David Gascoyne (che avrebbe avuto anche lui, in altre circostanze, una sorte tragica) mi ha raccontato di essere stato perseguitato per mesi dall’immagine di Fondane&#8230;”, scrive Cioran in <em>6 rue Rollin</em></strong>, uno dei suoi <em>Esercizi di ammirazione</em>. Poco importa che Gascoyne abbia combattuto quella didascalia – il collasso mentale non è paragonabile alla camera a gas di Auschwitz-Birkenau – dacché “una sorte tragica” non rimanda a una qualche quantità, a una dizione storica, ma alla qualità dell’esistere, da allucinati alla vita. È il <em>tragico</em>, in effetti, a gemellare i due, una poetica del tragico: tra loro, Gascoyne era il più debole, il poeta dallo sguardo spettrale, spesso emaciato, con la carne cristallina dei mistici medioevali, dei visionari pezzenti, fatti a pezzi dalla piazza. Lo si vede anche nel ritratto che gli fa Patrick Swift: Gascoyne, banalmente elegante, come chi abbia appreso la verità dell’anonimato, ha gli occhi <em>al di là</em>, persi in un liquore profetico, e le labbra curve, di chi è ispirato per balbuzie.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88418 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/225T0DqHkHb1OvLwuhWG-178x300.jpg" alt="" width="268" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/225T0DqHkHb1OvLwuhWG-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/225T0DqHkHb1OvLwuhWG.jpg 332w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Gascoyne ha la precocità dei rapiti: pubblica il primo libro, <em>Roman Balcony and Other Poems</em>, a sedici anni, nel 1932; Gascoyne scalpita: s’iscrive al Communist Party, fa una gita in Spagna per accorgersi che ogni ideologia è fatua, l’acido spurio della Storia. L’accanimento con cui s’impania nel buio, nei lati anomali, urlati, della poesia: <strong>alieno ai poeti alla moda, alle effervescenze galanti di W.H. Auden, è seguace e amico di Dylan Thomas, tra tutti è sempre il più giovane e la <em>giovinezza</em> è il criterio che ne coglie l’opera, alta per candore e tremore prima che per esuberanza.</strong> Trovava accordo nel salto, nell’entusiasmo disordinato dei folli: il suo è un <em>cursus honorum</em> verso il delirio. Scrisse un libro su <em>Hölderlin’s Madness</em> (1938); s’installo a Parigi certo di trovare casa tra i surrealisti: l’amicizia con André Breton, Benjamin Peret, Salvador Dalí, Paul Eluard gli permise, diciannovenne, di pubblicare <em>A Short Survey of Surrealism</em>, “un libro miracoloso che per la prima volta nel mondo inglese trasmette il fascino di quella avanguardia” (Stephen Spender). La precocità prelude quasi sempre al crollo, comunque alla foia. Gascoyne studia per esaurire, scrive per divorarsi: nel 1937 invia la prima lettera a Benjamin Fondane. Lo ha scoperto leggendo <em>Rimbaud le Voyou</em> – se Cioran è il testimone di questa amicizia, come in una stanza di vetro, Rimbaud è il tramite selvaggio, la miccia – e scrive tremando, tremendo, ha 21 anni. Fondane sigilla la ricerca e la gioventù di Gascoyne, lo afferma con il tratto distintivo dell’anomalia, dell’audacia. Gascoyne sbraccia, con l’ansia di chi cerca un padre, una parte, un partito – si rivela solo, e Fondane è il fondamento di quella solitudine. In qualche modo, Gascoyne realizza l’esistenza di quell’uomo inaudito.</p>
<p>*</p>
<p>A Parigi, nel 1937, l’incontro tra Fondane e Gascoyne non è tra intellettuali, ma tra esuli. Lì, in una lingua decentrata, non propria, inappropriata, forse, si salda un dialogo illusorio tra espulsi dalla Storia, tra marginali, tra esclusi e illeciti. In quell’incunabolo notturno, nel covo di conversazioni spiritate, alieni all’incubo dei giorni, due poeti impongono la propria marcia al tempo, senza nulla chiedere, fronteggiando l’era dell’impegno e il regno della ragione, come un affronto. Ci si poteva ancora incontrare tra ignoti, prestando fede all’insegnamento del pudore, aspro.</p>
<p>*</p>
<p>Fondane ha appena pubblicato <em>La Conscience malheureuse</em>, sta lavorando al <em>Faux Traité d&#8217;esthétique</em>. Incontra spesso Lev Šestov, che il 16 novembre del 1937 gli dice: “Sono perfettamente cosciente che attualmente sia la necessità a regnare sovrana e che essa esiste da mille, duemila anni. Ma chi può dimostrare che sia sempre esistita? Che prima di lei non esistesse qualcos’altro? E che dopo di lei non vi sarà nient’altro? Forse è compito degli uomini attenersi alla Necessità&#8230; Ma il filosofo deve cercare le Origini, al di là della Necessità, al di là del Bene e del Male&#8230;”. Negli stessi anni Gascoyne comincia a raccogliere testi che confluiranno in <em>Poems</em> (1943), uno dei suoi libri più importanti. Quell’incontro, istantaneo – i maestri non si frequentano, si riconoscono, e l’amicizia ha la tensione di un morso più che la costanza di un pasto –, che fagocita ombre, ha i caratteri della svolta.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-88419 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL-184x300.jpg" alt="" width="310" height="505" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL-629x1024.jpg 629w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL-768x1249.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL-944x1536.jpg 944w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/81208Y9muLL.jpg 1053w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" />Il fatto che Gascoyne assembli i <em>Rencontres avec Benjamin Fondane</em> nel 1984, quarant’anni dopo la morte del maestro imprevisto, non fa che sobillare il fascino. </strong>Quello, per così dire, è il libro della guarigione e della luce, che sancisce l’eterna giovinezza di Gascoyne, poeta che ha attraversato il secolo da imbambolato, fuori tempo, come un profeta che passeggi sulle mura della città assediata dimentico della propria profezia. Dagli anni Sessanta, Gascoyne vive sull’Isola di Wight, presso il Whitecroft Hospital: soffre di depressione, di instabilità mentale. Il genio della giovinezza lo ha svuotato; scrive pochissimo, deambulare tra i verbi lo sfianca. Durante una seduta con i pazienti, una donna legge una poesia. S’intitola <em>September Sun</em>.</p>
<p>Concedici di consumare nel fuoco, digiuni,<br />
e possa l’oro vivere in me e coniare<br />
la mia vita, trasmutando in un fine migliore<br />
questa usura ottusa e autarchica&#8230;<br />
Con un sole rabbioso possa Egli che per primo<br />
ha piantato un seme d’oro nel campo cieco<br />
del Caos, ridurre in cenere il nostro orrore.</p>
<p>La poesia l’ha scritta David Gascoyne, nel 1947. La donna si chiama Judy Lewis. Lui, il poeta nella casa dei matti, si avvicina, sussurra “l’ho scritta io”. Siamo nel 1973. Quando lei capisce che il matto dice il vero, si sposano, due anni dopo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Gascoyne morì nel 2001, pressoché isolato, evoluto nell’assenza. I giornali, all’epoca, ricamarono sulla doppia vita di Gascoyne: “a sedici anni fu comparato a Rimbaud, e di Rimbaud rappresentò la promessa, la precocità&#8230; dagli anni Sessanta passò per diversi istituti psichiatrici”</strong> (<em>Daily Telegraph</em>). <em>Le Monde</em> si fece sedurre dal poeta inglese che “all’improvviso, svanì dal mondo”, dal cliché del poeta folle, ricordando “l’amicizia con Benjamin Fondane”. C’è chi trova Aden nel precipizio mentale, chi scova la propria Samoa, Atlantide e Shangri-la là dove scoscende la ragione, nella pazzia. Il poeta non è appropriato a niente, evoca dèi con la cataratta, riti sanciti nel legno, un abside nel fegato, l’ostia ostile. D’altronde, è Gascoyne ad aver dettato la propria vita nella dottrina di un aforisma: “un poeta che ha scritto tanto da giovane, ed è diventato matto”.</p>
<p>*</p>
<p>Nella biografia dedicata a “The Surreal Life of the Poet David Gascoyne”, <em>Night Thoughts</em> (2012), Robert Fraser assegna un ruolo centrale a Fondane. L’affinità tra i due fu fiera, felina: “L’iconoclastica spavalderia dell’approccio: ecco ciò che affascinava in Fondane, e che attraeva il giovane discepolo britannico”. In una <em>Note on Benjamin Fondane</em>, Gascoyne ricorda di aver fatto leggere il “Rimbaud” a Henry Miller, e rimarca, come sempre, il suo debito verso il pensatore rumeno: <strong>“Sono orgoglioso di aver conosciuto Fondane&#8230; nel momento cruciale della mia giovinezza mi ha influenzato enormemente”. </strong>Pare un racconto di Joseph Conrad, un patto stretto tra le tenebre, mentre la luce, un verminaio, stritola.</p>
<p>*</p>
<p>Esiste una elegia della dimenticanza, una memoria irta di rasoi. D’altronde, si ama al punto da annientare tutto. Quando Gascoyne pubblica<em> Rencontres avec Benjamin Fondane</em>, omette le lettere di Fondane, e non ne registra i dialoghi. Come se Fondane fosse rinchiuso in una stanza di vetro bianco, a cui abbia accesso soltanto Gascoyne. <strong>Eppure, il poeta ci offre un indizio: “conservai per anni nella mia tasca&#8230; la sua lettera”. Quella lettera, evidentemente, è tanto importante che il poeta ricorda di averne “annotato qualche frase in un vecchio quaderno”. E la conserva, per anni, in tasca. Fino a smarrirla: “non saprei esprimere quanto mi rimprovero di non aver saputo custodire la sua lettera”.</strong> Gascoyne porta la colpa di chi crede di non aver adempiuto un compito: ha decorato intenti nel vuoto. L’amicizia diventa scisma se disperdi le lettere che l’hanno creata, calligrafica sutura che rende l’abbraccio un geroglifico e relega il drago della Storia a grottesco pupazzo di vetro. Lunga è la storia di legami costruiti intorno a lettere perdute e custodite, come anelli nuziali, con sé, addosso, fino a dimenticarsene. Nelle tasche di Boris Pasternak, ormai cadavere, è spuntata una lettera di Rainer Maria Rilke di parecchi decenni prima: era il suo più caro monile. D’altronde, il carteggio tra Pasternak e Marina Cvetaeva è andato quasi del tutto perso, nella foga della Seconda guerra. Intorno alle lettere di Franz Kafka sono nati fraintesi ed eredità oblique: le lettere, in effetti, vanno nascoste sotto il cuscino o bruciate. C’è chi ha atteso lettere e ci sono lettere che hanno disatteso promesse. Questa, forse, è la storia della letteratura; il resto, è cronaca per i critici.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88420 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/gascoyne-poems-1937-42-cover_1340_c-300x194.jpg" alt="" width="628" height="406" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/gascoyne-poems-1937-42-cover_1340_c-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/gascoyne-poems-1937-42-cover_1340_c-1024x662.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/gascoyne-poems-1937-42-cover_1340_c-768x496.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/gascoyne-poems-1937-42-cover_1340_c.jpg 1340w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></p>
<p>*</p>
<p>La fatidica lettera di Fondane a Gascoyne è stata ritrovata da Roger Scott nei primi anni Novanta, nel fondo che, presso le British Library Manuscript Collections, custodisce i “David Gascoyne papers”. Stava, raggomitolata, in uno dei quaderni di Gascoyne; è stata pubblicata sul “Bulletin de la Société d’Etudes Benjamin Fondane”, no. 3 (Printemps 1995). “Ne ho fatto una copia e gliel’ho spedita”, racconta Scott, che per “Temporel. Reveu littéraire &amp; artistique” (n.9, 26 aprile 2010), ha curato un vasto dossier su <em>David Gascoyne e Benjamin Fondane</em>. Gascoyne, il poeta che si riconosce sempre quando è cadavere: chissà cosa avrà provato rileggendo quella lettera, imparata a memoria, vecchia di oltre cinquant’anni&#8230; La scoperta è un lusso per gli storici della letteratura, per chi, col bisturi, disseziona le anime. Riguardo al legame tra Gascoyne e Fondane – raccontato da un poeta sopravvissuto al disastro e all’oblio – aggiunge poco. È l’assenza, la discordanza, il mostro appena sfiorato che ci suggestiona; il gesto di chi lascia una sedia, presso l’ingresso, per uno che arriverà tra qualche anno, dopo orde di acquazzoni, o nell’arco di certi decenni, o mai. Non basta una vita a censire un legame. Oggi siamo noi quelli seduti tra anime strane, senza mani; complici.</p>
<p><a href="https://www.ninoaragnoeditore.it/opera/incontri-con-benjamin-fonane" target="_blank" rel="noopener noreferrer">*<em>Si riproduce per gentile concessione una parte della postfazione a: David Gascoyne, “Incontri con Benjamin Fondane”, Aragno, 2021, a cura di Luca Orlandini</em></a></p>
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		<title>“Ma devi passare tra le fiamme!”. David Gascoyne traduce Hölderlin (e Dalí)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2021 03:43:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Benjamin Fondane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vero incontro – la sintesi, per così dire, di tutti gli incontri accaduti nel lampo di un’incredibile precocità, autentiche capriole del senso e del sentire – fu con Friedrich Hölderlin. David Gascoyne pubblica Holderlin’s Madness con J.M. Dent &#38; Sons nel 1938: nel frontespizio è riprodotto il disegno realizzato da Johann Georg Schreiner nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il vero incontro – la sintesi, per così dire, di tutti gli incontri accaduti nel lampo di un’incredibile precocità, autentiche capriole del senso e del sentire – fu con Friedrich Hölderlin. <strong>David Gascoyne pubblica <em>Holderlin’s Madness </em>con J.M. Dent &amp; Sons nel 1938:</strong> nel frontespizio è riprodotto il disegno realizzato da Johann Georg Schreiner nel 1825, che ritrae il poeta tedesco arguto nella pazzia. Gascoyne aveva 22 anni, era passato tra diverse voragini: l’esordio, sedicenne, con <em>Roman Balcony</em>; l’esperienza a Parigi, alla corte di André Breton, tra le falangi dei Surrealisti, di cui, con <em>A Short Survey of Surrealism</em> (1935) divenne l’avanguardia inglese; l’ammirazione totale per Benjamin Fondane, che insegue e incontra nel ’37, a cui segue l’allontanamento dal Surrealismo, la fuga da tutto. Aveva affinità con i Romantici, Gascoyne, autentici sabotatori della lirica, cronaca di eresiarchi; amava “i poeti e i filosofi della nostalgia e della notte, una notte turbata le cui strade conducono lontano, oltre frontiera, tra le cose dimenticate, i residui del sogno, la follia – una notte, tuttavia, che precede l’alba, che ha fame di sole; questi poeti fuggono dalla propria notte, così Hölderlin, nella sua pazzia, scriveva sempre della luce, dell’aria d’incendio, abbagliante, delle isole meridiane del Mediterraneo”. Qui è la diagnosi del sentire di Gascoyne, che adempie il sapere attraverso la mania, per desiderio di luce, fino alla cecità.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87312 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/20739356992-216x300.jpg" alt="" width="337" height="468" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20739356992-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20739356992-736x1024.jpg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20739356992-768x1068.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20739356992.jpg 1029w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /></p>
<p>Hölderlin – Gascoyne lo ammette in nota – gli fu rivelato da Pierre Jean Jouve, un altro maestro, l’altro incontro per ustioni, che nel 1930 aveva tradotto i <em>Poèmes de la Folie de H</em><em>ölderlin</em>. <strong>“La conoscenza accompagnata dalla maledizione, la visione trascendentale il cui prezzo è la follia. Il movimento romantico, che apre l’era capitalista, ne avverte già la catastrofe finale, la voce che scandisce il comando storico:<em> Fin qui e non oltre! </em>Il futuro vedrà forse la nascita di una razza in grado di sostituire questo decreto?”.</strong> Gascoyne, poeta/profeta – che quella domanda rimbalzi tra le pieghe delle nostre lenzuola, in questo immotivato millennio –, piega Hölderlin, in traduzione di apocalittica eleganza – “Tutto è in fuga/ e si separa/ nel rifugio è il Poeta/ Folle! speri di vedere in faccia/ la tua anima/ ma devi passare tra le fiamme” –, alle proprie esigenze liriche: palestra nella follia. Con scaltrezza, il poeta cita Georg Büchner e Goethe, William Blake, André Gide, il libro di Giobbe; soprattutto, però, si riferisce a Rimbaud, secondo l’interpretazione che ne ha dato Fondane in <em>Rimbaud le Voyou</em>.<a href="https://www.pangea.news/david-gascoyne-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong> “In Fondane trovavo un pensatore diverso da tutti gli altri”, ricorda Gascoyne in un libro di metallica bellezza, <em>Incontri con Benjamin Fondane</em>, in uscita per Aragno</strong></a> (la cura è di Luca Orlandini; al libro originario, del 1984, è aggiogato un repertorio di documenti che comprende, tra l’altro, l’intervista a Gascoyne realizzata da Michel Carassou e una lettera di Fondane).</p>
<p>Riemerso dai deliri della follia, dalle peregrinazioni per diversi sanatori, che lo alienarono dalla vita letteraria lungo l’arco di un ventennio, Gascoyne pubblica, nel 1979, una <em>Note on Benjamin Fondane</em>, in cui sottolinea “di essere stato enormemente influenzato da lui, in un momento fondamentale della mia giovinezza”. Attraverso Fondane, Gascoyne conosce l’opera di Lev Šestov, a cui dedica alcune pagine nel <em>Journal 1936-1937</em> (1980); il poeta inoltra Henry Miller alla lettura di Fondane. “Fondamentalmente, era un uomo religioso”, attacca Gascoyne, in una lunga, dissennata intervista rilasciata nel 1991 a Mel Gooding, sbobinata e ora custodita negli archivi della British Library. Quando parla del pensatore/poeta rumeno, morto ad Auschwitz nel 1944, Gascoyne è roso dall’emozione. A un certo punto, blocca la memoria, legge un testo, <em>In Memoria di Benjamin Fondane (1898-1944)</em>, a memoria, “l’ho scritto durante la guerra, quando Fondane viveva in clandestinità, a Parigi. No&#8230; non ha mai letto questa poesia&#8230; non so se lo rappresenti&#8230; è la pura soggettiva reazione a ciò che ho ricevuto da lui”. La poesia è scritta, in origine, in francese, poi Gascoyne la traduce nella sua lingua, pressappoco fa così:</p>
<p>Ecco il deserto di ossa, vago,</p>
<p>valle – eccola – delle tenebre morte, dove la dolce</p>
<p>fonte dello spirito che desideriamo cercare</p>
<p>è scoperta impossibile.</p>
<p>È nell’aldilà</p>
<p>lontano, perduto nell’azzurro essenziale</p>
<p>dello spazio, tra pietre e nevi, nel luogo</p>
<p>sigillato che l’istinto reclama. Per chi attende</p>
<p>senza la vasta sete dei disperati, tutto è maledetto,</p>
<p>chi si disseta alle acque morte</p>
<p>assidera tra miraggi. Ma l’ispirato,</p>
<p>l’autentico, si scatena, dotato di grazia oltre ogni speranza</p>
<p>forza l’ultima porta e con violenza preda il Regno di Dio, attinge l’ultimo Stato, l’unico.</p>
<p>Qui sotto, invece, si traducono un paio di poesie del Gascoyne ventenne, che si guadagnò l’appellativo – per certi versi mistificante – di <em>surrealist poet</em>. Il tentativo del poeta – totalmente ‘modernista’ – è quello di tradurre la forza pittorica in evidenza verbale; più che imitare Dalí o Tanguy, però, Gascoyne cerca, come sempre, di deragliare altrove, di capitolare nella mania. In rete, si ricava una lettura intima di David Gascoyne del 1995. Il poeta, in giacca &amp; cravatta, occhiali grossi, ha una voce nobile, la casa è frugale – le mani, simili a falchi bianchi, tradiscono un’attitudine agli abissi, come le labbra, alate.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87313 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/220192-157x300.jpg" alt="" width="268" height="509" /></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Salvador Dal</em></strong><strong><em>í</em></strong></p>
<p>La faccia dell’abisso è nera di amanti;</p>
<p>Il sole che li celebra è una sacca piena di chiodi; in primavera</p>
<p>I fiumi sfociano tra i loro capelli.</p>
<p>Golia affonda le mani nel pozzo avvelenato</p>
<p>Abbassa la testa e sente i miei piedi sul suo cervello.</p>
<p>I bambini inseguono farfalle si girano e lo vedono lì</p>
<p>Con la mano nel pozzo e il mio corpo che s’irradia dal suo cranio</p>
<p>E si spaventano. Lasciano cadere le reti e sbattono contro un muro di fumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La pianura perfetta con i suoi specchi ascolta gli scogli</p>
<p>Dove il basilisco inghiotte fiori.</p>
<p>E i bambini, persi tra le ombre delle catacombe,</p>
<p>Urlano al vetro di aiutarli:</p>
<p>“Piegati al sale, sciabola la memoria</p>
<p>Scrivi sulla mia mappa il nome di ogni fiume”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Uno stormo di stendardi si fa strada nella foresta telescopica</p>
<p>E vola come uccelli al suono della carne che crepita.</p>
<p>La sabbia cade nei fiumi infuocati attraverso le labbra del telescopio</p>
<p>Forma candide gocce di acido con petali di fuoco.</p>
<p>Gli animali araldici guadano l’asfissia degli astri,</p>
<p>Le farfalle sbucano dal guscio e crescono lingue lunghe come piante,</p>
<p>Le piante giocano con corazze simili a nuvole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli specchi scrivono Golia sulla mia fronte,</p>
<p>I bambini si ammazzano nel fumo delle catacombe</p>
<p>Mentre gli amanti galleggiano tra le rocce come pioggia.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Yves Tanguy</em></strong></p>
<p>I mondi erompono nella mia testa</p>
<p>Soffiati da un vento scervellato</p>
<p>Che viene da lontano</p>
<p>Cupo di crepe e di crepuscolo</p>
<p>E pioggia isterica</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le gracili grida della luce</p>
<p>Risvegliano il deserto infinito</p>
<p>Rintronato dal sonno tropicale</p>
<p>Rinchiuso da morti oceani grigi</p>
<p>Rinserrato tra le cosce della notte</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I mondi erompono nella mia testa</p>
<p>Frammenti come briciole di angoscia</p>
<p>Pasto per solitari eresiarchi</p>
<p>Attendono il tumulto ignobile</p>
<p>Giorni con rivolgimenti senza fine</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I mondi erompono nella mia testa</p>
<p>Il futuro in fumo non dorme più</p>
<p>Perché i semi stanno sbocciando</p>
<p>Strisciano e strepitano in mezzo</p>
<p>alle rocce dei deserti a venire</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Seme planetario</p>
<p>Piantato da un vento grottesco</p>
<p>Con la testa tumefatta di rumori</p>
<p>Con le mani rapide di tumori</p>
<p>Con i piedi conficcati nella sabbia.</p>
<p><strong><em>David Gascoyne</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Scrisse tanto da ragazzo, poi diventò matto”. Storia inquieta di David Gascoyne</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-gascoyne-ritratto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 04:33:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>David Gascoyne muore nel 2001, il 25 novembre, onorato e dimenticato da tempo, Chevalier dans l’Ordre des Arts et Lettres. I giornali, su entrambi i lati della Manica, furono affascinati dalla sua vita, che passò dal bagliore all’oscurità, che fu pari a una resurrezione. Fu lui, Gascoyne, a scriversi l’epigrafe, in effetti: “un poeta che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.connectotel.com/gascoyne/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">David Gascoyne muore nel 2001, il 25 novembre, onorato e dimenticato da tempo,</a> Chevalier dans l’Ordre des Arts et Lettres. I giornali, su entrambi i lati della Manica, furono affascinati dalla sua vita, che passò dal bagliore all’oscurità, che fu pari a una resurrezione. Fu lui, Gascoyne, a scriversi l’epigrafe, in effetti: “un poeta che scrisse quando era giovane, poi diventò matto”. Tutti giurano che era “un ragazzo magnifico”; tra tutti egli fu sempre <em>un ragazzo</em>, il poeta baciato da una precocità impura, di cui si chiederà conto. Scelse come maestro Dylan Thomas, esordì a 16 anni, nel 1932, con <em>Roman Balcony</em>, “e fu immediatamente paragonato ad Arthur Rimbaud, e, di Rimbaud, rappresentò la promessa mancata” (così il “Daily Telegraph”).</p>
<p>Scelse di vivere una vita rovinosa, di scoscendere in una poetica: a vent’anni s’iscrive al Communist Party e parte per la Spagna; quando vede come agiscono i comunisti stalinisti, ai danni di anarchici e POUM (&#8220;i comunisti laggiù disprezzavano apertamente gli anarchici, il POUM, etc.&#8221;), capisce, come Orwell in quegli stessi anni, che la sinistra adotta metodi fascisti, allora molla l’impegno politico e si dà alla mania, alla mistica lirica. L’indole è chiara dalle fotografie: lo sguardo languido, aperto, spiritato; le labbra inclinate nell’onda della balbuzie. Dal 1935 trova casa in Francia, ha fede nel Surrealismo, è amico di André Breton, Benjamin Peret, Salvador Dalí, René Magritte. <em>A Short Survey of Surrealism</em>, il suo saggio sull’epopea surrealista, è accolto come “uno studio raffinato, il primo nel mondo inglese che sia riuscito a trasmettere il fascino di quella avanguardia” (Stephen Spender). David Gascoyne, tuttavia, divora tutto, se stesso, soprattutto: la sua ricerca va oltre i poeti cristallini, impegnati, alla moda, come W.H. Auden e quelli della sua cerchia (Cecil Day-Lewis, Spender, MacNiece); egli è un apocalittico, un poeta orfico, erede di William Blake e di Gerard Manley Hopkins; di Thomas S. Eliot, per dire, ama le ritrosie, la mistificazione, la moglie folle.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87114 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author-232x300.jpg" alt="" width="360" height="466" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author-232x300.jpg 232w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author-792x1024.jpg 792w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author-768x993.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author-1188x1536.jpg 1188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/David_Gascoyne_Author.jpg 1547w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p>Attratto dall’abisso, Gascoyne scrive un libro su Friedrich Hölderlin (<em>H</em><em>ölderlin’s Madness</em>, 1938), frequenta Benjamin Fondane, il pensatore-poeta, che sconvolge le sue convinzioni e di cui scrive, molti anni dopo, in un libro dal delicato deliquio, incauto, sovversivo, <em>Rencontres avec Benjamin Fondane </em>(1984; previsto in uscita, a settembre, per l&#8217;editore Aragno). La poesia di Gascoyne, contorta nel fuoco profetico, senza casa né patria – “David Gascoyne non è un poeta inglese; è un poeta francese che scrive in inglese”, dirà di lui Philippe Soupault – si riassume in libri, <em>Poems 1937-1942</em> (1943), <em>Night Thoughts</em> (1956), che diventano di culto quando il poeta s’incunea nel delirio. Negli anni Cinquanta è in Canada, da parenti; fa a tempo a incrociare, un’ultima volta, Dylan Thomas, preda del devastante tour negli Stati Uniti. Si ritira nell’Isola di Wight, in un ospedale psichiatrico. A quegli anni allude Emil Cioran quando, scrivendo di Fondane, accenna alla “sorte tragica” del “poeta inglese David Gascoyne”. Eppure, proprio nell’ospedale psichiatrico accade il prodigio. Siamo nel 1973. Una donna, di tanto in tanto, legge poesie ai malati. La donna si chiama Judy Lewis e quel giorno legge una poesia che s’intitola <em>September Sun</em>. Dice che è la sua preferita. Attacca:</p>
<p>Concedici di consumare nel fuoco, digiuni,</p>
<p>e possa l’oro vivere in me e coniare</p>
<p>la mia vita, trasmutando in un fine migliore</p>
<p>questa usura ottusa e autarchica&#8230;</p>
<p>Con un sole rabbioso possa Egli che per primo</p>
<p>ha piantato un seme d’oro nel campo cieco</p>
<p>del Caos, ridurre in cenere il nostro orrore.</p>
<p>Silenzio. Dal fondo dell’aula David Gascoyne alza la mano. L’ho scritta io. Judy lo lascia dire, Certo, va bene. No, non va bene, ma l’ho scritta io quella poesia, fa ancora lui. Quando Judy capisce che il matto si chiama David Gascoyne, e dice il vero, se lo sposa, due anni dopo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87115 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/08/Gascoyne-1-201x300.jpg" alt="" width="322" height="481" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/Gascoyne-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/Gascoyne-1-687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/Gascoyne-1-768x1144.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/08/Gascoyne-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /></p>
<p>Il ritorno alla vita del poeta dall’allucinata precocità passa anche per l’Italia: nel 1982, per cura di Francesca Romana Paci, con la presentazione di Attilio Bertolucci, San Marco dei Giustiniani pubblica <em>La mano del poeta</em>, e a Genova Gascoyne riceve il “Premio Poesia Europa”. Non è l’inizio, purtroppo, di un doveroso lavoro editoriale nell’opera di Gascoyne, per lo più ignorata nel nostro paese (qualcosa nel 1990 ha tradotto Marco Fazzini). Finì per riandare ai turbini della giovinezza, a cercare il grumo della pazzia, la serratura che racchiude tutti gli enigmi. Capì che tutto è una scia sull’acqua, un colpo di remo, cosa che ferisce e si sutura, limpida.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><strong>Neve sull’Europa</strong></p>
<p>In esilio dal sonno gli Europei filano</p>
<p>sogni densi: quiete, miracolo, il lampo</p>
<p>di una nuova era dell’oro; ma nulla frena</p>
<p>il bianco verticale precipitato ieri notte</p>
<p>e il continente ora è vuoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Zitti, dice l’esattezza della neve</p>
<p>gli Urali e Jura si congiungono</p>
<p>in una desolazione artica. Tutto è uno;</p>
<p>pura monotonia: pianure, montagne; città, paesi:</p>
<p>i limiti sconfinano, invisibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le bandiere sbandano incolori</p>
<p>lo zero gelido della mezzanotte impone</p>
<p>una fatua tregua tra segni e stagioni – sfata</p>
<p>proiettili e grida. Ma quando verrà il disgelo</p>
<p>sarà rossa la neve e potente il tamburo!</p>
<p><em>Natale, 1938</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Orfeo agli inferi</strong></p>
<p>Cortine di roccia</p>
<p>e pianto pietrificato</p>
<p>foglie bagnate tra i crepacci del cielo</p>
<p>da ogni lato drappi</p>
<p>strappati da mani ferme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giunse con la lira in frantumi</p>
<p>indossando le vesti azzurre dei re</p>
<p>guardava con occhi simili a buchi su un foglio</p>
<p>si sentiva il sussurro del mare, lontano</p>
<p>e il vento, all’improvviso</p>
<p>come una canzone interrotta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal suo sonno, di tanto in tanto,</p>
<p>dalle labbra appena schiuse</p>
<p>fuggono parole confuse, che cercano di dire</p>
<p>quella notte abbagliante</p>
<p>il giorno ombreggiato di ali</p>
<p>il volo rapace del pensiero al sole</p>
<p>sopra isole e oceani</p>
<p>e quei deserti, e i pascoli, e le pianure</p>
<p>della terra straniera, distratta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma lui dorme con la lira frantumata tra le mani,</p>
<p>e intorno al suo sonno retrocedono</p>
<p>drappeggi rigidi, lacrime e foglie bagnate</p>
<p>le fredde cortine di pietra che nascondono il cielo, cieco.</p>
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<p>*</p>
<p><strong>Primavera 1940</strong></p>
<p>London Bridge sta crollando, Roma brucia, Babilonia</p>
<p>la Grande è polverizzata; eppure Primavera torna</p>
<p>lungo l’arco continuo del Tempo sulla terra.</p>
<p>Benché ogni luogo sia un campo nero</p>
<p>sommerso dai morti, impregnato del sangue dei moribondi,</p>
<p>una dea puntuale deve svegliarsi e percorrere</p>
<p>le scale di pietra, nell’aria gelida della terra,</p>
<p>verificare la sua missione tra queste schiere di carogne</p>
<p>facendosi largo in un labirinto di mattoni sbriciolati</p>
<p>per accelerare con i suoi passi la crescita impetuosa dell’erba</p>
<p>mentre i loro futili imperi di fuoco divampano e ardono</p>
<p>attraverso il fumo gli uomini fissano con occhi ascesi nel sangue</p>
<p>l’apparizione traslucida, vestita di quel verde che trema, che nasce</p>
<p>che appena riescono a riconoscere, che appena comprendono.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il perpetuo, sconosciuto inverno</strong></p>
<p>Quando la luce crolla nelle sere d’inverno</p>
<p>e il fiume non canta al suo passaggio</p>
<p>dietro la casa, ma è silenzioso e scorre</p>
<p>freddo, le canne più rigide del vetro,</p>
<p>come possiamo anticipare l’alba, l’improvviso</p>
<p>bagliore del sole che scardina il cielo più crudo?</p>
<p>Come non ricordare le serate estive?</p>
<p>Il cuore, stanco, non affonda nella paura,</p>
<p>non s’incide, come un acido, sulla pietra?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dietro la cortina delle tende, fissando il fuoco,</p>
<p>pensa a come la terra gira, muta e legata</p>
<p>da catene di gelo nell’aria immota;</p>
<p>come in ogni strada le finestre siano sigillate</p>
<p>dai cubi arancioni delle lampade; nelle case</p>
<p>il cucù simula la primavera e le candele sono</p>
<p>come il sole. Perpetuo inverno ignoto,</p>
<p>le famiglie si scaldano le mani e aspettano,</p>
<p>dubito che una stagione sia fugace.</p>
<p><strong><em>David Gascoyne</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/david-gascoyne-ritratto/">“Scrisse tanto da ragazzo, poi diventò matto”. Storia inquieta di David Gascoyne</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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