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	<title>Alessandro Carli Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 09 Apr 2025 04:23:46 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Continuare a inseguire l’arcobaleno”. Carlo Bo e Giovanni Spadolini: appunti di cultura politica</title>
		<link>https://www.pangea.news/spadolini-bo-anna-t-ossani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 04:23:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Anna T. Ossani]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Bo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Spadolini]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaelli Editore]]></category>
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<p>Autorevole, serioso, taciturno. Per noi, poveri studenti, incontrarlo era un problema: “Saluto o non saluto”, il dilemma. Un cenno rapido del capo era la risposta a chi osava salutare.&nbsp;<strong>Questo il mio ricordo di Carlo Bo, il Rettore Magnifico che ha cambiato tra il 1947 e il 2001 le sorti di una città, Urbino, e della sua Università che ora debitamente porta il suo nome.</strong>&nbsp;Che sapevamo di lui? Che era un critico letterario di grande rilievo, un senatore a vita per meriti culturali e ben poco altro. Solo dopo la laurea la curiosità mi aveva spinto a leggere almeno&nbsp;<em>Letteratura come vita.&nbsp;</em></p>



<p><strong>Oggi il suo nome ritorna accostato a quello di Giovanni Spadolini grazie ad Anna T. Ossani.&nbsp;</strong>Una duplice straordinaria sorpresa: Anna T. Ossani legge gli scritti di Bo su Spadolini, prefandoli e annotandoli e aggiunge in appendice le lettere di Spadolini a Bo in un corposo volume pubblicato&nbsp;<strong><a href="https://www.raffaellieditore.com/spadolini_uno_storico_che_e_uno_scrittore" target="_blank" rel="noreferrer noopener">da Raffaelli editore Rimini come dodicesimo volume della Collana “Quaderni della Fondazione Bo” e intitolato&nbsp;<em>Carlo Bo, Giovanni Spadolini “Uno storico che è uno scrittore”</em></a>,</strong>&nbsp;a cura, appunto, di Anna T. Ossani. Il volume è già in libreria.</p>



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<p>Duplice sorpresa per il nome della curatrice, una dei docenti preferiti dei miei tempi universitari e perché i saggi si muovono tra letteratura, storia politica restituendoci un panorama storico-politico-letterario che va dagli anni ’60 alla morte di Spadolini nel ’94 (cinque i saggi di Bo pubblicati dopo la morte di Spadolini, compresi nel volume). Il saggio introduttivo, “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza fermarsi” mi ha affascinato subito, sin dal titolo; gli avant-propos ai singoli testi di Bo danno la misura della competenza di chi scrive.&nbsp;</p>



<p>Oggi incontro Anna T. Ossani, la professoressa che mi ha insegnato ad amare il teatro e parlo con lei della recentissima pubblicazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="305" height="420" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini_uno_storico_che_e_uno_scrittore_.jpg" alt="" class="wp-image-103066" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini_uno_storico_che_e_uno_scrittore_.jpg 305w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini_uno_storico_che_e_uno_scrittore_-218x300.jpg 218w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></figure>



<p><strong>Sono stato uno studente impertinente e vorrei fare una impertinente prima domanda, posso?&nbsp;</strong></p>



<p>“Sentiamo quanto è impertinente”.</p>



<p><strong>È vero che nella tua ricca biblioteca ci sono scaffali pieni di libri di storia e di politica, oltre che di letteratura, teatro, musica, ma tu sei un’italianista, ci hai insegnato a leggere i testi, ad amare il teatro. Come mai questa scelta che mi sembra quasi estravagante rispetto alla tua storia, alla tua carriera?</strong></p>



<p>“Estravagante proprio no. Sin dalla tesi di laurea dedicata a Giuseppe Mazzini, a come si coniugava nella sua opera il rapporto tra letteratura e politica, divenuto poi il mio primo libro, sin dal secondo, Mario Morasso, agli studi su Futurismo e Fascismo, Tommaso Monicelli, Francesco Meriano, la prima linea di ricerca è stata quella. Poi ragioni accademiche hanno fatto il resto”.&nbsp;</p>



<p><strong>Insisto</strong>:&nbsp;<strong>perché proprio Spadolini e Bo, anzi Bo che legge Spadolini e attraverso le sue recensioni, i suoi elzeviri, le sue note sul politico toscano ci fa capire il rapporto di amicizia, di vera e propria sodalità nato tra loro in più di trent’anni di frequentazioni</strong>?</p>



<p>“Amo le intersezioni: e qui le intersezioni non stavano solo tra un critico letterario che legge uno storico, tra un cattolico che legge un laico, ma nell’oggetto stesso della ricerca. Da subito sfogliando le lettere di Spadolini e leggendo i saggi di Bo, la connessione era evidente: Storia, Letteratura, Politica; culture intrecciate; passato e presente; la grande Firenze dell’umanesimo civile e&nbsp;<em>la Firenzina</em>&nbsp;di oggi; il destino dell’Italia e un’Italia e un’Europa che non sono state in grado di compiersi. Stupefacenti, attualissime e concordanti le posizioni di entrambi. Bo non è stato solo uno straordinario critico letterario, ma anche un commentatore libero, anzi un libero commentatore di ragioni di attualità. Bargellini lo aveva invitato a&nbsp;&nbsp;scrivere per i giornali; e Bo negli anni Cinquanta non può non avere curiosità per quel giovanissimo storico che&nbsp;&nbsp;già aveva terremotato&nbsp;&nbsp;gli studi non solo con un approccio diverso alla materia storica (condotto attraverso documenti filologicamente probanti spiegati al lettore, panorami amplissimi e folgoranti ritratti, restituiti magari con pennellate rapide, ironia toscana, lingua smaltata), ma perché da cattolico leggeva con attenzione e condivisione le parole di un laico su&nbsp;<em>Giolitti e i cattolici</em>,&nbsp;<em>L’opposizione cattolica</em>, ad esempio, e capiva soprattutto di trovarsi di fronte ad un abilissimo comunicatore che spiazzava il lettore sin dai titoli dei suoi libri (penso&nbsp;al<em>&nbsp;Papato socialista</em>, alle&nbsp;<em>Due Rome</em>,<em>Il Tevere più largo</em>,&nbsp;eccetera). Un libro dal titolo&nbsp;<em>Il Papato socialista</em>&nbsp;non può non incuriosire, forse da subito spiazza. Non solo: la distanza tra un cattolico ligure taciturno, ombroso, che vive – diceva Spadolini – “ai confini e oltre i confini del dubbio”, e un laico dall’oratoria fluente che ostenta una quasi olimpica serenità è solo apparente. Li accomuna l’amore per la lettura che è per entrambi una continuo riconoscersi, un continuo esame di coscienza, la bibliofilia, l’onestà intellettuale, la cultura, l’attenzione al lettore sempre coinvolto, l’apertura all’Europa, a discipline diverse, a culture diverse, il rifiuto degli sgambetti, dei magheggi della politica, delle divisioni interne ai singoli partiti che continuavano (forse è meglio usare il presente) a rallentare un vero processo unitario del paese e l’invito continuo ad ascoltare la ragione e il dialogo tra le parti. Saranno allora i grandi fondi di Bo negli anni delle aspre polemiche sul divorzio a cementare la loro sodalità contro una “guerra di religione”, come Bo scriveva sul “Corriere della sera” diretto, tra il 1968 e il 1972, proprio da Spadolini. Spadolini e Bo hanno accompagnato il lavoro storico, il lavoro letterario, quello giornalistico e quello politico seguendo una precisa idea di&nbsp;<em>Cultura&nbsp;</em>che mancava e manca nel Palazzo; che è anche un modo nuovo di guardare gli avvenimenti, di cercarne le ragioni, non di fare chiasso attorno ai fatti. Ed è il primo grande merito del giornalista Spadolini e di Bo giornalista: testimoni lucidi e distaccati interpreti. Non solo: dai 26 testi che ho pubblicato e annotato emerge un comune destino che per entrambi ha origine a Firenze (l’uno perché vi è nato, l’altro perché vi ha studiato e letto a San Miniato, nel 1938,&nbsp;<em>Letteratura come vita</em>, involontario manifesto dell’Ermetismo), ma finirà per svolgersi altrove: a Bologna, a Milano, a Roma per Spadolini, a Urbino, Milano e Roma per Bo.&nbsp;Entrambi sono due scrittori, due costruttori”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Carlo-Bo.jpg" alt="" class="wp-image-103067" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Carlo-Bo.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Carlo-Bo-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Carlo-Bo-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/Carlo-Bo-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Carlo Bo (1911-2001)</figcaption></figure>



<p><strong>Fermati un attimo: cosa significa quando dici due scrittori, due costruttori?</strong></p>



<p>“Non basta scrivere bene per essere scrittori. Spadolini non ha solo lucida consapevolezza del tempo in cui vive, ma un’ipotesi progettuale, una responsabilità etica e un messaggio da offrire al lettore. Insomma, si tratta di cultura, di politica culturale da leggersi sia sul piano intellettuale che su quello pratico, concreto. Ecco perché parlo di due costruttori. Non è stato, il loro, “Un vivere di carta”, ma l’unica possibilità di vivere durante il Fascismo. Sono stati ‘costruttori di ponti’, di relazioni, operatori culturali nel senso gobettiano del termine ma anche concretamente operativi: cosa è stata la Fondazione&nbsp;se non il voler riportare a Firenze una nuova cultura e anche tramite la&nbsp;<em>Nuova Antologia&nbsp;</em>darle nuova vita e slancio? Firenze riportata culturalmente a una nuova grandezza. Urbino rivoluzionata nelle sue strutture universitarie, nelle sue facoltà, nei suoi docenti. E per entrambi, da Roma, dal Senato un lungo inflessibile monito a dire basta alle partigianerie, alle miserie quotidiane, entrambi testimoni e interpreti di una nuova cultura anche politica”.</p>



<p><strong>Come hai insegnato, comincio dalle soglie del testo. Cosa significa il titolo del tuo intervento introduttivo: “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza fermarsi”?</strong></p>



<p>“Una delle accuse mosse a Spadolini durante la lunga carriera politica è stata quella di essere sì un mediatore ma di non avere coraggio, di essere fragile. Accuse mosse prima e dopo la morte di Spadolini all’interno dell’agone politico ma anche fuori di esso. Ebbene: Bo respinge fortemente questa tesi e la frase di Calamandrei, amico del padre, grande uomo di cultura e grande politico, l’ha assunta come monito per tutta la vita. Avere un progetto di vita e cercare di portarlo sino alla sua conclusione senza fermarsi anche se l’arcobaleno non si raggiunge mai, se si sposta anche il tuo obiettivo e si accresce e si allarga nonostante le batoste. Per questo dico che Bo e Spadolini sono stati due costruttori:&nbsp;di ‘ponti’,&nbsp;per riprendere titolo della rivista di Calamandrei; ponti tra culture, tradizioni, momenti storici, posizioni politiche dissimili, ponti da costruire tra partiti, nazioni, culture nel segno di un’Europa che deve portare ancora a compimento il sogno del Manifesto di Ventotene, di un Mediterraneo che deve porsi come luogo di incontro e non di scontro tra civiltà. Consiglio vivamente ai politici di oggi di leggere certe pagine dei&nbsp;<em>Bloc-Notes</em>&nbsp;(anche sul Manifesto di Ventotene). Mauriac e oltre Mauriac, scrive Bo. Basterebbe pensare a Spadolini che ha istituito il Ministero per i Beni culturali, a che cosa ha fatto nella breve durata di questo incarico per capire cosa significa essere dei costruttori”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="750" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini-1024x750.jpg" alt="" class="wp-image-103068" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini-1024x750.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini-300x220.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini-768x563.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini-600x440.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/spadolini.jpg 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giovanni Spadolini (1925-1994)</figcaption></figure>



<p><strong>Cosa pensava Bo di Spadolini giornalista e cosa pensava Spadolini di Bo giornalista?</strong></p>



<p>“Bo distingue subito Spadolini dagli altri giornalisti quando ancora Spadolini era il direttore del&nbsp;<em>Resto del Carlino</em>&nbsp;per il suo essere un uomo di cultura: ciò lo distinguerà, secondo Bo, anche dagli uomini del Palazzo che ‘rodomonteggiano’ per inutili problemi, ‘tacciono’ per cose gravissime. Sono parole di Bo: gravi, pesanti. Ognuno le legga come vuole o come può. Grandissimo giornalista Spadolini per Bo, capace di cogliere l’essenza del problema, del&nbsp;<em>fatto</em>, in poche righe, di tenere il discorso e di far pensare. Quando Bo inizia a scrivere per il&nbsp;<em>Corriere della sera</em>&nbsp;e poi arriva la direzione Spadolini, la collaborazione tra i due si fa più stretta; la libertà del giornalista si accompagna alla sapienza del direttore consapevole di avere accanto non solo un grande critico, ma anche un grande commentatore di ragioni di attualità. Gli interventi di Bo sul “Corriere della sera” vanno in entrambe le direzioni”.</p>



<p><strong>Quale è</strong>&nbsp;<strong>il sotterraneo intento di questo libro?</strong></p>



<p>“Nessun intento&nbsp;<em>sotterraneo</em>. Volevo leggere pagine di Bo mai lette, volevo leggere un po’ di più di Spadolini che conoscevo in parte come politico, poco come storico. La sua scrittura ha un fascino che avvolge, nutre, ti costringe a pensare. E Bo, con la sua linea curva, con il suo procedimento ‘aggirante’, con i suoi giudizi non dati, con il suo bulino incide poco a poco e mette a nudo l’uomo segreto, lo scrittore segreto del&nbsp;<em>Capanno di</em>&nbsp;<em>Pian dei giullari</em>&nbsp;e lo storico straordinario, almeno per me, dei&nbsp;<em>Bloc-Notes</em>&nbsp;dove puoi capire perché ci troviamo, oggi, in questa dolorosa situazione culturale, prima ancora che politica. Una preveggenza che affascina e stupisce. Bo lo ha scoperto subito e ce lo ha restituito in tutta la sua grandezza come storico, come politico e soprattutto come uomo”.</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: J.M.W. Turner, L’arcobaleno, 1817</em></p>
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		<title>L’arcana solennità degli uomini. Il Portogallo secondo Marco Pesaresi</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-portogallo-1989/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2024 03:37:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pesaresi]]></category>
		<category><![CDATA[Portogallo 1989]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante i preparativi per la mostra sul “Portogallo” è stato ritrovato, insieme ad altri dattiloscritti di Marco Pesaresi, un testo datato 6 dicembre 1989 in cui il fotografo racconta il suo viaggio. Lo scritto rappresenta l’unica testimonianza, la “sinossi” del grande fotografo riminese per la mostra sul suo viaggio del 1989, 100 meravigliosi scatti inediti [&#8230;]</p>
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<p>Durante i preparativi per la mostra sul “Portogallo” è stato ritrovato, insieme ad altri dattiloscritti di <strong><a href="https://www.marcopesaresi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Marco Pesaresi</a></strong>, un testo datato 6 dicembre 1989 in cui il fotografo racconta il suo viaggio. Lo scritto rappresenta l’unica testimonianza, la “sinossi” del grande fotografo riminese per la mostra sul suo viaggio del 1989, 100 meravigliosi scatti inediti curati da Mario Beltrambini e da Jana Liskova e “ammirabili” <a href="https://www.marcopesaresi.it/2024/05/25/portogallo-1989-marco-pesaresi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sino al 29 settembre presso Villa Torlonia, Sala delle tinaie </a>(via due martiri 2, San Mauro Pascoli, ingresso libero).</p>



<p>*</p>



<p><strong>“La prima volta che andai in Portogallo fu due anni orsono, in compagnia della mia donna ed un’altra coppia. Classico, puntammo decisi sull’Argarve. Coste rocciose, vedute stupende, un clima mite, dolce, tanta ospitalità, l’oceano,</strong> comunque in ogni caso zone prevalentemente turistiche anche se prive delle imponenti e razionali strutture presenti in altre regioni. Tutti esprimevano ammirazione per la bellezza aspra a volte selvaggia del paesaggio marino. La sera andavo al mitico porticciolo di Sagres, luogo di partenza di tante caravelle destinate alla colonizzazione del nuovo continente (1500 circa) ad attendere il ritorno dei pescherecci per osservare incantato i grandi squali e le sinuose sirene che avevano popolato la mia fantasia fanciullesca. Nell’attesa riflettevo gioioso di aver trovato un’arcana civiltà, tanto lontana dai modelli economici sociali. Passai giorni sereni ma non completamente soddisfatto. Dovevo tornare, solo o al massimo con la mia donna. Quest’anno prima di partire mi sono documentato sulle caratteristiche morfologiche, demografiche del Portogallo. Le regioni scelte furono Tràs-os-Montes e l’Alenteio il cuore del vecchio ma vero Portogallo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="687" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989-1024x687.jpg" alt="" class="wp-image-100539" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989-1024x687.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989-300x201.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989-768x516.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989-600x403.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/008-©-Marco-Pesaresi-1989.jpg 1241w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Portogallo 1989; photo Marco Pesaresi</figcaption></figure>



<p>Arrivammo a Braganza (capoluogo della regione di Tràs-os-Montes, 20.000 abitanti, senza semafori) prendo il sole, era già scomparso all’orizzonte. <strong>Tras-os-Montes la regione più povera, dimenticata del Portogallo, un ambiente montano, collinoso, verde, dal fascino rude e trasformato; immersi nel paesaggio piccoli villaggi ove la gente sopravvive di agricoltura e pastorizia.</strong> Le case sono costruite con blocchi di pietra (granito), le strade hanno un concetto di planarità molto relativo. Le giornate scorrono lente con propri ritmi forse fuori dal tempo. Quando siamo arrivati a Braganza, abbiamo alloggiato in una piccola pensione ove tutte le camere destinate alla clientela erano occupate, l’unica a disposizione era la stanza del figlio che stava dormendo, “fuori lui dentro noi”.</p>



<p>Quella notte credo di aver riflettuto a lungo sull’evento capitatomi in particolare ma molto ed intensamente anche sul funerale. In un afoso martedì camminavo in un villaggio alla ricerca d’acqua fresca e rimasi colpito da un’abitazione, non oso chiamarla casa, con la porta d’ingresso tendente all’obliquo, sull’uscio sostava un bimbo. Istintivamente inizio a fotografarlo ed immediatamente dopo sentii arrivare in forte accelerazione con brusca frenata finale e relativa polvere, una vecchia automobile francese.</p>



<p>Mi sono detto: “Marco c’è da litigare”.</p>



<p>L’uomo è sceso di corsa e mi ha offerto dell’uva.</p>



<p><strong>Signori questo è Tràs-os-Montes, la zona dove per la prima volta ho ammirato l’arcana solennità delle vecchie donne vestite di nero mentre lavano i panni al fiume; la zona dove la simbiosi uomo/cane o uomo/animale da cortile è totale. </strong>Ho passato gironi camminando per questi villaggi, per me tutto era una nuova continua rivelazione.</p>



<p>La percentuale dei vecchi a Tràs-os-Montes è altissima, ciò non deriva dall’età, ma perché una persona sui 45/50 anni ha già il viso solcato di rughe, la causa è da ricercarsi nelle non ottimali condizioni di vita.</p>



<p>Molta gente emigra per lavorare, per portare denaro alla famiglia. Le strade e le piazzuole con gli abbeveratoi per gli animali diventano un punto d’incontro per i bambini del paese che giocano con sorrisi, sguardi, toccate, liberi, liberi di rincorrersi e sporcarsi; per un passante non possono non assumere significati densi e profondi.</p>



<p>Spesso la domenica è festa tendenzialmente in onore di qualche santo. Grandi processioni religiose con tanto di banda e carri ridondanti di ghirlande, festoni e denaro. <strong>L’atmosfera è intrisa di fede, di una fede morbosa ove la personalità dell’uomo si annulla nella completa devozione a Dio.</strong> Quando la banda inizia a suonare e i carri sorretti da uomini, donne o bambini cominciano ad avanzare maestosi per le strade polverose del villaggio, l’aria che si respira diventa sempre più avvolgente, quasi opprimente. Il tutto accompagnato da razzi e fuochi d’artificio.</p>



<p>Terminata la processione canti e balli in grandi spazi (spesso in rustici campi da calcio).</p>



<p>Durante le ore più calde della giornata la gente che non lavora è costantemente seduta all’ombra, sull’uscio di casa, spesso ho avuto l’occasione di comunicare (vista la grande ospitalità del popolo P.) con qualche adulto del villaggio, notando in loro un senso di velato imbarazzo, quasi vergogna per la precaria situazione abitativa in cui vivono.</p>



<p>Ciò mi ha reso particolarmente infelice, provando un senso di colpa.</p>



<p>Ascoltando prediche religiose anticonsumistiche in una simile realtà, sorridevo.</p>



<p>Decisi di partire diretto ad Aveiro, a sud di Porto. Una lingua di terra separa morbide linee d’acqua dalla massa scura, inquieta, misteriosa dell’oceano Atlantico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="676" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/004-©-Marco-Pesaresi-1989-676x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100540" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/004-©-Marco-Pesaresi-1989-676x1024.jpg 676w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/004-©-Marco-Pesaresi-1989-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/004-©-Marco-Pesaresi-1989-600x909.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/004-©-Marco-Pesaresi-1989.jpg 713w" sizes="(max-width: 676px) 100vw, 676px" /><figcaption class="wp-element-caption">Portogallo 1989; photo Marco Pesaresi</figcaption></figure>



<p>Una vasta pineta s’adagia lungo il litorale.</p>



<p>Una zona di residenza per persone benestanti, lo dimostrano le numerose villette in stile, presenti sulla laguna.</p>



<p>Il turismo è già abbastanza sviluppato ed in questi ultimi anni sta vivendo un’ulteriore fase di sviluppo accompagnata dalla continua costruzione di varie strutture ricettive. Comunque è un turismo ancora d’abbandono, ove l’uomo può trovare un rapporto diretto ed intenso con la natura.</p>



<p>Grandi spiagge, sabbia molto fine, oceano, laguna con i Moliceinos, tipiche imbarcazioni locali con disegni raffiguranti scene di vita, usate per la raccolta del mollico.</p>



<p><strong>Clima mite, giardini colorati, uniti ad una indubbia capacità culinaria, caratteristica portante del popolo</strong> (gli arrosti di pesce, sono qualcosa di fantastico, cotti senza condimento), hanno reso queste piccole strisce di terra a sud di Porto una delle zone più accoglienti e dolci dell’intero Portogallo”.</p>



<p>*</p>



<p>Nel 1989 Marco Pesaresi aveva 25 anni.</p>



<p>Anche in questo viaggio ad Ovest dell’Europa fatto 35 anni fa trovano conferma le parole di Denis Curti: “Marco Pesaresi era il risultato armonico dell’imperfezione. I suoi pensieri laterali e i suoi silenzi sapevano riempire il cuore di chi gli stava accanto. Il suo sguardo ci ha portato ovunque nel mondo, raccontandoci storie di culture, città, individui e quantità umana”.</p>



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<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Cento fotografie in bianco e nero, selezionate a partire da circa mille negativi.</strong> Prima delle immersioni nelle metropolitane delle grandi città del mondo e dei lunghi viaggi in treno ai confini dell’Europa che lo resero celebre, Marco ha quindi esplorato, con la sua sensibilità unica, la zona di Trás-os-Montes e l’Alentejo, regioni povere e dimenticate nel cuore del vecchio, ma vero, Portogallo.</p>



<p>E lo ha fatto con la sua grammatica:&nbsp;raccontare senza utilizzare le parole.&nbsp;Immagini come linguaggio universale che danno riverbero filologico all’etimologia della parola “fotografia”: scrivere con la luce.</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>



<p><em>*Le fotografie pubblicate nell&#8217;articolo e in copertina provengono dal ciclo &#8220;Portogallo 1989&#8221; di Marco Pesaresi </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-portogallo-1989/">L’arcana solennità degli uomini. Il Portogallo secondo Marco Pesaresi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“A vergogna perenne della scienza e della politica”. Tina Merlin e la tragedia del Vajont</title>
		<link>https://www.pangea.news/vajont-tina-merlin-tragedia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 04:14:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[storia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[Vajont]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. (…) Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua… Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>“Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi.</strong> (…) Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua… Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti”.</p>



<p>*</p>



<p>Se non ci fosse stata lei, lei e la sua tenacia caparbietà tipica delle donne delle montagne venete, l’Italia si sarebbe persa un capolavoro straordinario. Lode e gloria quindi a <strong>Tina Merlin</strong>, dritta come un larice e legnosa come le radici che lo spingono verso il cielo: si era messa in testa, con ostinazione, che “quella storia” doveva essere trasmessa e fatta conoscere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="607" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/sulla-pelle-viva-607x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97309" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/sulla-pelle-viva-607x1024.jpg 607w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/sulla-pelle-viva-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/sulla-pelle-viva-600x1013.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/sulla-pelle-viva.jpg 640w" sizes="(max-width: 607px) 100vw, 607px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Quattro lustri per lustrare il dramma: più o meno 20 anni di porte chiuse in faccia, di “le faremo sapere”</strong> caduti nel vuoto avrebbero piegato le gambe anche a un mulo ma non a lei: sapeva – da vera giornalista – che attorno e dentro “a quella cosa lì” c’era un racconto e un fiume di parole acquose in grado di inondare la letteratura italiana.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non sono né più brava né più coraggiosa di tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la SADE. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita”. </strong></p>
<cite><strong>13 ottobre 1963,&nbsp;<em>l’Unità</em></strong></cite></blockquote>



<p>*</p>



<p>C’era una storia accaduta, drammatica, “caduta” a valle. E una risalita, verticale, per cercare le giuste informazioni. Lei, etichettata come “non gradita” in quanto corrispondente del giornale comunista <em>L’Unità</em>, ha tirato fuori le unghie e ha fatto affidamento sulle sue gambe, esperte di scalate. Mario Fabbri, giudice istruttore di Belluno (e quindi conterraneo) che aveva perduto alcuni familiari durante la Guerra, capì chi aveva di fronte e pretese che anche lei, come gli altri giornalisti del <em>Gazzettino</em> e del <em>Resto del Carlino</em>, potesse “scartabellare” i documenti necessari per ricostruire gli eventi. Ci lavorò con costanza e pazienza, quasi come una missione. Inascoltata dalle istituzioni, nel 1959 il conte&nbsp;Vittorio Cini, ultimo presidente della&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Societ%C3%A0_Adriatica_di_Elettricit%C3%A0">SADE</a>, fece denunciare la giornalista dai carabinieri di Erto per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” tramite i suoi articoli, ma lei fu processata e assolta il 30 novembre 1960 dal giudice Angelo Salvini del tribunale di Milano perché il fatto non costituiva reato.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont</em> ci ha impiegato poco meno di un quarto di secolo per trovare un editore. </strong>Scritto poco dopo la tragedia, solamente nel 1983 esce per “La Pietra” la verità sulla costruzione della&nbsp;diga del Vajont. Dando voce alle denunce degli abitanti di&nbsp;Erto<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Erto_e_Casso"> </a>e Casso, la giornalista riuscì a denunciare i pericoli legati alla diga.</p>



<p>*</p>



<p>Il libro racconta la storia delle piccole comunità montane della valle: donne e uomini semplici, laboriosi, pragmatici, abituati a fare e non a parlare o a lamentarsi. Uomini e donne con la schiena curva, piegata dal tempo e dalla necessità di ricavare qualcosa dalle poche, aspre e aride risorse che la montagna offre a chi la vive. Storia di resistenza, di spostamenti, di nuovi, piccoli mercatini dove portare e vendere bastoni, cornici, statuine, piatti, posate in legno. A turbare la quiete, nel 1956, la Società Adriatica Di Elettricità (SADE): ha bisogno di energia elettrica per l’industria nazionale e ha individuato nella zona di Longarone l’area ideale. Il progetto, dal punto di vista, non faceva una piega. Il luogo scelto però non era adatto.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>I montanari non ci stanno e protestano per la difesa dei loro diritti e della loro quiete. La SADE però non ci vuole sentire: ha dalla sua le concessioni governative, la politica e i mezzi di informazione.</strong> E lì dove nascono i focolai di resistenza, interviene con la forza. Nel febbraio del 1960, in fretta e furia (e senza aver ottenuto la concessione), viene riempito l’invaso. La zona sotto il monte Toc inizia a mostrare segni di cedimento ma i tecnici esperti tirano dritto: vengono falsificati i documenti, cancellati i rapporti inviati alle autorità con i segnali più inquietanti, come ad esempio le continue scosse sismiche. &nbsp;Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 una frana si stacca dal Toc e finisce nel lago. <strong>Il giorno dopo, di fronte al mare di fango, giornalisti come Indro Montanelli e Dino Buzzati grideranno alla rivolta della natura, alla perfezione dell’opera tecnicamente ineccepibile</strong>, tacciando come sciacalli tutti coloro che osano parlare di responsabilità dell’uomo.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era – ed è ancora – come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio”. </strong></p>
<cite><strong><em>Sulla pelle viva</em>, 1983</strong></cite></blockquote>



<p>*</p>



<p>Marco Paolini si appassiona alla storia scritta e raccontata da Tina Merlin e a metà degli anni Novanta porta in scena <em>Il racconto del Vajont</em>: due ore e mezza di orazione “civile” che gli permettono di vincere nel 1995 il Premio Ubu&nbsp;per il teatro politico e nel 1996 il Premio Idi&nbsp;per la migliore novità italiana.</p>



<p>*</p>



<p>“Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Persone straordinarie che ti comunicano qualcosa che entra a far parte di te. A volte sono stimoli, a volte dubbi, a volte idee. Emozioni, storie, passioni. A volte sono un pugno nello stomaco che ti toglie il fiato, che ti lascia dentro una rabbia e un senso d’ingiustizia subito intollerabile, ingiusta. Questo, per me, è stata Tina Merlin. Non l’ho mai conosciuta di persona, ma l’incontro c’è stato ugualmente attraverso le pagine di questo libro. Le storie non esistono finché non c&#8217;è qualcuno che le racconta. La mia copia è piena di sottolineature. La copertina è consumata dai viaggi. (…) Non credo esista un cronista o uno storico&nbsp;<em>neutrale</em>. Esiste un lavoro ben fatto di inchiesta, di ricerca delle fonti, di ascolto dei punti di vista diversi, ed esiste un lavoro più comodo di chi si accontenta di scrivere belle pagine ad effetto”.</p>



<p>*</p>



<p>Tina Merlin se ne è andata poco più di 30 anni fa, nel 1991, senza riuscire a vedere lo spettacolo. Con ogni probabilità, le sarebbe piaciuto.</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<title>“Quando è uscito, volevo bruciare il disco”. Compie 50 anni “Storia di un impiegato”</title>
		<link>https://www.pangea.news/storia-di-un-impiegato-de-andre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 May 2023 04:35:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[disco]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Storia di un impiegato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“È un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto ‘politico’ a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico: la canzone&#160;Il bombarolo&#160;è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica” scrisse il sociologo e critico musicale Simone Dessì poco dopo l’uscita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>“È un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto ‘politico’ a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico: la canzone&nbsp;<em>Il bombarolo</em>&nbsp;è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica”</strong> scrisse il sociologo e critico musicale Simone Dessì poco dopo l’uscita del concept album. Ma ci è andata giù pesante anche Fiorella Gentile che sulle colonne di <em>Ciao 2001</em> si è espressa con queste parole: “La musica presta il nome a qualcosa che a tratti sembra la colonna sonora di un film sulla mafia (con il sintetizzatore al posto dello scacciapensieri), a volte quella di un thrilling alla Dario Argento&nbsp;(con il basso che riproduce il battito cardiaco), altre recupera i toni alla Cohen e alla Guccini: ma rimane un prodotto scucito, che non ha più il vecchio incanto”. Nemmeno lo stesso l’autore era convinto del lavoro realizzato assieme a Bentivoglio e Piovani in un anno e mezzo tormentatissimo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando è uscito volevo bruciare il disco. So di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Uno dei capolavori assoluti di Fabrizio De André compie 50 anni: <strong>era il 1973 quando uscì <em>Storia di un impiegato</em>, un vinile complicato, nebuloso, poeticamente magnetico e assoluto</strong>, non capito ai tempi (è stato riabilitato solamente negli anni Novanta) e, come molte fatiche di Faber, di meravigliosa, verticale attualità. Un oggi quindi registrato nel secolo scorso, a ricordarci che i corsi e i ricorsi storici di Gianbattista Vico sono un’ombra che non si scioglie mai al sole: è il cammino dell&#8217;umanità che passa dal senso alla fantasia e alla ragione e poi, corrompendosi, ricade in basso, nello stato selvaggio, per riprendere di nuovo il processo ascensivo e iniziare il ricorso della civiltà.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover.jpg" alt="" class="wp-image-95623" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Fabrizio-De-Andre-storia-di-un-impiegato-cover-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ci ha messo dentro tutto il suo credo: politica, contestazioni, amori, personaggi senza voce, disperati e rassegnati, parolacce, potere. Ma mai rabbia. Tra le tracce ritroviamo quel giudice riesumato dalla collina di Spoon River, quello che ha il cuore troppo vicino al buco del culo; quello che ne <em>La canzone del padre</em> diventa oggetto di insulto (“Vostro Onore, sei un figlio di troia…”) da parte dell’impiegato, rassegnato dall’incomunicabilità con la propria metà (“Con mia moglie si discute l’amore/ ci sono distanze, non ci sono paure/ Ma ogni notte lei mi si arrende più tardi/ Vengono uomini, ce n’è uno più magro/ Ha una valigia e due passaporti/ Lei ha gli occhi di una donna che pago”) <strong>ma con ancora un barlume di speranza, di orizzonte da raggiungere (“Ora aspettami fuori dal sogno/ Ci vedremo davvero/ Io ricomincio da capo”),</strong> ma solo una volta superato l’incubo della quotidianità.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Ma è in <em>Verranno a chiederti del nostro amore</em> che Fabrizio raggiunge i vertici più assoluti: una vetta che mette in ombra anche <em>La canzone dell’amore perduto</em>.</strong> L’impiegato, finito in galera perché ha fatto fuori l’amante della moglie, legge (o ascolta in televisione) le interviste che rilascia (ieri, come oggi e come domani). Parole di libertà, di leggerezza, di accuse, di prese per il culo, per quella notorietà che si lega ai fatti di cronaca nera e che dopo qualche settimana finiscono nel dimenticatoio. De André si schiera alla parte del più debole, quella dell’uomo. Un uomo che personalizza, in una forma di solipsismo, il tradimento e che si misura con l’amante (“…non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole/ le tue labbra così frenate nelle fantasie dell&#8217;amore/ dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei ‘sempre’/ nell’ipocrisia dei ‘mai’/ non sono riuscito a cambiarti/ non mi hai cambiato lo sai…”). Un impiegato, che immagina la “civettuolità” della donna (“…tu regalagli un trucco che con me non portavi…”) che ha un obiettivo ben preciso, quello di un posto fisso (“…i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro/ i tuoi occhi assunti da tre anni…”). Nonostante il dolore, l’impiegato Faber pennella una chiusa di rara bellezza e significato, avvicinata solo nella coda di <em>Giugno ’73</em> (“…poi il resto viene sempre da sé/ I tuoi ‘aiuto’ saranno ancora salvati/ Io mi dico è stato meglio lasciarci/ che non esserci mai incontrati”). Dopo essere finito in gattabuia, dopo aver visto partire la donna con un altro uomo, dopo essere rimasto solo, lui riesce egualmente a cantarle:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…</strong><strong>resterai più semplicemente<br>dove un attimo vale un altro<br>senza chiederti come mai<br>continuerai a farti scegliere<br>o finalmente sceglierai”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>L’accusa: <em>Verranno a chiederti del nostro amore</em> è un pezzo “troppo” deandreiano, l’impiegato è troppo faberiano e non può pronunciare – per i critici e i criticoni &#8211; una chiusura simile perché, come riportano le note nel libretto che accompagna il disco, “impara un altro modo di agire, di pensare, di gestire la propria persona tenendo conto della presenza degli altri, facendosi un tutto con gli altri fino a cambiare l’io col noi, ripetendo la stessa posizione di lotta ma questa volta con la coscienza di appartenere alla stessa classe di sfruttati”. Per Guido&nbsp;<em>Michelone,</em> nell’ellepì</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“De André non riesce a non essere De André quando veste i panni del suo protagonista, un antieroe scalcinato o un romantico assai velleitario”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Eppure, il tempo ha dato giustizia a questo lavoro da studio, musicalmente forse poco nelle corde classiche del cantautore genovese ma, testualmente, di grande impatto emotivo: il disco è un disco, ma anche un libro di racconti, un film, un viaggio nelle contestazioni sessantottine, un affresco di una società che ha smesso di lottare perché è diventata stanca, pigra, annoiata. E ha rinunciato a osservare: è più facile limitarsi a vedere, con distanza e da distante, i tanti giochi delle parti che accadono, assistere e accettare i silenzi. Una società che, prendendo a prestito le parole di un pezzo meraviglioso e poco frequentato di Francesco Guccini, “…non sceglie, non prende parte, non si sbilancia/, o sceglie a caso per i tiramenti del momento/ curando però sempre di riempirsi la pancia”. <strong>Un <em>Addio</em> – questo il titolo del pezzo – “alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati”: meglio, molto meglio, molto più semplice circondarsi di “lampade e tinture degli eterni non invecchiati” e vivere</strong>, o meglio, tuffarsi ad occhi chiusi in un “mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore”.</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“La satira di un mondo fossilizzato”. Riscopriamo le “contronovelle” di Anton Germano Rossi</title>
		<link>https://www.pangea.news/anton-germano-rossi-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 02:50:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Anton Germano Rossi]]></category>
		<category><![CDATA[ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’antidoto è tutto in una parola. Basta un granello di polvere per tirare due starnuti e liberare la mente dalla sporcizia. Per chi è “anti” ed è quindi “av_anti”, magari senza saperlo, non servono antistaminici ma parole, inganni per gli occhi, sorrisi per la mente. Come Eugène Ionesco quando nel 1950 scrisse “La cantatrice calva”, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’antidoto è tutto in una parola. Basta un granello di polvere per tirare due starnuti e liberare la mente dalla sporcizia. Per chi è “anti” ed è quindi “av_anti”, magari senza saperlo, non servono antistaminici ma parole, inganni per gli occhi, sorrisi per la mente. Come Eugène Ionesco quando nel 1950 scrisse “La cantatrice calva”, piccolo, meraviglioso capolavoro purtroppo poco frequentato in Italia (ma è rappresentata ininterrottamente dal 1957 al teatro de la Huchette a Parigi). “Scrivendo questa&nbsp;commedia&nbsp;(poiché tutto ciò si era trasformato in una specie di commedia o anticommedia, cioè veramente la&nbsp;parodia&nbsp;di una commedia, una commedia nella commedia) <strong>ero sopraffatto da un vero malessere, da un senso di vertigine, di nausea. Ogni tanto ero costretto ad interrompermi e a domandarmi con insistenza quale spirito maligno mi costringesse a continuare a scrivere, </strong>andavo a distendermi sul&nbsp;canapé&nbsp;con il terrore di vederlo sprofondare nel nulla; ed io con lui”, ha raccontato lo stesso Ionesco, aggiungendo: ‟Non ho mai capito la differenza che si fa tra comico e tragico. Essendo il comico l’intuizione dell’assurdo, esso mi sembra più desolante del tragico. Il comico non offre scampo”.</p>



<p>*</p>



<p>L’incipit, la didascalia implicita, è una lama:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Interno borghese inglese, con poltrone inglesi. Serata inglese. Il signor Smith, inglese, nella sua poltrona e nelle sue pantofole inglesi, fuma la sua pipa inglese e legge un giornale inglese accanto a un fuoco inglese. Porta occhiali inglesi; ha baffetti grigi, inglesi. Vicino a lui, in un’altra poltrona inglese, la signora Smith, inglese, rammenda un paio di calze inglesi. Lungo silenzio inglese. La pendola inglese batte diciassette colpi inglesi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Ma ben prima di Ionesco un italiano poco italico e molto acuto si è scagliato contro “Pi Randello”, scardinando e cuocendo a bagnomaria nell’acquasantiera l’arte del Nobel siciliano<strong>. Si chiama Anton Germano Rossi, è nato il 29 maggio 1899 a <em>Paaavma</em> ed è morto nel 1948:</strong> in meno di mezzo secolo di vita ha lasciato un segno indelebile ma invisibile agli occhi di chi annega nelle pagine degli scrittori di strillo. In comune con il genio di Girgenti, a naso e senza entrare troppo tra le righe, le novelle (che in Rossi diventano “anti”) e qualche riflessione sull’umorismo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/IMG_20230323_183053-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95288" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/IMG_20230323_183053-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/IMG_20230323_183053-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/IMG_20230323_183053-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/IMG_20230323_183053.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Il passaggio di Pirandello è noto a tutti ma è lungo quindi giova ricordarlo: “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.</p>



<p>Il pensiero di Rossi è meno celebre:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quello che impropriamente si chiama umorismo, e che sarebbe l’arte di far apparire come naturale ciò che non dovrebbe normalmente accadere, non può in letteratura essere arte staccata, ma è uno dei mezzi dello scrittore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><strong>A circa 35 anni, siamo nel 1934 (e quindi in pieno Ventennio), Anton Germano Rossi dà alle stampa <em>Porco qui, porco là </em>per la casa editrice Corbaccio:</strong> una raccolta di antinovelle in cui, con sottile umorismo, si beffa della censura e prende per il culo le convenzioni e il conformismo. Scrive&nbsp;Giuseppe Ciarallo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I racconti di&nbsp;Rossi&nbsp;suonavano come una sonora pernacchia nei confronti delle tronfie parole della propaganda. Fu solo grazie alle atmosfere surreali in cui i militari di&nbsp;Rossi&nbsp;si muovevano con finto (artefatto) candore, che probabilmente venne risparmiata all’autore l’infamante accusa di disfattismo e la conseguente pena che tale tipologia di reato prevedeva”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Anton Germano Rossi oggi è quasi dimenticato dai critici e dall’intellighenzia, nonostante una gloriosa carriera tra la carta stampata: ha scritto su <em>Marc’Aurelio</em>, ha fondato <em>Il Giornale delle Meraviglie</em>, è stato direttore <em>de Il Caffè</em> e ha collaborato per&nbsp;<em>La Stampa</em>. Per fortuna esistono i mercatini dell’usato e gli svuotasoffitte che talvolta recuperano gemme preziose (tra i miei ritrovamenti, nel tempo, anche <em>Pirandello o la stanza della tortura</em> di Giovanni Macchia a tre euro) e li mettono sotto i miei occhi miopi.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p><strong>“Le contronovelle vanno molto più in là di un espediente per divertire: volevano essere la satira di un mondo fossilizzato;</strong> quando furono scritte cercavano di rendere quel qualcosa di staccato e di automatico che si era formato nel sentimento della gente, volevano sintetizzare l’esasperato convenzionalismo che era in ogni gesto e in ogni atto della società, che per tre quarti sulla via della pazzia, si credeva perfettamente sana”. Anton Germano Rossi.</p>



<p>*</p>



<p>Nell’anno XII del Fascismo, esattamente nel mese di settembre, esce <em>Porco qui, porco là</em> dove si incontrano personaggi bizzarri e originali tracciati in uno stile antiletterario, quasi nuovo.&nbsp; Troviamo persone di una certa età lanciate fuori dai finestrini di un treno, ma anche un signore “temperino” che fa la punta a due ragazze poppute, un callista ammogliato e figliato che tormenta il callo di una donna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="741" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1-741x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95289" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1-741x1024.jpg 741w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1-768x1062.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1-600x830.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-1.jpg 781w" sizes="(max-width: 741px) 100vw, 741px" /></figure>



<p>*</p>



<p>“Scusi” domandò il vecchio signore di provincia al guidatore della corriera, “potrei passare da Fesso?”.</p>



<p>“Faccia vedere” disse il guidatore della corriera pigliando dalla mano del vecchio signore di provincia il biglietto, e andandovi uno sguardo. “No!” disse poi, “lei non può passare da Fesso”.</p>



<p>“Di già che c’è” domandò un altro viaggiatore mostrando il biglietto “io ci posso passare?”.</p>



<p>“Lei sì” rispose il guidatore della corriera. “C’è passato altre volte?”.</p>



<p>“Altroché!” esclamò sorridendo l’altro viaggiatore: “Ci passo tutti i giorni”.</p>



<p>*</p>



<p>(Il titolo del libro è preso da una battuta dell’antinovella <em>Fraternità d’alto mare</em>)</p>



<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anton-germano-rossi-ritratto/">“La satira di un mondo fossilizzato”. Riscopriamo le “contronovelle” di Anton Germano Rossi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Una certa armonia del mondo”. Sia lode a Peter Brook</title>
		<link>https://www.pangea.news/peter-brook-alessandro-carli-teatro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 03:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Mahabharata]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Brook]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un puctum, forse uno solo, ed è importante coglierlo. Non è difficile: basta osservare una fotografia, quasi una qualunque, per vedere e capire che dentro quelle pupille si celava, manifestandosi, un seracco artistico. * Ha valangato le scene di mezzo mondo scavallando il secolo che l’ha visto nascere, il Novecento. E si è spinto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/peter-brook-alessandro-carli-teatro/">“Una certa armonia del mondo”. Sia lode a Peter Brook</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è un <em>puctum</em>, forse uno solo, ed è importante coglierlo. Non è difficile: basta osservare una fotografia, quasi una qualunque, per vedere e capire che dentro quelle pupille si celava, manifestandosi, un seracco artistico.</p>



<p>*</p>



<p>Ha<em> valangato</em> le scene di mezzo mondo scavallando il secolo che l’ha visto nascere, il Novecento. E si è spinto anche un po’ più in là, a <em>rido_sso</em> della tripla cifra. E poco importa se non ha fatto ridere la bocca: il vero sorriso, quello mentale, quello che non si vede, l’ha fatto fiorire anche a febbraio quando ha firmato, assieme a Marie-Hélène Estienne, lo scespiriano <em>Tempest Project</em>. Sembra nulla, ma si stava avvicinando al compleanno numero 97.</p>



<p>*</p>



<p>Peter Brook, qualche giorno fa, ha detto “sipario”. Questa volta però in maniera definitiva, chiudendo gli occhi, quelle due grotte profonde che sottendevano abissi verticali, scenografie, parole recitate, ricerca.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La corda tesa è l’immagine che meglio rappresenta la mia idea di teatro. Non voglio insegnare nulla, non sono un maestro, non ho teorie”.</strong></p></blockquote>



<p>*</p>



<p>Attingendo in parte al Terzo Teatro – anche se sarebbe più corretto invertire i soggetti e gli oggetti: è stata la scossa di Jerzy&nbsp;<em>Grotowski ed Eugenio Barba a “prendere” da Brook</em> -, il regista londinese ha cercato di abbattere quella parete che separava la vita e l’arte, azzerando il “concetto di finzione davanti alla rivelazione di una verità esistenziale profonda”. In Peter quindi il teatro si trasformava, nella finzione della recita, una profonda esperienza intima collettiva di vita perché, come ha ammesso</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“quando un gruppo di persone è riunito per un evento molto intenso, che deve esprimere tutto ciò che in poesia un grande autore può dare, lo spirito diventa tangibile come è tangibile che quest’impressione non si può avere in solitudine e il suo senso per tutti è che la vita può essere vissuta”.</strong></p></blockquote>



<p>*</p>



<p>Il mondo ha imparato il suo nome (non difficile, a dire il vero) nel 1955 quando, 30enne, ha portato in Europa la prima grande tragedia di Shakespeare, violentissima e sanguinaria: <em>Tito Andronico </em>(in scena due attori giovanissimi che diventeranno piuttosto celebri Laurence Oliver&nbsp;e&nbsp;Vivien Leigh).<strong> </strong>Non è una celebrazione della romanità, il Tito, bensì una lucida e insieme sgomenta e inorridita analisi dei meccanismi del potere, dove Roma è metafora dello Stato moderno. Un testo che gli ha permesso di gettare un seme: riportare il teatro alla dimensione del rito, senza troppi orpelli. Un teatro essenziale, denudato di ogni decoro scenografico, di ogni naturalismo, di ogni illusione psicologica o declamatoria. Materiale, idee, concezione e approccio alla <em>mise en scene</em> che vengono racchiusi tra le pagine di un libro, <em>Lo spazio vuoto</em>&nbsp;(conosciuto anche come “Il teatro e il suo spazio”, pubblicato nel 1968), un volume fondamentale in cui Brook individua quattro tipologie di teatro:&nbsp;Mortale, Sacro, Ruvido&nbsp;e&nbsp;Profano.&nbsp;Quattro teatri&nbsp;che “possono esistere l’uno accanto all’altro, l’uno dentro l’altro, oppure lontani”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="624" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-1024x624.jpg" alt="" class="wp-image-91707" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-1024x624.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-300x183.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-768x468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-1536x936.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991-600x366.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Photograph-of-A-Midsummer-Photostage00087991.jpg 1772w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Da Sogno di una notte di mezza estate, 1970</em></figcaption></figure>



<p>*</p>



<p><em>L’attualità del suo pensiero è racchiusa in una relazione a tre: </em>quella tra attore, testo e pubblico. Prima di andare in scena, quindi nella fase di costruzione dello spettacolo, l’alchimia deve avvenire tra l’attore, il testo e il regista; ancor prima invece tra il regista, il testo e lo scenografo. Se il regista non ha in mente cosa “vedere” e cosa “far vedere”, il testo e gli attori rimarranno spuri. Il testo, in sintesi, diventa il pernio su cui la creatività di ogni parte deve girare per emettere energia cinetica. Com’è facile intuire, è stato&nbsp;molto ispirato&nbsp;dal&nbsp;teatro della crudeltà&nbsp;di Antonin Artaud, che aspira&nbsp;a&nbsp;un contatto diretto con lo spettatore, essendo parte integrante della creazione artistica globale.</p>



<p>*</p>



<p><strong>A 60 anni si regala il capolavoro, una summa del suo pensiero, un’impresa, un canto alla durata, un viaggio in prima classe: <em>Mahābhārata</em>, nove ore di purezza con undici intervalli. Lo spettacolo fu rappresentato per la prima volta al 39º Festival di Avignone il 7 luglio 1985. Peter Brook cercava “un luogo privo di qualsiasi passato culturale e artistico”.</strong> Furono individuate le cave di Boulbon, nelle&nbsp;Bouches-du-Rhône, quindici chilometri a sud-ovest di Avignone. Gli spettatori dovevano raggiungere il luogo partendo in automobile, autobus o battello, per poi proseguire a piedi. “Lo spettacolo – riportano le cronache del tempo – veniva messo in scena dentro la cava e la scenografia era sovrastata dalle rocce della cava stessa, alte una trentina di metri. Le tre parti dell’opera vennero rappresentate sia insieme sia separatamente. La prima parte andò in scena il 7, 10, 16, 19, 25 e 28 luglio; la seconda l’8, 11, 17, 20, 26 e 29 luglio; la terza il 9, 12, 18, 21, 27 e 30 luglio. L’opera completa fu invece rappresentata il 13, 22 e 31 luglio: l’evento fu chiamato&nbsp;<em>Notte del Mahābhārata&nbsp;</em>e durò tutta la notte. Lo spettacolo fu considerato la visione mitologica di una società divisa e sull’orlo dell’autodistruzione, situazione che probabilmente Brook considera assai vicina alla realtà attuale. In un lungo articolo del 1985, “The New York Times”, ha evidenziato il “travolgente successo di critica” ricevuto dalla produzione, per uno spettacolo che “ha fatto nientemeno che il tentativo di trasformare il mito indù in arte universalizzata, accessibile ad ogni cultura”. Brook commentò il progetto con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Quello che viene espresso nel&nbsp;Mahabharata&nbsp;è che esiste una certa armonia del mondo, un’armonia cosmica, e gli individui possono contribuire a essa o distruggerla. Quindi ognuno deve tentare di scoprire qual è il suo posto nello schema cosmico e come può contribuire a mantenere l’armonia cosmica, piuttosto che distruggerla”.</strong></p></blockquote>



<p>*</p>



<p>Nel 2016 il Teatro Storchi di Modena ha ospitato <em>Battlefield</em>, un distillato della maratona <em>Mahābhārata</em>, o meglio, uno spaccato della “storia dei discendenti di Bharata”. Un rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta quindi dove da una parte sono schierati cinque fratelli, i Pandava, dall’altra i loro cugini, i Kaurava, i cento figli del Re cieco Dhritarashtra. Il conflitto diventa ben presto una vera e propria devastazione, milioni di cadaveri ricoprono il campo di battaglia. Infine prevalgono i Pandava, il più anziano dei quali, Yudishtira, deve salire al trono con il peso di una vittoria macchiata dal sapore amaro della distruzione. Il vecchio re Dhritarashtra, che ha appena perso tutti i suoi figli, e il nuovo re, suo nipote Yudishtira, condividono lo stesso dolore, lo stesso bruciante rimorso, eppure devono affrontare la realtà e assumersene la responsabilità. Pare oggi, e invece è ieri.</p>



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<p>*</p>



<p>Ma è forse nel suo legame con il Bardo che il regista ha scandito tutta il suo lavoro: più o meno ogni cinque anni, non di più, metteva le mani nel poeta di Stratford-upon-Avon. Il primo incontro già nel 1930 quando il <em>cinquenne </em>Peter mette in scena <em>Amleto</em> come un&nbsp;burattino: essenziale, senza troppi drappeggi. Già da piccolo aveva chiara l’idea di come doveva essere il suo teatro. &nbsp;</p>



<p>Brook&nbsp;&nbsp; riporta&nbsp;&nbsp; un&nbsp;&nbsp; episodio&nbsp;&nbsp; del&nbsp;&nbsp; 1945,&nbsp;&nbsp; quando&nbsp;&nbsp; andò&nbsp;&nbsp; per&nbsp;&nbsp; la&nbsp;&nbsp; prima&nbsp;&nbsp; volta&nbsp;&nbsp; a&nbsp;&nbsp; Stratford&nbsp;&nbsp; per&nbsp;&nbsp; celebrare&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp; 400º anniversario della nascita di Shakespeare. Qui c’era bisogno di un rituale e l’unico modo di celebrare di cui si aveva ricordo era una festa: si fece così una lista di persone che si riunirono, si salutarono, mangiarono qualcosa e poi qualcuno tenne un discorso ufficiale e alla fine si alzarono tutti in piedi per brindare a Shakespeare. Solamente che nel momento in cui tintinnarono i bicchieri, ognuno dei presenti si concentrò sulla vera ragione per cui erano riuniti e ci fu un attimo di silenzio che un istante dopo venne spezzato e dimenticato. Se avessero avuto maggiore comprensione del rito, si sarebbe potuto celebrarlo in modo diverso: noi non sappiamo come celebrarlo perché non sappiamo cosa celebrare. Conosciamo solo il risultato finale, il clamore, gli applausi.</p>



<p>Anche le rappresentazioni teatrali terminano sempre con gli applausi, le grida di approvazione, ma battiamo le mani automaticamente perché non sappiamo cos’altro fare. Ma dimentichiamo che un altro modo di riconoscere ed apprezzare un’esperienza è il silenzio: un silenzio teatrale che comunica, il silenzio che indica l’aver capito, l’aver colto, la condivisione. Purtroppo, tutti i rituali, tutte le forme di arte sacra sono state distrutte dai valori borghesi, ma se c’è ancora l’esigenza di stabilire attraverso il teatro un contatto autentico con una sacralità invisibile allora Brook dice di riesaminare tutti i possibili strumenti per farlo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="473" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ae10fc8c7e396c3855cbeb57eead1a86_XL-473x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91708" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ae10fc8c7e396c3855cbeb57eead1a86_XL-473x1024.jpg 473w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ae10fc8c7e396c3855cbeb57eead1a86_XL-139x300.jpg 139w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ae10fc8c7e396c3855cbeb57eead1a86_XL.jpg 499w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></figure>



<p>Brook&nbsp;&nbsp; riporta&nbsp;&nbsp; un&nbsp;&nbsp; episodio&nbsp;&nbsp; del&nbsp;&nbsp; 1945,&nbsp;&nbsp; quando&nbsp;&nbsp; andò&nbsp;&nbsp; per&nbsp;&nbsp; la&nbsp;&nbsp; prima&nbsp;&nbsp; volta&nbsp;&nbsp; a&nbsp;&nbsp; Stratford&nbsp;&nbsp; per&nbsp;&nbsp; celebrare&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp; 400º anniversario della nascita di Shakespeare. <strong>Qui c’era bisogno di un rituale e l’unico modo di celebrare di cui si aveva ricordo era una festa: si fece così una lista di persone che si riunirono, si salutarono, mangiarono qualcosa e poi qualcuno tenne un discorso ufficiale e alla fine si alzarono tutti in piedi per brindare a Shakespeare. </strong>Solamente che nel momento in cui tintinnarono i bicchieri, ognuno dei presenti si concentrò sulla vera ragione per cui erano riuniti e ci fu un attimo di silenzio che un istante dopo venne spezzato e dimenticato. Se avessero avuto maggiore comprensione del rito, si sarebbe potuto celebrarlo in modo diverso: noi non sappiamo come celebrarlo perché non sappiamo cosa celebrare. Conosciamo solo il risultato finale, il clamore, gli applausi.</p>



<p>Anche le rappresentazioni teatrali terminano sempre con gli applausi, le grida di approvazione, ma battiamo le mani automaticamente perché non sappiamo cos’altro fare. Ma dimentichiamo che un altro modo di riconoscere ed apprezzare un’esperienza è il silenzio: un silenzio teatrale che comunica, il silenzio che indica l’aver capito, l’aver colto, la condivisione. Purtroppo, tutti i rituali, tutte le forme di arte sacra sono state distrutte dai valori borghesi, ma se c’è ancora l’esigenza di stabilire attraverso il teatro un contatto autentico con una sacralità invisibile allora Brook dice di riesaminare tutti i possibili strumenti per farlo.</p>



<p>Tra gli spettacoli più maturi vanno ricordarti <em>Re Lear</em> (1962), <em>La tempesta</em> (1968), <em>Sogno di una notte di mezza estate</em> (1970), <em>Antonio e Cleopatra</em> (1978). Un amore talmente grande, sincero, duraturo e cristallino, incondizionato, da finire in un libro pubblicato in Italia nel 2005, <em>Dimenticare&nbsp;Shakespeare</em>?</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Lo spirito, questa materia immateriale impossibile da giustificare e da mostrare, è l’unica giustificazione per l’evento teatrale”.</strong></p></blockquote>
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		<item>
		<title>“Ha mai letto Jean Genet?”. La Regina dei lettori</title>
		<link>https://www.pangea.news/elisabetta-ii-lettrice-compleanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 02:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Bennett]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta II]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una è falsa (anche se ha tutte le caratteristiche per sembrare verosimile), l’altra invece è testimoniata, documentata con abbondanza attraverso l’unicità dell’arte, quella di saper comunicare senza l’utilizzo delle parole. Ma vista l’età anagrafica – oggi ne fa 96, 70 li ha vissuti con la corona in testa che, checché se ne dica, ha pur [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una è falsa (anche se ha tutte le caratteristiche per sembrare verosimile), l’altra invece è testimoniata, documentata con abbondanza attraverso l’unicità dell’arte, quella di saper comunicare senza l’utilizzo delle parole. Ma vista l’età anagrafica – oggi ne fa 96, 70 li ha vissuti con la corona in testa che, checché se ne dica, ha pur sempre un certo peso –, è probabile (e verosimile) che le abbia dismesse entrambe.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La prima riguarda quello che tu lettore stai facendo in questo momento: leggere, lettura, letteratura, storia. A rivelare questa passione di Elizabeth Alexandra Mary, esattamente 15 anni fa per Adelphi, è stato l’ottimo Alan Bennet</strong> in un libricino di 100 pagine e qualcosa, nulla di impegnativo. Si intitola <em>La sovrana lettrice</em>: se vi capita tra le mani, potrete ricredervi sulla sua personalità apparentemente algida (che non si scioglie nemmeno al sole).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90466 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/9788845926266_0_536_0_75-192x300.jpg" alt="" width="310" height="484" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788845926266_0_536_0_75-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788845926266_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></p>
<p>*</p>
<p>Succede che Her Majesty, un giorno come tanti altri, incroci una biblioteca ambulante che stranamente è parcheggiata davanti alle cucine reali. Lì dentro vivono il bibliotecario e un inserviente, giovanissimo e imberbe, impegnato a leggere. Si chiama Norman ed è, si scoprirà, un “figlio della Luna”. Elisabeth II chiede in prestito un volume. E si accende la miccia: come una febbre, la passione in lei inizia piano piano a crescere. Quando è matura (sia la fiamma per la lettura che lei stessa – Alan Bennett la “ferma” attorno agli 80 anni) e ha bottinato qualche autore di ottimo lignaggio e sostanza (Hardy, Forster, McEwan, Ishiguro, Nabokov, Roth), <strong>a una cena di gala come tante – e quindi pallosissima – chiede </strong><strong>al Presidente francese se ha mai letto Jean Genet e poco dopo domanda al Ministro degli Esteri se ha sfogliato Marcel Proust.</strong></p>
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<p>“Dite tutta la verità, ma ditela insinuandola: l’importante&nbsp;è girarci attorno” dice, con accento inglese (che ovviamente si può solo immaginare: il libro di Bennet è tradotto in italiano) a un certo punto Elisabetta II. “Chi mai può essere al di sopra della letteratura? Sarebbe come essere al di sopra dell’umanità”.</p>
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<p><strong>“La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre” azzarda sempre lei, quasi fosse una Oscar(a) Wilde.</strong> Perché Elisabetta è letteratura, odore di polvere tra le pagine, copertine ingiallite, occhi stanchi che si sono persi negli interstizi bianchi che separano le parole.</p>
<p>*</p>
<p>Non è certo al 100% ma ci si va vicini quando si fa combaciare la figura del Primo Ministro del Regno Unito che compare nel libro con l’altezza e i tratti somatici di Tony Blair: Alan Bennett lo definisce come un uomo d’azione ma di scarsa cultura, che pensa al futuro senza aver fatto tesoro delle esperienze storiche.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Quando cominciamo un libro lo finiamo. Ci hanno educate così. Libri, purè, pane e burro: bisogna finire quello che c’è nel piatto. Del resto i libri, come certo saprà, è raro che inducano ad agire. In genere confermano solo quello che, magari inconsapevolmente, si è già deciso di fare. </strong>Si ricorre ad un libro per avere conferma delle proprie convinzioni. In altri termini per chiudere un capitolo – per declinare l’invito a entrare nella gabbia dei leoni neri”. La Magnifica Sovrana, dopo aver scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino.<br />
*</p>
<p>Poi Sua Maestà, verso la fine, riaccende la luce, prende un taccuino e annota, con estrema precisione: “Non si mette la vita nei libri. La si trova”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Vi è invece la certezza che ami molti i cavalli, i cani (i Pembroke Welsh&nbsp;<em>Corgi)</em> e la fotografia. Come <em>Gerda Taro</em>, anche Lilibet si è cimentata spessissimo con le Leica</strong> (ovviamente customizzate, quindi con inciso il Monogramma Reale sul top della macchina), portando avanti una tradizione familiare: il trisnonno Albert, quello che poi è stato il marito della Regina Vittoria, era appassionato di foto e fu il patrono della celebre Royal Photographic Society. Il papà di Elisabetta II, Giorgio VI, vista la <em>royal</em> tradizione, donò alla piccola figlia una comoda e compatta Kodak Brownie.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90467" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-228x300.jpg" alt="" width="397" height="522" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-777x1024.jpg 777w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-768x1012.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-1166x1536.jpg 1166w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Yousuf-Karsh-Royal-Family-1987-1488x1960-1.jpg 1488w" sizes="(max-width: 397px) 100vw, 397px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Forse può essere derubricato a letteratura ma pare che la Regina sia stata una dotta “consulente” in materia di immagini: Cecil Beaton le chiedeva spunti sulle inquadrature e sulle pose.</strong> L’attento David Montgomery, chiamato a scattarle qualche foto, ebbe l’accortezza di darle carta bianca sulla posa. Lei si acciambellò davanti al camino. <strong>Annie Leibovitz osò chiederle di togliersi la corona perché “appesantiva” il servizio e di tutto punto la Regina replicò piccata: “H</strong>a in mente chi sono io?”. Brian Aris, un fotografo con gli attributi (s’era fatto il Vietnam e l’Africa assetata e affamata) davanti a lei si emozionò e con un gesto disattento stava per far cascare a terra la sua Hasselblad “cavallettata” (il medio formato richiede spesso il cavalletto, specie in studio). Un assistente riuscì ad evitare il disastro e Aris scattò “fermandola”<strong> mentre rideva di gusto, a bocca aperta. Lei scelse esattamente quello. </strong>Con Jane Brown, che si presentò a Palazzo senza compagnia né assistenti, fece di più: montò lei stessi i pannelli e i sostegni per le attrezzature.</p>
<p>*</p>
<p>Se, come dice la stessa sovrana di Bennet, “la letteratura è un Commonwealth” e “le lettere sono una Repubblica”, cos’è la fotografia?</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<title>&#8220;Mi interessa il genere umano e la sua imperfezione&#8221;: Oliviero Toscani, un sovversivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 04:32:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Oliviero Toscani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sin dalla separazione dei miei genitori l’ho sempre sentito imprecare contro di noi, bestemmiando, fino ad arrivare al limite inaudito di imprecare contro la nostra vita stessa (noi ancora bambine, ahimè). Il nostro riavvicinamento non sarà mai possibile senza un profondo e sentito atto di amore e conversione. Oggi è un estraneo con un grosso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sin dalla separazione dei miei genitori l’ho sempre sentito imprecare contro di noi, bestemmiando, fino ad arrivare al limite inaudito di imprecare contro la nostra vita stessa (noi ancora bambine, ahimè). Il nostro riavvicinamento non sarà mai possibile senza un profondo e sentito atto di amore e conversione. Oggi è un estraneo con un grosso debito umano e morale”. Queste le parole pronunciate nel 2018 dalla figlia maggiore di OT, Olivia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Oliviero Toscani</strong> non è solamente un fotografo: è in prima battuta un comunicatore, sagace e attento, pungente e tagliente. E la battuta pronta, l’ideatore della meravigliosa campagna pubblicitaria fatta per Benetton, ce l’ha dentro. Anche a Forlì quando, ospite qualche anno fa della <strong>Fondazione Cassa dei Risparmi, dopo aver capito che nessun spettatore aveva letto il suo saggio <a href="https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/dire-fare-baciare/"><em>Dire fare baciare. La creatività è dall&#8217;altra parte del vento</em></a></strong>, un vero e proprio piccolo breviario per aspiranti rivoluzionari, ha dato spazio ai suoi lavori del passato, soffermandosi solamente alla fine sui contenuti della sua fatica letteraria.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89665 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/3702812-9788817084314-202x300.png" alt="" width="324" height="482" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/3702812-9788817084314-202x300.png 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/3702812-9788817084314.png 285w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /></p>
<p>Il fotografo e comunicatore milanese, figlio d’arte (il padre, Fedele, è stato uno dei fotoreporter storici del <em>Corriere della Sera</em>; Oliviero ha pubblicato la sua prima foto sul <em>Corriere</em> a 14 anni: come lui stesso racconta nel libro <em>Caro Avedon</em>, accompagnò accompagna il padre a Predappio per la tumulazione di Mussolini e mentre Fedele fotografa la cerimonia nel suo intero, lui si sofferma sul volto dolente di Donna Rachele Guidi, Rachele Mussolini, e quel ritratto finisce sul quotidiano), dopo aver fatto un escursus sui giornali e riviste con cui ha collaborato – <em>Elle</em>, <em>Vogue</em>, <em>GQ</em>, <em>Esquire</em> e <em>Stern</em>, giusto per citarne alcuni &#8211; si è soffermato su alcuni particolari operativi del suo lavoro. “<strong>Il fondale bianco è la mia ossessione</strong>” ha raccontato. Toscani gira con un paio di tele bianche di due metri per due. “Uno lo posiziono in basso, in modo che mi dia quell’effetto riflettente, e uno alle spalle della modella, che utilizzo come fonte luminosa”. Spazio poi a un “passaggio” che molti fotografi ritengono fondamentale: la post produzione. “Per me è pornografia estetica, è come fare un lifting alla faccia”. Chiara, anzi chiarissima la scelta di fotografare le persone. “<strong>A me interessa il genere umano e la sua imperfezione. La natura è bellissima ma troppo perfetta</strong>”. Poi la “fermata” su uno dei suoi scatti più celebri, quello che ritrae una modella anoressica. “Fare le foto è come fare un film, con la differenza che una fotografia è silenziosa e ognuno di noi ci parla”.</p>
<p>Ma è sul contenuto del suo libro che Toscani ha fatto chiarezza sul concetto di creatività, “una parola troppo usata”. Con ordine. “Chi cerca un’idea, significa che non ce l’ha. Le persone cercano su internet qualcosa che c’è già. Qualcosa di già fatto, non nuova quindi. <strong>La creatività è la conseguenza di uno stato d’animo. L’insicurezza aiuta a cercare di fare quello che una persona si sente dentro. Ogni voce è diversa dalle altre, è unica. Non ce ne sono due uguali”. La creatività “è qualcosa di molto delicato, povero, vulnerabile. È il prodotto di un momento”. Molte persone “cercano il consenso” e il consenso “non è creatività”.</strong> E gli italiani, lo sono? “L’Italia è uno dei Paesi più provinciali e meno creativi che conosca. All’estero, se sei italiano, devi dimostrare per tutto il tempo di essere un professionista. Un tedesco invece deve dimostrare di non esserlo”. Sul rapporto tra committente e artista, Toscani ha le idee molto chiare: “È un legame molto stretto. Il potere, politico e commerciale, ha bisogno dell’arte per imporsi. E l’arte ha bisogno del potere per esprimersi. Poi ci sono committenti intelligenti e altri meno”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89663 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-300x195.jpg" alt="" width="606" height="393" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-1024x664.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-768x498.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-1536x996.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Toscani-Oliviero-Forli-27-2048x1328.jpg 2048w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></p>
<p>“Senza rischio, coraggio e sovversione non c’è creatività, quindi non c’è cultura, industria, progresso”.</p>
<p>*</p>
<p>Per chi negli anni Ottanta (appunto) era adolescente, il suo nome significa Benetton. Ma occorre fare un salto all’indietro per ritrovare il suo punto di partenza: in <em>Moriremo eleganti. Conversazione con Luca Sommi</em> difatti ha raccontato che la sua prima campagna è stata quella per il cornetto Algida. Il giovanissimo Oliviero presenta una proposta con una prova scattata alla buona, tre ragazze che vanno su un tandem gustando il gelato. La proposta piace, ottiene la commissione e OT pretende per lo scatto definitivo modelle da Parigi, stylist e truccatori di alto livello.</p>
<p>*</p>
<p>Se poi ci si mette di mezzo anche l’<em>Osservatore Romano</em>, significa che hai lasciato il segno. Siamo nel 1973, Toscani ha quindi 33 anni e “firma”  le due pubblicità dei jeans a marchio italiano “Jesus”. Nella prima “ferma” il busto androgino di un modello con i jeans sbottonati che lasciano intravedere in penombra il pube senza biancheria, accompagnato dal claim “Non avrai alcun jeans all’infuori di me”. La seconda è ancora più famosa: qui troviamo la modella Donna Jordan di  “lato B” stretta in un paio di jeans cortissimi. Lo slogan? “Chi mi ama, mi segua”. La fotografia come strumento d’impatto comunicativo fa venire il prurito al giornale del Vaticano che etichetta (appunto) le due réclame come “blasfeme”. Alessia Locatelli lo racconta con queste precise e acute parole: “<strong>Per l’immagine della modella il riferimento testuale è tratto da un passaggio del Vangelo secondo Matteo: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua’. Semioticamente, l’accostamento della parola di Gesù accanto al marchio Jesus, va a creare nel consumatore un’implicita idea di trasgressione. L’immagine stessa è evidentemente composta e voluta per cercare l’effetto shock e di novità che la campagna si trascinerà con sé</strong>: la scelta di un primo piano ravvicinato sulle natiche della modella che suggerisce una certa nudità dalla cintura in su, la ricerca delle rotondità, la posizione sinuosa del corpo e delle gambe leggermente incrociate una sull’altra”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89666 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/3-205x300.jpg" alt="" width="290" height="424" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/3-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/3.jpg 700w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></p>
<p>Le idee visive di Toscani trovarono in Pier Paolo Pasolini un attento ascoltatore: “Tra il Jesus del Vaticano e il Jesus dei blue-jeans c’è stata una lotta. Il Gesù del Vaticano ha perso” ha scritto sulle colonne del <em>CorSera</em>.</p>
<p>*</p>
<p>Era solo l’antipasto? Probabilmente sì: negli anni Ottanta e Novanta Oliviero incontra Luciano Benetton e nasce un matrimonio straordinario: per una manciata di lustri il comunicatore lancia una serie di campagne di “shockvertising”, cioè di forte impatto crudezza o per provocazione. AIDS, religione, inquinamento, guerre, condanna a morte, immigrazione, omosessualità, disturbi alimentari: con lui gli scatti non hanno bisogno di didascalie, ti spiattella in faccia quello che “vede”, sente, vuole comunicare.</p>
<p>*</p>
<p>La modella anoressica Isabelle Caro, 31 chili appena, per sensibilizzare sulla patologia del rapporto tra corpo e cibo. I tre cuori allineati, “white, black, yellow”, per affermare che dentro siamo tutti uguali. Il pretino che bacia la suorina bianca dove OT contrappone il bacio carnale e profano alle promesse solenni pronunciate da chi prende i voti (sotto la pressione del Vaticano, le autorità finiscono per proibirne la diffusione in Italia). Il ragazzo palestinese e il ragazzo israeliano. Una ragazza di colore che allatta un bebè bianco. Gli indumenti insanguinati di Marinko Gagro ucciso nella guerra in Bosnia. La piccola Giusy mentre viene alla luce. Un ragazzo bianco e uno di colore uniti dalle manette.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89667 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001-300x185.jpg" alt="" width="578" height="356" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001-300x185.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001-1024x630.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001-768x472.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001-1536x945.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/Oliviero-Toscani_001.jpg 2000w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
<p>Negli anni Novanta, la Corte Federale di Francoforte ha sentenziato che la sua rappresentazione fotografica delle disgrazie e delle svariate forme di miseria presenti al mondo è mirata a destare nel pubblico un sentimento di solidarietà nei confronti dell&#8217;impresa committente, la Benetton. <strong>Secondo il tribunale tedesco, chi fa pubblicità in questo modo sfrutta a scopi di notorietà i sentimenti di sgomento o costernazione provocati nell’osservatore.</strong></p>
<p>*<br />
Nel 2013 ha dichiarato: “Le donne devono essere più sobrie, dare importanza all&#8217;essere più che al sembrare, solo così si possono evitare altri casi di femminicidio”. Il fotografo ha aggiunto poi che “le donne non si devono truccare, mettersi il rossetto, devono volersi bene per quello che sono”.</p>
<p>*</p>
<p>“La vita ha senso solo se si vive ‘contro’. Il conformismo uccide la creatività e finisce per annientare l’uomo”. Oliviero Toscani, 80 anni il 28 febbraio 2022.</p>
<p><em><strong>Alessandro Carli</strong></em></p>
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		<title>&#8220;Fai entrare liberamente il sole e il peccato&#8221;. Riascoltiamo Nick Drake!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Feb 2022 06:54:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Suonava come una richiesta di aiuto, la voce di un uomo sull’orlo della sanità mentale”. Ad ascoltare quei 28 minuti di musica, ruvidi e sporchi come le registrazioni che si facevano sui nastri demo, non si può che essere d’accordo: la sua voce spiegazzata, quasi sgualcita, profonda come un abisso, a tratti anche tabaccosa, odorosa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>Suonava come una richiesta di aiuto, la voce di un uomo sull’orlo della sanità mentale</strong>”. Ad ascoltare quei 28 minuti di musica, ruvidi e sporchi come le registrazioni che si facevano sui nastri demo, non si può che essere d’accordo: la sua voce spiegazzata, quasi sgualcita, profonda come un abisso, a tratti anche tabaccosa, odorosa di nebbia inglese degli anni Settanta, è un’ulcera che ti si apre dentro, dolorosa e bellissima. Poche tracce, corte per durata, che sintetizzano alla perfezione quell’incontro unico che avviene tra il canto e le dita che si dilettano ad arpeggiare accordature fuori da ogni schema e da ogni scuola di musica. L’affermazione dell’incipit è di Richard Thompson.</p>
<p>*</p>
<p>Non è il suo album migliore (<em>Bryter layter</em> ha qualcosa in più, secondo me) ma <strong><em>Pink moon</em></strong> – che ha avuto il suo momento di celebrità grazie a uno spot della Volkswagen nel 1999 – è uno di quei dischi che è obbligatorio avere in casa. È uscito nel 1972, un anno messianico: assieme all’ultimo lavoro da studio di<strong> Nick Drake</strong> sono usciti anche <em>Harvest </em>di Neil Young, <em>Thick as a Brick</em> dei Jethro Tull, <em>The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars </em>di David Bowie, <em>Close to the Edge</em> degli Yes, <em>Foxtrot </em>dei Genesis e <em>Transformer</em> di Lou Reed. Eppure è quella luna rosa psichedelica ad accendere le notti delle sette note.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89248 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_-300x300.jpg" alt="" width="446" height="446" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/71aUI6YNXnL._AC_SL1200_.jpg 1200w" sizes="(max-width: 446px) 100vw, 446px" /></p>
<p>Perché si può fare poesia anche attraverso la musica. “Quando ero giovane, più giovane di un tempo / non mi rendevo conto della verità davanti agli occhi. / Ora che sono cresciuto mi ci ritrovo faccia a faccia / ora che sono cresciuto devo alzarmi e fare ordine. / Ed ero acerbo, più verde delle colline / dove sbocciavano i fiori e il sole ancora brillava. / Ora sono più buio dei mari più profondi / cedimi come un capo dismesso, trova un luogo adatto a me. / Ed ero forte, forte sotto il sole / tanto da pensare che mi sarei accorto quando il giorno sarebbe finito. / Ora sono più debole del più pallido tra gli azzurri / tanto debole dal bisogno che ho di te” canta, flebile e sussurrato, in <em>Place to be.</em> Il pensiero va alla collina di Spoon river, all’Antologia di E. L. Masters, ad <em>Alexander Throckmorton</em>: “Quando ero giovane / avevo ali forti e instancabili / ma non conoscevo le montagne. / Quando fui vecchio / conobbi le montagne / ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione”.</p>
<p>*</p>
<p>Parlando di <em>Pink moon</em>, il suo ex produttore Joe Boyd ha detto che “è come se, non essendo entrata in sintonia con i ’60 e i primi ’70, la sua musica si sia liberata, permettendo alle generazioni successive di appropriarsene”. Non è andata esattamente così, almeno nel 1972. Il cantautore è stato riabilito post mortem, come succede ai più grandi. Non era stato capito, o non lo hanno voluto capire. Eppure basterebbe ascoltare <em>Northern sky</em> per capire la sua grandezza.</p>
<p>*</p>
<p>C’è poesia anche in <em>Things behind the sun</em>, pezzo in cui Nick parla a se stesso: “Non essere timido, impara a volare / e vedi il sole quando il giorno e finito. / Se solo riuscissi / a vederti sotto quella stella / che si era fermata (qui) in un giorno di pioggia / in autunno, senza chiedere nulla (…) /<strong> Apri di più la coppa spezzata / fai entrare liberamente il sole e il peccato. / Sì è oggi (che lo devi fare) / Libera gli inni che nascondi (in te) / troverai riconoscimento mentre gli altri si urtano / per le cose che dici</strong>…”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89250 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/nick-drake_1000x0_5e8318d41dde927ad9181a0fd5bd8cb0-195x300.jpg" alt="" width="297" height="457" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nick-drake_1000x0_5e8318d41dde927ad9181a0fd5bd8cb0-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nick-drake_1000x0_5e8318d41dde927ad9181a0fd5bd8cb0-665x1024.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nick-drake_1000x0_5e8318d41dde927ad9181a0fd5bd8cb0-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nick-drake_1000x0_5e8318d41dde927ad9181a0fd5bd8cb0.jpg 737w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" /></p>
<p>La storia parte dalla Spagna, l’estate prima. In Costa del Sol. Nick ha 23 anni ed è ospite di Chris Blackwell, capo della Island, l’etichetta discografica che gli ha pubblicato i primi due vinili, <em>Five Leaves Left</em> nel 1969 e <em>Bryter Layter </em>nel 1970, due capolavori che hanno venduto pochissime copie. In autunno Drake torna a Londra con un’idea ben fissata, registrare un disco di chitarra e voce. Chiama John Wood il “suo” tecnico del suono e gli dice quello che vuole fare. John, “istruito” adeguatamente dalla Island (“Registrare qualsiasi cosa proponga Nick”), accoglie l’invito. Drake entra in sala di registrazione attorno a mezzanotte assieme alla sua Guild, la chitarra acustica che lo ha “accompagnato” anche nella copertina di <em>Bryter layter</em> ed esegue, senza fermarsi, tutte le undici tracce dell’album. Ci mette circa un paio d’ore. Alla fine prende il suo strumento e se ne va.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89251 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png-300x300.png" alt="" width="416" height="416" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png-300x300.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png-1024x1024.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png-150x150.png 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png-768x768.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/1200-1200-143736025_xNKxGa-png.png 1200w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" />Anche in <em>Which Will</em> parla d’amore: si rivolge a una donna, forse, ad un amore lontano nel tempo: “Chi vorrai?/ chi amerai?/ chi sceglierai tra le stelle lassù?/ Per chi danzerai?/ Chi ti farà risplendere?”.</p>
<p>*</p>
<p>Ma è solamente in <em>From the morning</em> che – forse – si vedono le luci di un nuovo giorno, di un nuovo sole che allontana la notte dagli occhi ma non dal cuore: “E ora sorgiamo/ e siamo ovunque/ e ora sorgiamo dalla terra, guardala lei volare/ anche lei è ovunque/ guardala volare tutt&#8217;intorno adesso osserva bene tutto questo/e le notti estive e senza fine, e vai a fare il gioco che hai imparato/dal mattino”.</p>
<p>*<br />
<em>Pink moon</em> è uscito il 25 febbraio 1972 e ha venduto meno dei primi due album degli album precedenti. Nonostante alcune recensioni lusinghiere. Sulle pagine di “Zigzag” Connor McKnight scrisse: “Nick Drake è un artista che non finge mai. L’album non fa alcuna concessione alla teoria secondo la quale la musica dovrebbe essere evasione. È semplicemente la visione della vita di un musicista al momento, e non si può chiedere di più”.</p>
<p>*</p>
<p>Drake, dopo il flop della luna rosa, decide così di lasciare per sempre Londra e fare ritorno a casa dei suoi genitori a Tanworth. “Non mi piace stare a casa”, disse a sua madre, “ma non potrei essere da nessun’altra parte”. Nelle prime ore del 25 novembre 1974, Drake morì a casa sua per overdose di amitriptilina, un antidepressivo. Era andato a letto presto dopo aver passato il pomeriggio a far visita ad un amico. Sua mamma disse che all’alba lasciò la sua stanza per andare in cucina a mangiare una ciotola di cereali.</p>
<p><em><strong>Alessandro Carli</strong></em></p>
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		<title>Elliott Erwitt &#8220;Family&#8221;. Solo chi (come lui) ha avuto quattro mogli può raccontare la famiglia!</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 05:47:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
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		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha messo in fila quattro mogli (e all’età di 93 anni compiuti, con ogni probabilità, si è fermato) e sei figli. E un certo numero di nipoti: chi meglio di lui può raccontare il concetto e l’idea di famiglia? * “Di me dicono che sono un umorista. Le mie foto dei cani che saltano quando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha messo in fila quattro mogli (e all’età di 93 anni compiuti, con ogni probabilità, si è fermato) e sei figli. E un certo numero di nipoti: chi meglio di lui può raccontare il concetto e l’idea di famiglia?</p>
<p>*</p>
<p>“Di me dicono che sono un umorista. Le mie foto dei cani che saltano quando gli abbaio, o suono la trombetta… La cosa più difficile e utile al mondo è far ridere la gente”.</p>
<p>*</p>
<p>Il segreto dei suoi scatti più celebri, o meglio, tra i più famosi, è raccontato nei pannelli dei muri di <strong>Villa Mussolini</strong> di <strong>Riccione</strong> che sino al 3 aprile ospita la mostra fotografica “<strong>Elliott Erwitt. Family</strong>”: 58 attimi in bianco e nero ben distribuiti e illuminati (l’allestimento è curato nei dettagli, cosa non scontato) nei tre piani dell’ex dimora estiva del Duce. <strong>Per far saltare i quattro zampe imitava i versi dei bau bau (e pare che li facesse davvero bene) oppure li sorprendeva con uno strumento a fiato. E loro zompavano (come si può vedere in uno scatto esposto), oppure scappavano, o lo guardavo senza capire.</strong> Peccato non esserci stati: il divertimento dev’essere stato unico.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89033 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/Cane-salto-300x216.jpg" alt="" width="539" height="388" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Cane-salto-300x216.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Cane-salto-768x554.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Cane-salto.jpg 1005w" sizes="(max-width: 539px) 100vw, 539px" /></p>
<p>Oltre ai cani, in mostra troviamo un dittico della moglie (la terza, forse) che ha messo al mondo Misha, figlio di Elliott e anch’esso fotografo: dapprima con il pancione, poi con il bimbo a terra. Ad impreziosire i due attimi, una fotografia della donna che lo allatta teneramente. In esposizione anche la sua prima figlia Ellen con la prima moglie e il loro gatto nero, chiamato Brutus, sul letto a New York. E Jackie Kennedy al funerale del marito John Fitzgerald Kennedy, bellissima e lacerata dal dolore, avvolta in una maschera irripetibile. E Robert Frank, in due momenti diversi: in una balla, in un’altra assieme al figlio Pablo. Struggente l’immagine della madre di Robert Capa – morto su una mina in Vietnam mentre faceva quello che più amava: raccontare attraverso le immagini &#8211; che piange sulla tomba del figlio, poderosa e dignitosa come solo alcune donne del secolo scorso.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89034 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/ere1963064w00007-16a_web-300x188.jpg" alt="" width="571" height="358" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/ere1963064w00007-16a_web-300x188.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/ere1963064w00007-16a_web-1024x640.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/ere1963064w00007-16a_web-768x480.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/ere1963064w00007-16a_web.jpg 1200w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /></p>
<p><strong>Un ventaglio di storie umanissime che spiegano, senza parole, com’è cambiata l’idea di famiglia dagli anni Cinquanta ai primi respiri del nuovo secolo. Dal nucleo familiare alla moda – con il figlio più piccolo non ancora rampante e costretto a indossare un paio di calzini bianchi in un completo formato da giacca, pantaloni e cravattino mentre la mamma ha un’acconciatura vaporosa – ai matrimoni nudisti</strong>, per passare a una mancata di baci appassionati dove il più bello è quello tra un ranger e un orso (con tanto di lingua) anche se quello tra una signora anziana e il cavallo (il bacio però accade sul muso dell’equino) merita più di un minuto di contemplazione.  Come la famiglia riunita attorno a un piccolo me, un Carli-no.</p>
<p>*</p>
<p>La fotografia comica del bulldog seduto in grembo al suo proprietario (“Bulldogs”, New York City 2000) è la prova provata del detto che “i cani assomigliano davvero ai loro proprietari”. <strong>Qui Erwitt cattura il momento preciso in cui, incorniciato dalla veranda di un edificio di New York, la testa e il corpo del cane sono in perfetto allineamento con le braccia e le gambe del suo proprietario. La testa sovrapposta mette in evidenza quelle che il Maestro chiama le “contraddizioni visive che sono il sogno di un fotografo”</strong>. La genesi dell’attimo fermato – un attimo che conoscono quasi tutti gli appassionati di fotografia &#8211; è raccontato dallo stesso autore con queste parole. “Stavo passeggiando con il mio amico Hiroji Kubota dietro l’angolo del mio studio nell’Upper West Side di Manhattan, e non avevo la mia macchina fotografica. Ho visto la situazione e ho detto: ‘<strong>Posso prendere in prestito la tua macchina fotografica?’. E ho preso in prestito la sua Leica. È stato molto generoso e me lo ha lasciato usare e ci ho girato l’intero rullino</strong>”.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-89035 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/nyc15335-teaser-story-big-300x201.jpg" alt="" width="514" height="344" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nyc15335-teaser-story-big-300x201.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nyc15335-teaser-story-big-1024x686.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nyc15335-teaser-story-big-768x514.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/nyc15335-teaser-story-big.jpg 1051w" sizes="(max-width: 514px) 100vw, 514px" /></p>
<p>“<strong>Ho ripreso la scena dal loro punto di vista: se ci pensi nessuno vede più scarpe di un cane</strong>” è invece la didascalia non scritta di “Felix, Gladys and Rover”, l’immagine che racconta le zampone di un cane grande, gli stivali di una modella, Gladys, e il buffo cappottino di un Chihuahua. A differenza dei primi due, il bonsai-dog ha le orecchie dritte, indice di attenzione a quello che accade intorno.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89036 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/USA.-New-York-City.-1974.-PAR42411-300x199.jpg" alt="" width="519" height="344" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/USA.-New-York-City.-1974.-PAR42411-300x199.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/USA.-New-York-City.-1974.-PAR42411-1024x681.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/USA.-New-York-City.-1974.-PAR42411-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/USA.-New-York-City.-1974.-PAR42411.jpg 1160w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" /></p>
<p>Ma forse la fotografia che “rimane” begli occhi è quella di una coppia di neo sposini: nell’automobile appare un cartello che traduciamo grossolanamente in questo modo, “Questa mattina lei mi ha avuto (sposato), io la avrò questa notte”. Lei sorride, lui ha la lingua di fuori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-89038 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/screenshot.6-300x200.jpg" alt="" width="464" height="309" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/screenshot.6-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/screenshot.6-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/screenshot.6.jpg 922w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /></p>
<p>“Le foto più belle ti possono capitare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche quando lavori a un servizio commerciale, ma sono piccoli miracoli che hanno poche probabilità di finire sulla pubblicazione del committente. I miracoli sono quasi sempre estranei al lavoro, benché la speranza sia sempre l’ultima a morire”.</p>
<p><em><strong>Alessandro Carli</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elliott-erwitt-family-alessandro-carli/">Elliott Erwitt &#8220;Family&#8221;. Solo chi (come lui) ha avuto quattro mogli può raccontare la famiglia!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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