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	<title>Racconti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Sul suo genio inquietante. Stephen King parla di Daphne du Maurier</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Sep 2025 03:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Alfred Hitchcock]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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<p>Un tempo,&nbsp;<strong>Daphne du Maurier</strong>&nbsp;(1907-1989), la scrittrice inglese, era pubblicata nella mitica ‘Medusa’ Mondadori. Era una colonna di quella collana. Il suo romanzo più noto,&nbsp;<em>Rebecca</em>&nbsp;(1938) fu tradotto nel 1940 da Alessandro Scalero come&nbsp;<em>La prima moglie</em>; ce ne ricordiamo per la versione di Hitchcock, che vinse l’Oscar e che opera, nella versione italiana, una sintesi tra l’originale e il tradotto: suona come&nbsp;<em>Rebecca, la prima moglie</em>. Daphne du Maurier indossava un viso inquieto, da transfuga tra le ombre: amava i cani, morì in Cornovaglia, reclina in una ricercata solitudine. Spesso ritenuta una scrittrice di seconda fila, da un po’ di tempo la si è rivalutata a dovere:&nbsp;<a href="https://www.ilsaggiatore.com/autori/du-maurier" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>il Saggiatore ha in catalogo le sue opere più importanti</strong>; </a>questa estate sono usciti&nbsp;<em>Rendez-vous</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Il capro espiatorio</em>; l’anno scorso sono stati editi i racconti con il titolo complessivo,&nbsp;<em>Gli uccelli</em>, che rimanda a uno dei film più noti di Hitchcock – che però ha poco a che fare con l’originale. Nel regno anglofono,&nbsp;<a href="https://www.amazon.com/After-Midnight-Thirteen-Chilling-Tales-ebook/dp/B0DHZXVSBV" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>la casa editrice Virago ha appena pubblicato come&nbsp;<em>After Midnight</em></strong>&nbsp;</a>“Thirteen Chilling Tales for the Dark Hours by Daphne du Maurier”. L’introduzione – che qui riportiamo in parte – è di uno dei più audaci ammiratori dell’opera di Daphne: Stephen King. Buona lettura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="500" height="812" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/5000094734330_0_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-105086" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/5000094734330_0_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/5000094734330_0_0_536_0_75-185x300.jpg 185w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>***</p>



<p>“La scorsa notta ho sognato di essere di nuovo a Manderley”. Questo, tratto da <em>Rebecca</em>, è uno degli incipit più noti nella storia del romanzo. Di certo, è il più memorabile: l’ho usato come esergo a uno dei miei libri, <em>Mucchio d’ossa</em>. Daphne du Maurier ha scritto anche uno dei più riusciti incipit tra i racconti del perturbante e dell’eccentrico. <em>Gli uccelli</em> si apre così: “Il tre dicembre, di notte, il vento voltò – e fu inverno”. Breve, freddo, preciso. Potrebbe sembrare un bollettino meteorologico. </p>



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<p>Funziona bene fin dal principio, quel racconto in cui ogni specie di volatile attacca senza motivo l’uomo: è diretto, realistico, privo di fronzoli. Du Maurier può evocare l’orrore quando vuole – si leggano&nbsp;<em>The Doll</em>&nbsp;e&nbsp;<em>The Blue Lenses,</em>&nbsp;come le ultime due pagine di&nbsp;<em>Don’t Look Now</em>&nbsp;– perché sa che a volte, per infondere credibilità (e suspense) a quanto si racconta ci vuole un tono più vicino al reportage che alla narrazione pura. La versione cinematografica de&nbsp;<em>Gli uccelli</em>, appesantita da una storia d’amore tra belle persone hollywoodiane (Rod Taylor nel ruolo di Mitch e Tippi Hedren in quello di Melanie), non somiglia quasi per nulla al racconto di Du Maurier. È ambientata nella soleggiata Bodega Bay invece che nella fredda Cornovaglia, con un numero di personaggi decisamente in eccesso. L’unica vera somiglianza tra il racconto e il film è nel finale. Nel film, Mitch e Melanie scappano mentre migliaia di uccelli, appollaiati ovunque, riposano tra un attacco e l’altro. Cosa accadrà in seguito sarà lo spettatore a indovinarlo.&nbsp;</p>



<p>La conclusione del racconto è ancora più agghiacciante. Dopo aver fumato l’ultima sigaretta, Nat aziona la radio, che non funziona. “Gettò il pacchetto nel fuoco, lo fissò mentre bruciava”. L’ultima frase è perentoriamente terribile, cupa eppure concreta, come quella che apre la storia. Cosa succederà a Nat, alla moglie, ai figli? Non lo sappiamo. A Daphne du Maurier non importa – e ha ragione a non occuparsene. Resta sulla soglia. Ci offre soltanto quell’ultima sigaretta, che ha il sentore di un plotone d’esecuzione, e un pacchetto che brucia. Ci dice: decidete voi. Questa è la quintessenza del suo genio inquietante.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="651" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/91vTcNUKoNL._SL1500_-651x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105087" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/91vTcNUKoNL._SL1500_-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/91vTcNUKoNL._SL1500_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/91vTcNUKoNL._SL1500_-600x943.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/91vTcNUKoNL._SL1500_.jpg 687w" sizes="(max-width: 651px) 100vw, 651px" /></figure>



<p>Non sopporto il termine “spoilerare”, diventato di moda insieme ad altri spiacevoli effetti collaterali di Internet in generale e dei social in particolare. Trovo che “hai spoilerato!” sia il tipico modo di esprimersi delle persone viziate. È difficile ‘spoilerare’ una bella storia, perché la gioia della lettura è nel viaggio non certo nella conclusione. I racconti di Du Maurier sono un’eccezione alla regola. Parlarne a lungo ne distruggerebbe l’effetto. Siete nelle mani di un maestro della narrazione. Per giunta, diabolico. </p>



<p>Lo ammetto: adoro i racconti di Du Maurier. Amo la loro chiarezza, la visione sontuosamente sinistra che hanno della natura umana, il prodigioso talento nell’arte narrativa. C’è una ragione per cui le raccolte di racconti, di norma, sono meno popolari dei romanzi. Con un romanzo, ci si acclimata alla vita di un gruppo di personaggi, con cui si abita per un paio di giorni (se si legge voracemente, come mia moglie) o per una settimana e più (se si legge lentamente, come me). Nei racconti, il lettore deve creare un mondo immaginario che si smonta in poco tempo. Può essere difficile da accettare. Non è così per questi racconti.&nbsp;</p>



<p>Entrare nei mondi ideati da Du Maurier è un piacere più che uno sforzo. Anche quando le cose sembrano relativamente innocue, si percepisce un letale addensarsi di ombre. È un dono concesso a pochi scrittori.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/z0iYrJ6GsAMP3abOha7uGMuc5kZ-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105088" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/z0iYrJ6GsAMP3abOha7uGMuc5kZ-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/z0iYrJ6GsAMP3abOha7uGMuc5kZ-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/z0iYrJ6GsAMP3abOha7uGMuc5kZ-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/z0iYrJ6GsAMP3abOha7uGMuc5kZ.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Non voglio dire altro. Prendete in mano Daphne du Maurier, lasciatevi guidare nell’oscurità. Il suo talento è una torcia. Invidio le sue scoperte. Invidio il vostro prossimo disagio.&nbsp;</p>



<p><strong>Stephen King</strong></p>
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		<title>Incontenibile Morselli: più che un “caso”, un destino</title>
		<link>https://www.pangea.news/guido-morselli-racconti-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 04:33:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Morselli]]></category>
		<category><![CDATA[il Saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Rodolfo Quadrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’introduzione a Gli ultimi eroi (il Saggiatore, 2024), formidabile breviario morselliano, compendio – in seicento-e-passa pagine – di “Tutti i racconti” di Morselli, ma anche di “Soggetti e sceneggiature” e di ‘pezzi’ “Sui giornali”, Giorgio Galletto, in sede di introduttiva prece, auspica che Morselli, “un outsider perché insieme classico e ipercontemporaneo”, esca dal paddock della [&#8230;]</p>
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<p>Nell’introduzione a <strong><a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/gli-ultimi-eroi" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Gli ultimi eroi</em> (il Saggiatore, 2024)</a></strong>, formidabile breviario morselliano, compendio – in seicento-e-passa pagine – di “Tutti i racconti” di Morselli, ma anche di “Soggetti e sceneggiature” e di ‘pezzi’ “Sui giornali”, Giorgio Galletto, in sede di introduttiva prece, auspica che Morselli, “un outsider perché insieme classico e ipercontemporaneo”, esca dal paddock della “dorata nicchia per palati fini”, per trovare un posto tutto suo al centro del canone della letteratura italiana. Non credo sia possibile. Morselli – complice del lettore, in ostilità alla facile lettura; un ribelle del verbo –, infatti, fa del brigantaggio letterario il proprio gergo, obbliga alle catacombe, alla rivelazione ctonia, all’andare per sotterranei e sottrazioni, con lame e candele (fino a confondere il fuoco con il sangue). Impossibile, cioè, scorporare l’opera di Morselli dalla sua vita: stigmatizzato dal rifiuto, egli è lo scrittore che agisce con l’ascia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="690" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-690x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99595" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-690x1024.jpg 690w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-600x890.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1.jpg 728w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /></figure>



<p><strong>“Non un caso ma un destino”, disse di lui Rodolfo Quadrelli</strong>, altro autore vilmente ‘fatto fuori’ dall’editoria nostrana, marginalizzato, pervicacemente ‘contro’, la cui sorte è eguale e contraria a quella di Morselli (pubblicava in vita, da morto lo evitano tutti). Il saggio di Quadrelli – pubblicato nell’aprile del 1975 su “L’Europa letteraria e artistica” – parte da <em>Contro-passato prossimo</em>, per comporre una diagnosi d’impeccabile ferocia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il caso di Guido Morselli è un ‘destino’, e nessuno si meraviglia che ciò non sia stato detto. Gli elogi post mortem che coprono la bara di questo grande rifiutato dell’industria culturale danno spesso, per la verità, suono ipocrita e sinistro. Essi provengono infatti, quasi sempre, da uomini che in passato hanno avallato scrittore e opere deteriori, e che evidentemente ignorano la legge di Gersham, secondo la quale la moneta cattiva scaccia la buona. Non c’è posto per tutti. Non c’era dunque posto per Guido Morselli, e non ci sarebbe stato nemmeno se per avventura fosse stato pubblicato. Il posto c’è ora, dacché, morto suicida, egli rappresenta un ‘caso’. […]</strong><strong></strong></p>



<p><strong>La vita e l’opera di questo scrittore fino a ieri sconosciuto gettano un fascio di luce su un mondo ignorato dalla cultura, che evidentemente esiste: che, evidentemente, è la parte resistente e umiliata del nostro paese che non ha ceduto alla corruzione intellettuale e morale”. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Geniale Quadrelli: usa Morselli come un lanciafiamme, a incenerire i “mafiosi” – parole sue – dell’editoria nostrana, intimando, però, di non farne un santino, comodamente esposto (deposto) sul davanzale, sotto teca, infine innocuo.</p>



<p>L’incendiario verbo di Morselli – a far carneficina dei libri esangui, delle solite, sceniche piroette – è ovunque in <em>Gli ultimi eroi</em>, enciclopedia di testi brevi, ritrovati. Alcuni, hanno un estro straordinario, il telescopio distopico, la mania da astrologo della Storia. Così, per intenderci, il “soggetto teatrale o cinematografico” <em>Cose d’Italia. moralità in tre Atti e un Preambolo</em>, mette in scena un Mussolini in “conversione” democratica (“Che cos’altro rimane da fare, se non mettere l’antifascismo in liquidazione e <em>se ranger</em> disciplinatamente nella massa dei seguaci di Mussolini?”), tra amanti, voltagabbana, massoni e lacchè, con decori satireggianti; <em>La voce</em>, invece, ipotizza un “incontro postumo” fra Pino Pinelli e il commissario Calabresi. Il dialogo tra i due, di abbagliante potenza – vi lascio alla lettura – si svolge nell’aldilà; l’incipit è luce:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non sembra che un bosco. A cui la vastità assicuri una quiete insolita. Alberi alti in un cielo primaverile, tiepido, grigio, e fra gli alberi ondeggiano erbe selvatiche, si inarcano rovi. Dietro ai due uomini, un piccolo ponte di pietra varca, ma è invalicabile, un ruscello che scorre senza rumore”. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Nel <em>Grande Incontro</em> – che apre la giostra dei testi –, <strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/guido-morselli-il-grande-incontro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">già pubblicato dalle edizioni De Piante nel 2019, in edizione di pregio</a></strong>, si ipotizza invece, “in piena Guerra fredda”, un dialogo “tra il papa anticomunista Pio XII Pacelli e il maresciallo Iosif Stalin”.</p>



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<p>In sostanza: la felicità narrativa, la facondia immaginativa, la voracità linguistica, dilagano; a tratti, per l’entusiasmo creativo – in <em>Cesare e i pirati</em> lo scrittore riscrive la vicenda del rapimento del grande condottiero narrata da Plutarco – Morselli pare un Borges. In <em>Fantasia con moralità</em>, per dire, raro racconto pubblicato ad autore vivente – uscì su “Il Contemporaneo” nel 1953 – il genio si vede dal principio (“Visione lucida e precisa da vincere la realtà. Imboccavo il viale in discesa che conduce alla cittadina; un silenzio inerte nelle cose e nell’aria, sino alle montagne che si stagliavano prossime, blandite dal gran sole invernale”); eppure, sappiamo com’è andata a finire. Anche negli sketch, <em>Amsterdamer per Natale</em>, per dire, è fatale la rapacità nel narrato, da scrittore che doma le vette, tiene l’Everest in ghiacciaia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le sue doti esteriori sono tutte dei «non». Non è calvo, non usa occhiali, non ha pancia, a quarant’anni e dopo cinque di matrimonio. Non si addormenta alla tv (fra l’altro perché la detesta e io sono costretta a tenermi in camera o in cucina un apparecchio portatile)… Per lui Roma non è come per noi romani, <em>rRóma</em>: la sua non è <em>zenzibilità</em>, è sensibilità. Io cominciai col dirmi, piace alle donne perché non le corteggia”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Mi fermo qui. A guidarci nella lettura, <strong>Linda Terziroli</strong>, co-curatrice del tomo insieme a Galletto e a Fabio Pierangeli.</p>



<p><strong>Intanto. In cosa sono simili in cosa dissimili i racconti di Morselli rispetto ai romanzi, noti. Ergo: quale Morselli balza agli occhi da questo stuolo di racconti?</strong><strong></strong></p>



<p>In una parola: il suo <em>eclettismo</em>. Guido Morselli si cimenta, attraverso forme diverse, con i suoi temi di sempre, la storia, la politica, l’amore, ovviamente nelle forme della distopia, dell’ucronia. Prendiamo ad esempio il testo teatrale <em>L’amante di Ilaria</em>, una sorta di “sequel” del romanzo breve <em>Incontro col comunista</em>,e il racconto <em>Diphteria</em>, in entrambi emerge il tema del personalismo e del collettivismo nella prassi politica, all’interno dell’ideologia comunista, una materia su cui spesso l’autore spesso torna per interrogarsi e interrogare attraverso la sua opera letteraria. E ancora in anticipo sui tempi Morselli lo era nell’utilizzo di tutte le forme di rappresentazione del mondo: dal reportage al testo teatrale, dal racconto al linguaggio documentaristico dei suoi filmati in 8mm.</p>



<p><strong>Cosa sono questi racconti, all’osso? Laboratorio narrativo; sfogo; eserciziario distopico? Intendo: in che contesto li scrive Morselli, in quale ‘clima’ emotivo? E che esito hanno, ai tempi suoi?</strong><strong></strong></p>



<p><em>Gli ultimi eroi</em> ha il pregio di raccogliere un’opera che è stata scritta nell’arco di una vita, dagli anni ’40 ai primissimi anni ’70. Il laboratorio narrativo di una vita. Sono finalmente pubblicati i soggetti e le sceneggiature, vedono la luce tutti i racconti di Gavirate, che erano stati in parte pubblicati con il titolo <em>Una missione fortunata e altri racconti</em> dalla Nuova Editrice Magenta nel 1999, stavolta nell’ordine scelto dall’autore. Il clima emotivo non è mai lo stesso, come non lo è il clima di un’Italia che sta cambiando profondamente, un’Italia con tutte le “sue cose”, <em>Cose d’Italia</em> appunto.</p>



<p><strong>Parliamo di <em>Cose d’Italia </em>dunque…</strong><strong></strong></p>



<p>Siamo immersi nell’esperimento “controstorico”, nell’ucronia morselliana. <em>Moralità in tre Atti e un Preambolo</em>, Morselli qui ritrae un Mussolini (chi poteva immaginare allora il grande successo che avrebbe avuto poi un romanzo con al centro il duce come <em>M. il figlio del secolo</em> di Scurati?) schiavo del fascino femminile che si democratizza e finisce per crollare insieme al regime. Tuttavia, come dice giustamente Giorgio Galetto, il bersaglio polemico non è soltanto il duce, ma, sul banco degli imputati, ci sono anche i liberatori, incapaci di gestire l’opposizione prima e la vittoria poi e, soprattutto, il popolino italiano che, supino davanti alla dittatura, si ribella soltanto di fronte al crollo delle proprie certezze e dei veri interessi che lo muovono: le case chiuse e il calcioscommesse. Questa commedia fu spedita, senza esito, a Luchino Visconti. Mussolini, mi ricorda Fabio Pierangeli, in questa moderna moralità, dai toni da commedia brillante e satirica, all’italiana, “resta a latere degli intrighi, fantoccio priapesco schiavo dell’eros”. Le donne, in questa commedia, come in molte altre opere morselliane, hanno un peso rilevante, sono necessarie.</p>



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<p><strong>Dimmi: il racconto che sorprenderà di più (e perché). </strong><strong></strong></p>



<p>Ti direi forse proprio <em>Cose d’Italia</em>. Dopo<em> Roma senza papa</em>, il romanzo che ha aperto il “caso Morselli” pubblicato postumo da Adelphi nel 1974, scritto negli anni Sessanta, tra il 1966 e il ’67, qui Roma fa appunto i conti <em>controstorici</em> col duce. L’attrazione che le “altissime personalità” esercitano sullo scrittore è innegabile e qui pubblicate si trovano anche la rappresentazione <em>Cesare e i pirati</em> e l’azione scenica <em>Marx: rottura verso l’Uomo</em>. Dell’uomo politico come del pontefice Morselli ritrae il linguaggio, il volto, il portamento. Dietro lo sguardo si muove sempre l’uomo. Forse è questo l’aspetto che più conquista di Guido Morselli, il suo essere e conoscersi “un riepilogo degli uomini”. Nel <em>Diario</em> difatti scriveva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono orgoglioso (è forse il mio unico orgoglio) di sentirmi, in male e in bene, un riepilogo degli uomini”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Il racconto più bello (e perché).</strong><strong></strong></p>



<p><em>Cesare e i pirati</em> perché parla d’amore e realpolitik, come il già citato <em>Cose d’Italia</em>. Qui Cesare viene rapito dai pirati (l’episodio è già nelle fonti di Plutarco e Svetonio), desidera “platonizzare” sull’isola dove vive, in una gabbia dorata, addolcito e rammollito dalla bella indigena per cui ha perso la testa. Nella rappresentazione, vicina per certi versi al re di <em>Divertimento 1889</em>, Morselli reinventa un singolo episodio nella vita di Cesare senza alterare il corso degli eventi della Storia. Squaderna, insomma, il ventaglio dei possibili, ne verifica il potenziale, interroga la fallacia dei fatti, necessariamente inaffidabili.</p>



<p><strong>Il racconto più folle (e perché).</strong><strong></strong></p>



<p><em>Gli ultimi eroi</em>. All’uscita sul “Mondo” di Pannunzio (sì, questo racconto rappresenta un’anomalia, pubblicato come altri, in vita), era il 4 marzo 1950 e Guido Morselli era un giovane di appena trentotto anni, sulle spalle già il peso di una guerra vissuta faticosamente sulle alture della Calabria. Ma il titolo allora era un altro:<em> Irrenanstalt</em>, che significa appunto “manicomio” in tedesco. Diverso anche l’attualissimo incipit: “La guerra è una pazzia e noi siamo da considerare tutti dei pazzi?”. L’avventura della riflessione intorno alla pazzia è destinata ad aver lungo corso nell’opera morselliana. Cambiando titolo a questo racconto, Morselli ne aveva anche modificato l’attacco, anche questo di grande attualità: “Farsa e tragedia spesso confluiscono, sullo sfondo degli eventi storici”, per arrivare a concludere con “la guerra è tutta e in tutti pazzia”.</p>



<p><strong>Il racconto che ti ha conquistato (e perché).</strong></p>



<p><em>La voce</em>. Il terzo dei “raccontini” di Gavirate mette in scena un incontro postumo fra Pino Pinelli e il commissario Calabresi, assassinato quel tragico 17 maggio 1972. Scritto probabilmente l’anno precedente la morte di Morselli, riprende una pagina di scottante attualità che si presenta sin da subito controversa. La voce del titolo è quella che porta i due personaggi, come tutti gli uomini, al <em>cupio dissolvi</em>. Il suicidio, per Morselli, non è mai una scelta libera, “volontaria”. Scrive, infatti: “Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato”. E in questo caso, secondo la versione che ne dà Morselli, è stato il commissario “a cercare che l’ammazzassero”.</p>



<p><strong>Morselli, il Grande Scrittore Postumo, icona dell&#8217;editoria italiana cieca, sporca, cattiva: che cosa resta da scoprire?</strong><strong></strong></p>



<p>Se parliamo di scrittura, mi viene naturale pensare al manoscritto de <em>Il redentore</em>, una commedia di cui rimane appunto il manoscritto autografo. Al centro lo slavo Nipic, figura cristica ed eretica insieme, dedita ai poveri, salvatore di ebrei. Boemo, in territorio tedesco, finisce sospettato di attività antinazista, in un manicomio appunto, sorvegliato speciale della Gestapo. Al Redentore vanno le simpatie di un ennesimo medico caro al Morselli. Forse la storia, vien da pensare, avrebbe bisogno di più medici. E questo Nipic, un personaggio morselliano rimasto più degli altri in ombra, all’ombra della sua grafia ostica, bellissima, piegata sul lato (nell’edizione de Il Saggiatore c’è un magnifico inserto di foto di suoi manoscritti) muore nel corso di una lite, mettendo il proprio corpo nel mezzo.</p>



<p>Nel momento in cui chiacchieriamo, c’è un regista pavese, Filippo Ticozzi, che sta realizzando un docufilm dedicato proprio a Guido Morselli e sono certa che porterà alla luce nuove ombre morselliane, proprio a partire da quegli 8mm che lui stesso confezionava.</p>
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		<title>La negromante della letteratura. Due racconti di Clarice Lispector</title>
		<link>https://www.pangea.news/clarice-lispector-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jul 2023 04:18:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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<p>Una specie di negromanzia attraversa l’arte narrativa di <strong>Clarice Lispector</strong>. Di ogni destino, in qualche modo, osserva lo specchio contrapposto, la parola che darebbe viatico ad altre mille, la millesima notte di una vita. Sortilegio, sortita nei regni ulteriori: ogni oggetto, così, è un feticcio, un idolo con gli aghi in bocca, e la morte può essere perfino una bella ragazza che prova gli abiti in una località di mare – dove l’oceano ha toni di un azzurro assassino. La vedova, il morto per annegamento, l’astuzia e la malizia mostrano che esistere è un miraggio, calafatato di intenzioni fatue. Che le strade sono punteggiate di spettri – che Clarice adorasse Poe, fino a tradurlo rifacendolo, è un fatto, da tombaroli di sfingi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96135" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-768x767.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-600x599.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/clarice-3.jpg 1081w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Clarice Lispector (1920-1977)</figcaption></figure>



<p>I racconti che seguono, tratti da <em>Onde Estivestes de Noite</em> (1974), tra gli ultimi testi della Lispector, sono, più che altro, ‘notturni’. Stellate improvvise, candele a bracciate, fuochi infimi. Da ogni banalità, Clarice Lispector intuisce il ‘segno’, la faglia, la sfasatura. Scrivere è opera di santi o di vampiri: c’è chi dissangua e chi cuce un lupo nel corpo nuovo.</p>



<p>***</p>



<p><strong><em>Un morto nel mare di Urca</em></strong></p>



<p>Stavo nell’appartamento della signora Lourdes, la sarta, a provare il vestito che aveva disegnato Olly, quando la signora Lourdes mi disse: un uomo è morto in mare, guarda, ci sono i vigili. Ho guardato e ho visto soltanto il mare, che doveva essere assai salato, il mare azzurro, le case bianche. E il morto?</p>



<p>Il morto in salamoia. Non voglio morire!, ho gridato, a graffi, tra me e me, muta, dentro il vestito. Il vestito era giallo e blu. E io? Morta di calore, mica morta nell’azzurro mare.</p>



<p>Ti dico un segreto: il mio vestito è molto bello e non voglio morire. Venerdì il vestito sarà pronto, a casa mia, e sabato potrò indossarlo. Nessuna morte, soltanto il mare azzurro. Esistono nuvole gialle? Sono dorate, piuttosto. Non ho alcuna storia. La posseggono i morti? Sì, è certo: stava nuotando nel mare di Urca, quell’uomo, ed è morto; chi lo ha invitato, chi lo ha inviato lì? Quando sono in acqua, faccio molta attenzione, non sono avventata, e vado a Urca soltanto per provarmi il vestito. E tre camicette. S è venuta con me. È molto scrupolosa durante le prove. E il morto? È scrupolosamente morto?</p>



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<p>Vi racconto una storia: c’era una volta un ragazzo che voleva farsi un bagno al mare. Per questo, una mattina, era mercoledì, andò a Urca. A Urca, tra gli scogli di Urca, brulicano i topi, per questo non ci vado. Ma il ragazzo non dava attenzione ai topi. E i ratti non davano attenzione a lui. Al bianco negozio di Urca non dava attenzione. C’era una donna che stava provando un vestito proprio lì dentro, ma era troppo tardi: il giovane era già morto. Salato. C’erano forse dei piranha nel mare? Ho fatto finta di non capire. Non capisco la morte. Un giovane? Morto?</p>



<p>Morto da cretino. Si va a Urca soltanto a provare vestiti allegri, cangianti. La donna – che poi sarei io – vuole soltanto la gioia. Ma mi inchino al cospetto della morte. Quando arriverà, arriverà. Quando? Eccola, può arrivare in ogni momento. Ma io, che stavo provando un vestito nella calura mattutina, ho chiesto una prova a Dio. Ho sentito qualcosa di molto intenso, un troppo intenso profumo di rose. Dunque, ho chiesto la prova. Due prove: quella di Dio e quella dell’abito.</p>



<p>Si dovrebbe morire soltanto di morte naturale, non per un disastro, mai per annegamento. Chiedo protezione per i miei, che sono tanti. La protezione, ne sono certa, funzionerà.</p>



<p>Ma che dire del giovane? E la sua storia? È possibile che fosse uno studente. Non lo saprò mai. Sono rimasta da sola, nel negozio, a fissare il mare. La signora Lourdes, imperturbabile, mi chiedeva se avesse dovuto aggiustare l’abito alla vita. Ho detto di sì, che la vita sembri più stretta. Ero attonita. Sbalordita, direi. Sbalordita dal mio splendido vestito.</p>



<p><em>1974</em></p>



<p>*</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="662" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/7865335-662x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96136" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/7865335-662x1024.jpg 662w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/7865335-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/7865335-600x928.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/7865335.jpg 698w" sizes="(max-width: 662px) 100vw, 662px" /></figure>



<p><strong><em>Le arti di do</em></strong><strong><em>ña Frozina</em></strong></p>



<p>Inoltre, con quei pochi soldi…</p>



<p>Così dice doña Frozina, la vedova, della sua pensione. Vorrebbe comprare latte di rosa e fare bagni miracolosi in quel liquido latteo. Dicono che renda la pelle sensazionale. Usa lo stesso prodotto da quando è ragazza, ha un odore di mamma.</p>



<p>È molto cattolica e vive nelle chiese. Tutto profuma di latte di rose. Come una bimba. Restò vedova a ventinove anni. Da allora, niente uomini. Vedova del tempo antico. Senza scollature, soltanto maniche larghe.</p>



<p>Doña Frozina, come potete stare senza un uomo?, vorrei chiederle.</p>



<p>Conosco la sua risposta. Astuzia, figlia mia, astuzia.</p>



<p>Dicono di lei: le giovani non posseggono il suo spirito. Ha già settant’anni, la straordinaria signora Frozina. È una brava suocera e un’ottima nonna. La sua nascita fu esatta. Discendenza che continua a dare buon frutto. Vorrei avere una conversazione sera con doña Frozina.</p>



<p>Doña Frozina, avete qualche legame con Doña Flor e i suoi tre mariti?</p>



<p>Cosa dite, amica mia, che peccato mi attacchi? Sono una vedova vergine, io, cara figliola.</p>



<p>Suo marito si chiamava Epaminonda, faceva Mozo di cognome.</p>



<p>Signora Frozina, ci sono nomi peggiori del suo. Conosco una che si chiamava Flor de Lis, e siccome le hanno affibbiato un nome sbagliato le hanno dato un cognome peggiore: Miñora. Come se fosse la minore di tutti. E quei genitori che hanno chiamato i figli Brasile, Argentina, Colombia, Belgio, Francia? Per lo meno, sei riuscita a non essere un paese. La signora e le sue astuzie. Si guadagna poco, dice, ma mi diverto.</p>



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<p>Divertirsi? Dunque, non conosce il dolore? Ha evitato il dolore per tutta la vita? Sì, signora, grazie alle mie astuzie l’ho evitato.</p>



<p>Doña Frozina non beve Coca-Cola. Le pare una sottomissione alla modernità.</p>



<p>Ma la bevono tutti!</p>



<p>Mio Dio! sembra un insetticida per scarafaggi: che Dio mi guardi e liberi.</p>



<p>Se la giudica in questo modo, vuol dire che l’ha provata.</p>



<p>La signora Frozina usa il nome di Dio più del dovuto. Dio non deve essere nominato invano. Ma quella norma in lei non attecchisce. Inoltre, ai aggrappa ai santi. I santi sono stufi di lei, per quanto abusa di loro. Per non parlare di “Nostra Signora”; la madre di Gesù è continuamente irritata. Visto che viene dal Nord, vive esclamando “Vergine Maria!” per ogni cosa che la sorprende. E una vergine ingenua è perennemente sorpresa.</p>



<p>Doña Frozina pregava tutta la notte. Sgranava una preghiera per ogni santo. Ma poi accadde il disastro: si addormentò a metà.</p>



<p>Doña Frozina, che orrore, addormentarsi mentre si prega e abbandonare i santi in questo modo!</p>



<p>Lei rispose con un disinvolto gesto della mano: Figlia mia, a ciascuno il suo.</p>



<p>Fece un sogno piuttosto strano: sognò di vedere il Cristo Redentore con le braccia incrociate e non più aperte. Era stufo, come a dire: ragazzi, arrangiatevi voi. Era un peccato, quel sogno.</p>



<p>Doña Frozina conosce molti trucchi. Cammina con il suo latte di rosa, <em>Io me ne vado</em> (si dice così in italiano quando qualcuno vuole andarsene?). Doña Frozina, eccellentissima signora, sono io che sono stufo di voi. Addio, allora. Mi addormentai nel mezzo di una preghiera.</p>



<p>P.S. Cerca nel dizionario cosa vuol dire <em>maniganças</em>. Ti facilito l’impresa. <em>Manigança</em>: prestidigitazione; opera misteriosa; arte di incantare. (Dal Piccolo dizionario brasiliano della Lingua portoghese).</p>



<p>Da piccola, a Sergipe, Doña Frozina mangiava accovacciata dietro la porta della cucina. Non si sa perché.</p>



<p><strong><em>Clarice Lispector</em></strong></p>
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		<title>“Chi è colui che mi sogna?” Giovanni Papini: il più grande scrittore italiano del 2022</title>
		<link>https://www.pangea.news/giovanni-papini-racconti-bruni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jun 2022 04:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Papini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Raoul Bruni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più di tutti, Borges preferiva L’ultima visita del Gentiluomo Malato. Non fatichiamo a capirlo: incipit folgorante – “Nessuno seppe mai il vero nome di colui che tutti chiamavano il Gentiluomo Malato. Non è rimasto di lui, dopo l’improvvisa scomparsa, che il ricordo dei suoi indimenticabili sorrisi ed un ritratto di Sebastiano del Piombo, che lo [&#8230;]</p>
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<p>Più di tutti, Borges preferiva <em>L’ultima visita del Gentiluomo Malato</em>. Non fatichiamo a capirlo: incipit folgorante – <strong>“Nessuno seppe mai il vero nome di colui che tutti chiamavano il Gentiluomo Malato. Non è rimasto di lui, dopo l’improvvisa scomparsa, che il ricordo dei suoi indimenticabili sorrisi ed un ritratto di Sebastiano del Piombo</strong>, che lo raffigura nascosto nell’ombra morbida di una pelliccia, con una mano inguantata che ricade giù floscia come quella di un dormiente” –, scrittura laconica, spiazzante, da potatore di rose, e tara onirica, tabù del sogno, inquietudine incantatoria –<strong>“Io sono invece perseguitato da un’altra idea: <em>chi è colui che mi sogna</em>? chi è quest’<em>uno</em>, quest’essere ignoto ch’io non conosco e di cui sono la proprietà, che m’ha fatto sorgere ad un tratto dal buio del suo cervello stanco e che al suo risveglio mi spegnerà ad un tratto, come una fiamma a un improvviso soffio?” </strong>– appartengono al carisma di Borges, alla sua aura.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="620" height="620" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge.jpg" alt="" class="wp-image-91225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/1975__copertina__lo_specchio_che_fugge-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p>In ogni caso, Borges portò sempre con sé <em>L’ultima visita del Gentiluomo Malato</em>; teneva in tasca quel racconto come fosse un amuleto, diceva di averlo imparato a memoria: lo include nell’<em>Antologia della letteratura fantastica</em> (1940) curata insieme a Silvina Ocampo, lo antologizza nel tomo-totem, <em>Libro dei sogni</em> (1979), lo installa nella raccolta di testi curata per Franco Maria Ricci nel 1975. Della ipnotica “Biblioteca di Babele”, <em>Lo specchio che fugge</em> – così il titolo; memorabile, come sempre, la copertina, con uomo bendato sul profilo di una mappa quasi italica – è il secondo tomo (a dire dell’importanza, cardinale): sta tra una staffilata di grandi, nella costellazione degli alti capricci borgesiani, che comprende Jack London e Léon Bloy, Gustav Meyrink e Franz Kafka, William Beckford e Henry James. La quarta aveva enfasi icastica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il Papini fantastico che Borges ci ripropone è certo una sorpresa per il pubblico italiano, abituato a considerare l&#8217;autore della Vita di Cristo come uno scrittore da non leggere. I racconti di questo libro provengono da un&#8217;epoca in cui l&#8217;uomo si reclinava sulla sua melanconia e sui suoi crepuscoli, ma melanconia e i crepuscoli non sono scomparsi, anche se ora li vestiamo con costumi diversi”.</strong></p></blockquote>



<p>Perfino allora leggere Papini era “una sorpresa”, entrare in un sacrario secretato, sotto scacco del tempo, nell’oscuro alveare fascista, reo di censura; secondo Borges, Giovanni Papini, guru della letteratura dei tempi andati – ‘nominato’ per tre volte al Nobel per la letteratura –, era stato “ingiustamente dimenticato”. Già.</p>



<p><a href="https://edizioniclichy.it/libro/i-racconti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Nella raccolta dei <em>Racconti</em> di Papini allestita per le Edizioni Clichy</strong>, </a>Raoul Bruni narra di una “lacuna editoriale&#8230; abbastanza sorprendente”, ricostruisce le ascendenze – il Leopardi delle <em>Operette morali</em>, ad esempio, Nietzsche&#8230; – e il panorama dello stuolo dei ‘nipoti’, dei seguaci di Papini, “modello, nell’abito del fantastico italiano”. Si va da Giorgio de Chirico a Pirandello e Buzzati, fino ad alcuni atmosfere rinvenibili nelle poesie di Montale (Bruni cita <em>Forse un mattino andando&#8230;</em>): Papini si dimostra, così, capostipite di un ‘canone’, diversamente osteggiato.</p>



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<p>Il libro raccoglie i racconti di Papini scritti tra il 1906 e il 1954: alcuni testi sono notissimi – quelli della raccolta-manifesto <em>Il tragico quotidiano</em> – altri sono semplicemente bellissimi. Tra tutti, vado a spigolare dentro <em>La sesta parte del mondo </em>(in origine: <em>Concerto fantastico</em>, Vallecchi, 1954), una vera tesoreria. <strong>Papini traccia i confini di un impero dell’immaginario, dove spiccano Armuria, “la più amena e vaga isola dell’Oceano Catartico” – gli abitanti credono “che tutto l’universo nel quale viviamo non è altro che la visione, la fantasia e quasi il sogno di un Demiurgo” –,</strong> “il regno dei Karseni&#8230; abitato, come ognun sa, dagli ultimi superstiti della Razza Verde”, “la Città del Fuoco”, chiamata Piropoli dai cartografi antichi, che sorge “nella parte più settentrionale e più inospitale della Persia”; c’è perfino la descrizione di un pianeta marziano, chiamato Terzo, intercettato da “un monaco tibetano, Dho Luan, esperto nelle arti magiche quanto nell’ascetica buddista”. In sordina, un sentore di Michelstaedter e di Poe. Papini non è da meno dell’esasperato Lovecraft: chiamava i suoi racconti “favole oscure&#8230; colloqui inquietanti”, spesso dietro il paravento del gioco, dell’invenzione narrativa si ode il rintocco di una verità meridiana, micidiale. Ma che bello&#8230; In un canile narrativo dove gli scrittori nascono già vecchi, risaputi, ‘adatti’, pieni di dottrina e di paragrafi burocratici, Papini spariglia le carte, sovverte i cliché, pare giovane, appena nato, un esordiente, è il più grande scrittore italiano del 2022, gli diano un premio.</p>



<p>Qui, un dialogo disteso con Raoul Bruni. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/PAPINICopertinaSingola-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/PAPINICopertinaSingola-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/PAPINICopertinaSingola-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/PAPINICopertinaSingola-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/PAPINICopertinaSingola.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Intanto. Ti chiederei di decifrare il genio narrativo di Papini alla luce del suo precedente, Leopardi, e del suo ammiratore, Jorge Luis Borges. Insomma, in cosa si sostanzia il carisma di Papini nella narrazione breve, fulminea, a tratti sconcertante?</strong></p>



<p>I riferimenti a Leopardi e Borges possono servire da coordinate per iniziare a parlare di Papini come autore di racconti. L’ammirazione di Borges per Papini è ben nota: Papini è l’unico autore italiano incluso da Borges nell’<em>Antologia della letteratura fantastica </em>(1940); e la scelta di racconti di Papini <em>Lo specchio che fugge </em>è uno dei primi titoli della splendida collana «La Biblioteca di Babele», che Borges approntò per l’editore Franco Maria Ricci. <em>Lo specchio che fugge </em>esce nel 1977, in un periodo in cui Papini era già stato completamente rimosso dal canone della cultura italiana. Borges fu quindi fondamentale per la riscoperta di Papini in Italia (e non solo): una riscoperta avvenuta sotto l’insegna del «fantastico», dato Borges attinse alle prime due raccolte di racconti di Papini (<em>Il tragico quotidiano </em>e <em>Il pilota cieco</em>), cioè quelle maggiormente assimilabili al genere fantastico.  Ma si tratta però di un fantastico anomalo, diverso dal fantastico ottocentesco di un Hoffmann o di un Poe, che pure Papini ammirava. Nei racconti del <em>Tragico quotidiano </em>e del <em>Pilota cieco </em>non si trovano gli espedienti tipici del repertorio fantastico tradizionale (fantasmi, case infestate, ecc.): l’inquietudine nasce invece, spesso, dai rovelli esistenziali o psicologici che opprimono i protagonisti dei racconti papiniani. Da questo punto di vista Papini guarda a Leopardi, specie al Leopardi prosatore delle <em>Operette </em>e dello <em>Zibaldone</em>, a cui lo accomuna anche la tensione filosofica dei testi: del resto, Papini aveva esordito come scrittore di filosofia, con il sulfureo volumetto <em>Il crepuscolo dei filosofi</em>. Intrecciando meditazione filosofica e invenzione letteraria, i racconti di Papini raggiungono esiti molto originali nell’ambito della letteratura italiana di inizio Novecento.</p>



<p><strong>I racconti di Papini paiono accessibili, schietti, belli, ‘nuovi’, per così dire, tuttavia nell’introduzione al libro racconti la vera e propria “lacuna editoriale” che li ha marginalizzati. Che cosa è successo, quali le ragioni di questa rimozione?</strong></p>



<p>Come sappiamo, su Papini ha pesato un lungo ostracismo ideologico, legato principalmente alle sue compromissioni con il regime fascista, tanto che ancora oggi sembra impossibile parlare di Papini senza associarlo al fascismo. Se Papini, in una certa fase, aderì al fascismo, d’altra parte bisogna notare che le sue principali raccolte di racconti (<em>Il tragico quotidiano</em>, <em>Il pilota cieco</em>, <em>Parole e sangue </em>e <em>Buffonate</em>) escono tra il 1906 e il 1914, quindi diversi anni prima della Marcia su Roma; dunque è un po’ strano, e anche improprio, dover parlare di fascismo a proposito del Papini narratore. La marginalizzazione dei racconti dipende inoltre dal fatto che Papini è ancora ridotto all’immagine di ideologo e promotore culturale, che emerge dalle frettolose righe che gli dedicano in genere i nostri manuali di storiografia letteraria. Anche il Meridiano curato da Baldacci e Nicoletti nella seconda metà degli anni Settanta (e più volte ristampato) ha questo limite, dato che trascura completamente i racconti, le poesie e le prose poetiche. Come se Papini non fosse stato anche (e soprattutto) un (grande) scrittore. Da lettore e studioso di Papini avevo provato più volte a far ristampare i suoi racconti, ma il progetto finora non era mai andato in porto: ricordo che un’edizione complessiva mancava da oltre sessant’anni. Questa lacuna editoriale, finalmente colmata grazie alla lungimiranza dell’editore Clichy, appare ancora più inspiegabile, se si tiene conto della fortuna di Papini all’estero. E non mi riferisco solo alle vecchie traduzioni, uscite nel primo Novecento, sulla scia del successo mondiale della <em>Storia di Cristo </em>(1921): recenti sono le ottime edizioni francesi di <em>Un uomo finito </em>e del <em>Concerto fantastico</em>,pubblicate da un marchio editoriale prestigioso come L’Age d’Homme; e nuove traduzioni sono apparse in vari Paesi (dalla Spagna alla Turchia), tanto che si ha l’impressione che Papini sia letto ormai più all’estero che in Italia. L’auspicio è che questa nuova edizione dei racconti (corredata anche da due brillanti interventi di Vanni Santoni e Alessandro Raveggi) solleciti i lettori italiani a invertire, almeno in parte, questa tendenza.</p>



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<p><strong>Qual è, nella mole di racconti, quello più bello, perturbante, insolito, a tuo dire? Quello da cui partire per scoscendere negli altri?</strong></p>



<p>I racconti che potrei menzionare sono molti, e spero che questa nuova edizione rappresenti un’occasione per riscoprire (o scoprire) il talento narrativo di Papini. Se, però, mi si chiede di indicare un racconto da cui partire, sceglierei senza esitazione il primo della prima raccolta: <em>L’uomo che non poté essere imperatore</em>, in cui troviamo in forma condensata l’intima essenza dell’esperienza letteraria di Papini. L’imperatore mancato infatti è lui stesso: e la scrittura non è che una forma compensazione per questo fallimento. Ma imperatori mancati sono in un certo senso tutti quelli che continuano a coltivare – non importa se come lettori o come scrittori – il vizio della letteratura.</p>



<p><strong>Mi pare che nei racconti Papini costruisca anche un suo canone oscuro, sinistro, laterale. Insomma, che idea di letteratura viene fuori da questi racconti?</strong></p>



<p>Le prime due raccolte – <em>Il tragico quotidiano </em>e <em>Il pilota cieco </em>– escono proprio all’inizio del secolo, rispettivamente nel 1906 e nel 1907; e possono essere considerate le prime opere di un certo canone novecentesco, che oscilla tra il fantastico, il surreale e il perturbante. Echi e affinità, più o meno puntuali, con i racconti del primo Papini possono trovarsi in autori come Buzzati, Savinio, Bontempelli, così come in certo Calvino, nelle novelle fantastiche di Pirandello, o in Giorgio Vigolo: cioè in alcuni dei più significativi interpreti del fantastico in Italia. Se invece si preferisce non usare l’etichetta, a volte scivolosa, di “fantastico”, si possono ricondurre i racconti di Papini alla categoria del ‘metafisico’ (non a caso un grande storico dell’arte come Maurizio Calvesi, considerava Papini il precursore della metafisica di Giorgio de Chirico). L’inquietudine metafisica e l’apertura al mistero e alla dimensione del sogno sono i tratti più tipici della scrittura narrativa di Papini, dagli esordi alle sottovalutate raccolte degli anni Cinquanta, che presentano affreschi sorprendenti di altri mondi, tra utopia e distopia. Se me lo consenti, vorrei concludere il nostro colloquio citando un brano tratto proprio da una delle ultime raccolte (<em>Le pazzie del poeta</em>, 1950), che, riletto oggi, ci appare stranamente familiare: «Un’ordinanza del triumvirato vietava a tutti i cittadini di uscire per le strade a viso scoperto. Tutti, uomini e donne, vecchie e giovani, dovevano portare una maschera. E, come se ciò non bastasse, la scelta delle maschere non era lasciata al loro gusto ed arbitrio ma era imposta, per così dire, una maschera di stato, la maschera eguale per tutti […] Coloro che capitavano, senza conoscer tale usanza, a Lausia, potevan credere d’esser sopraggiunti in pieno carnevale oppure che tutti gli abitanti fossero fratelli e sorelle, o volessero nascondere le turpi facce d’un comune e generale contagio».</p>
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		<title>Sarcastico Tommaso Landolfi: “In società” taglia come una lama, e ci siamo noi nel mirino</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 13:27:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA["In Società"]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Landolfi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si scrive spesso,&nbsp; e a sproposito, di scrittori, di libri, di opere&nbsp; “profetiche”, che sono stati capaci di vedere al di là e oltre, che hanno anticipato i&nbsp; tempi. Disquisizioni, sovente, che a stento raschiano la superficie, il gusto per il palato poco fine del moderno (non) lettore, che cita Manzoni o Camus (prendiamo due esempi recenti) un tanto al kilo (che poi abbia capito il&nbsp; significato o la montagna che si cela dietro dette citazioni, non è dato saperlo). <a href="http://www.pangea.news/cari-bambini-cari-adulti-intrisi-di-sogni-entrate-nel-mondo-fatato-e-fatale-di-tommaso-landolfi-lo-scrittore-delle-tenebre/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ma veniamo al dunque, Tommaso Landolfi: non se ne scrive mai&nbsp; abbastanza e forse è giusto che sia così. Lo scrittore di Pico è meta, mito, mentore inarrivabile, intoccabile e illeggibile (se non altro per quel genere  di lettore di cui sopra).</strong></a>&nbsp; </p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.adelphi.it/libro/9788845921261" target="_blank">Siamo nel 1955: nella sua fredda, isolata e salvifica dimora di Pico, Landolfi scrive un racconto (&#8220;Roboto accademico&#8221;) che poi confluirà assieme ad altri (sontuosi) nella raccolta “In società” la quale sarà pubblicata da Vallecchi nel 1963,  coi soliti infausti travagli editoriali.</a> E in questo racconto, brevissimo racconto, c’è tutto, tutto quel che di idiota si manifesta oggi attorno a noi e che sempre si manifesterà. Si narra la vicenda di un “roboto” (computer per chi ha poca fantasia) che in un’università americana svolge il ruolo di professore  di storia. Inutile riferirsi al presente, essendo palese che Landolfi l’abbia visto meglio di noi che lo viviamo (gli asterischi van bene per gli stolti). Ma lasciamo spazio al poeta: </p>



<p>“Era un roboto bellissimo, uno dei più belli che si siano mai veduti. Bello, si capisce, è un modo di dire: in definitiva era una stanza, una grande&nbsp; stanza lungo le cui pareti correva una specie di mobile continuo, tutto&nbsp; chiuso e tempestato di levette, comandi e spie, le quali ultime quando lui lavorava si accendevano successivamente di rosso con straordinaria rapidità,&nbsp; simulando la folgore. Propriamente era professore di storia, e infatti&nbsp; questa disciplina insegnava in tale università americana, ma era in realtà&nbsp; dotto quanto un intero collegio accademico. Finita la sua lezione, chi&nbsp; voleva interrogarlo non doveva già premere bottoni o inserire cartoncini&nbsp; sforacchiati o prepararlo in alcun modo, secondo usa coi suoi congeneri:&nbsp; bastava formulasse la domanda con voce distinta, neppure squillante. E lui,&nbsp; dopo aver fatto udire certi meccanici borborigmi, nel mentre si scatenavano&nbsp; i fuochi di controllo, in men che non si dica forniva la risposta con voce&nbsp; altrettanto distinta sebben rauca (questo sì). Lo si poteva interrogare sui&nbsp; più vari argomenti e quasi sempre rispondeva; mostrava perfino qualche&nbsp; esperienza delle cose del mondo e qualche conoscenza del cuore umano, e in&nbsp; generale era benevolo con tutti. La notte, cessato il massacrante lavoro&nbsp; della giornata e taciutisi gli&nbsp; ultimi quesiti degli altri professori, gli&nbsp; spegnevano la luce e gli chiudevano le porte perché si riposasse in perfetta&nbsp; tranquillità.”</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/86e2a75ca6e824379d0357aeb015ec09_w_h_mw600_mh900_cs_cx_cy.jpg" alt="" class="wp-image-82900" width="497" height="812" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/86e2a75ca6e824379d0357aeb015ec09_w_h_mw600_mh900_cs_cx_cy.jpg 551w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/86e2a75ca6e824379d0357aeb015ec09_w_h_mw600_mh900_cs_cx_cy-184x300.jpg 184w" sizes="(max-width: 497px) 100vw, 497px" /></figure>



<p>Accade poi che un giovane professore, andato in quella università a notte fonda per consultare un suo volume, udisse tale roboto mormorare. Per sorprendere&nbsp; quindi un’ancor più giovane di lui studentessa che s’era intrattenuta con il medesimo maestoso ritrovato.&nbsp;</p>



<p>“Comunque al professore, nonché perdersi in congetture, sarebbe spettato&nbsp; intervenire subito e allontanare l’intrusa. Ma nel frattempo costei s’era&nbsp; messa a parlare, e d’altronde sarebbero bastate le testè udite parole del roboto a inchiodare l’attenzione del giovane. Le quali erano state: ‘non&nbsp; dica sciocchezze’ ( È bensì vero che di questa frase convenzionale lui si&nbsp; avvaleva ogniqualvolta non capisse bene la domanda o la domanda fosse difatto mal formulata o vertesse su argomenti a lui sconosciuti). C’era però dell’altro. Non appena la fanciulla aveva aperta bocca il&nbsp; giovane l’aveva riconosciuta: certa studentessa delicatina, dall’occhio&nbsp; umido e dallo sguardo un po’ smarrito, una creatura, per dir tutto, al&nbsp; professore niente affatto indifferente.”</p>



<p>E qui, dopo cotanta spassosa premessa, Landolfi riesce a rendere&nbsp; poeticamente grottesco (o grottescamente poetico, fate voi) il dialogo tra&nbsp; la fanciulla e il macchinario:</p>



<p>“‘Dovevo pur dirtelo: io t’amo. Sì, t’amo. Non son di quelle che non sappiano servar dall’animo la causa del sembiante: io t’amo per te stesso non per il&nbsp; tuo corpo, nel quale poi non vedo nulla di deforme. Che m’importa se non hai membra umane?’ ‘non dica sciocchezze’ ‘Ma perché sciocchezze! Non si può forse amare la&nbsp; vigile intelligenza, l’animo benevolo che all’alto intelletto si accompagna,&nbsp; indulgente e quasi sorridente alla nostra ignoranza e alle nostre debolezze,&nbsp; la sicura esperienza che ci guida attraverso la vera vita, il disprezzo&nbsp; d’ogni cosa volgare?’ ‘La treggea non è da porci’ (A quali parole della fanciulla rispondessero queste di lui, del resto alquanto spostate e astratte, non è dato sapere. La&nbsp; fanciulla le prese per buone)”.</p>



<p>L’ingenua, sconsolante e sconsolata fanciulla continua nel suo deliquio, o meglio delirio, ma tutto nel racconti di Landolfi non può che finir nel peggiore e conseguente dei modi:&nbsp;</p>



<p>“‘Oh, ascolta. Tu non hai gambe da camminare, e io sarò le tue gambe. Io ti&nbsp; porterò lontano di qui, dove il fragore di questa ignobile vita e il brusio di questi uomini non possano raggiungerci. Là saremo felici, trascorreremo in mai turbata pace, in altre visioni, il resto dei nostri giorni. Dimmi&nbsp; dunque&#8230; No, per ora dimmi soltanto se acconsenti: vuoi?’ ‘Non di&#8230;ca&nbsp; sciocchezze.’&nbsp;    Di fatto da due o tre risposte egli andava manifestando una&nbsp; certa esitazione, del tutto insolita, e l’ultima risposta aveva reso con&nbsp; voce positivamente interrotta”.</p>



<p>Il professore, dopo aver assistito a tale angoscioso e angosciante scenario, decide di intervenire. Si erge a baluardo e si immola quale salvatore:</p>



<p>“‘Mia cara!’ gridò entrando, accendendo la luce e prendendo la fanciulla per&nbsp; un braccio. ‘Signorina! La sua mente è sconvolta, lei è preda di una&nbsp; mostruosa illusione! A chi rivolge lei codeste parole infiammate che io vorrei baciare una per una sulle sue labbra medesime? &#8230;Sì, mi&nbsp; perdoni&#8230;Rientri, cara, in sé, quello non è che un roboto, uno strumento&nbsp; inanimato. E io…’”</p>



<p>La fanciulla ode a stento queste parole, non vuole cedere il suo cuore che al roboto. Roboto che al cospetto della di lei ultima invocazione:&nbsp;<strong>“con un supremo schianto egli si spense, e rimase cieco, peso”.&nbsp;</strong></p>



<p>Il sipario quindi cala con uno scenario che per altri scrittori che non siano Landolfi sarebbe banalmente risultato apocalittico. Ma Landolfi lo ha reso sublimemente plausibile, l’unico plausibile. Detto che tale racconto andrebbe letto nella sua interezza, assieme agli altri della raccolta (e assieme a qualunque cosa abbia scritto e tradotto Landolfi, ma perdo tempo), detto che tale raccolta l’ha riesumata Adelphi (a proposito, urge che in Via San Giovanni sul Muro si decidano a ristampare le opere “fuori catalogo” e che diano al più presto alla luce quel che rimane da ristampare. Basta con questo inane centellinare. Sempre che ne abbiano voglia, viste le ultime impalpabili pubblicazioni), <strong>anche in questo squarcio del suo infinito universo, Tommaso Landolfi ha reso palese la stupidità e banalità dell’uomo. L’uomo di adesso e di sempre</strong>.&nbsp;</p>



<p><em><strong>Cosimo Mongelli </strong></em></p>
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		<title>Jorge Luis Borges, il geniale mentitore. Gita nella selva di pseudonimi, apocrifi, leggende fittizie</title>
		<link>https://www.pangea.news/borges-bioy-casares-racconti/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 04:25:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da buon bibliotecario – era stato eletto direttore della Bilioteca Nacional proprio quell’anno – Jorge Luis Borges sapeva che la verità è la sua contraffazione e che un documento, sempre, è apocrifo, la copia di un autentico sepolto millenni prima, sbiadito fino allo sbadiglio. D’altronde, l’autore sparisce, all’ombra delle parole: siamo tutti lo pseudonimo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da buon bibliotecario – era stato eletto direttore della Bilioteca Nacional proprio quell’anno – Jorge Luis Borges sapeva che la verità è la sua contraffazione e che un documento, sempre, è apocrifo, la copia di un autentico sepolto millenni prima, sbiadito fino allo sbadiglio. </strong>D’altronde, l’autore sparisce, all’ombra delle parole: siamo tutti lo pseudonimo di un dio decapitato. Adolfo Bioy Casares l’aveva conosciuto più di vent’anni prima a Villa Ocampo, era il 1932. L’amico, indubbiamente bello, più giovane di lui di quindici anni, s’era accasato con Silvina Ocampo – <a href="http://www.pangea.news/victoria-ocampo-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>la sorella di Victoria,</strong></a> zarina della cultura d’Argentina – nel 1940. Sapeva tradire e sapeva scrivere, Bioy: quello stesso anno pubblica il libro più grande, <em>L’invenzione di Morel </em>(già in catalogo Bompiani, ora Sur, fu tradotto in film da Emidio Greco, nel 1974). I due – Borges e Bioy Casares – si trovarono: la letteratura è un gioco, una sfiziosa finzione, tra le pieghe dello scherzo, è probabile, vive un dio. Insieme, fecero storia: probabilmente sono il duo più prolifico della storia della letteratura (licenziati Fruttero&amp;Lucentini, fruttuosi per altre ragioni). Forgiarono romanzi e racconti, spesso ‘gialli’ (<em>Sei problemi per don Isidro Parodi</em>), genere di cui erano cultori (<em>Los mejores cuentos policiales </em>è una raccolta organizzata nel 1943 e nel 1956). Per lo più, eccellevano nell’ancestrale arte dell’antologia: ne hanno curate sulla “letteratura fantastica” (1940), sulla “poesia argentina” (1941), sulla <em>Poes</em><em>ía gauchesca</em> (1955). A volte usavano uno pseudonimo, Honorio Bustos Domecq (si vedano le <em>Cronache di Bustos Domecq</em>), che era poi un omaggio al papà di Bioy Casares: Adolfo Bioy Domecq fu Ministro per le relazioni estere negli anni Trenta e presidente della Sociedad Rural Argentina. <strong>I <em>Cuentos breves y extraordinarios</em> escono nel 1955 e sono un programma di poetica fin dal titolo: solo il racconto <em>breve</em> ammette lo <em>straordinario;</em> la parabola, l’apoftegma, l’improvviso narrativo sono una sorta di illuminazione.</strong> Il romanzo è un tradimento, una perdita di tempo, il demonio dell’intrattenimento. “In questi brani sta, osiamo ritenere, l’essenziale di ciò che è narrazione; il resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno ornamento verbale”, scrivono i due.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78736 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-18-166x300.jpg" alt="" width="338" height="611" />Pubblicato da Franco Maria Ricci nel 1973, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845934773" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Racconti brevi e straordinari </em></a>torna per Adelphi:</strong> il bello sono le note di Tommaso Scarano, che svelano, tra i testi di Franz Kafka – <em>La verità su Sancio Panza, Quattro riflessioni </em>–, di Martin Buber, Plutarco, Edgar Allan Poe, Henri Michaux (un pallino di Borges), Cocteau, Swedenborg e “le antiche e generose fonti orientali” (nel consueto azzeramento di ogni latitudine cronologica, come se il verbo fosse una torcia lanciata da Lascaux all’apocalisse), il putiferio di ‘falsi’, di riscritture, di pseudonimi improvvisati con un colpo di gesso. <strong>“Sarà proprio nei <em>Racconti brevi e straordinari </em>che Borges e Bioy Casares praticheranno nella misura più rilevante e nelle forme più varie il gioco scanzonato delle opere e degli autori immaginari, delle false attribuzioni, delle interpolazioni apocrife”</strong> (Scarano).</p>
<p>*</p>
<p>Il gioco di Borges è stratificato: il racconto <em>Il risveglio del re </em>(ambientato in Canada, nel 1763), ad esempio, è affibbiato a tale H. Desvignes Doolittle (reminiscenza, forse, di H.D., Hilda Doolittle, poetessa e musa di Pound), ma ha un fondamento bibliografico in uno studio dello storico statunitense Francis Parkman, del 1870. L’<em>Altra versione del “Fausto”</em>, invece, è firmata dal fatidico Fra Diavolo, pseudonimo usato davvero da Evar Méndez, fondatore della rivista “Martín Fierro”, preso in prestito dal duo di giocolieri bibliomantici. Spesso i frammenti, verosimili, reclamano le ossessioni di Borges, di cui si legge in controluce la penna. Ad esempio in <em>L’ombra delle mosse</em>: “Mentre i francesi assediavano la capitale del Madagascar, nel 1895, i sacerdoti parteciparono alla difesa giocando a <em>fanorona</em>, e la regina e il popolo seguivano con più apprensione la partita, che si giocava secondo il rito per assicurare la vittoria, che non gli sforzi delle truppe”. <strong>Il brano, affidato a un fittizio Celestino Palomeque, tratto da un fittizio <em>Cabotaje en Mozambique</em>, è esemplare: il gioco (la <em>fanorona</em>, specie di dama) è più importante della realtà (la guerra), perché il gioco influenza la realtà, ne è, in sunto, il simbolo.</strong> Così, il dio scrive le cose, e dalla scrittura le cose nascono, il verbo precede la carne, lo scrittore è un contro-dio, che tarocca i Tarocchi.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78738 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro1-11-178x300.jpg" alt="" width="328" height="553" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-11-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-11.jpg 600w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" />Per il lettore estivo, da passeggiata, questi racconti sono stilettate di gioia, proiettili di rubino, sapienza miniaturizzata (in <em>Vite parallele </em>si racconta l’analogia tra Confucio e l’unicorno: la fonte però non è quella denunciata, <em>L’Empire chinois </em>del “missionario cattolico” Évariste Régis Huc, vissuto nell’Ottocento, bensì il <em>Konfuzius</em> di Richard Wilhelm). Insomma, apri il libro, ti folgora la leggenda. <strong>Per il lettore che ama Borges, è una festa bibliografica dei sensi. Esempi sparuti. In <em>“Der Traum Ein Leben” </em>un ipotetico Francisco Acevedo (<em>Acevedo</em> è il cognome della madre/padrona di Borges) fa riferimento ad Adrogué, luogo simbolo nell’opera di Borges</strong> (in un racconto, <em>25 agosto 1983</em>, lo scrittore simula lì il suicidio del proprio avatar; ad <em>Adrogué</em>, tra l’altro, dedica un libro, con le illustrazioni della sorella, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/norah-vera-borges-pittrice-spavalda-era-maschio-casa-1808724.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Norah Borges</strong></a>). In <em>“Omne amirari” </em>un funambolico Estanislao González racconta di <a href="http://www.pangea.news/macedonio-fernandez-borges-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Macedonio Fernández</strong></a>, pensatore anomalo e mentore di Borges, realmente esistito, mittente di uno dei suoi clamorosi <em>Prologhi</em> (“Macedonio possedeva in grado eminente le arti dell’inazione e della solitudine…”). I continui riferimenti a Nathaniel Hawthorne richiamano, tra l’altro, la straordinaria lezione che Borges dedica allo scrittore americano in <em>Altre inquisizioni. </em>Di quel testo – labirintico, cioè del tutto borgesiano – ho sottolineato questa frase: “Il passato è indistruttibile; prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato”. Oggi però preferisco un’altra frase, <strong>che descrive il genio di <a href="http://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Hawthorne – autore troppo poco letto</a> – e dunque quello di Borges, quasi un cugino: “Morto Hawthorne, gli altri scrittori ereditarono il suo compito di sognare”.</strong> Che alcuni di questi <em>Racconti brevi e straordinari </em>tornino, variati o ritradotti, in <em>Libro di sogni</em>, pubblicato vent’anni dopo, non ci sorprenda: un grande scrittore sogna sempre la stessa stanza; lo specchio, però, è inchiodato su pareti diverse, ad ogni sogno.</p>
<p>*</p>
<p>In fondo, di opera in opera, Borges non fa che scrivere lo stesso libro, forgiando una immane biblioteca. Il sogno di uno scrittore è scrivere tutti i libri possibili, adottando ogni genere, ogni linguaggio, esaurendo tutte le identità.</p>
<p>*</p>
<p>In <em>Un mito di Alessandro </em>il fasullo Adrienne Bordenave attacca così: “Chi non ricorda la poesia di Robert Graves nella quale si sogna che Alessandro Magno non morì a Babilonia, ma che smarrì il suo esercito e si addentrò nell’Asia?”. Borges amava Robert Graves, che andò a trovare, malridotto, nei primi anni Ottanta, a Maiorca, dove s’era ritirato, antico monarca della poesia. Amava, altrettanto, costellare la Storia di enigmi, fratturare i miti, disporre tarme nel legno della leggenda. <strong>L’Alessandro che si perde nei turbini dell’Asia scopre se stesso in “una moneta d’oro che gli avevano dato: riconobbe l’effigie e pensò, ho fatto coniare io questa moneta, per celebrare una vittoria su Dario, quando ero Alessandro di Macedonia” (lo stesso episodio, lietamente riscritto, <a href="http://www.pangea.news/borges-con-la-pinta-di-birra-scozzese-che-sogna-alessandro-magno-o-per-i-35-anni-di-atlas/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">torna in <em>Atlas</em>, libro estremo di Borges</a>).</strong> Soltanto Borges sapeva fornire al caso una geometria euclidea e un goniometro. Lo scrittore, come Alessandro, deve preferire lo smarrimento alla grandezza: si scoprirà, molto dopo, altro. Solo quando si è scissi da ciò che si era, identità in ceramica, possiamo scegliere se essere indulgenti con la nostra giovinezza – o sperperarla in libri. (d.b.)</p>
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		<title>“Non so che farmene di tale immortalità”. Sull’importanza di leggere Čechov. (Cominciamo con “La moglie del farmacista”)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2020 06:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Anton Cechov]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si fa a leggere Čechov? O si prendono i due mattoncini della Garzanti e si prega la buona sorte che non siano stati esclusi dalla scelta antologica le cose piccole ma efficaci del russo; oppure si scappa in biblioteca, quando mai verrà riaperta, e si sfogliano le traduzioni storiche, più ‘risalenti’ e forse più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si fa <a href="http://www.pangea.news/ho-scoperto-un-grande-autore-dimenticato-il-giovane-cechov-dialogo-con-giuseppe-ghini/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a leggere Čechov</a>? O si prendono i due mattoncini della Garzanti e si prega la buona sorte che non siano stati esclusi dalla scelta antologica le cose piccole ma efficaci del russo; oppure si scappa in biblioteca, quando mai verrà riaperta, e si sfogliano le traduzioni storiche, più ‘risalenti’ e forse più poetiche di altre, svolte da Agostino Villa con Einaudi.</p>
<p>La seconda mossa richiede al lettore un alambicco. Prendere Čechov, trapiantarlo mentalmente in America e farlo reagire con Dostoevskij. Rilevare come ne viene fuori, giulivo, il vecchio Faulkner.</p>
<p>Oppure combinare Čechov con un’altra soluzione e ricavarne Salinger. Se non vi siete stufati, immergere Čechov in soluzione acida: avrete un minore (chissene: comunque si chiama Cheever).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75702 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-195x300.jpg" alt="" width="274" height="422" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4.jpg 500w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" />Volete forse un cocktail più di moda? Fate incontrare Čechov con Carver e vedrete subito un sosia di infimo livello del russo. <strong>Nella sontuosa e pacchiana (fin dal titolo) edizione Einaudi <em>Di cosa parliamo quando parliamo d’amore</em> Carver se ne viene fuori con un raccontino che è un elogio sperticato del maestro. Fin dall’esordio: “Čechov. La sera del 22 marzo 1897 andò a cena, a Mosca, col suo amico e confidente Alexei Suvorin.</strong> Questo Suvorin era un ricchissimo editore di libri e di giornali, un reazionario, un uomo che si era fatto da sé. Suo padre aveva combattuto come soldato semplice nella battaglia di Borodino…”.</p>
<p>*</p>
<p>Siete un gocciolo curiosi, ora, di vedere un dialogo maestoso tra Čechov e, che so, Tolstoj? Continuate a leggere il raccontino fesso di Carver. A proposito, di là dalla tenue ironia esercitata sia da Čechov che da Carver sui loro materiali narrativi, io non riesco a vedere analogia tra i due, nonostante le fascette editoriali e gli avvisi di garanzia dei geriatrici gerarchi culturali. Pazienza, mi sarò perso qualcosa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Così Carver scolpisce il suo idolo: “Anche Lev Tolstoj si recò a fargli visita. Trovarsi di fronte al più grande scrittore del paese ispirò un reverente timore al personale della clinica. Non era forse l’uomo più famoso di tutta la Russia?</strong> Dovevano per forza permettergli di vedere Čechov, anche se i medici avevano proibito le visite ‘non essenziali’. Così, circondato dagli ossequi rispettosi delle infermiere e dei dottori, il vecchio dall’aspetto fiero e barbuto fu fatto entrare nella stanza di Čechov. Nonostante non avesse una grande opinione delle capacità drammaturgiche di Čechov (Tolstoj considerava i suoi drammi statici e privi di tensione morale. ‘Dove vi portano i vostri personaggi?’, chiese una volta a Čechov. ‘Dal divano al ripostiglio e viceversa’), Tolstoj ammirava i suoi racconti. E ancor di più, semplicemente, ammirava l’uomo”.</p>
<p>*</p>
<p>Chi vuole può saltare questo paragrafo.</p>
<p>Cito ancora Carver perché mi serve a far risaltare le differenze di scrittura con Čechov, alla fine. “Tolstoj si tolse la sciarpa di lana e la pelliccia d’orso e si sedette su una sedia accanto al letto di Čechov. Non si curò del fatto che l’infermo era sotto cura e che gli era stato addirittura proibito di aprire bocca, figurarsi quindi se poteva sostenere la fatica di una conversazione. <strong>Čechov si ritrovò ad ascoltare, con un certo stupore, le disquisizioni del conte sulle sue teorie dell’immortalità dell’anima. A proposito di quella visita, più tardi Čechov scrisse: ‘Tolstoj crede che tutti noi (uomini o animali, non importa) continueremo a vivere sotto forma di principio (come la ragione o l’amore) la cui essenza e i cui fini sono per noi un mistero. …Non so che farmene di una tale immortalità. </strong>Non la capisco e Lev Nicolaevič ne è rimasto molto stupito’”.</p>
<p>*</p>
<p>Fine della carrellata.</p>
<p>Čechov è superiore: ha racconti che mi hanno fatto ballare il tango come <em>Incubo</em>, <em>Un bacio</em>, <em>Ariadna</em>, <em>Dalle memorie di un uomo impulsivo</em>, <em>Una crisi di nervi </em>e potrei dire altro ma saremmo sempre nel vago perché i suoi titoli sono, appunto, vaghi. Salvo rare eccezioni, dove comunque si vola sempre basso: <em>Reparto n. 6</em>. (Era medico, il grand’uomo…)</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75703 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-225x300.jpg" alt="" width="294" height="392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3.jpg 576w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" />Volete un attacco alla Čechov? Eccolo servito: “Per ragioni di cui non è questo il momento di parlar minutamente, mi si rese necessario farmi assumere come cameriere in casa di un funzionario pietroburghese, certo Orlov. Aveva costui trentacinque anni circa, e aveva nome Gherorghij Ivanyc”. <em>Il racconto di uno sconosciuto </em>è qui, il tema è come in Karenina ma al confronto il capolavoro del conte Tolstoj è un algoritmo, un dolmen. Ma non è detto che a tutti piaccia l’arte primitiva…</p>
<p>*</p>
<p><strong>Sciocchezze di lettore a parte, adesso obbligo voi a leggere questo racconto che tempo addietro, quand’ero giovane e bello, inserii in un libro di scuola per il biennio.</strong> Fu una scelta da minchione. La figura centrale, infatti, è molto bovaristica; all’epoca non conoscevo nemmeno il significato della parola.</p>
<p>*</p>
<p><em>La moglie del farmacista</em> fu composta dal nostro divo da giovane, a 26 anni. Mi piacque per il titolo. Da tre lustri mi sta conficcata nella memoria questa immagine: a sinistra del bivio, mia madre a casa che legge due libri spaiati di Čechov; a diritta sta Sherlock Holmes, a destra non si va da nessuna parte mentre la via che mi sono lasciato alle spalle è il passato, cioè l’errore.</p>
<p>*</p>
<p>Entrate anche voi nella bottega del farmacista, senza farvi vedere dalla signora. Sempre che non vogliate cascare in trappola. Come ha scritto Stendhal – quasi anticipando Ĉechov, direbbe il comitato Adelphi – “una delle cause più comiche delle avventure amorose, sono i falsi colpi di fulmine. <strong>Una donna annoiata, ma priva di sensibilità, si crede durante tutta una sera innamorata per la vita. È orgogliosa d’aver finalmente trovato uno di quei grandi movimenti dell’anima che la sua immaginazione inseguiva.</strong> Il giorno dopo non sa più dove nascondersi, e soprattutto come evitare il disgraziato che il giorno prima adorò”. (<strong><em>Andrea Bianchi</em></strong>)</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Anton Ĉechov, La moglie del farmacista</em></strong></p>
<p>La cittaduzza di B., composta di due o tre vie storte, dorme d’un sonno durissimo. Nell’aria stagnante, silenzio. Si sente solo, in qualche posto lontano, probabilmente fuori di città, un cane che abbaia con fievole, arrochita voce tenorile. Presto sarà l’alba.</p>
<p>Tutto da un pezzo ormai si è chetato. Non dorme soltanto la giovane moglie dell’aiuto farmacista Cernomordik, titolare della farmacia di B. S’è coricata già tre volte, ma il sonno si ostina a non venire; e non si sa perché. <strong>Sta seduta presso la finestra aperta, in sola camicia, e guarda nella via. Soffoca, si annoia, è di cattivo umore… così cattivo che ha perfino voglia di piangere; ma perché, daccapo non si sa. Come un nodo le sta in petto e di continuo le sale alla gola…</strong> A tergo, a qualche passo dalla moglie del farmacista, rannicchiato contro la parete, ronfa dolcemente lo stesso Cernomordik. Un’avida pulce gli si è confitta alla radice del naso, ma egli non sente ciò e sorride perfino, poiché sogna che tutti in città tossiscono e ininterrottamente comprano da lui le gocce del re di Danimarca. Ora non lo sveglieresti né con le punture, né col cannone, né con carezze.</p>
<p>La farmacia si trova quasi all’estremo della città, così la farmacista in distanza può veder la campagna. <strong>Ella vede come a poco a poco imbianca il lembo orientale del cielo, come poi s’imporpora, quasi per un grosso incendio.</strong> Inaspettata, da dietro un lontano cespuglio, striscia fuori una luna grande, dall’ampia faccia. È rossa (in generale la luna, uscendo da dietro gli arbusti, è sempre, chi sa perché, enormemente confusa).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75704 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3-188x300.jpg" alt="" width="311" height="497" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3.jpg 320w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" />D’un tratto, in mezzo alla quiete notturna risuonano passi di qualcuno e un tintinnio di speroni. Si odono voci.</p>
<p>“Sono gli ufficiali che dalla casa del capo di polizia vanno al campo”, pensa la farmacista.</p>
<p>Dopo un po’ di attesa, compaiono due figure in bianche tuniche d’ufficiale: una grande e rossa, l’altra più piccola e sottile… pigramente, passo passo, si trascinano lungo la stecconata e discorrono forte di qualche cosa. Giunte a pari della farmacia, le due figure cominciano ad andare ancor più piano e guardano le finestre.</p>
<p>– Odora di farmacia… – dice lo smilzo. – Ed è la farmacia! Ah. rammento… La settimana scorsa fui qui, comprai dell’olio di ricino. C’è anche un farmacista con un viso acido e la mascella asinina. Quella, caro, è una mascella! Proprio con una così Sansone sconfiggeva i filistei.</p>
<p>– Ma sì… – dice il grosso con voce di basso. – Dorme la farmacia! Anche la moglie del farmacista dorme. C’è lì, Obtesov, una farmacista bellina.</p>
<p>– Ho visto. M’è piaciuta molto… Dite, dottore, possibile ch’ella sia in grado di amare quella mascella d’asino? Possibile?</p>
<p>– No, probabilmente non l’ama, – sospira il dottore con un’espressione come se gli dolesse pel farmacista. – Dorme ora la mammetta dietro la finestrella! Obtesov, eh? Si è distesa dal caldo… la boccuccia semiaperta e un piedino penzoloni dal letto. Quel babbeo del farmacista, penso, di questo ben di Dio non capisce nulla. Per lui, credo che sia una donna o che sia una damigiana d’acido fenico, fa lo stesso!</p>
<p>– Sapete che cosa, dottore? – dice l’ufficiale, fermandosi. – Su, entriamo in farmacia e compriamo qualcosa! Vedremo forse la farmacista.</p>
<p>– Che vi salta in mente; di notte!</p>
<p>– E che fa? Son ben tenuti a vendere anche di notte. Colombello, entriamo!</p>
<p>– E sia…</p>
<p>La moglie del farmacista, nascostasi dietro la tendina, ode una rauca scampanellata. Volta un’occhiata al marito, che russa come prima dolcemente e sorride, si getta addosso la veste, calza le babbucce sui piedi nudi e corre in farmacia.</p>
<p><strong>Dietro la porta a vetri si vedono due ombre… La moglie del farmacista alza la fiamma e si affretta alla porta per aprire, e più non si annoia, e non è di cattivo umore, e non ha voglia di piangere, ma solo le batte forte il cuore.</strong> Entrano il dottore grassone e lo smilzo Obsetov. Ora li si può esaminare. Il panciuto dottore è abbronzato, barbuto e senza agilità. A ogni minimo movimento la tunica gli fruscia addosso, e sul viso gli spunta il sudore. L’ufficiale invece è roseo, senza baffi, femmineo e flessibile come un frustino inglese.</p>
<p>[<em>I due avventori si fanno servire dalla moglie del farmacista. Dapprima chiedono delle pasticche di menta – dettaglio da tenere d’occhio – e poi del vino rosso, facendo i cascamorti. L’autore dà fondo alle sua abilità sceniche e teatrali</em>.]</p>
<p>– Che civettina, però, siete voi! – ride piano il dottore, guardandola di sotto in su, con aria scaltra. – I vostri occhietti sparano a tutt’andare! Pif! Paf! Complimenti: avete vinto! Siamo battuti!</p>
<p>La farmacista guarda i loro visi coloriti, ascolta il loro chiacchierio e ben presto si anima ella stessa. Oh, si sente già così gaia! Entra in conversazione, ride, civetta e beve, perfino, dopo lunghe preghiere dei clienti, un paio d’once di vino rosso.</p>
<p>– Se voi, ufficiali, da campi veniste un po’ più spesso in città, – ella dice, – se no qui è tremendo, come ci si annoia. Io ci muoio, semplicemente.</p>
<p>– Sfido! – dice inorridito il dottore. – Un ananasso simile… un miracolo della natura, e in un sito sperduto! Benissimo si espresse Griboiedov: “In un sito perduto! a Saratov!”. È ora che andiamo, però. Molto lieto della conoscenza… lietissimo! Quanto dobbiamo?</p>
<p>La moglie del farmacista leva gli occhi al soffitto e muove a lungo le labbra.</p>
<p>– Dodici rubli e quarantotto copeche! – dice.</p>
<p>Obtesov cava di tasca un grosso portafogli, rovista a lungo in un fascio di biglietti e regola il conto.</p>
<p>– Vostro marito dorme soavemente… sogna! – egli sussurra, stringendo a commiato la mano della farmacista.</p>
<p>– Non mi piace ascoltare sciocchezze…</p>
<p>– Ma quali sciocchezze? Al contrario, non son punto sciocchezze… Perfino Shakespeare disse: “Beato chi da giovane fu giovane!”.</p>
<p>– Lasciate andare la mano!</p>
<p>Infine i compratori, dopo lunghi discorsi, baciano alla farmacista la manina e irresoluti, come dubbiosi di aver scordato qualche cosa, escono dalla farmacia.</p>
<p>E lei corre rapida nella stanza da letto e siede a quella stessa finestra. Vede come il dottore e il tenente, usciti dalla farmacia, pigramente se ne scostano una ventina di passi, poi si fermano e cominciano a bisbigliarsi qualcosa. Che cosa? Il cuore le batte, le tempie pure le pulsano, e il perché ella stessa non sa… Forte palpita il cuore, come se quei due, bisbigliando laggiù, decidessero la sua sorte.</p>
<p>Di lì a un cinque minuti il dottore si stacca da Obsetov e va oltre, e Obsetov ritorna. Egli passa davanti alla farmacia una volta, un’altra… Ora si ferma accanto alla porta, ora da capo cammina a gran passi… Infine il campanello tintinna cautamente.</p>
<p>– Chi c’è? Chi è là? – ode la farmacista d’un tratto la voce del marito. – Suonano, e tu non senti! – dice severo il farmacista. – Che disordini son questi!</p>
<p>Egli si alza, indossa la veste da camera e, tentennando nel dormiveglia, ciabattando, va in farmacia.</p>
<p>– Che cosa… volete? – domanda ad Obsetov.</p>
<p>– Date… datemi quindici copeche di pastiglie di menta.</p>
<p>Con un ronfare interminabile, sbadigliando sonnacchioso, e dando nei ginocchi contro il banco, il farmacista sale al palchetto e raggiunge il barattolo.</p>
<p>Dopo due minuti la moglie del farmacista vede come Obsetov esce dalla farmacia e, fatti pochi passi, scaglia sulla strada polverosa le pasticche di menta. Da dietro l’angolo gli viene incontro il dottore. I due si riuniscono e, gesticolando con le braccia, scompaiono nella nebbia mattutina.</p>
<p>– Come sono infelice! – dice la farmacista, guardando con astio il marito che si sveste rapidamente, per rimettersi giù a dormire. – Oh, come sono infelice! – ripete, sciogliendosi in un tratto in amare lacrime. – E nessuno, nessuno sa…</p>
<p>– Ho dimenticato le quindici copeche sul banco, – borbotta il farmacista, coprendosi con la coperta. –Riponile, per favore, nella scrivania.</p>
<p>E subito si addormenta.</p>
<p><strong><em>Anton Čechov</em></strong></p>
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		<title>“Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto…”. Due racconti di Roberto Bolaño che non avete mai letto</title>
		<link>https://www.pangea.news/roberto-bolano-due-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 11:14:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Bolaño]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli inglesi adorano il genere letterario delle ‘ultime parole’. Esiste pure una collana della grandiosa Penguin Random House che ha per titolo Last interviews: interviste liminali a Dick, Borges, Bolaño. Chi più ne ha più ne metta. Ora che siamo rimasti senza Sepulveda, che il suo ricordo è un disegno nella caverna preistorica delle nostre elementari, ora [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/roberto-bolano-due-racconti/">“Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto…”. Due racconti di Roberto Bolaño che non avete mai letto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli inglesi adorano il genere letterario delle ‘ultime parole’. Esiste pure una collana della grandiosa Penguin Random House che ha per titolo <em>Last interviews</em>: interviste liminali a Dick, Borges, Bolaño. Chi più ne ha più ne metta. Ora che siamo rimasti senza Sepulveda, che il suo ricordo è un disegno nella caverna preistorica delle nostre elementari, ora che le sue storie di tigri non le leggeranno più le matrone cilene in attesa del Nirvana, <strong>mi viene da ripensare <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/l%E2%80%99ultima-intervista-a-roberto-bolano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">all’ultima intervista di Bolaño</a>. Fu lapidario su Sepulveda:</strong> <em>il barbone della mia generazione vincerà il Nobel e non mi nominerà nel suo discorso</em>. Ironia al vetriolo che non è andata a segno.</p>
<p>*</p>
<p>Riprendiamoci l’ultimo Bolaño che in questi tempi di quarantena <strong>è godibilissimo per il suo racconto<em> Colonia Lindavista</em> dove racconta di lui sedicenne che ascolta dal diaframma delle pareti di casa la vita dei vicini.</strong> E poi per un altro racconto strano, meno posato, non ingabbiato, <em>Il</em> <em>vecchio della montagna</em>. Un grande discorso sulla morte velato di ironica tristezza.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75284 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-14-191x300.jpg" alt="" width="307" height="483" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-14-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-14.jpg 360w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" />Il primo racconto è dei primi del Duemila, pura memoria. Il secondo è di un due o tre anni prima, sembra lo scheletro spolpato dei <em>Detective selvaggi</em>. Il migliore tra i due è il secondo: Bolaño-Belano ricorda come l’amico Lima accolse negli anni Settanta la notizia della morte di Borroughs: la rifiutò.</p>
<p>*</p>
<p>Per la storia, Borroughs muore nel 1997. Bolaño ha concluso i suoi <em>Detective </em>e proietta nel passato la morte di Borroughs per scardinarla. Lima nel racconto reagisce alla notizia dicendo che no, Borroughs non può essere morto. Però nel 1997 effettivamente Borroughs muore e Bolaño scrive il racconto aggiungendo che nemmeno Lima è morto dopo un incidente. Come fosse ancora con lui.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La verità è che invece il suo amico di gioventù era morto in Messico investito da un pullman: per lui non è mai morto</strong> e il passato che Bolaño va a cercare riscoprendo poeti scomparsi nel deserto insieme ai suoi detective selvaggi è solo “un’impronta profonda e pulita che fende una pelle strana la cui pura contemplazione gli dà la nausea”.</p>
<p>*</p>
<p>Per gioco romanzesco, non indicherò il nome vero del poeta morto giovane che si nasconde sotto il nome di Lima. Può bastare dire che per Bolaño era il migliore.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.pangea.news/a-occhi-chiusi-come-guerrieri-sonnambuli-ecco-perche-bisogna-leggere-assolutamente-roberto-bolano-e-uno-che-ti-salva/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Quando lessi i romanzi del cileno</a> mi parve tutto una bella costruzione. Uno poteva anche ammirare la vita trasandata che gli aveva dato l’abbrivio per scrivere. Ma arrivare a capire che è sempre tutto dolorosamente vero, che ogni autore è sempre una figura che si allontana&#8230; questo è troppo carnale, troppo ‘troppo’ per non restare storditi. Adesso odio Bolaño perché mi ha fatto capire come continuano a morire i poeti.</p>
<p>*</p>
<p>Il testo spagnolo <a href="https://elcultural.com/Los-cuentos-ineditos-de-Roberto-Bolano#" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>per chi lo vuole è qui.</strong></a> In italiano non si trova perché Adelphi ha spezzato in tre volumi i suoi racconti escludendo le carte finali che invece gli spagnoli più saggiamente (e meno cinicamente) hanno messo in coda <a href="https://www.anagrama-ed.es/libro/otra-vuelta-de-tuerca/cuentos/9788433975911/OVT_11" target="_blank" rel="noopener noreferrer">al volume unico di racconti.</a> Il quale è fuori catalogo. Da fuori di testa, ho chiesto ad Andrea Giovannini di renderlo in italiano. (<em>Andrea Bianchi</em>)</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Il quartiere Lindavista</em></strong></p>
<p>Quando arrivammo in Messico nel 1968, passammo i primi giorni a casa di un’amica di mia madre e poi affittammo un appartamento nel quartiere di Lindavista. Ho dimenticato il nome della strada, Aurora mi pare, ma magari mi sbaglio. A Blanes ho vissuto per alcuni anni in un appartamento in calle Aurora, per cui mi pare poco probabile aver vissuto anche in Messico in un’altra calle Aurora, anche se è vero che questo nome è abbastanza comune e che lo portano tante strade in tante città. La calle Aurora di Blanes, comunque, non superava i venti metri e si potrebbe dire che più che una strada era un vicolo. La calle Aurora di Lindavista, ammesso che si chiamasse davvero così, era una strada stretta ma grande, su almeno quattro isolati, e abbiamo vissuto lì per il primo anno del nostro lungo soggiorno in Messico.</p>
<p><strong>La donna che ci affittò la casa si chiamava Eulalia Martínez. Era una vedova e aveva tre figlie e un figlio, viveva al piano terra dell’edificio, un edificio che mi sembrava normale allora, ma ora, nella memoria, mi appare come un miscuglio bizzarro e goffo, perché il secondo piano, a cui si accedeva salendo una scala all’aperto, e il terzo, a cui si accedeva da una piccola scala di metallo, erano stati tirati su molto più tardi e forse senza un permesso di costruzione. </strong>Le differenze erano evidenti: l’abitazione del primo piano aveva un soffitto alto, una certa pretesa, era brutta ma era stata costruita seguendo i piani di un architetto; il secondo e il terzo piano erano improvvisazioni frutto del gusto estetico di Doña Eulalia e del lavoro di un qualche muratore di fiducia. Dietro quel sovrappeso architettonico c&#8217;era un motivo non meramente venale. La padrona di casa aveva quattro figli e i quattro appartamenti dei due piani aggiuntivi erano stati costruiti per loro, in modo da rimanere vicini alla madre quando si fossero sposati.</p>
<p>Quando arrivammo noi, però, solo l’appartamento proprio sopra al nostro era occupato. Le tre figlie più grandi di Dona Eulalia erano nubili  e vivevano con la madre nella casa sottostante. Il figlio più giovane, Pepe, era l&#8217;unico che si era sposato e viveva sopra di noi con sua moglie, Lupita. Erano i nostri condomini più vicini in quel periodo.</p>
<p>Di Doña Eulalia poco altro posso dire. Era una donna volenterosa ed era stata fortunata nella vita e forse era più cattiva che buona. Conobbi a malapena le sue figlie. <strong>Erano, come si diceva a quel tempo, zitelle e vivevano quella condizione come meglio potevano, cioè male, o nella migliore delle ipotesi in quel modo rassegnato e cupo che via via lasciava tracce impercettibili nelle cose o nei ricordi delle cose, quelli che restano dopo, quando tutto è svanito</strong>. Si vedevano poco, o le vedevo poco io, vivevano di telenovele e parlavano male delle altre donne del vicinato, che incrociavano al negozio o nel buio corridoio in cui un’india scheletrica vendeva tortillas di mais.</p>
<p>Pepe e sua moglie, Lupita, era un’altra cosa.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75285 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-197x300.jpg" alt="" width="314" height="478" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-768x1168.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-1010x1536.jpg 1010w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-1347x2048.jpg 1347w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41-1320x2007.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-41.jpg 1684w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" />Mia madre e mio padre, che allora avevano tre o quattro anni meno di quelli che ho io adesso, fecero quasi subito amicizia con loro. Io ero incuriosito da Pepe. Nel quartiere tutti i ragazzi della mia età lo chiamavano Pilota perché era un pilota dell’Aeronautica Messicana. Sua moglie si dedicava alle faccende di casa. Prima di sposare Pepe, aveva lavorato come segretaria o impiegata in un ufficio pubblico. Entrambi erano o cercavano di essere amichevoli e ospitali. A volte i miei genitori andavano a casa loro e passavano un po’ di tempo lì, ascoltando dischi e bevendo. I miei genitori erano più grandi di Pepe e Lupita, ma erano cileni e i cileni, allora, si consideravano il massimo della modernità, almeno in America Latina, e la differenza di età era cancellata dallo spirito francamente giovanile di cui facevano mostra i miei.</p>
<p>Qualche volta andai anche io a casa loro. Pepe aveva un salotto o <em>living</em>, come dicevamo noi, abbastanza moderno, e un giradischi che sembrava fosse appena stato acquistato, e sui muri e sulle credenze della sala da pranzo c’erano foto di lui e Lupita e foto degli aerei che pilotava, benché di questo, che era poi quello che mi interessava di più, preferiva non parlare, come se fosse costantemente vincolato da qualche segreto militare. <strong>Informazioni classificate, le chiamavano gli americani nei loro telefilm. Segreti militari dell’Aeronautica Messicana che, in fondo, non toglievano il sonno a nessuno, tranne che a Pepe, che aveva uno strano senso del dovere e della responsabilità.</strong></p>
<p>Poco a poco, attraverso conversazioni ascoltate a cena o mentre studiavo, cominciai a farmi un&#8217;idea sulla vera situazione dei nostri vicini. Erano sposati da cinque anni e non avevano ancora avuto figli. Le visite dal ginecologo non mancavano. Secondo i medici, Lupita era perfettamente in grado di avere figli. Stessa cosa dicevano gli esami di Pepe. Il problema era mentale, avevano detto i dottori. La madre di Pepe, col passar degli anni e a non vedersi ancora nonna, cominciò a prendersela con Lupita. Questa, una volta confessò a mia madre che il problema era nella casa e nella vicinanza della suocera. Se si fossero trasferiti, diceva, non avrebbe tardato a rimanere incinta.</p>
<p>Penso che Lupita avesse ragione.</p>
<p>Ancora: Pepe e Lupita erano bassi di statura. Io, che all’epoca avevo sedici anni, ero più alto di Pepe. Quindi suppongo che Pepe non fosse più di un metro e sessantacinque e Lupita, al massimo, andava per il metro e cinquantotto. Pepe era scuro, con i capelli nerissimi e un&#8217;espressione pensierosa sul viso, come se fosse costantemente preoccupato per qualcosa. Ogni mattina andava al lavoro con l’uniforme di ufficiale dell’aeronautica. La sua rasatura era perfetta, tranne nei fine settimana, quando indossava felpa e jeans e non si radeva. Lupita aveva la pelle bianca, i capelli tinti di biondo, quasi sempre con la permanente, che si faceva dal parrucchiere o da sola, con una valigetta dove c&#8217;era tutto il necessario per i capelli di una donna e che Pepe le aveva riportato dagli Stati Uniti, e sorrideva quando salutava. A volte, dalla mia stanza, li sentivo fare l’amore. <strong>A quel tempo cominciai a scrivere con una certa regolarità e restavo alzato fino a tardi. La mia vita non mi sembrava niente di eccezionale. Ero insoddisfatto di tutto. E scrivevo fino alle due o tre del mattino ed era allora che, all’improvviso, cominciavano i gemiti al piano di sopra</strong>.</p>
<p>All’inizio mi pareva tutto normale. Se Pepe e Lupita volevano avere un figlio, dovevano scopare. Poi, però, cominciai a farmi alcune domande: perché iniziavano così tardi? Perché non sentivo voci prima che iniziassero i gemiti? Inutile dire che tutto quel che sapevo del sesso all’epoca l’avevo imparato dai film o leggendo riviste pornografiche. Ovvero, ne sapevo molto poco. Ma abbastanza per intuire che stava succedendo qualcosa di strano nell&#8217;appartamento al piano di sopra. <strong>Il rapporto sessuale di Pepe e Lupita mi appariva improvvisamente ornato di gesti incomprensibili, come se nell’appartamento di sopra si svolgessero scene di sadomasochismo, un sadomasochismo che non riuscivo a visualizzare completamente</strong> ed era regolato, più che da atti che dessero dolore e piacere, da movimenti teatrali che Pepe e Lupita mettevano in scena contro se stessi e che poco a poco li stavano stravolgendo.</p>
<p>Dal di fuori la cosa era appena percettibile. Sicché non tardai a giungere alla sciocca conclusione che io ero l’unico a sapere. Mia madre, che era in qualche modo amica di Lupita e destinataria delle sue confidenze, credeva che il trasloco avrebbe risolto tutti i problemi della coppia. Mio padre non aveva un’opinione. In realtà, appena arrivati in Messico, avevamo già i nostri problemi d’ogni giorno per preoccuparci dei misteri dei nostri vicini. Quando ricordo quel tempo vedo i miei genitori e mia sorella e poi me stesso, e tutto ciò che appare davanti ai miei occhi è d’una tragica desolazione.</p>
<p>A sei isolati da casa nostra c’era un supermercato Gigante dove la mia famiglia andava di sabato a fare acquisti per tutta la settimana. Me lo ricordo con tutti i dettagli. E anche che in quel periodo iniziai a frequentare una scuola superiore dell’Opus Dei, anche se a discolpa dei miei genitori devo dire che, in vita loro, avevano solo sentito parlare di questa istituzione. Anche a me ci volle più di un anno per scoprire in che posto infernale stavo studiando. <strong>Il mio insegnante di etica era un nazista dichiarato, ma la cosa divertente è che era un indigeno piccoletto del Chiapas, che aveva studiato con una borsa di studio in Italia, in fondo un tipo simpatico e stupido che i nazisti non avrebbero esitato a sterminare</strong>, e il mio insegnante di Logica credeva nella volontà eroica di José Antonio (molti anni dopo, in Spagna, mi ritrovai a vivere in una avenida José Antonio), ma la verità è che io, come i miei genitori, non mi accorgevo di nulla.</p>
<p>Gli unici interessanti erano Pepe e Lupita. E un amico di Pepe, in realtà l’unico amico di Pepe, un tipo biondo, il miglior pilota della sua classe, alto e magro che aveva avuto un incidente mentre pilotava il suo combattente e non poteva più volare. Quasi ogni fine settimana si presentava a casa e dopo aver salutato la madre e le sorelle di Pepe, che lo adoravano, andava a casa dell&#8217;amico e bevevano e guardavano la TV, mentre Lupita cucinava. Altre volte appariva durante la settimana e allora veniva vestito con l’uniforme, un’uniforme che trovo difficile da visualizzare, direi che era blu, ma probabilmente sbaglio, se chiudo gli occhi e provo a evocare Pepe e il suo amico biondo, li vedo con divise verdi, una verde chiaro, una bella divisa per due piloti, insieme a Lupita che è vestita con una gonna blu (quella sì blu) e una camicetta bianca.</p>
<p><strong>A volte il biondo restava a cena. I miei genitori andavano a letto e di sopra la musica continuava. In casa mia ero l’unico a rimanere sveglio perché a quell’ora cominciavo a scrivere. E a modo suo il rumore che veniva dal piano superiore mi faceva compagnia.</strong> Verso le due del mattino le voci e la musica cessavano e si faceva uno strano silenzio in tutto l’edificio, non solo nell&#8217;appartamento di Pepe ma anche nel nostro e nella casa della madre di Pepe, che sosteneva gli altri piani e a quell’ora sembrava scricchiolare, come se i piani aggiunti le pesassero troppo. E allora sentivo solo il vento, il vento notturno di DF e i passi del biondo che si avvicinavano alla porta, seguiti dai passi di Pepe che lo accompagnava, e poi qualcuno scendeva le scale, gli stessi passi, ma sul nostro pianerottolo, e poi scendevano le scale fino al primo piano, e qualcuno apriva il cancello di ferro e poi i passi si perdevano lungo calle Aurora. Allora smettevo di scrivere (non ricordo cosa stessi scrivendo, qualcosa di brutto, senza dubbio, ma qualcosa di lungo e che mi teneva in sospeso) e tendevo l’orecchio ai rumori che non arrivavano dall’appartamento di Pepe, come se dopo che il biondo se ne era andato tutto là sopra, compresi Pepe e Lupita, si fosse improvvisamente congelato.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Il vecchio della montagna </em></strong></p>
<p>Ci sono sempre coincidenze. Un giorno Belano incontra Lima e diventano amici. Entrambi vivono in Messico DF e la loro amicizia si rafforza, come di solito accade tra i giovani poeti, nel rifiuto di alcune norme, nell&#8217;affinità di determinate letture. Ho detto che sono giovani. Molto giovani, in realtà, e anche vigorosi, a modo loro, e credono nel potere curativo della letteratura. Recitano Omero e Frank O’Hara, Archiloco e John Giorno, e le loro vite corrono, anche se non lo sanno, sull’orlo dell&#8217;abisso. <strong>Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto e Lima, sentendolo, impallidisce e dice che non può essere, che Burroughs è vivo</strong>. Belano non insiste; Dice che crede che Burroughs sia morto ma probabilmente ha torto. Quando è morto? Dice Lima. Recentemente, penso, dice Belano sempre meno convinto, l&#8217;ho letto da qualche parte. <strong>A questo punto della storia c’è qualcosa che possiamo chiamare silenzio. O vuoto: un vuoto, in ogni caso, molto breve, ma che nella percezione di Belano continua misteriosamente fino alla fine del secolo</strong>.</p>
<p>Dopo due giorni ecco Lima con la notizia, questa volta irrefutabile, che Burroughs è vivo.</p>
<p>Passano gli anni. A volte, di tanto in tanto e senza sapere perché, Belano ricorda il giorno in cui annunciò arbitrariamente la morte di Burroughs. Era una giornata limpida, lui e Lima passeggiavano per Sullivan, venivano dalla casa di un amico e avevano il resto della giornata a loro disposizione. Forse stavano parlando dei beatnik. A un certo punto lui disse che Burroughs era morto e Lima impallidì e disse che non poteva essere. A volte Belano pensa di ricordare Lima che urlava. Non può essere. È impossibile. Ingiusto. Qualcosa del genere. <strong>E ricorda anche il dolore di Lima, come se gli stessero annunciando la morte di un parente molto caro, il dolore (sebbene la parola, Belano lo sappia, non è dolore) che svanì solo due giorni dopo, quando Lima seppe, in modo affidabile, che l&#8217;informazione era sbagliata</strong>. Qualcosa di quel giorno, tuttavia, qualcosa di impreciso, lascia una traccia di inquietudine in Belano. Di inquietudine e allegria. L&#8217;inquietudine è in realtà un travestimento della paura. E l’allegria? In generale, per suo conforto, Belano tende a pensare che dietro l’allegria si nasconda la nostalgia per la propria giovinezza, <strong>ma in realtà dietro l’allegria si nasconde la ferocia: uno spazio ridotto e buio in cui si muovono, bloccate e sovrapposte, alcune figure confuse e in azione permanente. Figure che si nutrono di violenza, figure che governano a malapena (o che governano con un’economia curiosa) la violenza.</strong> L’inquietudine che il ricordo di quel giorno gli provoca è, contrariamente a quanto dettato dal buon senso, volatile. E l’allegria è sotterranea, come una nave dalla perfetta geometria rettangolare che naviga lungo un solco.</p>
<p><strong>A volte Belano osserva il solco.</strong></p>
<p><strong>Si inarca, si accovaccia, la sua spina dorsale ondeggia come il tronco di un albero nel mezzo di una tempesta, e guarda il solco: un’impronta profonda e pulita che fende una pelle strana la cui pura contemplazione gli dà la nausea. Gli anni passano. Gli anni vanno a ritroso. </strong>Nel 1975 Belano e Lima sono amici e camminano ogni giorno, incoscienti, sul bordo dell’abisso. Fino a quando un giorno lasciano il Messico. Lima parte per la Francia e Belano per la Spagna. Da lì le loro vite, finora unite, corrono in diverse direzioni. Lima percorre l’Europa e il Medio Oriente. Belano l’Europa e l’Africa. Entrambi si innamorano, entrambi cercano invano di trovare la felicità o farsi ammazzare. Belano, nel corso degli anni, si stabilisce in un paese sulle rive del Mediterraneo. Lima ritorna in Messico. Ritorna a DF.</p>
<p>Ma prima sono successe altre cose. Nel 1975 DF è una città splendente. Belano e Lima pubblicano le loro poesie su riviste, quasi sempre insieme, e danno letture pubbliche di poesia alla Casa del Lago. <strong>Nel 1976 entrambi sono conosciuti e temuti soprattutto da un establishment letterario che non li sopporta.</strong> <strong>Due formiche selvagge e suicide. Belano e Lima capeggiano un gruppo di poeti adolescenti che non rispettano nessuno.</strong> Assolutamente nessuno. Il potere stabilito della letteratura non lo perdona e Belano e Lima sono vietati per sempre. Questo succede nel 1976. Alla fine dell’anno, Lima, che è messicano, lascia il paese. Poco dopo, nel gennaio 1977, Belano, che è cileno, lo segue.</p>
<p>Questo è tutto. 1975. 1976. Due giovani condannati all’ergastolo. Europa. Un nuovo ciclo che inizia e che quando inizia li allontana dal bordo dell’abisso. E la separazione, perché anche se è vero che Belano e Lima si incontrano a Parigi e poi a Barcellona e poi in una stazione ferroviaria nel Rossiglione, alla fine le loro direzioni divergono e i loro corpi si allontanano, come due frecce che improvvisamente e fatalmente hanno acquistato traiettorie divergenti.</p>
<p>E questo è tutto. 1977. 1978. 1979. E poi il 1980, e il decennio che segue, disastroso per l’America Latina.</p>
<p>In ogni caso, Belano e Lima hanno notizie reciproche di quando in quando. Soprattutto, Belano ha notizie di Lima. Quindi, una volta, sa che un autobus ha investito il suo amico, che si salva per miracolo. Lima esce dall’incidente con una claudicazione che si porterà dietro tutta la vita. Ne esce anche come una leggenda. O almeno è quel che pensa Belano, lontano da DF. A volte un amico di Belano che vive a Barcellona riceve visitatori dal Messico che portano notizie di Lima che l’amico di Belano comunica a quest’ultimo.</p>
<p><strong><em>Roberto Bolaño   </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/roberto-bolano-due-racconti/">“Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto…”. Due racconti di Roberto Bolaño che non avete mai letto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Che quei figli di pu**ana non capiscano i miei libri mi rende pieno di gioia…”. Escono le lettere di Hemingway. Storia di un uomo che vuole azzannare la vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/hemingway-lettere-servizio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 11:46:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Ernest Hemingway]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non vedevano l’ora di sparargli in fronte. Il successo di Addio alle armi, tre anni prima, era stato straordinario. Troppo. Hemingway mette in quel libro, letteralmente, la vita e la morte. Nel 1928 la seconda moglie di EH, Pauline, partorisce Patrick: taglio cesareo, diciotto ore di doglie, ogni sospiro pareva l’ultimo. A fine anno, poi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hemingway-lettere-servizio/">“Che quei figli di pu**ana non capiscano i miei libri mi rende pieno di gioia…”. Escono le lettere di Hemingway. Storia di un uomo che vuole azzannare la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non vedevano l’ora di sparargli in fronte.</strong> Il successo di <em>Addio alle armi</em>, tre anni prima, era stato straordinario. Troppo. Hemingway mette in quel libro, letteralmente, la vita e la morte. Nel 1928 la seconda moglie di EH, Pauline, partorisce Patrick: taglio cesareo, diciotto ore di doglie, ogni sospiro pareva l’ultimo. A fine anno, poi, il padre. Si ammazza. <strong>Quando consegna il manoscritto del romanzo, Hemingway si fa spedire dalla madre la pistola con cui si è ucciso il padre, specie di terribile <em>memento mori.</em></strong> Ma quell’anno, appunto, in molti non vedono l’ora di sparare in faccia a Hemingway.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74664 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro1-46-258x300.jpg" alt="" width="362" height="421" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-46-258x300.jpg 258w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-46-880x1024.jpg 880w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-46-768x894.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-46.jpg 1289w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" />1932, <em>Morte nel pomeriggio. </em>Per chi non ascolta la campana degli hemingweiani di latta, quello è il più nel libro di Hemingway. Passò il 1931 tra la pesca al largo di Key West, la fiesta di San Firmin (la settima a cui partecipa), il flirt con Jane Mason, “bellissima moglie di un funzionario della Pan American” (Fernanda Pivano). <strong><a href="http://movies2.nytimes.com/books/99/07/04/specials/hemingway-afternoon.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">R.L. Duffs, dal trono del “New York Times”</a>, il 25 settembre 1932, lo scuoia con delicato bisturi. “Ci si potrebbe chiedere perché Mister Hemingway ritenga che i lettori americani siano tanto interessati al combattimento dei tori da comprare e sorbirsi un libro di 517 pagine sul tema.</strong> Ma questo significherebbe mettere il carro davanti ai buoi, o meglio, lasciare che sia il toro a sventolare il panno rosso sul ceffo del matador e non viceversa… La realtà è che il tanto celebrato stile Hemingway non è risolto come nei romanzi o nei racconti. <strong>Mister Hemingway, in questo libro, è colpevole del grave peccato di aver scritto frasi che devono essere lette almeno due o tre volte per capirle…</strong> La sua non è arte, nel senso che ricaviamo dalle pagine finali di <em>Addio alle armi</em> – è mero fuoco d’artificio… Mister Hemingway tenta di sorprendere il piccolo pugno di lettori che ancora vogliono ancora essere sorpresi… <strong>Il libro, insomma, troverà posto negli scaffali dei drogati di Hemingway. Non creerà altri drogati di Hemingway.</strong> Azione e dialogo sono le armi migliori di Hemingway – diluiti in filosofia e proclami, indeboliscono di molto lo scrittore”.</p>
<p>*</p>
<p>La Cambridge University Press ha annunciato la pubblicazione del volume quinto delle <a href="https://www.cambridge.org/us/academic/subjects/literature/literary-texts/letters-ernest-hemingway-19321934-volume-5?format=HB&amp;isbn=9780521897372" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Letters of Ernest Hemingway</em></strong></a>. Nei paesi culturalmente avanzati fanno così: dei ‘classici’ pubblicano tutto, panni sporchi compresi, in edizioni utili, reperibili. Il volume uscirà a giugno, copre gli anni 1932-1934, sono raccolte lettere, tra gli altri, a Maxwell Perkins, John Dos Passos, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald. Come aperitivo il “The Observer” – <a href="https://www.theguardian.com/books/2020/mar/29/youve-bollixed-up-my-book-letter-reveals-hemingways-fury-at-being-censored" target="_blank" rel="noopener noreferrer">firma il pezzo Dalya Alberge</a> – ne pubblica una che riguarda l’edizione inglese di <em>Morte nel pomeriggio. </em><strong>Hemingway è incavolato perché l’editore inglese vorrebbe ‘sanare’, addomesticare per il pubblico UK alcune zone del libro. “Prenderò le mie decisioni sanguinarie rispetto a ciò che voglio o non voglio scrivere, senza che il mio libro venga stravolto”,</strong> scrive EH all’editore Jonathan Cape.</p>
<p>*</p>
<p>La lettera è del 19 novembre 1932, Hemingway ha appena incassato la stroncatura americana di <em>Morte nel pomeriggio</em>. E sbotta: “Non capisci che se devono essere fatte modifiche o tagli sono io che devo farli, che non mi farò rovinare il libro? Se vuoi pubblicare altri miei libri o meno è necessario che lo sappia molto chiaramente. Tu non sei il mio vicario. Se il Papa è il vicario di Cristo è perché Nostro Signore non è qui sulla terra a prendere le decisioni. Non sono Cristo (questo è ovvio) e finché sarò su questa terra prenderò io le decisioni sanguinarie su ciò che voglio scrivere… Se dici che il libro non sarà edito perché contiene certe parole, affari tuoi. <strong>Se credessi che alcune parole non fossero importanti, che possano essere modificate senza alcuna perdita di senso, significato o effetto, le avrei cambiate o avrei lasciato uno spazio bianco.</strong> Che io sia dannato se voglio un vicario che purga i miei libri per compiacere le librerie”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74665 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro-36-198x300.jpg" alt="" width="309" height="468" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-36-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-36-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-36.jpg 329w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" />Il problema del libro? Agli inglesi non garbava la locuzione “vadano a fottersi”; avrebbero preferito “si vadano a impiccare”. Si fottano, appunto. In una lettera precedente, ad Archibald MacLeish, Hemingway se la prende con il recensore del “New York Times”. <strong>“Che quei figli di puttana non capiscano il mio libro mi fa stare bene – significa che sono troppo avanti per loro”. </strong></p>
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<p>L’anno dopo, nel 1933, Hemingway esce con <em>Winner Take Nothing. </em>Quattordici racconti, tra cui quel piccolo classico, <em>Un posto pulito, illuminato bene. </em>La vita continua a torcersi come una vipera. Quella ventenne con cui aveva una storia, <strong>Jane Mason, va in follia per lui, è gelosa, cerca di uccidersi, “si frattura la spina dorsale gettandosi dalla finestra ed è costretta a una sedia a rotelle”</strong> (Pivano). Alterna i safari africani alle gite in mare: nel 1934 ordina la sua barca, la “Pilar”, scrive poco, fa l’ammutinato alla letteratura, lo attira la rivolta alla ribalta, alle fotografie in posa; per una volta, almeno, vuole che la vita lo azzanni. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hemingway-lettere-servizio/">“Che quei figli di pu**ana non capiscano i miei libri mi rende pieno di gioia…”. Escono le lettere di Hemingway. Storia di un uomo che vuole azzannare la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”. Leggere Katherine Mansfield è come guardare Lucio Fontana: i suoi racconti sono ferite inesorabili, sull’orlo dell’abisso</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 07:28:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Katherine Mansfield]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un’esistenza breve e vissuta intensamente; una produzione letteraria concentrata in poco più di dieci anni che ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tutto questo è Katherine Mansfield (1888-1923), neozelandese di nascita, ma inglese per scelta di vita. Un’autentica virtuosa della short story. Cresciuta in una famiglia benestante di Wellington, a vent’anni si trasferì [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/katherine-mansfield-racconti-calzini/">“Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”. Leggere Katherine Mansfield è come guardare Lucio Fontana: i suoi racconti sono ferite inesorabili, sull’orlo dell’abisso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Un’esistenza breve e vissuta intensamente; una produzione letteraria concentrata in poco più di dieci anni che ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tutto questo è Katherine Mansfield (1888-1923),</strong> neozelandese di nascita, ma inglese per scelta di vita. Un’autentica virtuosa della short story. Cresciuta in una famiglia benestante di Wellington, a vent’anni si trasferì a Londra dove visse al di fuori delle convenzioni borghesi tra passioni travolgenti e amori sbagliati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conobbe e incrociò Virginia Woolf, ma il loro rapporto fu di amore-odio. Quando si incontrarono si squadrarono con diffidenza, trincerate dietro la barriera delle loro esperienze così diverse.</strong> Soprattutto la Mansfield, ribelle e <em>bohémien</em> che viveva tra pensioncine di quart’ordine e amicizie disordinate, mal sopportava l’ambiente snob e sofisticato del circolo di Bloomsbury. Tuttavia, per quanto lontane sul piano umano, le due scrittrici erano unite dal talento letterario, e <em>Preludio</em>, uno dei racconti più belli della Mansfield, fu pubblicato per la prima volta proprio dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice fondata dalla Woolf con il marito.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong><img decoding="async" class=" wp-image-73934 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467-216x300.jpg" alt="" width="328" height="456" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467.jpg 300w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" />La Mansfield era una donna che amava la vita, la natura, gli oggetti, ma diffidava delle persone ed ebbe sempre un rapporto conflittuale con il prossimo.</strong> In molte sue storie accanto a una visione gioiosa e serena delle bellezze della natura troviamo uno sguardo spietato verso il mondo degli esseri umani, pieni di piccole ridicole vanità, grettezze e assurde meschinità. Convinta che nessuno potesse comprenderla veramente, amava dire: “Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”.</p>
<p style="text-align: justify;">E molto probabilmente aveva ragione. Infatti proprio chi avrebbe dovuto conoscerla meglio, il critico letterario John Middleton Murry che fu suo marito, dopo la sua precoce morte a causa della tisi <strong>costruì di lei un’immagine edulcorata, sentimentale e rassicurante <a href="http://www.pangea.news/katherine-mansfield-le-lettere/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">che ne tradiva la vera natura</a> di donna e di scrittrice.</strong> Basta leggere <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/tutti-i-racconti-katherine-mansfield/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">i suoi racconti</a> per rendersene conto.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Già la prima raccolta, <em>In una pensione tedesca</em> pubblicata nel 1911, presenta piccole storie in apparenza semplici, ma in cui viene messo a nudo con pochi tratti di graffiante ironia tutto il vuoto e la superficialità di certe convenzioni borghesi. E in molti racconti successivi ritroviamo situazioni apparentemente serene che però la Mansfield riesce a mandare in frantumi attraverso un semplice gesto di un personaggio, una frase rimasta a metà, un piccolo episodio apparentemente insignificante. <strong>Sta qui la sua vera grandezza. In questa straordinaria capacità di svelare le ambiguità della vita e dell’animo umano, di gettare una luce improvvisa sulle incrinature invisibili che covano sotto la banale superficie. </strong>Non ha bisogno di raccontarci i dettagli, le basta rivelare le crepe. La sua è un’arte sottile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere i suoi racconti è un po’ come guardare i quadri di Lucio Fontana con i famosi tagli. Anche la Mansfield incide delle ferite nella tela superficiale di una storia e apre così nuovi spazi che gettano luce su un destino</strong>, sul senso di un’esistenza, su qualcosa che forse non ci fa piacere conoscere ma che certo è più autentico. Ci porta sull’orlo dell’abisso e ce lo spalanca davanti senza dire quello che contiene. Il resto è affare nostro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Silvano Calzini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/katherine-mansfield-racconti-calzini/">“Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”. Leggere Katherine Mansfield è come guardare Lucio Fontana: i suoi racconti sono ferite inesorabili, sull’orlo dell’abisso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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