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	<title>Michel Houellebecq Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Michel Houellebecq: l’ultimo dei miserabili. Al suo coito mediocre preferiamo le vecchie, care, meravigliose menzogne</title>
		<link>https://www.pangea.news/michel-houellebecq-qualche-mese-mia-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jun 2023 04:16:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[La Nave di Teseo]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A una contumelia, meglio rispondere con sprezzante contumacia. Ad esili scuse preferire l’esilio. Alla responsabilità, il responso. Eccezion fatta – ça va sans dire – per questioni che tocchino l’intoccabile. Nel caso di specie, la transalpina grandeur. Il caso, la pubblicazione di Qualche mese della mia vita di Michel Houellebecq (uscita in combo per La [&#8230;]</p>
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<p>A una contumelia, meglio rispondere con sprezzante contumacia. Ad esili scuse preferire l’esilio. Alla responsabilità, il responso. Eccezion fatta – ça va sans dire – per questioni che tocchino l’intoccabile. Nel caso di specie, la transalpina <em>grandeur</em>. Il <em>caso</em>, la pubblicazione <strong><a href="https://lanavediteseo.eu/portfolio/houellebecq-qualche-mese-della-mia-vita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di <em>Qualche mese della mia vita</em> di Michel Houellebecq</a></strong> (uscita in combo per La Nave di Teseo-Flammarion) –, il <em>casus</em>, trite accuse di islamofobia e un video-truffa a sfondo erotico girato ai danni dell’autore.</p>



<p><strong>Ultimo grande scrittore borghese, Michel Houellebecq, nel libro di cui il suo lettore non aveva bisogno – e probabilmente neanche lui</strong> – conduce in scena le vituperate nefandezze del liberalismo sessuale ed economico che sono da sempre critica nodale della sua opera, in un breve atto unico in cui l’uomo – denudato d’ autorità autoriale –, si mostra per ciò che è. Materia da romanzo francese. Un miserabile.</p>



<p><strong>Più kafkiano di Kafka, più pascaliano di Pascal, MH confessa, processa e assolve MH. Con tanto di pubblica ammenda</strong>, emenda passaggi incriminati di un’intervista rilasciata a Michel Onfray per “Front populaire”, colpevole d’aver vilipeso gli spiriti dei musulmani di Francia. Quindi – messa la coscienza a posto per onor di patria –, il libero sciorinamento della propria versione dei fatti in merito all’erotico <em>affaire</em> che lo vede coinvolto – vero tema del libricino – con tanto di dettagli contrattuali, narrazione giudiziaria, burocratiche divagazioni. Noia da <em>bureau</em> forensi.</p>



<p>Lo scritto si sostanzia in un’operazione diplomatica, di responsabilità civile e sciovinismo letterario frammista a goffo moralismo.</p>



<p><strong>L’autore del <em>Senso della lotta</em>, il poeta di <em>Restare vivi</em> – l’esistenza a bassa quota, il vivere di contrabbando – pare dissolto nel nulla.</strong> Più tolstojano di Tolstoj, MH sceglie di infliggere al proprio lettore – al quale, del pettegolezzo d’un certo mondo patinato, nulla importa – la lezioncina morale del pentimento. Più schopenhaueriano di Schopenhauer, lontano da ogni accenno di lucidità, presenta il mondo come sua, unica, rappresentazione. L’autore più acclamato d’Europa si serve del grande mercato editoriale non per esaltare la propria opera, bensì per sbandierare la personale versione dei fatti. Ma a chi importa?</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="650" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/419Ei99l8eL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-95804" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/419Ei99l8eL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/419Ei99l8eL._AC_UF10001000_QL80_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/419Ei99l8eL._AC_UF10001000_QL80_-600x923.jpg 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p>Il teatrino dell’assurdo appare tale anche al pensiero brizzolato dell’amico Bernard-Henri Lévy che, con sapienziale snobismo, declassa la questione a iniqua faccenda – ‘alla fine la letteratura vince sempre’. Ma i tempi di <em>Nemici pubblici</em> sono ormai fosca memoria e MH opta per la pubblica e amicale confessione.</p>



<p>Da un lato, il pentimento dal punto di vista della convivenza sociale – non certo dell’analisi sociologica sul conflitto civile in atto in terra di Francia – dall’altro, il riconoscimento di atti percepiti come di dubbia moralità estorti con modalità truffaldina, quindi il ruolo della vittima, della ‘parte lesa’. <strong>«</strong><strong>Le femministe non mi amano</strong><strong>»</strong><strong> – dichiara, prima di trasformarsi a tutti gli effetti in una di loro. &nbsp;</strong></p>



<p>A deprimere ancora la cupa narrazione, alcuni sforzati passaggi di houellebecqiana fraseologia – licenziosità totalmente inadeguate all’occasione d’uso. Divinando le imminenti accuse di un certo, incoerente moralismo, l’atteggiamento è quello di un’<em>excusatio non petita</em>. L’ostentazione del consueto linguaggio scollacciato sembra gridare continuità con la figura del depravato di sempre – quale scrittore francese, peraltro, non lo sembra? – ma l’effetto è quello di un Lord Byron invecchiato male, deludente come l’incontro con un vecchio amante, ormai privo dei fasti del passato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Era atroce per me pensare che l’unica traccia che sarebbe rimasta della mia vita sessuale, la parte più vivace della mia vita, sarebbe stata un coito mediocre con una troia inerte, filmato da uno scarafaggio degenere, il tutto sicuramente di una bruttezza assoluta. Mi meritavo di meglio; chiunque si merita di meglio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma il caso Houellebecq mostra, anche, come nell’universo editoriale della patria della<em> liberté</em> alcuni siano più uguali di altri.</p>



<p><strong>Se oggi la grande editoria francese consente a Michel Houellebecq di dare alle stampe il suo breve memoriale di civile buonsenso, non si mostrò altrettanto magnanima con lo scrittore Gabriel Matzneff,</strong> quando, solo qualche tempo addietro, l’autore cui i propugnatori della liberazione dei costumi avevano per anni riservato una calorosa accoglienza, parimenti avanzò la l’esigenza di raccontare la propria versione dei fatti in merito allo scandalo sessuale che lo vedeva coinvolto – mentre la sua controparte, Vanessa Springora, considerata ‘parte lesa’ dal tribunale della pubblica opinione, narrava senza freni della relazione intercorsa fra lei e l’autore più di trent’anni prima, quando avevano rispettivamente quattordici e cinquant’anni, per mezzo del libello <em>Le consentement </em>(edito in italiano da <em>La Nave di Teseo</em>).</p>



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<p>Unica memoria difensiva fu concessa all’autore francese – che in patria vide i propri scritti ritirati da librerie e biblioteche – dagli spiriti liberali <strong><a href="https://www.liberilibri.it/index.php/prodotto/vanessavirus" target="_blank" rel="noreferrer noopener">della casa editrice italiana Liberilibri – presso cui Matzneff trovò asilo intellettuale e la pubblicazione del suo <em>Vanessavirus</em>.</a></strong></p>



<p>Ma in fondo, al di là delle divagazioni sulla vicenda – che a leggere Houellebecq spaziano dal gesto politico alle gesta di Tommaso d’Aquino – la realtà dei fatti si sostanzia in più evanescente materia. Lo scrittore, il poeta, reca sempre in sé quel qualcosa di eroico, quindi, al contempo, erotico. E ogni venereo ardore del lettore rischia di venire meno se quell’aura si dissolve, scontornando l’icona letteraria del proprio supporto romanzesco – per quanto realista – per sostituirlo con una ben più vile realtà.</p>



<p><strong>Immaginare Gabriel Matzneff, pluriottantenne ed esiliato fra gli scogli di Bordighera per i retroattivi effetti di un amore scostumato, serba l’autore nella sfera del mito</strong>, mentre la catabasi di Michel Houellebecq nelle deprimenti beghe da arena giornalistico-editoriale lo priva irrimediabilmente di un certo charme, declassandolo al girone dei miserabili. Esattamente come noi. &nbsp;</p>



<p>Caro Michel, al tuo <em>coito mediocre</em> avremmo preferito <em>meravigliose menzogne</em>. &nbsp;</p>



<p><strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>
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		<title>Annie Ernaux? Vi siete sbagliati, il Nobel lo ha vinto Michel Houellebecq</title>
		<link>https://www.pangea.news/ernaux-nobel-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2022 04:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Annie Ernaux]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel per la letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo, vero vincitore del Nobel per la letteratura 2022 è L’orma editore. Una bella notizia. Fanno libri di alta qualità, con dedizione e sapienza; insistono su autori dimenticati per strada da case editrici imponenti (due esempi: Julien Gracq e Uwe Johnson). Il caso di Annie Ernaux è paradigmatico: pubblicata qua e là da Rizzoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il primo, vero vincitore del Nobel per la letteratura 2022 è <a href="https://www.lormaeditore.it/catalogo/autore/36/annie-ernaux" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’orma editore.</a> </strong>Una bella notizia. Fanno libri di alta qualità, con dedizione e sapienza; insistono su autori dimenticati per strada da case editrici imponenti (due esempi: Julien Gracq e Uwe Johnson). <strong>Il caso di Annie Ernaux è paradigmatico:</strong> pubblicata qua e là da Rizzoli e da Guanda, anche con traduzioni di pregio – firmate, per dire, da Romana Petri e Idolina Landolfi – è stata acquisita da L’orma dal 2014, diventando, di fatto, la “bandiera” della casa editrice, che ha pubblicato pressoché un libro all’anno dell’autrice francese. Otto anni di lavoro. E ora, il Nobel. Bravi.</p>



<p><strong>Il resto, è uno dei Nobel più attesi e ovvi di sempre. Lo sarebbe stato anche se avessero premiato Cormac McCarthy.</strong> Annie Ernaux non è Marguerite Yourcenar, è meno potente di Marguerite Duras; già che ci siamo consiglio agli editori nostrani – a L’orma, perché no – di ripigliare <em>Il riposo del guerriero</em> di Christiane Rochefort, stampava Longanesi. Tuttavia, è nota, corretta, di successo; l’ultimo libro – ha un talento poligrafo – <strong><a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Le-jeune-homme" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è uscito da Gallimard in maggio, s’intitola <em>Le jeune homme</em></a></strong>, questa la trama: “In poche pagine, in prima persona, Annie Ernaux racconta la relazione vissuta con un uomo di trent’anni più giovane di lei”. Nulla di nuovo sotto le gonne, sarà un bestseller. A me queste passioni calligrafiche, i paragrafi esigui, la scrittura esiziale, confessionale, con il bisturi, il dolore esposto per scopi “sociali”, il libertinaggio come opzione partitica, il corpo esposto come una tesi (e non per il gusto), lo scandalo da bidet, i romanzi non-romanzi (che ormai sono la norma del romanziere normodotato) non piacciono, ma non c’entra. <strong>Per me Annie Ernaux, lo ammetto, resta imperdonabile: esattamente dieci anni fa – il 10 settembre del 2012</strong> – ha letteralmente (cioè: letterariamente) disintegrato la carriera di uno scrittore più talentuoso di lei, Richard Millet (leggetevi <em><a href="https://www.gallimard.fr/searchinternet/advanced?all_title=richard+millet&amp;SearchAction=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La confession négative, L’Orient désert, L’enfer du roman</a></em>, stampa Gallimard). <strong><a href="https://www.lemonde.fr/idees/article/2012/09/10/le-pamphlet-de-richard-millet-deshonore-la-litterature_1758011_3232.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A partire da un articolo pubblicato su “Le Monde”, accusò Millet, all’epoca lettore in Gallimard, di aver scritto un “pamphlet fascista” che “disonora la letteratura”.</a></strong> Si riferiva a <em>Elogio letterario di Anders Breivik</em> (in Italia lo ha stampato, nel 2014, Liberilibri), pubblicato dalle edizioni di Pierre-Guillaume de Roux, in cui Millet, partendo dall’eccidio norvegese, ragiona sulla fine dell’Occidente, con protervia provocatoria tipica della grande letteratura francese (Jouhandeau, Montherlant, Malraux, Drieu La Rochelle…). La Ernaux scatenò le Erinni della <em>gauche</em>, che in coro urlarono all’untore, alla lapidazione pubblica. <a href="https://www.ilfoglio.it/articoli/2012/09/08/news/la-fatwa-letteraria-contro-millet-58226/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Da allora Millet, in patria, è una specie di paria,</a> i suoi libri fiammate nel vuoto civico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93064" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/A.-ERNAUX-Gli-anni-LOrma_recensione_flaneri.com_.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Resta allora la sovrumana domanda, che ci si fa ogni anno: <strong>a che pro il Nobel per la letteratura? Che senso ha? Probabilmente nessuno</strong>, finché premia autori di chiara fama, dal conclamato successo, mero chiasso nella mistica porcilaia della cultura. D’altra parte, gli ingessati svedesi non possono rischiare, quello lo fanno da sempre – e con tanti soldi – le fondazioni americane: per questo, per dire, sono nati il Bollingen o il MacArthur Fellowship (andato, per altro, a Cormac McCarthy, a Derek Walcott e a Iosif Brodskij, nel lontano 1981). Questi premi – o meglio: borse di studio – servono a mettere scrittori, che magari otterranno il Nobel molti anni dopo, nelle condizioni di fare ricerca, di continuare a scrivere come si deve. Il Nobel, invece, è un premio “alla carriera”: che se ne fanno gli artisti dei soldi vinti, si comprano una casa? aprono una fondazione umanitaria?</p>



<p>Il problema sta all’origine. Il signor Nobel, che faceva l’imprenditore, pensò di premiare chi “nel campo letterario, ha prodotto il lavoro più autorevole in una direzione ideale”. Che vuol dire? In letteratura, nulla. Per questo, più che la libertà di giudizio, a Stoccolma ha vinto il crisma geopolitico e un po’ di fancazzismo. Il Nobel per la letteratura esiste, infine, in sé, perché si parli di qualcosa, purché se ne litighi. Nel 1974 capitò un cataclisma perché gli svedesi avevano osato premiare due svedesi, Eyvind Johnson e Harry Martinson. Morirono, entrambi, capitolati sotto uno stuolo di polemiche, dopo pochi anni: Johnson nel ’76; Martinson nel febbraio del ’78, dopo vari ricoveri: in preda a una nevrosi lancinante, si squarciò il petto con un paio di forbici. Era un poeta di valore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93065" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/G06376.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p>Se il Nobel è ciò che è, puro show, intrattenimento, mercato con lo smoking, gli scrittori fanno bene a guardarlo con sospetto: dal giorno dopo, diventano autori da salotto, da conferenza, da abito di gala. <strong>Il sogno di uno scrittore, invece, è avere un successo di pubblico tale da sputare in faccia a tutti, fottendosene di tutto, augurandosi l’aura di un certo, pur viziato, maledettismo.</strong> O monaco o bastardo, o santo o puttaniere, lo scrittore. Michel Houellebecq si sfogherà in ghigni. Il Nobel, in fondo, lo ha vinto lui.</p>



<p>*</p>



<p><em>Era già tutto previsto. Almeno dal Leone d’oro di Venezia, andato, lo scorso anno, a “L&#8217;Événement”, il film francese di Audrey Diwan tratto dal romanzo di Annie Ernaux, “L’evento”. Di quell’evento – con perspicacia “politica” – aveva scritto Fabrizio Sabbatini su “L’Intellettuale Dissidente”: era il 4 novembre 2021. Ripubblichiamo l’articolo di allora per percepire il paté ideologico che alligna dietro una scelta estetica. L’“ideale” professato da Nobel trova nella Ernaux una degna rappresentanza: la scrittrice francese incarna, in effetti, una specifica idea di mondo.</em></p>



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<p>Il Ddl Zan è morto, il Ddl Eutanasia è in fin di vita e anche il patriziato liberal locale non si sente molto bene.</p>



<p><strong>I progressisti di casa nostra, infatti – che non ne azzeccano una forse dai tempi delle unioni civili, contentino di civilizzazione in salsa italiana – vivono un momento cupo, di depressione, dato dal ritorno delle battaglie ideologiche, intra ed extramoenia parlamentari.</strong> Ma anche oltre i confini dello Stivale la situazione non è messa meglio, la <em>culture war</em> è in atto ovunque, arriva fino a latitudini oltreoceaniche.</p>



<p>Non resta quindi che rivangare nel passato, scavare nella fossa, riesumare vecchi bottini di guerra, spolverarli, lucidarli, tirarli a nuovo e propinarli al proprio boario uditorio, rivendendoli come attuali.</p>



<p>Teatrino di questa pantomima, il Festival del Cinema di Venezia – divenuto ormai il Sanremo della settima arte – che ha visto il trionfo, nel 2021, e la relativa assegnazione del famigerato leone aureo al film <em>L’événement</em>, ovvero la pellicola pro-aborto in concorso.</p>



<p>Il film, in Italia, si chiama <em>La scelta di Anne</em>, in ossequio alla tradizione in cui gli italiani sono – e si confermano – veri maestri, ossia quella di generare titoli tristi e banali per soppiantare quelli originali, mentre le tribune giacobine della critica – prive d’ogni senso della realtà – accolgono con plausi e boati l’uscita e la premiazione della pellicola di Audrey Diwan, trasmettendo una sorta di grottesca tenerezza.</p>



<p>Sono trascorsi infatti più di quarant’anni dall’entrata in vigore della Loi Veil in Francia e dalla Legge 194 in Italia – che hanno depenalizzato e disciplinato l’interruzione volontaria di gravidanza – e, con ogni probabilità, non esiste un tema su cui il pensiero attuale sia più appiattito ed uniforme. Presentare un film sull’aborto, oggi, non è certo un’ardimentosa impresa, un’iniziativa eroica, spericolata, si tratta banalmente di un film come un altro – bello o brutto che sia – ma non per questo meritevole di “giusta” premiazione, come sostenuto da <a href="https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2021/11/01/news/la_scelta_di_anne-324626855/">alcuni</a>. In tal caso, vi è solo il trionfo della prevedibilità.</p>



<p>Il canone, infatti, è sempre il medesimo – cinema, letteratura, teatro – se l’opera è engagé e politicamente corretta scatta la pubblica lode, se non lo è, che vada pure a farsi benedire.</p>



<p>Ma il progressista medio vive coi paraocchi, senza rendersi conto di una realtà che evolve, muta, si trasforma. Se nei primi anni Sessanta i più giovani vivevano immersi in una dilagante ignoranza – o strafottenza – sessuale e la contraccezione era illegale, l’aborto – comunque la si pensi al riguardo – era certamente un tema da <em>débat public</em>, ma nella postmodernità, in cui tutto è sdoganato – dal sesso virtuale alla cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo – davvero si osa ancora ipocritamente definire “coraggioso” un film che tratta una tematica da decenni non più tabù per nessuno?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93066" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/71rrR1RWEGL.jpg 730w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p>Ultimamente poi, il bersaglio prediletto dei feticisti del progresso è divenuto il Texas, con il suo recente <em>abortion ban</em> – l’interruzione di gravidanza ritenuta illegale dopo la sesta settimana (la legge è attualmente al vaglio della Corte Suprema) – contro il quale vengono scagliati dardi infuocati, perché la democrazia liberal funziona così, quando manca la maggioranza si urla automaticamente alla dittatura e il potere del popolo non è più degno di garanzie.</p>



<p>Ma rimembrare le antiche battaglie si tramuta solo in un esercizio di memoria, di celeste nostalgia, si finisce per parodiare sé stessi, con quella brama di rivoluzione permanente, divenuta ormai solo pane per denti esaltati, da parte di una schiera di individui che imposta tutto con la ragione per imporre i propri imperativi morali e poi vendersi a una politica fatta di emozioni, di sentimentalismo, alla perenne ricerca di un nemico da osteggiare, di una battaglia da combattere. È la patologia del sessantotto infinito. I progressisti di oggi si rivelano infatti, ancora una volta, i veri conservatori, con la loro smania di congelare gli status quo ante, senza guardare avanti. La nave imbarca acqua, rode lo scafo, ma loro continuano a suonare, in abito da sera, come l’orchestrina del Titanic sul ponte principale, mentre tutto intorno affonda.</p>



<p>Che poi, libertà, coraggio, diritti a profusione, premi e tabù e nemmeno l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il proprio nome, conferendogli almeno la dignità del linguaggio.&nbsp;</p>



<p><strong>Annie Ernaux, con il suo tipico tono pedante, nel libro – ambientato nel 1963, epoca in cui era una giovane ragazza – utilizza espressioni quali “questa realtà dentro la pancia”, “questa cosa qui”, mentre sceglie dolorosamente di farsi strappare clandestinamente il suo bambino dal grembo</strong>, di abortire il proprio figlio, rischiando la vita, per sottrarsi a un destino proletario, per proseguire gli studi, perpetuare la propria esistenza da intellettuale. <strong>E proprio in quanto trattasi di una scelta sofferta, struggente, l’idea di sventolare il dolore, l’orrore, come una conquista sociale, strumentalizzarlo su un tappeto rosso, festeggiarlo a lustrini e champagne, per godere del marcescente strascico di vecchi fasti progressisti, è qualcosa di aberrante, disgustoso.</strong> Non ha certamente nulla in comune con quella “civilizzazione” tanto professata dai sostenitori della causa ma è forse più vicina ad un futuro prossimo governato da quelle possibilità che l’ingegneria sociale potrà concedere all’individuo – uomo o donna che sia – insieme alle peggiori nefandezze. Da quando il nichilismo è divenuto infatti emblema di civiltà?</p>



<p>“Nell’amore e nel piacere non mi sentivo un corpo intrinsecamente diverso da quello degli uomini” scrive l’autrice, ed eccolo lì, il grande errore del femminismo, quello dell’affermazione del proprio successo nel mondo delle donne attraverso l’erosione della sua caratteristica, naturale differenza rispetto a quello maschile – la maternità – tramite il diritto all’aborto.</p>



<p>In maniera molto più brutale ma molto più realista, Carmelo Bene – che soleva autodefinirsi un aborto vivente – diceva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ha ragione Schopenhauer: il sospiro degli innamorati è in realtà la <em>specie che vagisce</em>. Non esiste la copula, è la specie che bussa”. &nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Lo scorso settembre, invece, ben poche sale cinematografiche hanno aderito alla programmazione di <em>Unplanned. La storia vera di Abby Johnson</em>, film anch’esso di matrice autobiografica (il libro da cui è tratto – <em>Scartati-La mia vita con l’aborto</em> – in Italia è stato pubblicato da Rubbettino), in cui la direttrice di una clinica abortiva si ritrova per un caso fortuito ad assistere dal monitor ad un’interruzione di gravidanza – con il profilo del bambino che scalcia, cercando di respingere la cannula che lo risucchia – cambiando così per sempre la sua visione dei fatti e diventando un’attivista pro-life. Ovviamente, a parte qualche giornale di ispirazione cattolica, nessuno, nei media conformisti, ne ha fatto menzione.</p>



<p>Ma è qui che il presunto conservatore si mostra più progressista del suo detrattore. Rompere un tabù, non è forse, oggi, mostrare cosa accade a un cuore che smette di battere?&nbsp;</p>



<p><strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>
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		<title>“Quindi&#8230; sono cattolico (ma anche ebreo)”. Parla Houellebecq, il cinico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 05:24:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo. Basterebbe lo slogan woodyalleniano di Deconstructing Harry a sintetizzare l’essenza dell’opera di Michel Houellebecq, passata invece al fine setaccio dalla sua esegeta, Agathe Novak-Lechevalier, che da anni si occupa dell’autore che rifugge la definizione di nuovo profeta d’Occidente e al quale ha di recente dedicato la cura di due volumi, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo</em>. Basterebbe lo slogan woodyalleniano di <em>Deconstructing Harry </em>a sintetizzare l’essenza dell’opera di <strong>Michel Houellebecq</strong>, passata invece al fine setaccio dalla sua esegeta, <strong>Agathe Novak-Lechevalier</strong>, che da anni si occupa dell’autore che rifugge la definizione di nuovo profeta d’Occidente e al quale ha di recente dedicato la cura di due volumi, editi da Flammarion.</p>
<p><a href="https://editions.flammarion.com/houellebecq-lart-de-la-consolation/9782081481435" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Si tratta di <em>Houellebecq, l’art de la consolation</em></strong>,</a> in cui l’accademica di Paris Nanterre si propone di decostruire l’immagine di scrittore “deprimista” – neologismo coniato da <em>Le Figaro littéraire</em> – esaltando invece il movimento di contrasto alla scomparsa delle relazioni umane e la tensione costante dei suoi scritti verso un ideale perduto, senza limitarsi a collocarli nella tradizione realista. E di <a href="https://editions.flammarion.com/misere-de-l-homme-sans-dieu/9782080273178" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Misère de l’homme sans Dieu. </em></strong><strong><em>Michel Houellebecq et la question de la foi</em></strong><strong>,</strong> </a>dove si muove sull’orizzonte religioso dei suoi lavori, sviscerandone l’intreccio costante che lega letteratura e religione, intesi come due spazi di resistenza di fronte alla perdita di senso che affligge il mondo contemporaneo.</p>
<p>Per un’overdose di versi houellebecquiani, <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Ecoutez-lire/Poesie-2" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Gallimard ha invece appena pubblicato, nella collana </strong><strong>É</strong><strong>coutez lire, la raccolta <em>Configuration du dernier rivage / Renaissance</em></strong>,</a> due ore e mezza di vorticosa poesia, letta dall’attore Jacques Bonaffé, da ascoltare preferibilmente sui binari desolati del metrò o fra le corsie di un supermercato, affollate di deprecabile materia umana.</p>
<p>*</p>
<p>Scienziato di formazione e positivista per convinzione, Houellebecq sembra aver creduto per un attimo che la scienza possa sostituire le religioni tradizionali e tutto il suo lavoro è ossessionato da tale riflessione, ereditata da Auguste Comte, relativa alla religione come unico collante possibile del corpo sociale. E se la letteratura, proponendosi di raggiungere una forma di verità, permettesse di accedere a una certa trascendenza?</p>
<p>A fornire una risposta è direttamente MH, in un’intervista riportata nell’ultimo volume citato (e già apparsa in <em>Interventions 2020</em>, Flammarion), realizzata dalla stessa Novak-Lechevalier e inedita in Italia, di cui si riportano in tal sede i passaggi principali. (<strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong>)</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Oggi si parla continuamente di “ritorno della religione”: cosa ne pensa di tale espressione, lei la userebbe? </em></strong></p>
<p>Sì; e direi anche <em>ovviamente</em>. Ricordo che quando ho lasciato la Francia, alla fine degli anni ’90, il conduttore radiofonico più popolare tra i giovani, Maurice, trasmetteva molto spesso dei programmi sul problema delle <em>banlieues</em>, da cui proveniva lui stesso. Si può rintracciare tutto su Internet, e se si ascoltano questi programmi, ci si rende conto che si poteva parlare per un’ora di periferie senza mai pronunciare la parola <em>Islam</em>. Sono tornato nel 2010, e non abbiamo più parlato che di questo: è davvero impressionante. Più di recente si è invece avuta la netta percezione di una rinascita del cattolicesimo, cosa del tutto sorprendente, perché il cattolicesimo era davvero dato come morente. Questo fenomeno del ritorno delle religioni è quindi prima di tutto assolutamente imprevedibile. Se qualcuno dice di averlo previsto, sta mentendo: nessuno l’ha previsto. È un fenomeno violento, che a volte si verifica nell’arco di pochi anni, e non credo si possa negarlo. […] Le religioni sono tornate ad essere una grande forza storica.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89789 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/81FD5-GRheL-188x300.jpg" alt="" width="392" height="626" /></p>
<p><strong><em>In quale momento della vita ha iniziato ad interessarsi alla religione? In quali circostanze e sotto quale influenza? </em></strong></p>
<p>Sono stato cresciuto da persone scristianizzate, ma che lo erano da così tanto tempo da non essere nemmeno più anticlericali – vale a dire che la religione per loro non era più una minaccia: era una specie di strana sopravvivenza. Ciò detto, mi risulta molto difficile spiegare a me stesso perché sono andato al catechismo quando ero bambino. Penso fosse perché vivevo in campagna, ed era l’unica attività per i bambini. Erano altri tempi: non c’era nemmeno la TV, io non ce l’avevo e non ce l’aveva nessuno in paese. Così sono andato al catechismo, e all’epoca ricordo che ero molto interessato a domande metafisiche del tipo: c’è stato qualcuno che ha creato l’universo? Il tempo ha avuto un inizio? Avrà una fine? Ma ho scoperto che al catechismo si parlava molto delle disgrazie del terzo mondo, che era un po’ troppo umanitario: non rispondeva affatto alle mie domande metafisiche. Poi, al liceo, ho frequentato il corso di religione, quando era facoltativo, senza esami, senza alcun interesse scolastico. Nel frattempo avevo scoperto il male, ed ero molto interessato a questa domanda sul male: da dove veniva, perché Dio aveva permesso il male… ma anche lì non si rispondeva davvero alle mie domande: era un po’ una cosa da scout. E poi – l’ho raccontato nei miei libri – ho scoperto Pascal, quasi per caso, a quindici anni. E lì ho avuto un vero shock, uno shock definitivo, perché non avevo mai percepito la potenza della morte e del vuoto espressa in questo modo, e la violenza di Pascal su tali questioni rimane per me impareggiabile in letteratura. Ecco le tre tappe: quindi, sì, il mio interesse per la religione arriva da lontano: risale a quando avevo otto o nove anni.</p>
<p><strong><em>E adesso? In diverse occasioni durante diverse interviste si è definito ateo, poi, più recentemente, dopo l’uscita di </em></strong><strong>Sottomissione<em> si è definito agnostico… Come definirebbe oggi il suo rapporto personale con la religione? </em></strong></p>
<p>Si è indebolito, perché ho l’impressione che sia senza speranza: non ci crederò mai, rimarrò sempre nel dubbio… quindi vi ho rinunciato un po’.</p>
<p><strong><em>Lei ha parlato più volte di tentativi di conversione: come li ha immaginati? </em></strong></p>
<p>La conversione è come una rivelazione. Infatti, ogni volta che vado a messa, credo; sinceramente e totalmente, ogni volta ho una rivelazione. Ma appena esco, svanisce. È un po’ come con la droga: c’è sempre una fase discendente. Alla fine mi sono detto che sono fatto così e che non posso farci nulla. Quindi di tanto in tanto continuo a provare brividi di fede, ma so che non durerà.</p>
<p><strong><em>Ha mai pensato a se stesso come a uno scrittore cattolico (cosa che a volte alcuni critici hanno fatto)? </em></strong></p>
<p>Non solo cattolico, anche ebreo!… (ride). Ma è vero! In Israele, durante un incontro con i lettori, uno si è alzato per dire che dopo aver letto i miei libri aveva deciso di cambiare vita, e che era diventato un rabbino. Sotto l’influsso dei miei libri… Così funziona anche con gli ebrei! In effetti scrivo di nichilismo (nichilismo nel senso di Nietzsche), non c’è dubbio: sono lo scrittore di un’epoca nichilista, e della sofferenza legata al nichilismo. Si può quindi immaginare che le persone, leggendomi, facciano con orrore un passo indietro e si gettino in una qualsiasi fede… per sfuggire a questo nichilismo così brillantemente descritto, se posso permettermi. Quindi sì: sono cattolico nel senso che esprimo l’orrore del mondo senza Dio… ma solo in tal senso.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89790 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/1_misere-de-l-homme-sans-dieu-182x300.jpg" alt="" width="336" height="554" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1_misere-de-l-homme-sans-dieu-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1_misere-de-l-homme-sans-dieu.jpg 720w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></p>
<p><strong><em>Quanto a </em></strong><strong>Sottomissione<em>, ha detto di aver prima immaginato un romanzo dedicato alla conversione al cattolicesimo, poi alla fine ha deciso di farne un romanzo sulla conversione all’Islam: può spiegare cosa ha provocato questa variazione? </em></strong></p>
<p>Sì: è un fallimento personale alla conversione, un fallimento davanti alla Vergine Nera di Rocamadour. Ed è anche legato a Huysmans, che gioca un ruolo importante nel libro. Perché per Huysmans – quello che sto per dire sembrerà difficile da credere – la bellezza estetica è davvero un motivo di fede; è anche l’unico per lui, a dire il vero: crede perché è bello. Ma perché funzioni, perché la bellezza produca fede, bisogna avere a che fare con esteti veri, molto più di me: neanche la Madonna Nera di Rocamadour, che è splendida – sono numerose le belle statue religiose, ma quello è davvero uno dei grandi successi della scultura occidentale – ha funzionato con me. […]</p>
<p><strong><em>Perché, quindi, il passaggio all’Islam? E come definirebbe la rappresentazione dell’Islam che ha dato nel romanzo? </em></strong></p>
<p>Non si può davvero affermare che vi sia una rappresentazione dell’Islam in <em>Sottomissione</em>: è questa la cosa terribile del libro, la maggior parte dei personaggi in realtà non sono musulmani. Sono musulmani perché gli fa comodo, perché ne traggono vantaggio o perché soddisfa le loro ambizioni personali. Anche il presidente musulmano, non è certo un uomo devoto: senza che io sappia davvero dire perché, si percepisce che è ambizioso e che usa l’Islam piuttosto che essere un vero musulmano. Quindi, ribadisco: non c’è davvero alcuna rappresentazione dell’Islam in questo libro.</p>
<p><strong><em>È stato spesso accusato di islamofobia. Vuole rispondere a tale accusa? </em></strong></p>
<p>In pratica penso di essere ambiguo quanto i miei personaggi. Detto ciò, da quando tutto è iniziato, mi sento in dovere di difendere l’islamofobia, che sia islamofobo o meno. Perché deve far parte delle opinioni che abbiamo il diritto di esprimere… e basta. Attaccare una religione è un diritto. Quindi sì, mi sento mio malgrado obbligato a difendere la libertà di espressione.</p>
<p><strong><em>Se le nomino alcuni autori o filosofi che cita spesso su questioni relative alla religione, mi direbbe in che modo l’hanno influenzata? Comincerei volentieri con San Paolo…</em></strong></p>
<p>Gli devo <em>Restare vivi</em>. L’ho scritto in uno stato di totale inquietudine, molto paolino. San Paolo rimane uno dei migliori autori che io conosca, perché è sfrontato, estremamente irrequieto – senti i nervi a fior di pelle per tutto il tempo, le frasi ti pungono, è magnifico. C’è in lui un misto di protervia e malcontento che è del tutto ineguagliabile. Ed è un grande scrittore per questo semplice motivo: ho l’impressione di vederlo lì, a due metri da me, quando lo leggo. Quindi sì, continuo ad amarlo. Alla fine, è stato forse San Paolo ad avere su di me la maggiore influenza letteraria: è in lui che ho trovato questo lato che a volte si potrebbe definire <em>punk</em> in <em>Restare vivi</em> e in <em>Estensione del dominio della lotta</em>.</p>
<p><strong><em>In un genere completamente diverso, direbbe che anche Auguste Comte è stato molto importante per lei? </em></strong></p>
<p>Comte è interessante sotto molteplici aspetti. È colui che esprime nel modo più totale e sistematico il fatto che dopo la Rivoluzione la società ha perso le sue fondamenta e che non avrebbe potuto resistere, a lungo termine, senza religione. Non entrerò nel suo pensiero, perché è piuttosto complicato; diciamo che ho trovato i suoi concetti estremamente convincenti. La sua distinzione, ad esempio, tra un’età biologica e l’età metafisica la cui unica funzione è quella di distruggere, la trovo molto vera: tutto ciò che è accaduto tra l’inizio del protestantesimo e l’inizio della Rivoluzione francese aveva un unico scopo: minare la società precedente. Ci è riuscito, l’intera società è finita in rovina, senza più alcuna base, o con basi relativamente insignificanti come il patriottismo – il che dopotutto non è grave. Comte afferma tutto ciò con vera forza intellettuale: è un autore che ammiro oltremisura. Inoltre, cerca di gettare le basi di una religione futura, compatibile con il progresso della scienza, e anche in tal caso mi ha fortemente influenzato, tant’è che è l’idea di base de <em>Le Particelle Elementari</em>. Il fatto che la scienza sia diventata rigorosamente positivista, che non vi sia alcuna entità metafisica dietro le leggi, di fatto riapre la possibilità di un fondamento religioso. Quindi sì, Comte è uno degli autori che mi hanno maggiormente influenzato.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89791 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-182x300.jpg" alt="" width="373" height="614" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-768x1266.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-932x1536.jpg 932w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL-1242x2048.jpg 1242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/713aNVKJksL.jpg 1275w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" /></p>
<p><strong><em>E Chesterton, più volte citato ne </em></strong><strong>La carta e il territorio<em>? </em></strong></p>
<p>Per leggere Comte per piacere, come è nel mio caso, bisogna comunque essere un po’ pervertiti: ha tutti i tratti di una scrittura da maniaco. Leggere Chesterton, al contrario, è delizioso: è ironico, divertente, brillante, ha anche delle idee piuttosto profonde. Ad esempio, con riferimento a Comte, sottolinea come l’idea più affascinante del positivismo sia quella di aver creato un calendario; ed è vero che il fatto di strutturare l’anno, di avere un tempo non più neutro ma dove ogni momento ha un senso, è fondamentale – perché la religione, strutturando la vita, aiuta a vivere. Chesterton è anche l’autore di un pensiero che non si può dire abbia avuto molto successo – il che è un peccato: un tentativo di organizzazione cristiana del mondo economico. Merita di essere riletto: è contro le grandi imprese, contro l’industrializzazione, è interessante. Chesterton è apertamente cattolico, e riesce a rendere piacevole il cattolicesimo perché insiste molto sull’idea che sia una religione dell’incarnazione: siamo fatti di carne e secondo lui è tutto sommato una buona cosa.</p>
<p><strong><em>Nietzsche e Schopenhauer? Cosa direbbe al riguardo? </em></strong></p>
<p>Nietzsche… se ci atteniamo all’argomento della nostra intervista, la sua opposizione frontale a Cristo non mi appartiene.</p>
<p><strong><em>È questa la base della sua opposizione a Nietzsche? </em></strong></p>
<p>No, perché non sono mai stato molto credente: la mia opposizione è dovuta alla sua confutazione della morale e della pietà. Ma sì: Nietzsche rivaleggia con Cristo, incolpa il suo rivale vittorioso – si tratta di ​​una follia molto diffusa in Occidente… […] Schopenhauer è diverso, è apertamente ateo anche lui, ma si tratta di un ateismo più intellettuale – cerca anche, alla fine, di riconquistare i cattolici, cosa che trovo di un simpatico opportunismo: li richiama a sé, mentre per tutta la vita ha insultato i monoteismi nei termini più violenti. Ma si è messo in testa alla fine della sua vita che il cattolicesimo non sia proprio un monoteismo – il che non è del tutto errato: la Vergine, i santi, rappresentano delle divinità intermedie che attenuano la brutalità del rapporto che esiste nell’ebraismo e nel protestantesimo.</p>
<p><strong><em>C’è qualche autore che ho dimenticato che pensa sia importante? </em></strong></p>
<p>Chateaubriand, perché <em>Genio del Cristianesimo</em> è un libro stupefacente. Fin dall’inizio è stato un grande successo – e pare che le gentildonne parigine si dicessero tra loro: «Ah, è quindi questo il cristianesimo? Ma è delizioso!» (ride). Chateaubriand è riuscito a rendere alla moda il cristianesimo, mentre è una gran fatica. Il libro è straordinario: il suo stile funziona benissimo; la descrizione della morte del cristiano come lo spettacolo più maestoso che possa esserci sulla terra, vale la conversione; e la sua analisi della stessa situazione trattata nella Bibbia e da Omero, per esempio, è di grande raffinatezza… […]</p>
<p><strong><em>All’inizio del XIX secolo alcuni poeti come Hugo o Lamartine, per esempio, si definivano maghi laici, profeti. La letteratura dovrebbe, secondo lei, assumere per certi aspetti alcune funzioni che erano tipiche della religione? </em></strong></p>
<p>Si tratta principalmente di Hugo… Un po’ anche di Lamartine, sì, ma non è mai arrivato al punto da pensare che Shakespeare stesse parlando a lui. Non si considerava tanto un profeta quanto una guida politica, il che è abbastanza buffo. In ogni caso sono meno megalomane di loro: non mi vedo come un profeta laico. Ogni volta che mi dicono che sono un profeta, nego, faccio notare quante volte ho sbagliato nelle mie profezie… No, no, me la gioco piuttosto male sul fronte profeta.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89794 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/61NSB5217L-204x300.jpg" alt="" width="351" height="516" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61NSB5217L-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61NSB5217L-695x1024.jpg 695w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61NSB5217L-768x1131.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61NSB5217L.jpg 943w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></p>
<p><strong><em>In un’intervista ha affermato che la poesia è “vicina al divino”. Direbbe che la poesia mantiene stretti legami con il linguaggio religioso? </em></strong></p>
<p>Certamente sì. C’è un forte punto in comune, la poesia è priva di contraddittorio: è un discorso assoluto la cui ambizione è saldare frasi senza possibilità di negazione. Un altro punto in comune è che la totale comprensione non è fondamentale: si può non comprendere appieno i testi religiosi, così come non è necessario comprendere tutto quando si ascolta una poesia. E ci sono anche testi religiosi che hanno un vero valore poetico: certi salmi, ad esempio. Quindi, sì, c’è una forte connessione.</p>
<p><strong><em>In </em></strong><strong>Piattaforma<em> troviamo la seguente frase: </em></strong><strong><em>“</em></strong><strong><em>A cosa paragoniamo Dio? Prima di tutto, ovviamente, alla figa di una donna</em></strong><strong><em>”</em></strong><strong><em>. Nella sua opera lei ha associato molto spesso sesso e religione: si tratta di pura provocazione? </em></strong></p>
<p>No. È un punto di vista maschile, ma non è una provocazione. Va ricordato che le rappresentazioni più antiche venerate da questa o quella tribù primitiva erano organi sessuali maschili o femminili. E anche se parliamo di tempi remoti, non credo che il fatto che l’umanità si evolva cancelli gli stati precedenti: questi stati rimangono lì, sottotraccia. Sono ricoperti da molti substrati di civiltà, ma restano potenzialmente attivi. Quindi non si tratta di una provocazione: bisogna prenderla sul serio.</p>
<p><strong><em>In un’intervista sostiene che la storia di Cristo la ha “sempre affascinata, soprattutto il suo sacrificio pianificato e assunto, il fatto che si è caricato i peccati del mondo”. E in </em></strong><strong>Nemici pubblici<em>, sostiene che il suo destino abbia preso una svolta cristica. Cosa la spinge ad affermare ciò? È questo il sacrificio che deve compiere lo scrittore? </em></strong></p>
<p>Sì. È un aspetto dell’attività: non possiamo certo chiamarlo lavoro. Diciamo che, così come io lo concepisco, scrivere implica il caricarsi su di sé il negativo, tutto il negativo del mondo, e dipingerlo in modo tale che il lettore possa sentirsi sollevato dall’aver visto espressa questa parte negativa. L’autore, che si assume la responsabilità di esprimerla, corre ovviamente il rischio nello stesso tempo di essere assimilato a questa parte negativa del mondo. Questo è ciò che rende a volte quella di scrivere un’attività complicata: il fatto di assumere su di sé tutto il negativo. E in effetti ha a che fare con Cristo che prende su di sé i peccati dell’umanità. Quindi sì, è un dato di fatto, c’è una somiglianza. È una buona conclusione, giusto?</p>
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		<title>Houellebecq: un’erezione lunga 750 pagine</title>
		<link>https://www.pangea.news/annientare-houellebecq-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jan 2022 06:08:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Annientare]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Annientare di Michel Houellebecq, ovvero come uno scrittore può mantenere viva un’erezione per 750 pagine. Stile ruvido, zero raffinatezza e penna turgida, l’autore più blandito d’Europa mette in scena una lunga tirata contro il nichilismo moderno e gli umanisti smidollati, confezionata all’interno del suo romanzo più tradizionale e meno originale. La stampa è in visibilio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Annientare</em> di Michel Houellebecq, ovvero come uno scrittore può mantenere viva un’erezione per 750 pagine.</p>
<p>Stile ruvido, zero raffinatezza e penna turgida, <strong>l’autore più blandito d’Europa mette in scena una lunga tirata contro il nichilismo moderno e gli umanisti smidollati</strong>,<strong> confezionata all’interno del suo romanzo più tradizionale e meno originale.</strong> La stampa è in visibilio – <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/annientare/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il libro esce oggi, in simultanea con la Francia, per La nave di Teseo</a> – nell’orizzonte desertificato della narrativa contemporanea qualcosa si muove, quando il divorzio fra pensiero e realtà sembra ormai conclamato, qualcuno ne riunisce gli estremi, plasmandoli in pagine di letteratura. Il recensore medio nostrano, fine esegeta da edicola, ne ha già ingabbiato tempestivamente il pensiero, con burocratica efficienza, entro l’ideologia della testata di appartenenza, eccitandosi febbrilmente nel riconoscere nei personaggi del libro il tal ministro francese o il presidente della repubblica uscente, onorando così la propria natura di retroscenista da sottobosco nonché rivelando un certo deficit di comprensione del testo. Ma tant’è. Monsieur Houellebecq se ne farà una ragione. I giornali che lo elogiano, del resto, sono gli stessi di cui sconfessa ogni credo, dando vita ad un ipocrita cortocircuito di prostituzione intellettuale.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88831 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616-209x300.jpg" alt="" width="336" height="482" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616-713x1024.jpg 713w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616-768x1103.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616-1070x1536.jpg 1070w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/235412112-9f1d1a7c-9207-4ee3-905a-c74abe45f616.jpg 1140w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></p>
<p><strong><em>Annientare</em></strong><strong> è un libro privo di morale che non presta fede ad alcuna ideologia, al contrario, le devasta tutte, con avveduta leggerezza, con un gesto della mano che sa di nonchalance le scaccia via come fastidiosi insetti.</strong> Spoglia la realtà dei suoi strati superficiali, lasciandola nuda, con i suoi temi essenziali, la vita e la morte, Dio e l’uomo, il nulla e il sesso.</p>
<p>Nel voluminoso tomo dalla copertina rosa shocking è racchiuso tutto il suo pensiero – che sia l’ultimo romanzo? –, le sue concezioni politiche, religiose, filosofiche, poetiche, letterarie. Una summa in cui lo houellebecqiano della prima ora non troverà nulla di nuovo, se non il seducente conforto di parole decadenti, in costante odor di depravazione – i francesi puntano sempre a scatenare gli istinti che si materializzano dalla vita in giù –, parole che sfiorano i lembi della congenita depressione moderna. Col suo <em>vient de paraître</em> Houellebecq fa godere il lettore dal principio alla fine, <strong>il libro va letto d’un fiato, in apnea letteraria, scendendo negli abissi dell’umanità, la sua lettura va considerata come una lunga sessione di sesso selvaggio</strong> – il grande, onnipresente topos houellebecqiano – in cui tutto è concesso. Meglio prepararsi all’idea che girata l’ultima pagina ce ne vorrà una reale per riprendersi.</p>
<p>La modernità è assediata da ideologie sempre più perversamente tese ad annientare la specie umana, ad annichilirne la natura, afferma fra le righe Houellebecq – “Oggi più che mai, il potere risiede nell’intelligenza e nella conoscenza; e queste ideologie ultraminoritarie sono proprio quelle che hanno più probabilità di attirare le intelligenze superiori” – raccontando i nuovi codici civili di quella borghesia colta che, aderendo al principio della grande decadenza, ha fallito sul piano etico, estetico ed intellettuale.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88832 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L-197x300.jpg" alt="" width="334" height="509" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L-671x1024.jpg 671w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L-768x1171.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/61S5H2HZ59L.jpg 1000w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" />I cattolici ormai abituati ad essere offesi, avvezzi alle tribolazioni del cristianesimo dell’epoca contemporanea, la gravidanza mercificata, la legittimazione dello scempio dell’utero in affitto – <strong>“L’idea di comprare dello sperma, e più in generale di imbarcarsi in un progetto riproduttivo che non aveva nemmeno la scusa del desiderio sessuale, dell’amore o di un sentimento simile, gli sembrava addirittura nauseante”. </strong></p>
<p>Una società che non sopporta l’impermanenza delle cose e nemmeno più la morte, tende a nasconderla e santifica la pratica dell’eutanasia per liberarsi dei pesi superflui. “La vera ragione dell’eutanasia, in realtà, è che non sopportiamo più i vecchi, non vogliamo nemmeno sapere che esistono, per questo li parcheggiamo in luoghi specializzati, lontano dalla vista degli altri. <strong>Quasi tutte le persone oggi ritengono che il valore di un essere umano diminuisca con l’aumentare dell’età; che la vita di un giovane, e ancor più quella di un bambino, sia di gran lunga più preziosa di quella di una persona molto vecchia.</strong> […] Questo è un ribaltamento completo, una mutazione antropologica radicale. […] In questo modo priviamo la nostra vita d’ogni motivazione e di ogni senso; è puro nichilismo”.</p>
<p>Rade al suolo in un sol colpo tutte le convinzioni progressiste e le ipocrisie della doxa liberale che, pur intuendo il logoramento delle formule tradizionali – la famiglia e la vita coniugale – non è riuscita a concepirne di nuove. “L’entità formata da una coppia, e più precisamente da una coppia eterosessuale, resta la principale possibilità pratica di manifestazione dell’amore”.</p>
<p>La trama in sé è mediamente banale – ma chiaramente non è ciò che interessa –, si autoannienta, la Francia del 2027 – giustapposizione di agglomerati urbani e deserti rurali – la postdemocrazia, le fantasie abbandonate dalla politica di <em>start up nation</em> e la riscoperta del fascino dell’economia centralizzata, il potere tecnocratico ghigliottinato alla francese maniera, i competenti, stimati ma non amati dalla gente, distanti come gli aristocratici dell’Ancien Régime ed ancora i messaggi in codice, i linguaggi da decrittare del nuovo terrorismo del pensiero che colpisce non individui ma bersagli ideologici – siti porno, aziende leader sul mercato della vendita di liquido seminale – ecofascismo e movimenti di <em>deep ecology</em> che predicano l’estinzione dell’umanità.</p>
<p>“La cosa peggiore era che se l’obiettivo dei terroristi era quello di annientare il mondo come lui lo conosceva, di annientare il mondo moderno, non poteva dargli affatto torto”.</p>
<p><strong>Su <em>Annientare</em> c’è poco da far filosofia, il testo va divorato e scarnificato, ridotto all’osso, a due parole, eros e th</strong><strong>á</strong><strong>natos</strong>, giovani alati che scagliano frecce dalla prima all’ultima pagina, privi di indulgenza, in un romanzo che regge la propria struttura sul sottile equilibrio che intercorre fra peccato e misericordia e in cui tutti, per sopravvivere, si aggrappano alla fede religiosa o a forme di attivismo identitario.</p>
<p>Sesso e morte figurano come gli unici elementi di congiungimento delle coppie moderne, che vivono di disperazione standardizzata, spartizioni del frigorifero e genitorialità che rende gli individui orfani di se stessi – al pari di Houellebecq, fra i contemporanei, solo David Szalay riesce a rappresentare in maniera altrettanto efficace il pietoso spettacolo della discordia di coppia – di rapporti deteriorati fra individui civilizzati.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88833 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-182x300.jpg" alt="" width="322" height="531" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-768x1266.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-932x1536.jpg 932w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL-1242x2048.jpg 1242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/713aNVKJksL.jpg 1275w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" />Il sesso è l’unica alternativa al nulla relazionale ed esistenziale, l’orgasmo un memento mori.</p>
<p>Ricorre di continuo, <em>as usual</em>, il sesso, nella narrazione houellebecqiana, rendendo mirabili alcuni passaggi. <strong>Il raffronto fra il coito memorabile con una buddista tibetana che “sapeva contrarre la fica” o la “fellatio approssimativa” di una buddista zen di Sciences Po, le filosofiche discettazioni sul senso ultimo di un episodio di sesso orale nei bagni d’un locale, </strong>“Doveva essere ubriaca, oppure stava attraversando una specie di momento sartriano, ma applicato ai cazzi, ‘un cazzo fatto di tutti gli altri, che li vale tutti, e tutti lo valgono’, bastava che ci fosse un uomo pronto ad approfittare di quella botta di culo” o il congresso politico ad Addis Abeba, dove nessuno avrebbe trovato soluzioni per lo sviluppo dell’Africa, bensì prostitute africane “desiderose di mettersi al servizio di un cazzo occidentale”.</p>
<p>Eros, quindi, ma anche thánatos, e la vita, in sostanza, si riduce al proprio modo di affrontare la morte – raffigurata come una puttana borghese, di classe e sexy, a cui tutti possono fare appello, dai ricchi alle classi popolari – vero tema nodale di <em>Annientare</em>, evocato fin dal titolo.</p>
<p><strong>Al centro, un Sisifo postmoderno, dai tratti kafkiani – Paul, alto dirigente ministeriale dalla marcescente vita matrimoniale e una malattia che ne restringe sensibilmente le aspettative di vita – che dell’esistenza comprende l’assurdo, l’impossibilità di razionalizzare tutto, di vivere incollati al determinismo assoluto.</strong> Ma che, contrariamente al suo omologo camusiano, che a Houellebecq è sempre apparso “evidentemente infelice poiché compie gesti vani, ripetitivi e dolorosi” (così scrive nel 2014 in <em>Un remède à l’épuisement d’être</em>, pubblicato in <em>Interventions</em>, Flammarion, 2020), compie gesti vani, ripetitivi e piacevoli. Solo quando riscopre il piacere sessuale con la moglie Prudence, infatti, Paul riesce ad abbandonarsi alla vita e, di conseguenza, all’idea della fine.</p>
<p>“Prudence non era una donna fatta per il sesso, di questo almeno cercava di convincersi Paul, ma senza molto successo, perché in fondo sapeva bene che Prudence era fatta per il sesso esattamente come la maggior parte delle donne, e forse di più, che nel profondo di sé avrebbe sempre avuto bisogno del sesso, nel suo caso di sesso eterosessuale e, a voler essere precisi, di un cazzo che la penetrasse”.</p>
<p>Al contrario, l’emblematico fratello Aurélien – restauratore medievalista dalla vita sentimentale disastrata – non giungendo in tempo alle medesime conclusioni esistenziali, si autoinfligge una morte violenta. Il suicidio, quindi, o una serena esistenza da condannati a morte, come uniche possibilità di scampo al disfacimento dei rapporti moderni.</p>
<p>Per citare Pascal, con la sua solita brutalità, più volte ripreso da Michel Houellebecq, <strong>“L’ultimo atto è cruento, per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto; alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre”</strong>, in fondo, tutto è annientare.</p>
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		<title>“Ho fatto del mio meglio per lottare contro leggi che mi sembravano contrarie alla mia concezione della libertà individuale”: Michel Houellebecq</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2020 05:14:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato nel 1949, “Paris-Match” piglia spunto da “Match”, giornale sportivo, poi di costume – si conta una copertina di Salvador Dalí – durato fino al 1940. Fondato da Jean Prouvost e da Paul Gordeaux, il giornale ascese alle vette dell’informazione – fuori di metafora – l’anno dopo, seguendo la spedizione francese sull’Annapurna, ‘vinto’ nel 1950 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nato nel 1949, “Paris-Match” piglia spunto da “Match”, giornale sportivo, poi di costume – si conta una copertina di Salvador Dal</em><em>í – durato fino al 1940. Fondato da Jean Prouvost e da Paul Gordeaux, il giornale ascese alle vette dell’informazione – fuori di metafora – l’anno dopo, seguendo la spedizione francese sull’Annapurna, ‘vinto’ nel 1950 da Maurice Herzog, alpinista di genio. Caratterizzato da copertine ‘urlate’, “Paris-Match” vende mezzo milione di copie a settimana, fa parte del gruppo Lagardère. Insomma, l’anno scorso la testata ha festeggiato 70 anni. Con un botto. <a href="https://www.parismatch.com/Culture/Livres/Michel-Houellebecq-sa-lettre-a-Paris-Match-1630529" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il dialogo intrecciato tra Michel Houellebecq e Gilles Martin-Chauffier</a>, scrittore – ha vinto un paio di Prix Renaudot – e redattore capo dell’inserto culturale di “Paris-Match”. Da quel dialogo, abbiamo estratto alcune parti del discorso di Houellebecq dedicate a una sorta di esame di coscienza politico. Di norma, Houellebecq ha preferito, da quando ne ha avuto il diritto, astenersi dal voto. Caduto in tentazione, per così dire, le sue preferenze, negli anni, sono andate al neogollista Balladur e ai conservatori euroscettici Philippe de Villiers e Charles Pasqua. Naturalmente, lo scrittore si è pentito delle sue scelte, delle sue debolezze. Paladino della libertà individuale contro lo Stato coercitivo, che agita la gogna burocratica, Houellebecq, insomma, non si sente responsabile dello stato della civiltà presente, neopuritana, igienista, esangue e al contempo violenta. </em></p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78829 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/A45689-182x300.jpg" alt="" width="303" height="500" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689-768x1266.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689-932x1536.jpg 932w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689-1242x2048.jpg 1242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/A45689.jpg 1275w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" />Grazie al mio lavoro mi sono conquistato la reputazione di reazionario e declinista. Non esito a consolidarla dicendo che, sì, per molti versi si stava meglio prima.</strong> Dopodiché, non ho detto molto, perché dipende cosa intendiamo per “prima”. Di rado ci si riferisce, immagino, all’alto medioevo, alle guerre napoleoniche. Dubito perfino che si possa provare autentica nostalgia per la Belle Époque, civiltà strana, incomprensibile dalle rovine in cui viviamo. <strong>La nostalgia è un sentimento attivo, più vicino alla rivolta di quanto si possa immaginare. Non possiamo essere gelosi di uno status che ci pare inaccessibile, non possiamo provare nostalgia di un tempo di cui non si ha, nemmeno fugacemente, idea di come si vivesse.</strong> Di norma, abbiamo nostalgia della nostra infanzia – o dell’adolescenza. C’è, ovviamente, il pregiudizio, che può alterare il giudizio. Ne ho tenuto conto parlando con diversi giovani. La loro testimonianza ha rinforzato la mia convinzione: è stato meglio essere giovani negli anni Settanta. Allo stesso tempo, i giovani si rivolgono a noi in questo modo: “Hai più di sessant’anni, sei, almeno in parte, responsabile del mondo di merda in cui vivo”. Un severo rimprovero.</p>
<p>*</p>
<p>Dico subito una cosa: non mi sento responsabile per questo stato di cose. Non ho mai votato per Giscard né per Mitterand, tanto meno per Chirac. In assenza di buoni candidati, ho preferito astenermi. Per chi ho votato in questi anni? Ricordo Édouard Balladur. Ricordo di aver votato per Philippe de Villiers e Charles Pasqua. L’astensione non è piacevole e la voglia di partecipare nonostante tutto al “gioco democratico” mi ha portato a votare occasionalmente alle elezioni europee. Oggi me ne pento. <strong>Sostenitore della democrazia diretta, in linea di principio sono contrario all’elezione di rappresentanti, ancor più se riguardano alcune istituzioni europee. Votare alle europee è una specie di assurdità al quadrato per me. Della costruzione europea mi sento pressoché innocente. </strong>Anche di altre cose posso scagionarmi. Non sono mai andato in estasi leggendo dei risultati pratici di Mao Tse-tung, non ho mai danzato sull’asfalto parigino inneggiando “Ho! Ho! Ho Chi Minh!”. Non avendo un passato di sinistra da farmi perdonare, mi sono guardato bene dallo scrivere sciocchezze monetariste, in voga durante l’era Reagan-Thatcher. D’altronde, non approvo le varie avventure belliche con cui gli Stati Uniti hanno insanguinato il mondo. Se il livello di pericolo è aumentato nell’Europa occidentale, è quasi esclusivamente colpa degli Stati Uniti (l’intervento in Afghanistan ha creato Al-Qaeda, l’intervento in Iraq ha partorito Daesh). Degli Stati Uniti – e dei loro complici.</p>
<p>*</p>
<p>Non solo ho pubblicati diversi libri etichettati (grossolanamente) come pornografici, ma ho suscitato l’ira di varie femministe, tra le più sciocche nel loro genere. Non ne ho alcun merito, è stato facile, non ho fatto altro che il mio dovere. <strong>Incolpevole di ogni esasperazione femminista, lo sono anche dell’igienismo, l’altra faccia (la peggiore) del neopuritanesimo che avvolge questo nostro infelice Paese.</strong> Molte volte mi sono messo al volante quando ero leggermente ubriaco. Ho costantemente, e non senza coraggio, resistito all’interdizione di fumare nei luoghi pubblici… Senza essere un fan delle droghe non legalizzate, ne ho fatto uso. Infine, ho fatto ricorso alla prostituzione, in più occasioni (non più di tanto, anzi, mi ero addirittura astenuto, in Francia è organizzata davvero male, ma la legge che punisce i clienti mi ha obbligato a ricominciare, almeno una volta). Insomma, ho fatto del mio meglio per lottare contro leggi che mi sembravano contrarie alla mia concezione della libertà individuale.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Sul disgustoso moltiplicarsi di controlli, diagnosi, regolamenti, norme che stanno trasformando la nostra vita in una interminabile Via Crucis amministrativa</strong>, le mie possibilità di azione sono sempre state nulle. Insomma, esco da questa specie di esame di coscienza limpido, non mi sento responsabile del soffocamento legislativo che ha gradualmente trasformato la Francia in uno dei paesi più invivibili del mondo occidentale.</p>
<p><strong><em>Michel Houellebecq</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Michel Houellebecq in una fotografia di Nicolas Guerin <a href="https://www.theguardian.com/books/2015/sep/06/michel-houellebecq-submission-am-i-islamophobic-probably-yes" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(tratta da qui)</a></em></p>
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		<item>
		<title>Sia chiaro, Houellebecq è un grande narratore, ma sul coronavirus ha detto un mucchio di banalità. A quanto è schifosa la vita penseremo più tardi, ora vogliamo solo vivere</title>
		<link>https://www.pangea.news/houellebecq-virus-viviani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 06:33:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Viviani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro, Houellebecq è un grande narratore. La vivacità e l’energia della sua prosa non sono in discussione. La sua resa del sentimento di decadenza non ha pari. Come ce lo ricorda lui, che la vita fa schifo, nessuno mai: è un vero gigante della pars destruens. Con le sue provocazioni e il suo tono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/houellebecq-virus-viviani/">Sia chiaro, Houellebecq è un grande narratore, ma sul coronavirus ha detto un mucchio di banalità. A quanto è schifosa la vita penseremo più tardi, ora vogliamo solo vivere</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sia chiaro, </strong><strong><a href="https://editions.flammarion.com/Auteurs/houellebecq-michel" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Houellebecq</a> è <a href="http://www.pangea.news/michel-houellebecq-genio-assoluto-o-petulante-bluff-che-fa-le-coccole-a-winnie-the-pooh-matteo-fais-e-davide-brullo-litigano-in-attesa-di-serotonina/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un grande narratore.</a></strong> La vivacità e l’energia della sua prosa non sono in discussione. La sua resa del sentimento di decadenza non ha pari. <strong>Come ce lo ricorda lui, che la vita fa schifo, nessuno mai: è un vero gigante della <em>pars destruens</em>.</strong> Con le sue provocazioni e il suo tono dissacrante, riesce a risultare pure simpatico. Divertente come solo certi depressi sanno essere, cattivo ma forse no, volgare ma con stile, maschilista ma chi se ne frega.</p>
<p>Ora, di fronte a tutto un mondo culturale da mesi in attesa del suo sguardo sulla pandemia, Houellebecq finalmente si pronuncia, in una lunga lettera <a href="https://www.franceinter.fr/emissions/lettres-d-interieur/lettres-d-interieur-04-mai-2020" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a <em>France Inter</em>.</a> <strong>Ma del virus dice poco, e per lo più cose già dette. Houellebecq, a ben guardare, parla solo di Houellebecq. </strong></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75908 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-20-186x300.jpg" alt="" width="272" height="439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-20-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-20-633x1024.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-20-768x1241.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-20.jpg 850w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" />Il coronavirus è per lui “banale”, “senza qualità”, come se tra le righe gli rimproverasse di non essere in grado di sterminarci tutti sul serio.</strong> Afferma che a suo parere non è vero che “nulla sarà più come prima”, e qui è coerente nel ricordarci che <strong>la vita già faceva schifo, e rimarrà uguale, forse giusto un po’ peggio</strong>. Possiamo essere d’accordo, ci piace, in fondo, la sua ironia nichilista. Poi però, quando si addentra nelle motivazioni, finisce per piegare i fatti alla sua narrazione preesistente: <strong>l’obsolescenza delle relazioni umane, i danni della tecnologia, l’Occidente in declino. Un processo già in corso, che il virus può solo accelerare.</strong> <strong>Ma questa volta sbaglia bersaglio. Perché questa volta la tecnologia è stata ossigeno per le relazioni umane, e l’occidente ha dimostrato di voler vivere.</strong></p>
<p>Con tutti i ritardi, le mancanze, le inefficienze, gli errori che sappiamo, le colpe su cui è sacrosanto indagare, ogni paese, chi più chi meno, a seconda della gravità del contagio e delle peculiarità sociali, ha chiuso battenti e serrande a tutela dei più fragili, gli anziani e i malati. <strong>L’ipotesi darwiniana del fare come se niente fosse perché tanto “muoiono solo i vecchi” è stata messa presto in minoranza.</strong> Ragion per cui quando Houellebecq parla di limiti di età per essere rianimati, affermando che “mai prima d’ora avevamo espresso con una sfrontatezza così tranquilla il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore”, pone di certo un tema interessante (per quanto già abusato), <strong>ma trascura il fatto che si è trattato di drammatiche scelte contingenti.</strong></p>
<p><strong>Il tema è quello eterno dell’Arca di Noè, o delle scialuppe del Titanic. Quando non è possibile salvare tutti, chi ha più diritto di vivere?</strong> I forti, i deboli, le donne e i bambini, o si salvi chi può? Ai tempi dell’Arca, i predestinati scelti da Dio, ai tempi del Titanic, si dice, i favoriti dal censo. Oggi, di fronte a una malattia improvvisa e sconosciuta, i medici, se costretti a scegliere, salvano chi ha maggiori probabilità di sopravvivere, e l’età diventa un parametro rilevante anche se non l’unico. Questo è di certo crudele, ma <strong>chiunque abbia stipulato un’assicurazione, ricevuto un indennizzo per la morte di un parente o atteso la donazione di un organo per un trapianto, sa già bene che non tutte le vite hanno lo stesso valore</strong>, e che vivere o morire spesso dipende da numeri e probabilità. Possiamo migliorare i nostri sistemi sanitari in vista di nuove epidemie, fare di tutto perché ci siano sempre più posti sull’Arca e sulle scialuppe, ma questo non toglie che possa arrivare <strong>qualcosa di imponderabile cui di nuovo non saremo preparati. </strong>Trovo però profondamente ingiusto affermare che sia proprio della cultura occidentale sacrificare gli anziani, tanto che dopo l’iniziale smarrimento sono stati curati e a volte guariti anche centenari.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75909 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18-300x300.jpg" alt="" width="408" height="408" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-18.jpg 1000w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" />Forse è proprio il contrario, invece: vorremmo non morire più, e in questo chiediamo aiuto proprio a quella scienza e tecnologia che </strong><strong>Houellebecq tanto disprezza</strong>. Allo stesso modo, dicendo che “la gente muore in solitudine nelle stanze di ospedale o delle case di riposo”, sembra dimenticare che in caso di malattia infettiva l’isolamento diventa necessario, per tutelare i sani, i vivi. <strong>Ancora una volta, sovrappone un presunto decadimento morale a un triste stato di necessità.</strong> Preso dal furore di dimostrare le sue teorie, chiama in causa situazioni come il <em>car-pooling</em> o la procreazione medicalmente assistita, che con il virus nulla hanno a che fare.</p>
<p><strong>In un caos a infinite variabili non lineari, Houellebecq è una linea retta.</strong> I fatti contingenti per lui non esistono, se non per venire sottomessi alle sue già note teorie sulla decadenza dei rapporti umani. <strong>A Houellebecq non interessa l’evento, che infatti definisce “non-evento”. È oltre la realtà. Houellebecq, come il Dio aristotelico, pensa sé stesso.</strong></p>
<p>È un bravo creatore di distopie della solitudine, basta leggere <em>La possibilità di un’isola</em>. <strong>Ma questa distopia è la nostra realtà, non la sua narrazione. E, mai come in questo caso, la tecnologia è venuta in supporto alle relazioni umane</strong>. Cosa sarebbe stata la quarantena senza tecnologia? Houellebecq critica il telelavoro, gli acquisti su Internet, i social media, ma proprio grazie a queste cose abbiamo potuto continuare a vedere i volti, <strong>sentire le voci dei nostri cari, dei nostri amici.</strong> Siamo riusciti, per quanto possibile, a portare avanti il lavoro, a dare una continuità allo studio. A intrattenerci, con libri e cinema, anche tra quattro mura. <strong>La tecnologia ha diminuito la solitudine di chi era troppo solo, riportato al sé interiore quelli che erano troppo insieme. </strong></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75910 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-12-193x300.jpg" alt="" width="266" height="413" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-12-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-12-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-12-768x1195.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-12.jpg 797w" sizes="(max-width: 266px) 100vw, 266px" />I social, il web, è pure innegabile che un po’ ci confondano. <strong>Stiamo sul picco dell’effetto </strong><strong>Dunning-Kruger, vagamente informati di tutto, davvero competenti quasi di nulla</strong>, e sempre più diffidenti verso un potere oscuro, difficile da identificare. Così vaghiamo nel caos, <strong>eternamente arrabbiati, come se la potenza dell’incazzatura fosse metro del nostro senso di giustizia</strong>: verso i politici, i virologi, i runner, gli altri in genere. Pretendiamo che la scienza sappia già quel che non ha potuto studiare. E che la politica decida, senza sapere. <strong>Strepitiamo di laboratori cinesi segreti, di pipistrelli mutati collusi con Bill Gates</strong>, dell’economia italiana che verrà messa in ginocchio da Trump o dalla Cina o dal MES o da tutte queste cose insieme. Del 5G che ci controlla e ci inocula il virus e forse ci inocula anche il vaccino con la complicità delle multinazionali farmaceutiche e, intanto, cerca di venderci mascherine griffate Apple, però ci tiene nascosto il plasma, che è gratis ma non lo è, e soprattutto, non ce lo tengono nascosto affatto, infatti ne parliamo tutti. <strong>Il virus, come una sorta di </strong><strong>Freddy Krueger, prende la forma della paura che in quel momento ci attanaglia di più</strong>: perdere la salute, o il lavoro, o la libertà, e chi vive una paura diversa, pur se altrettanto lecita, diventa il nemico, come se non fosse un’altra vittima come noi, <strong>in una quarantena che un giorno sembra protezione, il giorno dopo schiavitù</strong>.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Ma a Houellebecq il caos in cui versiamo non interessa, lui ha già la sua distopia personale, in cui la tecnologia è il male, mentre <strong>il caos, in fondo, fa parte della nostra voglia di capire, e quindi di vivere</strong>. O forse anche lui, come noi, proietta le sue paure, e allora ci sembra già più umano. <strong>Allora possiamo rassicurarlo, non ci faremo inglobare nei social con l’intera coscienza, abbandonando i nostri corpi al destino mortale.</strong> È già forte, e non ha mai smesso di esserlo, il richiamo del sole. Non ci chiuderemo nel sesso virtuale, <strong>gli amanti già si incontravano, di notte, violando la quarantena, forti dell’immunità dell’amore.</strong> Siamo, per fortuna, umani e sciocchi come prima. C’eravamo ripromessi di leggere Proust, e perlopiù non l’abbiamo fatto. Abbiamo urlato “moriremo di fame!” e siamo quasi tutti ingrassati. <strong>Ma sotto le mascherine, già torniamo a sorriderci, desiderosi di nuove prime volte.</strong> Siamo stati lontani per forza maggiore, ma l’istinto è riunirci, forse fin troppo, forse al punto di rimetterci in pericolo. <strong>Abbiamo riscoperto i veri valori del passato impastando farina e lievito in famiglia, poi i veri valori ci han rotto le palle,</strong> e appena possibile ci siamo messi in coda per un panino al McDrive, <strong>un panino che sa di libertà, di normalità, o forse solo di salsa al bacon. Il capitalismo, torneremo a criticarlo poi.</strong> Ora addentiamo la nostra speranza, con buona pace di Houellebecq, che non mancherà di continuare a ricordarci quanto la vita fa schifo, ché non rischiamo di dimenticarlo, magari ce lo segniamo, come diceva il grande Troisi, noi fragili forme di vita a base di carbonio e di illusioni, ma <strong>ancora capaci di produrre abbastanza <em>serotonina</em> da dimenticare per qualche minuto &#8211; il tempo di una schitarrata al balcone, del primo gelato dell’estate, di un abbraccio ritrovato &#8211; il pensiero della morte.</strong></p>
<p><strong>Viviana Viviani</strong></p>
<p><em>Editing di Luisa Baron</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/houellebecq-virus-viviani/">Sia chiaro, Houellebecq è un grande narratore, ma sul coronavirus ha detto un mucchio di banalità. A quanto è schifosa la vita penseremo più tardi, ora vogliamo solo vivere</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Michel Houellebecq è lo scrittore più grande, è come Saul Bellow, ma gli americani ancora lo ignorano</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 12:53:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fatta eccezione per Sottomissione, invocato per spiegare l’ondata di attacchi terroristici francesi, chi parla inglese non ha ancora abbracciato l’opera di Michel Houellebecq. Forse le cose cambieranno con Serotonina, il cui protagonista, disperato, cerca di tenere a bada il mondo moderno con le armi che ha a disposizione: sesso, droghe, rock-n-roll, certo, ma anche populismo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/houellebecq-come-saul-bellow-articolo/">Michel Houellebecq è lo scrittore più grande, è come Saul Bellow, ma gli americani ancora lo ignorano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Fatta eccezione per <em>Sottomissione</em>, invocato per spiegare l’ondata di attacchi terroristici francesi, chi parla inglese non ha ancora abbracciato l’opera di Michel Houellebecq.</strong> Forse le cose cambieranno con <em>Serotonina</em>, il cui protagonista, disperato, cerca di tenere a bada il mondo moderno con le armi che ha a disposizione: sesso, droghe, rock-n-roll, certo, ma anche populismo, rischiose nostalgie, religione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73659 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-200x300.jpg" alt="" width="280" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1024x1536.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1365x2048.jpg 1365w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1320x1980.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28.jpg 1400w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />Le cose comuni che fanno i grandi romanzieri, Houellebecq non le fa. I grandi romanzi, di solito, sviscerano relazioni, istituzioni, gli ideali su cui si fonda l’ordine sociale ‘borghese’: matrimoni, scuole, lavoro, compassione, patriottismo… Houellebecq pone i propri personaggi di fronte a sfide specifiche, vivide, contemporanee, spesso umilianti, spesso mediate dalla tecnologia: pornografia su Internet, ricerca genetica, terrorismo, dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le generazioni dei romanzieri americani, la sensibilità più prossima a quella di Houellebecq l’aveva Saul Bellow: appassionatamente impegnata, autoritaria nel giudizio; Bellow possedeva la grandezza del saggista e quella del romanziere. </strong>Se i suoi eroi hanno spesso opinioni folli, i suoi romanzi non paiono progetti folli. Houellebecq ha studiato presso un prestigioso istituto agrario, ha padronanza e curiosità nei fatti di scienza. Ne tratta nei suoi libri. La trama dei suoi libri è anche una parodia dei generi: giornalismo, scrittura scientifica, enciclopedismo, guida di viaggio, marketing, Storia. Nell’era della correttezza politica, Houellebecq ridona al romanzo la sua funzione didattica, feroce, tornando, in parte, all’aristocrazia formale e sensuale di Henry de Montherlant, alle analisi nel sottosuolo di Georges Simenon.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Houellebecq ha intuito, ben prima dei commentatori politici, l’ascesa del populismo, l’immigrazione che avrebbe fatalmente spinto gli europei verso un recupero virulento della propria identità… <em>Sottomissione</em> è il romanzo più sofisticato ed esplicitamente politico dei libri di Houellebecq.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Houellebecq i vari progetti di emancipazione dal liberalismo chiederebbero lo smantellamento di gerarchie, istituzioni, culture. Ha ragione. Ecco perché i suoi romanzi sono così intelligenti, vividi, veri.</strong> Il problema è che quelle stesse gerarchie, istituzioni e culture sono ciò di cui hanno sempre parlato i romanzi. Un romanziere che creda sinceramente nella distruzione non avrebbe più materia prima. I romanzi chiedono vita, ramificazioni, connessioni umane. La cultura si alimenta in un periodo di famiglie numerose e leali, di imprese commerciali interconnesse, di comunità ben radicate. Houellebecq ha affrontato la situazione con integrità artistica, senza considerare il fatto di come possa essere ‘romanzato’ questo nuovo sistema. Da qui il paradosso. <strong>Meglio di ogni altro autore, Houellebecq sa descrivere certe situazioni umane dell’era globale</strong> – ma non è ancora riuscito a catturare un vasto pubblico nel linguaggio globale. È il romanziere più importante d’Europa, ma sta scrivendo in un momento in cui i critici del Nuovo Mondo hanno deciso di fare a meno di quel tipo di saggezza tradizionalmente imposta dal romanzo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Christopher Caldwell</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*L’articolo di Christopher Caldwell è stato pubblicato su “Commentary” come <a href="https://www.commentarymagazine.com/articles/houellebecq-on-the-modern-age/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“A Bellow from France”</a>; qui se ne ricalca e traduce una parte</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/houellebecq-come-saul-bellow-articolo/">Michel Houellebecq è lo scrittore più grande, è come Saul Bellow, ma gli americani ancora lo ignorano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>#SPECIALE: Come gli scrittori vedono Michel Houellebecq. Il caso di Yasmina Reza. “La vita con gli occhi di un uomo oscuro e qualunque, risolutamente pessimista”</title>
		<link>https://www.pangea.news/yasmina-reza-michel-houellebecq-fais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Dec 2019 06:58:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/yasmina-reza-michel-houellebecq-fais/">#SPECIALE: Come gli scrittori vedono Michel Houellebecq. Il caso di Yasmina Reza. “La vita con gli occhi di un uomo oscuro e qualunque, risolutamente pessimista”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nell’immenso e profondissimo abisso di <strong><em><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/cahier/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cahier</a> </em></strong>(La Nave di Teseo, 2019), l’ultimo libro uscito <strong><em>su </em>Houellebecq</strong> – in verità, uno dei pochissimi disponibili in lingua italiana –, davvero non mancano le sorprese per gli appassionati. In mezzo alla ricostruzione della vita privata e artistica, <strong>spiccano i contributi di alcuni suoi colleghi</strong> che ci aiutano a rispondere alla domanda: <strong>“Come vedono Michel Houellebecq gli altri scrittori?”</strong>. Naturalmente, <strong>parliamo di altri grandi. Se si trattasse di italiani – i soliti asserviti al pensiero unico –, potete stare certi che le opinioni corrisponderebbero a un coro disarticolato di schiamazzi e invettive.</strong> È memorabile in tal senso la recensione di Baricco, a pochi giorni dall’uscita di <em>Sottomissione</em>, che bocciò il testo senza appello. Ma Baricco è Baricco, e di lui non ce ne frega onestamente un cazzo. Molto più interessante è conoscere l’opinione di <strong>Yasmina Reza</strong> – una sorta di <strong>versione femminile di Houellebecq</strong>, ma prevalentemente orientata verso la scrittura teatrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72039 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-233x300.jpg" alt="" width="290" height="373" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-233x300.jpg 233w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-797x1024.jpg 797w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-768x987.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-1195x1536.jpg 1195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-1593x2048.jpg 1593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48-1320x1697.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/foto-1-48.jpg 1654w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" />La Reza è una <strong>drammaturga </strong>– in primis – e romanziera francese. È nota al grande pubblico soprattutto per una sua opera, <strong><em>Il dio del massacro</em></strong>, che <strong>ha ispirato il grande Roman Polanski</strong> in <em>Carnage</em>. Ciò che colpisce di lei è <strong>l’affinità </strong>con il narratore di <em>Le particelle elementari</em>. Entrambi focalizzano la loro attenzione sul <strong>mondo borghese in decadenza, funestato da nevrosi, votato all’apparenza, sempre sull’orlo del collasso o della crisi di nervi</strong>. Come riconosce la stessa: “è vero che ci sono senza dubbio echi e similitudini tra di noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>vicinanza e ammirazione</strong> per Houellebecq emerge molto chiaramente in <strong>un’intervista rilasciata ad Agathe Novak-Lechevalier</strong> e incentrata proprio sul suo collega francese. La scrittrice inizia raccontando <strong>come è entrata in contatto con la sua opera </strong>allorché, da autrice già conclamata, si ritrovò a far parte della <strong>giuria </strong>del <strong>Premio France Télévision</strong>. Dei trenta libri preselezionati non gliene piacque quasi nessuno. Uno dei pochi a convincerla fu <strong><em>Estensione del dominio della lotta</em></strong>, il primo romanzo di Houellebecq. Anzi, in verità fu amore a prima vista: “Ho letto una pagina e alla fine mi sono detta: <strong>o è nullo e casca presto, o resta così ed è eccezionale</strong>”. Naturalmente si rese conto immediatamente che l’eccezionalità c’era e non scemava. Da quel momento, cominciò a leggere tutto ciò che riusciva a reperire dell’ancora poco noto scrittore. Allora il francese aveva già pubblicato alcuni volumi di poesia, un testo su Lovecraft e <strong><em>Restare vivi</em></strong>, un prontuario di sopravvivenza per giovani poeti. Ed è proprio in quest’ultimo che <strong>trova la motivazione della grandezza di Houellebecq</strong>, a suo avviso: “<strong>Una visione onesta e ingenua del mondo è già un capolavoro. Rispetto a questa esigenza, l’originalità conta poco.</strong> Non preoccupatevene. A ogni modo, <strong>un’originalità si sprigionerà per forza dalla somma dei vostri difetti</strong>. Per quanto vi riguarda, <strong>dite semplicemente la verità, né più né meno</strong>”. Purtroppo, gli altri giurati non furono del suo stesso avviso e non diedero la vittoria a Houellebecq, limitandosi a farlo arrivare in finale. “Tutti riconoscevano la forza del libro”, però <strong>“tendevano a dire che non era uno scrittore, più precisamente pensavano che sarebbe stato l’uomo di un solo libro [&#8230;] Si considerava che <em>Estensione </em>fosse un’autobiografia, la confessione folgorante di un depresso”</strong>. Giustamente lei è rimasta con <strong>“la sensazione di un malinteso sull’avvenire”</strong>. A chi legge, invece, è probabile che venga qualche dubbio sulla qualità delle giurie letterarie .</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente la Reza è a un altro livello. Non le sfugge quel <strong>“suono molto personale su una materia banale [&#8230;] la modernità del punto di vista”</strong>, “l’audacia” che sta nell’<strong>“invito a osservare la vita con gli occhi, non di un antieroe</strong> – ce ne sono molti – <strong>ma di un uomo oscuro e qualunque</strong>, né bello né brutto [&#8230;] risolutamente pessimista”. La colpisce anche la figura di Tisserand, altra presenza importante del romanzo, probabilmente il primo <em>incel </em>della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulteriore aspetto che le salta all’occhio è la <strong>vocazione sociologica del testo houellebecquiano che “sfugge dalla materia viva per trasformarla in trattato”</strong> – in ciò lei è decisamente distante dall’autore. In sintesi, “in <em>Estensione </em>si sente solo <strong>un’immensa libertà</strong>, come se non avesse avuto niente da perdere, <strong>come se non avesse nutrito alcuna speranza particolare sull’avvenire del suo libro</strong>”. Insomma, poco ma sicuro, Houellebecq non ha scritto, come la maggior parte dei nostri autori, per lusingare la platea e spiattellare puttanate politicamente corrette, seguendo la volontà del mercato – per fortuna, nel suo caso ha funzionato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non le importa nemmeno che le posizioni di questo siano assimilabili a quelle più reazionarie</strong> (“E perché no? Ma la cosa non ha poi tanto interesse: <strong>c’è ben altro</strong>”). A suo avviso un autore non deve per forza razionalizzare, diversamente dall’intellettuale, e può permettersi di <strong>maneggiare “costantemente istanze oscure”</strong>. In due parole, può esimersi dall’esprimere buoni sentimenti chiunque scriva utilizzando la forma romanzo – potrà sembrare una banalità dirlo, ma di questi tempi certe banalità hanno una portata rivoluzionaria. Anche perché <strong>se è pur vero che, a causa della sua “stanchezza della libertà”, Houellebecq risulta un uomo “antiliberale”, è altresì vero che questa è “la carne della sua opera, è il suo sangue” e ciò “non ha niente di ideologico”</strong>. In sostanza, non lo fa per darsi un tono, o per svolgere il ruolo di intellettuale organico del Front National: lui la pensa realmente così e non potrebbe scrivere altrimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dulcis in fundo, la grande drammaturga francese <strong>sghignazza amabilmente alla domanda se si sia sentita turbata dalle parole che Houellebecq spende sulle donne</strong>: “Mi ricordo delle sue descrizioni della donna che invecchia e la cui vagina pende come l’escrescenza sotto il becco di una gallina; <strong>ho riso, pensando ‘Bastardo!’ Ma è la sua libertà di scrittore: non deve trattare con i guanti</strong>”. Ecco, la Reza è la classica donna a cui non bisogna dire “e fattela una risata”. Ci riesce da sola. Il fatto è che lei è una vera scrittrice e una donna intelligente. Quelle che criticano l’autore di <em><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/serotonina/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Serotonina</a> </em>sono semplicemente delle femministe. Non si può pretendere tanto da loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/yasmina-reza-michel-houellebecq-fais/">#SPECIALE: Come gli scrittori vedono Michel Houellebecq. Il caso di Yasmina Reza. “La vita con gli occhi di un uomo oscuro e qualunque, risolutamente pessimista”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Tanti auguri a Remy de Gourmont, il “principe degli scettici” che ha ispirato tutti, da Blaise Cendrars a Ezra Pound a Michel Houellebecq (che ha curato le sue poesie)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 09:02:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nato il 4 aprile del 1858 in Normandia, Remy de Gourmont giunse poco più che ventenne a Parigi, dove trovò impiego come funzionario presso la Bibliothèque Nationale, lavoro perso nel suo infausto trentatreesimo anno di vita, nel quale fu vittima non solo di una campagna denigratoria dovuta a una chiara presa di parte antinazionalista ma [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nato il 4 aprile del 1858 in Normandia, Remy de Gourmont giunse poco più che ventenne a Parigi, dove trovò impiego come funzionario presso la Bibliothèque Nationale</strong>, lavoro perso nel suo infausto trentatreesimo anno di vita, nel quale fu vittima non solo di una campagna denigratoria dovuta a una chiara presa di parte antinazionalista ma anche di un <em>lupus </em>tubercolotico – Apollinaire gli affibbierà per questo e per i suoi interessi in ambito esoterico il soprannome Herpes Trismegisto – <strong>che lo sfigurò, spingendolo a isolarsi nel suo appartamento, piuttosto tetro stando alla testimonianza di Cendrars, il quale lo elesse, e non sarà il solo, a suo maestro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1886 Gourmont aveva pubblicato il suo primo romanzo, scoperto il verso libero, <strong>e incontrato una donna, Berthe du Courrière, adepta di sedute spiritiche nonché modella per quello che il fustigatore cattolico Léon Bloy ha causticamente ma con cognizione di causa definito “il busto di gesso di una zoccola col berretto frigio”,</strong> e vale a dire massonico, ovvero la Marianna simbolo della Repubblica francese, Courrière che sarà la musa delle filosofiche <em>Lettres à Sixtine</em>, composte l’anno seguente e pubblicate postume, ma soprattutto colei che ispirerà a Joris-Karl Huysmans <em>Laggiù</em> (o <em>L’abisso</em>), il celebre studio romanzesco del <em>milieu</em> satanista di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Del periodo sono anche le frequentazioni letterarie di Gourmont con l’autore di <em>Controcorrente </em>(o <em>A ritroso</em>), Mallarmé e Villiers de L’Îsle-Adam, oltre alla fondazione di due riviste, <em>L’Imagier</em>, assieme ad Alfred Jarry, e il <em>Mercure de France</em>, da cui l’omonima casa editrice</strong>, e non solo ma anche e soprattutto per via del suo grave problema fisico vivrà soltanto per la letteratura – in <em>Arcano 17 </em>di André Breton si può trovare la davvero poco gradevole definizione di “topo mangiatore di libri” – finendo con l’aver su di essa una fondamentale influenza, testimoniata non solo dagli stessi Apollinaire e Cendrars, ma anche da T. S. Eliot e Richard Aldington, il teorico del gruppo imagista, da Ezra Pound e Aldous Huxley, e, filtrata dai due grandi bardi anglofoni ogni posa decadenista (nei volti come fiori di <em>In una stazione della metro </em>di Pound: “L’apparizione di questi volti nella folla; / Petali su un umido, nero ramo”; e poi nella visione delle viole de <em>La terra desolata </em>di Eliot: “Aprile è il mese più crudele, nel generare / Viole dalla terra morta […] ”), dal gioco poetico del correlativo oggettivo degli <em>Ossi di seppia </em>di Eugenio Montale, e infine da due tra nomi più noti della letteratura e della filosofia francesi di oggi, Michel Houellebecq e Michel Onfray.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66519 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/lume-spento-de-gourmount-litanie-fiori-200x300.jpg" alt="" width="136" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/lume-spento-de-gourmount-litanie-fiori-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/lume-spento-de-gourmount-litanie-fiori.jpg 500w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />L’autore de <em>Le particelle elementari</em> nel 1991 ha infatti curato la più recente selezione francese di versi del poeta normanno, <em>L’Odeur des jacynthes</em>, mentre il suo conterraneo Onfray nel 1988 gli ha dedicato il suo primissimo articolo, riscoperto e tradotto alla fine del volume antologico edito da Mimesis nel 2018, <a href="http://mimesisedizioni.it/litanie-dei-fiori.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Litanie dei fiori</em></a>,</strong> titolo analogo a quello di una delle due sole raccolte di versi proposte dai sempre un po&#8217; distratti editori italiani, <em>Il libro delle Litanie</em>, Modernissima nel 1923, e <em>Litanie dei fiori</em>, Maestri nel 1983, ad affiancare le poche opere presenti nei cataloghi, tra le quali i romanzi <em>Sixtine</em> e <em>Una notte al Lussemburgo</em>, e le<em> Lettere di un satiro</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più nota e diffusa è la <em>Fisica dell’amore – Saggio sull’istinto sessuale</em>, opera tradotta in inglese dallo stesso Pound</strong>, autore tra l’altro di un necrologio del suo maestro, con cui intrattiene delle relazioni poetiche minuziosamente analizzate dallo studioso e traduttore Richard Sieburth, e che, almeno stando a quanto riporta il non sempre attendibile Cendrars in uno dei suoi romanzi mitobiografici, sarebbe stata bruciata in un cortile universitario inglese nel 1910.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mai tradotti, dunque, i testi filologici e critici, né i due volumi di ritratti letterari intitolati <em>Livres des masques</em>, né le <em>Lettres à Sixtine</em>, né le <em>Lettres intimes à l’Amazone</em>,</strong> queste ultime del 1910, anno in cui nella vita del poeta fece capolino una giovane e ricca donna lesbica originaria degli Stati Uniti, Natalie Barney, promotrice di un salotto molto probabilmente più epicureo che letterario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed “epicureo tranquillo, filosofo danzante, principe degli scettici e coscienza critica di una generazione, poeta sottile e sensibile”, lo descriverà Bloy nel breve saggio <em>La langue de Dieu</em>, edito nel volume <em>Belluaires et Porchers</em>, e infatti Gourmont fu autore dal dichiarato agnosticismo assolutamente anticlericale,</strong> d’ispirazione dominata da due istanze, e vale a dire l’evidente fascinazione per la bellezza della liturgia, della fede sincera del popolo rurale e della dossologia su cui si fonda, e trionfa, la cristianità romana cui dedicò uno studio, <em>Il latino mistico</em>, e che tuttavia, per dirla con Alberto Arbasino, “profana con i riti e i paramenti del Divin Marchese”, de Sade, in nome di uno scetticismo, di una costante analisi dei valori e di una certa diffidenza satirica nei confronti dei sentimentalismi e dei sistemi morali, che, come ha messo bene in evidenza Onfray, sulla scorta di Schopenhauer e Nietzsche, a suo avviso altro non sarebbero che le <em>maschere</em> di bisogni bassamente fisiologici, della tirannia degli istinti biologici che muovono gli uomini tra l’ordine e il caos: “Il principale di questi il secondo, la femmina / È un elemento, la femmina / È un caos / Una piovra / Un processo biologico”, come ha scritto lo stesso Pound nello splendido Canto XXIX.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66520 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/houellebecq-203x300.jpg" alt="" width="141" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/houellebecq-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/houellebecq.jpg 339w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" />La distanza tra i florilegi del male delle litanie di Gourmont e il latino mistico è analoga a quella, sottolineata da Cendrars nei suoi romanzi autobiografici, tra le muse ispiratrici del poeta e le Laure e le Beatrici dei grandi del tardo Medioevo</strong>, visto che con le signore de Courrière e le signorine Barney si esplora ormai “l’altro capo della scala letteraria”, delle disgrazie, più che grazie, della femminilità, sebbene col provenzalista Pound i comuni debiti nei confronti dei trovatori e quindi degli idealismi stilnovisti, in Gourmont evidentemente del tutto rovescia ti di senso, siano, assieme a una precisa convergenza sul piano della filosofia, del tutto lampanti.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito biologico, naturalistico, e più precisamente nel regno vegetale, è il fiore l’oggetto che da sempre rappresenta la donna, dalla poesia d’ascendenza platonica, idealista, metafisica dello stilnovo alla modernità imagista più greve, di Gourmont come di D. H. Lawrence, l’una enigmatica e decadente, l’altra esplicita e priva d’indulgenze, per esempio quando nei versi di <em>Frost Flowers</em>, criticandone l’indole algida, cerebrale e moderna, anticipando certe immagini houellebecquiane ispirate al poeta di <em>Sixtine</em>, scrive che troppe giovani donne: “Sono l’esito dell’aspro inverno, queste primizie […] // Sono i fiori della mortificazione vivida di ghiaccio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se il Novecento poetico è e sarà poundiano (ma dovrebbe essere pure un po’ più lawrenciano), così come l’Ottocento fu chiaramente baudelairiano (ma fu necessariamente anche molto rimbaudiano), il <em>trait d&#8217;union </em>tra i due secoli della modernità ha quindi un nome piuttosto certo</strong>, meno noto e forse non altrettanto importante in senso assoluto, ma tale in senso relativo, di “connessione”. D’altra parte basta seguire le tracce. Che portano a Remy de Gourmont&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><strong>“Epigrammi”. Due epigrammi</strong></p>
<p>(pubblicati sulla rivista americana <em>Poetry</em> nel gennaio del 1915)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Non amo più</em></p>
<p>I fiori non li amo più, han giorni brevi e contati.<br />
Appena il loro cuore si è dischiuso e ci ha invitati<br />
A struggersi,<br />
Inevitabile rito, li si percepisce rassegnati,<br />
A richiudersi.</p>
<p>Le donne non le amo più, il loro sorriso è troppo malato.<br />
Non appena i nostri cuori per voi han palpitato,<br />
Vane bellezze,<br />
Le vostre labbra si scostano, e le mani son fiore spinato<br />
Alle nostre tenerezze.</p>
<p><em>*</em></p>
<p><em>La vasca</em></p>
<p>Di foglie morte la vasca a poco a poco si è colmata.<br />
Non cercatevi acqua pura. Quella dalle piogge portata<br />
Dagli uccelli è stata bevuta, stilla a stilla.<br />
Non vi resta che la morte. Una tomba spoglia.</p>
<p>Ma non guardate sul fondo, tra il fogliame.<br />
Sogni, tenerezze, turbamenti, brame:<br />
Qualcosa in questa bara ancor si muove,<br />
Un non so che d’assurdo che morir non vuole.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda”: Amélie Nothomb, scrittrice sfuggente e implacabile, pubblica un nuovo libro e ne parla con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-mi-pongo-mai-la-domanda-sulla-sopravvivenza-della-mia-opera-non-mi-riguarda-amelie-nothomb-scrittrice-sfuggente-e-implacabile-pubblica-un-nuovo-libro-e-ne-parla-con-matteo-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 07:35:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il personaggio è quantomeno sfuggente. Forse non le interessa spiegarsi e ritiene che i suoi libri debbano farlo in sua vece. Certo una inconsueta forma di genialità non le manca. Probabilmente aveva ragione Oscar Wilde, in Il ritratto di Dorian Gray, parlando di Basil, il pittore: “mette tutto ciò che di affascinante vi è in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <strong>personaggio </strong>è quantomeno <strong>sfuggente</strong>. Forse non le interessa spiegarsi e ritiene che i suoi libri debbano farlo in sua vece. Certo una inconsueta forma di genialità non le manca. Probabilmente aveva ragione Oscar Wilde, in <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>, parlando di Basil, il pittore: “mette tutto ciò che di affascinante vi è in lui all’interno del suo lavoro. La conseguenza è che non gli resta niente da manifestare nella vita, se non i suoi pregiudizi, alcuni principi, e tutto il suo buon senso comune. <strong>I soli artisti che risultino gradevoli di persona sono i pessimi artisti.</strong> I grandi sono ciò che fanno e, di conseguenza, sono poco interessanti come esseri umani”. Sarebbe del resto difficile che a una scrittrice che è solita produrre tre testi all’anno rimanesse qualcos’altro da dire, oltre quello che già scrive.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che la lettura di <strong><em>I nomi epiceni</em></strong>, di <strong>Amélie Nothomb</strong>, uscito di recente per <strong>Voland</strong>, ha molteplici aspetti per cui risulta interessante. La prosa è veloce, ma riesce comunque a veicolare una sensibilità non certo superficiale. <strong>La narrazione è attraversata da una tensione costante, colpi di scena fulminanti, agnizioni inaspettate.</strong> Ma questo lo sa chiunque abbia già letto un’opera della scrittrice in questione. Così come sarà al corrente che non si può svelare niente della trama, che va invece scoperta pagina dopo pagina. Basti sapere che è <strong>una storia di rancore e vendetta, di persone apparentemente normali ma capaci di azioni del tutto fuori dall’ordinario</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">È per questa serie di motivi che siamo andati a sentire Amélie Nothomb, durante le sue recenti tappe italiane per la promozione del testo. Lei ha risposto alle nostre domande, ma l’ha fatto nel suo solito modo che, per usare un eufemismo, definiremo stringato. Al lettore la valutazione delle sue parole. Noi, per quel che vale, ci abbiamo provato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66024 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-209x300.jpg" alt="" width="164" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-25.jpg 1000w" sizes="(max-width: 164px) 100vw, 164px" />Madame Nothomb, lei ha dichiarato di scrivere ben tre romanzi all’anno e iniziare immediatamente a lavorare sul successivo, nel momento in cui ne ha terminato uno. Perdoni la curiosità ma, da scrittore a scrittore, credo che l’impegno più gravoso sia l’editing, o <em>labor limae</em>, sul testo. Insomma un romanzo, se breve, può anche essere scritto in una settimana, ma ci vogliono mesi per perfezionare la prima stesura. Lei come svolge questo processo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’unica cosa difficile è impedire all’editore di modificare il testo. Io mantengo sempre la prima versione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho da sempre l’impressione che i testi di maggior impatto siano quelli in cui l’autore, facendo leva sull’immaginazione, ricostruisce storie che, se proprio non gli sono capitate, avrebbero potuto comunque aver corso nell’ambiente in cui è vissuto. Non penso quindi che Raymond Carver abbia sperimentato in prima persona tutto ciò che racconta, ma sicuramente è ben probabile che situazioni affini siano accadute alla gente intorno a lui. Non sarebbe strano, per esempio, che abbia visto un disperato alcolizzato vendersi i mobili nello yard di fronte a casa. Similmente, se certo non arrivo a pensare che Stephen King abbia avuto incontri ravvicinati con un clown che esce dalle fogne per uccidere i bambini, posso immaginare che la sua attenzione per l’infanzia derivi dall’averne avuto a sua volta una particolarmente vivida e piena di incontri segnanti. E lei, Madame? Quanto c’è di ciò che ha vissuto in prima persona nei suoi libri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho immaginato tutto e dunque tutto è vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il traduttore di Andre Dubus, a mio avviso uno dei più grandi scrittori di short stories americani, mi ha detto in una recente intervista che questo autore racconta storie popolari, ovvero storie che potrebbero capitare alle persone comuni, contrariamente a molti scrittori che ricercano situazioni e personaggi straordinari nella speranza di poter così imbastire intorno a questi una storia maggiormente interessante. Lei si sente un’autrice di storie popolari, o extraordinarie? <em>I nomi epiceni</em>, per esempio, a me pare una storia possibile, che potrebbe capitare a chiunque. Lei non trova?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono storie popolari che potrebbero accadere a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una scrittrice che conosco mi diceva che, a suo avviso, l’autore non dovrebbe mai apparire, per mandare in avanscoperta l’opera, pena influenzare la ricezione di questa da parte del pubblico con la sua <em>presenza scenica</em>. Lei per esempio gode di una notevole visibilità, tra riviste e apparizioni televisive. Perdoni l’ardire, ma non pensa mai che il lettore potrebbe acquistare un suo testo perché vede una donna dall’aspetto eccentrico e con il cilindro sul capo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Importa poco la ragione per cui il lettore compra il libro, quello che conta è che lo legga. E i miei lettori leggono i miei libri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha pubblicato tanti romanzi. È forse una delle autrici più prolifiche. Ma si chiede mai se la sua opera sopravviverà, se segnerà la letteratura europea come per esempio quella di Balzac?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michel Houellebecq, nel suo mirabile saggio <em>H.P.Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita</em>, sostiene che “l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi che ne abbia un po’ le palle piene”. Al di là del linguaggio politicamente scorretto, l’autore di <em>Serotonina </em>asserisce a mio avviso una grande verità, ovvero che l’arte esiste perché la vita nella sua intima essenza è insufficiente, mancante. Qualcosa di non molto dissimile scriveva il nostro grande poeta Leopardi, avanzando l’idea che solo nella trasposizione artistica il nulla dell’esistenza trovi il modo di rendersi sopportabile, appunto perché trasfigurato. Lei, Madame, scrive per manifestare la gioia di esistere o per rendersi sopportabile l’esistenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un’altra cosa ancora. Scrivo affinché finalmente la realtà esista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Traduzione dal e verso il francese a cura della Prof.ssa Gabriella Creti</em></p>
<p style="text-align: justify;">****</p>
<p style="text-align: justify;">Le personnage est du moins insaisissable. Il est probable qu’elle ne veuille pas s’expliquer ou qu’elle pense que ses livres le feront à sa place. Il est sûr qu’une certaine forme de génie inhabituel la caractérise.</p>
<p style="text-align: justify;">Oscar Wilde avait probablement raison dans le <em>Portrait de Dorian Gray</em> à propos du peintre Basil: «il met tout ce qu’il y a de charmant en lui, dans ses œuvres. La conséquence en est qu’il ne garde pour sa vie que ses préjugés, ses principes et son sens commun. Les seuls artistes que j’aie connus et qui étaient personnellement délicieux étaient de mauvais artistes. Les vrais artistes n’existent que dans ce qu’ils font et ne présentent par suite aucun intérêt en eux-mêmes».</p>
<p style="text-align: justify;">Il serait, d’ailleurs, difficile pour un écrivain qui publie trois textes par an de pouvoir dire autre chose que ce qu’il écrit déjà. La lecture de <em>Les prénoms épicènes</em> d’Amélie Nothomb, édité par Voland, résulte par ailleurs intéressante sous maints aspects. La prose est rapide et certainement pas superficielle. La narration est en constante tension, riche en rebondissements et reconnaissances inattendues. Et tout lecteur de l’écrivain le sait bien et sait également que rien ne peut être révélé de l’histoire et qu’il faut la découvrir page après page. Une histoire de rancune et de vengeance, avec des personnages à l’apparence normale mais capables d’actions tout à fait extraordinaires.</p>
<p style="text-align: justify;">C’est pourquoi nous avons interviewé Amélie Nothomb durant ses récentes étapes en Italie pour la promotion de son livre. Elle nous a répondu comme elle le fait habituellement, pour ainsi dire de manière concise. Nous laisserons les lecteurs en juger. En ce qui nous concerne, nous avons essayé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Madame Nothomb, vous avez déclaré écrire trois romans par an et commencer à écrire un nouveau immédiatement après avoir terminé le précédent. Pardonnez ma curiosité d’écrivain, mais je crois que le travail plus pénible est celui de l’ editing ou du peaufinage d’un texte. Même si un roman est bref et qu’ il est écrit en une semaine, il peut demander des mois de perfectionnement du premier jet. Quel processus suivez-vous?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La seule chose difficile est de résister aux tentatives de l’éditeur de modifier le texte. Je conserve toujours le premier jet.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>J’ai toujours eu l’impression que les textes les plus marquants sont ceux dont l’auteur, faisant preuve d’imagination, reconstruit des histoires qu’il n’a point vécu mais qui auraient pu toutefois se dérouler dans son milieu. Je ne pense pas, donc, que Raymond Carver ait pu vivre tout ce qu’il décrit, mais il est fort probable que des situations similaires se soient produites autour de lui. Il serait possible, par exemple, qu’il ait vu un alcoolique désespéré vendre ses meubles dans un yard en face de chez lui. Et l’on peut également supposer que l’attention de Stephen King pour l’enfance, en décrivant un clown qui sort des égouts pour tuer des enfants, soit le fruit de son enfance particulièrement riche de rencontres marquantes. Et vous, Madame, quel est la part du vécu dans vos romans?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">J’ai tout imaginé et donc tout est du vécu.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le traducteur d’Andre Dubus, l’un des plus grands écrivains américains de nouvelles, m’a dit dans une interview récente que cet auteur raconte des histoires communes, autrement dit des histoires qui pourraient arriver à des personnes ordinaires, contrairement à nombreux écrivains qui recherchent des situations et des personnages extraordinaires dans l’espoir de pouvoir créer autour d’eux une histoire plus intéressante. Vous définissez-vous comme un auteur d’histoires communes? Ou extraordinaires? <em>Les prénoms épicènes</em>, par exemple, me semble être une histoire qui pourrait arriver à quiconque. Ne pensez-vous pas?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ce sont des histoires communes qui pourraient en effet arriver à quiconque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Une écrivaine que je connais me disait qu’un auteur ne devrait jamais apparaître pour promouvoir son œuvre, au risque d’influencer son public par sa seule présence scénique. Vous, par exemple, vous jouissez d’une visibilité importante, considérant vos apparitions à la télévision et articles dans les magazines. Excusez mon audace, mais ne pensez-vous pas que le lecteur pourrait acheter un de vos livres seulement parce-qu’il a vu une femme à l’apparence excentrique et avec un cylindre sur sa tête?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Peu importe la raison pour laquelle il achète le livre. Ce qui compte, c’est qu’il le lise. Et mes lecteurs lisent mes livres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vous avez publié beaucoup de romans. Vous êtes, apparemment, parmi les auteurs les plus productifs. Ne vous demandez-vous jamais si votre œuvre vous survivra, si elle marquera la littérature européenne comme celle de Balzac?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Je ne me pose jamais la question de la survie de mon œuvre. Cela ne me regarde pas.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michel Houellebecq, dans son essai <em>H. P. Lovecraft &#8211; Contre le monde, contre la vie</em>, affirme que «l’univers artistique est plus ou moins réservé à ceux qui en ont un peu marre». A mon avis, l’auteur de <em>Sérotonine </em>dit une grande vérité, c’est à dire que l’art existe tant que la vie, dans son essence la plus intime, est insuffisante, manquante. Leopardi, grand écrivain italien, soutenait également que seulement la transposition artistique peut rendre supportable la vacuité de l’existence. Et vous? Ecrivez-vous pour manifester la joie d’exister ou pour vous rendre l’existence plus supportable?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’est encore autre chose. J’écris pour que le réel existe enfin.</p>
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