<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Messico Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/messico/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/messico/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Mar 2024 21:22:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Elena Garro, la scrittrice prodigiosa che ha lottato contro tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/elena-garro-ritratto-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 05:20:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Garro]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Octavio Paz]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=98987</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per capire il personaggio. Quando la censirono tra i grandi protagonisti del realismo magico, Elena Garro si incattivì. Riteneva che quella fosse un’etichetta impropria, creata ad arte per ragioni di mero mercato. Secondo alcuni, la sua opera è più importante – decisiva, dicono – di quella di Gabriel García Márquez: una fotografia li ritrae mentre [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elena-garro-ritratto-racconto/">Elena Garro, la scrittrice prodigiosa che ha lottato contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per capire il personaggio. Quando la censirono tra i grandi protagonisti del <em>realismo magico</em>, <strong>Elena Garro </strong>si incattivì. Riteneva che quella fosse un’etichetta impropria, creata ad arte per ragioni di mero mercato. Secondo alcuni, la sua opera è più importante – <em>decisiva</em>, dicono – di quella di Gabriel García Márquez: una fotografia li ritrae mentre ballano insieme; la pensavano all’opposto quasi su tutto.</p>



<p>Nata a Puebla nel dicembre del 1916, studi a Città del Messico, di immediata bellezza, Elena Delfina Garro Navarro – così il nome per intero – <strong>si unì, dal 1937, a Octavio Paz, poeta</strong>, futuro Nobel per la letteratura, tra i più vigorosi intellettuali dell’epoca. Lui la portò con sé in Spagna, al Secondo congresso internazionale degli scrittori <em>para la defensa de la cultura</em>. Il congresso – replica di quello parigino del 1935, a matrice comunista – si teneva a Barcellona, Valencia, Madrid. Vi parteciparono, tra gli altri, menù alla mano, l’onnipresente André Malraux, Tristan Tzara, W.H. Auden, Pablo Neruda, Antonio Machado, José Bergamin, Rafael Alberti, Heinrich Mann. Per l’Italia, bastava Ambrogio Donini, storico, futuro senatore del PCI. Da quei giorni, molti anni dopo, Elena Garro trasse un libro corrosivo &amp; suggestivo, tenero &amp; violento, <em>Memorias de España 1937. </em>Non lesinò in pettegolezzi – l’invidia con cui Neruda omaggiava Huidobro e Vallejo, ad esempio – e in stoccate (“Era difficile immergersi d’improvviso nell’enigmatico linguaggio marxista; si direbbe che parlassero in un idioma cifrato”). Come sempre, difese un’unica parte, la propria:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Senza sapere come né perché, capitai al Congresso degli Intellettuali Antifascisti, benché fossi <em>anti</em> nulla, men che meno una intellettuale, ma soltanto una studentessa universitaria e una coreografa”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In Italia, il libro di memorie della Garro è stato tradotto da Jouvence nel 2020, pare “attualmente non disponibile”. Nel 2010, invece, Aracne ha pubblicato come <em>I ricordi dell’avvenire</em> il primo romanzo della Garro, uscito in origine nel 1963, uno dei suoi libri importanti – è previsto di prossima ri-uscita per Sur. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/foto-15-729x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98988" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/foto-15-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/foto-15-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/foto-15-600x842.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/foto-15.jpg 750w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /><figcaption class="wp-element-caption">Elena Garro durante gli anni universitari</figcaption></figure>



<p>Eppure, nel suo mondo, la Garro è nota soprattutto per i racconti, capaci di imprimere un mutamento di rotta nella letteratura sudamericana. <strong>Giocava con gli enigmi e le allucinazioni, la Garro, con l’assurdo che ti divora dietro l’angolo, mostrò l’inconsistente tessuto che separa l’inganno dal vero, l’illusione dalla realtà</strong>, di per sé elusiva, complice in codici notturni, inspiegabili. In particolare – dicono i critici messicani – raccolte come <em>La semana de colores </em>(1964), <em>Andamos huyendo, Lola</em> (1980) costituiscono pietre miliari nella letteratura di laggiù, come i libri, distillati di spettri, di Juan Rulfo. Eppure, in Italia tali libri sono introvabili, intradotti. Non è difficile capirne la ragione: <strong>Elena Garro, <em>pasionaria</em>, donna di mondo, giornalista di primo piano, ha rifiutato di farsi imprigionare in un ruolo, qualsiasi esso sia.</strong> Antifemminista (“Il giorno in cui maneggeremo idee nostre, allora sarò femminista; finché ci occupiamo di intelletti maschili rifiuto di esserlo”), ha lottato, da sola, perché le donne avessero un ruolo di rilievo in un ambito prettamente ‘virile’: la letteratura. Il suo primo articolo è dedicato a Frida Kahlo, in diversi la ritengono – per esuberanza d’intelletto e lotte dalla parte perduta – una sorta di Juana Inés de la Cruz moderna. Vestiva in modo impeccabile, le piaceva intimidire; odiava</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la piccola borghesia, quella rappresentata dai Marx e dai Lenin, priva di grandezza economica e di potere divino, basata sulla politica e sugli intellettuali. La grande rivoluzione comunista, in fondo, non è che l’assalto al palazzo della classe più avida: la piccola borghesia”.&nbsp; &nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Si sentiva, a prescindere, dalla parte dei contadini e dei sacerdoti: “Sono una agraria, perché sono cattolica. Devota all’Arcangelo Michele e alla Vergine di Guadalupe, patrona degli indios”.</p>



<p>Nessuno le perdonò il divorzio da Octavio Paz, nel 1959, e i suoi attacchi, viscerali, contro l’intellighenzia messicana di sinistra (in parte rappresentata proprio dall’ex marito). Vicina a Carlos Madrazo, presidente del Partido Revolucionario Institucional, di centrodestra, accusò gli intellettuali di essere i responsabili dell’avventato movimentismo studentesco, sfociato nel drammatico “massacro di Tlatelolco”, il 2 ottobre del 1968, narrato in diretta da Oriana Fallaci. È la lunga coda di una polemica incessante (che ci riguarda da vicino):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli intellettuali messicani, abituati a pensare poco per ottenere ottimi vantaggi si sono astenuti da tempo dall’esercizio del pensiero: all’incertezza della disoccupazione hanno preferito il portafogli ministeriale”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nell’agosto del 1968 aveva guidato una manifestazione davanti all’ambasciata sovietica per protestare contro l’invasione della Cecoslovacchia. Dopo i fatti di Tlatelolco, tutta la sinistra messicana le dà addosso: Elena Garro riceve minacce, le viene squadernata la casa. La scrittrice risponde da par suo: “Io sono Elena Garro: insisto perché mi arrestiate e se sono colpevole che mi fuciliate”.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="98044 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>In ogni caso, è l’inizio della fine. Elena Garro sceglie la via dura dell’esilio autoimposto, prima negli Stati Uniti poi in Spagna, infine in Francia. Porta con sé la figlia avuta da Paz, Laura Helena, nata lo stesso giorno della madre – aveva trent’anni. Sono anni da apolide culturale, in cui pubblica poco, rosa dagli incubi e dall’indifferenza della stampa. Tuttavia, continua a esibirsi nel mondo dei diplomatici e degli artisti – continua a sedurre. Si infatuò, per un tot, di Régis Debray; ritornò in Messico, definitivamente, soltanto nel 1992, a Cuernavaca: abitava in una casa assediata dai gatti, in un appartamento miserrimo, cibandosi di caffè, Coca Cola, sigarette. Quando la invitavano a parlare della sua opera, parlava di sé, del complotto che le aveva divorato la vita: “Mi derubano, mi aggrediscono, mi odiano, vogliono eliminarmi, tutti, mi torturano”. Negli anni Sessanta, tra l’altro, era stata sotto osservazione della Cia.</p>



<p>Morì nell’agosto del 1998. <strong>“Vorrei non avere memoria o trasformarmi nella pietosa polvere per sfuggire alla condanna di guardarmi”,</strong> scrisse. Come i grandi, volle di fare di sé un idolo per trafiggersi, per distruggersi.</p>



<p><strong>In uno dei suoi racconti più noti, <em>Il bugiardo</em></strong> – qui proposto nella traduzione di Giulia Filiciotto – tratto da <em>La semana de colores</em>, Elena Garro scrive di un bambino che scende da un autobus per fare pipì, si perde e compie un viaggio nell’aldilà, in luoghi desunti da un immaginario paradisiaco, tra Vergini, cani parlanti, il Re del Mondo e San Giuseppe. Il racconto è una piena di luce, è il sole stritolato come un limone: la scrittrice s’impania del linguaggio di un bimbo e il metafisico ha la concretezza del fango. L’infanzia, qui, ha uno dei suoi tributi letterari più audaci; eppure, la pura verità del bimbo è trattata come vile bugia dagli adulti. Triste metafora, si dirà: ma questa scrittura gronda di gioia. Un tempo, Elena Garro è stata felice.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="639" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/cuentos-completos-639x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98989" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/cuentos-completos-639x1024.jpg 639w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/cuentos-completos-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/cuentos-completos-600x961.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/cuentos-completos.jpg 674w" sizes="(max-width: 639px) 100vw, 639px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>Il bugiardo</strong></p>



<p>L’autobus Flecha Roja attraversava a gran velocità i campi verdi. Quando si è fermato accanto a degli alberi, ho detto a mia mamma: «Vado a fare pipì» e lei mi ha risposto: «Vai<a>»</a>.</p>



<p>Sono passato lungo il corridoio dell’autobus e i passeggeri mi hanno guardato molto arrabbiati, li ho visti storcere la bocca. Perciò mi sono allontanato, non volevo mi vedessero mentre andavo a fare i miei bisogni. Ho cercato un albero che mi coprisse, ma nessuno mi dava tranquillità e sono sceso in una fossa da cui non riuscivo più a vedere il Flecha Roja. Mi sono tolto il cappello nuovo e poi con il piede ho gettato della terra nella pozzetta. Io, come tutti gli altri, porto le huarache<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>, quando va bene, e so che non proverò mai la gioia di indossare delle scarpe. Nell’autobus solo l&#8217;autista aveva le scarpe. Certo che le ho notate! Per me deve essere molto ricco. Quando l’ho cercato, il Flecha Roja era sparito. Se scompaiono cose più grandi come le città, quanto più un Flecha Roja! Non volevo farmi prendere dalla paura, anche se qualcosa mi diceva che era pericoloso stare da solo su quella strada, e sono rimasto a guardare la mattina fresca persa in mezzo al campo e mi sono accorto che la mattina era rotonda. Se guardavo davanti a me, la vedevo curva e se facevo un giro intero era rotonda e racchiusa tra le montagne. È stato allora che ho cominciato a spaventarmi, ma ho sentito le cicale cantare e le vespe ronzare, e se non fosse stato per quell&#8217;uccello, che ha cantato più forte, non mi sarei impaurito. L’uccello mi ha gridato: «Tontototototò!»</p>



<p>Non ho fatto in tempo a rispondergli che subito ha cantato: «Solettototototò!». E qualcosa come la mano di un morto mi ha afferrato per la gola e l’uccello mi ha avvertito: «Corririririrì!».</p>



<p>Ho fatto finta di ascoltare il suo avvertimento, sono rimasto calmo, poi ho fatto qualche passettino e a un tratto ho cominciato a correre. <strong>Ho corso e corso per campi verdi dove non c’era traccia del Flecha Roja. Correndo sono arrivato alla periferia di una città di case mezze gialle e mezze arancioni e mi sono detto: «Sto vedendo il mondo». Ma ho imboccato una lunga strada e sono uscito dal mondo. «Ora sono fuori dal mondo!», e ho camminato per quella lunga strada a occhi bassi.</strong> Quasi non osavo guardare le finestre chiuse delle case. Dopo sono passato davanti a una chiesa con due torri e, da cattolico apostolico quale sono sempre stato e tuttora sono, mi sono fatto il segno della croce, ma non è uscito nessuno. Un attimo dopo sono passato davanti a un&#8217;altra chiesa con una sola torre e mi sono fatto di nuovo il segno della croce, ma non è uscito nessuno. «Qui non ci abita nessuno», mi sono detto. &nbsp;</p>



<p>Un cagnolino giallo molto allegro è spuntato da un angolo e si è messo a fissarmi. «Non c’è un cristiano», ho detto, ed ero grato della presenza del cagnolino, un essere tanto buono, dato che è corso verso di me scodinzolando, e a seguirlo sono arrivati molti cani, poveri loro! Alcuni erano gialli, altri grigi, alcuni con piccole chiazze bianche e altri ancora nerissimi. Erano tutti intorno a me e saltavano di gioia. «Sono usciti dal mondo per liberarsi dei sassi», mi sono detto e ho camminato con loro: formavano un cerchio attorno a me. Siamo arrivati in una grande piazza con una chiesa molto grande, mi piaceva l&#8217;atrio e i suoi cancelli aperti e mi sono messo lì con i cani. «È la parrocchia», mi ha detto il cane giallo. Li ho allontanati con il cappello perché so che i cani entrano in chiesa solo il giorno della benedizione. Quando le campane hanno cominciato a suonare, glielo stavo dicendo. Non c’era nessun campanaro, io mi sono spaventato e i cani sono rimasti calmi. Mi sono fatto il segno della croce e sono uscito dall&#8217;atrio stordito dalle campane senza campanaro.</p>



<p>Sono arrivato in un&#8217;altra grande piazza, gialla come la polvere d&#8217;oro, con i suoi chioschi per i musicisti. Nella piazza ci sono prati secchi e pilastri di pietra o di zucchero bruciato, o almeno credo. In fondo alla piazza ci sono altri due atri e altre due chiese con i cancelli sbiaditi. Il muro di un atrio è in pietra, con pilastri. «San Francesco!» ha affermato il cagnolino giallo. Non ho mai visto atri tanto grandi, dentro ci vanno tutti i paesi! Dietro il muro di pilastri ci sono altre due chiese, cavolo, non posso contarle perché so contare solo fino a cinque! E ho proseguito discreto. “Non esiste al mondo un atrio grande come questo”, ho pensato, e mi sono ricordato che non ero nel mondo.</p>



<div type="post" ids="88140" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Mi sono messo proprio davanti alla porta di San Francesco, ed era così grande che nessun uomo l&#8217;avrebbe mai aperta, e sono andato alla chiesa accanto: «È la Cappella Reale», mi ha detto il cagnolino, e abbiamo fatto il giro del muro, passandoci vicino, e ci siamo fermati alle tombe a muro. Ho alzato gli occhi per vedere la fine dei contrafforti, ma non c&#8217;era fine&#8230; Come sono belle le tombe dei santi! Sono tutte lì, ma i santi sono liberi di vagare.</p>



<p><strong>La porta della Cappella Reale era semiaperta, l’ho spinta e ha fatto un cigolio, l’ho spinta ancora e ho aperto un buono spiraglio e sono riuscito a entrare. C&#8217;era uno stridio di uccelli, turbinii di uccelli e molte, molte cupole gialle e una fitta schiera di colonne bianche.</strong> Non è una chiesa qualsiasi, ha molte navate, ne ho contate cinque, ma ne ha di più. Ero calmo, tra i turbinii degli uccelli e le colonne bianche, quando ho sentito il cigolio di una porticina, da cui è uscita una vecchietta con le trecce e uno scialle. Volevo nascondermi, ma non ci sono altari e gli uccelli fanno il nido in cima alle colonne.</p>



<p>La vecchietta mi si è avvicinata: «Dove mi trovo, signora?». «A Cholula, nella Cappella Reale, che ha quarantanove cupole» mi ha risposto. «Ho già visto molte cappelle» le ho detto. «Qui ci sono trecentosessantacinque chiese, qui Dio ha una casa per ogni giorno dell&#8217;anno», mi ha detto con riserbo.</p>



<p>«E tantissimi uccelli?» le ho chiesto. «Questi uccellini vivono qui». «E lei&#8230; chi è?». «Rita&#8230;» ha risposto.</p>



<p><strong>L’ho vista allontanarsi tra i turbinii degli uccelli e le sono andato dietro, pensando che in quella città Dio fosse tanto ricco da aver donato una delle sue case agli uccelli. Me l’ha detto Santa Rita, anche lei vive lì e mi ha trattato con gentilezza.</strong> C&#8217;è solo un altarino di legno, con una scala molto piccola e il corrimano di legno, che si trova vicino a un muro ed è così piccolo che gli uccelli possono pregare lì. Santa Rita mi ha condotto alla porta da cui era apparsa e ho scoperto che portava alla torre. «Sali, così potrai vedere dall’alto tutte le case di Dio», mi ha detto. Siamo saliti sul lastrico solare della chiesa e abbiamo visto le sue quarantanove cupole che spuntavano come enormi uova dal tetto e anche il cielo azzurrissimo, con piumette di nuvole, la sua aria fresca e azzurrissima e tante, tante torri e cupole di tutte le chiese del posto. Siamo rimasti a guardare quella mattina dell&#8217;altro mondo e poi Santa Rita mi ha accompagnato alla porta della Cappella Reale e mi sono ritrovato nell&#8217;atrio, dove c&#8217;è una croce grande come un albero e, sdraiati alla sua ombra, i cagnolini che erano contenti di rivedermi. Così è apparsa e scomparsa Santa Rita, che vive da sola in quella torre e ne esce solo per pregare con gli uccellini.</p>



<p>Sono andato nell&#8217;atrio di San Francesco, dove si trova il pantheon con le sue lastre di pietra, le croci, le ghirlande e le scritture, tutte in ottima pietra, poiché sono le tombe dei Magi e di altri re altrettanto magnifici. Era tutto calmo, non si sentiva neanche un rumore, e mi sono seduto su una tomba ad aspettare. Entrambi i lati erano chiusi da mura e in ognuna di queste c’era una piccola porta inferriata ed entrambe erano socchiuse. Le due porte puntano al cielo e la chiesa è dall’altra parte, su una collina. Le osservavo e che cosa ho visto? Un bambino come me che si è affacciato dalla porta di sinistra e mi ha guardato. Era uguale a me, ma non era me e quando è sparito, mi sono alzato e mi sono avvicinato in punta di piedi all’inferriata e mi sono affacciato e ho visto che giù c’era una stradina e un cumulo di paglia e sopra la paglia era sdraiato l’altro bambino e siamo tornati a guardarci senza dire niente. Mi sono allontanato con molta cautela e sono andato nell&#8217;atrio, con l’intenzione di aprire la porta della chiesa.</p>



<p>«È bruciata&#8230;» ho sentito la voce del bambino dietro di me. Mi sono preso un po&#8217; di tempo prima di affrontarlo, mi sono girato e gli ho chiesto: «E tu chi sei, come ti chiami?». «Facondo Cielo» ha risposto.</p>



<p>E se n’è andato verso la porta principale della chiesa e io gli sono andato dietro. <strong>Sopra la porta c&#8217;è un balcone con un parapetto di pietra che permette a Dio di guardarci dall&#8217;alto.</strong> Facondo Cielo ha spinto la porta ed è entrato, io ho fatto lo stesso solo per ritrovarmi in una stanza in pietra malridotta. Da lì siamo usciti in un piccolo cortile in pietra e con panchine sempre in pietra. Il cortile è delimitato da mura molto alte e da una scala in pietra e sotto la scala ci sono cumuli di vecchie sedie e santi. Facondo ha afferrato il braccio di un santo con la manica della veste bordeaux e oro e l’ha teso verso l&#8217;alto. «L’ hanno bruciato», mi ha detto.</p>



<p>«Chi l’ha bruciato?» ho chiesto, impaurito.</p>



<p>«E Chi lo sa! Dicono che sia stato ai tempi in cui Giuda vagava in compagnia degli ebrei, ma ora è sparito&#8230;». Mi ha detto e ha cominciato a salire la scala e siamo arrivati al balcone e abbiamo scorto il cortile. Da lì, Facondo Cielo ha preso un&#8217;altra scala più tortuosa, mi faceva paura, ma ho continuato a salire la scala della torre finché non siamo usciti sul lastrico solare, che puntava anch’esso al cielo. Facondo si è arrampicato sulla cupola e io con lui e ci siamo aggrappati a una finestrella per vedere com&#8217;era l&#8217;interno della chiesa: tutta bianca, con le impalcature e gli stracci sporchi di calce, gli altari erano bianchi, per me li stavano intonacando, ma non c&#8217;era nessuno. Mi stavo chiedendo chi stesse facendo i lavori, quando mi sono sentito guardare e dire: «Intruso!», ho alzato gli occhi verso il soffitto della cupola e lì ho visto una ghirlanda di angioletti d’oro che mi guardavano molto arrabbiati con i loro occhi neri. Sono scivolato giù e per poco non sono morto.</p>



<p>«Gli angeli si sono già arrabbiati» ho detto a Facondo.</p>



<p>E siamo tornati alle scale della torre, siamo arrivati al balcone di Dio, abbiamo preso l&#8217;altra scala e siamo scesi nel cortile dove si trova il braccio del santo che ha bruciato Giuda. “Forse mi hanno scambiato per Giuda”, ho pensato, mentre ci dirigevamo verso l&#8217;atrio, dove ci sono le tombe dei Magi. Facondo Cielo si è seduto sui gradini.</p>



<p>«Non vieni con me?» gli ho chiesto, confortato dalla sua compagnia. «Non posso attraversare la strada» ha risposto ed è rimasto seduto.</p>



<p>Me ne sono andato con i cagnolini che mi stavano aspettando e che erano molto contenti di vedermi. Abbiamo camminato controvoglia e ci siamo imbattuti in un&#8217;altra chiesa chiusa. “È Santa Maria Tonantzintla”, ha detto il cagnolino giallo, che è buonissimo! Così buono che ho persino pensato che fosse il mio angelo custode. <strong>Poi mi sono ricordato di Facondo Cielo e delle sue parole: «Dio si è arrabbiato e ha lasciato che Giuda bruciasse la sua casa, ma a Lui non importa, in fondo gliene sono rimaste tante». Ho attraversato l&#8217;atrio e ho spinto la porta e appena sono entrato a Santa Maria sono rimasto sbalordito da tanta lucentezza e da tanti colori come l&#8217;arcobaleno.</strong> Migliaia di angioletti mi hanno guardato dalle pareti ricoperte di colonnine con donne uguali ai fiori, anche loro mi hanno guardato. Ho visto che alcune stavano per danzare e alcune per volare, mentre le altre rimanevano ferme. Tutte portavano ghirlande di fiori profumati e tra tanti fiorellini, tante vergini vestite di rosa, di azzurro o di giallo che, quando mi hanno visto, si sono messe a ridere, la paura era sparita e ho capito di essere nella gloria, nella casa delle undicimila vergini, che hanno detto contente: «Guarda questo indianino d&#8217;America»&#8230; «Guarda com’è piccolo», e hanno volteggiato intorno a me e sono tornate alle loro colonnine. <strong>Gli angeli, che erano più piccoli di loro, volavano come farfalle d&#8217;oro e si sono fermati non appena abbiamo sentito chiudere il catenaccio.</strong> “Starei da Dio se restassi tra le undicimila vergini”, ho pensato. Ma una di loro è atterrata e si è messa a camminare davanti a me, era piccolissima! Mi arrivava a malapena a metà polpaccio. La Vergine mi ha condotto a un&#8217;altra porta, l’ho ringraziata e l’ho vista triste. Mi sono ritrovato in un cortile interno in pietra, dietro il quale c&#8217;era una scala. Al centro del cortile c&#8217;è un tavolo di pino e intorno, seduti su sedie di paglia, ci sono dodici vecchietti. I loro cappelli in stuoia sono a terra. Erano pensierosi e tristi e uno di loro aveva un foglio in mano. <strong>Un altro vecchietto ha alzato la mano e poi l’hanno alzata tutti e quello con il foglio ha segnato qualcosa: “Giuda!”. Io non so leggere, ma a cos&#8217;altro potevano alludere i dodici apostoli, che avevano appena saputo che Giuda era tra loro?</strong> Non mi piace vedere ciò che non dovrei, così me ne sono andato in punta di piedi e mi sono ritrovato in una strada con recinzioni di fichi d’india. All&#8217;angolo c&#8217;era Facondo Cielo, che vedendomi si è nascosto e io, arrabbiato, mi sono allontanato dalle Undicimila Vergini e dai Dodici Apostoli, che ora sono vecchietti, o forse lo sono sempre stati, non l&#8217;ho chiesto al prete.</p>



<p>I cagnolini mi hanno condotto a una collina circondata da scale e abbiamo cominciato a salire verso il “Santuario” fino a raggiungere l&#8217;atrio e le sue terrazze, da dove ho visto la Valle degli Ulivi, molto luminosa, con tanta luce azzurra, molto rotonda. Da lì si vedono solo le cupole e le torri delle case di Dio e il sole si trova proprio al centro del cielo, affinché tutto risplenda. <strong>Abbiamo girato intorno alla chiesa e siamo arrivati alla sacrestia dove Marta e Maria stiravano le vesti di Dio e dei santi. A malapena sono riuscito a vedere i bordini d&#8217;oro che una delle due sorelle quasi si è arrabbiata e sono corso giù per le scale che circondano la collina.</strong> I cagnolini mi hanno seguito senza abbaiare e in quel momento il teponaztli<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a> ha cominciato a suonare, avvisando della mia presenza. Ogni colpo risuonava nella valle e, per sicurezza, ho abbandonato le scale e ho tagliato dritto tra i cespugli della collina. Ma i colpi forti del teponaztli non si fermavano e ho varcato una porta aperta nel pendio. Quella porta era diversa e lì c&#8217;era una sedia vuota. Sono entrato e mi sono ritrovato nel monte. Accidenti! Non sapevo che nei monti ci fossero tunnel lunghissimi, molto bui, di pietra bagnata. Non potevo correre al buio e solo ogni tanto trovavo una lucina accesa: chissà chi ce le ha messe! Il tunnel buio si apre in molti tunnel e alcuni salgono e altri scendono. Mi sono perso nella montagna e all&#8217;improvviso mi sono fermato, perché ero inseguito dai passi di un gigante: thump! Thump! Thump! Ho aumentato il passo e anche i passi. Mi sono spaventato e ho corso anche a rischio di uccidermi contro le pareti di pietra bagnata e i passi mi rincorrevano, poi mi sono fermato e una manona mi è cascata addosso e una voce simile a una campana mi ha detto:</p>



<p>«Che ci fai qui?»</p>



<p>Non ho osato voltarmi per vedere il volto del nemico e mi sono limitato a chiedergli: «Chi sei?»</p>



<p>«Sono un Uomo, sono Cholulteca» ha risposto con la sua voce da campana.</p>



<p>«Dove mi trovo?» gli ho chiesto ancora tremante.</p>



<p>«Nella piramide degli Antichi» ha risposto la voce.</p>



<p>«Gli Antichi? E dove sono gli Antichi?» ho chiesto senza guardarlo.</p>



<p>«Gli Antichi sono morti» ha detto la voce.</p>



<p>«E tu?» ho chiesto alla voce e alla mano che mi teneva per la spalla.</p>



<p>«Io me ne occupo. Vuoi vederla? Vieni!»</p>



<p>Mi ha preso per mano e mi ha condotto lungo tunnel bui che non finiscono mai. Era l&#8217;Uomo, e ogni tanto tirava fuori una torcia e l&#8217;illuminava, e ogni tanto la nascondeva. «Pitture degli Antichi», mi ha detto, accendendo la torcia su una parete mezza bagnata, su cui riuscivo a vedere solo macchie che sembravano di sangue, e ho ripreso a tremare di nuovo. «Sono belle» ho detto, ma non ho visto nulla, avevo la vista offuscata.</p>



<p>L&#8217;Uomo mi ha portato fuori su una terrazza dove c&#8217;era la luce del giorno. La terrazza è in pietra e ho visto che l&#8217;Uomo aveva con sé una carabina. «Guarda le tombe, le tombe degli Antichi» ha detto, e si è sporto verso una tomba aperta piena di ossa e me le ha mostrate. «Il re&#8230; la regina&#8230; e il suo cagnolino» ha spiegato.</p>



<p>E ho visto i due morti senza carne, solo ossa, che giacevano accanto a un cagnolino, anche lui morto, senza carne, solo ossa. Mi sono spaventato e ho visto che i cagnolini mi stavano aspettando tra i cespugli, sicuri di non voler essere uccisi dalla carabina dell’Uomo. Gli ho chiesto: «E il bambino?»</p>



<p>«Quale bambino? Ah, è vero, manca» ha detto e mi ha guardato con i suoi occhi neri ed è scoppiato a ridere.</p>



<p>Mi sono reso conto che voleva mettermi nella tomba degli Antichi e ho cominciato a tremare più forte e l&#8217;Uomo ha cominciato a ridere più forte. Poi il teponaztli ha suonato di nuovo: «Senti!» ha detto l’Uomo, ma io ho cominciato a correre lungo il pendio, seguito dai cagnolini, che scappavano come me. Siamo arrivati giù, dietro il “Santuario”, eravamo impauriti perché avevamo visto l&#8217;Uomo, l&#8217;unico che vive lì, nascosto nella montagna. Ci siamo ritrovati in una strada con di fronte un edificio che non sembrava una chiesa. La porta era aperta e io e i cagnolini siamo entrati, loro sono rimasti in mezzo a dei mucchi di vestiti bianchi e io mi sono messo a curiosare. <strong>Sono passato davanti a una cucina dove c&#8217;erano enormi pentole, più che altro pentoloni, che mi ricordavano quello dell&#8217;inferno. “Non è che l’Uomo mi ha spinto all’inferno?” ho pensato e ho varcato un cancello con i vetri e mi sono imbattuto in un cortile quadrato con corridoi con ringhiere di ferro. Al centro c’erano prati secchi e una fontana asciutta. Seduto su una panchina di ferro c&#8217;era lui!</strong> Indossava pantaloni grigi a righine, un gilet bianco con fili d&#8217;argento, una cravatta nera, una giacca nera e una valigia nera piena di fogli. Non mi ha guardato, stava osservando il giorno, molto annoiato, con la bocca triste e gli occhi rossi. Sulla panchina di fronte c&#8217;era un altro uomo, vestito di grigio e con i capelli molto lunghi. L&#8217;uomo componeva numeri di telefono e parlava molto indaffarato: «Pronto? Pronto? Pronto? Sì, è l&#8217;Agenzia Universale del Regalo&#8230; sì, la Fiera di Chicago&#8230; intendo, Chi-ca-go», parlava molto al telefono, solo che non c&#8217;era nessun telefono, o forse era invisibile, è così che di solito va fuori dal mondo. Stavo pensando al telefono invisibile quando lui! mi ha visto, è scattato in piedi, ha preso la valigia ed è arrivato di corsa. È molto grande. Si è messo di fronte a me e ha gridato:</p>



<p>«Povero bambino!» e ha aperto la valigia e ha tirato fuori un sacco di fogli colorati e una matita. Si è chinato e mi ha chiesto con voce buona: «Bimbo, che regalo vuoi? Un circo? Un leone? Un’arena? Un albero?»</p>



<p>Non sapevo cosa scegliere, l’ho guardato con gratitudine e lui! mi ha detto: «Come ti chiami, piccolo amico?». «Carmelo» ho risposto, perché questo è il mio nome.</p>



<p>E lui! si è messo a scrivere sui fogli colorati a gran velocità, poi ha alzato la testa, si è passato la mano tra i capelli, ha guardato una nuvola e ha detto: «Carmelo&#8230; bel nome. Carmelo, io sono il Re del Mondo! Guarda, questo è il mio segretario – e ha indicato l&#8217;uomo al telefono. Io ho detto: «Ah!» e poi lui! mi ha chiesto: «Guarda quest&#8217;albero, di che colore è?»</p>



<p>Ho guardato l&#8217;eucalipto che mi stava indicando, pieno di polvere, e ho risposto: «È verde, Signore Re del Mondo». «Per mia volontà, per la volontà del Re del Mondo, è… rosa!» ha ordinato. E l&#8217;eucalipto è diventato tutto rosa: il tronco, i rami e le foglie. «Sì&#8230; è rosa» ho detto.</p>



<p><strong>Il Re del Mondo si è messo a scrivere sui fogli e mi ha dato molte strisce di carta blu, verde, gialla, viola e rosa.</strong> Prendevo le strisce di carta senza distogliere lo sguardo dall&#8217;albero rosa, perché in verità non avevo mai visto un albero di quel colore. Il Re del Mondo a ogni striscia di carta che mi dava, mi diceva: «Ecco a te: un circo, un leone, una carrozza, un levriero, un&#8217;arena, una ballerina, un cannone, un generale, un arcobaleno, una stella, una palla, una lucertola magica, un libro&#8230;». E mentre mi faceva tanti regali, sull&#8217;albero rosa era comparsa agganciata una preziosissima gabbietta d&#8217;oro e io continuavo a ricevere strisce di regali e l&#8217;albero continuava a ricoprirsi di gabbiette d&#8217;oro.</p>



<p>«Una chitarra, un monopattino, un mare, una bicicletta, una fabbrica di dolci e un&#8230; aereo! E ora, Carmelo, scappa, scappa, non lasciare che ti rubino i tuoi tesori» mi ha detto.</p>



<p>Ho infilato i foglietti tra la camicia e il petto e ho seguito la rotta indicata dal braccio del Re del Mondo, che non assomigliava al braccio del santo, e sono scappato via. Qui porto tutti i suoi regali. Lì vive il Re del Mondo in compagnia di Dio, delle Undicimila Vergini, degli Apostoli e di tutti i Santi. Ho corso e sono arrivato in fondo al cortile e ho trovato un&#8217;altra porta e l’ho varcata e sono entrato in un orto con vari ortaggi. C&#8217;erano cavoli, carote, prezzemolo, lattuga e mi sono accorto che i cagnolini non erano più con me e che il sole stava tramontando e i solchi con i cavoli erano scuri, ma dorati. Nell&#8217;orto c&#8217;era solo un sacerdotino che raccoglieva la lattuga. Ha avvertito la mia presenza, si è raddrizzato e con la lattuga in mano mi si è avvicinato. <strong>Non era un sacerdote, perché era vestito da santo, con la tunica e il cordiglio legato in vita, e quando l’ho visto mi sono fermato in devozione. Il sole ingrandiva la sua aureola di raggi d&#8217;oro che illuminava l&#8217;orto.</strong> Il santo mi ha detto: «Figliolo, cosa ci fai in questo manicomio?». Anche se mi sembra che avesse detto “manicomio”, gli ho risposto: «Ero con il Re del Mondo, e tu chi sei?» Gli ho dato del tu, perché un santo non fa mai paura.</p>



<p>«Frate Giuseppe» ha risposto.</p>



<p>E così ho capito di trovarmi alla presenza di San Giuseppe, lo stesso che ha protetto la Vergine e Nostro Signore Gesù Cristo e me, Carmelo Calzada. <strong>San Giuseppe mi ha detto: «Ti porterò al Flecha Roja affinché tu possa tornare a casa». Mi ha preso per mano, mi ha condotto fuori dal manicomio, perché loro pregano tanto, e mi ha portato in quella lunga strada da cui ero uscito dal mondo, finché non siamo arrivati a una fermata del Flecha Roja.</strong> Prima non c&#8217;era alcun Flecha Roja, ma San Giuseppe l&#8217;ha messo affinché io potessi arrivare a casa mia, e ora che ci sono arrivato, lui, papà, non fa altro che urlarmi contro e guardarmi arrabbiato. Vedo la sua rabbia alla luce della candela e mia mamma mi ha già dato del cattivo e non mi è permesso di coricarmi sul giaciglio di stuoia. <strong>«Bugiardo! Bugiardo!», mi ha gridato lui, papà, perché sono uscito dal mondo, e poi mi ha ordinato: «Vai in quell’angolo! Inginocchiati! Mettiti con le braccia in croce e chiedi a Dio di perdonarti per le tantissime bugie che hai detto in questa triste notte in cui ti abbiamo aspettato senza speranza di ritrovarti». &nbsp;</strong></p>



<p>Ed eccomi nell&#8217;angolo, a guardare la mia ombra sul muro di mattoni crudi, con le ginocchia e le braccia molto stanche, con le strisce di regali gettate sul pavimento, sentendo i miei genitori che russano, mentre sono crocifisso solo perché ho visto le trecentosessantacinque case di Dio, ho visto Marta e Maria che stiravano le sue vesti, ho visto Santa Rita, i turbinii degli uccelli, il loro altarino per farli pregare, ho visto le undicimila vergini, tutte piccoline, coperte di fiori rosa, ho visto il Re del Mondo che è stato così gentile da farmi tanti regali, ho visto l&#8217;Uomo, nascosto nella collina con la sua carabina e che esce solo per vedere le ossa dei morti Antichi, che ora credo abbia ucciso lui stesso, ho visto gli Apostoli e se non ho visto Giuda è perché era già fuggito, e ho visto San Giuseppe&#8230; E anche se vi dà fastidio, li ho visti e li ho visti e li ho visti! Papà, non spegnere la candela. L&#8217;hai già spenta! Papà, non chiamarmi bugiardo, perché li ho visti, li ho visti e li ho visti&#8230; per questo ora sono crocifisso in questo angolo buio&#8230;</p>



<p><strong><em>Elena Garro</em></strong></p>



<p><em>*La traduzione è di Giulia Filiciotto</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Huarache: tipo di sandali tipici del Messico. [<em>N.d.T</em>]</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Teponaztli: strumento a percussione e nello specifico un tamburo. Usato presso gli Aztechi, è ancora oggi presente in alcune zone del Messico. [<em>N.d.T</em>]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elena-garro-ritratto-racconto/">Elena Garro, la scrittrice prodigiosa che ha lottato contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/Elena-Garro-Bosque-Boulogne-Paris-interior-1024x739.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Chopin sulla sedia elettrica!”. Alla scoperta dell’Estridentismo</title>
		<link>https://www.pangea.news/estridentismo-antologia-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2024 05:06:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[Estridentismo]]></category>
		<category><![CDATA[Futurismo]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Kyn Taniya]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=98438</guid>

					<description><![CDATA[<p>La vera e propria ubriacatura futurista coincisa con le celebrazioni del centenario del movimento ha finito per offrire un’immagine deformata dello stesso: la sopravvalutazione della portata letteraria di Marinetti e dei futuristi nostrani ha conciso, in molti casi, con una visione ingenuamente scissa e irrelata di tale avanguardia. Senza voler approfondire il tema del reale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/estridentismo-antologia-poesie/">“Chopin sulla sedia elettrica!”. Alla scoperta dell’Estridentismo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La vera e propria ubriacatura futurista coincisa con le celebrazioni del centenario del movimento ha finito per offrire un’immagine deformata dello stesso: la sopravvalutazione della portata letteraria di Marinetti e dei futuristi nostrani ha conciso, in molti casi, con una visione ingenuamente scissa e irrelata di tale avanguardia. Senza voler approfondire il tema del reale valore estetico del Futurismo italiano (grandissimo sul piano figurativo, acerbamente programmatico sotto il prospetto letterario e musicale, dove di rado si travalica un grezzo impressionismo fonico), la questione della sua autoctonia è facilmente liquidabile ricordando che esso ebbe in realtà una quantità di propaggini nelle aree geograficamente più marginali rispetto all’ecumene letterario.</p>



<p><strong>Futuristi si ebbero, oltre che in Europa, in Africa e in Turchia, in Asia (particolarmente in Giappone), e soprattutto nell’ambito latino-americano.</strong> E se gli esiti più alti sono quelli, già ampiamente noti, del Futurismo e del Cubo-Futurismo russi, la portata della penetrazione futurista in Centro e Sud America è ancora <em>landa incognita</em>. “Che disgrazia nascere poeti bulgari!”, scriveva Mario Missiroli, e la boutade si può tranquillamente estendere al caso di uno <strong>strabiliante movimento “para-futurista” messicano, l’Estridentismo, che qui presentiamo per la prima volta in Italia.</strong> Tale avanguardia, fiorita per un periodo relativamente effimero (1921-27), quasi mai giunta al di fuori del Messico se non per un’influenza artistica eccezionale di cui diremo più avanti, rappresentò una straordinaria ibridazione poetica fra il Futurismo, il Dadaismo, il simbolismo e l’Ultraismo spagnolo, con esiti lirici talora assolutamente inediti ed iconoclasti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="665" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Manifiesto-Estridentista_1024-665x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Manifiesto-Estridentista_1024-665x1024.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Manifiesto-Estridentista_1024-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Manifiesto-Estridentista_1024-600x924.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Manifiesto-Estridentista_1024.jpg 701w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></figure>



<p><strong>Il movimento fu eminentemente, ma non esclusivamente, poetico: del cenacolo estridentista, che ebbe come sede principale il Café de Nadie di Città del Messico, fecero tangenzialmente parte artisti figurativi e musicisti, nonché fotografi di fama internazionale come Edward Wheston, e Tina Modotti.</strong> Tuttavia, il nucleo più puro rimane quello poetico, con lirici come Manuel Maples Arce, Humberto Rivas, Leopoldo Méndez, Germán List Arzubide, Salvador Gallardo, Germán Cueto, Ramòn Alva de la Canal e, tra tutti il più dotato, Luis Quintanilla, che si firmava con il curioso pseudonimo omofono Kyn Tanya.</p>



<p>L’Estridentismo germinò nel terreno culturale di un Messico ancora intriso di accademismo e da poco uscito dall’esperienza rivoluzionaria e della sua repressione. Se il Futurismo aveva dichiarato morte al chiaro di luna, gli estridentisti compendiarono, nei loro manifesti, il proprio grido di rivolta contro il passatismo estetico nel motto: “Chopin alla sedia elettrica!”.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="98044 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Futurismo italiano ed Estridentismo hanno molti punti di contatto, dal desiderio rabbioso di svecchiamento all’esaltazione della convulsa vita delle metropoli, dall’amore per le nuove sperimentazioni musicali (per gli estridentisti soprattutto il jazz) al rivoluzionarismo politico che, nel caso estridentista, si tinge di commoventi connotazioni naïf nell’esaltazione di una rivoluzione Russa</strong> del tutto sottratta al raziocinio storico e oggetto, invece, di un mero abbaglio sentimentale. Proprio tale visione del tutto letteraria del bolscevismo, per una consonanza ancora una volta naïf fra i rivoluzionari messicani alla Zapata e alla Pancho Villa e i rivoluzionari russi, prenderà forma in una delle opere più ambiziose del movimento, l’“Urbe. Super Poema Bolchecique en 5 Cantos”, di Meples Arce” (“Los pulmones de Rusia / soplan hacia nosotros / el viento de la rivolución social”) che, tradotto in inglese (nientemeno che da John Dos Passos) con il titolo “Metropolis” costituì la prima scaturigine dell’ispirazione di Fritz Lang nel dare vita all’omonimo capolavoro, allucinato incubo espressionista sulla megalopoli di un futuro già minacciato dalle ombre totalitarie. A parte questa unica e imprevedibile fuoriuscita dell’Estridentismo dall’alveo messicano, il resto del movimento, nei suoi sei anni di vita, fu attivo e conosciuto in ambito esclusivamente nazionale, per giunta in condizioni di sopravvivenza assai precarie.</p>



<p><strong>La carica anti-istituzionale dell’Estridentismo e l’esaltazione del socialismo e dell’operaismo, condussero a svariati assalti della polizia al Café de Nadie, e alla diaspora dei poeti da Città del Messico. </strong>Alcuni si rifugiarono a Xalopa, godendo della protezione del governatore di Vera Cruz, altri si dispersero in diversi ambiti latino-americani e a Parigi, fino al definitivo scioglimento del gruppo. I pochi ma fervidissimi anni dell’esperienza sono documentati da numerosi e oggi rarissimi libri di poesia, da diversi maniesti che facevano il verso apertamente a quelli marinettiani, e da alcune riviste (“Ser”, “Irradiator”, “Semàforo”, “Horizonte”) anch’esse ormai quasi irreperibili. <strong>Eppure l’eccezionale carica iconoclasta del movimento, la cui velleitarietà programmatica suona tanto più candida e più vera della roboante grancassa di Marinetti e dei suoi epigoni,</strong> dovette di certo continuare ad avere in Messico un’azione carsica, inabissandosi ma non estinguendosi, se ancora negli anni ’80 poteva costituirsi a Città del Messico un gruppo rock – non a caso chiamato “Café de Nadie” – che utilizzò di preferenza proprio i testi estridentisti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000.jpg" alt="" class="wp-image-98440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/31524a6a-3f2c-4ddd-8ff7-2c453536f07e_1000x1000-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Negli estridentisti serpeggiava un autentico spirito cosmopolita, un desiderio sincero di rinnovamento totale della cultura e di sconvolgere dalle fondamenta ogni categoria estetica precostituita. Le automobili assumevano dignità estetica, la verticalità dei grattacieli era la spia di un nuovo afflato della modernità, i grandi transatlantici che solcavano gli oceani suscitavano “emociones cubistas”. Ogni avanguardia straniera era bene accetta, purché servisse a scardinare quanto di mummificato e di parassitario sussisteva nella loro realtà culturale (¡MUERA LA REACCION INTELECTUAL Y MOMIFICADA!, recita il terzo manifesto estridentista).</p>



<p>L’aspetto più affascinante e contraddittorio del movimento sta proprio nella coesistenza, in esso, di questo quasi infantile ribellismo e velleitarismo e, insieme, di una tendenza più ripiegata e umbratile, di chimismi lirici che assorbono il meglio della poesia del tempo transustanziandolo in forme assolutamente nuove e originali.</p>



<p><strong>Il grande Kyn Taniya, ad esempio, non esita a prendere in prestito le raffinate visualizzazioni dei “calligrammes” di Apollinaire, ma piegandoli ad una declinazione poetica che esorbita di gran lunga dalla pura mimesi e si converte, invece, nel fremito della poesia “tout court”. </strong>E, anche quando la lirica evade dalla prigione grafica del “calligramme” e lo schema è paroliero ed affrancato da esigenze metriche, la sensibilità di Kyn Taniya capta di continuo sottili vibrazioni cosmiche (“Radio”) che si rivestono però, nella parola, di una loro carnalità accentuata. “Los astros bailan como pescados ebrios / ebrios de agua de mar /&nbsp; y los peces nadan en el limpio acuario de la noche.” L’esito è una poesia ricca di sinestesie (il “silenco amarillo” in “Prisma” di Maples Arce), di metamorfismi stravaganti e funambolici che fanno pensare, molte volte, agli ardimenti lirici di Nezval in Cecoslovacchia. Nel grande crogiolo dell’Estridentismo vanno a fondersi, con esiti discontinui e superbamente irregolari, tensioni politiche e culto del progresso e del dinamismo, accensioni metaforiche che richiamano alla poesia spagnola barocca (Gòngora tra tutti) e sberleffi clowneschi, in un cortocircuito spesso stupefacente tra cultura alta e cultura popolare.</p>



<p>Nella speranza che l’Estridentismo, presentato qui con questi pochi e scheletrici cenni, non divenga un giorno preda di accademici e di cacciatori di varianti, e che esso sia invece delibato con la gioia pura e afilologica del semplice lettore di poesia, vorremmo concludere con le parole scritte nel 1944 da List Arzubide, e richiamate da Luis Mario Schneider nella maggiore monografia d’insieme sul movimento (“El Estridentismo”, Universitad Nacional Autonoma de Mexico, 1985):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Y ahora que todo está liquidado, entregamos nuestro grito de guerra a la miopía de los historiadores, señalando ante lo que queremos que digan de nosotros, de nuestras vidas literarias, porque intentamos evitar desde hoy las discusiones de los académicos del año 2945, que vendrán a medir, a pesar, a limpiar y dar esplendor a lo que nació exacto, vivió completo y terminó sin eco porque estaba más arriba que todas las montañas.”</strong></p>
</blockquote>



<p><em><strong>Alessio Magaddino</strong></em></p>



<p>***</p>



<p><strong>Per una antologia dell’Estridentismo</strong></p>



<p><em><strong>LUCES FR</strong></em><em><strong>ÍAS</strong>, di Kyn Taniya</em></p>



<p>Estoy escribiendo estas líneas con pluma de plata<br>y tinta de luz sideral</p>



<p>El plenilunio anestesió todos los jardines<br>y en la noche romántica<br>una mujer desnuda vierte lágrimas de agua de azahar</p>



<p>Pero los burgueses lincharon al último poeta<br>y el descubridor del radio tuvo que escapar a Marte<br>para que los Gobiernos no lo encarcelaran</p>



<p>Ahora ya no hay más idilios en los parques callados<br>ni trinan más aves en el follaje artificial</p>



<p>La fría luz de invierno sopla en las velas rojas de la vida<br>y los corazones jóvenos tienen que irse a perder al mar</p>



<p>*</p>



<p><strong>LUCI FREDDE</strong></p>



<p>Sto scrivendo queste righe con una penna d’argento<br>e inchiostro di luce siderale</p>



<p>Il plenilunio anestetizzò tutti i giardini<br>e nella notte romantica<br>una donna nuda versa lacrime d’acqua di zàgara<br><br>Però i borghesi linciarono l’ultimo poeta<br>e lo scopritore del radio dovette fuggire su Marte<br>affinché i Governi non lo incarcerassero<br><br>Ora non ci sono più idilli nei taciti parchi<br>né trillano più uccelli nel fogliame artificiale<br><br>La fredda luce dell’inverno soffia sulle rosse vele della vita<br>e i cuori giovani amano andare a perdersi nel mare.</p>



<p><em>**</em><br><strong>MIDNIGHT FROLIC, </strong>di Kyn Taniya</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Silencio</p>



<p>Escuchad la conversación de las palabras</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; en la atmósfera</p>



<p>Hay una insoportable confusión de voces terrestres</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; y de voces extrañas</p>



<p>lejanas</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Se erizan los pelos al roce de las onda hertzianas</p>



<p>Ráfagas de aire eléctrico silban</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; en los oídos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Esta noche</p>



<p>al ritmo negro de los jazz-bands de Nueva York</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; la luna bailará un fox-trot</p>



<p>¡SI LA LUNA Y JÚPITER Y VENUS Y MARTE</p>



<p>Y SATURNO CON SUS ANILLOS DE ORO!</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; El sistema planetario será un abigarrado de “ballet”</p>



<p>que girará todo al compás de una luz musical</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; NOCHE DE FIESTA</p>



<p>Yo tendré que ir de frac</p>



<p>Pero ¿quién será mi pareja en este “midnight-frolic” astral?</p>



<p>*</p>



<p><strong>MIDNIGHT FROLIC</strong></p>



<p><br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Silenzio</p>



<p>date ascolto al colloquio di parole<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; nell’atmosfera<br><br></p>



<p>c’è un’insostenibile confusione di voci terrestri<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; e di voci strane<br>lontano</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Si drizzano i capelli all’attrito delle onde hertziane<br>raffiche di aria elettrica sibilano<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; negli orecchi<br><br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Questa notte<br>al ritmo negro delle jazz band di New York<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; la luna ballerà un fox-trot<br><br></p>



<p>COSI’ LA LUNA E GIOVE E VENERE E MARTE<br>E SATURNO CON I SUOI ANELLI DORATI !<br></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il sistema planetario sarà un variopinto corpo di “balletto”<br>che girerà al tempo di una luce musicale<br><br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; NOTTE DI FESTA<br>Io riterrò di andare in frac</p>



<p>ma chi sarà la mia compagna in questa &#8220;midnight frolic&#8221; astrale ?</p>



<p>**</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="660" height="714" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Radio.jpg" alt="" class="wp-image-98441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Radio.jpg 660w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Radio-277x300.jpg 277w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Radio-600x649.jpg 600w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></figure>



<p><strong>INVITACI</strong><strong>ÓN</strong>, di Kyn Taniya</p>



<p>¡Venid a visitar el jardín de mi alma</p>



<p>ávidos de belleza</p>



<p>niños ojerosos!</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ¡Venid!</p>



<p>Los autos locos en el Camino se persiguen</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ¡Venid!</p>



<p>Las flores acaban de ser pintadas</p>



<p>AQUÍ TODO ES LUZ</p>



<p>Hay frutos en cada rama</p>



<p>perfume en cada naranja</p>



<p>y los labios maduros esperan a los besos</p>



<p>Después treparemos a los árboles</p>



<p>para ver la planicie</p>



<p>y nos hundiremos en el río claro</p>



<p>tan fresco</p>



<p>MAS SI LA NOCHE LLEGA</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; iremos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; de estrella en etrella</p>



<p>cometas astros errantes</p>



<p>huyendo del jardín ridículamente teñido por la luna</p>



<p>Y desde allá arriba</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; oiremos pasar</p>



<p>la sollozante procesión de los HOMBRES TRISTES</p>



<p>¡pues aún hay hombres que lloran a la luna</p>



<p>en este año de mil nocecientos veintiuno!&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>INVITO</strong></p>



<p><br>Venite a visitare il giardino della mia anima<br>avidi di bellezza<br>fanciulli accidiosi,</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp; </strong>Venite !<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Automobili folli si inseguono per la strada<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Venite !<br>I fiori finiscono di essere dipinti<br>QUI TUTTO È LUCE<br>Ci sono frutti in ogni ramo<br>profuma un’arancia<br>e le labbra mature sperano nei baci<br>Dopo che ci arrampichiamo sugli alberi<br>per scorgere la pianura<br>e ci immergiamo nel fiume chiaro</p>



<p>tanto fresco<br>MA SE LA NOTTE DURA<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; andremo</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </strong>di stella in stella<strong><br></strong>comete astri erranti<br>fuggendo dal giardino ridicolmente tinto dalla luna<br>E fin quassù</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </strong>udremo passare<br>la singhiozzante processione degli UOMINI TRISTI</p>



<p>e poi ancora vi sono ombre che piangono alla luna</p>



<p>in questo anno millenovecento ventuno!<br>**</p>



<p><br>**<br><br></p>



<p><strong>MARINA</strong>, di Kyn Taniya<br><br></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; En la cima de cada ola</p>



<p>baila una estrella</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Notas ebrias de frescura</p>



<p>ya no encuentran el camino</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Los mansajes transatlánticos</p>



<p>descansan sobre las algas</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; o retozan en el agua con los peces de marfil</p>



<p>Antenas inquietas se sacuden átomos inoportunos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; que vienen y se van</p>



<p>Hay palabras ateridas que se nueren de frío</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; en el río de plata lunar</p>



<p>Y suspiros que se pierden en el roce</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; de una espuma de cristal</p>



<p>LAS IDEAS CLARAS DEJAN ESTELA EN EL MAR&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>MARINA</strong></p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em> In cima ad ogni onda<br>danza una stella<br></p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp; </em>Notti ubriache di frescura<br>ancora non trovano il sentiero<br></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; I messaggi transatlantici</p>



<p>riposano sulle alghe<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; o folleggiano nell’acqua come i pesci d’avorio<br></p>



<p>Antenne inquiete si scuotono atomi inopportuni<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; che vengono e vanno<br></p>



<p>Vi sono parole eterizzate che muoiono di freddo<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; nel mare d’argento lunare<br></p>



<p>E sospiri che si perdono nell’attrito</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; di una spuma di cristallo<br></p>



<p>LE IDEE CHIARE ABBANDONANO UNA STELLA NEL MARE</p>



<p>**</p>



<p><br><strong>NOCHE VERDE</strong>, di Kyn Taniya</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mariposas espirituales&#8230;</p>



<p>los átomos alados se embriagan de luna</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Los astros</p>



<p>son pájaros eterizados que cantan la melodía</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; del día</p>



<p>y esta lucidez interplanetaria es un orféon de voces de oro</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; que llena de alegría el espacio de cristal</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; La luz</p>



<p>sa ha vuelto música para las almas</p>



<p>y es el eco tembloroso de algún canto universal</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; NOCHE VERDE</p>



<p>esmeralda fría</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; “peppermint frappé”</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; De lado a lado</p>



<p>atravesaré todas tus horas</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; cruzaré a nado todas tus luces</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Diáfanas corrientes magnéticas</p>



<p>me llevarán a decansar sobre los arrecifes del espacio</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; y así lentamente</p>



<p>iré cruzando a nado todas las horas verdes de la noche</p>



<p>*</p>



<p><strong>NOTTE VERDE</strong></p>



<p><br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Farfalle spirituali&#8230;<br>gli automi alati si ubriacano di luna</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gli astri<br>sono uccelli ebbri di etere che cantano la melodia<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; del giorno<br>e questa luminosità interplanetaria è un coro di voci dorate<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; che riempie di allegria lo spazio di cristallo</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; La luce<br>si è tramutata in musica per le anime<br>ed è l’eco tremula di qualche canto universale</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; NOTTE VERDE<br>smeraldo freddo<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; “frappé alla menta piperita”<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Da lato a lato<br>attraverserò tutte le tue ore<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; incrocerò a nuoto tutte le tue luci</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Diafane correnti magnetiche<br>mi solleveranno a riposare sopra i lastricati dello spazio<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; e così lentamente<br>andrò incrociando a nuoto tutte le ore verdi della notte</p>



<p>**</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="833" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1-833x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98442" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1-833x1024.jpg 833w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1-768x944.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1-600x737.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/16319-IMG_BG_POST-estridentismo-gallardo-1.jpg 879w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /></figure>



<p><strong>ESCALAMIENTO, di Salvador</strong><strong> Gallardo</strong><strong></strong><br><br></p>



<p>Ante la angustia de las vantanas</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; los autos chocan sus espadas</p>



<p>y los semáforos cirujanos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; sangran las calles apopléticas</p>



<p>inmunes al desagüe de los bars</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Los teatros abren sus esclusas</p>



<p>sobre el arroyo congelado</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Y en las redes de los timbres</p>



<p>hay cosechas de noctámbulos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Los gusanos fosfóricos</p>



<p>De los letreros eléctricos</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; escalaron el cielo.</p>



<p>*</p>



<p><strong>SCALATA</strong></p>



<p>Dinanzi all’angustia delle finestre<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; le automobili si urtano con le loro spade<br>e i semafori chirurghi<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; insanguinano le strade apoplettiche<br>immuni dalla siccità dei bar<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; I teatri spalancano le proprie chiuse<br>sul ruscello congelato<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; E nelle reti dei campanelli elettrici<br>c’è un raccolto di nottambuli<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; I lombrichi fosforici<br>Delle insegne elettriche<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; scalarono il cielo.</p>



<p><strong>**</strong></p>



<p><strong>PAROXISMO</strong>, di Maples Arce</p>



<p>Camino de otros sueños salimos con la tarde;</p>



<p>una extraña aventura</p>



<p>nos deshojó en la dicha de la carne,</p>



<p>y el corazón fluctúa</p>



<p>entre ella y la desolación del viaje.</p>



<p>En la aglomeración de los andenes</p>



<p>rompieron de pronto los sollozos;</p>



<p>después, toda la noche</p>



<p>debajo de mis sueños,</p>



<p>escucho sus lamentos</p>



<p>y sus ruegos.</p>



<p>El tren es una ráfaga de hierro</p>



<p>que azota el panorama y lo commueve todo.</p>



<p>Apuro su recuerdo</p>



<p>hasta el fondo</p>



<p>del éxtasis,</p>



<p>y laten en el pecho</p>



<p>los colores lejanos de sus ojos.</p>



<p>Hoy pasaremos junto del otoño</p>



<p>y estarán amarillas las praderas.</p>



<p>¡Me estremetzco por ella!</p>



<p>¡Horizontes deshabitados de la ausencia!</p>



<p>Mañana estará todo</p>



<p>nublado de sus lágrimas,</p>



<p>y la vida que llega</p>



<p>es débil como un soplo.</p>



<p>*</p>



<p><strong>PAROSSISMO</strong></p>



<p>Sul sentiero di altri sogni usciamo con la sera;<br>una strana avventura<br>ci sfogliò nella gioia della carne,<br>e il cuore fluttuò<br>fra di essa e la desolazione del viaggio.</p>



<p>Nell’agglomerato dei marciapiedi<br>ruppero d’un tratto i singhiozzi;<br>poi, per tutta la notte,<br>immerso nei miei sogni,<br>ascolto i suoi lamenti<br>e le sue preghiere.</p>



<p>Il treno è una raffica di ferro<br>che sferza il panorama e lo scuote tutto.</p>



<p>Consumo il suo ricordo<br>fino al fondo<br>dell’estasi,</p>



<p>e battono nel petto<br>i colori remoti dei suoi occhi.</p>



<p>Oggi passeremo congiunti all’autunno<br>e le praterie si tingeranno di giallo.</p>



<p>Tremo per lei!<br>Spopolati orizzonti dell’assenza!<br>La mattina sarò tutto</p>



<p>obnubilato dalle sue lacrime,<br>e la vita che giunge<br>è fievole come un soffio.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="350" height="512" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/unnamed.jpg" alt="" class="wp-image-98443" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/unnamed.jpg 350w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></figure>



<p>**</p>



<p><strong>PARTIDA, di Germàn List Arzubide</strong></p>



<p>Yo soy una estación sentimental</p>



<p>y los adioses pitan come trenes.</p>



<p>Es inútil llorar.</p>



<p>En los contornos del crepúsculo,</p>



<p>ventanas encendidas</p>



<p>hacia los rumbos</p>



<p>nuevos.</p>



<p>Palpita</p>



<p>todavía</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; la alondra</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; vesperal</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; de su pañuelo.<br>*</p>



<p><strong>PARTENZA</strong></p>



<p>Io sono una stazione sentimentale<br>e gli addii sono come fischi di treni.<br>È inutile piangere.</p>



<p>Nei contorni del crepuscolo,<br>finestre incendiate<br>verso le rotte<br>nuove.<br><br>Palpita</p>



<p>tuttavia</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp; </strong>l’allodola</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </strong>vespertina</p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp; nel suo<strong> </strong>scialle<strong>.</strong></p>



<p>**</p>



<p><strong>FlORES ARITM</strong><strong>É</strong><strong>TICAS</strong><strong>, di Manuel Maples Arce</strong></p>



<p>Esas rosas eléctricas de los cafés con música<br>que estilizan sus noches con “poses” operísticas.<br>Languidecen de muerte, como las semifusas,<br>en tanto que en la orquestra se encienden anilinas<br>y bosteza la sífilis entre “tubos de estufa”.</p>



<p>Equivocando un salto de trampolín, las joyas<br>se confunden estrellas de catálogos Osram.</p>



<p>Y olvidado en el hombro de alguna Margarita,<br>deshojada por todos los poetas franceses,<br>me galvaniza una de estas pálidas “ísticas”<br>que desvelan de balde sus ojeras dramáticas,<br>y un recuerdo de otoño de hospital se me entibia.</p>



<p>Y entre sorbos de exóticos nombres fermentados<br>el amor, que es un fácil juego de cubilete,<br>prende en una absurda figura literaria<br>el dibujo melódico de un vals incandescente.</p>



<p>El violín se accidenta en sollozos teatrales,<br>y se atragante un pájaro los últimos compases.</p>



<p>Este techo se llueve.<br>La noche en el jardín<br>sa da toques con pilas eléctricas de éter,<br>y la luna está al último grito de París.</p>



<p>Y en la sala ruidosa,<br>el mesero acadéicos descorchaba las horas.</p>



<p>*</p>



<p><strong>FIORI ARITMETICI</strong></p>



<p>Queste rose elettriche dei caffè risonanti di musica<br>che stilizzano le loro notti con “pose” operistiche,<br>languono di morte, come le semibiscrome,<br>mentre nell’orchestra si incendiano aniline<br>e sbadiglia la sifilide fra “tubi di stufa”.</p>



<p>Sbagliando un salto dal trampolino, i gioielli<br>si confondono, come stelle di cataloghi Osram.</p>



<p>E, dimenticato nell’òmero di qualche perla,<br>sfogliata da tutti i poeti francesi,<br>mi galvanizza di queste pallide &#8220;ìsticas&#8221;<br>che svelano senza motivo le proprie occhiaie tragiche,<br>e un ricordo d’autunno d’ ospedale mi intiepidiva.</p>



<p>E, fra i sorsi di esotici numeri fermentati,<br>l’amore, facile gioco di bussolotti,<br>assume, in un’assurda configurazione letteraria,<br>il disegno melodico di un valzer incandescente.</p>



<p>Il violino si frange in singhiozzi teatrali,<br>e un uccello inghiotte gli ultimi compassi.</p>



<p>Questo tetto fa acqua.<br>La notte nel giardino<br>rintocca con pile elettriche di etere,<br>e la luna è vestita all’ultima moda di Parigi.</p>



<p>Nella sala chiassosa,<br>il misero accademico scassinava le ore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/estridentismo-antologia-poesie/">“Chopin sulla sedia elettrica!”. Alla scoperta dell’Estridentismo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/ACMAA_1978-384-11-scaled-1-1024x708.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Haiku alla messicana. Storia di José Juan Tablada, il poeta che impazzì per il Giappone</title>
		<link>https://www.pangea.news/tablada-haiku-messico-giappone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2023 04:23:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Haiku]]></category>
		<category><![CDATA[José Juan Tablada]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=94588</guid>

					<description><![CDATA[<p>Che l’haiku sia, in letteratura, l’analogo del sushi è un fatto: l’antica disciplina lirica giapponese è riassunta – meglio, semplificata – nella rapinosa rapidità della terzina in diciassette more. Tutto è raccolto in quel nido di sillabe, sibillina sintesi di immagine, sensazione, senso. A volte l’haiku è soltanto suono: gocciolio di lettere su uno stagno, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tablada-haiku-messico-giappone/">Haiku alla messicana. Storia di José Juan Tablada, il poeta che impazzì per il Giappone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che l’haiku sia, in letteratura, l’analogo del sushi è un fatto: l’antica disciplina lirica giapponese è riassunta – meglio, semplificata – nella rapinosa rapidità della terzina in diciassette <em>more</em>. Tutto è raccolto in quel nido di sillabe, sibillina sintesi di immagine, sensazione, senso. A volte l’haiku è soltanto suono: gocciolio di lettere su uno stagno, rintocco di campana, verbosità onomatopeica che rifà il verso al rospo, all’egretta, alla tigre intimidita dalla luna.</p>



<p>A volte, l’haiku si sovrappone al koan: sentenza aforistica fuori senso, dall’esasperata esegesi, che dovrebbe ‘risvegliare’ l’adepto. L’al di là del linguaggio come via per il nirvana. La poesia è pur questo: illuminazione.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="94114 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Nel 1900 <strong>José Juan Tablada</strong>, messicano, fautore di una ‘internazionale della lirica’, giornalista per “El Universal”, partì da San Francisco per il Giappone. Il viaggio lo affascinò all’eccesso: il mondo fluttuante, la cronaca dei paraventi, la forma perfetta che fa coincidere la potenza della katana con la vanità dei fiori di ciliegio, il bello come pericolo, tutto era come si attendeva. Decise, da poeta, di portare il miraggio nipponico a Città del Messico. L’attività diplomatica consentì a Tablada di viaggiare tra Francia, Ecuador, Colombia: lo affascinava il ‘modernismo’ perché oltraggiava la tradizione europea con l’esotico; imitò i calligrammi di Apollinaire; fece coincidere l’aquila messicana con i vagabondaggi di Basho. In quegli anni, anche Ezra Pound, mettendo in piedi l’Imagismo, trovava nell’amalgama dell’haiku una lingua antica e straordinariamente nuova: di lì alla magia del teatro Nō e all’etica di Confucio il passo è corto. Come Tablada, anche per Pound la poesia d’Oriente era la via d’accesso per l’avvenire della poesia occidentale. Nel 1914 Tablada uscì con un opuscolo lirico-saggistico sulla storia di Hiroshige, “el pinto de la nieve, de la lluvia, de la noche y de la luna” – l’anno dopo (la coincidenza non è peregrina) Ezra Pound pubblica per Elkin Mathews, a Londra, <em>Cathay</em>, traduzione-rifacimento degli antichi poeti cinesi, dopo aver acquisito i manoscritti di Fenollosa. Che per la poesia del secolo scorso sia connaturato, naturale il rapporto con l’arte lo dimostra, tra l’altro, l’opera di Wyndham Lewis, il rapporto, per dire, tra Pound e Gaudier-Brzeska, la necessità, per Rilke, di lavorare presso Rodin e di studiare Cézanne. “Oh amato maestro Hiroshige, mi metto in pellegrinaggio con te…”, scrive Tablada, e poi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il mio proposito è che il raggio di diamante del tuo vangelo raggiunga l’anima ancora oscura della mia patria, affinché il sentimento nazionale, i poeti, i pittori, i pensatori, le anime sensibili, gli assediati dagli ideali, quelli che vedono la loro opera mutilata da un mondo avverso, bestiale, fatale… imparino a conoscere il tuo lavoro, che condensa la magia spirituale dell’arte del Giappone, ‘grande opera’ di Magia Bianca dell’amore che nobilita, che raggiunge un senso nuovo, che cattura e intrappola l’anima profana tra le spire e l’aura di un’arte che rapisce in estatica levitazione”.</strong></p></blockquote>



<p>L’esaltazione di Hiroshige si alternava agli studi sulla nuova arte messicana: è anche grazie all’integrale attività pubblicistica di Tablada che artisti come Ramón López Velarde, Diego Rivera e José Clemente Orozco hanno ottenuto attenzione e fama.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="832" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r-832x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94589" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r-832x1024.jpg 832w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r-768x946.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r-600x739.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/Eby1ab1UcAEyF3r.jpg 877w" sizes="(max-width: 832px) 100vw, 832px" /></figure>



<p>Tablada attraversò i disordini del suo paese: criticò la presidenza di Francisco Madero, appoggiò Victoriano Huerta, fu perseguitato da Emiliano Zapata. <strong>A New York, dove preferì ritirarsi, fondò la “Librería de los Latinos”, nella ventottesima strada, al 118, era il 1920.</strong> A Caracas, nel frattempo, esce il suo libro più importante, improntato all’orientalismo latinoamericano: <em>Li-Po y otros poemas</em>. Il calligramma si concilia con l’ideogramma, la postura futurista con gli ancestrali cinesi. Conferenziere di talento, Tablada fece dei suoi libri degli oggetti d’arte dalla bellezza esoterica: rientrò nel 1935 in Messico, a Cuernavaca; dieci anni più tardi fu nominato viceconsole a New York: morì poche settimane dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, in agosto.</p>



<p>In Italia l’opera di José Juan Tablada, altrimenti impalpabile, ha trovato un traduttore complice in Lionello Fiumi: a suo avviso <strong>“Tablada tratta l’haikai giapponese con geniale modernità.</strong> Il suo adattarsi alle lingue occidentali vuole – in certo modo – confermare lo stile ellittico di certa poesia moderna”. L’Universidad Nacional Autónoma de México ha costruito un sito, molto ricco<strong>, <a href="https://www.iifl.unam.mx/tablada/index.php?pos=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su <em>Vida, Letra e Imagen</em> di Tablada</a></strong>, riconosciuto come il poeta che ha trasportato la poesia sudamericana dalle secche del decadentismo alla modernità. Nel 1956 Octavio Paz, futuro Nobel per la letteratura, traduce alcuni <em>Poemas de Matsou Basho</em>, consegnando definitivamente al Messico il cuore del Giappone.</p>



<p>La traduzione degli haiku in Occidente supera il secolo di vita: terzine che come locuste hanno roso all’osso la tradizione, facendoci sperimentare la reticenza, l’assenza, il riverbero di immagini senza memoria; un rio di vetro sotto le ciglia. Il cosmo in un chicco di riso, in lacerazione di verbo. Chiamava gli haiku <em>poemas sintéticos</em>, Tablada: fu il primo a regolarsi indossando il kimono lirico, con la posa sinuosa del condor.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="807" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1-1024x807.jpg" alt="" class="wp-image-94590" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1-1024x807.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1-300x236.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1-768x605.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1-600x473.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/MAZ16-1100x867-1.jpg 1100w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>Prologo</em></p>



<p>Arte: con il tuo ago d’oro<br>le farfalle di un istante<br>ho cercato di inchiodare alla carta;</p>



<p>brevi versi che fanno risplendere<br>come gocce di rugiada<br>le rose del giardino;</p>



<p>piante e alberi<br>guardino queste pagine<br>come fiori in un erbario.</p>



<p>Grano taumaturgo<br>che nel teatro del tuo aroma<br>fai rivivere amori perduti;</p>



<p>impaurita lumaca di mare,<br>invisibile sulla spiaggia, dona<br>il suo canto all’immensità!</p>



<p>*</p>



<p><em>Gli avvoltoi</em></p>



<p>Ha piovuto tutta la notte<br>non finiscono di nettarsi le piume<br>al sole, gli avvoltoi.</p>



<p>*</p>



<p><em>Le api</em></p>



<p>Gocciola senza sosta<br>il miele dall’alveare:<br>ogni goccia, è un’ape.</p>



<div type="post" ids="73586" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>*</p>



<p><em>Il pavone</em></p>



<p>Pavone, larga folgore:<br>nel pollaio democratico<br>passa come un papa.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il bambù</em></p>



<p>Missile dall’asta lunga<br>non appena si alza, il bambù si inchina<br>in una pioggia di minuscoli smeraldi.</p>



<p>*</p>



<p><em>La voliera</em></p>



<p>Mille canzoni diverse:<br>la voliera musicale<br>è una torre di Babele.</p>



<p>*</p>



<p><em>Nuvole</em></p>



<p>Tra le Ande corrono veloci<br>nuvole – di monte in monte<br>sulle ali del condor.</p>



<p>*</p>



<p><em>Foglie secche</em></p>



<p>Il giardino è pieno di foglie secche;<br>non ho mai visto così tante foglie<br>verdi sugli alberi, in primavera.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’albergo</em></p>



<p>Autunno nell’albergo estivo:<br>nel campo da tennis<br>solo muschio e foglie che corrono.</p>



<p>*</p>



<p><em>La garzetta</em></p>



<p>Incastrata tra la freccia<br>del becco e delle zampe<br>la garzetta vola.</p>



<p>*</p>



<p><em>I rospi</em></p>



<p>Tozzi di fango:<br>nel sentiero in penombra<br>saltano i rospi.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il sambuco</em></p>



<p>Con le mille fiamme dei suoi fiori<br>il sambuco<br>è un lampadario gigante.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il pipistrello</em></p>



<p>Nell’ombra il pipistrello<br>imita la rondine: vuole<br>volare di giorno?</p>



<p>*</p>



<p><em>La luna</em></p>



<p>La notte nera è il mare<br>la nube una conchiglia<br>la luna la sua perla.</p>



<p>*</p>



<p><em>Le lucciole</em></p>



<p>Lucciole su un albero:<br>Natale d’estate?</p>



<p>*</p>



<p><em>La lucciola</em></p>



<p>Strass di rugiada<br>accendi, lucciola,<br>la tua lampada di Aladino!</p>



<p>*</p>



<p><em>Epilogo</em></p>



<p>Oh, barcaiolo<br>nella tua barca io sogno:<br>portami lungo i fiumi della notte<br>sulla riva d’oro di un altro giorno…</p>



<p>**</p>



<p><em>L’oro ci minaccia</em></p>



<p>Cristo, Mahatma, ti imploro<br>fai marcire l’oro!<br>Se ogni tesoro<br>si rivela sterco immondo<br>finiranno le infamie del mondo!</p>



<p>Che ogni grammo dell’infetto metallo<br>sia piaga di lebbra sulle mani;<br>ogni lingotto che si scioglie<br>diventi il fuoco della peste nera.</p>



<p>Che tu possa elettrizzare la giustizia, Gesù!<br>Tu che hai reso un re il mendicante<br>tramuta in serbatoi di pus<br>il cupo seno delle casseforti!</p>



<p>Padre degli schiavi e dei vagabondi<br>vinci l’atroce regno dell’oro<br>e l’uomo sarà prossimo a Dio<br>e la pace regnerà sul mondo!</p>



<p><strong><em>José Juan Tablada</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tablada-haiku-messico-giappone/">Haiku alla messicana. Storia di José Juan Tablada, il poeta che impazzì per il Giappone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/main-image-2-1024x768.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Dove le terre camminano. Massimo Maggiari: in Messico alla ricerca dello “stato di grazia”</title>
		<link>https://www.pangea.news/massimo-maggiari-viaggio-in-messico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2022 04:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[curandero]]></category>
		<category><![CDATA[Giunti]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Maggiari]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=90337</guid>

					<description><![CDATA[<p>Siamo nello stato di San Luis Potosí in una giornata splendida di un gennaio che ha una voglia maledetta di voler fiorire. Da sempre, in questi luoghi sacri, le terre camminano. Camminano nei pellegrinaggi degli Huichol che attraverso i secoli sono arrivati al compimento del loro viaggio spirituale in cima al Cerro Quemado. Il luogo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-maggiari-viaggio-in-messico/">Dove le terre camminano. Massimo Maggiari: in Messico alla ricerca dello “stato di grazia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo nello stato di San Luis Potosí in una giornata splendida di un gennaio che ha una voglia maledetta di voler fiorire. Da sempre, in questi luoghi sacri, le terre camminano. Camminano nei pellegrinaggi degli Huichol che attraverso i secoli sono arrivati al compimento del loro viaggio spirituale in cima al Cerro Quemado. <strong>Il luogo dove la Madre Terra ha partorito il sole secondo le credenze di questa gente antica. Prima di tale evento cosmico, la crosta terrestre godeva solo della presenza luminosa del fuoco.</strong> Peraltro, invenzione ispirata di un <em>marakame</em> (sciamano) il cui nome si è perso nella notte dei tempi. Questo è un luogo di preghiera. Forte, assorta, intimamente incalzante nella spirale azzurrina dei cieli. Qui molte dimensioni s’incontrano. Possono parlarsi. Intrecciarsi come in un <em>dejà vu,</em> aiutando chiunque compia quel gesto con l’intenzione appropriata a fare un nuovo passo nell’enigmatico evolversi della Vita. Personale, famigliare, e planetario. Con il palmo della mano aperta ed il cuore ben saldo nel fluire dell’<em>Anima Mundi</em>.</p>
<p><strong>Dopo l’alba scendo nel centro del paese con Don Mateus, il <em>curandero</em>. Real sta ancora dormendo. Si sente solo l’eco dei nostri passi che ancora intontiti dall’ora cadenzano adagio lungo i mosaici del selciato. <em>Tienes las velas</em>/Hai le candele? Mi chiede con tono acquietato l’uomo della medicina.</strong> Rispondo imbarazzato di no e subito lui mi rassicura chiedendo <em>velas</em> a un signore anziano che spunta dall’ antro di una casa. Purtroppo senza esito. D’istinto mi precipito verso la chiesa dove forse troverò uno dei venditori. Giunto all’altezza del Santuario vedo un uomo seduto su di uno scalino con le braccia appoggiate sulle ginocchia e le mani protese nel vuoto.  Lo noto soprattutto perché al suo fianco ci sono due candele dedicate al santo patrono. Gli chiedo se vende candele e senza batter ciglio controbatte “<em>Vas a la montaña</em>?”. Nonostante un vago senso di sorpresa azzardo un sì mentre lui mi fa cenno di seguirlo. Entra dalla porta di un ripostiglio semichiuso uscendo fuori con quattro candele. In silenzio, lo pago frettolosamente siglando lo scambio. È un uomo piccolo, con le unghie lunghe giallognole, il corpo magrolino, e il volto bruciato dal sole in cui domina una fronte rugosa. “<em>Vas a la montaña?”.</em> Ripete ora con tono amichevole e subito aggiunge una candela al mucchio: “<em>por favor</em>, prega anche per il pianeta e per la fine del virus…”.  Lo guardo fisso accennando col capo un fermo sì e all’istante mi dileguo verso il <em>curandero</em> che mi aspetta all’inizio del cammino in direzione del monte sacro chiamato Lucero.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90338 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-210x300.jpg" alt="" width="362" height="517" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-716x1024.jpg 716w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-768x1099.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-1074x1536.jpg 1074w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d-1432x2048.jpg 1432w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/4f387a52da6641f093a3c749473c836d.jpg 1500w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></p>
<p><strong>Attraversiamo decine di rovine spagnole lungo il tragitto. Sono come fantasmi di un’epoca che non c’è più. Quando l’argento si raccoglieva lungo i pendii brulli e poi giù nelle forre scavate dagli uomini.</strong> Una decina di anni fa ci ha provato di nuovo una compagnia canadese che senza mezzi termini è stata fermata da una vera insurrezione popolare. Alla miniera si è preferito il turismo e le terre sacre del Quemado continuano oggi a camminare nel loro silenzio ancestrale. Lo stradone su cui avanziamo costeggia un ampio vallone giungendo fino a un passo dove campeggia una croce tinta di blu. Lassù in alto. Dietro una curva, l’ingresso di un’antica miniera rivela un buio fitto in una cavità improvvisa scavata nella roccia. Una grata ne ostruisce il passaggio per salvaguardare l’imprudente di turno da un eventuale passo falso. È così che la realtà della miniera persiste ancora come un marchio indelebile nella montagna. <a href="https://www.giunti.it/catalogo/leggere-nel-cuore-9788809957671" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>A una sosta cominciamo a parlare del nostro libro <em>Leggere nel cuore. I segreti di un curandero</em> e della sua intenzione. </strong></a>Prima dell’uscita di marzo voglio avere ben chiaro le mie regole d’ingaggio. Vale a dire, il messaggio da accompagnare al libro. Al riguardo, l’entusiasmo e il fermo piglio mostrate da Don Mateus sono contagiose. Assiepato su di un pietrone all’ombra di un cactus fiorente di aculei l’uomo prende a spiegare il suo pensiero.<strong> “Siamo tutti esseri in cammino. Non è sempre facile capire in che direzione andare anche perché in parte siamo un mistero a noi stessi. È importante quindi dare e ricevere informazioni. Ascoltare, distinguere quello che fa al caso nostro, e soprattutto capire. La Vita ci aiuta tutti i giorni a fare passi in avanti o a fermarci a una tappa quando risulta necessario. Il nemico è sempre lo stesso, la paura, e quando non si ha una mappa i timori possono essere tanti. </strong>Questo libro non istruisce ad aumentare il proprio potere, intende solo aiutare chi vuole semplicemente ESSERE nel proprio presente. In pienezza, consapevole delle energie che ha a disposizione nel suo breve transito di spazio e tempo, prima di passare ad altre dimensioni perché come ben sappiamo la morte non esiste. Non sono poche le trappole. Una sera seduto di fronte al fuoco me ne sono state rivelate alcune. Ma senz’altro ce ne sono altre. Non sono giudizi moralistici, sono stati di coscienza che tutti attraversiamo, viviamo, e spesso superiamo in un modo o nell’altro: con le buone o con le cattive, oppure grazie ai sorprendenti giri di boa del vivere.  Il primo stato si fa riconoscere quando subisci tutto quello che ti capita senza decidere nulla. Bisogna avere CORAGGIO per spezzare quell’incantesimo. Il secondo invece si manifesta quando la voce di chi sei veramente risulta soffocata dal modello imperante del momento. Un modo di essere può funzionare per alcuni ma senz’altro non per tutti. Il terzo stato di coscienza che definisco come un eccesso di passività, ti fa guardare sempre indietro, giustificando un tuo possibile ruolo di vittima. L’antidoto a questi stati densi può solo essere una certa integrità tra quello che sei dentro e ciò che vivi fuori. Un sottile equilibrio non facile da raggiungere e poi mantenere che trovo ben descritto nel colore bianco in cui l’intero spettro di colori trova una realizzazione.<strong> Questo stato di grazia richiede però una lunga conoscenza di sé stessi non contaminata dall’arroganza. </strong>Come vedi, il nostro lavoro è crescere nel tempo che ci viene affidato diventando sempre più fluidi, luminosi, pronti alla dimensione successiva. L’armonia interiore è una realtà vinta a caro prezzo con sudore e lacrime. Cadute e riprese del cammino. L’amore spirituale, la compassione, la gioia, sono anche stati di coscienza che tutti possiamo attraversare. Però alla base di tutto questo c’è sempre l’intenzione. Le possibilità insite nell’esistere quotidiano che ci proponiamo di attivare per essere autenticamente Vivi e al Servizio dell’armonia dell’Universo. Anche le informazioni date da un libro possono aiutare a questo proposito, se poste al di là di giudizi moralistici e qualsiasi forma di dogmatismo che non rappresenta di certo il mistero insondabile della Vita”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90339 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/huichol-300x180.jpg" alt="" width="610" height="366" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/huichol-300x180.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/huichol-1024x614.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/huichol-768x461.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/huichol.jpg 1200w" sizes="(max-width: 610px) 100vw, 610px" /></p>
<p>Beh, certo l’intenzione è la chiave. L’intero manoscritto ne parla. Un concetto non facile perché non risiede tanto nella mente quanto nell’anima dell’essere. Definirla per me, che sono dalla parte del linguaggio scritto, è risultato sempre un dilemma. <strong>So bene che soltanto un aneddoto può aiutare a comprenderla come quello che Carl Jung proponeva </strong><strong>durante le cene natalizie al Club degli psicologi di Zurigo. Si trattava della storia del mago della pioggia di Kiau Tchou arrivato in un villaggio condannato da lungo tempo alla siccità.</strong> Una storia che Jung aveva imparato dall’amico sinologo Richard Wilhelm dopo il lungo soggiorno in Cina. Lo racconto a Don Mateus che ascolta con attenzione inserendo alla fine l’input di una sua riflessione. <strong>“La richiesta d’aiuto portata al mago della pioggia dagli emissari del villaggio è da subito un evento importante che suggerisce un gesto d’umiltà. Da soli gli abitanti non ce la possono fare. D’altro canto, la siccità è il segno visibile che quel luogo non è in armonia con l’Universo, o come dicono loro: <em>non è in Tao</em>. Qualcosa deve cambiare nel cuore di quella gente. </strong>L’arrivo dell’uomo innesca un successivo cambio di coscienza promuovendo nella comunità un senso di fede. È così che gradualmente si configura l’intenzione attivando una nuova possibilità. È fondamentale il cambio di frequenza per un ritorno in armonia o in Tao. Si genera così un diverso tipo d’energia che trova spazio nei gesti, nelle frasi e nei pensieri rendendo più fluidi e leggeri anziché densi. Di conseguenza, fluidificando ci si mette in relazione col mondo e i suoi elementi riportando equilibrio. Discesa di una manna dal cielo”.</p>
<p><figure id="attachment_90340" aria-describedby="caption-attachment-90340" style="width: 532px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90340" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n-300x225.jpg" alt="" width="532" height="399" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n-1536x1152.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/80805004_2652759471470280_4787164324713988096_n.jpg 2048w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /><figcaption id="caption-attachment-90340" class="wp-caption-text">Massimo Maggiari alla ricerca degli sciamani nel grande Nord</figcaption></figure></p>
<p>Quell’ultimo appunto mi mette il cuore in pace. Sembra portare chiarezza. L’intenzione è creare un ponte tra l’anima e il mondo circostante per costruire Vita. Buttato giù un sorso d’acqua riprendiamo il cammino. Il sole sembra meno alto mentre la cima appare sempre più vicina.</p>
<p>Oltrepassato il passo con la croce blu, c’inerpichiamo lungo una cresta appiattita e uniforme fino a raggiungere un lunghissimo colle sommitale. Intorno vediamo solo cespugli e qualche gambo di agave selvatica pronto a fiorire. <strong>Defilato in mezzo a un gruppo di arbusti troviamo invece un cerchio cerimoniale con le sue tante offerte rituali abbandonate al centro.  Candele, monete, effigi di vario tipo, e biscottini dispersi tra le ceneri.</strong> Una volta seduti entrambi su due pietroni grigi Don Mateus appoggia le nostre candele a un sasso. Segue una pausa che ci fa guardare lontano oltre gli azzurri verso il blu scuro della Sierra e del Pacifico. Stare semplicemente lì, in silenzio, in quella luce radiosa è già una preghiera di buon auspicio per il domani.</p>
<p><strong><em>Massimo Maggiari</em></strong></p>
<p><em>Real de Catorce, 9 gennaio 2022</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-maggiari-viaggio-in-messico/">Dove le terre camminano. Massimo Maggiari: in Messico alla ricerca dello “stato di grazia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Huichol-Art-Huichol-Center-for-Cultural-Survival.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Senza farmi sconfiggere da una vita vana”. Elogio di Suor Juana Inés de la Cruz</title>
		<link>https://www.pangea.news/suor-juana-ines-de-la-cruz-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 05:26:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Octavio Paz]]></category>
		<category><![CDATA[Suor Juana Inés de la Cruz]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=89202</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per punizione si segava i capelli. Che austera autorevolezza in quel gesto, che inadempienza alle norme, che indipendenza di razza! Pensava che la sapienza fosse bellezza e che per l’insipiente, dunque, fosse necessario percorrere la via della punizione, della castrazione. “Ho preso a comprendere la grammatica&#8230; e la mia cura era tanto intensa che mi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/suor-juana-ines-de-la-cruz-ritratto/">“Senza farmi sconfiggere da una vita vana”. Elogio di Suor Juana Inés de la Cruz</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per punizione si segava i capelli. Che austera autorevolezza in quel gesto, che inadempienza alle norme, che indipendenza di razza! Pensava che la sapienza fosse bellezza e che per l’insipiente, dunque, fosse necessario percorrere la via della punizione, della castrazione. “Ho preso a comprendere la grammatica&#8230; e la mia cura era tanto intensa che mi ero imposta di tagliarmi quattro o sei dita di capelli se questi crescevano più rapidamente del mio apprendimento: non mi sembrava giusto che un ornamento tanto apprezzabile decorasse una testa così priva di sapienza”, scrive, con la consueta enfasi, sbilanciata sulla violenza, nella formidabile <em>Respuesta a Sor Filotea de la Cruz</em>. Era il 1691, <strong>Suor Juana Inés de la Cruz</strong> aveva quarant’anni, difendeva con protervia il proprio genio – <strong>“Scrivere non è mai stato mia proprietà diretta, ma forza aliena; per cui potrei dire, nel vero: <em>vos me coegistis</em>. Non nego che fin dal primo raggio della ragione, l’inclinazione alle lettere fu così veemente e poderosa</strong> che né le repressioni (ne ho subite molte) né le mie riflessioni (non poche) sono bastate a distogliermi da tale impulso naturale, che Dio ha imposto in me” – si avviava alla tenebra.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89203 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera-215x300.png" alt="" width="361" height="506" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera-215x300.png 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera.png 635w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></p>
<p>Nei ritratti, Suor Juana è sempre davanti a un libro, dal calamaio spuntano diverse penne, il suo viso è bello e severo, una audacia che l’abito castigato non contiene, e scostumate, lunghe le mani, di chi s’insinua nelle segrete del tempo. Nata a San Miguel Nepantla – ora Nepantla de Sor Juana Inés de la Cruz –, in Messico, educata nella biblioteca del nonno paterno, d’inaudita precocità, da ragazza è ammessa alla corte del viceré Antonio Sebastián de Toledo; il suo genio nel piegare il verbo, la versatilità, la sapienza poliedrica, sbalordiscono. In una società di intelligenze maschili, Juana è il ‘mostro’, sottomette per sovrumana evidenza. Donna dell’era barocca, ineguagliabile, Juana mescola la teologia al mondo classico, Cristo ai miti greci, gli esperimenti scientifici agli espedienti astrologici; leggeva Sant’Agostino insieme ad Athanasius Kircher. Rifiutò di sposarsi, nel 1667 fece ingresso come novizia tra le Carmelitane Scalze; ne fuggì sgraziata da una disciplina che diceva arida, infelice, inferiore; preferì il convento dell’Ordine di San Girolamo, dove le era concesso approfondire i propri studi. <strong>Donna dall’implacabile intelligenza, sedusse le grandi donne di Spagna, che furono sue totali sostenitrici: Leonor Mar</strong><strong>ía de Cerreto, consorte del viceré, prima, e María Luisa Manrique de Lara y Gonzaga (principessa di casa Mantova), poi.</strong> Non di rado Suor Juana celebra l’amore, l’estrema dote della carne; i suoi toni ricordano i ‘metafisici’, l’<em>agudeza </em>è acuminata, rimanda a John Donne, per intenderci, un talento che sradica le resistenze, sinuoso, come un alligatore che fluttua tra le acque cosmiche.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89204 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000-300x194.jpg" alt="" width="606" height="392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000-1024x664.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000-768x498.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000-1536x995.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/BRB1103delaCruz_1000.jpg 1543w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></p>
<p>Suor Juana rompe il verbo, piaga l’arte del sonetto, sorprende di continuo, il gioco di parole non è mai effimero, è prolusione di specchi che dardeggiano incendi. Che le sue poesie siano pressoché introvabili in Italia – i <em>Versi d’amore e di circostanza</em> editi nel 1997 da Einaudi non sono più in circolazione – la dice lunga sullo stato comatoso del nostro panorama editoriale, prono al ‘nuovo’, poco incline al genio. Morti o destituiti i protettori, Suor Juana fu presa di mira da stuoli di prelati, di invidiosi, di lacchè. Nel 1694, fu costretta ad abiurare, tramite documenti di rinuncia, alla propria attività letteraria; così, consegna ai clericali i suoi libri, i suoi testi, gli strumenti musicali e quelli scientifici che aveva collezionato. Morì nell’aprile del 1695, a causa di una epidemia ignota. In un libro di sgargiante grandezza, <em>Suor Juana o le insidie della fede </em>(in origine 1982, pubblicato da Garzanti nel 1991, ora introvabile), Octavio Paz, il poeta Nobel per la letteratura, che fa della messicana lo zenit della letteratura in lingua spagnola, usa parole perentorie: <strong>“La mia generazione ha visto i rivoluzionari del 1917, i compagni di Lenin e di Trockij, confessare davanti ai loro giudici crimini irreali in un linguaggio che era spregevole parodia del marxismo, allo stesso modo in cui il linguaggio bigotto delle dichiarazioni di fede che suor Juana firmò con il sangue sono una caricatura del linguaggio religioso. </strong>I casi dei bolscevichi del XX scolo e quella della monaca poetessa del XVII secolo sono molto diversi, ma è innegabile che, nonostante le numerose differenze, ci sia tra essi una inquietante somiglianza di fondo: sono fatti che possono accadere solo in società chiuse, rete da una burocrazia politica ed ecclesiastica che governa in nome di una ortodossia. A differenza degli altri regimi, siano democratici o tirannici, le ortodossie non si accontentano di punire le ribellioni, le dissidenze, le deviazioni, pretendono la confessione, il pentimento, la ritrattazione dei colpevoli”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89205 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/poesie-182x300.jpg" alt="" width="323" height="532" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/poesie-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/poesie-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/poesie-768x1268.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/poesie.jpg 930w" sizes="(max-width: 323px) 100vw, 323px" /></p>
<p>Nel 1689 Suor Juana presenta un testo teatrale dal titolo <em>Amor es más laberinto</em>: la vicenda classica del Minotauro prende svolte inaudite. Il labirinto “dai sentieri intricati/ i gironi che s’intrecciano/ tanto che perfino il discorso/ ne dice ignorandolo”, non è quello in cui è rinchiuso il mostro, infine, ululante vanità, ma il cuore umano. Teseo, infatuato di Fedra, è preda dei trucchi di Arianna, di lui innamorata. Infine, il labirinto del tempo, pieno di tagliole, tentò di alienare Suor Juana; lei, la bimba che leggeva mozzandosi i capelli, lo sfidò, fissandolo.</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>A una rosa</em></strong></p>
<p>Rosa divina, dolce coltura,<br />
la tua fragrante discrezione<br />
è magistero purpureo di bellezza<br />
candida sapienza in splendore.</p>
<p>Eludi l’umana architettura,<br />
emblema di vana gentilezza<br />
in cui tutta la natura si assembla<br />
allegra culla, contrita sepoltura,</p>
<p>volitivo sfarzo, premurosa<br />
superbia, rischio di morire martire<br />
infine svanire, sconosciuta.</p>
<p>Anche tu sei caduca, pronta ad appassire!<br />
Così, con maestria di morte e vile vita<br />
esisti per ingannare, insegni a morire.</p>
<p>*</p>
<p>Se mi lascia, ingrato, lo cerco;<br />
se mi insegue, ingrata, lo lascio;<br />
adoro chi maltratta il mio amore<br />
maltratto chi chiede il mio amore.</p>
<p>L’amore che cerco mi sembra un diamante<br />
sono un diamante per chi cerca il mio amore<br />
trionfante voglio vedere chi mi uccide<br />
uccido chi vuole vedermi trionfare.</p>
<p>Se lo prego, subisce il mio desiderio;<br />
se mi prega, l’ira, regale;<br />
in ogni modo, sono infelice.</p>
<p>Ma io scelgo il gioco ardito;<br />
sono violenta con chi non desidero<br />
l’ossessa spossessata con chi non mi ama.</p>
<p>*</p>
<p>Perché continui a perseguitarmi, Mondo?<br />
Come ti offendo, se il mio intento<br />
è intendere la bellezza<br />
senza intridermi di bellezza?</p>
<p>Non m’importano tesori né ricchezze;<br />
per questo, sono felice quando<br />
insinuo la ricchezza nel mio pensiero<br />
più che pensare alla ricchezza.</p>
<p>Non m’importa la meraviglia: è un<br />
ricatto, premio civile dei secoli,<br />
non m’importa la menzogna dei ricchi,</p>
<p>avendo a cuore le mie convinzioni,<br />
sconfiggo le vanità della vita<br />
senza farmi sconfiggere da una vita vana.</p>
<p>*</p>
<p>Verde incantesimo della vita umana,<br />
speranza folle, frenesia dorata,<br />
labirintico sogno a occhi sgranati<br />
vani tesori forgiati dalle illusioni;</p>
<p>anima del mondo, vecchiaia rigogliosa<br />
decrepita giungla di immagini;<br />
l’oggi delle promesse beate,<br />
il domani di quelle sconfessate:</p>
<p>segugio di ombre cerchi il tuo giorno<br />
come chi, con vetri verdi sugli occhi,<br />
vede tutti dipinto dai propri desideri;</p>
<p>ma io, che accordo la mia fortuna,<br />
tengo gli occhi sulle mani:<br />
vedo soltanto ciò che tocco.</p>
<p>*</p>
<p>Fermati, ombra del bene inafferrabile,<br />
figura dell’incantesimo che amo,<br />
lampante illusione per cui muoio felice,<br />
dolce finzione per cui vivo infelice.</p>
<p>Se alla calamita del tuo corpo, attraente,<br />
il mio petto s’inchina come acciaio obbediente<br />
perché rapirmi in una lussuria di lusinghe<br />
e burlarti di me, mentre fuggi?</p>
<p>Non ha blasone più alto la vittoria:<br />
la tua tirannia trionfa su di me;<br />
ma anche se mi tormenti tra i lacci</p>
<p>che cingevano la tua mirabile forma<br />
poco importa giocare con le braccia e il petto:<br />
la mia fantasia forgia una prigione per te.</p>
<p>*</p>
<p>Questo pomeriggio, amore mio, ti parlavo<br />
e il viso e le azioni sviavano<br />
le mie parole, non ti ho convinto<br />
di ciò che desidera il mio cuore;</p>
<p>e Amore, che intende i miei intenti,<br />
ha sconfitto ciò che sembrava impossibile:<br />
nel pianto, scavato dal dolore,<br />
il cuore disfatto stillava.</p>
<p>Smettiamo il rigore, amore mio, basta:<br />
non ti tormentare come uno scellerato tiranno<br />
la vila diffidenza non veli la tua inquietudine</p>
<p>con ombre velenose e vani indizi,<br />
hai visto e toccato, liquefatto,<br />
il mio cuore, un nulla tra le tue mani.</p>
<p><strong><em>Suor Juana Inés de la Cruz</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/suor-juana-ines-de-la-cruz-ritratto/">“Senza farmi sconfiggere da una vita vana”. Elogio di Suor Juana Inés de la Cruz</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/01/Francisco_de_Zurbaran_037-scaled-e1643366211595-1024x877.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“E vedo in te la vita, il miracolo, l’inaspettato”. Una lettera di Octavio Paz</title>
		<link>https://www.pangea.news/octavio-paz-lettere-amore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2021 05:40:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Octavio Paz]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=88140</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quell’anno, pochi mesi più tardi, in luglio, avrebbe partecipato al II Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura. Il convoglio ‘antifascista’, pilotato da Mosca, aveva sede, dopo la puntata parigina di due anni prima, a Valencia, Madrid e Barcellona, per supportare la Repubblica spagnola impegnata contro gli schieramenti di Francisco Franco. Era il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/octavio-paz-lettere-amore/">“E vedo in te la vita, il miracolo, l’inaspettato”. Una lettera di Octavio Paz</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quell’anno, pochi mesi più tardi, in luglio, avrebbe partecipato al II Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura. Il convoglio ‘antifascista’, pilotato da Mosca, aveva sede, dopo la puntata parigina di due anni prima, a Valencia, Madrid e Barcellona, per supportare la Repubblica spagnola impegnata contro gli schieramenti di Francisco Franco. <strong>Era il 1937 e per Octavio Paz, che aveva 23 anni, inviato a rappresentare il suo paese, il Messico, in pieno estro comunista, partecipare al congresso era una specie di premio, l’ingresso nell’alta nobiltà letteraria:</strong> erano lì riuniti, oltre all’onnipresente André Malraux, specie di colonnello delle feste, tra i tanti, Tristan Tzara, Julien Benda, César Vallejo, Antonio Machado e Rafael Alberti, María Zambrano e W.H. Auden, Heinrich Mann e, ovviamente, Pablo Neruda. L’Unione Sovietica aveva mandato un plotone di una decina di scrittori, passati in degno oblio. Figlio di un rivoluzionario zapatista, ubriaco di trockijsmo, dagli anni Quaranta, tuttavia, Paz “si allontana dai comunisti ortodossi e conserva legami soltanto con l’opposizione di sinistra” (Franco Mogni). La carriera diplomatica – che lo porterà a lavorare presso l’ambasciata messicana a Parigi, poi in Giappone, infine in India – la compie sotto governi guidati dal Partido Revolucionario Institucional. <strong>Premio Cervantes nel 1981, Nobel per la letteratura nel 1990, Octavio Paz, poeta per lo più inclassificabile,</strong> dall’opera autarchica, assertiva, tra avanguardia e tremore epico, dai molteplici maestri – anche per via di una vita di vagabondaggi: svezzato dalla lettura di T.S Eliot e di Rilke, è stato amico di Alejo Carpentier, Benjamin Péret, William Carlos Williams, Robert Frost – è considerato <em>uno de los más influyentes autores del siglo XX y uno de los grandes poetas de todos los tiempos</em>. Chi ha attraversato la sua opera – raccolta, ad esempio, per Mondadori, in <em>Vento cardinale e altre poesie</em> – non ne esce indenne, è spesso spiazzante. In libri come <em>L’arco e la lira</em> (Il melangolo, 1991), il pensiero sul gesto poetico sfibra verso vertigini ancestrali: “L’operazione poetica non è diversa dall’esorcismo, dall’incantesimo e da altri procedimenti magici. E l’attitudine del poeta è molto simile a quella del mago. Entrambi utilizzano il principio di analogia; entrambi procedono con fini utilitari immediati: non si domandano che cosa sia la lingua o la natura, ma se ne servono per i loro fini”; “L’opera poetica è in lotta con se stessa. Per questo è viva. E da questa contesa continua&#8230; ha origine anche ciò che si è chiamato la pericolosità della poesia&#8230; Il poeta è un essere a parte, un eterodosso per fatalità congenita: dice sempre un’altra cosa, anche quando dice le stesse cose del resto degli uomini della sua comunità&#8230; l’indole stessa del dire poetico provoca il sospetto”. Pur così importante, l’opera di Paz è per lo più scomparsa nel convegno editoriale italiano, che non fa che replicare il noto (i saggi <em>La duplice fiamma. Amore ed erotismo</em>, <em>Il labirinto della solitudine</em>, lo studio, <em>Apparenza nuda</em>, sul lavoro di Marcel Duchamp), abbandonata a una specie di indegna, inspiegabile atrofizzazione. <a href="https://pendulo.com/libro/odi-et-amo-las-cartas-a-helena_407230" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nel mondo spagnolo, piuttosto, come <em>Odi et amo: las cartas a Helena</em>, sono rese pubbliche le lettere che Octavio Paz ha scritto all’amata, all’amante, alla moglie, la scrittrice Elena Garro</strong></a> (soprannominata <em>Helena</em> nel carteggio amoroso). Drammaturga di alto talento, narratrice di pregio – piaceva, tra l’altro, a Borges – Elena Garro divorzierà da Octavio Paz nel 1959. “Le lettere sono la testimonianza della formazione intellettuale del giovane poeta, un febbrile registro della vita sociale e messicana in anni turbolenti, ‘un’alta confessione del nostro amore’”, recita la quarta. Le prime lettere risalgono al 1935; due anni dopo, al tempo della lettera che qui si pubblica – <a href="https://letraslibres.com/revista/charlatana-helena-helena-mia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">edita in origine su “Letras Libres”</a>, è tradotta da Diana Mazon –, il poeta convince Elena, appena ventenne, a raggiungerlo durante il Congresso degli scrittori antifascisti. Elena non si lasciò concupire dalla cappa politica che aleggiava su quella turbata tribù di intellettuali; preferì sposare Paz quello stesso anno. Due anni dopo nacque la loro unica figlia. La chiamarono <em>Helena</em>, a sancire il codice degli amanti, la serratura che impegna alle segrete dell’amore. Poi, disgregati, si lasciarono. Sono morti, a distanza di qualche mese, nello stesso anno, il 1998.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88141 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-209x300.jpg" alt="" width="377" height="541" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-1072x1536.jpg 1072w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-1429x2048.jpg 1429w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/978607031160-scaled.jpg 1786w" sizes="(max-width: 377px) 100vw, 377px" /></p>
<p>**</p>
<p><em>Mérida, 10 aprile, 1937</em></p>
<p>Cara Helena:</p>
<p>Quando ho messo la data, mi sono ricordato di un verso “Ho avuto una ragazza, mi sembra che fosse ad aprile”. Che gioia, che grande gioia. Aprile, tu, la mia ragazza, la mia ragazza ad aprile e a maggio, la mia ragazza a dicembre, la mia ragazza a giugno. <strong>Giugno, hai notato come si dice giugno? Non si dice, si canta, si danza: c’è un fiume luminoso in questa parola, una barca gioiosa, e una musica di acque verdi e limpide. </strong>Giugno, c’è qualcosa di grave e calmo, così sottile. Tutto è mosso da un vento, e c’è un pianoforte che canta la <em>i</em> e la <em>u</em> e la <em>o</em>, mentre la <em>g</em> distilla acqua e la <em>n</em> matura qualcosa, frumento, fieno, luce, g….iiii….uuuu….gnooooo. Amore, giugno, Helena, la gioia è in queste parole, in queste morbide lettere che mi scampano dalle mani, che mi toccano la bocca, che mi sbocciano da dentro e non le posso trovare. Da dove viene il suo flusso, il suo accento? È qui, dentro di me, vive come un uccello e poi se ne va in aria. E dall&#8217;aria scende, mi circonda, invisibile. La tua voce, le tue postura, impostora Helena, il tuo camminare silenzioso, il tuo fiume. Helena mia.</p>
<p>Quando è arrivata la tua lettera, colomba (ti piace essere una colomba? Preferiresti essere un pesce? Sei, a volte, come un lungo pesce), ero sull&#8217;amaca, sdraiato. Senza scarpe, barba lunga e guardavo il soffitto come un babbeo. Vicino a me, nell&#8217;altra stanza, Juan de la Cabada (un collega comunista molto buono e simpatico) stava scrivendo una storia, con cose che aveva appena raccolto da Quintana Roo. Una storia magnifica (non so come la sviluppi, ma il materiale è ottimo e si può fare qualcosa di simile a quello che ha fatto Frobenius con la cultura nera) che un giorno ti racconterò. In modo che tu non capisca nulla, ti dirò che si tratta di un <em>méh</em>, di una brocca dove beve un <em>ayux</em> e di altre cose. C&#8217;è un&#8217;altra storia, della lumaca, che è una donna per i Maya, e lo scoiattolo, che è suo marito. E di come mangiarono una zucca, e di come morì lo scoiattolo e l’avvoltoio cantò e si ubriacò e fu picchiato e impiccato per aver “ingannato il popolo”. E l’avvoltoio era un demagogo, che non sapeva cantare e che portava sotto le ali la povera lumaca. <strong>E l’avvoltoio somiglia a molti di quelle parti, a molti di tutto il mondo, che ingannano la gente. E un giorno li impiccheremo, per ubriaconi e bugiardi, e la gente mangerà, senza paura che arrivi il cacciatore, tante belle e grandi zucche.</strong> E cose buone oltre la zucca, fagioli e un po’ di mais. Povera gente, affamata, che muore di fame mentre ascolta gli avvoltoi tutto il giorno. Avete tanti avvoltoi, tanti e grossi come aquile, e altri, timidi e intellettuali, che vivono del cadavere di tante cose, dei resti dei banchetti di altri<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Sono gli avvoltoi che cantano dopo pranzo, i poveri. Quelli che giustificano i banchetti in cambio di un po’ di mais.</p>
<p><figure id="attachment_88142" aria-describedby="caption-attachment-88142" style="width: 638px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-88142" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1-300x179.jpg" alt="" width="638" height="381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1-300x179.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1-1024x611.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1-768x459.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1-1536x917.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/frases-de-elena-garoo.v1.jpg 1998w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /><figcaption id="caption-attachment-88142" class="wp-caption-text">Elena Garro (1916-1998) ha sposato Octavio Paz nel 1937; hanno divorziato nel 1959. Vent&#8217;anni prima nacque la loro unica figlia, Laura Helena</figcaption></figure></p>
<p>Quello che stavo per dirti non era questo. Che ti importa degli avvoltoi? Ero nella mia camera da letto. Un giorno senza infamia e senza gloria. Guardavo il soffitto e un cielo grigio, quasi una prigione. Non ero triste. Pensavo che, in fondo, la vita del prigioniero è una cosa buona, senza dover uscire e dire: buongiorno. E tu eri nella stanza. Eri lì, e dicevi che era proprio bello e che era meglio stare sdraiati sull&#8217;amaca, freschi (il caldo è cessato, al nord). E dicevi che era una seccatura avere una stanza così piccola e senza letti, e con solo una sedia e dei libri per terra. Che era troppo bohémien, poco accogliente, persino scomoda. Ma l&#8217;amaca, d&#8217;altra parte, era enorme e dai colori molto belli. E poi sei rimasta in silenzio e mi ascoltavi. E ti dicevo come sarei arrivato in Messico, e come avrei fatto per tornare con te o restare là, e i conti mi mettevano di cattivo umore, e allora iniziavamo a parlare di sciocchezze e io ti baciavo a lungo, e ti promettevo mille baci e te ne davo un altro ancora. E pensavo che sarebbe stato molto bello se tu fossi nuda, coperta solo dalla sottile rete azzurra e dorata dell&#8217;amaca, con i capelli che toccano a terra. Ed ero in quello, nella tua nudità, quando mi hai detto che il tuo amico era molto vicino e che solo un sottile muro di legno divideva la stanza. Così ho pensato che avrei dovuto scegliere un altro posto più comodo a scuola. Ero in quello sgomento quando Cortés Tamayo è arrivato con le lettere. <strong>Ho letto la tua. Ho cantato dopo e ho pensato che la vita a volte sia molto generosa e che la posta è bella come un crepuscolo. E mentre la gioia mi segue, e la fiducia, l&#8217;enorme, grandiosa, sproporzionata fiducia che mi ispiri rinasce, e rinasce in me la fiducia nella mia forza, ti scrivo così, senza scarpe, spettinato e con la barba trascurata, con la sicurezza della mia gioia, della mia bruttezza e della mia insolenza.</strong> Della mia giovinezza insolente, che ti dà baci e mastica gomme e dice sciocchezze. Mi sei arrivata in una lettera quando mi dicevi addio per paura.</p>
<p>Adesso ti rispondo, punto per punto. A Mérida ci sono i tori. Non ci sono toreri, ma per questo ci sono gli aeroplani, sciocca, e i toreri arrivano sugli aeroplani (ecco che arriva una nave carica di&#8230; toreri! Eccone un’altra carica di&#8230; baci!) e all&#8217;interno dei toreri ce ne sono alcuni chiamati Garza e altri chiamati Solórzano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. E questi ultimi a volte regalano ottimi pomeriggi e si vede un signor “Chucho” combattere per le veroniche<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, e si grida, perché la piazza è come dovrebbe essere quella di Cadice o quella di Tetuán (o qualcosa del Marocco dove siamo legionari comunisti)<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> e passa un pomeriggio così buono che pensa di ripeterlo e lo ripete domani se, come me, anche altri hanno comprato i biglietti per lo scontro del secolo, 11 aprile. E un&#8217;altra cosa. Il signor Domingo non verrà presto, anche se, secondo quanto mi ha detto il Governatore, arriverà, invece di oggi, domenica prossima. Come farà Clemente [López Trujillo] ad annunciare che domenica ci sarà il <em>bis</em>? Ma gli incontri vanno avanti e ogni giorno che passa acquisisco una maggiore coscienza di classe. Ci vorrà un po’, forse, ma presto potrò dire che sono un comunista, cioè un uomo al servizio del Partito Universale dei Lavoratori. E poi, con la tua vitale fiducia e la razionalità della mia posizione politica, potrò lavorare sodo per i miei, per gli unici, mia amante, che devono essere i nostri, nonostante tutte le delusioni degli avvoltoi e degli scorpioni e degli scarafaggi, per i tuoi, per tutti i lavoratori della terra&#8230;</p>
<p><figure id="attachment_88143" aria-describedby="caption-attachment-88143" style="width: 367px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-88143" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front-200x300.jpg" alt="" width="367" height="551" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front-768x1154.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front-1022x1536.jpg 1022w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/2839021-front.jpg 1331w" sizes="(max-width: 367px) 100vw, 367px" /><figcaption id="caption-attachment-88143" class="wp-caption-text">Octavio Paz (1914-1998) ha ottenuto il Nobel per la letteratura nel 1990</figcaption></figure></p>
<p>(Helena, non ti interessa tutto questo, lo so, inoltre non raccontarlo a nessuno. Sii discreta). C’è un&#8217;altra strada, ci sono molte strade per gli squali, gli scarafaggi e i serpenti. Per l&#8217;uomo ce n&#8217;è una sola. E so già qual è. Ho quasi pronta la prima parte di una poesia. Tratta del <em>henequén</em><a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Dell&#8217;uomo schiavo del cielo e della terribile terra dello Yucatan. L&#8217;<em>henequén</em>, che doveva salvarlo dalla fame che ha devastato la cultura Maya (l’archeologia è un altro dei miei passatempi, presto ti manderò foto e magari un saggio che pubblicheremo in una rivista) e l&#8217;era coloniale e l&#8217;ha reso schiavo ancora di più. La fame continuò. E le canaglie che controllano la vita qui (emarginati e venduti, borghesia feroce e spietata di stupratori e traditori, messa a tacere dalla casta degli intellettuali) hanno costruito Mérida e le ferrovie e tutti i fiori e i pani e i giardini con quel sangue misto. Nella prima parte c&#8217;è il paesaggio, fisico e morale. La terra, il cielo, l&#8217;<em>henequén</em>, l&#8217;uomo. È la parte più facile. Poi verrà l&#8217;altro. Una grande poesia, quasi un libro. Inoltre, correggo anche le poesie di giugno, che, come sai, sono cinque. E ho intenzione di rifare gli altri che conosci. E il romanzo. Opera di quattro o cinque anni. Senza fretta. Insomma, qualcosa che potrebbe essere l&#8217;opera preludio di <em>Non passeranno</em> e <em>La radice</em>. Ma più maturo. Più equilibrato. Sposato con te, comunista e giovane. Un po’ idiota, ma rinnovato per te. Ti manderò una versione provvisoria della poesia. Non mostrarla a nessuno. Dammi il tuo giudizio.</p>
<p>Helena, tutte le raccomandazioni sono finite. C[ortés] T[amayo] mi dice di salutarti, e di pregarti, di non dimenticarti degli esuli, e che ci mandi L. de M. [Letras de México]. Anche Novaro ti saluta e ti manda un abbraccio.</p>
<p>Helena:</p>
<p>Sono le undici. Giornata nuvolosa, con tutte le sembianze di freddo, con tutto il l&#8217;apparato del ghiaccio, ma mite, senza dubbio<strong>. Tuttavia, la gente qui deve pensare al freddo. C&#8217;è solo una leggera foschia, un invisibile tepore dell&#8217;alba. Ti scrivo prima del bagno. Stiamo aspettando alcuni amici per andare a nuotare.</strong> Voglio continuare la lettera troncata. Ti ho dato tutte le raccomandazioni, quelle fastidiose e immediate, consigli e promemoria. Ma cosa ti ho detto di me, di me, che a volte sono nel vuoto, vivendo solo esteriormente, in ciò che accade, infecondo e sterile, senza lasciarmi traccia, qualcosa che mi esalti dentro? <strong>A volte ho l&#8217;impressione di non essere vivo, ma di vegetare. E non mi spaventa. E vedo in te, con veemenza, la vita, l’imprevisto, ciò che ci scuote all&#8217;improvviso. Il miracolo, l’inaspettato. Non sei mai ciò che ci si aspetta, amore mio, ma ciò che ci assale in mezzo alla strada, quando giriamo l&#8217;angolo;</strong> sei ciò che mi distacca da tante cose, e anche ciò che mi lega ad altre cose inaspettate.</p>
<p>Quanto lontano da me la retorica, i pensieri, le frasi, tutto ciò con cui cerchiamo di ingannare, sedurre o sottomettere alla realtà. Sempre in lotta per capire, per incanalare, per tradire. Bene, questo è quello che si fa: si tradisce la realtà, si scende a compromessi con essa. Sempre l&#8217;eterna debolezza di accettarla, ma sempre anche l&#8217;eterna esigenza, l&#8217;eterna viltà, di non accettarla così com&#8217;è, ma con condizioni, con restrizioni. E l&#8217;inguaribile pretesa di dirigerla. E ciò che è fuori dalla mia volontà o dalla mia ragione, qualcosa che potrebbe essere la mia volontà di sconfiggere la realtà. E, Helen, nonostante tutto devo sconfiggerla. La sconfiggerò, sempre, in qualunque modo e a qualunque costo.</p>
<p>Ieri avrei voluto continuare la lettera ma non ho potuto. Adesso, inoltre, so che quando l&#8217;avrò finita vorrò continuare. È terribile non avere qualcuno con cui parlare, e quando vuoi sentire, non hai nessuno da ascoltare. Penso che qualsiasi voce umana mi infastidisca in questo momento. <strong>Vorrei che tu fossi qui, non per parlare o fare nulla. Che stessi in silenzio, toccandomi la testa, accanto a me, senza baciarmi, ma spudoratamente nuda. Ti voglio nuda, lunga, bella, alta Helena. Ti voglio nuda, senza veli, mentre mi tocchi la testa.</strong> E calma, anche se con un leggero tremito alle gambe. E che tu non mi parli di niente, se no dell&#8217;immediato e del superfluo. È possibile questo? Sì, deve esserlo. Devi vivere un giorno, un&#8217;ora, non so quanto, sottomessa, in silenzio, docile per me, nuda e lenta. Senza pensare a niente, senza desiderare niente.</p>
<p>Lascia il pensiero e la vita a me. Tu, come una pianta, come il mio respiro, sei accanto a me, cresci da me. Questo è quello che voglio da te, quello che desidero. Ma anche tu esisti, hai una coscienza diversa dalla mia. Questo mi rattrista molto, perché hai interessi diversi dai miei, desideri, sogni. Un mondo aperto ai tuoi occhi, un mondo che non è mio, e che a volte è mio nemico. Il tuo mondo, il mondo che tu ami non è il mio, non lo voglio e lo odio, perfino, quando penso che è il tuo. Il tuo. Tu puoi possedere qualcosa? Sì, pensi a tante labbra, in tanti cieli, in tanti paesi, in tante gioie che non sono le mie gioie, né le mie labbra, né il mio cielo, né nulla di mio. Ma tu non devi avere niente. Nemmeno un destino. Devi essere nuda, anche della memoria e del desiderio, del tuo destino e del mondo. Devi essere solo la mia pianta, la pianta che io creo, quella che vive solo nelle carezze che mi dà, nel bacio che mi dà, nella vita che le do quando lei mi dà la sua vita.</p>
<p>C&#8217;è una radio che suona spaventosamente forte. E per la strada, una città morta, c&#8217;è solo il rumore degli zoccoli dei cavalli sul selciato. Niente di più. E tu sei qui, sempre, Helen, come angoscia, come rabbia e talvolta come disperazione. Ma il tuo ritratto, qualcosa che ti materializza, una lettera, i tuoi capelli, tutto mi riporta a te. <strong>A te, Helen, che sventuratamente esisti senza di me, che vivi senza di me. Non voglio che tu viva se non in me, non voglio che tu sia diversa da me. Che mi stia così attaccata, così legata, da essere me.</strong> È questo ciò che voglio, mio ​​dolce amore, buona e cattiva, sempre lontana, sempre fuori di me, sempre, anche quando mi ami, amando il tuo Octavio, non il mio, non quello che voglio tu ami.</p>
<p>Io so cos’è l’illusione del possesso assoluto e totale, il possesso che non si raggiunge mai. So anche che se quel possesso fosse raggiunto, l&#8217;amore non esisterebbe. Lo so, so che la mia solitudine, l&#8217;angoscia di sapere che esisti come altro da me, è la condizione del mio amore. Non ti amerei se fossi dentro di me, ma soffro perché tu non esisti così. La sobrietà dell&#8217;amore, la perfetta comprensione, tutto ciò che significa libertà, è qualcosa che non mi appartiene, qualcosa che esiste, ma che rifiuto. In quella lotta io vivo, che è la lotta della realtà, della tua realtà, contro il mio desiderio. Ed è ciò che mantiene il mio desiderio, ciò che lo esaspera e lo rende esigente.</p>
<p>Amore mio, mia dolce, bionda, cosa stai facendo adesso?<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Hai la mia stessa tristezza, la stessa angoscia, la stessa voglia di tacere e di essere accarezzata dolcemente? Hai il desiderio di vivere nell&#8217;intimità, incurante, senza vincoli, dell&#8217;uomo e della donna? Il desiderio di frequentare la mia vita? Probabilmente stai dormendo, malata, o ridendo, felice o pensando ad altre cose. Quasi sicuramente, e non si dovrebbe soffrire per questo, bisogna capire che è naturale che accada. Bene, lascia che accada, ma possa io, come sei per me, essere il fondale che circonda tutte le tue azioni e desideri, il colore unico che tinge la tua anima. È così facile dimenticare, e soprattutto in Messico! Mi dici che dovrei aiutarti a ricordare, ma io non voglio questo: dimenticami, se puoi farlo, se sono dimenticabile. Non è orgoglio, né vanità, né risentimento. Tu sei indimenticabile, non devo guardarmi dentro per ricordarti. Quando non penso a te in concreto, sei invisibilmente presente. Assaporo le cose, le assaggio, per poi assaporarle insieme a te. Certo che ho paura, paura di vivere con qualcosa che non c&#8217;è, con un&#8217;Helena che al mio ritorno non è quella che credevo fosse, un&#8217;Helena amareggiata che non mi riconosce; un&#8217;Helena che ha nuovi interessi, che continua a cambiare la sua anima.</p>
<p><strong>Ho anche paura che Helena mi aspetti e trovi un Octavio diverso, un Octavio che la deluderà. Sarebbe terribile. Ma come fermare il tempo, affinché la nostra pelle, la nostra lingua, la nostra anima, non cambi?</strong> Tu, lì, non nutrire i fantasmi, pensa sempre, senza sforzarti di pensare, ovviamente, che Octavio è qualcosa di reale, concreto, umano, pieno di cose spiacevoli, di desideri e tante volte di torbidi capricci. Non idealizzarmi, cerco anch’io di non idealizzarti, né disumanizzarti, né demonizzarti, ma di avere di te la vera immagine, quella della mia Helena, che un giorno potrò modellare, trasformare in qualcosa di mio, in qualcosa che, non essendo mio, sia abbastanza generoso e saggio da essere mio.</p>
<p>Helena mia, ti parlo forse con amarezza, con voce fastidiosa? Voglio essere così sprezzantemente giovanile, così completamente virile e onesto! È orribile dover essere cattivi, dover usare l&#8217;inganno! (Dico questo perché mi ha colpito il pensiero che per vivere e avere successo nel mondo era necessario che io fossi un uomo duttile con i miei desideri, un uomo astuto.) Ti voglio qui, notte e giorno, come mia compagna, come la donna che mi esalta. So che è possibile, ma so anche che è attraverso il mio desiderio e il tuo, non solo attraverso il mio. Ti bacio, ti accarezzo, tremo al tuo fianco, sento il tuo tremare, la tua timidezza. Voglio che tu esista solo in ciò che mi corrisponde, in ciò che mi accarezza, in ciò che mi copre di delizia. Delizia, Helena, delizia delle tue labbra, di te, di tutto il tuo corpo e della tua voce. E anche la tua intelligenza, che avrà una nuova direzione più realistica a contatto con la mia. Più dura, più ostinata, più paziente e intrisa di umanità. Dura, inflessibile, così dovrebbe essere la nostra anima. Dura e umana, come la carne, che è dura e calda, candida, come il tuo seno, come il tuo respiro, come tutto ciò che di buono hai. E io lo sapevo, lo sapevo, Helen. Parole, parole, che non hanno altra risposta che quella che possiamo dare nella vita, più risposta di quella delle nostre labbra unite per sempre.</p>
<p>Tuo, amore mio, incanto mio.</p>
<p><strong><em>Octavio</em></strong></p>
<p><em>*La traduzione della lettera di Octavio Paz è di Diana Mazon </em></p>
<p>**</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Fa riferimento ai poeti del gruppo <em>Contemporáneos</em>, gruppo di giovani intellettuali messicani.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> I toreri Lorenzo Garza y Jésus “Chucho” Solórzano il giorno 11 avrebbero avuto un incontro nella Pizza di Mérida. Paz nutriva grande passione per la corrida e la letteratura sulla corrida.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Nella corrida, la <em>veronica</em> è un gesto che si realizza tenendo la cappa con entrambe le mani. Costituisce la posizione base della corrida del mantello.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Si ricorderà che il nord dell&#8217;attuale Marocco era un protettorato spagnolo e che Tetuan era la sua capitale. Fin dall&#8217;inizio della guerra civile fu teatro di intensi combattimenti.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <em>Henequén</em> è una pianta del genere delle agavi originaria dello stato dello Yucatan in Messico. Conosciuta come <em>oro verde</em> in epoca preispanica.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Ne <em>La llama doble</em> è scritto: “la domanda dell&#8217;amante geloso, cosa pensi, cosa provi? non ha altro che la risposta del sadomasochismo: tormentare <em>l&#8217;altro</em> o tormentare noi stessi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/octavio-paz-lettere-amore/">“E vedo in te la vita, il miracolo, l’inaspettato”. Una lettera di Octavio Paz</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/Ex2NsXeVIAUDNMv-1024x570.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Emigrare è &#8220;cercare sempre il bene e saperlo distinguere dal resto&#8221;. Un articolo di Massimo Maggiari</title>
		<link>https://www.pangea.news/massimo-maggiari-articolo-emigrazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 07:14:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Maggiari]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=87862</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Messico è un paese di orizzonti sconfinati. Vasto nelle sue bellezze naturali. Montagne, vulcani, deserti, canyon, praterie, foreste e giungle. Pure impreziosito da spettacolari riviere che presenziano su entrambi gli oceani. All’interno di questa nazione esistono 32 stati e la sua superficie supera quella italiana di ben sette volte. Dal 2016, Mexico City coi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-maggiari-articolo-emigrazione/">Emigrare è &#8220;cercare sempre il bene e saperlo distinguere dal resto&#8221;. Un articolo di Massimo Maggiari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Messico è un paese di orizzonti sconfinati. Vasto nelle sue bellezze naturali. Montagne, vulcani, deserti, canyon, praterie, foreste e giungle. Pure impreziosito da spettacolari riviere che presenziano su entrambi gli oceani. All’interno di questa nazione esistono 32 stati e la sua superficie supera quella italiana di ben sette volte. Dal 2016, Mexico City coi suoi quasi trenta milioni di abitanti si è aggiunta come stato alla lista degli Stati Uniti del Messico. In tale scacchiera, Monterrey risulta la capitale dello stato di Nuevo León, su al nord, a sole due ore dal confine col Texas. È una metropoli che può contare su più di due milioni di abitanti includendo le zone limitrofe. Una di queste è San Pedro Garza Garcia. Una delle cittadine più ricche e produttive dell’America Latina. Situata ai piedi della Sierra Madre Oriental vagamente può ricordare le Prealpi trentine sporgendo collinosa e decorata da fasce di verde che la attraversano in tutte le direzioni. Non lontano, il Cerro de la Silla, montagna simbolo di Monterrey, domina solitario verso est. Camminando lungo le bianche passerelle sopraelevate che fanno da raccordo tra le diverse zone alberate non possiamo che notare le insegne di diversi “business” italiani di grande rinomanza. Le cucine Scavolini, il mobilificio Natuzzi, negozi per la vendita di piastrelle e marmi pregiati della Gilsa, i saloni espositivi di Maserati, Ferrari e Alfa Romeo. Come pure svariati atelier della moda italiana comprensivi di Gucci e Ferragamo. L’influenza italiana è chiaramente visibile nei pressi del centro commerciale “El Palacio de Hierro” dove è stato eretto su di un alto tripode un globo con raffigurata la mappa dello stato di Nuevo León che accoglie entro i suoi confini quella dell’Italia. Ai piedi del monumento troviamo un pilastrino in cui si dedica l’opera all’amicizia tra le due nazioni ricordando i nomi degli immigrati italiani che hanno contribuito a consolidare tale rapporto nei decenni. Il monumento assieme a una pubblicazione storica intitolata “<em>IV Siglos De Presencia Italiana En Monterrey, Mexico</em>” sono l’idea di Salvatore Sabella che insieme a Giancarlo Perini è una delle figure di spicco della comunità italiana. Arrivato in Messico nel 1954, e di origine napoletana, Sabella si è adoperato durante l’arco della sua vita adulta all’interscambio culturale tra Messico, Italia ed Europa. Per questa ragione, diventa membro di varie istituzioni artistiche di spicco di Monterrey e membro fondatore della Compagnia dell’Opera come pure della scuola di lingua italiana “Dante Alighieri”. L’inaugurazione del monumento “Piazza Italia” risale agli anni novanta e si dice che il calciatore Francesco Totti fosse arrivato direttamente dall’Italia per l’evento onorando le squadre locali e partecipando a una partitella amichevole. Ma la storia degli italiani a San Pedro e Monterrey continua ai giorni nostri. Ci sono più di un centinaio di aziende nello stato di Nuova León, e recentemente a Milano, membri della Confindustria hanno incontrato rappresentanti della Camera di commercio di Monterrey per facilitare gli investimenti di aziende italiane in questa zona del Messico.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87864 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/10/monterrey-messico-veduta-300x171.jpg" alt="" width="500" height="285" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/monterrey-messico-veduta-300x171.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/monterrey-messico-veduta-1024x584.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/monterrey-messico-veduta-768x438.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/monterrey-messico-veduta.jpg 1217w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Come mi è di consuetudine, quando visito ogni angolo di mondo, cerco di incontrare dei compatrioti che mi raccontino di quel luogo. Col fine di entrarci dentro anch’io, per sentirmi in qualche modo parte di quella loro esperienza. Imparando qualcosa di nuovo. Mi è successo a Vancouver in Canada, nello stato di Washington a Seattle, addirittura in Groenlandia, in Inghilterra, Islanda e in Brasile.<strong> Del resto, anch’io ho passato più di trent’anni all’estero insegnando negli Stati Uniti e sono consapevole che ascoltare la loro storia può aiutare chiunque, incluso il sottoscritto, a capire la propria.</strong> <strong>Sovente l’archetipo dell’esperienza dell’emigrato è ben delineabile. Nel suo paradigma universale. C’è la gioventù, la voglia di fare, anche se non è chiaro cosa. Spesso ha luogo un incontro con una persona che viene da lontano o si riceve un recapito seguito da una partenza poco pianificata. A questa fa seguito una sparizione o un allontanamento dal proprio luogo di origine. Dalle cosiddette radici.</strong>  Ed infine, a suo tempo, un ritorno in cui la propria esperienza viene reintegrata nella comunità di partenza con una storia, una leggenda o un resoconto famigliare. Oppure un aneddoto, nel caso di un ritorno in tempi brevi dove non si realizzi una vera trasformazione del soggetto che sia economica o culturale. Un antico detto sostiene austeramente che partire è un po’ come morire perché il fine ultimo di chi parte è sempre uno e santo. Crescere. Diventare adulto e indipendente, mostrare di avercela fatta. Lasciando casa, e staccandosi da abitudini infantili. Soprattutto però scoprire dopo mille travagli di che stoffa si è fatti. Di quale talento nascosto possiamo fregiare il nostro stendardo. Sia chiaro che nel caso estremo di guerra e carestia s’impone il bisogno di sopravvivenza in cui però emerge al primo segnale di benessere la voglia di crescere. Autodefinirsi di fronte al mondo. Dimostrando veramente di avere spiccato il volo dal nido. Cosa che bisogna provare sul campo, quello della Vita con la v maiuscola. Come gli eroi di Omero. Quelli di <em>Iliade</em> e <em>Odissea</em>.</p>
<p>Oggi è una giornata mite e soleggiata a San Pedro. Prendo lo zainetto e comincio la mia solita passeggiata lungo i parchi del centro. Ho appuntamento per l’ora di pranzo con un signore svizzero-italiano che conosco da qualche tempo ma di cui vorrei approfondire la conoscenza e la storia. Si chiama Alfredo Zani Buler ed è il proprietario di un elegante ristorante italiano chiamato “Il capriccio” che si trova all’interno di un’isola pedonale non lontana da “El Palacio de Hierro”. È un uomo alto, atletico e di bell’aspetto, ed appartiene a un’età dove certo non manca di esperienze nonostante lo spirito giovanile. Sarà interessante questa nostra conversazione. Dunque m’incammino attraversando le passerelle in direzione di “El Palacio”. Grazie a <em>WhatsApp</em> riusciamo nel nostro intento. Lo riconosco sulla porta del ristorante mentre sta coordinando il lavoro del suo <em>team</em>. Gentilmente mi saluta ed insieme dirigiamo fuori in terrazza dove seduti ed ispirati da un bicchiere di prosecco Alfredo comincia a raccontarsi.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87866 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/10/unnamed-3-300x179.jpg" alt="" width="528" height="315" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/unnamed-3-300x179.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/unnamed-3.jpg 512w" sizes="(max-width: 528px) 100vw, 528px" />Cominciando così: “Sono stato fortunato ho incontrato in Messico una donna meravigliosa, mia moglie Norma, la madre dei miei due figli, e dal 1994 sono qui a Monterrey dove ho aperto due ristoranti di cui rimane solo quello che vedi qui a San Pedro.  Ma la mia storia comincia altrove. Prima in Svizzera nel paesino di Biasca, non lontano da Bellinzona, e poi negli Stati Uniti d’America in Florida.”</p>
<p>A questo suo inizio ribatto con un paio di domande che vanno ai veri inizi della sua storia. “Ti prego di dirmi qualcosa della vita a Biasca e della tua famiglia svizzera. E poi sarebbe interessante se mi raccontassi delle circostanze che ti hanno spinto a partire?&#8221;. L’uomo fa una pausa di riflessione. Nel silenzio trasmette un’aura distinta, con giacca blu scuro e foularino piantato nel taschino. Elaborate le domande prima stira le gambe e dopo appoggia una mano sul tavolo. Calmo e concentrato riprende il filo del discorso. “Avevo diciotto anni quando sono partito. Biasca era graziosa, ai piedi delle montagne, facevo una vita semplice e sana con la mia famiglia. Ma avevo tanti sogni. E facilmente m’innamoravo delle cose belle della vita. Era il 1978. All’epoca l’unico cinema si trovava a Lugano ed il fine settimana ci andavo una volta al mese. Mi piaceva tanto guardare i film western di Sergio Leone. L’altra fonte di divertimento erano le tradizioni locali. Il periodo del Carnevale era il mio favorito. Lo attendevo sempre con trepidazione. In paese, lavoravo come carpentiere nella ditta di mio zio perché avevano un sacco di lavoro nei dintorni. A volte andavamo per dei progetti fin sul lago di Como. In realtà volevo diventare architetto.  Finito il diploma, avevo appena diciotto anni e dentro di me provavo incertezza per il futuro, a volte timore, ma allo stesso tempo tanta voglia di conoscere il mondo. Di certo, non mi attraeva di andare al servizio militare. Avevo sì degli amici. Andavamo al bar, al jukebox ascoltavamo i Pink Floyd e Lucio Battisti. Ma nulla di che. Il tempo passava vedendoci in compagnia il sabato. <strong>Capisco ora che tutto questo non mi bastava. Che volevo esprimere me stesso. Conoscermi facendo delle cose. Provare delle soddisfazioni. Come un viaggiatore romantico volevo perdermi per il mondo e innamorarmi di tutto quello che incontravo sul mio cammino. Non vedendone i rischi.&#8221;</strong></p>
<p>Benché avvinto dalle sue parole mi permetto una brevissima interruzione. “Ma come ti si è aperta una porta a questo tuo desiderio?&#8221;, Alfredo non si scompone e ripiglia a narrarsi. “Avevo un contatto in America. Si trattava di un maître di ristorante che lavorava in Florida. L’avevo conosciuto in paese, me lo avevano presentato al bar. Sua moglie era ticinese, di Biasca, e si trovavano da noi in visita. Quando l’ho sentito parlare delle spiagge della Florida, della gente di quei posti, del suo lavoro, ho provato qualcosa dentro che non so spiegare e ho cominciato a sognare. Dopo poco tempo sono partito. Da Zurigo ho preso l’aereo Pan Am per New York e con 500 franchi in tasca e qualche vicissitudine al porto d’entrata, ma il visto per un anno, sono arrivato a Fort Lauderdale in Florida. In realtà, non avevo nessuna idea di dove stavo andando e di cosa avrei fatto.”</p>
<p>Sempre più preso dalla sua storia, intervengo alla pausa. “Arrivato in Florida, cosa ti è successo? Il maître ti ha davvero aiutato?” L’uomo fa cenno col capo di sì e ritorna alla carica. “La prima cosa che ho notato laggiù furono le palme, la spiaggia e la bella gioventù. Jean-Claude e sua moglie furono generosi e gentili ospitandomi per almeno un mese. Tutto era così diverso. Dovevo abituarmi. Capire quello che potevo fare. Grazie all’aiuto dell’amico francese dopo un mese avevo già il mio appartamento e lavoravo di sera in un ristorante aiutando in cucina. Guadagnavo venti dollari al giorno.  Il lavoro era duro però la mattina andavo a scuola e imparavo l’inglese. Ma in un paio di mesi riuscii a trovare qualcosa di meglio grazie ai parecchi amici che mi stavo facendo.  Uno di loro, un certo Patrick, artista e arredatore d’interni, un giorno mi presentò una signora che aveva un laboratorio di sartoria dove confezionava vestiti per boutique esclusive.  Fu come un colpo di fulmine in campo lavorativo. Mi mise al tavolo di lavoro dove iniziai a disegnare ed aiutare per altri modelli. Imparai molto in quell’esperienza. A vendere, allestire negozi nuovi, e persino a viaggiare nei periodi in cui presentavo i campionari di estate e inverno. Adoravo decorare e spesso m’incaricavano di cambiare le vetrine. Dopo un anno avevo già una bella macchina e un appartamento in una zona elegante. <strong>Quell’idillio durò per quattro o cinque anni permettendomi di fare la dolce vita in Florida. Non era male. Feste, amici, soldi in tasca. Ma arrivai a un punto dove non mi sentivo più in sintonia. In realtà vivevo alla giornata. Volevo qualcosa di diverso. Ma non sapevo cosa. Le domande e i dubbi mi tormentavano. “Cerco dell’altro? O torno in Svizzera?” Non era facile tornare a casa. Il mio orgoglio me lo impediva. E mi aspettava pure il militare.</strong></p>
<p>Mi venne in mente di fare un giro a New York. C’ero stato diverse volte per delle fiere e avevo conosciuto un ebreo molto simpatico, un certo Alphie. Ma non sapevo il suo indirizzo. Era un fabbricante di scarpe di Long Island. Dunque lo cerco per due settimane e poi una sera per caso lo incontro in discoteca. Gli dico: “Ciao, Sono qua! Sto cercando qualcosa da fare.” Mi dà subito appuntamento per l’indomani. All’orario previsto, viene a prendermi con un macchinone davanti al mio loft affittato a Soho. Parliamo. Alphie possedeva una fabbrica che occupava duecento persone e vendeva all’ingrosso. Stimava la mia esperienza di venditore e quel giorno mi aprì una porta. Lui mi dava le scarpe ed io gliele vendevo. Tutto qui. Nacquero così una serie di negozi di scarpe di alta qualità che battezzammo Soho Cobler. Professionalmente fu l’apice per me. Arrivai ad avere un appartamento a Brooklyn Heights e pure una super macchina. Le scarpe erano chic, fatte a mano, con materiali pregiati. Vendevano bene, a persone come Sophia Loren, Robert Redford (che veniva sempre col cagnolino), Rod Stewart. Ricordo pure che un giorno spuntò dalla porta l’avvenente Raquel Welch. Arrivarono i ventinove anni. Avevo avuto tante soddisfazioni ma ero stanco. Lo stress, la solitudine, la complessità di quella vita non mi facevano vedere un futuro. Decido. È finita. Ritorno in Florida, a Miami, per fabbricare borse con uno stilista di Gucci. Disegnavo, seguivo le mode e usavo materiali come la pelle di zebra o leopardo. Ma era solo una parentesi.</p>
<p>Fino a quando incontrai una messicana a Bayside in discoteca. Mi parlò di Puerto Vallarta. Del mare, della spiaggia, della movida notturna. M’intrigò al punto da farci un viaggio. Sto per una settimana. Seguo un mezzo contatto che avevo fatto con degli arabi ma presto si rivela fasullo. A quel punto, entra in scena Elio. Un italiano che noleggiava jet-ski. E un certo Stefano che gestiva un negozio di vestiti. Avevo trent’anni. Ero simpatico e sveglio. Sognavo di aprire un ristorate in riva al mare dove amavo organizzare le spaghettate di mezzanotte. Fu così che aprii “La dolce vita” a Puerto Vallarta, con due soci italiani che ancora oggi sono i gerenti dello stesso locale. Tre anni dopo, faccio la conoscenza di mia moglie proprio al ristorante. Una ragazza che veniva lì in vacanza nella seconda casa di famiglia ma originaria di Monterrey. C’innamoriamo ed iniziamo a progettare una vita insieme. Sposati ci trasferiamo a Monterrey dove apro il mio primo “Capriccio”. Il console italiano dell’epoca è di grande aiuto e grazie a lui entro a far parte della comunità italiana della città. <strong>Ci aiutiamo tra italiani e facciamo sempre una grande festa annuale per rivederci tutti. Il resto è storia. Vita in famiglia. Lavoro sodo per crearsi una reputazione. Qui la reputazione vale oro. La gente si parla. Il rispetto è fondamentale nella vita professionale e personale. Trovo che i messicani siano un popolo gioioso. Allegro e generoso. Si aiutano molto tra di loro. Sono grato a mia moglie per avermi aperto quest’ultima porta.</strong> Qui ho trovato soddisfazione professionale, ma anche affetti e la consapevolezza dell’importanza di certi valori universali. Ad esempio, <strong>cercare sempre il bene, e saperlo distinguere dal resto.&#8221;</strong></p>
<p>La storia di Alfredo finisce qui. Per adesso. Mi lascia un sapore in bocca di vissuto. Di una persona che si è sempre trovata al posto giusto al momento giusto. Ed è tanto. Questo non significa che sia stato facile il suo percorso. Tutt’altro. Risulta un percorso ricco di sfide e risvolti altalenanti dove la Musa del caso impera. La storia di molti italiani all’estero d’altronde segue a ruota per somiglianze e paralleli. Joseph Campbell, lo studioso americano di mitologia, riconosce nel cammino dell’esistenza due paradigmi fondamentali. Quello della mano sinistra. E quello della mano destra. Nel primo, ci si butta a spada tratta nella mischia della Vita, nell’altro si lavora di regia tra la passata generazione e quella futura. Costruendo. I casi della Vita, il proprio carattere, il momento storico in cui ci tocca vivere influiscono nelle scelte. A noi spetta solo di capire a quale vento apparteniamo.</p>
<p><em><strong>Massimo Maggiari</strong></em></p>
<p>*</p>
<p>Includo un testo poetico che a mio avviso cattura in pieno quello stato dell’anima che ispira ogni adolescente a mettersi in gioco nella grande avventura della Vita. Prima sognando o premeditando, e poi man mano che scorrono gli anni con le scelte che ognuno fa nel mondo reale. Quelle azzeccate e alcune meno. Sole in coda, le omissioni. Non meno importanti.</p>
<p><strong>Tutta la meraviglia del mondo</strong></p>
<p>È come dici tu, dovrei ripartire.<br />
Non sono mai stato felice in una casa.<br />
Non sono mai stato felice in famiglia.<br />
Non ho mai avuto nostalgia, quando ero<br />
solo e lontano. Tutta la meraviglia<br />
del mondo per me era la passeggiata<br />
alta sul mare quando, i libri di scuola<br />
in una cartella, a passo veloce<br />
andavo, e inspiravo il vento<br />
colore del salino e delle agavi<br />
e fingevo di avere una ragazza<br />
per mano: la meraviglia, la razza<br />
forte dei sogni, i libri, il cinema,<br />
i lunghi viaggi in treno,<br />
le lunghe traversate dell’anima<br />
ma mai i muri di una casa, mai.</p>
<p><strong>Giuseppe Conte</strong><br />
Da <em>Dialogo del poeta e del messaggero</em>, Mondadori 1992</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-maggiari-articolo-emigrazione/">Emigrare è &#8220;cercare sempre il bene e saperlo distinguere dal resto&#8221;. Un articolo di Massimo Maggiari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/les-voyageurs-i-viaggiatori-di-bruno-catalano.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Ci sono uomini spregevoli… e i poeti”. Il poeta &#038; le donne: un monologo</title>
		<link>https://www.pangea.news/velarde-monologo-mazon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2021 04:39:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Mazon]]></category>
		<category><![CDATA[eros]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Velarde]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=86351</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ramón López Velarde è tra i grandi poeti latinoamericani, il “poeta nacional” del Messico – medaglia, in verità, solare quanto vaga, di cui il poeta si sarebbe liberato per il gusto. Avvocato, appoggiò le riforme di Francisco Madero; fu, nel 1915, per una manciata di giorni, Segretario dell’Istruzione pubblica del suo paese. Tuttavia, aveva il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/velarde-monologo-mazon/">“Ci sono uomini spregevoli… e i poeti”. Il poeta &#038; le donne: un monologo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ramón López Velarde è tra i grandi poeti latinoamericani, il “poeta nacional” del Messico – medaglia, in verità, solare quanto vaga, di cui il poeta si sarebbe liberato per il gusto. Avvocato, appoggiò le riforme di Francisco Madero; fu, nel 1915, per una manciata di giorni, Segretario dell’Istruzione pubblica del suo paese. Tuttavia, aveva il viso dell’ispirato: passò parte dell’adolescenza in seminario, era propenso alle passioni impossibili, fece dell’eros il caos, una specie di religione australe. La sua prima raccolta, <em>La sangre devota</em>, è del 1916; i toni civili, in lui, si misurano a quelli cosmici. Ispirò generazioni di poeti, Velarde: muore un secolo fa, il 19 giugno del 1921, a Città del Messico.<a href="https://www.raffaellieditore.com/antologia_poetica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> In Italia è pressoché sconosciuto: nel 2016 Emilio Coco ha curato una sua <em>Antologia poetica</em> per l’editore Raffaelli.</a> “Letras Libres”, autorevole testata di laggiù, ha dedicato un numero speciale a Velarde, <em>el poeta nacional imposible</em>. L’aggettivo <em>imposible</em>, va da sé, tortura ed emoziona. <a href="https://www.letraslibres.com/mexico/revista/los-minutos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tra i testi raccolti nella rivista, il più intrigante è un monologo, <em>Los minutos</em>, scritto da Pablo Sol Mora:</a> si inscena la passione totale, squinternata, lunare, fatale del poeta per le donne. Qui ne proponiamo l’ultima parte, nella traduzione di Diana Mazon.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86353 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/Portada-mex-1000-239x300.jpg" alt="" width="409" height="516" /></p>
<p>***</p>
<p><strong>Signore, lasciate che vi dia un consiglio disinteressato: non fidatevi dei poeti. Sono falsi, simulatori, bugiardi. E della peggior specie: quelli che credono alle proprie bugie. </strong>Giureranno amore eterno, costanza e fedeltà. Interpreteranno perfettamente il loro ruolo di amanti fermi e infelici, verseranno lacrime se necessario, e anche se non lo fosse. Si commuoveranno dal loro stesso pianto e alla fine non sapranno se piangono più per sé stessi che per voi. Un cuore così tenero, una passione così estrema, un dolore così profondo! Com&#8217;è nobile l’uomo capace di tanti sentimenti e così violenti!</p>
<p>E non sarà soddisfatto del sentimento, ovviamente, ma lo farà suo mestiere. Si sentirà ancora più nobile! Leggendo i suoi stessi versi si commuoverà fino all’indicibile e, se in qualsiasi momento lo assale qualcosa di simile alla vergogna per aver usato voi e la passione che avete ispirato, gli passerà presto, non affrettatevi pensando che tutto rimarrà nell’ara superiore del Arte, anzi, scriverà anche di quella vergogna, accusandosi istrionicamente, e poi sarà doppiamente commosso. Quanto coraggio, quanta sincerità, quanta contrizione da sfoggiare in questo modo!</p>
<p>Amiche mie, ascoltatemi, ci sono uomini spregevoli, e poi ci sono i poeti. Sappiate una volta per tutte, nel caso siate così sfortunate da imbattervi in uno, il poeta ha un unico ed esclusivo interesse amoroso: sé stesso e la sua opera. E se lo è veramente, non permetterà che niente e nessuno si frapponga tra lui e lei, e sacrificherà tutto e tutti, voi per prime. E quando il rito sarà finito, si laverà il sangue dalle mani come se niente fosse.</p>
<p>Se il poeta, inoltre, è un po’ dongiovanni, attenzione. Il dongiovanni non è tanto l&#8217;uomo che si innamora di molte donne, ma l&#8217;uomo di cui molte donne si innamorano. In alcune occasioni agirà come un carnefice senza rimorsi, le sedurrà e le abbandonerà senza battere ciglio. In altre, meno frivole, riuscirà, con un minimo di astuzia, a farsi lasciare da voi, anche se non volete. È l&#8217;apice dell&#8217;arte del poeta seducente: avrei voluto, ma&#8230; era impossibile, è il mio destino essere solo, porterò questa croce&#8230; in più potrà recitare il ruolo dello sventurato che, ovviamente, utilizzerà per nuove seduzioni. Attirerà l&#8217;attenzione di nuove vittime. Guardate come ha sofferto questa magnifica creatura! Quale terribile sventura nasconde? Sarò forse io quella che potrà capirlo e confortarlo?</p>
<p>“Avevo, nell&#8217;entroterra, una ragazza molto povera&#8230;”.</p>
<p>Falso! Non era affatto povera, il povero ero io. È vero, sì, veniva dall&#8217;entroterra. Il suo nome era Maria. Era la figlia di un minatore le cui gemme più preziose erano gli occhi delle sue figlie. L&#8217;ho incontrata nella Plaza de Armas della città. Bastò uno sguardo perché lo spirito dei suoi occhi penetrasse nel profondo del mio cuore. Dopo di che, non c&#8217;era più niente da fare. Cominciai, come al solito, ad assediarla. Lei, quasi una bambina, se ne rese subito conto e si divertiva con i suoi poteri appena scoperti.</p>
<p>Abitava vicino alla stazione dei treni e mi piaceva seguirla da lontano finché non la vedevo perdersi dentro casa sua e poi andare a vedere i treni arrivare e partire, tra campane e fischi. Passarono i mesi prima che ci incontrassimo personalmente. Sono andato nella capitale e qualche tempo dopo ho scoperto che avrebbe trascorso un periodo lì in casa di alcuni parenti. Individuato l&#8217;indirizzo ho rinnovato il mio assedio. Alla fine, un amico comune ci presentò e cominciai a frequentare la casa.</p>
<p>Maria era una brava ragazza: sana, sveglia e vivace. Le piaceva cantare, suonare il pianoforte, dipingere. Per qualsiasi uomo sarebbe stata la sposa e la moglie perfetta. Per chiunque, meno per il poeta. Una brutta sensazione, un vago istinto di conservazione le impedirono di fidarsi di me in tempo utile. Sembravo un bravo ragazzo, ma c&#8217;era qualcosa che non andava in me. Ci siamo visti mentre era nella capitale e poi è tornata nella sua città. Cominciammo, allora, a scriverci e così iniziò il tipo di rapporto per il quale forse sono meglio attrezzato. Il nostro è stato un amore epistolare.</p>
<p>Sapevo cosa Maria alla fine si aspettava da me. Sapendolo, e sapendo che non sarebbe mai successo, l&#8217;ho corteggiata a lungo, allontanandomi e avvicinandomi, come un pendolo indeciso. Non dirò che l&#8217;ho tradita perché sono sempre stato attento a non fare promesse, ma capisco che il solo rapporto continuo mi comprometteva.</p>
<p>Una volta, in merito al matrimonio di una sua amica, mi ha chiesto in una delle sue lettere cosa pensassi del matrimonio e dei figli. La mia risposta è stata brutale: “Signorina, non avrò mai un figlio. Lasciando da parte il resto, esporsi all&#8217;essere un genitore è qualcosa che non avrei mai il diritto di osare. Non potrei fondare un laboratorio di sofferenza, aprire una fonte di disgrazia, istituire un vivaio di sventura”.</p>
<p>Maria accusò il colpo in silenzio e non toccò più l&#8217;argomento nelle sue lettere, ma da quel momento in poi si aprì una spaccatura tra noi e, sebbene qualche tempo dopo tornassi nel paesino dove l&#8217;avevo incontrata e riprendessimo i contatti personali, qualcosa si era irrimediabilmente rotto. Lasciarsi è stato quasi una formalità. Non ci si lascia mai il giorno dell&#8217;addio, ma prima, forse sin dall&#8217;inizio. Amare è cominciare a separarsi e l&#8217;ultimo giorno è solo il colpo di grazia.</p>
<p>Era dicembre, il mese propizio ai finali. Avevamo fatto una passeggiata e l&#8217;ho riaccompagnata a casa sua, vicino alla stazione. Come sempre, chiacchieravamo fuori casa, ma sopra di noi, come una nuvola grigia, aleggiava un inquietante presentimento. La notte era fredda ed entrambi sapevamo che era l&#8217;ultima. Maria, fedele al suo personaggio, ha cercato di alleggerire l&#8217;atmosfera con battute e scherzi. “Non è poi così male, poeta”, mi disse, cercando di nascondere la sua tristezza. “Il poeta è il primo amore di molte, ma l&#8217;ultimo di nessuno, no?”. Feci un sorriso amaro e annuii. In lontananza, i cani ululavano.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86355 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-300x236.jpg" alt="" width="590" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-300x236.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-768x605.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13.jpg 1000w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Adesso parliamo di loro, compagne della mia vita: le baccanti, le naiadi, le satire. Ho cominciato ricordandone una – la ragazza preoccupata per la mia paternità – che era più una suora di carità che un’odalisca, ma ce ne sono di tutti i tipi.</strong> Alcune sono vere vampire, donne serpente, capaci di succhiare un uomo fino a prosciugarlo; altre, benigne, quasi materne, dispensatrici di delicate cure. Le benedico tutte e maledico coloro che, appollaiati sul tribunale della superiorità morale, le esecrano o le compatiscono. E non parlo solo delle signore e dei signori che per prudenza o ipocrisia li censurano gravemente, ma anche di quelle anime caritatevoli che cercano di riscattarle. Nessuno è nessuno per redimere nessuno.</p>
<p>Ricordo la prima volta che entrai in un tempio di Venere nella capitale. Dovete capirmi: un provinciale, un ex seminarista. Quell’atmosfera equivoca di luci soffuse, musica, alcol, spalle nude e pelle luminosa produceva in me un misto di orrore e fascino. L&#8217;orrore durò circa tre minuti e mezzo, poiché bastò bere un sorso di brandy e che la prima cortigiana che si avvicinasse per rendermi conto che da quel momento in poi sarei stato un fedele devota della dea.</p>
<p><strong>Amici, lo confesso: sono stato un’idolatra del corpo femminile, dalla testa ai piedi.</strong> Delle sue gambe tese e formose come quelle di un giaguaro; delle sue cosce morbide e lisce; dalla vita aggraziata, brama per le mie mani; dai seni, frutti rigogliosi; capelli aromatici; dalla bocca avida ed erotica; delle labbra carnose come la polpa di un frutto proibito, e dello scorpione, che con il suo pungiglione ipnotico mi attira nella sua caverna. Amiche, vi porterò sempre con me, vi prego, non dimenticatemi. Per alcune bisognerà pagare un prezzo extra, in sangue e metallo liquido. È il battesimo di Venere e solo i deboli di cuore indietreggeranno, spaventati. Bisogna accettare le spine se si cerca la rosa e, se necessario, farne una corona e soffrirla in fiero silenzio.</p>
<p>Se di tutte le ninfe dovessi sceglierne solo una, quale sarebbe? Quella con la cicatrice sulla coscia, quella con gli occhi azzurri, quella che sapeva di muschio, la rossa di terre lontane? No, dovresti essere tu, Dalia – non ho mai saputo il suo vero nome – più pantera che donna, dea e animale allo stesso tempo. Ci siamo subito riconosciuti nella penombra di un salone, attratti da quel misterioso magnetismo dei sessi. A volte succede così: basta incrociare uno sguardo, un gesto, un leggero tocco, per intuire subito l&#8217;affinità dei corpi. Non hai quasi bisogno di parlare. Mi disse che aveva ventun anni e che veniva da un paese vicino alla capitale. Era mora, con i capelli corvini e nei suoi lineamenti trasparivano quelli delle sue nonne indigene con un misto di arabo e spagnolo, una specie di huri azteca. Sembrava uscita da un dipinto dell&#8217;amico di Herrán. Aveva anche i due segni inconfondibili della voluttà: le palpebre leggermente cadenti e il labbro inferiore grosso carnoso.</p>
<p><strong>Insieme abbiamo conosciuto il piacere e l’abisso, l’estasi e la vertigine. Il suo corpo – che notte dopo notte mi sforzavo a decifrare, come un indemoniato, solo per ritrovare intatto il suo mistero quella dopo – era diventato un doppio geroglifico, di gioia e di morte.</strong> Nell&#8217;istante supremo in cui il sé si disintegra, si intravedono totalità e distruzione, pienezza e dissoluzione. Il tempo sembra fermarsi e galleggiamo momentaneamente nel vuoto senza tempo. Ma è solo un&#8217;illusione, perché subito si torna al letto del fiume dal quale è impossibile fuggire.</p>
<p>La sete di desiderio è però di quelle che non si placano facilmente e, sfiniti, si ricomincia alla ricerca di quella pienezza che, si sa, non arriverà mai. Questa è la nostra condanna, ma solo certi corpi ce la faranno vedere con tutta intensità e lucidità, quelli con i quali il desiderio di unione è più impellente. Dalia ha tenuto quella rivelazione per me. Centinaia di notti di furore e desiderio in cui, tra estasi e svenimenti, inseguivamo senza successo quella fusione perfetta che cercano gli amanti.</p>
<p>Un giorno Dalia scomparve improvvisamente, proprio come era arrivata. Invano la cercai disperatamente altrove. Una volta sono andato anche a cercarla nel suo villaggio alla periferia della città, ma non ho trovato traccia. Rassegnato, una parte di me respirò sollevata.</p>
<p>Il tempo stringe, ma devo ancora parlare di un’altra.</p>
<p>La conoscevo per scritto prima di conoscerla personalmente e non esagero se dico che mi sono innamorato di lei attraverso le sue parole, senza averla vista neanche una volta. Mi spiego: avevamo un’amica in comune e lei, conoscendomi, mi ha mostrato le lettere che aveva ricevuto dalla signora di cui parlo mentre trascorreva un periodo in Francia. Le lettere sembravano scritte da Atena, se la dea avesse scritto lettere, una moderna Atena non ancora in possesso della saggezza, ma alla disperata ricerca di essa. <strong>Rivelavano un’anima tormentata, perseguitata da dubbi metafisici ai quali cercava di rispondere in filosofia, poesia e spiritismo. Un’anima travagliata, assetata di eternità.</strong> Io, dalla mia dubbia fede, non potevo che guardare con stupore e ammirazione lo spettacolo di quello spirito lacerato. Pieno di fervore e di pietà, ho letto e riletto quelle epistole degne di un misticismo medievale.</p>
<p>Quando l&#8217;ho vista per la prima volta – in un parco, indicato da un amico medico che la conosceva da tempo – il suo aspetto mi confermò gli scorci della sua anima. I volti e, soprattutto, gli occhi, tradiscono la vita interiore. Ci sono volti e sguardi chiari e innocenti che rivelano che i loro proprietari non sono mai stati disturbati dall&#8217;accenno di un&#8217;idea o di un dubbio; altri, invece, mostrano subito le tracce di lotte interne. Il suo volto era pallido, ma non per il pallore di una debolezza non ancora nata, ma per ciò che rimane inciso dopo l&#8217;esperienza; la sua fronte, in certi momenti, mostrava le rughe di chi si è posto troppe domande senza trovare risposta e, i suoi occhi scuri, l&#8217;abisso della sua anima.</p>
<p>Scoprii che abitavamo nello stesso quartiere e che lei prendeva tutti i giorni il tram per andare a dare lezioni di Letteratura alla Scuola Normale. Ho iniziato una routine che è durata più di tre anni: ogni giorno che potevo, l&#8217;aspettavo alla fermata dell&#8217;autobus e facevo il giro del centro con lei, seduto a diverse file di distanza. Più tardi, se possibile, cercavo risalire sullo stesso tram. Non le ho mai parlato, l&#8217;ho solo guardata. A volte mi imponevo la punizione di non vederla per tre o quattro giorni, per abbagliarmi meglio quando l&#8217;avrei vista di nuovo. C&#8217;è un piacere squisito e morboso nella procrastinazione e nella distanza che la vicinanza e il possesso ignorano.</p>
<p>Un giorno, finalmente, le ho inviato una lettera con un bambino in cui spiegavo brevemente l&#8217;impatto che lei aveva avuto su di me. Non la rifiutò. Più tardi scoprii il numero di telefono di casa sua e una notte, facendomi coraggio, lo composi dall&#8217;ufficio, quando tutti erano già usciti. Non ero sicuro che avrebbe risposto lei, poteva rispondere uno dei suoi genitori o dei suoi fratelli, ma rispose lei. Sentendo la sua voce, rimasi paralizzato per un momento. Dopo aver pronunciato il suo nome, ho chiesto: “Sai chi sono?”, “No, signore”, rispose, esitando. “C’è qualcuno che è più interessato di me a parlare con te?, ho risposto: “c’è qualcuno che ti pensa più di me?”. Ci fu un silenzio che mi sembrò eterno e poi disse: “Signore, mi scusi, ma non so chi siete, non so chi parla”, e subito dopo riattaccò. Ma sapevo che lei sapeva.</p>
<p>Qualche settimana dopo, il mio amico dottore – l&#8217;unico che conosceva il mio segreto – mi disse che lui e sua moglie avevano organizzato un pranzo con lei in un albergo del centro, che potevo passare a una certa ora, e che me l’avrebbero presentata formalmente. Ho esitato un po’, ma mi sono presentato all’appuntamento. È stata una strana cerimonia, presentarci e fingere di non conoscerci, nonostante avessimo passato più di tre anni a dialogare in silenzio.</p>
<p>Dopo quell&#8217;incontro iniziò un altro dialogo, di un tipo che, a dire il vero, non avevo mai avuto fino a quel momento. Ho scoperto, per dirla semplicemente, un&#8217;anima simile alla mia, un&#8217;anima gemella. Parlava fluentemente di Baudelaire, Bécquer o Amado Nervo. Per la prima volta, tranne che con quei pochi amici, ho condiviso i miei progetti letterari con qualcuno; lei, a sua volta, mi ha parlato delle sue preoccupazioni spirituali.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86356 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-300x169.jpg" alt="" width="733" height="413" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm.jpg 1230w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></p>
<p><strong>Ci vedevamo di tanto in tanto da qualche parte vicino a casa sua, ma la maggior parte dei nostri incontri avveniva per telefono. So che può sembrare paradossale, ma in realtà era così: privi dei nostri corpi, le nostre anime comunicavano pienamente attraverso la tenue materialità della voce.</strong> Tra noi si era stabilito un piccolo rituale: io facevo tardi tutte le sere in ufficio e, quando non c&#8217;era più nessuno ed ero sicuro che tutti a casa sua fossero andati a dormire, facevo il suo numero. Lei, che aspettava la mia chiamata, faceva squillare due volte il telefono e poi rispondeva.</p>
<p>Invariabilmente il mio battito si accelerava quei pochi secondi che lei tardava in rispondere. Ansioso, come tutti gli innamorati, di fronte alla possibilità di un contrattempo, temevo che qualcosa le impedisse di rispondere, ma rispondeva sempre. Iniziavano quindi conversazioni che duravano ore e toccavano ogni argomento immaginabile. Che altro posso dire? Il rapporto continuo rafforzò l&#8217;amore, confermò l&#8217;affinità delle nostre anime e nel caso di chiunque altro questo avrebbe potuto essere l&#8217;inizio della felicità.</p>
<p>Il paradiso durò esattamente sei settimane. Poi – per una ragione che ho giurato di non rivelare mai – lei pose fine alla nostra relazione. “Lo capisco, ma non comprendo”, fu la mia unica risposta.</p>
<p>Non dovevo dubitare della fermezza della sua risoluzione, le cui origini risalivano a prima che apparissi nella sua vita, ma qualcosa intimamente mi diceva che con pazienza e perseveranza avrei potuto, forse, farle cambiare di opinione. Non l’ho fatto e a volte mi chiedo se io stesso non abbia desiderato segretamente questo risultato, se non c’è sempre stato qualcosa in me che cospira subdolamente contro di me. Non siamo noi, in fondo, i nostri peggiori nemici? Invece di agire con prudenza e cautela, ho precipitato tutto e ho finito per rovinarlo.</p>
<p>Settimane dopo, mi sono presentato a casa sua e ho chiesto di parlare con suo padre. Ho spiegato che avevo intenzione di sposare sua figlia. La sua sorpresa e quella di tutta la famiglia è stata capitale, perché nessuno sapeva della nostra relazione. <strong>Ha promesso di controllare con lei e sono tornato pochi giorni dopo per la risposta. Il no era definitivo. Quando questo finì, sapevo intimamente che la mia vita aveva appena preso la sua svolta finale, cruciale e irrevocabile</strong>, e che da quel momento in poi non ci sarebbe stato ritorno possibile.</p>
<p>Il tempo sta finendo. Espressione curiosa. In realtà, non è il tempo che sta finendo – il tempo non finisce mai – ma noi. Ed è il tempo che ci finisce. Dovrei dunque dire: finisco, se non sono finito già. Questi pochi minuti sono stati solo una concessione, un&#8217;ultima occasione per spiegare certe cose. Non so se ci sono riuscito, ma non credo che importi molto.</p>
<p>Di recente ho raggiunto l’età di Cristo. È l&#8217;età giusta, l&#8217;età dell&#8217;uomo, e superarla si dovrebbe considerare sempre un&#8217;aggiunta, un dono immeritato. Dopo di lei non ci succederà nulla di sostanzialmente nuovo e quello che abbiamo a 33 anni è il nostro vero volto, quello di chi siamo veramente. Il preludio era una stagione strana, di sogni e presagi. Qualche mese fa ho avuto un incontro infausto. Stavo uscendo dal teatro con un amico e siamo entrati in un bar per bere qualcosa. All&#8217;improvviso apparve un gruppo di gitane che offrivano i loro servizi. Superstizioso come sono, non avevo intenzione di accettarli, ma una di loro si fermò decisa davanti a me e mi fissò con i suoi occhi verdi. <strong>Senza rendermene conto, quasi contro la mia volontà, ho teso il palmo. Lei lo prese, auscultò attentamente e decretò: “Ami le donne, ma le temi. Hai paura di essere padre e non lo sarai mai”. Fece una pausa e, come leggendo una linea più attentamente, concluse: “Morirai asfissiato”.</strong> Rabbrividii, ritirai rapidamente la mano e corsi fuori dal bar. Fuori, mi sono ricordato che le donne che indovinano il futuro è perché hanno pianto nel grembo materno.</p>
<p>Nelle ultime settimane ho fatto più volte lo stesso sogno. È mattina presto, fa freddo e la città è completamente deserta, avvolta da una strana atmosfera, come sott&#8217;acqua. Non si sente nulla tranne, in lontananza, il richiamo alla messa di una chiesa. Io, che non so se sono vivo o morto, sto vagando per strade sconosciute e, all&#8217;improvviso, dietro un angolo, vedo lei, il mio primo amore, il viso coperto da un velo nero e le mani da guanti dello stesso colore. Non riesco a distinguerla bene, ma sono sicuro che è lei. Improvvisamente, spinto da uno strano vento, mi vedo al suo fianco. Lei allunga le mani, le prendo e per un attimo le raccogliamo tra il suo petto e il mio. Siamo finalmente insieme, per sempre, oltre il tempo, ma questa sensazione dura appena un minuto. Improvvisamente, un dubbio atroce mi assale e il sogno assume una sfumatura da incubo: le tue mani sono coperte di pelle o, sotto il panno, ci saranno solo ossa? I guanti, fortunatamente, mi impediscono di saperlo. Poco dopo, la visione svanisce.</p>
<p>La mia immaginazione, funerea ed egoista, mi ha rappresentato molte volte come sarebbe stata l&#8217;agonia delle donne che ho amato e se, prima di esalare l&#8217;ultimo respiro, avessero un pensiero per me. Oggi sono stato io a svegliarmi con uno strano sapore in bocca – respiro della tomba, erba amara, ultimo colpo di tosse – e una grande oppressione nel petto; non riuscivo a respirare. Oggi sono stato io a guardare il dolore e l&#8217;angoscia negli occhi di chi mi circonda. Oggi sono stato io a sentire fin dall&#8217;inizio che c&#8217;era qualcun altro nella stanza, che si sedeva sul mio letto e mi stringeva con le braccia, l&#8217;ultima e definitiva amante.</p>
<p><strong>Presto, dopo questi strani minuti di grazia tra la vita e la morte, scoprirò finalmente se c&#8217;è qualcosa o niente al di fuori della prigione del tempo.</strong> Non ho paura e spero che abbia ragione chi ha detto che gli uomini che hanno amato e sono stati amati dalle donne attraversano la Valle dell&#8217;Ombra con meno sofferenza e meno paura.</p>
<p>Voi rimanete qui ancora un po’, solo un po’ di più; pochi minuti, in realtà, perché tutto il tempo, i secoli dei secoli, gli anni, i mesi, le ore, sono proprio questo, pochi minuti. Qui, dove c&#8217;è ancora tempo.</p>
<p><strong><em>Pablo Sol Mora</em></strong></p>
<p>*<em>La traduzione italiana è di Diana Mazon</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/velarde-monologo-mazon/">“Ci sono uomini spregevoli… e i poeti”. Il poeta &#038; le donne: un monologo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/41144828750_e51bf077fb_h-e1624082385411-1024x646.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Guadalupe Nettel, il prossimo Nobel messicano (trent’anni dopo quello a Octavio Paz)</title>
		<link>https://www.pangea.news/nettel-nobel-messico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 10:58:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[La Nuova Frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Nettel]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=82549</guid>

					<description><![CDATA[<p>Meno enfatica dell’inarrivabile Garcìa Màrquez, meno fatalista della Allende e meno complessa di Llosa, la Nettel scava nella corteccia del dolore (invisibile al mondo) del popolo messicano. In Italia la pubblica La Nuova Frontiera, dopo tre libri è divenuta l’esempio di come idee e coraggio contino molto più dei soldi. Negli ultimi dieci anni, e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nettel-nobel-messico/">Guadalupe Nettel, il prossimo Nobel messicano (trent’anni dopo quello a Octavio Paz)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Meno enfatica dell’inarrivabile Garcìa Màrquez, meno fatalista della Allende e meno complessa di Llosa, la Nettel scava nella corteccia del dolore (invisibile al mondo) del popolo messicano. In Italia la pubblica La Nuova Frontiera, dopo tre libri è divenuta l’esempio di come idee e coraggio contino molto più dei soldi.</p>



<p><strong>Negli ultimi dieci anni, e in qualche modo ancora oggi, gli scrittori sudamericani candidati alla traduzione in italiano prima che la qualità dovevano soddisfare una paradossale “involuzione darwiniana”. Contribuire alla definitiva sepoltura della irripetibile stagione del realismo magico e della lagnanza sottocutanea comune a ogni romanzo proveniente dal Messico in giù</strong>. Più di un <em>desiderata</em>, un’esigenza sociale. Come a rivendicare che ci fosse bisogno di più Occidente anche in quello che leggevamo, che ci fosse la necessità di una maggiore contemporaneità – quale? &#8211; alla letteratura che stavamo proponendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="682" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-682x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82558" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-1024x1536.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1-1365x2048.jpg 1365w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81XjL4M7EcL-1.jpg 1652w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></figure>



<p><br>«L’Europa che dimentica l’America Latina in realtà sta rinunciando alla sua storia». Un capriccio, quel tentativo di sterminio degli scrittori sudamericani nati e cresciuti alla scuola di Garcìa Màrquez, persino ridicolo di fronte alla povertà di certa narrativa italiana, il cui stato di salute complessivo è sotto gli occhi di tutti. A questo progetto largamente incoraggiato dalle più importanti agenzie letterarie, tra pochi altri sopravvisse Guadalupe Nettel. <a href="https://www.einaudi.it/autori/guadalupe-nettel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Classe 1973, originaria di Città del Messico, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2014 (<em>Il corpo in cui sono nata</em>) e nel 2016 (<em>Quando finisce l’inverno</em>), accolta da grandi elogi e vendite tutto sommato nella media</a>. Eppure? <strong>Eppure niente, quella lagnanza sottocutanea impossibile da smacchiare evidentemente non andava bene per un mercato così coraggioso e moderno come quello italiano, in quegli anni dedito alla beatificazione letteraria di Fabio Volo</strong>. <a href="https://www.lanuovafrontiera.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I diritti di traduzione finiscono a La Nuova Frontiera, editrice romana che investe nella direzione opposta al mainstream</a>: «ricerca testi in spagnolo, portoghese e catalano, pubblicando e facendo conoscere al pubblico <em>Caramelo </em>(Sandra Cisneros), <em>La piazza del Diamante</em> (Mercé Rodoreda) e <em>Le voci del fiume</em> (Jaume Cabré)» nei primi tre anni di vita del marchio. Una ricerca non affidata al caso o agli agenti letterari, ma a chi i libri li legge ancora. «In seguito, esolo dopo aver girato in lungo e largo le più importanti fiere editoriali dell’America Latina, ci siamo imbattuti in una nuova generazione di autori che si discostano dallo stereotipo della narrativa latinoamericana: Valeria Luiselli, Emiliano Monge, Yuri Herrera, Lina Meruane, Álvaro Enrigue, Luiz Ruffato, Diego Zuñiga». </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="888" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/guadalupe-1024x888.jpg" alt="" class="wp-image-82552" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/guadalupe-1024x888.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/guadalupe-300x260.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/guadalupe-768x666.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/guadalupe.jpg 1170w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Guadalupe Nettel è tra i suggerimenti per il Nobel</em></figcaption></figure>



<p>Nel 2008 arriva la collana il Basilisco, in cui escono Juan José Saer, Baron Biza, Mario Benedetti, Felisberto Hernández, Julio Ramón Ribeyro, nel 2016 Paco Ignacio Taibo II decide di pubblicare con loro. <strong>Come possa l’Italia aver favorito una campagna di rimozione così dannosa soprattutto per la sua stessa cultura (la lingua italiana è parlata da quasi 60 milioni di persone in Italia e altri 25 nel mondo, la metà dei quali in America Latina) non è dato sapere, così come restano irrisolti gli interrogativi sull’abilità di privarsi sistematicamente del meglio</strong>. Ma una cosa è certa, non siamo noi a dirlo ma la stessa Nettel in un intervento pubblico di qualche anno fa a Barcellona (dove vive e insegna): «L’Europa che ignora la sofferenza dell’America Latina, in realtà rinuncia alla sua storia. Non siamo rimasti alla solitudine di Garcìa Màrquez, ma il fossato che stanno scavando intorno all’America Latina, da una parte gli Stati Uniti e dall’altra l’Europa, è un modo concreto per dire che il mondo e l’uomo stanno rinnegando loro stessi».</p>



<p>*</p>



<p><br><em><strong>La missione degli indipendenti, da “Tempo ritrovato” a “La nuova Frontiera”</strong><br></em></p>



<p>Non conoscevo la Nettel, non avevo mai letto di lei se non ricerche e interventi in cui di tanto in tanto inciampavo. Poi, nell’autunno 2018, sono stati i responsabili della “Tempo ritrovato Libri” di corso Garibaldi a Milano a propormela sul serio, a sedurmi alla sua lettura in un modo e con argomenti a cui non potevo restare indifferente. <strong>«Leggila, se questa qui non diventa premio Nobel nei prossimi quindici anni, vieni e ce li restituisci. E noi te li rimborsiamo»</strong>. <strong>Erano appena usciti i racconti di Bestiario sentimentale, testimonianza di precisione narrativa e chirurgia estetica della parola, prova superiore a quasi tutti gli autori sudamericani, così sorprendente e seduttiva da non poter passare inosservata</strong>. L’anno dopo, sempre per La Nuova Frontiera, escono <em>Petali e altri racconti scomodi</em> che sanciscono il talento della messicana nel breve, la confidenza col lettore e la leggerezza nel ricorso a temi forti e ignorati (un erotismo cinico più che nascosto, verrebbe da dire non occidentale) dai colleghi. E anche in quel caso, il commento più o meno universalmente speso è «che brava, ma leggi che brava». </p>



<p>Poi? Nessun pentimento, nessuna autocritica per averla sublimata e subito ignorata. Ma è con <em>La figlia unica</em> (La Nuova Frontiera, 2020) che la Nettel mette al tappeto ogni strenuo detrattore passando dal racconto al romanzo, tessendo una trama impegnativa e contagiosa nella sua straziante attualità: l’incapacità di saperci prendere cura degli altri, la rinuncia alla genitorialità come paradossale atto d’amore verso l’umanità e come responsabilità verso noi stessi. Ne <em>La figlia unica </em>la Nettel mette a frutto l’esperienza maturata in questi anni, raccogliendo i dati (e i consigli) di un cammino entusiasmante nonostante le difficoltà incontrate. <strong>Oggi tutti la indicano come l’astro della nuova letteratura sudamericana, un talento diverso da quelli finora indicati come fenomeni ma che poi sono svaniti di fronte alla prova più temuta (la tenuta di fronte ai lettori): la Nettel possiede una forza e un’abilità rare, una padronanza di tempi e una scansione musicale, quindi matematica, difficilmente riscontrabile in altri</strong>. Ecco cosa sono gli indipendenti. Ecco a cosa porta il miracolo dell’indipendenza. Dal suggerimento di una libreria al coraggio di una casa editrice, il nitore della Nettel è garantito da un tam tam che non ha niente a che fare con le mayor ma attiene esclusivamente alle persone.</p>



<p><br>*</p>



<p><br><strong><em>Il prossimo premio Nobel a trent’anni da Octavio Paz</em></strong></p>



<p><br><strong>Si sa, i meccanismi di attribuzione dell’Accademia reale di Svezia non sono proprio limpidi – mi riferisco alla logica del talento che valse il paradossale Nobel a Dario Fò negandolo però a Borges, Buzzati, Luzi, Calvino, Philip Roth e che continua a negarlo tra i tanti a Ian McEwan –, ma sono in molti ad attendersi un atto di responsabilità in virtù di quello che sta succedendo al Messico, Paese in cui all’isolamento socio-economico si è aggiunto il Covid che ha scavato una trincea intorno al dolore invisibile di questa gente</strong>. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1000" height="641" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/Octavio-Paz.jpg" alt="" class="wp-image-82553" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Octavio-Paz.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Octavio-Paz-300x192.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/Octavio-Paz-768x492.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption><em>Octavio Paz vinse il Nobel nel 19</em>90</figcaption></figure>



<p>Secondo indiscrezioni, la Nettel starebbe lavorando a un grande romanzo proprio sulla dignità dei messicani, su questo popolo segregato da una parte dal mare e dall’altra dal muro di Trump, a cui non resta che raccontarsi nei romanzi dei suoi tanti autori validi. L’ultimo Nobel messicano, che poi è anche l’unico che sia stato assegnato a uno scrittore nato lì, appartiene a Octavio Paz (1990). <strong>Anche lui di Città del Messico, Paz è molto diverso dalla Nettel per caratteristiche, temi e stile, ma proprio questo potrebbe far convergere sulla messicana indizi che oggi appaiono non più un miraggio. Punti a sfavore, la Nettel non è una poetessa, non demolisce la parola come i suoi predecessori</strong>. <strong>A favore, la Nettel non subisce sé stessa, non vive sotto la sua ombra, anzi attraverso la strana metafisica dei messicani racconta la confusione del mondo</strong>. Come dire,<br>l’imbuto del pianeta (il Messico quella forma ce l’ha per davvero) dimenticato nel collo della bottiglia che si candida a raccontarne i contenuti. Poi l’endorsement di molti autori tra i più prestigiosi al mondo, che l’hanno indicata come «un talento impossibile da trascurare». Infine basta fare una contabilità degli ultimi Nobel e dare un’occhiata ai loro editori, quasi tutti indipendenti. <strong>Tutto ciò nonostante il tentativo di sterminio degli scrittori sudamericani nati e cresciuti alla scuola di Garcìa Màrquez, che poi era quella di Cesare Zavattini (a Cinecittà)</strong>.</p>



<p><em><strong>Davide Grittani</strong></em></p>



<p>* <em>Davide Grittani (Foggia, 1970) è scrittore e giornalista. Ha pubblicato i reportage </em>C’era un Paese che invidiavano tutti<em> (Transeuropa 2011, prefazione Ettore Mo e testimonianza Dacia Maraini) e i romanzi </em>Rondò <em>(Transeuropa 1998, postfazione Giampaolo Rugarli), </em>E invece io<em> (Biblioteca del Vascello 2016, presentato al premio Strega 2017), </em>La rampicante<em> (LiberAria 2018, presentato al premio Strega 2019 e vincitore premio Città di Cattolica 2019, Nicola Zingarelli 2019, Nabokov 2019, Giovane Holden 2019, inserito nella lista dei migliori libri 2018 da </em>la Lettura<em> del </em>Corriere della Sera<em>). Editorialista del </em>Corriere del Mezzogiorno<em>, inserto del </em>Corriere della Sera.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nettel-nobel-messico/">Guadalupe Nettel, il prossimo Nobel messicano (trent’anni dopo quello a Octavio Paz)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/PM2-e1612005173179.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Preferirei starmene seduta a vendere tortillas, piuttosto di avere a che fare con quegli artisti spocchiosi…”. Frida a Parigi. Tra pregiudizi e amori spregiudicati, viva la Kahlo!</title>
		<link>https://www.pangea.news/frida-kahlo-parigi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2020 08:04:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Frida Khalo]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77712</guid>

					<description><![CDATA[<p>Siamo nella seconda settimana di marzo a Parigi, e ancora il covid-19 non ha interrotto del tutto le attività cittadine. Soggiorno all’Hotel La Louisianne, il luogo di ritrovo di Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Charlie Parker, Miles Davies, Cy Twombly, e molti altri: un originale tuffo nel passato proprio nel cuore del Sesto Arrondissement. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/frida-kahlo-parigi/">“Preferirei starmene seduta a vendere tortillas, piuttosto di avere a che fare con quegli artisti spocchiosi…”. Frida a Parigi. Tra pregiudizi e amori spregiudicati, viva la Kahlo!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo nella seconda settimana di marzo a Parigi, e ancora il covid-19 non ha interrotto del tutto le attività cittadine. Soggiorno all’Hotel La Louisianne, il luogo di ritrovo di Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Charlie Parker, Miles Davies, Cy Twombly, e molti altri: un originale tuffo nel passato proprio nel cuore del Sesto Arrondissement. <strong>Passo le mie giornate ripercorrendo i passi delle icone della letteratura e dell’arte. A quanto pare, le vicende di Frida Kahlo a Parigi nel 1939, di cui tratta l’ultimo libro di Marc Petitjean, <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/617395/the-heart-frida-kahlo-in-paris-by-marc-petitjean/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>The Heart. Frida Kahlo in Paris</em></a>, mi ossessionano ovunque mi trovi.</strong> Passeggio lungo la Senna nei pressi del Louvre, ed ecco che mi ritrovo a fissare l’Hotel Regina Louvre, nel quale mi sono appena imbattuto, leggendo. Individuo la statua dorata di Giovanna D’Arco che piaceva moltissimo alla Kahlo – sembra che Frida si sentisse a lei affine – e immagino di assistere a una scena narrata nella smilza biografia nel mio zainetto: la Kahlo esce a precipizio dalla sua camera al sesto piano per balzare nell’auto di André Breton diretta verso l’ennesima cena in compagnia che l’avrebbe, ancora una volta, delusa.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77713 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-8-200x300.jpg" alt="" width="293" height="440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-8-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-8.jpg 266w" sizes="(max-width: 293px) 100vw, 293px" />Penso a quella volta che la Kahlo, in risposta al suggerimento di usare un “bastone da passeggio”, dice al suo amante di non voler mettere in evidenza le proprie condizioni fisiche: “preferisco soffrire come una bestia da soma piuttosto che mi vedano come un’invalida”.</strong> Io pure ho evitato di portarmi una mazza in viaggio benché abbia un’invalidità parziale. Inoltre, il modo in cui Frida si fa beffe di Parigi in queste pagine è davvero squisito. Ripenso alle rimostranze infinite della Kahlo: “Non hai idea di quanto sia spocchiosa questa gente”. <strong>Ha alle spalle sofferenze di cuore: l’uomo della sua vita, Diego Rivera, le è stato infedele, con sua sorella Cristina, poi, e ora le sta pure chiedendo il divorzio. Lei si butta a capofitto in un lavoro commissionatole da New York – un dipinto che rappresenti il suicidio dell’attrice americana Dorothy Hale – e ha una relazione con il fotografo Nickolas Muray.</strong> Sembra avere il presentimento che Parigi la cambierà ma ancora non sa in che modo. Sebbene la sua cerchia di artisti includa personaggi quali Man Ray, Picasso, Dora Maar, Kandinsky, Duchamp e Breton, il più significativo degli ammiratori, sebbene tra i meno noti, nonché il miglior frutto del suo soggiorno, sarà Michel Petijean, che si dà il caso sia il padre dell’autore del libro.</p>
<p>*</p>
<p>Al termine del viaggio, la lettura di <em>The Heart</em> ha avuto su di me un effetto paragonabile a quello della stessa Parigi. Un gioiello di libro, frizzante e conciso, una vera delizia dall’inizio alla fine, che lo si prenda come una saga ultra-generazionale di passioni e cuori spezzati, un’improbabile ma splendida narrazione dei rapporti tra padre e figlio, una classica love story tra l’artista e la sua musa, o un ammonimento sulla città più incensata della terra.</p>
<p><strong>Ci rendiamo conto che il padre dell’autore ha a che vedere con il titolo, <em>The Heart</em>, almeno quanto il dipinto a cui si riferisce: il celebre autoritratto della Kahlo del 1937, un distillato di angoscia e smembramento emozionale. L’opera di Frida, offerta a Michel come dono d’addio, è restata appesa nella casa in cui Marc è cresciuto senza che lui avesse la più pallida idea di cosa celasse.</strong> Da uno scrittore messicano che lo ha contattato, scopre che il padre non era una semplice conoscenza della Kahlo ma che aveva avuto una relazione con lei durante “una delle fasi migliori della sua vita”. Immaginate cosa voglia dire rendersi conto solo a una certa età che il proprio padre ha avuto una breve ma intensa storia d’amore con Frida Kahlo!</p>
<p>*</p>
<p>Il periodo parigino della Kahlo ha avuto un’importanza cruciale nella sua vita. Soltanto là è stata in grado di liberarsi dell’appellativo di “Mrs Diego Rivera”. <strong>Sebbene restia, Frida fa ora parte del selezionatissimo entourage di artisti surrealisti di Breton, e proprio per la sua marginalità gode di speciali attenzioni.</strong> Come conseguenza, la Kahlo, il cui legato è stato ripreso dalla critica e dalle artiste femministe, è stata spesso esaltata per lo spirito indipendente e iconoclasta. Qualità che sembrano essere maturate durante quei due mesi a Parigi, un periodo di cui si è scritto ben poco, nota Petitjean, ma che assume per lui un’importanza capitale, come sappiamo, nel tentativo di comprendere sia l’artista sia il proprio padre.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77714 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-9-183x300.jpg" alt="" width="365" height="599" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-9-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-9-624x1024.jpg 624w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-9-768x1260.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-9.jpg 800w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" />Parte del miracolo operato da questo libro di memorie è che l’autore riesce a rendere la figura del padre accattivante quanto quella di Frida. “Ad essere sinceri, mi rendo conto adesso di aver saputo molto poco della vita di mio padre”, ammette, e un senso di mistero ci accompagna attraverso gli scabrosi intrecci narrativi.</p>
<p>È arduo definire con precisione chi fosse Michel Petitjean, persino per il suo stesso figlio, dato che Michel “non sembrava aspirare a una carriera ma desiderava piuttosto una vita movimentata in mezzo ad artisti, intellettuali e vari personaggi politici”. Infine, dopo aver seguito le sue varie aspirazioni, trascorse diversi anni in un campo di concentramento nazista per aver collaborato con la Resistenza. <strong>Ha avuto una vita senz’altro interessante ma, proprio come in queste pagine l’enorme fama di artista della Kahlo resta quasi per miracolo in secondo piano rispetto alla sua relazione con Michel, in <em>The Heart</em> ci interessa soltanto il suo ruolo di amante devoto e passionale.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Ancora una volta siamo conquistati dal fascino e dall’irriverenza di Frida, brillante e insolente come sempre in tutti gli aneddoti. <strong>Considera indegni di lei i compromessi e le maniere di Breton e finisce per coinvolgersi sessualmente con la moglie, Jacqueline Lamba (a Breton è permesso di stare a guardare). Troviamo inoltre molto divertente lo sdegno della Kahlo per la cultura francese – in particolar modo per le cerchie di artisti – espresso a più riprese. “Preferirei di gran lunga starmene seduta sul selciato al mercato di Toluca a vendere tortillas, piuttosto di avere a che fare con quegli artisti spocchiosi di Parigi”</strong> (‘spocchiosi’ sembra essere l’appellativo favorito per i parigini!). Si direbbe davvero che i francesi la fraintendano; a un certo punto, il poeta Robert Desnos dice al padre di Petitjean: “la sua amica è graziosa, potrebbe essere uscita da un’esposizione del museo etnografico”. Ma noi siamo convinti che Petitjean “sia attratto dalla sua personalità e dalla sua cultura piuttosto che dal suo aspetto esotico, ‘etnico’, per così dire”. In altre circostanze, questo sembrerebbe dubbio, ma dato il carattere di Michel, ci crediamo. Entrambi i Petitjean ottengono la nostra piena adesione, tanto da non mettere in discussione la loro magnanimità da occidentali su certe questioni imbarazzanti. Mentre la Francia e i francesi sono sminuiti dall’autore, seppur francese, il Messico della Kahlo è esaltato come il fulcro dell’arte: <strong>“Il Messico non aveva alcun bisogno del surrealismo. In effetti, è vero l’opposto: il surrealismo contava sul contatto col Messico per rigenerarsi”.</strong> Nella logica di <em>The Heart</em>, sappiamo che lo spirito dell’arte può risiedere ovunque, che sia Città del Messico o New York City. Sembra destino che in Francia ogni cosa si riveli per la Kahlo comicamente non all’altezza, senza rimedio, fatta eccezione per l’amore.</p>
<p>*</p>
<p>Petitjean dimentica talvolta di attenersi ai fatti, mentre espone con troppo fervore le proprie fantasie: “lei trascorre tutto il pomeriggio in camicia da notte alla finestra dal vetro appannato, tracciandovi forme col dito mentre canterella una nenia messicana. Volta a volta compaiono una casa, delle facce, alberi, e poi un animale. Li cancella man mano”.<strong> L’autore risulta assai più efficace quando tratta il suo soggetto da regista di documentari quale è, dubitando delle cose di cui non ha certezza: “Cerco di raffigurarmi la prima sera in cui gli innamorati entrarono nella camera di Marcel Duchamp… È stato mio padre a girare la maniglia e ad aprire la porta? Si tenevano per mano?”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><em>The Heart</em> è una sorprendente raccolta di frammenti biografici di gente famosa e una rassegna di pettegolezzi rivelatori sui maggiori esponenti del surrealismo. Il lettore si imbatte in un’improbabile serie di icone, da Lev Trotsky a Elsa Schiaparelli, a poche pagine di distanza, ma persino in simile compagnia i nostri innamorati rubano la scena.</p>
<p>Solo alla fine del libro ci facciamo un’idea di chi sia davvero l’autore. Pur sapendo che Marc Petitjean è cresciuto nella casa in cui si trovava l’enigmatico dipinto, non scopriamo in quale misura questo abbia influito su di lui e sulla sua carriera se non nelle ultime pagine: “Il dipinto di Frida mi aveva aperto una strada: se avessi deciso di farlo, avrei saputo come esprimere in piena libertà le cose che non potevo dire a parole attraverso forme, colori e metafore”.</p>
<p>Mentre attraversavo una Parigi ancora brulicante di gente, ma in procinto di fermarsi, per tornare a New York a fronteggiare una quarantena dagli esiti incerti – una condizione tuttora in atto dopo settimane – continuavo a pensare a Frida.  È assai probabile che quello descritto nel libro di Petitjean sia stato l’ultimo periodo spensierato della vita di Frida, alla vigilia dell’inizio della Seconda guerra mondiale. <strong>Nei suoi ultimi anni la Kahlo, prima della morte all’età di quarantasette anni, non visse sotto il segno dell’arte e dell’amore ma della malattia, come Petitjean ci ricorda con discrezione.</strong> Nel volume invece ci esaltiamo nel pieno fulgore che solo una persona come Frida e coloro che l’hanno amata erano in grado di elargire.</p>
<p><strong><em>Porochista Khakpour</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo è stato pubblicato su “Bookforum” con il titolo <a href="https://www.bookforum.com/print/2702/a-new-book-tracks-frida-kahlo-s-paris-years-24043" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Coeur Values”</a>; la traduzione italiana è di Anna Rocchi</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/frida-kahlo-parigi/">“Preferirei starmene seduta a vendere tortillas, piuttosto di avere a che fare con quegli artisti spocchiosi…”. Frida a Parigi. Tra pregiudizi e amori spregiudicati, viva la Kahlo!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Frida_Kahlo_by_Guillermo_Kahlo-e1594019731787-1024x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
