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	<title>Gramsci Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Elogio di Benedetto Croce, “un Leviatano dello scibile”</title>
		<link>https://www.pangea.news/benedetto-croce-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 05:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto Croce]]></category>
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		<category><![CDATA[Gentile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Benedetto Croce moriva settant’anni fa, nel novembre del 1952, e con lui moriva anche la filosofia sistemica: nella liquefazione del postmoderno l&#8217;idea del pensiero come architettura organica sarebbe andata definitivamente perduta. Con grande pregnanza simbolica fu notato dal suo più acuto interprete, Gennaro Sasso, come, quando le bombe alleate si abbatterono su Santa Chiara a [&#8230;]</p>
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<p><strong>Benedetto Croce moriva settant’anni fa, nel novembre del 1952, e con lui moriva anche la filosofia sistemica:</strong> nella liquefazione del postmoderno l&#8217;idea del pensiero come architettura organica sarebbe andata definitivamente perduta.</p>



<p>Con grande pregnanza simbolica fu notato dal suo più acuto interprete, Gennaro Sasso, come, quando le bombe alleate si abbatterono su Santa Chiara a Napoli nel 1943, nel tragico rogo parve perire altresì l’ultima grande Filosofia della Storia.</p>



<p><strong>Croce fu rimosso per decenni dalla cultura italiana in seguito ad ipoteche di natura schiettamente ideologica,</strong> senza un serio confronto di carattere speculativo, ripetendo a macchinetta una vulgata diffusa da Gramsci (intellettuale la cui portata civile nessuno intende sminuire ma che, appunto, rientra nel novero degli intellettuali e dei pubblicisti, in nessun modo in quello dei filosofi). Ora che i valori e le proporzioni si sono riassestate e le ideologie frantumate si può finalmente riconsegnare Croce alla sua dimensione effettiva di grande classico del pensiero e dello stile.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1.jpg" alt="" class="wp-image-95011" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/s-l1600-1-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Nessuno eserciterà più la filosofia come la esercitò Croce, tentando una quadratura armonica tra le categorie spirituali ed edificando un sistema che non si era visto altrettanto complesso e interconnesso tra le sue parti dal tempo di Hegel. E nessuno, nella sua grandezza come nei suoi limiti, potrebbe più praticare la cultura come la praticò lui, scrivendo per lo più da solo per mezzo secolo “La Critica” e spaziando con onniscienza quasi inverosimile in ogni ambito dell&#8217;umanesimo.</p>



<p><strong>Quando Contini scrisse che quello che Croce poté fare nelle discipline storiche e umanistiche non ha forse alcun precedente nella storia della cultura</strong> e quando Labriola lo definì “un Leviatano delle scibile” erano ben lontani dal commettere un&#8217;iperbole. Croce si illuse di storicizzare integralmente la filosofia, di saldare in una circolarità armonica Filosofia e Storia portando a termine la geniale e germinale intuizione vichiana della conversione del Vero col Fatto. Ma, nella parabola tragica dell&#8217;ultimo Croce come uomo e pensatore, in realtà quel circolo si incrina e anche l&#8217;altra e parallela circolarità delle forme dello spirito nella dialettica dei distinti finisce per sfaldarsi e la categoria della Vitalità anziché porsi come slancio gioioso dell&#8217;utilità e degli istinti, finisce per convertirsi in disvalore, in presenza di un male e di una negatività non dialettizzabili.&nbsp;</p>



<p>Altroché l&#8217;ottimismo e l&#8217;olimpica serenità prospettata da quanti Croce lo conoscono solo dai manuali o da certa vulgata marxista!</p>



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<p><strong>A differenza di molti grandi pensatori che composero un quadro concettuale e poi gli si affezionarono non modificandolo più, Croce seguitò a tormentarsi incessantemente</strong> nell&#8217;edificazione della sua grandiosa cattedrale gotica, scosso da dubbi e angosce che poi il suo meraviglioso stile celava e sopiva nella compostezza della forma.&nbsp;</p>



<p><strong>L&#8217;angoscia fu sempre la radice prima da cui scaturì la filosofia crociana, angoscia scaturita da circostanze biografiche</strong> (il terremoto di Casamicciola in cui perse adolescente la famiglia e in cui trascorse lunghe ore sotto le macerie, la perdita della compagna di vent’anni Angelina Zampanelli) e segnata dal tarlo ricorrente del suicidio che spesso affiora nelle pagine dei Taccuini di lavoro.&nbsp;</p>



<p><strong>L&#8217;ultimo Croce, il più intenso e il più grande, raggiunge talora venature gnostiche parlando della “gabbia del mondo”</strong> o del “carcere della vita”, come in quel fulmineo <em>Soliloquio</em> che resta una delle grandi pagine della filosofia morale di ogni tempo.</p>



<p>Alla tragedia esterna di un mondo in dissoluzione nel Croce anziano si affianca un&#8217;altra e interna tragedia, di un sistema che si ribella al suo creatore e lo costringe senza posa a ridefinirlo, scompigliando l&#8217;illusione di un approdo a uno “storicismo assoluto” in cui filosofia e storia coincidono e la prima è il momento metodologico della seconda.&nbsp;</p>



<p>Croce sa che le categorie sono eterne e fuori dal tempo e proprio nell&#8217;apparente armonia del circolo si vengono a creare delle scorie metafisiche che ricollocano la filosofia in una dimensione atemporale e sovrastorica. <strong>Nel filosofo che mosse guerra alla metafisica si insinua nuovamente proprio la radice prima di ogni pensiero, che è irriducibilmente metafisica</strong> e Croce si libra oltre lo storicismo e le ricadute scolastiche del suo pensiero.&nbsp;</p>



<p>La filosofia era autoterapeutica, compiva la catarsi dell&#8217;angoscia nella quadratura un pensiero magnificamente organizzato ma, seppur sopita, quell&#8217;angoscia riaffiorava con irresistibile potenza, non accarezzata come nella variante esistenzialista (quella che Bobbio, riferendosi a Heidegger e Jaspers, chiamò la filosofia del Decadentismo), ma combattuta e incanalata nell&#8217; alveo di una ragione che la placasse. Croce anziano disse che quanto alle sorti future della sua filosofia essa sarebbe stata come tutte le altre un singolo momento della vita del pensiero, presto sorpassata dall’<em>unda quae supervenit undam</em>, ma che, nondimeno, sarebbero restate le verità che le era stato “concesso di stabilire”. <strong>In un atto di umiltà trascendentale egli sapeva bene della non appartenenza a noi stessi nemmeno dei nostri pensieri e delle nostre opere, </strong>che proprio quando reputiamo nostre sono insieme non nostre, perché frutto dell&#8217;Universale che si è degnato di visitarci.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95013" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/croce.jpg.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Proprio nel bisogno di riconnettere l&#8217;individuo all&#8217;Universale si annidava la ragione profonda del Croce minore, che amava ritessere le vite di personaggi oscuri o far risplendere di nuovo le gemme nascoste di poeti dimenticati, conscio che un granello di santità e di eroismo si cela anche nelle biografie più umili e ignorate e che un granello di grande poesia rifulge talora anche in opere trascurate e neglette. Egli amava dire che non c&#8217; è persona, per umile che sia, da cui non possa giungerci un atto o un detto che ci faccia arrossire al paragone.&nbsp;</p>



<p><strong>Il tempo è galantuomo e gli anni hanno reso giustizia a Croce e al suo grande sodale e poi rivale Gentile, riassegnando il posto eminente che spetta loro nella storia del pensiero.</strong> Ma la parabola di Gentile (anch&#8217;egli straordinario pensatore a lungo frainteso se non stuprato nell&#8217;essenza del suo pensiero) si fuse con quella del fascismo ed egli pagò la sua fedeltà al regime con la vita. La parabola di Croce, invece, fu ben più feconda anche di ricadute civili e la sua idea della Libertà come categoria metapolitica, in qualche modo premessa e fondazione della politica come della vita morale, rimane valida e attuale oltre ogni contingenza&nbsp;</p>



<p><strong>Viene da dire che Croce non fu tanto un hegeliano, come ripetono i pappagalli che per professione fanno gli autori di manuali, quanto un neoplatonico inconsapevole </strong>e che le sue idee dell&#8217;Arte e della Libertà abbiano appunto la purezza incontaminata delle Idee dell’Iperuranio platonico, a perenne testimonianza che ancora ci dibattiamo nel dualismo tra Essere e Divenire della filosofia antica. Facile sorriderne da parte degli adepti del ‘segno’ in estetica o del liberismo (che Croce ben distingueva dal liberalismo!) in politica, di fatto dalle categorie non si può prescindere e sono esse a dare il loro stampo eterno al nostro vivere, oltre il gioco del divenire e delle forme del mondo.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>
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		<title>Discorso intorno a Tommaso Labranca: un genio che ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia</title>
		<link>https://www.pangea.news/discorso-intorno-a-tommaso-labranca-un-genio-che-ha-avuto-la-sfiga-di-dover-lavorare-e-scrivere-in-una-nazione-miserevole-come-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 10:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I like walking in the park&nbsp;/ When it gets late at night&nbsp;/ I move &#8216;round in the dark&nbsp;/ And leave when it gets light.</em> (New Order, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=jn9nOukPuYM" target="_blank" rel="noopener"><em>Sub-Culture</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno di questi bombardieri”. Parole di Tommaso Labranca. Parole e musica di sottofondo.</strong> Quella rock, elettronica e pop. Abba, Soft Cell, Dead Can Dance, Joy Division, New Order, The Cure, Depeche Mode e Moby. Immaginando i bombardieri estetologici in azione. Non c&#8217;è bisogno di una colonna sonora di Wagner. (Semmai dei Kraftwerk stradali o del Bowie berlinese). Ma il bisogno di Germania rientrerà dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogno di europei più che di italiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65690 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg" alt="" width="125" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-768x1258.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-625x1024.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006.jpg 872w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Perché davvero si possono immaginare frotte di bombardieri lungo tutta la penisola delle lettere estenuate ed estenuanti, della iperprolificità serialista e compulsiva per teledipendenti alla Andrea Camilleri, del nulla sotto vuoto dei postmodernismi insipidi alla Paolo Cioni, dei pedofilismi accademicisti alla Walter Siti, dei romanzetti provinciali alla Andrea Vitali</strong> – in un paese in cui il meglio è quasi tutto fuori dalla narrazione pura (due tra gli esempi migliori sono Andrea Caterini e Mirko Volpi) e in cui o davvero c’è chi ha tempo per leggere certi blocchi di carta (la cui funzione più ragionevole è forse da solidissimi fermalibri) tipo i romanzi di Albinati, Genna, Lagioia, Scurati o tipo le trilogie nichiliste e postmoderniste parentiane e santacrociane, oppure è in corso un enorme spreco di cellulosa da devolvere ai grandi dimenticati (se il presente non offre più nulla tanto vale riscoprire il passato) Gautier, Bloy e Montherlant, Rebatet, Déon e Maeterlinck, Drieu, Morand e Nimier, Strindberg, Hamsun e Jensen, ma si può anche stare nei luoghi labranchiani e di obiettivi per le bombe ce ne sono a iosa, a partire dai critici e prefattori mondani dal <em>selfie</em> facile che sentenziano che chiunque osi scrivere un romanzo prima dei cinquanta è condannato al nulla e al nulla dunque condannano scrivendone uno prima della scadenza da loro indicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le bombe oppure lo sdegno assoluto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Meglio diventare piccoli isolazionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio starsene sul posto. Meglio dimenticare i libri. Meglio osservare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>neoiperrealismo</em>, copyright di T-La.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra Pantigliate e Bellagio, la Brianza, di cui la cittadina dello sprezzante autore di quelle tre righe bombardiere, è l’estrema propaggine ideale, già inglobata da decenni dal cosiddetto <em>hinterland</em> milanese, luoghi d’automobilisti, tra superstrade, statali, tangenziali, svincoli e rotonde, che sono “il terrore dei camminatori, perché a differenza degli incroci […] non prevedono quasi mai un attraversamento per esseri umani appiedati”, ha scritto lo stesso Brizzi (l’incrocio era di destra; la rotonda è di sinistra; il progresso, disumano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’<em>hinterland</em> luogo estetico dello spirito, come la stessa Brianza, del pantigliatese che tramite di un suo personaggio, impiegato d’ufficio houellebecquiano, in un breve frammento neopessoano, neomelvilliano, neokafkiano, </strong>ha espresso icasticamente e causticamente la sua poetica antinarrativa: “Se oltre a essere così noioso fossi stato anche boemo ed ebreo, magari avrei fatto il narratore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Labranca – un grande narratore no di sicuro; un autore noioso men che meno; di certo genio poco riconosciuto – è stato il più intrigante estetologo moderno italiano</strong> (italiano solo di lingua, di sicuro non di spirito) ma ha avuto la <em>sfiga</em> di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia (essendo un pantigliatese e padano ergo europeo) e infatti verso la fine della sua vita si manteneva traducendo manuali tecnici dal tedesco (il bisogno di Germania che rientra della finestra) e poteva autopubblicarsi soltanto grazie a due eccentrici progetti di cui era co-fondatore – la casa editrice 20090, dal codice d&#8217;avviamento postale della periferia milanese ma con chiara identità europea (www.eu) e la Tipografia Helvetica, tale non soltanto per via del carattere di stampa ma anche perché con sede svizzera (www.ch) –, bombardando i lettori con onnipresenti maiuscole, ammiccamento alla lingua di Kant, come ne <em>Il Piccolo Isolazionista</em>, esemplare del suo stile, perfetto ibrido, tra saggio e diario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così nel manifesto <em>Neoproletariato</em>, colpiscono tanto la sua confessione di pensatore “ipnomediatico” quanto l’analisi in cui aggiorna, modernizza il rapporto tra intellettuale, padrone e proletariato teorizzato da Gramsci e via Gramsci dal non troppo amato Pasolini:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Labranca che si alza comunque presto, anche quando va a dormire tardi, magari di ritorno “da un evento pluscool esclusivo e deludente”, perché angosciato da un ruolo, quello d&#8217;intellettuale, sempre più duro e instabile “perché mancante della benedizione dei padri”, pensieroso dunque su come riuscire a trarre qualche vantaggio dal cambiamento che identifica con l’<em>eleghanzia</em> che ha decisamente preso il sopravvento sull’<em>intellighenzia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">2) Labranca il neointellettuale “ipnomediatico”, la tv neopadrona e il neoproletariato, col plusvalore e il superfluo sostituiti da quel “pluscool”, e vale a dire “quello che esala da quanto non solo si acquista, ma si fa, si dice, si respira, si ascolta, si guarda, si indossa, si frequenta o si cerca di frequentare”, che dà conto in termini altri da quelli pasoliniani, di una metamorfosi antropologica che segna la <em>sconfitta del popolo</em>, come da sottotitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65691 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Neoproletariato.jpg" alt="" width="120" height="202">Così il suo dar conto del classico duo d’“immutato successo” di periferia, “disagio e solitudine”, che è realtà, oltre che un ruolo recitato, vale almeno quanto l’analisi della massificazione mentale, e del cialtronismo, dilagante e arrogante, da “Intellettuale Accettato”:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Sempre a rischio di manierismo e quindi di ridicolo, o d’immobilismo, che Labranca ha sempre aborrito, passando oltre ogni musica, tipico degli adepti del reggae, o del prog-rock birraiolo, celtico e repellente (“maleodorante”),</strong> per non dire degli esaltati della pizzica (“stramaledetta”), optando di suo per “la strada più difficile: la superficialità”, e anche per questo “vagamente emarginato”, pur giocando un ruolo <em>ipnomediaticamente</em> forte nel definirsi, consolidarsi e svilupparsi del “pluscool”, di cui era l&#8217;avanguardia a un tempo dentro e fuori dai media di massa dominati dalla tv, perché: “Il disagio restava però sempre qualcosa di sgradevole da vedere, toccare e annusare, come un manzo squartato. Nel Freddo Sporco si aveva una rappresentazione cruda e iperrealisticamente disordinata come nella <em>Macelleria</em> di Annibale Carracci”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Deve piacerti viaggiare. Deve piacerti il mare. Deve piacerti la pizzica salentina. Devi essere unplugged. Devi essere bio. Devi essere ipocrita.</strong>&nbsp;/ […] Basta essere un povero di spirito un arrogante/un&#8217;arrogante c on le Birkenstock o la gonna lunga, la maglietta arancione con scritto <em>Salento</em>”, o un seguace delle dottrine New Age, e vale a dire un isterico, per esser non apocalittico ma integrato, sia nel “nazionalcialtronismo” che in “una globalizzazione di maniera” solidarista e ignorante che “è la presa per il culo del mondo” e magari pure vegetariana come il cantante degli Smiths: “Morrisey, grossa zucchina intellettualizzata dal ciuffo rockabilly […] era troppo affettato. Perché usava troppe chitarre e batterie umane, senza per altro nemmeno ricadere nel Freddo Sporco […]. E perché era insopportabile nel suo zelo vegetariano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così la sua personale, intima, motivata avversione verso i viaggi, specie per turismo ed esotismi</strong>, che marca, come scrive tra le note ad <em>agosto oscuro</em>, “la differenza tra il suo testardo restare locale e l&#8217;ottuso emigrare esotico”, è essenziale per i suoi spunti filosofici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Labranca è un cantore delle tangenziali, che preferiva alle autostrade, prediligendo ai viaggi il puro movimento che non va da nessuna parte ai viaggi, specie se esotici:</strong> “Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento. Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrarvi Jovanotti in bicicletta è uno dei tanti motivi che mi fanno restare a casa davanti al 46 pollici. Non lavorando come dipendente, non ho poi nemmeno lo stimolo ad allungare la lista dei Paesi da me visitati per gettare merda cosmopolita sui colleghi nelle pause pranzo. Se poi quello che vedrei nei vari Paesi è quello che vedo grazie alla mia superba parabola, ossia folclore scontato o localizzazioni di software internazionale, che motivo ho di fare il turista?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Per vedere il Mondo si dovrebbe viaggiare”, scrive il Piccolo Isolazionista pantigliatese, e il viaggio potrebbe anche essere un antidoto contro il cialtronismo, il quale è però sempre in agguato perché “il Mondo stesso è intriso di cialtronismo”,</strong> lo s&#8217;incontra viaggiando, o portandoselo appresso, magari pure scrivendone, altro devastante pericolo, per mete per cialtroni suggerite e consolidate dal cialtronismo stesso, Berlino dopo la caduta del muro, la fu Jugoslavia dopo la guerra in Jugoslavia, la Patagonia sulle tracce di Chatwin, l’alternativa di Formentera, l&#8217;obbrobrio del Beaubourg, o anche solo l&#8217;autostrada figlia del Settecento, “espressione a pedaggio del Grand Tour”, cui Labranca preferisce la tangenziale, bosco d’asfalto in cui ancora si dà il <em>Wanderer</em> schubertiano, neoromantico che vuol tenere lontano ogni cialtronismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il suo sprezzante gusto per le settimane centrali del mese di gennaio, quando il Freddo Sporco è spoglio d’addobbi, e la stanzialità può approfondire i dettagli, le visioni e le memorie, alla base delle critiche architettoniche e del concetto di Barocco brianzolo:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Il Piccolo Isolazionista scopre e teorizza, vivendolo, l’<em>iperneorealismo</em> della Milano da sobborgo, da periferia che già s’impone poco lontano dalle strade del centro aggraziate dai palazzi asburgici, nelle strade abbruttite a partire dal dopoguerra dai parallelepipedi ammonticchiati dagli architetti italici&#8230;</strong> Non vive in città ma ha piacere ad andarci, osservandone dal di fuori le trasformazioni nel tempo, da cui a sua volta non è esente, mettendo alla prova la sua acuta memoria che “ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali” ma che pure può giocargli qualche scherzo quanto alle proporzioni&#8230; Da <em>Il Piccolo Isolazionista</em>: “Anche la città doveva sembrarmi ancora più enorme&nbsp;/ quando avevo 5 anni.&nbsp;/ Non posso dirlo, ne vedevo così poca.&nbsp;/ Non la percorro come faccio oggi.&nbsp;/ Traccio a posteriori delle normali proporzioni&nbsp;/ perché già un semplice terrazzino di pochi metri quadrati&nbsp;/ mi sembrava sconfinato.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) L’<em>hinterland </em>milanese che ha inglobato la periferia della città e la Brianza è un luogo concreto ma anche ideale, lo spazio esistenziale quotidiano che ha ispirato a Labranca il concetto filosofico, estetologico del Barocco brianzolo.</strong> – “Purtroppo, la Brianza di cui si parlerà qui non corrisponde solo a quella sottoregione lombarda che si estende sotto un cielo di trucioli e diossina tra la periferia nord di Sesto San Giovanni e il confine con il Canton Ticino. […]&nbsp;/ <em>Questa</em> Brianza è un luogo dello spirito, un Nirvana cui si perviene stando in Salento e in Ciociaria, ma anche in Tasmania e nella Terra del Fuoco. <em>Questa</em> Brianza è in tutto il mondo e ovunque ha diffuso il proprio stile estetico.” – Una topologia dello spirito, svincolata nel tempo e nello spazio, e anche per questo e più complicata da definire, se non per “la totale follia a sequenziale e accumulativa” e la capacità di “armonizzare popoli, etnie e culture diverse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(prima parte)</em></p>


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		<title>Elogio spudorato di Massimo Giletti, il giornalista (invidiato dai giornalisti) che passa, con agio funambolico, da Celentano al caso di cosa nostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 08:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti. Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta. Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti.</strong> Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della professione. <strong>Nei confronti di Giletti ha avviato diversi procedimenti disciplinari per commistione tra attività giornalistica e pubblicità. E lui, nel 2008, per tagliare la testa al toro, si è dimesso dall’Ordine. Anche in questo caso trovo l’Ordine dei giornalisti inutile e ipocrita</strong> perché la deontologia la valutano i lettori/spettatori e non “colleghi” che non hanno mai scritto un articolo come si deve in vita loro; e perché più un giornalista è ricco – anche grazie al ruolo di testimonial aziendale – e più è probabile che sia libero e indipendente di scrivere-dire quello che reputa veritiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta di fatto che la sera della Befana sono lì a guardare “Non è l’arena”, dove prima si festeggia l’81esimo compleanno di Celentano</strong>, poi l’estro di Fiorello e, nel intermezzo, assistiamo a un momento di assoluta emozione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti davanti alle telecamere si trova piuttosto a suo agio, tant’è che canta – bene ma non benissimo – un paio di canzoni di Celentano, in un duetto con il sorprendente Claudio Santamaria</strong> – sì, l&#8217;attore, bravo anche con la voce e la chitarra. Poi arriva l’intermezzo per informare il pubblico sulle novità del caso di cronaca che la redazione giornalistica sta portando avanti da tempo sulle tre sorelle Napoli, imprenditrici agricole vittime da anni di intimidazioni mafiose a Mezzojuso, nel palermitano, senza protezioni dallo Stato e senza la solidarietà degli altri concittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La novità è che a Salvatore Battaglia, l’unico in paese a difendere le tre sorelle, degli ignoti hanno bruciato la macchina. Il resto, oltre a una vicenda simile a molte altre che le pagine di cronaca, letteratura, cinema e musica hanno raccontato con dovizia di particolari, fa già parte della storia della tv italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti in un istante passa dai sorrisi e dal karaoke a primi piani di rara intensità, infervorandosi, difendendo le sorelle minacciate e il suo lavoro giornalistico</strong>, attaccando questo e quello, elogiando il coraggio civico di Salvatore – eroe borghese di una Italia che ha un disperato bisogno di una nuova generazione di cittadini gramscianamente non indifferenti – con una navigata capacità di gestire il ritmo della trasmissione e il pathos narrativo, tanto che il pubblico parte con una spontanea standing ovation, fino al colpo di scena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il diabolico Giletti – diabolico per la funambolica bravura – fa alzare in piedi Salvatore e lo invita ad avvicinarsi e poi gli consegna le chiavi di un’auto nuova, regalata dal programma, abbracciandolo e piangendo.</strong> Adesso si commuovono tutti, compreso il sottoscritto sul divano. E anche se per tutto il tempo della trasmissione hai un po’ la sensazione che Giletti sia sempre un filo eccessivo, ma soltanto un filo, sopra le righe quanto basta e che alla fine non guasta e anzi, con tutto quel pathos e coinvolgimento personale e fervore che dal singolo diventa collettivo… ti fa sperare in una Italia migliore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Secondo Aldo Cazzullo (o è il suo avatar?) sono un “poveraccio frustrato”. Ha ragione lui. Ecco come, grazie al sommo giornalista, ho scoperto il senso della vita e della verità</title>
		<link>https://www.pangea.news/secondo-aldo-cazzullo-o-e-il-suo-avatar-sono-un-poveraccio-frustrato-ha-ragione-lui-ecco-come-grazie-al-sommo-giornalista-ho-scoperto-il-senso-della-vita-e-della-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2018 09:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Silvano è il custode delle mie ca*ate giornalistiche, l’Isaia delle mie efferatezze retoriche. Abita nelle viscere della Valmarecchia, epicentro romagnolo, luogo di banditi e di pittori, di eremiti e di stronzi. Ieri, dopo aver letto il mio editoriale sulla ‘cazzulleide’ di Aldo Cazzullo, reo, giudizio mio, di aver avvilito Ezra Pound a mero ricordo del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Silvano è il custode delle mie ca*ate giornalistiche, l’Isaia delle mie efferatezze retoriche.</strong> Abita nelle viscere della Valmarecchia, epicentro romagnolo, luogo di banditi e di pittori, di eremiti e di stronzi. Ieri, dopo aver letto <a href="http://www.pangea.news/dal-pulpito-della-sua-cravatta-aldo-cazzullo-avvilisce-pound-e-celine-a-figurine-della-sua-adolescenza-un-po-di-rispetto-per-favore-sul-becero-gioco-del-nostro-tempo-sputare-in-faccia-ai-t/" target="_blank" rel="noopener">il mio editoriale</a> sulla ‘cazzulleide’ di Aldo Cazzullo, reo, giudizio mio, di aver avvilito Ezra Pound a mero ricordo del suo trionfante passato liceale, a poeta, scrive lui, dei “sogni d’amore infranti” (!?!), lo invia per mail al divo Aldo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla mail che corrisponde a quella di Aldo Cazzullo giunge, “inviato da iPhone”, questo messaggio: “Certo, il mondo è pieno di poveracci frustrati, come lei e questo signore. Addio”.</strong> Intendendo per <em>lei </em>il caro Silvano, fustigatore della mia verbosità, dovrei essere io <em>questo signore. </em>Ora. Visto che sul mio capo di querele ne son piovute una granata, e visto che faccio di nomignolo San Tommaso, diciamo che <em>forse</em> – nonostante la mail par proprio quella – a rispondere è stato Cazzullo, <em>forse</em> è stato il suo avatar, <em>forse</em> è stato il demonietto peluche che abita nella gabbia toracica del savio Aldo, <em>forse</em> a rispondere è stato il suo factotum o uno che passava per il suo iPhone con il compito di seminare il male nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di primo balzo, la reazione di Cazzullo – o chi per lui – mi sorprende. Il giornalismo è teatro e il giornalista è il privilegiato che sta sul palco. Dice delle cose a cui altri rispondono. Alcuni con gli applausi, altri con i pomodori e una bombardiera di uova marce.</strong> Di norma, qualsiasi cosa io scriva – pallido esempio giornalistico in nulla paragonabile alla baronia del sommo Aldo – riceve una reazione: c’è sempre qualcuno che mi fa una pernacchia, scrive che sono un idiota, che devo cambiare mestiere. Di norma, le reazioni sono due. Se il tizio è macerato nell’insulto e gode nel mandare a cagare il prossimo, lo si lasci nel suo. Altrimenti, bisogna ascoltare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ho mai scritto per aizzare l’aureo Cazzullo – o il suo avatar? Rileggo il pezzo. Parlo di cravatte e di ristoranti di lusso. Io non porto le cravatte e mi accontento di ciò che passa ogni convento. In fondo, l’articolo è intinto di nera ironia, nient’altro. Forse a Cazzullo – o al suo factotum – dà noia quando parlo della “combine dei nani”. Beh, tra i “nani”, al cospetto di Pound, di Céline, di D’Annunzio – ma anche di Gramsci e di Marx, se è per questo – mi ci metto anche io. <strong>La natura delle mie letture mi impone di inginocchiarmi davanti al genio altrui. Proprio perché riconosco chi è più grande di me, so di non essere davvero un nano. Inginocchiarsi davanti a una forma perfetta – una musica di Mozart, un quadro del Giambellino, una poesia di Rilke – non significa farsi muti e sudditi, ma grati e sorridenti</strong>; non è un gesto di umiliazione ma di umiltà; non è un atto di inferiorità ma di grandezza. Lo abbiamo dimenticato? Allora abbiamo smarrito noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ad ogni modo, per deformazione professionale – chi scrive di altro non sa nulla di sé – sono pronto a dare ragione a chiunque</strong>, sono certo che Cazzullo – o il suo inquilino tecnologico – abbia ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poveraccio </em>lo sono davvero, per dire. Sono povero di tutto – non solo di denaro. Abito il nulla.</strong> Cazzullo – o il suo gemello – mi fa tirare fuori dallo scaffale un libro che mi è caro, inciso, le <em>Opere spirituali </em>di Charles de Foucauld. Questo florilegio di frasi è come un filo spinato corroso di miele, mi è proprio:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Stiamo attenti a non attaccare il nostro cuore ad una cosa creata,</strong> qualunque essa sia, bene materiale, bene spirituale, corpo, anima…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Vuoti di noi stessi e degli altri,</strong> senza ricercare né il nostro bene né quello di nessuna creatura in vista di noi e di esse, ma ricercando unicamente la gloria di Dio”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non cessiamo mai d’essere completamente poveri…</strong> abbracciare la povertà con tutto il cuore, le ricchezze non soltanto sono un bagaglio ingombrante, ma sono anche un pericolo: esse difficilmente sono compatibili col perfetto amore”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La povertà non è un’economia eccessiva, un’abile amministrazione dei beni… essa consiste nell’avere pochissimi bisogni</strong> e nell’avere una suprema indifferenza, un supremo disprezzo verso tutti i beni terreni”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non avere bisogni, indifferenza, disprezzo.</strong> Sono proprio un <em>poveraccio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla <em>frustrazione</em>. Anche qui, Cazzullo – o il suo genietto – tocca un tema fondamentale. Il sistema esistenziale odierno è basato sulla frustrazione, intesa come senso d’impotenza, un vuoto che va riempito tirando fuori il portafogli. <strong>In realtà, maneggio il vocabolario Treccani, frustrazione è il “sentimento di chi ritiene che il proprio agire sia stato o sia vano”. Il senso di vanità. Beh, lo sperimento continuamente, è vero. Ma è proprio il sentimento della vanità di tutte le cose – scrivo: ma a chi importa?, è un atto così fragile, è un tango sui cristalli – che mi permette di costruire cose durature.</strong> Proprio la vanità imperante, imperiale, mi porta a dissipare tutto, a distruggere tutto e a riemergere dai miei frammenti. Già, sono frustrato – ma piglio a frustate la mia ‘delusione’. Soltanto i cretini, d’altronde, credono davvero nel ruolo che esercitano, si pensano immortali, dotati del morbo della certezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Noi siamo pellerossa nelle paludi che stagnano intorno alla metropoli, siamo quelli che con la selce scrivono poemi sulla guancia di vetro dei palazzi, che latrano dal bacino dell’oscurità mentre i baroni ridono. </strong>Penso che molto stia cambiando, definitivamente, e in questa incertezza abbiamo la pietà dei cobra, l’avvenire delle colombe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cazzullo – o il suo omologo – chiude il messaggio con limpida onestà. <em>Addio</em>. Addio, a Dio, ti raccomando a Dio, ti metto nelle mani di Dio: esiste saluto più nobile?</strong> Non mi manda mica <em>affanculo</em>, che è il saluto contrario – oppure lo stesso, considerando il dio l’ano del mondo. Grazie!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Così, vedete, grazie a un minimo messaggio del divino Aldo – o del suo gemello –<strong> ho capito il senso della vita</strong>, la natura della mia conversione. (d.b.)</p>
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		<title>Cari Salvini e Di Maio, avete vinto le elezioni, ma il potere non sta certo nelle vostre mani. Svegliatevi, finché siete ancora in tempo…</title>
		<link>https://www.pangea.news/cari-salvini-e-di-maio-avete-vinto-le-elezioni-ma-il-potere-non-sta-certo-nelle-vostre-mani-svegliatevi-finche-siete-ancora-in-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2018 06:54:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cari Salvini e Di Maio, complimenti, avete fatto breccia nel cuore della gente, ma la vera battaglia comincia adesso. Per il momento, si tratta di una vittoria di Pirro: avete insomma guadagnato il potere, per vederlo pian piano sciogliersi tra le vostre stesse mani come ghiaccio al sole. È come aver conseguito l’accesso alle olimpiadi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cari <strong>Salvini</strong> e <strong>Di Maio</strong>,</p>
<p style="text-align: justify;">complimenti, avete <strong>fatto breccia nel cuore della gente, ma la vera battaglia comincia adesso</strong>. Per il momento, si tratta di una <strong>vittoria di Pirro</strong>: avete insomma <strong>guadagnato il potere, per vederlo pian piano sciogliersi tra le vostre stesse mani come ghiaccio al sole</strong>. È come aver conseguito l’accesso alle olimpiadi e dover correre i cento metri con le gambe strette da lacci che impediscono qualsiasi slancio.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, in Italia, lo sappiamo bene, <strong>vincere le elezioni serve a poco </strong>o niente, siano esse politiche, regionali, provinciali, o comunali. Tralasciamo quest’ultimo caso, perché oramai un sindaco, a meno di puntare i piedi e rischiare la galera, se sta ai patti, è ridotto a un ruolo da amministratore di condominio – per quanto grande possa essere il condominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche voi, pur ben piantati nelle vostre postazioni e decisi a difenderle, siete limitati, anzi limitatissimi. <strong>Governare oggi, se si vuole davvero dare corso a un “cambiamento”, equivale a porsi come opposizione contro i piani alti, quelli che realmente ci determinano, ovvero l’Europa.</strong> Ma mettendo da parte per un attimo questo aspetto che attiene alla nostra sovranità costituzionalmente riconosciuta, ma terribilmente annichilita dalla struttura che ci sovrasta, <strong>resta comunque un problema di ampia rilevanza all’interno del sistema Italia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sinistra, duole ammetterlo, ma con grande intelligenza e lungimiranza, forte della lezione gramsciana, ha ben compreso che per arrivare al comando e restarci, come per costruire una casa, bisogna prima di tutto gettare le fondamenta. <strong>Le elezioni possono essere vinte per tanti motivi.</strong> Spesso e volentieri accade perché il popolo si è rotto le palle di chi ha governato in precedenza. Ma <strong>esercitare il potere è cosa ben diversa dal raggranellare i voti per formare una maggioranza in Parlamento</strong>. <strong>Bisogna avere i propri uomini nei gangli dove questo si concretizza realmente, conquistare logge, o roccaforti, del potere.</strong> <strong>Chi ha dentro i suoi accoliti può far funzionare la macchina alla massima potenza, quando sta in sella, o se non altro svolgere attività di sabotaggio per far cadere giù dal trono chi momentaneamente l’avesse occupato – questo non lo dicono, ma certo lo fanno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La formula magica si chiama<strong> spoils system</strong>. Non penserete mica che gli alti dirigenti di questo o quell’altro ente lavorino per far andare al meglio il Paese, quando siete voi a tenerne le redini?! Certo, idealmente dovrebbero essere dei tecnici, fare semplicemente il loro lavoro. Nella pratica concreta, <strong>sappiamo tutti come si muove la sinistra e perché sparge qua e là i suoi fedelissimi: questi all’occorrenza si tramutano in metastasi, cellule impazzite che annientano l’avversario nel minor tempo possibile</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dimostrate di non essere dei pivelli, non cadete nella trappola. <strong>Al popolo non fregherà niente delle vostre scuse finali</strong>, delle geremiadi querule del tipo “non siamo riusciti nei nostri intenti perché quello e quell’altro ci hanno fatto la guerra”. Chi vi ha votati lo ha fatto per cambiare e ottenere qualcosa – ogni voto è un voto di scambio, anche se non lo si può dire. Alla fine, ciò che conterà sarà il <strong>peso del portafoglio: se non sarà aumentato, vi daranno un sonoro calcio in culo e noi ci ritroveremo punto e a capo con il PD attaccato ai coglioni</strong> a mo’ di sanguisuga. Liberatevi e liberateci dal male.</p>
<p>Con tutta la speranza che si rivolge al meno peggio,</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Non c’è niente di peggio di diventare subito ‘merce’”: le lettere di Pier Paolo Pasolini al giovane paraplegico</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2018 05:16:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Una generosità che lo apparenta al vampiro. Nel 2014 capii in cosa consistesse l’estrema vitalità di Pier Paolo Pasolini, incrociando alcune sue lettere. Il 16 maggio del 1953 Pasolini aveva compiuto da poco 31 anni, aveva già subito il processo per atti osceni in luogo pubblico, e la sospensione dall’insegnamento e la cacciata dal PCI. Era a Roma, tentava con il cinema, dopo le “Poesie a Casarsa” stava lavorando a “La meglio gioventù”, il primo romanzo, “Ragazzi di vita”, sarebbe uscito per Garzanti nel 1955. Piuttosto, aveva appena concluso il lavoro, fondamentale, per Guanda, sulla “poesia dialettale del Novecento”. Fu allora che con una lettera che sarà fatale per il destinatario, Pasolini si avventa su un quindicenne di talento, Cesare Padovani, un giovanissimo poeta veronese, un “diverso” come lui – alla diversità congiunta all’attività lirica, nel caso Padovani c’era la diversità fisica, perché il ragazzo era paraplegico dalla nascita. Cesare Padovani, che si laureò a Bologna con una tesi su Pasolini – “la tua tesi era molto bella: ma non mancherà occasione di parlarne, prima o poi”, recepisce, nel dicembre del 1965, Pasolini, ma non se ne parlerà mai più… – diventerà un intellettuale dal talento entusiasta ed eccentrico, forgiando la sua vita a Rimini. Tra i suoi libri importanti, ricordo “Paflasmòs” (Diabasis, 2008), “Farfalle. Aforismi” (Il Vicolo, 2011) e studi decisivi su limiti e convenzioni legati all’handicap come “La speranza handicappata” (Guaraldi, 1974) e “Handicap e sesso: omissis. Elogio della disobbedienza sessuale” (Bertani, 1978). Quest’anno Padovani, che se ne è andato nel 2014, avrebbe compiuto 80 anni, la sua attività inesausta è ancora una scoperta bibliografica (l’editore Pazzini ha appena pubblicato “Nuvole architettoniche”, dedicato a Ilario Fioravanti) e <a href="http://www.chiamamicitta.it/rimini-patrimonio-culturale-cesare-padovani-torna-nella-citta-dovera-nato/" target="_blank" rel="noopener">il suo “patrimonio culturale”, leggo</a>, torna a Nogara, dove Cesare, per tutti ‘Cesarino’, è nato. Nel 2014, nell’ambito dell’antologia di racconti di Padovani pubblicata da Guaraldi come “Da uomo a uomo”, ho recuperato il carteggio con Pasolini. Padovani conservava quel fascio di lettere come una reliquia, come un segno del destino, e ribadì sempre quanto fosse stata decisiva l’irruenza di Pasolini – per quanto fugace – nella sua vita. Le prime lettere, che ripubblico insieme a un brandello introduttivo, testimoniano la fame, la ferocia, la radicalità anticonformista di Pasolini. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p><figure id="attachment_62443" aria-describedby="caption-attachment-62443" style="width: 160px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62443" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara-199x300.jpg" alt="Padovani" width="160" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara-768x1157.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara-680x1024.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara-600x904.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cesare_Padovani_post_FL_1Festival_della_letteratura_Nogara.jpg 1062w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /><figcaption id="caption-attachment-62443" class="wp-caption-text">Cesare Padovani, intellettuale anticonformista, quest&#8217;anno compirebbe 80 anni. Tra il 1955 e il 1965 ha avuto un fitto rapporto epistolare con Pier Paolo Pasolini</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Un ragazzino. Un ragazzino diverso. Minato dall’alterità, con il muso, la lingua, la parola deposti tragicamente – perciò, in fioritura di gioia – nell’altrove, nell’andirivieni di ciò che è ambiguo e intoccabile. <strong>Nella vita di questo ragazzino di Nogara, nel veronese, irrompe, “sconosciuto e irrichiesto”, il genio e il mostro, il maestro e il violentatore, “il mio profeta”, lo chiamerà, molti anni dopo, il ragazzino, pigliando spunto da un’altra lettera, di composta bellezza, “sono veramente felice e orgoglioso di avere sentito in te la ‘buona qualità’ culturale in un momento della tua vita in cui bisognava essere un po’ profeti per farlo&#8230;”.</strong> Cesare Padovani aveva quindici anni il 16 maggio del 1953, quando riceve la prima lettera di un uomo di diciassette anni più grande di lui, un trentenne ferocissimo, lo si vede dalla lettera, che penetra le esistenze, le stupra, le svagina, le esaurisce. Ha la generosità spassionata della levatrice, Pier Paolo Pasolini, ma in fondo chiede sudditi, anela obbedienti, come fosse il fondatore di una illecita regola monastica. L’occasione sono alcune poesie nel dialetto di Verona: Pasolini le intercetta su <em>Oggi</em> e subito avvinghia il ragazzino. Lo fa con ansia competente, l’anno prima aveva pubblicato per l’editore Guanda l’antologia decisiva sulla <em>Poesia dialettale del Novecento</em>, che “non posso mandarti [&#8230;] perché non ne ho più che una copia per me”. Al ragazzino spedisce, allora, una placca di versi in friulano, <em>Tal cour diun frut</em>. <strong>Con una dedica che è pretesa di fratellanza: “a Cesarino Padovani come a un antico me stesso miracolosamente nuovo, coi più affettuosi auguri dal suo Pier Paolo Pasolini”.</strong> Demiurgo e dio mondano, Pasolini dona il nome alla sua creatura: da allora Cesare Padovani sarà per sempre, per gli amici e i familiari, <em>Cesarino</em>. La prossimità tra Pasolini e Padovani è netta e simbolica: PPP, che stava lavorando a <em>Ragazzi di vita</em> (il 22 luglio del 1955, nell’unica lettera autografa, in grafia febbrile, “<em>Ragazzi di vita</em> non dovrebbe – secondo la morale corrente – essere un libro per ragazzi: soprattutto per un ragazzo come te (e com’ero io, alla tua età) [&#8230;]. Non vorrei che il mio libro – che parla di ragazzi tanto diversi da te – ti avesse scosso troppo violentemente”), rivede in Cesarino la medesima tensione al dialetto (“devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto”), va da sé, ma soprattutto l’abisso nella malattia (“la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica”), l’esilio in profetica diversità. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Cesare Cesarino Padovani si sostanzia in nove lettere, tutte battute a macchina dallo scrittore friulano, tranne una, autografa, scritta a Ortisei il 22 luglio del 1955.</strong> Ogni lettera ha in calce la firma di Pasolini e alcune correzioni – insieme all’intestazione – redatte a penna. Alcune di queste sono state raccolte nel volume delle <em>Lettere</em> di Pasolini, curato per Einaudi da Nico Naldini, nel 1988, oggi introvabile se non in fornite biblioteche. <strong>L’ultimo biglietto di Pasolini è del dicembre del 1965, in cui l’onnivoro e onniveggente scrittore si complimenta con il “caro Cesare” per la tesi da lui discussa all’università di Bologna, sulla <em>Poetica di Pier Paolo Pasolini</em>, con Luciano Anceschi e Renato Barilli quali relatori.</strong> Ormai Pasolini è il geniale poeta de <em>Le ceneri di Gramsci</em> e de <em>La religione del mio tempo</em>, il provocatorio regista de <em>Il Vangelo secondo Matteo</em>, nel biglietto si fa riferimento a <em>Uccellacci e uccellini</em>, “che mi occupa (deve esser pronto per la fine di gennaio, e non potrò staccarmi un giorno da moviole e microfoni”). <strong>La disperata vitalità di Pasolini, l’energia moribonda, si avverte in questo (“Sto scrivendo poi tanto, nottetempo e nelle mattine domenicali”) come in altri biglietti dove è quasi un mantra l’assenza di tempo, gli impegni, il precipizio</strong> di chi prevede che la sua esistenza – come quella degli dèi – sarà breve e tempestosa. Non muoiono mai maturi, gli dèi, solo all’uomo è data l’immaturità del ricordo, l’immortalità. […]</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro con il titanico PPP è per Cesarino l’evento capitale, ciò che dà respiro a una vita – proprio così, come gli dèi micidiali e feroci che insufflano l’anima alla creta cui han dato foggia d’ometto. <strong>Quanto a Pasolini&#8230; In dodici anni di rapporto epistolare con Cesarino, non trova un attimo per incontrarlo (“Il giorno che dovevamo vederci – mi pare il 2 – ero in Friuli e a Trieste”; “Nel venire quassù, in automobile da Ferrara, sono passato per Nogara, ma a tutta velocità, purtroppo&#8230;”; “Così questa occasione per vederci è andata in fumo”),</strong> il desiderio di “vedere Giotto” a Padova, “sarebbe assai bello andarci insieme”, non diventa mai atto, gesto, carezza. Sempre, grandinano richieste di perdono (“Ti chiedo scusa [&#8230;] per la burrascosa mancanza di tempo umano della mia professione di uomo di cinema”), che forse assurgono al simbolo di una richiesta di grazia più ampia, esistenziale. C’è l’istinto alla maestria perenne, a una pedagogia digestiva, organica, avvolgente, a cui essere grati <strong>(perché un giovane scrittore rampante, già riconosciuto, perde tempo dietro alle scorribande liriche di un quindicenne disabile? Esiste una linea netta di maestri sinuosi e sinistri, da Pasolini a Testori e Tondelli, che ha insistito nell’innestare radici di sapienza: adesso quale scrittore ha una simile, possente energia?).</strong> Quanto alle molte lettere che Padovani ha inviato a Pasolini – smarrite. Perse per sempre. Stracciate? Ingurgitate e digerite dal dio mefistofelico. <em>(Davide Brullo)</em></p>
<p>*</p>
<p><em><img decoding="async" class=" wp-image-62444 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libro-181x300.jpg" alt="Padovani" width="126" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-600x997.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro.jpg 602w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Roma, 16 maggio 1953</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caro Cesarino, scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. </strong>Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo&#8230; <strong>Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche&#8230;), sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore:</strong> anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio. Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente. Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) <strong>(ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica);</strong> ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “antologia della poesia dialettale del ’900”, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? <strong>Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo,</strong> e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura. Una stretta di mano dal tuo</p>
<p><em>Pier Paolo Pasolini</em></p>
<p>*</p>
<p><em>Roma, 31 luglio 1953</em></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Cesare, grazie per la tua intelligente lettera, e perdona il ritardo con cui ti rispondo: sono affogato nel lavoro, <strong>e invidio le tue vacanze (tanto più che anch’io, alla tua età, venivo a trascorrere le vacanze estive da quelle parti, a Riccione: stiamo percorrendo la stessa strada&#8230;).</strong> Tu però non badare ai miei ritardi, e, sempre se ne hai voglia, rispondimi come questi ritardi non ci fossero: tu hai tempo, beato te! Le due rispostine al “perché” che ti avevo inopinatamente posto, benché – è naturale – agnostiche, sono assai fini e intelligenti nella loro semplicità. Chiedere a un ragazzo come te perché scrive versi è come chiedere alla pioggia perché piova o a un fiore perché odori. Si tratta di un fatto irrazionale, e prima di poter definirlo razionalmente&#8230; La prosa della tua lettera mi piace assai di più dei tuoi versi dialettali, che, a parte una certa goffaggine e ingenuità infantile (che potrebbe di per sé andare benissimo) rivelano la presenza di influenze, chiamiamole letterarie, non buone. <strong>C’è implicitamente, dietro le tue parole, l’opinione errata che il dialetto debba servire a trasporti affettivi convenzionali e senza mordente, conditi da un’obbligatoria intonazione comica.</strong> Cosa che avrà entusiasmato i nuovi veronesi di “Musa triveneta”. Essi sono dei dilettanti e dei superficiali: magari simpatici come persone, ma molto impreparati e faciloni come letterati. <strong>Tu hai probabilmente le doti per metterli per una strada più seria. E, a questo proposito, ti consiglio senz’altro il Ginnasio e il Liceo: le difficoltà le supererai, non temere. Son molto pochi i ragazzi che scrivono come scrivi tu, lo so per amara e scoraggiante esperienza.</strong> Ricorda comunque che non c’è niente di meglio che lottare con le “difficoltà”, e che <strong>la facilità, in generale, è la peggior nemica della poesia e anche della buona letteratura</strong> (se queste son cose che ti stanno veramente a cuore). Affettuosi saluti* dal tuo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pier Paolo Pasolini</em></p>
<p style="text-align: justify;">*anche per la tua mamma. P.S. andrò molto volentieri a visitare la tua mostra questo settembre. È incredibile, anch’io ho cominciato a dipingere alla tua età, e se non lo faccio più è perché non ho tempo&#8230; Dimenticavo di dirti che lì a Cervia ci sarà probabilmente in questi giorni l’on. Aldo Spallicci che è un buon poeta dialettale romagnolo; potresti cercar di vederlo e parlare con lui, presentandoti magari a mio nome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>“Democratica”, il giornale del Pd, con Mario Lavia, invoca la piazza contro il Governo. Matteo Fais li ammonisce: “Vi seppelliremo con una risata”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 06:47:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ok che a sinistra, con la scusa del libertarismo, lo spinello è sempre andato di moda. Ero convinto però che il fenomeno, passati gli anni ’60, si limitasse oramai ai centri sociali. Invece, no. Anche “Democratica”, il quotidiano piddino, una specie di “L’Unità” 3.0 in forma di blog – roba che Antonio Gramsci diventerebbe leghista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ok che a sinistra, con la scusa del libertarismo, <strong>lo spinello è sempre andato di moda</strong>. Ero convinto però che il fenomeno, passati gli anni ’60, si limitasse oramai ai centri sociali. Invece, no. <strong>Anche “Democratica”</strong>, il quotidiano piddino, una specie di “L’Unità” 3.0 in forma di blog – roba che Antonio Gramsci diventerebbe leghista a leggerlo –, <strong>si è fumato il cervello</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre Vittorio Feltri, dalle colonne di “Libero”, fa l’imitazione di sé stesso per suscitare ilarità, quelli, com’è triste costume della sinistra, <strong>si prendono terribilmente sul serio fino a oltrepassare il ridicolo</strong>. <a href="https://www.democratica.com/focus/pd-salvini-di-maio-piazza-regime-gialloverde/" target="_blank" rel="noopener">In uno degli ultimi editoriali, con toni concionanti, <strong>Mario Lavia</strong></a>, alla stregua di un vulcano impazzito – del resto, nomen omen –, <strong>spara lapilli a destra e a manca, anzi a destra e verso le cinque stelle </strong>del Governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con estrema originalità invoca la piazza – a sinistra hanno questa abitudine di voler passeggiare solo se sono un folto gruppo.</strong> Il motivo? È molto semplice: <strong>“Lega e M5s hanno drasticamente ridotto la qualità della nostra democrazia fino al rischio di far saltare per aria l’idea di stato di diritto e coesione nazionale”</strong>. Che dire?! A discolpa di Lavia possiamo solo far notare che il suo <strong>articolo risale al 17 agosto</strong>, quindi <strong>prima dei funerali a Genova</strong>, quando la <strong>coesione nazionale si è manifestata in tutta la sua forza: i piddini sono stati sfanculati dalla folla e il Governo (Salvini, Di Maio, Conte) ha ricevuto applausi scroscianti</strong>. Certo, se il pezzo l’avesse scritto dopo questa <strong>colossale figura di merda</strong>, non sarei stato altrettanto remissivo nei suoi confronti. Il mio <strong>consiglio</strong>, comunque, per gli amici del <strong>PD, resta di non andare ai funerali, perché corrono il rischio di essere posti sul catafalco</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Lavia ha le idee chiare e ammonisce tutti noi, poveri ingenui, contro quello che definisce “un governo cattivo”: <strong>“A Genova rischia di morire la nozione di un Paese fondato su regole, leggi, procedure. Si aizzano gli italiani gli uni contro gli altri e, tutti, contro i ‘ladri’ e gli ‘assassini’ di turno. Si eccitano gli animi a difendere Barabba contro Gesù. Prevale la barbarie del processo sommario”</strong>. È fantastico vedere la sinistra, un tempo costituita da atei, <strong>chiamare in causa Gesù… Quest’ultimo, poveraccio, ha appena comunicato di essersi pentito per alcune sue scelte pregresse, quale quella di essere resuscitato.</strong> Ma cerchiamo di restare seri. Sono in pericolo le leggi, le procedure, lo stato di diritto. Non come quando si prorogavano le concessioni ad Autostrade, nel decreto Sblocca Italia; o quando sugli accordi vigeva il segreto di Stato. Qui c’è la necessità di <strong>“chiamare tutte le forze politiche, sociali, morali, professionali ad una gigantesca impresa comune – salvare innanzitutto Genova e piano piano il Paese –”</strong>. Loro, infatti, l’hanno fatto. <strong>Ne hanno radunate talmente tante, tutte sul ponte Morandi, che poi alla fine è crollato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, dai, rimaniamo seri. Bisogna fare come dice il da lui citato <strong>Roberto Saviano</strong> – bei tempi, quando la sinistra poteva vantare ideologhi del calibro di Pasolini e Moravia, nonché il povero Gramsci: <strong>“costruire capillarmente [&#8230;] una rete politica di opposizione a questo embrione di regime autoritario, incolto e senza idee”</strong>. Suggerirei a Lavia, <strong>se vuole che questa rete sia realmente di rilievo sul piano culturale, di non dare spazio a Renzi</strong> come interprete per l’estero: <strong>il suo inglese, l’avrete notato, è vagamente zoppicante</strong>. All’occorrenza, sarebbe anche il caso di associare i ruoli alle relative competenze. Per capirci, Delrio, in quanto medico, non ce lo vedo bene come Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, quale invece è stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, <strong>il popolo</strong> – a cui certamente Lavia appartiene – <strong>“rumoreggia”</strong>. Lui lo riscontra, ogni mattina, quando va a fare la spesa. Lo sente mentre a voce alta, nei luoghi pubblici, domanda, contro il Governo giallo-verde: <strong>“Dov’è, questo famoso ‘cambiamento’? Dove sono le misure per i più deboli?”</strong>. Santo cielo, ma perché è così precipitoso, caro Lavia?! Ci sono per fortuna, ancora attive, <strong>le vostre misure per arginare la povertà</strong>, in attesa del reddito di cittadinanza. <strong>Ma le sembrano forse pochi quei circa 180 euro a persona che vengono elargiti ogni mese ai nullatenenti?</strong> Del resto, come diceva la sua amica Picerno, con 80 euro una famiglia può fare la spesa per due settimane, o sbaglio? E Floris, un conduttore per niente asservito, e che infatti guadagnava esattamente 80 euro a puntata per il suo “Ballarò”, le dava ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, <strong>prepariamoci tutti, cari compagni, al ritorno dalle ferie agostane – a proposito, voi dove siete andati in vacanza? –, per “una grande giornata in tutte le piazze italiane con uno slogan chiaro: no a questo governo”</strong>. E che i sindacati si uniscano a noi. A proposito, Lavia, mi scusi, <strong>ma la CGIL regala ancora il cestino con il panino e la bibita ai suoi figuranti, o mi devo portare tutto da casa?</strong></p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/democratica-il-giornale-del-pd-con-mario-lavia-invoca-la-piazza-contro-il-governo-matteo-fais-li-ammonisce-vi-seppelliremo-con-una-risata/">“Democratica”, il giornale del Pd, con Mario Lavia, invoca la piazza contro il Governo. Matteo Fais li ammonisce: “Vi seppelliremo con una risata”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>A settembre, abbandoniamoci a un gesto futurista: CHIUDIAMO LE SCUOLE! Matteo Fais riparte dalla lezione di Giovanni Papini e Leda Rafanelli</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Aug 2018 06:46:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chiudiamole, sì! Ah, che sollievo sarebbe! Sbarrare le loro porte e dire basta all’indottrinamento di Stato, allo strazio di una struttura burocratica che funziona con la stolida organizzazione di un ufficio postale. E poi, diciamoci la verità, la scuola trasmette ben poco, se non addirittura niente. A fronte di un investimento spropositato di denari ed [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chiudiamole, sì! Ah, che sollievo sarebbe! Sbarrare le loro porte e <strong>dire basta all’indottrinamento di Stato</strong>, allo strazio di una struttura burocratica che funziona con la stolida organizzazione di un ufficio postale.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, diciamoci la verità, la scuola trasmette ben poco, se non addirittura niente. A fronte di un investimento spropositato di denari ed energia, <strong>un’opera letteraria ha meno valore oggi che ai primi del ’900</strong>. <strong>A quanti, tra quelli che hanno frequentato un istituto superiore, è capitato di leggere, durante o dopo, <em>I Malavoglia</em> di Verga, <em>Le ceneri di Gramsci</em> di Pasolini, ma anche solo una qualunque raccolta di poesie? Pochi, troppo pochi.</strong> Il sistema educativo rivela il suo colossale insuccesso al nostro cospetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62336 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53-300x190.jpg" alt="Papini" width="268" height="170" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53-300x190.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53-768x487.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53-1024x649.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53-600x381.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-1-53.jpg 1315w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Tralascio di parlare dei <strong>docenti</strong> e di una certa loro <strong>saccente incompetenza</strong> che si accompagna a una <strong>triste vocazione propagandistica</strong>, in previsione dell’ennesima chiamata alle urne. Curiosa, peraltro, la loro <strong>tendenza masochista: da sempre difendono chi puntualmente li sodomizza senza alcuna pietà</strong>. In ogni caso sono da perdonare, perché anche loro necessitano – quando riescono a ottenerla – di un&#8217;occupazione sicura. E, del resto, per un così misero stipendio, non si potrebbe chiedere maggiore passione – qualità che, a onor del vero, una minima percentuale possiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, in fin dei conti, cosa abbiamo appreso in quelle <strong>aule</strong> che giustamente <strong>Papini, in <em>Chiudiamo le scuole</em></strong>, paragona alle celle di un <strong>penitenziario</strong>? I più sensibili tra noi hanno potuto toccare con mano ciò che tante distopie, da Saramago a McCarthy, raccontano, ovvero che <strong>l’umanità è, a fronte dei millenni di accumulazione del sapere, ancora così ferina e incivile da suscitare i brividi. Ci sono più episodi di violenza e sopruso tra i banchi di scuola che in un cantiere edile, o al mercato del pesce</strong>, tra la gente che, almeno sulla carta, dovrebbe essere maggiormente rozza e incolta. Per quanti libri siano passati entro quelle mura, il loro numero non potrà mai equiparare gli episodi di brutalità. Mi si perdoni la caduta sul personale, ma <strong>come dimenticare di aver assistito alla violenza perpetrata ai danni di una povera ragazza il cui unico difetto era di non essere né bella né ben vestita</strong>. Insulti e prevaricazioni erano all&#8217;ordine del giorno e provenivano dai maschi come dalle femmine. L’aspetto più singolare sta nel fatto che <strong>gli stessi aguzzini si dichiaravano in larghissima parte di sinistra, progressisti e antifascisti</strong>. Dopo aver dileggiato in branco una creatura sola e indifesa, <strong>si recavano all’interrogazione sciorinando puttanate retoriche del tipo: “Non si capisce come i tedeschi abbiano potuto sviluppare, sotto l&#8217;influsso della propaganda hitleriana, un tale astio verso gli ebrei che erano stati loro vicini di casa e amici”</strong>. Quanta ragione ha Papini quando asserisce che là dentro si acquisisce unicamente <strong>l’arte della dissimulazione e il servilismo</strong>. Gli stessi artefici di tali efferatezze, infatti, si nascondevano abilmente dagli sguardi delle autorità preposte a sanzionare simili gesti e, pubblicamente, le lusingavano. Chi per grazia ricevuta non era coinvolto imparava presto a farsi gli affari propri, permettendo così a quelli che esercitavano le vessazioni di non subire alcuna ammenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62337 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/foto-2-21-195x300.jpg" alt="Hazlitt" width="124" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-2-21-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-2-21.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-2-21-600x921.jpg 600w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" />Ma anche<strong> quando la scuola ha un qualche effetto positivo </strong>– cioè nel momento in cui qualcuno apprende qualcosa –, siamo sicuri che vengano raggiunti gli effetti sperati? In tal caso, più spesso di quel che si crede, non si fa che <strong>introiettare un ottuso senso dell’autorità: quella del libro</strong>. Si impara ad <strong>affastellare</strong> <strong>citazioni in modo scriteriato,</strong> <strong>da utilizzare come giustificazioni per ogni nostro atteggiamento</strong> che possa essere soggetto a critica. <strong>I più non giungono neppure a padroneggiare l’abilità di argomentare.</strong> Piuttosto <strong>apprendono come salire in vetta arrampicandosi sulle spalle altrui</strong>, le famose <em>spalle dei giganti</em>. Ma, come nel saggio di <strong>Hazlitt, <em>L’ignoranza delle persone colte</em></strong>, le parole, l’inchiostro con cui sono scritte nei testi, divengono l’unico orizzonte – che non dà propulsione al proprio pensiero, ma inchioda casomai a quello altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, come nel pamphlet di <strong>Leda Rafanelli, <em>Contro la scuola</em></strong>, <strong>l’istituzione è il luogo di culto del pensiero dominante</strong>. Nel caso della nota socialista degli inizi del secolo scorso, la denuncia riguardava l’indottrinamento – perpetrato sempre nel modo più stupido – al culto della patria, del lavoro umile e del Re. Oggi, con sotterfugi affini, idee diverse vengono riversate nel cervello dei poveri allievi. Prima tra tutte quella del <strong>progressismo più imbecille</strong> e, a seguire, un <strong>europeismo servile</strong>, paragonabile unicamente allo spirito di sudditanza che il padrone cercava di trasmettere allo schiavo nero nelle piantagioni americane dell&#8217;’800.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62338 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/foto-3-7-300x175.jpg" alt="Leda" width="241" height="140" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-3-7-300x175.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-3-7-600x351.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/foto-3-7.jpg 650w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />Chiudiamole, dunque, queste <strong>fabbriche della propaganda e della violenza</strong>. <strong>Le migliori menti della Nazione </strong>– pensiamoci –<strong> non vengono certo da lì.</strong> Torniamo agli istitutori privati di Leopardi. Anche tra i nostri premi Nobel per la Letteratura, in fondo, pochi possedevano una preparazione universitaria. Un motivo ci sarà pure. Ugualmente c’era quando nel <strong><em>Manifesto del Futurismo</em></strong> venne scritto, all’undicesimo punto, quello maggiormente estremo e senza appello, che si ripropone oggigiorno più vivo che mai: “<strong>Vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, di archeologi, di ciceroni e di antiquari.</strong> Già per troppo tempo l&#8217;Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiudiamole e vediamo se i ragazzi non gioiranno… Se non è questa la prova di un fallimento!</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Non sono comunista. E sull’esistenza di Dio preferirei sbagliarmi”: Sergio Staino, creatore di Bobo ed ex direttore de “L’Unità”, dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-sono-comunista-e-sullesistenza-di-dio-mi-piacerebbe-sbagliarmi-sergio-staino-creatore-di-bobo-ed-ex-direttore-de-lunita-dialoga-con-matteo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jun 2018 06:04:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Difficile capire se un comunista possa mai smettere di essere tale. I maligni direbbero che la più grande astuzia del demonio sta nel far credere di non esistere. Ma, in fondo, tutto ciò poco importa. Il ’900 è finito e con esso tutte le categorizzazioni forti e manichee. E anche chi l’ha attraversato in pieno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-sono-comunista-e-sullesistenza-di-dio-mi-piacerebbe-sbagliarmi-sergio-staino-creatore-di-bobo-ed-ex-direttore-de-lunita-dialoga-con-matteo/">“Non sono comunista. E sull’esistenza di Dio preferirei sbagliarmi”: Sergio Staino, creatore di Bobo ed ex direttore de “L’Unità”, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Difficile capire se un comunista possa mai smettere di essere tale.</strong> I maligni direbbero che la più grande astuzia del demonio sta nel far credere di non esistere. Ma, in fondo, tutto ciò poco importa. <strong>Il ’900 è finito e con esso tutte le categorizzazioni forti e manichee.</strong> E anche chi l’ha attraversato in pieno non può fare a meno di prendere sempre di più le distanze da sé stesso, per ogni passo che muove entro il nuovo millennio. Si finisce insomma per contemplare ciò che si è stati come una reliquia, in un misto di imbarazzo e nostalgia per una purezza irrimediabilmente perduta nella liquidità del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sergio Staino</strong>, il noto vignettista <strong>creatore di Bobo</strong> e <strong>direttore di “L’Unità”</strong> fin quasi alla sua chiusura, è stato forse uno dei massimi <strong>simboli di un’era di transizione</strong>. Sospeso tra un tempo in cui la sinistra era sinistra senza “se” e senza “ma” e ciò che, nel bene o nel male, è divenuta. Ma, a quanto pare, lui <strong>non ama il radicalismo di una coerenza dura</strong> che non conosce adeguamenti, proprio come <strong>non ama alcuna forma di estremismo</strong>. E, infatti, è difficile trovare in lui il buon vecchio nemico di sinistra stigmatizzato da fascisti, preti e berlusconiani. Al contrario, Staino è affabile, <strong>superiore al sussiego verso sé stessi degli uomini della vecchia guardia</strong>. Non sembra neppure un signore in età, malgrado gli anni – certo, appare più giovane lui di un Renzi in preda ai suoi deliri giovanilistici.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ho raggiunto telefonicamente con un certo timore, consapevole di andare a fare i conti con un <strong>grosso pezzo di storia del giornalismo e della sinistra</strong>. Forse in preda al panico, come quando da ragazzini si andava a confessarsi e si aveva timore che il prete ci potesse vedere dentro, ho subito spiattellato la verità: “Le volevo dire, però, che non sono di sinistra”. Niente da fare, la cosa non lo ha indignato né infastidito. Anzi, l’ha presa a ridere. E io che credevo di rappresentare il cattivo agli occhi dei comunisti…</p>
<p><figure id="attachment_61460" aria-describedby="caption-attachment-61460" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61460" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-300x240.jpg" alt="Staino" width="300" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-768x614.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-1024x819.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-600x480.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46.jpg 1654w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61460" class="wp-caption-text">La vignetta di Sergio Staino creata per &#8220;Pangea&#8221;.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, perdoni la domanda provocatoria e un poco fantozziana: ma lei è ancora comunista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi di no, se al termine dai un valore storico ben preciso, cioè se intendi per comunista colui che crede nell’azione violenta per il rovesciamento delle classi sociali e nella necessità per il proletariato di attuare una feroce dittatura, in prospettiva di una società di liberi e uguali e di amore. <strong>Non lo sono nel senso in cui lo erano Lenin, Stalin, Mao Zedong, Fidel Castro. Anzi, io sono tra quelli che pensano che molto spesso la strategia da loro seguita abbia creato più ingiustizie,</strong> danni e dolori, di quelli che voleva combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma, almeno, lo è mai stato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sono stato fino al ’78-’79, fino a che non ho lasciato i marxisti-leninisti. Fu dopo l’assassinio di Moro, di fronte all’estremismo di sinistra, alla voragine del terrorismo. Al cospetto di quanto stava avvenendo ho avuto la capacità, come molti altri, di ripensare il tutto e di rientrare nell’alveo del riformismo che avevo lasciato per questa orribile follia utopistica. <strong>La nostra parola d’ordine era, a pensarci oggi, atroce. Si trattava di una massima di Mao Zedong: “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Impensabile per chi come me voleva la pace e l’uguaglianza. </strong>Se poi mi parli di comunismo riferendoti ai suoi valori e ideali, come la prospettiva futura di una società di uguali in cui i rapporti di proprietà non determinano più la costruzione della stessa, ma siano sostituiti da valori solidali, ecco in quel senso sì, mi sento molto comunista. Ma ciò non si raggiunge facilmente e meno che mai con la violenza, ma piuttosto con la progressiva crescita culturale della società, utilizzando l&#8217;unico strumento che abbiamo fino a oggi per poterci organizzare, la democrazia rappresentativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è di male nella violenza dal suo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla violenza nasce solo violenza. È un insegnamento di tipo gandhiano che noi marxisti abbiamo sempre rifiutato, perché venivamo dalla scuola leninista per la quale la violenza è necessaria. Vedi, da giovane mi sono letto tutto Brecht – uno degli autori più importanti nella mia formazione. Lui lo dice chiaramente nella poesia <em>Ai posteri</em>: voi che un giorno vivrete in una società giusta sappiate che noi non l’abbiamo potuto fare, perché l’odio contro l’ingiustizia stravolse le nostre azioni. Noi che aprimmo la strada alla gentilezza non potevamo essere gentili. Ecco, questo non poter essere gentili giustificava tutte le cose più orribili, come le purghe, i genocidi, le violenze. <strong>L’idea del comunismo penso sia molto bella e molto utile, se si inserisce in un corpo umano basato sulla gentilezza. Io credo, per esempio, che la parola cristiana e francescana, la cura del prossimo, essere gentili, l’altruismo e la solidarietà siano l’elemento fondamentale.</strong> Se invece mi accorgo che dietro c’è l’egoismo, l’odio, la cattiveria, il cinismo… Perciò non ho mai sopportato Beppe Grillo, nemmeno prima che divenisse un attivista politico, perché ho sempre sentito oltre le sue parole, apparentemente rivoluzionarie, una cattiveria che lo rende pericolosissimo. Metti la sinistra in mano a una persona malvagia e farà un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A suo avviso la sinistra detiene ancora l’egemonia culturale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se parliamo di alcuni elementi della sinistra, sì. L’egemonia, invece, nel senso di avere una presa sulla società, no. E questo perché, nella contingenza storica attuale, l’aspetto culturale è fortemente in crisi. <strong>Altri aspetti sono predominanti: la paura in primo luogo, quella del diverso, del licenziamento, del non lavoro. Dato questo clima diffuso, mi sembra che la situazione culturale sia fortemente minoritaria nel paese. </strong>La sinistra ha abbandonato questo aspetto inteso come elemento di identità di un popolo e, quindi, il potere rappresentato dallo scendere in piazza, fare teatro, musica, stare insieme, leggere libri, discutere. <strong>Basti vedere come si sono ridotte le feste dell’Unità. Sono morte come struttura, come concezione.</strong> Devi sempre trovare il personaggio di richiamo televisivo, per smuovere la gente. Chi parla di cultura, chi approfondisce, non va di moda. Allo stesso tempo bisogna comunque riconoscere che i riferimenti culturali di oggi sono tutte persone di sinistra, o in ogni caso progressisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei, però, ammetterà che a oggi la sinistra controlla ancora tutte quelle che si chiamavano le logge matte del potere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, no, per carità, da questo punto di vista non controlla più nulla. Sono persone isolate. Non mi sembra che ci siano radicamenti culturali. <strong>L’unico che probabilmente riesce a fare cultura, ma perché la lega a un’azione politica e propagandistica, è Roberto Saviano</strong> – anche se politicamente spesso non concordo con lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A mio avviso, uno dei più grandi errori della destra è stato quello di non essersi adoperata per costruire un suo spazio in ambito culturale, contrapponendo una forza uguale e contraria a quella della sinistra. Infatti, mentre gli intellettuali di sinistra sono tutti o quasi coalizzati verso un unico obiettivo, quelli di destra sono cani sciolti, ognuno slegato e così indipendente da non rappresentare che sé stesso. Secondo lei la mia interpretazione corrisponde al vero? E, soprattutto, perché la destra non è riuscita in tal senso? Non si è mai posta l’intento, oppure semplicemente la destra e la cultura sono due cose antitetiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultima affermazione, l’antitesi tra destra e cultura, ha una sua logica… Diciamo che la destra, storicamente, ha sempre avuto una posizione abbastanza diffidente nei confronti della cultura. <strong>Guarda anche Trump in America, prontamente imitato da Salvini, che elogia le persone semplici, senza cultura, criminalizzando tutti i radical chic. Ma chi sono, in ultimo, i radical chic? Sono gli intellettuali, i giornalisti, i professori. Purtroppo, la destra tendenzialmente è fondamentalista, come l’estrema sinistra. </strong>Il dubbio non alberga da quelle parti. Basti vedere come si muove questo governo – ma, a onor del vero, come si muoveva anche Renzi, quando gli si avanzavano delle obiezioni: invece di accoglierle come un elemento vivificatore, le incassava con malcelata sopportazione. Se c’è una cosa su cui oggi la sinistra, soprattutto quella renziana, non ha influenza è la cultura. Ma credo sia tutto l’attuale gruppo dirigente del PD a non poter essere considerato affine alla classe intellettuale, data la sua superficialità. Fossimo stati intellettuali avremmo dovuto chiuderci a studiare, approfondire, visto che della realtà italiana abbiamo capito molto poco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo lei, il giornalismo di sinistra è libero o si tratta della mera espressione di un’ortodossia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se considero il singolo giornalista, ci sono persone di grande valore. Personalmente, però, cerco di informarmi senza fermarmi a due o tre giornali, perché di cose interessanti ce ne sono un po’ in tutti. Quando ci sono degli spiriti liberi, che dicono le cose realmente per come le vedono, senza ossequiare, o perseguire secondi fini, quella è una cosa preziosa e, a mio avviso, esistono persone di questo tipo attualmente. Manca, invece, mi pare, una voce riformista forte in Italia. Tale ruolo è stato affidato a “La Repubblica” che non lo rispecchia perfettamente, pur restando comunque un giornale importante e con voci interessanti. <strong>Un’azione di approfondimento reale – questo dovrebbe essere il terreno della sinistra – non esiste. In tal senso, io credevo molto alla possibilità di avere ancora “L’Unità” che lavorasse su questo versante. Ci sarebbe “Il Manifesto”, ma soffre di una serie di pregiudizi che derivano dall’essere consapevolmente e programmaticamente minoritario e spesso estremista.</strong> Questo non aiuta perché fa cedere al fondamentalismo, impedendo di comprendere la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, nel giornalismo, alla libera espressione subentra la propaganda?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si vuol far passare una interpretazione precostituita, quando si vuole dimostrare un qualcosa che è difficilmente dimostrabile a tutti i costi. Guarda per esempio “La Verità” che, al di là del suo nome altisonante, sta portando avanti un’operazione indegna. E, attenzione, indegna non perché si posizionano a destra, ma perché stanno facendo una disinformazione totale, senza basare le loro analisi su elementi concreti. Ma anche al “Corriere della Sera”, con l’arrivo di Cairo, un’area filo grillina è venuta fuori e certo non mi piace per niente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste un giornalista di destra che lei abbia apprezzato e uno che apprezzi tutt’ora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ne esistono molti, quasi tutti quelli de “Il Foglio”, ad esempio, con Cerasa e Ferrara in prima fila. Al di là del sogno nascosto di vedere un governo con Berlusconi e Renzi al posto di Salvini e Di Maio, i loro commenti e le loro analisi politiche sono sempre ricche di utilissime intelligenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come procede nella realizzazione di una sua vignetta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è una formula fissa. Solitamente l’ispirazione giunge nel momento più inaspettato. <strong>Spesso mi vengono di notte ed è pericoloso, perché la notte tutte sembrano meravigliose. Poi la mattina, quando le guardi bene, può capitare di accorgersi di aver fatto una cagata</strong> (<em>ride</em>). Mi vengono anche leggendo un articolo, un libro, vedendo un film. Si tratta sovente di un collegamento insondabile da cui magari scaturisce una battuta e, di solito, più ingiustificato è il collegamento, migliore è l’umorismo. Quando, invece, si costruisce la vignetta direttamente dalla notizia è più facile che venga piatta. L’irrazionalità dà i frutti migliori in questo campo. C’è sempre bisogno di un po’ di irrazionalità e anarchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma lei, attualmente, disegna utilizzando gli strumenti tecnologici e non più a mano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io disegno su un touchscreen molto grande. Ciò mi aiuta molto, perché posso stare vicinissimo, non mi faccio ombra e lo strumento ha una buona luminosità. Posso ingrandire, rimpicciolire. Magari, però, così facendo possono sfuggirmi le proporzioni e un occhio venirmi più grande dell’altro. Ma mio figlio mi aiuta e le edita, rendendole leggibili. Come spiego spesso, quando tengo una lezione nelle scuole, con ipovedenti o ragazzi che si occupano di grafica, questo strumento, così lontano dall’operatività del disegno con fogli e matite, è in realtà ugualmente pieno di sorprese, curiosità ed emozioni. E l’emozione deve sempre essere quella che guida l’opera creativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto tempo ci mette a realizzare una vignetta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non poco. Oramai sono lentissimo. Prima, in cinque minuti, ne facevo quante ne volevo. Ora ci vuole almeno un’ora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È noto a tutti il suo essere ateo. In una delle sue interviste ho letto che lei, pur essendo cresciuto all’oratorio e tra i preti, a un certo punto si è reso conto di non riuscire a credere in niente che non fosse materiale e scientificamente dimostrabile. Una cosa che però non sono ancora riuscito a comprendere della sua posizione è questa: ma lei è arrabbiato con Dio perché non esiste, oppure semplicemente non sente alcun bisogno di un giudice ultimo e superiore alle umane vicende?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le cose (<em>ride</em>). <strong>No, non sono arrabbiato con Dio e mi piacerebbe moltissimo sbagliarmi sulla sua esistenza. </strong>Vedi, ho avuto un insegnante alle medie talmente carogna che mi ha messo fuori perché ero figlio di contadini – allora la selezione di classe era fortissima. Eppure, io ero bravo, andavo bene. A mia madre disse: “Signora, come può pensare che un figlio di contadini faccia la scuola media Carducci, qui a Firenze?”. Lei si mise a piangere. Ecco, in un simile caso mi piacerebbe credere all’inferno e sapere che sta ancora lì a bruciare, quella merda. Invece, con mio grande dispiacere, sarà semplicemente polvere come tutti noi un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però vorrei insistere sul punto del credere unicamente in ciò che è razionale…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma io non riesco neanche a essere agnostico, come molti. A me sembra talmente ridicola l’idea che possa esistere una persona, un’entità cosciente e razionale che può organizzare a suo modo il creato, senza poi riuscire a starci dietro. <strong>La religione mi interessa molto, a ogni modo, soprattutto quella cattolica che, ovviamente, ho frequentato di più. Personaggi come Don Milani e Padre Balducci fanno indissolubilmente parte della mia formazione, me li sento vicini, come Gramsci e Berlinguer.</strong> Nel rapporto concreto con l’organizzazione religiosa, come la Caritas e certi preti decisamente in gamba, poi, massimo rispetto. Ma credere no, mi risulterebbe falso. Non mi viene naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo lei quindi le idee di sinistra sono razionali, o sono una fede?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se diventano una fede, non mi interessano più. Devono essere sempre legate alla razionalità e sottoposte alla revisione del dubbio. Mi piace mantenere una costante insicurezza di fondo e rifuggire le soluzioni di comodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, il lavoro nobilita l’uomo, oppure questa è un’idea otto-novecentesco superata? In un mondo in cui, come diceva anche Marcuse, le macchine potrebbero sgravarci dal peso della fatica, ha ancora senso questo concetto tanto caro alla sinistra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto che il lavoro nobilita l’uomo ha valore, oggigiorno, solo se il lavoro che si fa ti dà soddisfazione. <strong>Per quanto portare a casa uno stipendio, di questi tempi, sia già un incentivo all’autostima, sicuramente nel 2018 chiediamo di più, pretendiamo che questo lavoro sia un qualcosa che alla fine della giornata faccia sentire realizzati.</strong> Infatti, i ragazzi che non hanno lavoro, o ne hanno uno precario, sono sperduti e sbandati, perché gli manca questo elemento che non può essere suffragato da altro, né dall’amore né dalla famiglia o dalla cultura e lo sport. La sua mancanza crea un’insicurezza generale, sia dal punto di vista emotivo della persona, sia a livello sociale perché genera una società debole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è cambiata “L’Unità” da che lei vi è entrato, fino alla sua chiusura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei primissimi anni ’80, ho partecipato, spesso inconsapevolmente, al rinnovamento di “L&#8217;Unità”. In principio avevo trovato strano il fatto che mi avessero chiamato, io disegnatore di “Linus”, a un giornale politico. Poi ho capito che il nuovo direttore, il migliorista Macaluso, voleva, attraverso la figura del compagno barbuto Bobo pieno di dubbi e di cose da mettere in discussione, rinnovare non solo il giornale, ma tramite esso il partito. Insieme a lui, e un po’ a tutti i miglioristi, ci siamo preparati ad affrontare l’89. <strong>Se il PCI non è imploso su sé stesso come il Partito Comunista Francese, con il crollo del Muro di Berlino, è perché c’era più autoironia e visione critica e ciò ci ha permesso di rimanere in piedi.</strong> Non eravamo più la voce ufficiale del partito. Eravamo diventati un organo di informazione di sinistra, in cui erano ammesse opinioni diverse. Quanto accadeva al giornale era in fondo quello che succedeva nel partito, durante le discussioni che avvenivano nelle diverse sezioni. Questi contrasti, questi dubbi da cui si è generato Bobo esistevano già tra di noi, ma nessuno ne parlava ed era vietato estrinsecarli sul giornale, dove si doveva sempre uscire come una chiesa ecumenica e monolitica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In coscienza crede che Gramsci sarebbe fiero del lavoro da lei svolto presso il giornale che lui fondò?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì! Il suo pensiero mi è sempre di gran conforto, soprattutto quello secondo cui “la verità è sempre rivoluzionaria”. <strong>Questo ci salva dallo stalinismo, che nasce nel momento in cui un dirigente di partito dice ai suoi collaboratori “questa notizia è bene che le masse non la sappiano”.</strong> Ecco, quando mi dicevano che facendo certe vignette danneggiavo il partito, io chiedevo semplicemente: “Ma è vero o non è vero quello che ho scritto? Perché se è vero allora danneggerò anche il partito in questo preciso momento, ma di fronte alla storia sarà stata una cosa utile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché il grosso dell’elettorato di sinistra è passato a giornali quali “La Repubblica”, abbandonando “L’Unità”, quello che è stato per quasi un secolo l’organo principale del Partito Comunista Italiano e il giornale dei lavoratori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I giornali sono pieni di ex de “L’Unità”. Anche il “Corriere”, con Polito e Fontana, ma pure “La Repubblica”. <strong>Abbiamo fornito più giornalisti noi di chiunque altro, anche se non tutti erano di sinistra. Lavoravano a “L’Unità”, ma più che altro perché avevano la passione per l’informazione. Quando si è presentata la possibilità di passare su altri giornali più forti… Beh, chi non l’avrebbe fatto.</strong> Solo io sono rimasto lì, perché avevo molte soddisfazioni anche negli altri ambiti in cui lavoravo. La collaborazione con “L’Unità” mi è rimasta sempre come una grande possibilità di divertimento. Ma, per rispondere alla tua domanda, vorrei dirti che c’è sempre stata una certa tendenza nel partito a trascurare il suo giornale. Pensa che, quando D’Alema fu nominato direttore da Occhetto, ebbe una prima riunione – una riunione molto tesa – con i giornalisti, in cui lui, incazzato nero perché desiderava rimanere in segreteria, quindi vivendo la cosa come una punizione inflittagli da Occhetto, disse che prima o poi ci sarebbe stato da porsi il problema sull’utilità di continuare ad avere “L’Unità”. Nelle sue parole: “In fondo, oramai abbiamo ‘La Repubblica’”. In ciò, ripensandoci, mi ricorda il Fassino di qualche anno dopo, quello di “Abbiamo una banca”. Alla fine, come si può ben notare, non abbiamo né “La Repubblica” né la banca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, per definizione la sinistra è internazionalista, direi contraria a certi concetti quali quello di Patria, Nazione. Ma secondo lei noi siamo italiani, prima di tutto, o europei, o cittadini del mondo? Glielo chiedo perché, in fin dei conti, io e lei stiamo comunicando in lingua italiana e, per di più, ognuno con un accento diverso, quindi con un ulteriore specificità di appartenenza che lo caratterizza. Lei come la pensa in merito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo internazionalisti nel senso che nasciamo animati dallo spirito marxista del “proletari di tutto il mondo unitevi”. <strong>Però no, non penso che le idee di Patria e Nazione siano delle idiozie. Sono elementi storici e necessariamente storicizzabili. </strong>Insomma, sappiamo di non poter più contare in modo totalizzante su idee di questo tipo, però sarebbe una follia abbandonarle, perché in questo momento hanno una loro validità, anche nei confronti delle minoranze. Certo, bisogna coniugare tale eredità del passato con questa nuova visione che è quella degli Stati Uniti d’Europa, su cui si dovrà lavorare e che siamo molto lontani dal realizzare. In tal senso, la lettura della realtà fatta da Salvini, l’esaltazione del nazionalismo che ha mutuato da Trump, sta facendo fare dei passi indietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un giornale, di quelli presenti al momento sul mercato, che proprio non le piace e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La Verità” perché, contrariamente a quel che farebbe sperare il suo nome, sta facendo un uso programmato della falsità – mi meraviglia che uno possa arrivare a tanto. <strong>Non mi piace “Libero”, ma perché troppo marcatamente legato alla provocazione – Vittorio Feltri davvero non riesco a capire perché sia così.</strong> La provocazione ce l’ha anche Giuliano Ferrara, però si tratta di un modo di provocare che ha sempre una certa dose di intelligenza. Per quel che riguarda “Il Fatto Quotidiano”, che nel complesso non è brutto e su cui scrivono persone che stimo come Furio Colombo, lo considero un giornale molto dannoso per la sinistra, perché si spaccia per essere di sinistra, ma in realtà diffonde concetti pericolosissimi che portano a destra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei, stando almeno a quel che ho letto e a certe sue dichiarazioni televisive, ce l’ha a morte con i populisti. Potrebbe definire in modo chiaro il concetto? Insomma, chi è populista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un populista è uno che si riferisce direttamente al popolo, saltando tutti i corpi intermedi che abbiamo messo in piedi da 3000 anni a questa parte, dalla Atene antica fino ad arrivare alla democrazia rappresentativa. Il populista, per intenderci con un esempio, è Ponzio Pilato che si rivolge al popolo per chiedere chi debba essere crocifisso, Gesù o Barabba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il populismo è di destra o ci sono anche populismi di sinistra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non esistono populismi di sinistra. A ogni modo <strong>è fondamentale capire che uno soggettivamente può considerarsi di destra o di sinistra, ma ciò che conta realmente è se si riconosce nelle istituzioni democratiche elettive</strong>, se crede effettivamente nella democrazia, nella divisione dei poteri e nell’equilibrio che deve esserci fra le diverse parti dello Stato.</p>
<p><strong>Un uomo che dovesse reagire con la violenza e la rabbia a chi lo affama sarebbe un populista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe un sottoproletario che non ha capito come con certi atteggiamenti si vada poco lontano. Invece bisogna insegnargli che deve unirsi con altri che vivono la sua stessa situazione e cominciare un’azione politico sindacale per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti. <strong>Se sei colpito da un’ingiustizia, ti posso comprendere se tiri il sasso e cerchi di ammazzare chi la commette, ma compi un’azione sbagliata. Molto meglio proporre una vignetta, o un canto in ottave</strong> come facevano i contadini contro i padroni e i nobili, perché così altri ci rideranno sopra e aumenteranno la loro coscienza di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, ma oggi esiste ancora la satira o l’hanno definitivamente uccisa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La satira esiste sempre. Anche oggi che sta attraversando un periodo non proprio felice. Purtroppo le attuali forze politiche e i populisti hanno incattivito la società. <strong>Prima si faceva una vignetta, laddove ora si urla “Vaffanculo”.</strong> Ma, come dicevo, si tratta di un periodo. Semplicemente, quando la satira è triste significa che la società non sta molto bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il confine tra satira e cattivo gusto? Voglio dire: asserire di Berlusconi, o di Brunetta, che sono dei “nani di merda” è satira o no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non lo è. In genere, la satira che si sofferma sui caratteri fisici della persona è una satira povera di idee. Ciò che io, invece, considero satira è quella che dice cose vere, che non si possono dire, e usa la forma della allusione. La gobba di Andreotti non ha mai fatto ridere nessuno, o perlomeno non muove il cervello dei lettori. <strong>A me non interessa la satira che dà soddisfazione a una parte della popolazione, perché vede confermata una sua idea.</strong> Mi piace semmai quella che spiazza la gente facendole notare degli aspetti su cui non si era soffermata.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-sono-comunista-e-sullesistenza-di-dio-mi-piacerebbe-sbagliarmi-sergio-staino-creatore-di-bobo-ed-ex-direttore-de-lunita-dialoga-con-matteo/">“Non sono comunista. E sull’esistenza di Dio preferirei sbagliarmi”: Sergio Staino, creatore di Bobo ed ex direttore de “L’Unità”, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Per vivere dobbiamo subire lo schianto del caos”: dialogo con Roberto Mercadini, il cabalista dell’aggettivo</title>
		<link>https://www.pangea.news/per-vivere-dobbiamo-subire-lo-schianto-del-caos-dialogo-con-roberto-mercadini-il-cabalista-dellaggettivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 05:36:30 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/per-vivere-dobbiamo-subire-lo-schianto-del-caos-dialogo-con-roberto-mercadini-il-cabalista-dellaggettivo/">“Per vivere dobbiamo subire lo schianto del caos”: dialogo con Roberto Mercadini, il cabalista dell’aggettivo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Faceva l’informatico, ricordo, ma, ricordo, ha sempre avuto quella faccia da <em>chassidim</em>, da rabbino in estasi, che di notte danza con falangi d’angeli. <strong>In effetti. Lui è alto, tonante, simpatico, qualcosa tra Mangiafuoco di <em>Pinocchio</em>, l’Hagrid di <em>Harry Potter</em> e il GGG di Roald Dahl; </strong>io, invece, sono altrettanto alto, secco, ho i capelli bianchi, sono così buono da sembrare cattivo, sono come la fiocina affilata da Achab e brandita da Queequeg, tanto la Balena Bianca resta benedetta. Eppure. <strong>Dateci una lettera dell’alfabeto ebraico, una <em>lamed </em>qualsiasi, il salvagente di una <em>mem</em>, e io e Roberto Mercadini potremo imbastire giorni di conversazioni bibliche, in bilico sul delirio.</strong> <a href="http://robertomercadini78.wixsite.com/robertomercadini/biografia" target="_blank" rel="noopener">Roberto Mercadini</a> – rigorosamente senza frequentarci – lo conosco da una vita. Da quando ha scritto quel libro di versi ipnotici e barbarici, <em>Madrigali per surfisti estatici </em>(era il 2011), e alternava il teatro al lavoro, come altri fanno l’alternanza scuola-lavoro e altri ancora sono tutto casa&amp;chiesa. Lui, presumo, in chiesa non ci entra. Ma s’è inventato “un viaggio nella Bibbia ebraica”, <em>Fuoco nero su fuoco bianco</em>, di ustionante meraviglia. <strong>Di spettacoli verbali, Mercadini, l’esempio vivente che quando l’arte chiama e il talento esiste puoi mandare al macero tutto il resto, ne ha inventato tanti, </strong>uno dei più belli è dedicato a <em>Moby Dick</em>, la Balena Bianca, poi c’è quello su Mazzini, quello “sull’origine della filosofia”, su Leonardo da Vinci. Uno di questi monologhi – perché Mercadini, in fondo, fa in modo originale, cioè alieno alle mode, una cosa molto antica: il cantastorie – s’intitola <em>Se fossi la tua ombra mi allungherei a mezzogiorno</em> ed è diventato un libro, appena stampato da Rizzoli, <a href="http://www.rizzoli.eu/libri/storia-perfettadellerrore/" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia perfetta dell’errore</em></a>, di candida bellezza, dove ci sono, per dire, Michelangelo, l’arte marziale, la Luna, la nascita della vita sulla Terra, il Devoniano, il <em>Cantico dei Cantici</em>, e tanto amore per gli uomini e le parole. <strong>Così, vedete, mi lascio ghermire dalla nostalgia, da reietto mi getto nell’entusiasmo, e afferro Mercadini per i suoi capelli</strong> <strong>da Sansone</strong>, risalendoli a contrario, come si fila l’alba fino all’ultimo giorno.</p>
<p><strong>&#8230;ma che fai, ora ti dai al romanzo? Perché hai scritto questo libro, dove t’è venuta l’idea, ti è cascata in crapa come la mela di Newton?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che altro m’è cascato in crapa un contratto con Rizzoli. Ho cominciato a scrivere un libro che, all’inizio, non doveva essere un romanzo; né nelle mie intenzioni, né in quelle della mia editor (per lo meno non in quelle dichiarate). All’inizio era una raccolta di narrazioni diverse, ma collegate fra di loro: alcune evolutive (ossia che trattassero della comparsa e dell’evoluzione della vita sulla terra), altre bibliche, altre ancora incentrate su un personaggio storico. Ogni volta una analogia legava la narrazione evoutiva a quella biblica, e quella biblica a quella storica. In pratica doveva essere una estensione, un potenziamento del mio monologo intitolato <em>Se fossi la tua ombra, mi allungherei a mezzogiorno</em>. Per me sarebbe bastato quello. Mi sembrava sufficientemente ambizioso e cervellotico. <strong>Poi la mia editor mi ha sfidato ad andare oltre: vorresti provare a costruire una cornice che inglobi tutte queste narrazioni? Così non saresti tu, Roberto Mercadini, a raccontare queste storie direttamente al lettore. Ma ci sarebbe un personaggio (da inventare) che racconta ad un altro personaggio (da inventare) per un motivo preciso (da inventare). </strong>Ho accettato; un po’ perché tento sempre di essere collaborativo con le persone che mi stanno intorno, un po’ perché mi piace mettermi nei guai. <strong>Per diversi mesi sono rimasto bloccato. Era come risolvere un rompicapo. Facevo e scartavo ipotesi.</strong> Quale vicenda e quali personaggi possono rendere necessario, realistico, plausibile che un tizio racconti ad un altro tizio storie strane e complesse come quelle che avevo scelto (l’estinzione dei dinosauri, Michelangelo che scolpisce il David, Giona inghiottito dal pesce)? Sono stato più volte sul punto di rinunciare. Ho pensato seriamente di scrivere una lettera a Rizzoli: ‘Scusate, ci rinuncio. Vi restituisco i soldi dell’anticipo. E pago la penale, se c’è una penale da pagare. Addio’. Poi, finalmente, ho trovato il modo di far combaciare tutti i pezzi del puzzle. Erano nati i protagonisti del romanzo e la loro vicenda.</p>
<p><figure id="attachment_61431" aria-describedby="caption-attachment-61431" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61431" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-300x169.jpg" alt="mercadini" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61431" class="wp-caption-text">Roberto Mercadini vi dice, leggete questo! Il suo libro, edito da Rizzoli, si intitola &#8220;Storia perfetta dell&#8217;errore&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dedichi il libro a ciechi e analfabeti, che forse sono i lettori veri, oggi. Domanda seria: cosa leggi, tu, ondivago teatrante? Su chi ti sei ‘formato’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mah, non so se posso dire di essere <em>formato</em>. Cerco di continuare a imparare, di lenire la mia ignoranza. Vivo provando un senso di colpa inestinguibile: non conoscere tutte le cose che varrebbe la pena conoscere. <strong>Cosa leggo? Mi verrebbe da risponderti che non leggo mai niente. Perché non bisogna leggere niente. Mai.</strong> Non a caso nel mio romanzo ho inserito un capitolo che si intitola <em>Asino chi legge</em>. Mi spiego meglio, provocazioni a parte. <strong>Credo che ci si debba avvicinare ai libri con il desiderio di esserne cambiati, di evolvere, di capire e non con la richiesta di esserne intrattenuti, di ammazzare il tempo.</strong> Per cui associo ai libri più il verbo ‘studiare’ che il verbo ‘leggere’. Mi suona sempre un po’ strano quando sento qualcuno dire: ‘Ho finito di leggere X’. Ma in che senso ha finito? Cosa ha finito? Non si dice, per esempio: ‘Ho finito di ascoltare la Quinta di Beethoven’. Si dà per scontato che valga la pena riascoltarla. <strong>Per me gli unici libri che valga la pena leggere sono quelli che meritano di essere ri-letti una seconda e una terza volta.</strong> In questo senso sento lontana anche l’ossessione moderna per il cosiddetto ‘spoiler’, cioè l’anticipazione che rovinerebbe la visione di un film o la fruizione di un libro. Quel terrore di sapere ‘come va a finire’. Quasi tutto si limitasse a questo; come se parlassimo di barzellette, di indovinelli, di gialli. Per risponderti seriamente: che libri leggo? Leggo soprattutto saggi scientifici e poesia. Cioè libri che prevedono uno studio, una frequentazione a più riprese, una meditazione. Non mi pare che si dica neppure: ‘Ho finito di leggere le <em>Elegie Duinesi</em>’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;ma&#8230; ti piace, t’interessa la narrativa italiana contemporanea? Che scrittori leggi? Cosa ti turba?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso con vergogna che conosco pochissimo dei miei ‘colleghi’ scrittori contemporanei e connazionali. Così come conosco pochissimo dei miei colleghi teatranti. La scusa che, fra spettacoli da portare in scena e cose nuove da scrivere, non ho il tempo di guardarmi attorno e conoscere i miei compagni di viaggio regge fino ad un certo punto. <strong>Forse mi piace l&#8217;idea di stare facendo un viaggio tutto mio, per vie traverse e diverse; di essermi creato una specie di ‘mondo parallelo’.</strong> Questa anomalia è anche la mia fortuna: a teatro vengono a vedermi molte persone che, diversamente, non si sognerebbero di mettere piede in un teatro. È anche per questo, credo, che, almeno in Romagna, riesco ad avere un pubblico così numeroso. Allo stesso modo, fra i miei lettori ci sono molte persone che non leggono libri. Un signore mi ha scritto di recente: ‘Mi è piaciuto molto il tuo libro. L’ultima cosa che avevo letto era un numero del mensile <em>In Moto</em> del 2015’. Mi ha fatto sorridere. Ma mi ha anche fatto capire il privilegio di cui godo.</p>
<p><strong>L’errore, dicono i nipponici, è la via prediletta per fare la cosa giusta. Che idea regge il tuo libro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il libro insiste su questa provocazione: ci sono inciampi che ci insegnano a volare, ostacoli che ci aiutano, cadute che ci innalzano, perdite che ci arricchiscono, sciabolate che ci risanano, tempeste che ci tengono a galla, errori che si rivelano una forma più alta di perfezione. Da un lato potrebbe sembrare una prospettiva rassicurante: non tutto il male viene per nuocere. <strong>Ma dall’altro è e vuole essere inquietante: significa anche che, perché le cose vadano per il meglio, non devono andare come prevediamo e come speriamo. Significa che dobbiamo subire l’urto dell’imprevisto, lo schianto del caos.</strong> Sono convinto che, per diventare davvero ciò che si è, occorre uscire da quelli che riteniamo essere i nostri limiti. Come Abramo che, già anziano, deve abbandonare la propria casa compiere il suo destino, trasformandosi da <em>Abram</em> ad <em>Abraham</em>, da anonimo pastore a gigantesco patriarca di patriarchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo il tuo fenomenale monologo sulla Bibbia. Cosa c’è di bello in quel libro così comicamente violento? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Domanda impegnativa! La Bibbia è un testo poliedrico, tentacolare, multiforme. La tradizione ebraica invita ad attraversare molteplici livelli di interpretazione; considerando il singolo episodio, la singola frase, la singola parola, persino la singola lettera. Quindi qualsiasi riposta è disperatamente riduttiva e semplicistica. Comunque sia, dovendo prendere in considerazione un aspetto singolo, dico così: <strong>la Bibbia è meravigliosamente sconcertante perché Dio fa scelte che sono diametralmente opposte a quelle del buon senso umano.</strong> Scegli Abramo e Sarah, quindi una coppia sterile di anziani per fondare un nuovo popolo; sceglie Mosé, che è balbuziente, per fargli da profeta; fa sì che il piccolo Davide sconfigga il gigantesco Golia; potrei andare avanti per ore. C’è una specie di effetto comico, di ironia, che scaturisce da questo: la distanza, la sproporzione fra Dio e l’uomo. Ci sono pagine così provocatorie che, leggendo, non si crede ai propri occhi. Come nel primo libro di Samuele, quando i filistei rubano agli israeliti l’Arca dell’Alleanza. Vengono vessati dalla punizione divina. Molti muoiono, altri soffrono atrocemente di emorroidi. Perché la maledizione cessi, devono restituire l’Arca. <strong>Ma, come gesto riparatore, devono anche offrire a Dio – udite, udite! – delle sculture in oro raffiguranti le loro emorroidi. </strong>Quando ho letto il passo, non ci potevo credere. E non è che un esempio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma&#8230; tu pratichi la cabbala? Sei l’Abulafia dell’aggettivo, evocatore di Golem verbali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma no, io non sono niente. Per carità! Ci sono persone che si dedicano allo studio della Bibbia e della Tradizione tutti i giorni, per tutto il giorno. Io, fossi onesto, dovrei dire che, da giovane ‘ho saputo l&#8217;ebraico antico’; lo studiavo e mi ci esercitavo quotidianamente, con una certa costanza. Poi mi sono interessato a molte altre cose, vuoi per interesse personale, vuoi per le commissioni ricevute da artista/artigiano del teatro <strong>(mi fregio di lavorare spesso su commissione, come nei tempi antichi)</strong>. Per cui, quel poco di conoscenza che avevo racimolato si è molto degradata. Eppure la Bibbia e la sua lingua mi hanno scavato dentro. Dopo avere finito il libro, mi è tornato il desiderio di rimettermi a studiare seriamente il Libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo fare teatro ‘di parola’, o meglio, nel tuo portare la parola a teatro c’entra qualcosa la tua ‘romagnolità’ o i dettagli territoriali li lasciamo ai posteri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto legato alla Romagna, come (quasi) tutti i romagnoli. Non conosco un letterato romagnolo che non affianchi alla sua attività letteraria o accademica un interesse di studio per il dialetto, il folklore, la storia locale e via dicendo. Io mi sento tutto intriso di ‘romagnolità’, anche se non saprei indicare da dove questa esattamente traspiri quando sono sul palco (dizione imperfetta a parte). Mettiamola così. Cito questi due elementi. <strong>I romagnoli sono stati capaci di fare tantissimo partendo da zero. Pensiamo all’industria del turismo.</strong> Per decenni è stata la più florida d’Italia. Eppure la riviera adriatica ha un mare assai meno invitante di quello della Liguria, delle Marche, della Sicilia, della Sardegna ecc. <strong>Molti albergatori da noi hanno cominciato a fare gli albergatori senza neanche avere un albergo: tutta la famiglia si trasferiva per qualche mese a dormire in garage e affittava le camere da letto ai turisti. </strong>Ecco, io nel mio piccolo, ho cominciato a fare con niente. Ho fatto teatro senza avere una compagnia, senza un agente che mi procurasse le date, senza essere nel circuito ufficiale, senza finanziamenti, senza scenografie, senza costumi, senza cambi luce, senza oggetti di scena, senza un regista che mi guidasse. Insomma, senza niente di niente. Solo il mio corpo e la mia voce. Ho fatto lavorando, più che potevo, meglio che potevo. Fine. In questo mi sento molto romagnolo. <strong>Il secondo fatto è legato al Rinascimento. Ezra Pound sosteneva che la Romagna è il luogo dove è nato il Rinascimento,</strong> dove è avventa la sua alba, dove ha scaturito il primo, timido, bagliore. Ecco io mi sento un po’ ‘rinascimentale’ perché, come detto, lavoro su commissione, come un artista/artigiano del XV secolo. E perché tento di partire sempre dalla cultura, e di mescolare la cultura scientifica con quella umanistica.</p>
<p><strong>Che libro avresti voluto scrivere? Su che libro vorresti lavorare? Che libro stai scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eh, sono molte le opere che invidio ai loro autori. <strong>Per esempio mi sarebbe piaciuto scrivere un bestiario. Uno di quei libri che andavano tanto di moda nel medioevo. </strong>E in cui ad ogni animale (reale o fantastico) è associato un significato, una virtù o un vizio umano. Nel mio lavoro uso spesso procedimenti simili. Prendo un personaggio o un episodio e ne faccio un simbolo un’allegoria; serve a rendere una storia singola universale; ed è un procedimento affascinante che trasforma il mondo in un libro sterminato. Quello che è stato fatto con gli animali, si può fare con i vegetali o con i minerali. Per un certo periodo accarezzai l’idea di scrivere un libro dove ci fosse uno scritto per ognuno degli elementi chimici. Ma l’ha già scritto Primo Levi! Si intitola <em>Il sistema periodico</em>. Un altro dei libri che invidio. <strong>Se mi è concesso sognare ad occhi aperti, forse un giorno scriverò un romanzo di fantascienza:</strong> in una età futura, le ideologie e le religioni sono state tutte abbandonate perché troppo inclini alle diverse interpretazioni, troppo facilmente malleabili (nel cristianesimo ci sta San Francesco, ma anche Torquemada; nel comunismo Gramsci, ma anche Stalin). A tutto questo sono stati sostituiti gli insetti: infatti è oggettivo e inoppugnabile cosa sia un imenottero e quali siano i valori morali e intellettuali da esso simboleggaiti. Così nascono diverse fazioni in lotta fra loro: gli imenotteisti, i lepidotteristi, i ditteristi, gli odonatisti etc. Ma sto delirando. <strong>Stando più con i piedi per terra, il prossimo libro probabilmente sarà su Leonardo da Vinci. Su Leonardo sto scrivendo anche un nuovo monologo teatrale, che sarà prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo.</strong> Forse la mia solitudine sta per infrangersi e il mio percorso alternativo è destinato a confluire in una qualche ufficialità. Chissà? Vedremo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima (va da sé): cosa c’è dopo la morte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho il dono della fede; quindi, per tagliare corto, ti dovrei dire che per me non c&#8217;è assolutamente nulla. Per essere un po’ meno secco, ti do due risposte: una biblica e una ‘platonica’. Quella biblica cita un testo dell’Antico Testamento, il <em>Qohelet</em>, in cui è scritto, come saprai: “I vivi sanno che moriranno. I morti non sanno niente”. La risposta ‘platonica’, se me la consenti, <strong>è che ognuno di noi rimarrà per sempre nel luogo metafisico in cui è ora e in cui già stava prima della nascita.</strong> La nostra particolare configurazione mentale, la nostra singola, irripetibile struttura sentimentale e di pensiero sono ciò che sono eternamente, come una forma geometrica. Così come la forma di una sfera, con tutte le equazioni matematiche che la descrivono, rimarrà per sempre immutata, anche qualora fossero distrutti tutti gli oggetti di forma sferica del mondo. Allo stesso modo, ‘metafisicamente’, tu, io, chi legge queste righe, tutti noi esseri umani, restiamo ciò che siamo stati in eterno, nello spazio logico, anche dopo essere spariti dalla faccia della terra.</p>
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