Dal pulpito della sua cravatta Aldo Cazzullo avvilisce Pound e Céline a figurine della sua adolescenza. Un po’ di rispetto per favore. Sul becero gioco del nostro tempo: sputare in faccia ai titani

Posted on Novembre 16, 2018, 3:11 pm
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Nell’epoca del caos, del disordine dei valori e dell’epopea del disvalore, si sono inventati un nuovo gioco. Sputare sui giganti. Segare le caviglie dei titani. Svaligiare i morti per morderne la carne, cariata.

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Il gioco non è nuovo. Il futurismo, con tanto di trombe e di apocalittici jet, nasce come reazione al vecchio, come rigetto del museo. In quel caso, però, le cose erano diverse. Si distruggeva ciò che si era studiato; si distruggeva – nel bene e nel male – per creare il ‘nuovo’. Qui, al contrario, non si crea nulla. Si lorda per il gusto, per passare la giornata, gioco del nano furibondo contro il gigante, poi ci vediamo tutti, incravattati, nel ristorante più chic della metropoli.

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Già non mi era andato giù lo scherzo di ‘Pigi’ Battista contro Boris Pasternak, accusato di essere “molle e accomodante”, di vivere “nel mondo riparato del privilegio”. Mi chiedevo – al di là delle visioni storicamente sballate: la Storia, si sa, è l’ingorgo delle opinioni e degli opinabili – dove poter leggere i poemi di ‘Pigi’, le sue poesie in grado di sbalordire l’anima umana. Insomma, pretendevo un gesto di adorazione – almeno – al cospetto del poeta, a cui possiamo rimproverare la vita ma abbiamo l’onere di rispettare l’opera.

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Poi ho capito che è la combine dei nani. Aldo Cazzullo, infatti, altra firma del ‘Corrierone’, ritenendo, probabilmente, di avere una penna divina, s’è messo a rifare i canoni della letteratura rispondendo ai lettori del Corriere della Sera. Prima se l’è presa con Gabriele d’Annunzio (“Ma D’Annunzio non fu solo un poeta. Fu una figura centrale nella storia italiana della prima metà del Novecento. Ed ebbe un’influenza nefasta. Non solo contribuì a trascinare l’Italia in una guerra da 650 mila morti. Volle anche combatterla, alla sua maniera: enfatica, autopromozionale, spesso dannosa”), come se il popolo italiano fosse una manica di manichini ipnotizzati dai proclami del poeta. Poi ha tentato di toccare il sederino di Céline e di Ezra Pound.

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Nella risposta a Giampiero Beltotto, presidente del Teatro Stabile del Veneto, ieri, Cazzullo fa esercizio di cerchiobottismo in una manciata di righe. Di Céline “non va taciuto né l’inaccettabile antisemitismo né il talento che ispira il suo Viaggio al termine della notte”, scrive, riducendo l’una e l’altra cosa a una marachella. Pound, invece, lo ricorda perché ne ha scritto “Pierluigi Battista nel suo bellissimo libro Mio padre era fascista” – lieta ‘marchetta’ al collega, tanto si trovano tutti allo stesso ristorante, più tardi – e perché ha scritto la poesia Francesca, “letta al liceo… in cui tanti di noi riconobbero i propri sogni d’amore infranti”. Alzi la mano chi di voi ricorda Francesca. Appunto. Francesca è una poesia minore di Ezra Pound, raccolta in Personae, pagina 53 del ‘Meridiano’ Mondadori che raduna le Opere scelte, se vi va.

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Ammirate come con vile sottigliezza il giornalista beato dalla società dei consumi riduca Pound, il poeta dei Cantos, il poeta che si è fiondato nelle fauci odorose e nefaste della Storia, vivendo, amando, sbagliando, a poeta degli amori infranti. Esercizio d’astuzia o precipizio dell’ignoranza?

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Ammirate la perizia con cui il giornalista aureo, fiero della propria baronia, rosicchia i calcagni del gigante.

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D’altronde, anche sull’antisemitismo di Céline – indiscutibile – c’è un errore di prospettiva. A questo punto, nella caldana giornalistica, prona a sperimentare anatemi, mettiamoci anche Giuseppe Ungaretti, che mendica una prefazione a Benito Mussolini per il Porto sepolto e effettivamente la ottiene, nel 1923 (il Dux parlò di “una testimonianza profonda della poesia fatta di sensibilità, di tormento, di ricerca, di passione e di mistero”); e mettiamoci anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che nelle lettere censite come Viaggio in Europa (Mondadori, 2006), descrive il “popolino ebreo” sottolineando “il puzzo caprino, le acutissime grida orientali”, detonando la battuta intrepida (“spiegarono al Mostro molte cose, e anche i periodici massacri eseguiti, proprio a Kauno, dai Russi”). Pur mettendo questo, intendo, nessuno mette in dubbio il genio poetico di Ungaretti e l’altezza estetica del Gattopardo.

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Dal pulpito della sua cravatta, dico, come può Cazzullo avvilire Céline e Pound a comparse nella sua esistenza liceale? Ma cosa ha fatto Cazzullo, cosa ha scritto? Il pudore imporrebbe non certo minore severità verso la biografia degli autori – valutando il fatale ‘contesto storico’: adesso siam tutti buoni a bacchettare gli uomini di ieri – ma rispetto nei riguardi dell’opera. Cioè chili di silenzio, silenzio, silenzio.

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Attenzione gente perché quando una visione morale – pardon, moralistica – ha la prevalenza su quella estetica, si ode clangore d’ideologia, nitore di dittatura, la democrazia che arride ai buoni di cuore – notoriamente vili verso gli uomini di genio. (d.b.)