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	<title>Federico Magrin Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Feb 2025 05:17:23 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Tre parole al massimo per un imbecille. Lichtenberg, il filosofo libertino e la scrittura come orgasmo quotidiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 05:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Federico Magrin]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pensare per istinto, per pulsione. Non per professione.&nbsp;<strong>Georg Christoph Lichtenberg</strong>&nbsp;era una creatura che si trovava ai limiti della filosofia, un pensatore singolare.</p>



<p>Avrebbe voluto scrivere una&nbsp;<em>pinica</em>, un trattato sull’arte del bere. Bevendo una bottiglia di vino al giorno, era diventato un etilo-esperto. Opera mai compiuta, la&nbsp;<em>pinica</em>&nbsp;sarebbe stata un testo ripieno di pensieri-appigli per ubriachi. Un libro al confine tra l’ebbrezza sincera, autentica e la lucidità a puntate. Un dizionario degli estremi, un vocabolario dionisiaco, per etilomani. Dove trionfa il conflitto, quel mitologico sposo della hybris; dove impera la guerra delle coscienze e regna la polemocrazia.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Il fisico e pensatore tedesco era uno spirito eclettico, un&nbsp;<em>polymath&nbsp;</em>ottocentesco. Era tanto capace di atteggiarsi con pudore e decenza negli incontri privati con il re d’Inghilterra, o con Alessandro Volta,</strong>&nbsp;o quando Goethe andò ad ascoltare una sua lezione universitaria; quanto di abbandonarle nei suoi incontri più intimi con “Dolly” o la&nbsp;<em>teenager&nbsp;</em>Stechardin.</p>



<p>Lichtenberg era un invasato del sesso, travolto dai coiti a notte fonda come al mattino. Amante del diletto, e della filosofia compiuta sull’erezione. Sull’orlo della satiriasi. Non poneva freni ai suoi desideri sessuali, sbrigliava la sua lussuria sul canapé&nbsp;e in studio. In ogni angolo della casa, senza pudore, rilasciava i suoi dimenii, i suoi piaceri e i suoi gusti su domestiche e giovani. Lichtenberg fotteva con piacere e non solo sua moglie. Un libertino tedesco.</p>



<p>*</p>



<p><strong>In principio c’era il godere e da lì la scrittura filosofica, lo scrivere che diventa conseguenza della goduria, della lussuria sfrenata, dell’orgasmo goduto.</strong>&nbsp;La filosofia nasce dall’amplesso. Tra il precipizio e il coito, il baratro e il prepuzio. I frammenti vengono gettati dai testicoli, espulsi dalla foga dello scroto. Il pensiero trascritto deve tanto, troppo alla&nbsp;<em>fututio</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="697" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/61-87AyCv-L._SL1469_-697x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/61-87AyCv-L._SL1469_-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/61-87AyCv-L._SL1469_-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/61-87AyCv-L._SL1469_-600x882.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/61-87AyCv-L._SL1469_.jpg 735w" sizes="(max-width: 697px) 100vw, 697px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Lichtenberg era un pensatore privato, un filosofo trascinato dal rigore dei sentimenti e dagli incroci di frammenti obliqui, prontamente disordinati. Una filosofia che penetra le superfici e nasce dalle passioni soddisfatte, o costrette. I suoi&nbsp;<em>sü</em><em>delbucher</em>, quaderni che raccoglievano ritagli di vita, scarti, annotazioni, frammenti,&nbsp;respiri, pause e tagli nel pensiero, sono un ricettario contro la grossolanità ricercata, contro i cacalibri. Scritti&nbsp;“molto amari”, immaturi, da rimestare e attorcigliare ancora, danno una ricetta per la riuscita di un testo concavo, che si ritaglia dentro se stesso, monco per scelta. Era conscio che il libro, lo scritto, il frammento di pensiero è un prodotto della vanità personale, che sulla maggior parte delle persone non avrà alcun effetto—se non altro perché non lo leggeranno.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Ciò che un grande imbecille dice in un libro sarebbe sopportabile, se lo dicesse in tre parole”. </strong></p>
</blockquote>



<p>Il pensatore tedesco, con un lato anglofilo, si abbandonava sovente ai deliri dei piaceri, e allo stesso tempo sapeva rispettare il suo temperamento da padre, professore e scienziato. Una bestia del pensiero che favoriva gli impulsi di lussuria, seppur non raggiunse i livelli dei caratteri immorali di Walerian Borowczyk.</p>



<p>*</p>



<p><strong><a href="https://www.lunieditrice.com/product/georg-christoph-lichtenberg-fisico-scrittore-lo-scandaglio-dell-anima-aforismi-lettere-massime/?srsltid=AfmBOoov7uGkXaLBLctUDbqI7pxg81OXZnjGFyGbsf76LZTU3_ooPHHt" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La riedizione degli aforismi e delle lettere di Lichtenberg per la Luni Editrice,&nbsp;<em>Lo scandaglio dell’anima</em>,</a></strong>&nbsp;ne mostra la scrittura ellittica, lampeggiante, scoordinata e coordinata a un tempo. Per definizione, il fisico tedesco non era un filosofo di professione, ma uno scrittore filosofico. Il suo interesse per la filosofia era di natura spontanea, sorgeva da un istinto, non era un bisogno professionale. Lichtenberg non&nbsp;<em>doveva</em>&nbsp;scrivere di filosofia, ma&nbsp;<em>voleva&nbsp;</em>fare filosofia. I suoi gorgoglii provengono da un bisogno viscerale, non dipartimentale. Una scrittura filosofica non catturata in un singolo luogo mentale, ma estesa alle sue parti intestine. Un impulso privato.</p>



<p>Seppur egli fosse “incatenato alla galera universitaria”, non era un professore di filosofia. Poiché non “trafficava con le idee altrui”, ma si occupava primariamente delle&nbsp;<em>sue&nbsp;</em>idee.</p>



<p>*</p>



<p>I frammenti dei&nbsp;<em>waste books&nbsp;</em>canzonano le convenzioni e titillano il vigore delle passioni.&nbsp;<strong>Lichtenberg era un eterodosso totale, amante spregiudicato della vita. Pensatore libertino, cugino illegittimo, tedesco di Sade.</strong>&nbsp;I brandelli e i ritagli indicano una via per un al-di-là del pensare comune, deperito dalla sistematicità. Un percorso avverso in tutto al dispotismo del sistema. Simile al Divin Marchese che ama divertirsi nel boudoir, che sa innalzare la filosofia&nbsp;<em>dentro&nbsp;</em>una donna, nel suo cuore. Due spiriti dissoluti che odiano ed evitano i bigottismi. Capaci di destare il desiderio e di assoggettarvisi. Abili nuotatori nell’oceano dei piaceri, dove entrambi, con passione, ricercavano la consolazione all’esistenza. Se per De Sade&nbsp;“l’immaginazione è il pungolo dei piaceri”, per&nbsp;Lichtenberg&nbsp;l’immaginazione sfoglia e accantona tutte le consuetudini e gli usi del matrimonio.</p>



<p>*</p>



<p>Amante della&nbsp;<em>p</em><em>edestris oratio</em>, del linguaggio, della prosa e dell’espressione che va a piedi, Lichtenberg era un viaggiatore. Viaggiava per rilevare le coordinate geografiche di località tedesche e per ammirare i progressi dell’Inghilterra ottocentesca. Fu affascinato dalla metropoli londinese, in piena crescita post-rivoluzione industriale, e dall’Italia, che però non riuscì mai a visitare.</p>



<p>*</p>



<p>Fisico anomalo e inventivo. Strapieno del coraggio di rimettere in dubbio quello che viene ritenuto assodato, e di gettare il sospetto sulla certezza. Un anticipatore della filosofia del frammento, prima dell’erezione di murales elefantini con proboscidi tentacolari, e dei labirinti di cemento toccati dalle pozzanghere di pioggia consumista.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>A volte non esco di casa per otto giorni, e vivo molto contento. Ma se fossi costretto a rimanere altrettanto tempo in casa per ordine di qualcuno, mi ammalerei. Se c’è&nbsp;</strong><strong>libert</strong><strong>à di pensare, ci si muove con facilità nel proprio cerchio; ma se c’è costrizione, anche i pensieri liberi affiorano con espressione intimidita”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Tra i chiari del bosco, María Zambrano ricuce l’essere e l’amore, l’eros e la vita. Scrive che l’amore e la vita procedono insieme, a nozze. “Ché&nbsp;l’amore è nuziale ogniqualvolta l’essere vivente si ponga in cammino attraverso di lui e viva per qualche istante la perduta unità tra l’essere e la vita”. Un essere carnale, un amore delle carni. Perché non può essere altrimenti. Così, pure, Lichtenberg amava. Amava la carne. La carne, il corpo è indispensabile all’amore e alla bellezza. Così, allora, le coglieva l’eretico dello spirito tedesco, come è stato chiamato da Anacleto Verrecchia.</p>



<p>*</p>



<p>Innamorato delle altre e, da pensatore rigoroso, innamorato del riflesso del sé.</p>



<p>Il sé appare ovunque. Diventa sorgente kantiana del mondo. A cosa serve la filosofia? Chiede tra i suoi scarti&nbsp;Lichtenberg. Per chi serve? Chiede il castigatore delle virtù non-teologali, ovvero il castigato dai vizi. Per che cosa?&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per trovare il modo di uscire dal mucchio di cose estranee, per incominciare a sentire da&nbsp;<em>se stessi</em>, per parlare in&nbsp;<em>proprio</em>&nbsp;e, direi quasi, anche per esistere da se stessi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La filosofia è esistenza, condotta di vita, maniera autentica di essere sé. È infinito specchio per rimirarsi e per studiare il sé, non lente, concetto od “occhialino per osservare gli altri”. Quegli sguardi curiosi, forieri, tradiscono un amore per sé.</p>



<p>*</p>



<p>Ovunque, vediamo solo il sé stesso. Quando ci scordiamo di scrivere perché grigi cumuli coprono il cielo, o quando il buio ci fa dimenticare le nostre luci artificiali. Ovunque—sé.</p>



<p>Poiché anche la conoscenza dell’altro è riflesso del sé. La conoscenza del sé,&nbsp;<em>gnoti seauton</em>, serve per la vita, per apprezzare in maniera migliore l’alterità—il mondo esterno che non appartiene al sé stesso.</p>



<p><strong><em>Federico Magrin</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Jacques-Louis David, Patroclo, 1780</em></p>
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		<title>Contro i traditori del pensiero, un libro per immoralisti e scalatrici</title>
		<link>https://www.pangea.news/federico-magrin-aforismi-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Oct 2023 04:25:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[anteprima]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Magrin]]></category>
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		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al giorno d’oggi ci sono professori di filosofia e non filosofi, intonava H. D. Thoreau dalle sponde di Walden. Poco è cambiato negli ultimi 150 anni. Anzi, sarebbe raccomandabile che tutti i libri di filosofia cominciassero con questo monito, per ricordare la condizione di salute della filosofia nell’epoca attuale. Il ritorno del soggetto si inserisce [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Al giorno d’oggi ci sono professori di filosofia e non filosofi, intonava <a href="https://www.pangea.news/walden-thoreau-libro/">H. D. Thoreau dalle sponde di Walden</a>. Poco è cambiato negli ultimi 150 anni. Anzi, sarebbe raccomandabile che tutti i libri di filosofia cominciassero con questo monito, per ricordare la condizione di salute della filosofia nell’epoca attuale. <em>Il ritorno del soggetto </em>si inserisce in questa scia, un libro che contiene una prospettiva immoralista e <a href="https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/">uno scavo nell’archeologia del linguaggio</a>. Non è un libro <em>di</em> filosofia, ma piuttosto un movimento scomposto di danza. Dentro gli aforismi contenuti nel libro, sopravvivono pensieri crepuscolari che oltrepassano il confine del giorno, e pensieri aurorali che sfregiano la notte con le prime luci. Un testo che si concede a chi già possiede <a href="https://www.pangea.news/aforismo-nichilismo-federico-magrin/">la forma frammentaria della filosofia inattuale</a>, al circolo culturale che è entrato nel dominio della filosofia aurorale: <a href="https://www.dissipatio.it/la-stupidita-senza-limiti/">una raccolta di aforismi che manca di continuità</a>.</p>



<p>Lo stile di una filosofia aurorale si contrappone in maniera forte alla <a href="https://www.dissipatio.it/cattivo-esempio-magrin/">filosofia delle mille accademie</a>;&nbsp; avanza uno stile immorale, soggettivo, genealogico che si oppone al modo delle professoresse e dei ricercatori della filosofia. Per trovare pensatori che credessero nella forma di questo testo, il libro ha viaggiato decine e decine di volte avanti e indietro tra l’Italia e la Nuova Zelanda. Prima di trovare una sponda in cui riposare ha sbattuto contro tanti muri, tanti no, tante percosse. Questo testo è figlio della lotta.</p>



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<p>Gli aforismi sono ancora spregiati dalle ricercatrici delle scienze filosofiche e dai teoretici delle nuove ontologie sociali. Ma come le montagne, questo delirio sfrontato e caotico della morale ha imparato dalle scosse telluriche ad alzarsi più in alto, a elevarsi – per respirare un’aria più pura. Ha dovuto scavalcare i dinieghi dei professori che appuntavano come di <a href="https://www.pangea.news/pensieri-diversi-wittgenstein/">Ludwig Wittgentsein</a> ce ne fosse solo uno e l’aforisma non fosse accettabile come forma del pensiero – a meno di una brillantezza eccessiva, riservata ai geni alla Pascal. La filosofia deve essere organica, distesa, dialogante, dicevano.</p>



<p>Ha dovuto affrontare i rimbrotti degli accademici che ricordavano come anche <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-guerra-pacifismo-magrin/">Friedrich Nietzsche</a> nel suo primo libro, <em>La nascita della tragedia</em>, si fosse avvinghiato alla forma saggistica, composta, estesa – come se <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-ecce-homo-blu-temperini/">la filosofia del martello non fosse stata un autentico tentativo di frammentare, distruggere e scolpire il pensiero in detti e frecce</a>. Eppure, questi accademici, non possono essere additati: hanno trovato rifugio in uno degli ultimi posti dove è ancora lecito pensare, hanno rinchiuso la filosofia in una professione e la difendono con le armi della tradizione e della storia – come non comprenderli questi realisti, artisti innamorati delle filosofia delle università, oggettive, universali! Hanno solo perso un’occasione per insegnare alle studentesse e agli studenti che ancora pascolano nei lunghi corridoi dei dipartimenti italiani quanto la filosofia venga avvalorata dall’aforisma.</p>



<p><em>Il ritorno del soggetto </em>è <a href="https://www.pangea.news/contro-le-prefazioni-poesia-andrea-temporelli/"><em>un libro senza prefazione firmata</em></a> o note, sprovvisto di ringraziamenti e sistemi di chiarificazione finali. Un libro che affronta questioni liminali e immorali, che domanda la statuizione linguistica del confino e il principio morale del linguaggio, che attraversa il caso della critica letteraria e del commento sociale. Ma, soprattutto, non compromette lo stile della filosofia con il procedere burocratico dell’accademia. Come ha detto <a href="https://www.dissipatio.it/trattato-della-buona-estinzione/"><em>il filosofo della buona estinzione Marco Lanterna</em></a>, vi sono rari pensatori che pur di non prostituire la filosofia hanno scelto d’essere mozzi e lavapiatti, ma i più, purtroppo, hanno prostituito la filosofia. Questi sono gli accademici, i moralisti affabulatori, i traditori del pensiero, gli amministratori dei concetti, “i <em>filosofi ministeriali</em>”.</p>



<p>Infine, il testo assume una forma paradossale, ellittica, abbraccia la contraddizione e la fa sua; questiona il dubbio ed estende il dominio della scuola del sospetto; riporta il sentimento nel territorio della ragione e viceversa; sospinge il pensiero al limite dell’azione e getta l’atto dal dirupo dell’intelletto. <em>Il ritorno del soggetto </em>diventa così un’aporia, una domanda e un tentativo di risposta, un sospetto contro il senso della certezza, una smorfia della filosofia. Poiché l’oggettività non gli interessa, si inserisce nel discorso sulla soggettività e nella <em>guerra delle coscienze </em>antiviste da Peter Sloterdijk.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="435" height="700" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/magrin-cop-fronte_1.jpg" alt="" class="wp-image-97436" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/magrin-cop-fronte_1.jpg 435w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/magrin-cop-fronte_1-186x300.jpg 186w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></figure>



<p>**</p>



<p><em>Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, si pubblica una selezione di aforismi dal libro:</em></p>



<p>La verità ha il sapore scaltro delle banalità.</p>



<p>*</p>



<p>Con la sua esistenza, l’immoralista denuncia il tremulo procedere di una morale universale irregimentata.</p>



<p>*</p>



<p>La leggiadria del pensiero si concretizza nella durezza della filosofia critica.</p>



<p>*</p>



<p>Tra l’avanzare meccanico e rumoroso dei concetti, il dispiegarsi farraginoso e aurorale dei pensieri sostiene la vita.</p>



<p>*</p>



<p>Supporre che tutti gli esseri umani siano intelligenti, è fare un torto all’intelligenza stessa dell’umanità.</p>



<p>*</p>



<p>Il pensiero ansima rincorrendo la volontà nel labirinto delle emozioni.</p>



<p>*</p>



<p>Il confine non chiarisce di per sé, né spiega o delucida – tutt’al più divide, separa, discrimina, <em>giudica</em>.</p>



<p>*</p>



<p>La libertà è esercizio della volontà all’interno di un confine.</p>



<p>*</p>



<p>La permanenza di un limite soggiace alla capacità di vedere oltre.</p>



<p>*</p>



<p>La frontiera è la massima; il limite è principio e fine della morale. La costituzione e l’erezione di confini rappresentano l’atto morale per eccellenza. Sfondare muri, oltraggiare le fondazioni, imbastirne di nuove – un <em>atto limitante</em>.</p>



<p>*</p>



<p>L’atto limitante è l’usurpazione del soggetto nei confronti dell’altro.</p>



<p>*</p>



<p>L’oggetto rappresenta il limite esterno del soggetto, la sua epidermide più acuta ed esteriore. Il soggetto, invece, è il limite interno di se stesso.</p>



<p>*</p>



<p>Il limite individuale, confine dell’individuo con il se stesso, crea l’oggetto come rappresentazione del sé.</p>



<p>*</p>



<p>Il saggio incapace di godere porterà sulla fronte il marchio del dotto frigido.</p>



<p>*</p>



<p>La portata del “criticismo cosmologico” di Imre Lakatos porta in seno il “dubbio metodico” di Cartesio e lo “scetticismo genuino” di Kant.</p>



<p>*</p>



<p>La volontà è la figlia illegittima del rapporto incestuoso che l’individuo ha con se stesso.</p>



<p>*</p>



<p>Il “tacito riserbo” del soggetto è la risposta esistenziale al silenzio sublime della natura.</p>



<p>*</p>



<p>Il consiglio del saggio è la pietra d’inciampo per l’imbecille.</p>



<p>*</p>



<p>Vado a letto presto – leggo Cioran.</p>



<p>*</p>



<p>L’orbo è l’unico che sopravvive alla narrazione sistematica di unicità; egli ha perso almeno la metà di ciò a cui è stato scolarizzato.</p>



<p>*</p>



<p>Tante, troppe poesie sono gli aborti spontanei di autori innocenti – che inseguono una <em>vetustatis autorictas solemnis et authentica</em>.</p>



<p>*</p>



<p>La dote sta nel vedere il frammento dove vi è un tentativo di continuità. L’occhio spezza l’omogeneo ragionando per pezzi e cocci.</p>



<p>*</p>



<p><em>Gli ingredienti di una filosofia acuta</em> – poca solidità; tante mete.</p>



<p>*</p>



<p>Il contestualismo è un approccio alla storia della filosofia che tenta di situarsi al di là del principio del piacere – e che tuttavia non fa altro che ricondurre il pensiero alla cura del sé: i limiti del contesto sono una proiezione ortogonale del desiderio individuale.</p>



<p>*</p>



<p>L’impressione e il ricordo ritornano, senza briglie, alla ripetizione belante di una storia individuale.</p>



<p>*</p>



<p>Chi ha letto Marcel Proust si ritrova con un destino malandato e una memoria meravigliosa.</p>



<p>*</p>



<p>La memoria è l’eccedenza dell’identico.</p>



<p>*</p>



<p>La filosofia non è destinata a innalzarsi su una colonna di alabastro, se non prima di aver passato le forche caudine della solitudine, la melma della società attuale ed essere stata rinchiusa à la Marquis de Sade, con il suo piacere, in una botte di merda.</p>



<p><em>Federico Magrin</em></p>



<p>**</p>



<p>Il ritorno del soggetto. Accuse e scuse<em> è uscito nelle librerie a ottobre e sarà presentato in un dialogo aperto tra l’autore, i relatori e il pubblico a:</em></p>



<p>*<em>Il circolo dei lettori, Torino il 17 novembre alle 21.</em></p>



<p>*<em>Gli esploratori, Roma il 21 novembre alle 18.</em></p>



<p>*<em>Libreria popolare, Milano il 23 novembre alle 17,45.</em></p>
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		<title>“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani</title>
		<link>https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 05:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Magrin]]></category>
		<category><![CDATA[Flaminia Cruciani]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[liutai]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=94396</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alcune autrici sorvolano sulla poesia come se fosse un’arte solo delle superfici e non un’arte profonda perché superficiale. Flaminia Cruciani no: una scrittrice audace, che ha avuto un addestramento da spartana duranti gli scavi archeologici di Ebla in Siria. La sua poetica trafigge il nulla funambolico della saggistica spenta e tiepida e infervora il pubblico [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alcune autrici sorvolano sulla poesia come se fosse un’arte <em>solo </em>delle superfici e non un’arte profonda <em>perché</em> superficiale. <strong><a href="https://site.unibo.it/atlante-poeti/it/poeti-del-centro/flaminia-cruciani" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flaminia Cruciani</a></strong> no: una scrittrice audace, che ha avuto un addestramento da spartana duranti gli scavi archeologici di Ebla in Siria. La sua poetica trafigge il nulla funambolico della saggistica spenta e tiepida e infervora il pubblico – lo agita trascinandolo nelle catacombe della parola. I suoi libri di poesie (<em>Piano d’evacuazione</em>, <em>Semiotica del male</em>, <em>Tacevamo nella stessa lingua </em>e un inedito che verrà pubblicato quest’anno, <em>Corpo</em>) attraversano il pensiero funesto del limite e gettano la pratica poetica all’interno del recinto individuale. Durante quest’intervista condotta per email, vengono sondate le capacità di un’autrice che ha praticato la scrittura in molte forme: l’aforisma, il saggio, la poesia e la prosa. Oltre al testo edito da Mondadori <strong><em><a href="https://www.mondadori.it/libri/lezioni-di-immortalita-flaminia-cruciani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lezioni di Immortalità</a></em></strong>, verrà affrontato anche un testo inedito che apparirà presto nel panorama editoriale italiano: <em>A colpi d’arco. Storia di una passione</em>.</p>



<p><strong>Partiamo da&nbsp;<em>A colpi d&#8217;arco</em>. Quanto possiamo dire essere questa&nbsp;un&#8217;opera autobiografica? Quanto la protagonista, quella Anna nomade, ribelle, libertaria, “coraggiosa oltre ogni limite, con una forma di spavalderia simile all’incoscienza” assomiglia a Flaminia?</strong></p>



<p>Quando si scrive non si può prescindere da se stessi e dalla propria esperienza, sarebbe bello farlo. La scrittura è proprio questa forma di astrazione, di trasformazione del primo nucleo della tua esperienza fino a farlo diventare altro. Scrivere è l’officina di Vulcano, è come maneggiare il fuoco tutti i giorni con le cere e le fusioni che bruciano le mani. È come fare una misurazione alla realtà subatomica, è una misurazione che implica il collasso della funzione d’onda. In quell’onda letteraria lo scrittore deve trovarsi. Questo libro in particolare mi ha impegnata moltissimo. Ho fatto un viaggio incredibile dentro la musica, in quindici mesi ho attraversato il mondo dei violinisti che mi hanno accompagnato. È stato un lavoro duro perché, a differenza di <em>Lezioni di immortalità</em>, non essendo la mia materia non la maneggiavo agevolmente. Sebbene io abbia sempre suonato e la musica abbia fatto parte della mia vita (e qualche volta mi abbia anche messo nei guai), ho avuto bisogno di costruirmi nuovi strumenti per scriverne, studiando molto e intervistando chi la vita del solista la fa davvero. Volevo scrivere un libro verosimile, che rispecchiasse il racconto della vita di un solista, quindi mi sono stati di aiuto alcuni celebri violinisti in particolare Georg Mönch, che è purtroppo morto durante la stesura del libro. Fondamentale è stato l’aiuto di Francesco D’Orazio con il quale ho avuto tanti incontri e ore di discussione su molti temi. Ho incontrato anche Sonig Tchakerian, Uto Ughi ed altri. <strong>Sono stata in contatto con i più grandi liutai d’Europa, come John Dilworth e Carlo Chiesa, che mi hanno aiutato a dipanare la questione dei violini Stradivari e Guarneri del Gesù e a scegliere due strumenti che potessero essere congeniali al mio racconto.</strong> Il mondo della liuteria è ancora più magico, rarefatto e sorprendente. L’eredità più bella che mi lascia questo libro è una famiglia musicale. Ho passato un anno e mezzo su Skype a incontrare ogni settimana violinisti, scoprendo persone inimmaginabili, generose, disinteressate, fuori dall’utile, le quali hanno ascoltato le mie esigenze, risposto a domande infinite e a volte assurde, appassionandosi al libro e alla fine sentendolo un po’ loro. La musica è già un tema metafisico, scriverne e parlarne non è facile, è un’impresa che assomiglia un po’ alla caccia alle farfalle col retino. La mia famiglia musicale ora mi scrive e non vede l’ora di leggerlo. Mi ha accompagnato anche un teologo della Gregoriana, Luca Pedroli, con il quale abbiamo parlato di Apocalisse, essendo lui uno dei massimi esperti. Voi direte cosa c’entra l’Apocalisse? Se la musica non è rivelazione…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="733" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-733x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94397" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-733x1024.jpg 733w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-768x1073.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro-600x838.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/lezioni-immortalita-cruciani-libro.jpg 773w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></figure>



<p><strong>Oltre che scrittrice di romanzi, tu sei soprattutto, o forse meglio dire anche, poetessa e aforista. Come fare a riconciliare la brillantezza asistematica e breve della composizione frammentaria in un testo lungo e fluido? Cercare “il dominio della grande forma” è forse un compromesso, una rinuncia alle fughe brevi e la ricerca di un lavoro sinfonico?</strong></p>



<p>Questo è il mio primo romanzo, mi sono sempre dedicata alla poesia, all’aforisma, mi piacciono le forme stringate, l’esercizio quasi funambolico di esprimere molto con meno parole possibili; l’aforisma è come un tiro al bersaglio, bisogna essere infallibili. Dopo l’esperienza di <em>Lezioni di immortalità</em> invece, che ha un impianto completamente autobiografico, ma che tenta anche di esplorare i rapporti fra archeologia e poesia, mi sono appassionata allo scrivere in prosa. Mi sono sentita a mio agio in questa forma, più libera che nella poesia. Spero che in alcuni momenti la mia prosa abbia l’intonazione della poesia. La sfida di questo libro più che narrare una mia esperienza, che non confermo e non nego di aver vissuto, era quella di parlare del mondo del violino con un occhio interno, di qualcuno che ha suonato davvero, che ha sentito suonare molto, che ha studiato violino e che sa di cosa sta parlando. Spesso i libri sul violino sono scritti da chi non ha mai preso un violino in mano e si sente subito. Con questo libro voglio raccontare qual è la vita vera di un solista e cercare di portare chi legge ad avvicinarsi al repertorio per violino, che è meraviglioso.</p>



<p>Quando finii di scrivere <em>A colpi d’arco</em> andai a fare una passeggiata da casa mia, al Colosseo, verso l’orto botanico, ricordo che era sera, attraversai il ponte inglese immersa in uno di quei tramonti rossi che ci sono a Roma e la sensazione era quella di avere le ali ai piedi.</p>



<p><strong>Le tue&nbsp;<em>Lezioni di immortalità</em>&nbsp;sono una piccola ma profonda opera. Mi hanno affascinato soprattutto le tue esplorazioni da archeologa che riporta il passato al presente, un lavoro che espunge il basso della sua bassezza – scavi che si muovono all’indietro e raggiungono il profondo. In questi tuoi scavi che cosa trovavi al fondo del fondo, cosa provavi quando riportavi alla luce il ‘sommerso’, il rimosso, il dimenticato?</strong></p>



<p>L’archeologia è una forma di memoria distillata in oggetti: nella mia visione è necessario ripensare l’attività dell’archeologo nella prospettiva della “messa in movimento”. Ogni forma, ogni reperto, ogni ritrovamento non è semplicemente un oggetto che ha vissuto, che ha funzionato per il suo utilizzo, ma “è un essere che vive ancora addormentato nella sua forma”. Nella cultura materiale, in questi oggetti si è fossilizzata e dorme la vita delle persone cui sono appartenuti, il loro contesto, lì sono deposti come se ruotassero intorno a essi e fossero la loro aura. È una costellazione di movimenti fossili, energia fossilizzata che ruota intorno all’oggetto, come una spettralità, intrinseca ai reperti archeologici, che può sempre essere interrogata dall’archeologo. <strong>Elémire Zolla parlava dell’aura come di un’ebbrezza, una brezza, un alone, una meraviglia. Si genera aura quando la realtà esterna corrisponde a un segreto intimo, “di aure si nutre la vita interiore”.</strong> Nel mondo antico si parla di aura come di una ninfa, una brezza spirante dalle persone e dai luoghi che talvolta può diventare un turbine, una nube che abbaglia. Se nell’Ottocento la parola “aura” fu molto in voga, recentemente è stata accantonata e dimenticata perché la nostra realtà, non più caratterizzata dall’unicità, offre luoghi e oggetti seriali che non sprigionano più alcuna aura. Anche Walter Benjamin dedicò un celebre saggio, nel 1936, a <em>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, in cui parla di perdita di aura nelle opere d’arte riprodotte. Potremmo dire che l’aura si mantiene quando qualcosa è illeso, allora l’aura ci viene incontro con tutta la sua forza. <strong>Ma i reperti archeologici, sebbene frammentari e lesi, hanno intatta l’aura della loro storia singolare, conservano il bagliore di tempi sovrapposti, i gesti, gli sguardi che si sono posati stratificati su di essi: “perché un’aura abbagliante avvolge le simultaneità più complesse”.</strong>&nbsp; E d’altro lato tutto quello che questi oggetti hanno visto, tutto ciò cui hanno assistito; il bottone toccato quotidianamente dalla mano, il manico di un vaso impugnato chissà quante volte, il puntale di un elmo quanti volti di avversari terrorizzati avrà visto? Questi piccoli oggetti, apparentemente insignificanti, spesso rotti, ci introducono nelle loro reminiscenze, sono veicoli, vie di accesso al perduto, dispositivi per accedere alla memoria degli oggetti, perché anche gli oggetti hanno una memoria, un corpo della memoria deposto. <strong>C’è un aspetto energetico dormiente che viene messo in movimento dall’archeologo: quando riporta alla luce interrompe il sonno dei reperti.&nbsp; In questi oggetti nella loro disposizione nella loro morfologia è deposta la memoria delle persone cui sono appartenuti.</strong> È come se si potessero vedere in controluce. Proustianamente quegli spazi, quegli oggetti, seppur frammentari, sono un’estensione delle loro personalità, del loro ambiente, del loro pensiero, del loro gusto, delle loro ideologie e credenze e anche dei loro sogni. Mentre gli oggetti prima vengono utilizzati per lo scopo per cui sono stati creati, quando sopravvivono alla loro epoca iniziano un’altra vita, rinascono a nuova vita nelle mani dell’archeologo, che è un ostetrico della terra. Prima vivono, poi sopravvivono e cambiano statuto identitario. Acquisiscono lo statuto identitario dei sopravvissuti e spesso vanno in un museo, che è anch’esso un’entità viva. E sono sintomi, ritorni, sopravvivenze, elementi di una cultura viva, diventano modelli ispirativi, immagini che iniziano a trasmettersi con la loro forza irrefrenabile in una rete di sopravvivenze, producendo diffusioni, generazioni, scambi, ibridazioni, filiazioni. Questi segni tenaci dalla terra diventano vettori di sopravvivenze, tensioni formali che dal passato investono il futuro. Modelli, simboli, immagini, forme, che non hanno smesso di condizionare la nostra cultura occidentale. E sono in continuo dialogo con noi. Ogni forma culturalmente consolidata è il culmine di un’evoluzione, di una causalità formale sperimentata nei secoli. Le strutture del nostro immaginario condiviso sono sature di questa causalità formale. Il patrimonio archeologico dunque è parte integrante del patrimonio identitario culturale. Queste pietrificazioni sono forme della vita passata abitate dall’energia antica, si cristallizzano nella terra come in una bara, sprofondando in essa sepolte, in una sorta di incastellamento abissale: il sonno della loro imprendibilità. <strong>Quando arriva un archeologo riappare la luce del sole e risorgono. Nel guscio della terra si prepara, nel silenzio, la resurrezione. In questo rifugio la vita dormendo si concentra, si prepara, si trasforma.</strong> La terra-inconscio è sogno sintetico, a volte incubo, materia di resurrezione. Ed è proprio la terra che nella potenza del suo sonno, come direbbe Jacqueline Risset, frantuma il passato come fa l’inconscio, trasforma questi tempi passati in rovine, macerie, che diventano il sogno della terra. La memoria che non finisce di trasformare e di trasformarsi.</p>



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<p><strong>Appare un parallelismo tra poesia e archeologia, questi scavi nel profondo che fanno apparire ciò che è celato, segreto, sotterrato. Sono entrambe forme d’arte che ricercano la leggerezza, il disvelamento? Oppure credi che une delle due sia più oscura, più ermetica?</strong></p>



<p>Il parallelismo fra archeologia e poesia è un parallelismo stratificato. Ci sono molti aspetti poetici nel fare l’archeologo. Sembra strano ma l’emozione più grande non è la scoperta di qualcosa di prezioso, ma il penetrare nel pensiero dell’uomo antico, questa connessione con l’uomo scomparso millenni prima. Questo mi entusiasma, il tempo che nelle mani dell’archeologo si arrende e salta come sopra la dinamite. La poetica dell’archeologia è proprio questo rapporto con il tempo. <strong>Il tempo della discesa è lento, misurato, millimetrico, pesante; il tempo della caduta è libero, veloce, leggero. D’altronde la terra è il luogo del riposo, della decomposizione, dentro cui i reperti sono avviluppati, sognano e attendono di essere ritrovati e quando li scopriamo si apre un occhio nella terra.</strong> Se l’ascensione fa appello alla spettacolarità e ha una natura più esteriore, appariscente, visibile, la discesa è un fedele ritorno, è lo stare dentro uno spazio intimo materico e femminile, segreto e silenzioso. Verso il cielo il tempo è positivo, maschile, eretto e ascensionale, proiettato in avanti verso il futuro. Nella terra il tempo è inverso, viscerale, caldo e abissale, lento, pesante, avvolto su se stesso, quindi circolare, in cui l’archeologo scopre mappature di galassie di pietre e cocci, ossa e cristalli. Tessiture remote, già accadute, che in questo nero generatore sono state in sogni di tenebrosità. Perché il nero è l’assillo delle profondità. <strong>Si sotterra ciò che è morto, che va in decomposizione: l’archeologia è questo lavoro alchemico che riporta in vita la salma del passato. È un lavoro che riguarda il mistero della nascita e della morte.</strong> Nello scavo l’archeologo scopre un intero cosmo di significato, perché la sua è una tensione cosmica animata dal desiderio, che come dice l’etimologia viene da <em>de-sidera</em>: assenza di stelle. Ma rivolta verso il basso, come verso un cielo sotterraneo, dove la vita antica è diventata una costellazione di radici, reliquie, impronte, tracce, frammenti e sotto la stratificazione, all’altezza della memoria, il suo battito cardiaco risponde ancora. Come scrivo in <em>Lezioni di immortalità</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Se il lavoro del poeta è scuotere il cielo aspettando che qualche frammento cada, il lavoro dell’archeologo è scuotere la terra, senza imbarazzo del cosmo, aspettando che qualche frammento di cielo appaia”.</strong></p></blockquote>



<p><strong>Per deformazione personale, sono molto affezionato all&#8217;individuo.&nbsp;Parli del lavoro di gruppo e della condivisione come fondamenti dell’archeologia, lo stesso si potrebbe dire per il giornalismo e molte altre sezioni del mondo del lavoro. Per la poesia, invece? La scrittura è ancora una pratica individualista? Come dici nelle&nbsp;<em>Lezioni</em>, tu hai preferito la pratica solitaria, la riflessione come condotta di vita. Che cosa vi si guadagna?</strong></p>



<p>L’archeologia è un lavoro di gruppo, personalmente ho partecipato a una delle missioni archeologiche più competitive della storia. La missione di Ebla è famosa, oltre che per le grandi scoperte che hanno cambiato la Archeologia Orientale, anche per questo. Si trattava di un ambiente difficile dove mancava qualunque forma di solidarietà. Detto ciò, si svolgeva nel deserto e ci si sentiva particolarmente isolati dal mondo, data la difficoltà dell’ambiente e la distanza da ogni possibilità di incontro, oltre che dalle famiglie che erano lontane. Io però sono una solitaria di natura, quindi soffrivo ma limitatamente. Amo il tempo in compagnia di me stessa. Quello che ci si guadagna è il tempo, di cui sono gelosa e un po’ ossessionata fin dalla nascita.</p>



<p><strong>In&nbsp;<em>Piano d&#8217;evacuazione</em>&nbsp;parli del limite come di un pensiero messo alle strette. Quali sono i confini della poesia? E della parola? È forse compito del poeta forzare, estendere queste frontiere, oppure starne a difesa affinché non vengano violate?</strong></p>



<p>La poesia credo sia proprio la possibilità di forzare i confini linguistici, almeno quella che provo a fare, magari non ci riesco, ma ho questa tensione. “Un libro deve essere un&#8217;ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”, come diceva Kafka. Ecco la poesia interroga, risponde, deve perturbare, scuotere e cercare di estendere le frontiere del linguaggio del poeta e di chi lo legge, altrimenti è un puro esercizio retorico.</p>



<p><strong>In quel libro parli anche della memoria e dei danni insiti in quella facoltà “che sa andare solo all’indietro”. La riflessione sul determinismo e sulla causalità di Bertrand Russell raggiunge obiettivi simili. Lui dice essere un mero accidente che la memoria&nbsp;ricordi solo <em>backward and not forward</em>. Allora, Russell si chiede: perché? Se il passato è&nbsp;<em>così</em>&nbsp;poiché è accaduto, anche il futuro è conosciuto perché&nbsp;<em>così</em>&nbsp;sarà. Entrambi sono determinati e memorizzabili. La tua domanda “perché non si può ricordare il futuro?” è forse un attacco agli opponenti del determinismo?</strong></p>



<p>Questo è un riferimento ad <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, uno dei miei libri preferiti. Sappiamo che Lewis Carroll oltre che scrittore e fotografo era anche un logico, un matematico e pubblicò diversi trattati di logica. Sin da piccola sono stata molto attratta dalla categoria del tempo, dai rompicapi e dai paradossi spaziotemporali.</p>



<p><strong>Infine, un inciso breve sui tuoi aforismi, navigazioni tra “l’inconscio del linguaggio” e il “rimosso esistenziale”. Hai scritto che i moralisti si curano con il loro stesso giudizio, allora, qual è il&nbsp;<em>pharmakon&nbsp;</em>dell’immoralista?</strong></p>



<p>Penso che il <em>pharmakon</em> degli immoralisti sia proprio la loro immoralità.</p>



<p><em>*In copertina: Flaminia Cruciani in un ritratto fotografico di Dino Ignani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/flaminia-cruciani-federico-magrin-intervista/">“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ribellatevi al nulla del tutto”. Aforismi per una sovversione imminente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 05:08:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Caraco]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Magrin]]></category>
		<category><![CDATA[Gomez Davila]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nichilismo di matrice indo-europea ha lasciato nella storia del pensiero e della letteratura più cicatrici che operazioni riuscite, più opere incompiute che architettoniche letterarie compiute. La questione rimane: se questo sia un trionfo del pessimismo della ragione, oppure una sconfitta del raziocinio. La mancanza di un fine nella grande impresa di Musil ha di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il nichilismo di matrice indo-europea ha lasciato nella storia del pensiero e della letteratura più cicatrici che operazioni riuscite, più opere incompiute che architettoniche letterarie compiute. La questione rimane: se questo sia un trionfo del pessimismo della ragione, oppure una sconfitta del raziocinio. <strong>La mancanza di un fine nella <em>grande impresa </em>di Musil ha di per sé un valore negativo? La planimetria attenta degli spazi di Perec e Queneau contiene nei suoi fini a priori un giudizio positivo?</strong> In questo testo, non troverete una risposta; piuttosto, pungoli del pensiero.</p>



<p>L’unico sentiero che troverete sarà quello breve dell’apoftegma, lontana da ogni teleologia; l’unica verità sarà quella passata di mani in mani: sporca sarà la proposizione intaccata dall’autore: <strong>l’aforisma allucinante che lascia senza fiato e che vi ricorda le parole pensate nell’intimo delle solitudini di Scizia.</strong></p>



<p>Tra le anse blu del deserto, la filosofia del rigore ha ceduto il passo all’esilarante poesia, e la canzonante poesia ha ceduto il passo al tuono della filosofia. La sete ha demandato tale ricambio.</p>



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<p>Questo scritto è una <em>contradictio in adiecto</em>. Mi spinge qua una morale della superiorità, un’aristocrazia etica del desiderio: <strong>ho voluto violare i limiti della sopportazione e confrontarmi con l’idea di una conservazione barbara, indomabile</strong>, che salvi ciò che non è demolito dall’incedere morboso e scomposto del soggetto individualista. I baciapile scelgano altrimenti, perché qua non vi è altro che il frutto dell’“agio dell’improvvisazione”, proprio di un Cioran: porta d’entrata per una “<em>Lega della Disillusione</em>”.</p>



<p>Non posso nemmeno intrattenermi su un oggetto di studio, perché tutto è nulla. Due poli, tutto e nulla, di una medesima menzogna moderna. Due facce di una consunta moneta, spacciata per assoluta dai banchieri anarchici di turno. E il niente, soprattutto, appaga i pochi. Il mio nichilismo a puntate mi obbliga a ricordare, però, che anche quest’effimera categoria di nulla, o tutto, a vostro piacimento, è stata violata.</p>



<p>L’intelletto viene costretto ad alzare bandiera bianca e sottostare all’impromptu della volontà. “Il tutto è falso”, cantava Gaber – tuttavia, anche il nulla adorato dai nichilisti più disperati è falso: mero nomuncolo metafisico in cui trovare riposo; mera apostasia delle contemporanee scuole Vedanta; mero “racconto mascherato” dagli scettici delle mille accademie che blandiscono una proposizione luccicante e ingannevole: “il falso è tutto”.</p>



<p><strong>Mi direte allora, vi sarebbe una ragione fatale che spinge verso uno stupido elogio del niente, come la <em>reductio ad absurdum</em> dell’impertinente Coquelet, scritto in barba a nessuno, piuttosto che fare “ragionamenti senza senso”?</strong> Eppure, il Nirvana – primo, assoluto e definitivo – mi fa ribollire l’intestino quanto la falsità del <em>creato</em>. Mi dovreste sputare addosso, perché vi lascio senza un appiglio, sprovvisti perfino di una strada sbagliata…</p>



<p>Contro una morale <em>pubblica</em>, coscienza civile degli ubriaconi perbene, ci si ritrova nudi, misfatti, rivolti ed esposti alle onde della notte, “con l’abisso sotto i piedi” e “il caos sopra la testa” ­– niente di più turbante delle ingiunzioni di Caraco. <strong>Un denudamento sopraffino, un olocausto del pensiero, senza misura né obiettività – nel caos più sopraffino, la logomachia viene liquidata senza scuse; </strong>ogni rifugio metafisico sottratto alla presa facile della logica e della ragione.</p>



<p>La libidine desiderante<em> verso </em>una forma caotica appartiene agli individui orfani di una fede, ai pensatori provati di una certezza morale: agli apostati della metafisica. Ma in cosa può consistere il piacere di un nichilista spregiudicato? Per trovare una risposta, basta tornare a Gómez Dávila:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La vita è vuota, vana, vacua, perforata da cavità e vuoti come una spugna migratoria. Elargizione assurda del nulla che lo stesso nulla satura con le proprie acque”.</strong></p></blockquote>



<p>Questi truismi della desolazione, insopportabili, insopprimibili, vi lasciano senza un tutto e senza nessuno. Per lo più nei pressi di voi stessi – Sì! infine, dovrete affrontare <em>vis a vis </em>la vostra immonda solitudine marchiata dalle fiamme di una disperata disperazione.</p>



<p><strong>Ecco, allora, che mi vedo sputare sul pubblico. Quell’entità adorata dai pubblicisti, elevata sopra ogni lettera e modo.</strong> Armato dalla mia nullità di una gloria inesauribile, di una forza attiva e di una perseveranza propria degli antichi romani, quando indovinavano il loro declino, mi ritrovo a indicare la via verso una <em>boundless impetuosity</em>. Scrollatevi delle opinioni e dei pregiudizi, e abbandonatevi al piacere più lussurioso, più sadistico e spietato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="833" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project-833x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93908" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project-833x1024.jpg 833w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project-768x944.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project-600x737.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Eugene_Delacroix_-_Rider_Attacked_by_a_Jaguar_-_Google_Art_Project.jpg 879w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /></figure>



<p><strong>Niente di più idiota può essere raccomandato che “restringere ulteriormente la propria esistenza con indegni pregiudizi”, come racconta l’impudico De Sade.</strong> Queste immonde sputacchiere da taschino del conservatorismo. Ah, questo immondezzaio delle coscienze comuni che abbiamo ereditato dai nostri avi più nobili!</p>



<p><strong>Gettate a terra i testi scolastici che vi hanno propinato, chiudete le infinite finestre di browser che avete aperto, cancellate le applicazioni – piuttosto, correte lungo i fiumi del divenire, rubate un dromedario dal circo più vicino e scappate dalle dande dell’inferiorità raccomandata.</strong> <strong>Ribellatevi al nulla del tutto.</strong> Inzuppate di escrementi le espressioni più alte della magnifica arte, della politica compromessa, della oscena filosofia attuale – ma, per cortesia, evitate quelle magliette che decantano il <em>pessimismus </em>più grande della nostra epoca: fatelo <em>for your own sake!</em></p>



<p><strong>In un esercizio di voluttà, bisogna perdersi per labirinti verticali.</strong> Inseguo l’aurora fin nel profondo, fino a trovare le solitudini del deserto di Scizia – che gioia…</p>
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		<title>Nietzsche, il pacifismo, la guerra in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 04:13:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’ingiunzione con cui termina la lettera di Nietzsche al suo amico Erwin Rohde è un’affermazione della volontà, un urlo di pura gioia: scateniamo tutta la nostra violenza contro la guerra, armiamo le nostre parole per far giungere la pace. <strong>Nietzsche era stanco del servizio militare che aveva prestato volontariamente e delle malattie che ne erano scaturite. Nel freddo dell’inverno svizzero, tra le nevi alpine, nel gennaio del 1872, comincia un anno di svolta per la filosofia del martello </strong>– la visione dionisiaca appare nelle lezioni sul futuro delle scuole e della cultura germanica, e nel saggio sulla nascita della tragedia greca dallo spirito della musica. La corrispondenza con Rohde è un palliativo, un escamotage per parlare dei progetti di riforma dell’accademia e denunciare il tramonto della cultura – il calare del sole della cultura germanica è antivisto da Nietzsche, un sole che lentamente si inabisserà nella pazzia dell’antisemitismo di stato del Reich.</p>



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<p>Il declino perpetuo dell’accademia è esperito dal giovane filologo a Basilea, dove le discipline sono già rinchiuse in facoltà e dipartimenti dai lunghi corridoi con porte parallele. Oggi, questo declino, si è trasformato in un moto perpetuo su un piano inclinato: <strong>le università sono diventate corti kafkiane con giardini appesi sul nulla, luoghi in cui gli studenti vengono trafitti e controllati da una cricca oclocratica.</strong> Gli edifici universitari sono tranelli e labirinti architettati per una gioventù che non sa che fare del proprio futuro – catturata in una dimensione accademica avulsa –; palazzi ordinati lungo scale escheriane che ritornano su se stesse e riportano agli stessi luoghi. Forse che il servizio militare e la guerra possano ristabilire una meta per la gioventù insoddisfatta?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="742" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project-1024x742.jpg" alt="" class="wp-image-91619" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project-1024x742.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project-300x217.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project-768x556.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project-600x435.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Lavery_John_Sir_RA_RSA_-_The_Cemetery_Etaples_1919_-_Google_Art_Project.jpg 1491w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>John Lavery, Cimitero di guerra 1919</em></figcaption></figure>



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<p>La denuncia della guerra è un gioco troppo facile: occorre solo descrivere attentamente le ferite purulenti, gli edifici sventrati dalle bombe e le lande devastate. <strong>Nietzsche aveva contratto la difterite e la dissenteria durante la guerra franco-prussiana, prestando aiuto agli invalidi; già allora è agitato dalle malattie e dalle indisposizioni del corpo. Il filosofo denuncia la guerra se non altro perché ne patisce i risultati su di sé.</strong> Ma, non resta da chiedere, a chi giova il gioco degli armamenti? Per chi suonano le bombe e i cannoni? Oggi che una guerra è alle porte dell’Europa, quale senso troviamo nel fornire armi e nel protrarre il conflitto? Armiamo invece le parole e ritroviamo la pace del discorso. Già al principio delle sue disperate passeggiate notturne, Louis-Ferdinand Céline aveva compreso che la guerra è ciò che non si comprende – è tutto quello che non si capisce. Nessuno di noi ne comprende le ragioni, né sa ricondurre pienamente le cause in un luogo, in uno spazio discorsivo. La guerra è la fine della vita, eppur anche suo principio.</p>



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<p>La devastante preoccupazione causata dalla guerra distoglie l’animo umano dal giudizio estetico che può dare sul mondo: <strong>la bellezza non lo colpisce più e tralascia ciò che ha, per darsi alla sopravvivenza. Il mantenimento della propria vita è un interesse maggiore; l’istinto di sopravvivenza, si potrebbe dire, è una forza più grande dell’estasi </strong>– o, altrimenti, la guerra rappresenta un pericolo maggiore rispetto al rischio di perdersi l’apparire effimero della bellezza. <em>Ubi maior, minor cessat</em>.</p>



<p>André Gide, al sopraggiungere della Prima guerra mondiale, si getta in meditazioni teologiche e noiose nel suo diario; abbandonando la scrittura che riflette sulla condotta di vita. <strong>L’affanno del prestare aiuto e la risoluzione di un conflitto distoglie l’individuo dalla sua grandezza.</strong></p>



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<p>Oggi, in Ucraina, le nostre ambasciate si dovrebbero fare carico del compito del Teseo descritto da Plutarco e andare villaggio per villaggio, città per città, comunità per comunità. Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron dovrebbero sospendere gli altri impedimenti ed evitare le passerelle nella capitale ucraina – una disciplina: risolvere l’inconciliabile divergenza russo-ucraina. La politica dovrebbe essere in grado di creare un accordo solonico: dove nessuna delle due parti avrebbero niente da guadagnare nell’infrangere il patto. È forse questo un compito troppo grande? è forse un compito da eroi? <strong>La guerra è l’unico momento in cui di necessità gli eroi sono chiamati a sorgere: i grandi individui, caparbi, audaci, abili nel saper ricondurre al dialogo le parti infrante</strong> – o capaci di sconfiggere una delle due parti.</p>



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<p>In un’altra lettera a Carl Freiherr von Gersdorff, Nietzsche ipotizza la filosofia che si interessa dell’amor proprio, innamorata spudoratamente dell’individuo: “il nostro egoismo non è astuto a sufficienza, la nostra ragione non riguarda a sufficienza il sé.” I due si confidano parole di amicizia. Un eroe della filosofia e un nobile che imparano la lezione della solitudine. Isolati e a distanza. Una lezione impartita da Nietzsche quanto da Fabrizio De André. Due geni che sentivano entrambi con la stessa ragione. La solitudine è dovuta all’emarginazione, che è a sua volta scaturita da comportamenti difformi nei confronti della maggioranza. <strong>Bisogna attraversare la solitudine, imperterriti, assetati come in un deserto di sabbia bollente e arida. Trovandosi egregiamente di fronte a se stessi, si è memori di una condotta di vita, di una libertà – chi rassomiglia a se stesso difende la libertà…</strong> De André ammonisce e ricorda di tenere alto “il diritto di rassomigliare a se stessi”. Ma a cosa rassomiglia un popolo? Una nazione?</p>



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<p>Abbisogniamo forse di un eroe di professione che con “passione e discernimento”, per dirla con Max Weber, risolva il conflitto e riconduca al dialogo; abbiamo bisogno di un politico a un tempo lungimirante e ingenuo, armato di “quella fermezza interiore che permette di resistere al naufragio di tutte le speranze”. Lottare con passione! Evitare che la libertà venga trucidata sull’altare della politica di potenza e preservare il diritto all’autodeterminazione dei popoli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="841" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project-841x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91620" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project-841x1024.jpg 841w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project-246x300.jpg 246w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project-768x935.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project-600x731.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Orpen_William_Sir_RA_-_Dead_Germans_in_a_Trench_-_Google_Art_Project.jpg 887w" sizes="(max-width: 841px) 100vw, 841px" /><figcaption><em>William Orpen, Tedeschi morti in trincea, 1918</em></figcaption></figure>



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<p>Scostare il liberticidio e permettere ai popoli di scegliersi il proprio destino – quanto alle lezioni di essere condotte e alla cultura di essere tramandata –, ecco, questa è libertà! Insomma, abbandonare ogni nazionalismo, ogni nativismo, ogni patriottismo. Lasciare affogare l’amore per un concetto di nazione e abbracciare l’amore per la terra. <strong>L’Europa deve amare se stessa in quanto continente, coltivare i suoi traffici di mare con l’altra sponda dell’Atlantico, quanto arare i campi di grano che portano alle steppe russe.</strong></p>



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<p>Il poeta genovese, con fare provocativo, invitava a dare il premio Nobel per la pace al popolo rom – unico incapace di scatenare una guerra. Che si impari da questi nomadi del mondo!</p>
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