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	<title>Estremi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Ma vi sono attimi in cui le nuvole si squarciano, e allora noi, insieme a tutta la natura, aspiriamo all’uomo”: Nietzsche contro tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/nietzsche-antidoto-ai-mali-moderni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jun 2019 05:00:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’unica proprietà che abbiamo è questo corpo che tocco, nel logorio del tempo – ed è di questa proprietà, l’io, l’individuo, che ci espropriano. Palestrato al netto di chi vuole vederci – e venderci – così e non chi sei. * Questo esproprio non riguarda il tempo – contratto il mio tempo per un tot [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-antidoto-ai-mali-moderni/">“Ma vi sono attimi in cui le nuvole si squarciano, e allora noi, insieme a tutta la natura, aspiriamo all’uomo”: Nietzsche contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’unica proprietà che abbiamo è questo corpo che tocco, nel logorio del tempo </strong>– ed è di questa proprietà, l’io, l’individuo, che ci espropriano. Palestrato al netto di chi vuole vederci – e venderci – così e non chi sei.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo esproprio non riguarda il tempo – contratto il mio tempo per un tot di denaro – ma, profondamente, l’individuo. <strong>Così, ci adattiamo a un lavoro che non è per noi, ‘ma rende’, senza considerare che l’atto reiterato in ciò che non ci appartiene e non appare appropriato, sfianca il nostro talento – questo è sempre stato il punto: non la dinamica economica ma l’involuzione psichica.</strong> <strong>Più che la rendita, qui è la resa, incondizionata:</strong> sfatiamo il talento in hobby, ci diamo ad attività sfiancanti – sport, palestra, corsa – che non ci fanno ‘stare bene’ (il bene dimora in altri regni, altri ranghi); semplicemente, ci consumano. La fatica giustifica la nostra inedia esistenziale. <strong>Non siamo né Oblomov né Casanova, non sappiamo l’arte dell’ozio e la goduria del sedurre al caos, né l’inettitudine che procaccia pensieri penetranti – Svevo, Pirandello, Kafka, Camus. Ci crediamo sovrani – soldi sufficienti a calibrare il corpo in una geometria narcisista – perché rubandoci l’individuo ci hanno dato l’individualità.</strong> Ma l’individuo non ha bisogno di niente – ha tutto dentro di sé – mentre l’individualità si nutre di tutto, sta bene con i surrogati dell’individuo: vestiti modaioli, locali giusti, case sopraffine, amanti adatte/i, viaggi esotici, cartografia instagram a go-go. <strong>Di noi non abbiamo sacrificato una parte per il bene di tutti – il senso sublime dello Stato – ma ci siamo uccisi al vivere, declinando in una frustrazione continua.</strong> Lo stato ‘di natura’ ci è impossibile, ora – ne saremmo sarchiati e sopraffatti: non ci insegnano più i nomi degli alberi né la virtù dei commestibili, perché?, e un insetto, nel bosco, avrebbe ragione di noi, inabili a inarcarci sui monti innamorati al nulla – possiamo solo sperare nello Stato, innaturale. Ci diciamo predatori, ma ad armi pari, saremmo la più fragile preda – <strong>chi disgrega e dilania per noi la bestia facendocela trovare sfilettata, sotto plastica, luminosa, perfetta, al supermercato?, chi immagina il corpo morto della bestia mentre passa sulla teglia imburrata il tozzo di pollo per i figli, per carità, il bendiddio della famiglia?</strong> Passare dall’orizzonte del servo della gleba a quello del consumatore ha reso più felici i potentati: se il servo si ribella può far male – ha due braccia così ed è allenato dalla vessazione –, il consumatore, al contrario, è innocuo. E se alza la cresta, lo si rimbambisce con qualche centone in più.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-67815 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-6-183x300.jpg" alt="" width="162" height="266" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-6-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-6.jpg 600w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />La nota di Nietzsche riportata in calce, dove il cliché dell’impossibilità di fuggire da se stessi – Seneca – è tarato sull’era moderna, riguarda la radicale messa in questione del lavoro, dello Stato, dell’esistenza – ma senza piagnistei esistenzialisti: segnalando l’attitudine al beato ottundimento della creatura umana. <strong>Tratto dai <em>Frammenti postumi </em>secondo l’edizione Colli-Montinari, il brano è scritto nella “primavera-estate 1874”, mentre FN lavora alle <em>Considerazioni inattuali </em>– la seconda ‘inattuale’, letta a Bayreuth accende l’entusiasmo di Wagner: “provo un bell’orgoglio perché ormai non ho più nulla da dire e posso affidare tutto il resto a Lei”.</strong> Nello stesso anno, Arthur Rimbaud chiude la letteratura in un cassetto, s’imbarca per mondi esotici, al di là dell’Occidente. Percepisce l’inconciliabilità tra letteratura e vita, autenticità ed epoca, poesia e poetica (che vale per: approccio alla vita). Nel 1899, Joseph Conrad pubblica <em>Cuore di tenebra </em>e la visione è la stessa: contrasto tra ‘europei’ e ‘barbari’, tra mente e carne, tra atto e tatto, tra Africa e Occidente, tra natura e cultura. <strong>“La terra non sembrava più terrena. Noi siamo abituati a vedere la forma incatenata di un mostro soggiogato, ma lì, lì si vedeva il mostro in libertà”, scrive, Conrad. Il problema è sempre quello del <em>mostro</em>:</strong> noi lo abbiamo soggiogato in peluche – lasciandoci soggiogare –, per questo è labirintico lo Stato. Il nostro mostro non deve venire a galla, tumefatto dai lecca-lecca e da devote sessioni di YouPorn. Al contrario, è nobile – e ragione di frattura e di dolore – il gesto di chi volta le spalle al mondo chiudendosi in un monastero – altro labirinto, le fauci del ‘mostro’, il dio-mostro. <strong>O di chi compie un eremitaggio disobbediente, nell’ardore della vita prima, godendosi questa scintillante mortalità, questa cancrena continua. La poesia – ultimo gesto gratuito, perciò ribelle, senza ribalta – è la cartolina del tempo presente:</strong> chi tenta il successo con versi/confetto (è inevitabile, se si vuole il plauso, accontentare gli uditori, è perfino un gesto di gratitudine) senza l’avventura nella lingua che non ha ‘presa’ perché predatrice, perché sprofondata, non ha capito la poesia. Non occorre ‘capire’, mai, ma lanciarsi – troppi poeti, purtroppo, voltano l’imprevisto in ufficio servile, da telegrafisti del sentimento. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma vi sono attimi in cui le nuvole si squarciano, e allora noi, insieme a tutta la natura, <em>aspiriamo all’uomo. </em>In quella luce improvvisa ci guardiamo con orrore attorno e indietro: là vediamo correre le raffinate bestie da preda e noi in mezzo ad esse.</strong> L’immenso muoversi degli uomini sul grande deserto della terra, il loro fondare città e Stati, il loro guerreggiare, il loro raccogliere e disseminare senza posa, il loro correre alla rinfusa, il loro imparare l’uno dall’altro, carpirsi l’un l’altro qualcosa con l’astuzia, il loro reciproco soverchiarsi con l’inganno e calpestarsi, il loro grido nella disgrazia, il loro gioioso ululato nella vittoria – tutto è continuazione dell’animalità: come se l’uomo di proposito dovesse essere educato alla rovescia e privato con l’inganno della sua disposizione metafisica, anzi, come se la natura, dopo aver desiderato e lavorato così a lungo per l’uomo, adesso si ritiri tremando da lui e preferisca tornare di nuovo indietro, nell’incoscienza dell’istinto. Ahimè, essa ha bisogno di conoscenza e ha orrore della conoscenza che le è propriamente necessaria; e così la fiamma vacilla inquieta qua e là, quasi spaventata del suo compito e afferra migliaia di cose, prima di afferrare ciò per cui la natura in generale ha bisogno della conoscenza. <strong>Noi tutti sappiamo, in singoli momenti, che soltanto per rifuggire dal nostro vero compito sono state create le istituzioni più complicate della nostra vita, che volentieri nasconderemmo da qualche parte la testa, come se, così, la nostra coscienza dai cento occhi non potesse coglierci, che ci affrettiamo a dar via il nostro cuore allo Stato, al guadagno, alla scienza, alla vita sociale soltanto per non possederlo più</strong>, che ci prestiamo al pesante lavoro quotidiano con un impeto e una mancanza di riflessione maggiori di quanto sarebbe necessario per vivere – perché ci sembra più necessario non giungere alla riflessione. La furia è generale, perché ognuno fugge da se stesso, generale anche il pavido nascondere questa furia, perché si vuol sembrare soddisfatti e si vorrebbe celare agli spettatori più acuti la propria miseria; generale il bisogno di nuove sonanti parole da cui la vita dovrebbe ricevere una specie di rumorosa solennità… <strong>Attorno a noi è un’aria spettrale; ogni attimo della vita vuol dirci qualcosa, ma non vogliamo ascoltare queste voci spettrali. Abbiamo paura, se rimaniamo soli e silenziosi, che ci venga sussurrata qualche cosa all’orecchio e così odiamo il silenzio e ci stordiamo con la vita sociale.</strong> L’uomo si sottrae con tutte le sue forze al dolore sofferto, ponendosi sempre nuove mete cerca di dimenticare ciò che vi sta dietro. Se, nella sua miseria e sofferenza, egli si ribella contro la sorte che lo ha gettato proprio contro questa impervia costa dell’esistenza, intende solo ingannare se stesso: egli non vuole fissare quell’occhio profondo che dal cuore della sua sofferenza gli si rivolge come se gli chiedesse: non ti è stato forse reso più facile comprendere l’esistenza? Quelli che sembrano più fortunati, che si consumano nell’agitazione e nella fuga da se stessi, solo per non dover ammettere la natura malvagia delle cose, dello Stato per esempio, o del lavoro, o della proprietà […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Friedrich Nietzsche</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Testo tratto da: Friedrich Nietzsche, “Frammenti postumi. Volume quarto. Estate-autunno 1873 – Fine 1874”, Adelphi, 1992; 2005</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nietzsche-antidoto-ai-mali-moderni/">“Ma vi sono attimi in cui le nuvole si squarciano, e allora noi, insieme a tutta la natura, aspiriamo all’uomo”: Nietzsche contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</title>
		<link>https://www.pangea.news/gian-ruggero-manzoni-intervista-giannubilo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 05:38:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Robusto e malatestiano, esteta armato, uno che avresti potuto incontrare al bar insieme a Majakovskij, a duello con Malaparte, sul fronte con Ungaretti, nelle catacombe londinesi insieme a Pound. Gian Ruggero Manzoni, a dispetto della carne – ha il corpo glorioso di un omerico – mi è sempre parso evanescente, inafferrabile come lo è la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gian-ruggero-manzoni-intervista-giannubilo/">“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Robusto e malatestiano, esteta armato, <strong>uno che avresti potuto incontrare al bar insieme a Majakovskij, a duello con Malaparte, sul fronte con Ungaretti, nelle catacombe londinesi insieme a Pound. <a href="http://www.gianruggeromanzoni.it/IT/index.htm" target="_blank" rel="noopener">Gian Ruggero Manzoni,</a> a dispetto della carne – ha il corpo glorioso di un omerico – mi è sempre parso evanescente</strong>, inafferrabile come lo è la parola – che seduce la verità flirtando con la menzogna – un po’ Herzog e un po’ Kurtz, amico di Jack London, il calco di <em>Handerson the Rain King </em>di Saul Bellow. <strong>GRM, voglio dire, forse per via dei suoi studi cabbalistici, mi è sempre parso ovunque, in ogni tempo: sta bene tra i briganti di Romagna, come sodale di Giovanni delle Bande Nere, a fare da braccio a Jorge Luis Borges, il grande cieco.</strong> Per questo, devo dire, facendo scempio della meraviglia, non mi sono stupito quando l’ho visto incassato nel romanzo di Pier Paolo Giannubilo, <em>Il risolutore </em>(Rizzoli, 2019; l’unico, tra i dodici residui, degno del Premio Strega, diciamolo in massa). <strong>GRM è ‘romanzesco’ per natura. Lo conosco da parecchi anni, ho invidiato Giannubilo – l’amicizia è primizia e privilegio, avrei voluto essere il primo a narrare GRM – il romanzo mi ha convinto. GRM resiste ancora, nonostante l’agiografia livida, inatteso e inafferrato.</strong> La prima volta – anzi, forse la seconda – l’ho visto a Lugo – che sempre più mi pare l’emanazione di una sua fantasia, un parto in case, storia, civiltà, la bella, feroce provincia. Quindici anni fa. Lo chiamava “cenacolo”, pareva una milizia. Intorno a una antologia, <em>Oltre il tempo </em>(Diabasis, 2004), aveva radunato certi poeti affini per spavalderia. C’era Andrea Ponso. C’era il compianto Danni Antonello. <strong>Ho avuto la sorte e la fortuna di lavorare due libri di GRM. Un romanzo, <em>Acufeni</em>, che gli ho estorto per la collana che ho fondato con Guaraldi, ‘I Nazirei’.</strong> Era il 2014 e lui, GRM, raccontava la morte e la rivalsa come nessuno, vale la pena ricalcare: “…e gli aveva piazzato due pallottole in corpo e ora si accingeva a finirlo. Ma ecco l’angelo della vita, il segno dal cielo, la variante, perché tutto è già scritto, ma la variante sta nel come viene interpretato. Agli uomini, come grazia, è concesso questo”. In quarta scrivevo che “le atmosfere da ‘noir’ francese si mescolano alla ferrea cronaca del Libro di Re”, dicevo di “un racconto biblico”. <strong>Nel 2010, per una folle collana pensata con Raffaelli (‘La Bibbia’: l’intento era quello di ritradurre il testo sacro, libro per libro, grazie al talento di poeti e di scrittori e di vagabondi della Parola), ho avuto l’<em>Esodo </em>secondo Gian Ruggero Manzoni. </strong>Il libro – che sta in una mano – con le note e i disegni di GRM è straordinario, è fiamma pietrificata. <strong>Soprattutto, GRM è poeta di atroce grandezza, di anomala densità:</strong> libri – spesso affidati a edizioni d’arte, poi raccolti nel micidiale <em>Scritture scelte</em>, Edizioni del Bradipo, 2006 – come <em>Le tavole dei reziari, Il dolore, Le battane di bronzo, Deserti di quiete</em> devono essere meditati e riediti, lì la parola accade in gesto. Il romanzo sulla vita – pazzesca – di GRM è necessario perché si rinnovi l’opera, rocambolesca, memorabile, necessaria. Lessi <em>Il risolutore </em>in un giorno. Con foia gelosa. Poi scrissi a GRM. Ti intervisto. Pazienta, fece, da buon padre e da saggio. Ora è il tempo giusto. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66337 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/r-194x300.jpg" alt="" width="155" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/r-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/r.jpg 323w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />A bruciapelo. Che effetto ti fa leggerti, essere un “eroe da romanzo”, cementato, mummificato in un libro? Insomma, non è che adesso ti metti in cantina, non è che il romanzo è una testimonianza definitiva di un tempo malmenato, vissuto, perduto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente una grossa fetta del mio tempo è andata. Ho sessantadue anni ma sento di averne vissuti cento e ottantasei, come certi personaggi biblici. Inoltre sono nato innegabilmente già vecchio, sebbene una qualche cavolata compiuta in gioventù… ma poi anche i vecchi le compiono, di solito alla fine della loro vita, quando ritornano bambini. <strong>Mi domandi come mi sento, dopo l’uscita del romanzo “Il risolutore”, di Pier Paolo Giannubilo, edito, di recente, da Rizzoli? Come il </strong><strong>principe Andrej Bolkonskij di “Guerra e pace” di Tolstoj, che poi, nella realtà, non era altro che il conte baltico tedesco Ferdinand von Tiesenhausen, che perse la vita, combattendo contro i francesi, nella battaglia di Austerlitz, dove Napoleone ebbe parole di enorme apprezzamento per il coraggio dimostrato dal nobile nemico.</strong> Quindi e infine mi sento uno sconfitto, seppure elevato dai complimenti e dai riconoscimenti di un imperatore, ma pure uno sconfitto. Del resto, il più delle volte, quando si omaggia con una dedica un qualcuno, soprattutto all’inizio di un libro o di una poesia, non se ne sancisce, quel tanto, la morte? Non sta nell’omaggio, perciò nel ricordo, di già una sorta di morte, di perdita, di abbandono, di testimonianza nei confronti di un qualcuno che o non c’è più oppure che ha avuto importanza, nella vita dell’autore di quel libro o di quella poesia, ma ora ha perduto il suo valore, oppure ha esaurito un valore, per l’autore stesso che, dall’omaggiato, ha ormai ricevuto ciò che voleva? Mi consolo sapendo che il principe Andrej Bolkonskij, dopo essere stato attratto dalla gloria da conquistarsi sul campo di battaglia, dopo allo scetticismo e al cinismo che lo colsero riflettendo sulla sua vita e su quella di tutti gli esseri umani, poi riesce, tramite la penna di Tolstoj, a rinascere, anche se con somma fatica, merito l’amore per una donna, fino a giungere a un grado sommo di elevazione spirituale in punto di morte, una volta colpito al ventre dalle schegge di un proiettile di cannone durante la battaglia di Borodino. <strong>Quindi, per estensione, essendo divenuto il protagonista di un romanzo ho elaborato e ancora sto elaborando il lutto di me stesso tramite quelle pagine, la mia catarsi, ma, nel contempo, anche la mia palingenesi, la mia rigenerazione, quella, ovviamente, metafisica, trascendentale, cioè quella che non ha più nulla a che fare con una condizione terrena. Infatti il libro di Giannubilo mi ha liberato da una schiavitù, quella data da me stesso.</strong> Come diceva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson: “L’elevazione è il creare nuove valutazioni”, così che oggi mi sono dato un prezzo, quando mai, finora, me l’ero tributato, o, meglio, me lo avevano assegnato. E quel prezzo ha a che fare con la luce, non con la tenebra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;e poi&#8230; perché non te la sei scritta tu la tua storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché non ho mai amato coloro che si sono autobiografati, autoincensati, magari, raccontando di sé, un oceano di balle. Inoltre, ed è inutile che lo dica, forse che un poeta o un narratore, ma anche un artista visivo o plastico, o un musicista, o un regista, ogni volta che realizza un’opera, la stessa non risulti una biografia di se stesso? <strong>Sono solito dire che anche quando un pittore dipinge un paesaggio non fa altro che autoritrarsi. Quindi è da oltre quarant’anni che sto scrivendo e dipingendo la mia biografia</strong>, Giannubilo l’ha sintetizzata in quattrocento e ottanta pagine, magnificamente scritte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo è pieno di atti brutali, intinti nel dramma più che nel romanticismo di retroguardia (merito dello scrittore, bravo, ci voleva poco per scadere nella macchietta, nel fumetto a tinte forti). C’è l’arte e c’è la morte: ti domando se questi due concetti sono fraterni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono indissolubili come per fare un figlio, cioè per creare vita, necessitano, per noi umani, e non solo, un maschio e una femmina. <strong>Sia la morte sia l’arte, per me, hanno sempre in sé un altissimo senso tragico, la mia formazione di tipo classico nonché i miei studi inerenti l’ebraismo, la storia delle religioni e delle filosofie mistiche mi hanno tatuato, sul corpo, detta coscienza, detta percezione, detto valore,</strong> perché di un vero e proprio valore si tratta il continuo rapporto col tragico, soprattutto se il tuo veicolo di espressione è l’arte… o, se non altro, e lo ripeto, così è per me. La tragedia greca, nell’antichità, ma ciò vale anche per l’oggi, aveva, sempre, uno stretto legame con l’epica e, soprattutto, col mito, e aveva una funzione educativa e pedagogica. Affrontava e dibatteva i<strong> </strong><strong>grandi temi morali, politici e religiosi,</strong> spingendo alla riflessione sui problemi inerenti l’esistenza umana, specialmente quelli che scaturivano a seguito dall’<strong>esperienza del e con il dolore</strong>, perciò come poter disgiungere l’arte dalla morte, quando l’arte stessa, inoltre, è primo esorcismo della morte stessa, o, almeno, tenta di esserlo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66338 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410-202x300.jpg" alt="" width="161" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410.jpg 228w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />&#8230;nel libro c’è l’amore violento, l’amore tenero, l’amore assoluto. L’amore per le donne, per la donna, per Dio. Ci sono tante tinte dell’amore che sono forse, ogni volta, la resurrezione di un sopravvissuto. Spiegami. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La resurrezione è un ritorno alla vita dopo la morte, ma, anche, quale analogia, il risveglio dopo il sonno. Credo che una volta che inizi a osservare te stesso che pensi, come tu fossi esterno al tuo essere, si inneschi un livello superiore di consapevolezza che non rientra, più, nelle dimensioni di ordine mentale, bensì in quelle più tipiche del sentimento, della passione, dell’affetto, del legame. In quell’attimo capisci che esiste uno spazio sterminato di comprensione che supera ogni dimensione intelligente presente su questo pianeta e hai la prova che ciò che in realtà conta si trova al di là della ragione, della logica, del senno. Risulta quell’istante l’inizio del rinnovamento. Si trova lì il tempio del divino, del sacro. In quell’estensione del tuo essere… e tu, quale estensione dell’intangibile… dimora l’eterna origine. <strong>Ognuno di noi vive, se vuole, un perenne mattino, basta, solo, abbandonarsi ai raggi di quel sole e ai flussi di quel mare. </strong>Pablo Neruda scrisse. “La nascita non è mai sicura come la morte. In ciò risiede la ragione per cui nascere non basta. Infatti è per rinascere che siamo nati”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è stato, al di là del romanzo, l’evento centrale della tua vita? Quello che ti ha perduto e quello che ti ha redento. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nascita di mia figlia. Mi ha perduto perché buona parte di me, confido la migliore, si è trasferita in lei. Mi ha redento perché ogni nascita risulta una scelta, quindi una salvezza, se si decide per il buono e il bello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gran parte del romanzo è focalizzata sulla tua attività nei ‘servizi’. A un certo punto, balugina anche il cadavere di Arkan. Si è come condotti nel macello di una allucinazione. È tutto vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è vero, come ciò che a Giannubilo non ho detto e che mai saprete. <strong>Io sono stato tangente ai Servizi, ho operato per loro, ma mai ho deciso quale l’operazione, quale la missione, e il perché. Io ho eseguito quale “risolutore” ciò che mi veniva ordinato di fare. Arkan? Innegabilmente meritava quello che gli è capitato. Io posso solo dire che mi trovavo a Belgrado quando Arkan venne ucciso.</strong> Altro non so e, se anche lo sapessi, di certo non lo direi. Ciò non toglie che possa avere una mia idea del come siano andate le cose, ma sono solo supposizioni quel tanto suggerite da una certa esperienza in materia. Lo stesso lo potrei dire della bomba di Bologna del 1980 e delle tante bombe esplose nei cosiddetti “anni di piombo” o a seguito della “strategia della tensione” dovuta al fomentare gli opposti estremismi, così come di altri fatti successi qui e là non solo in Italia ma anche nel mondo. Ad esempio mai ho creduto che Bin Laden abbia fatto la fine che gli americani ci hanno raccontato, e tanto altro ancora. Rifletto, via via metto assieme le tessere del puzzle, e l’immagine, o ciò che si avvicina molto alla stessa, prima o poi viene fuori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che valore ha per te la parola obbedienza, che è una costante nel romanzo? A cui fa il paio, però, la parola ribellione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono stato e sono un ribelle che, qualora abbia dato o dia la sua parola d’onore, ha mantenuto e mantiene ciò che ha promesso. <strong>Questo mi ha portato al punto di agire per un Sistema che fino a quel giorno avevo combattuto e che ancora combatto. Ciò che viene considerato come contraddittorio, anche nel libro, io lo definisco quale patto. Ho accettato un patto, e, per venticinque anni, mi sono attenuto a quella firma tra le parti, cioè tra me e lo Stato italiano, tramite il notariato delle Forze Armate.</strong> Molto semplice. Quando io do la mia parola, la mantengo, anche se ciò dovesse portarmi alla morte. Sono un ribelle, ma di parola. Un ribelle che ha un codice comportamentale ben definito, al quale si attiene, e a cui si è sempre attenuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66339 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298-207x300.jpg" alt="" width="166" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298.jpg 281w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />Un uomo d’azione. Eppure, perpetuo contemplativo. A volte sembri avere i vezzi di un Alfieri, di un Byron, di un uomo da cui trasuda l’ego; dall’altra, annienti l’ego nel pregare, sei il miniatore di un’opera poetica che sembra la rivelazione di un monaco stilita. Come tieni insieme le contraddizioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro Dio è Uno, Trino nonché Molteplice, nelle sue forme, e noi siamo a Sua somiglianza. Idem è un Motore Immobile. Quindi una tempesta senza vento né pioggia. Su questo si basa la nostra tradizione, ed io sono in linea con la stessa. <strong>Dio è anche il Tutto, ma, contemporaneamente, anche il Vuoto. Più di così non posso dirti. Logico che io non sono Dio, e ci mancherebbe, ma che mi senta Sua derivazione e che mi ponga, quale figlio, come Sua somiglianza, questo sì, questo ci sta.</strong> Del resto noi abbiamo come testi sacri il Vecchio e il Nuovo Testamento… al che potrei domandarti: Cristo era in linea o era in contraddizione, Lui, quale Nuovo, col Vecchio Testamento, oppure era una conseguenza dello stesso, una continuazione? Esiste rottura, spaccatura, lesione, diversità fra il Cristo e il Dio del Vecchio Testamento, oppure sono un Unico? La risposta che mi viene più facile alla mente risulta un ossimoro: sono la stessa essenza nelle sue differenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti hanno avvicinato a Limonov. Non mi pare ti faccia piacere: perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non ho nulla contro Limonov, anzi, mi è piaciuto leggere la sua storia scritta, in maniera potente, dal grande Emmanuel Carrère, narratore e sceneggiatore che ho sempre amato. <strong>Credo che fossimo, Limonov ed io, seppure su barricate opposte, in Bosnia nello stesso periodo. Non condivido, con lui, certi atteggiamenti e certi credi, tutto qui. A suo tempo, quando mi informai su quello che sosteneva a livello ideologico, riguardo molto mi trovai in linea con lui, poi ho seguito Aleksandr Dugin</strong>, nel momento in cui i due fondatori del Nazionalbolscevismo si sono divisi, cioè, come Dugin, ho visto in Putin un possibile leader per una nuova Europa, al contrario di Limonov; e ancora sostengo il pensiero religioso, che Limonov ha abbandonato. Questo è quanto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo mi pare sia assente la tua bibliografia, la tua vita da poeta e da scrittore, forse perché nota (anche se non a sufficienza, giudizio mio). Sei uno che s’è dato da fare nel creare cenacoli, nell’inaugurare dialoghi, pur necessitando, come tutti, di una salutare dose di solitudine. Questa specie di cameratismo, di ‘milizia’, mi pare assente nel mondo dell’arte, oggi, saturo di malizie. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti tale “militanza d’insieme” è ormai quasi del tutto assente. Domina, inoltre, il tradimento, qualora si parta uniti formando un gruppo. <strong>Ci si vende con facilità, rinnegando, anche, i tuoi primi compagni di strada, qualora se ne abbia la convenienza. Un tempo è finito. Se al fianco ti restano quei quattro o cinque sodali puoi considerarti un uomo e un artista fortunato. Ciò non toglie che, ancora, seppure le energie stiano quel tanto sfumando, io non ci sia, io non sia pronto a imbarcarmi, con altri, per nuove imprese intellettuali o creative.</strong> Il gene del <em>fighter</em> è nel mio DNA, come quello del “corsaro”, nell’accezione conradiana del termine. Con Pier Paolo Giannubilo tali aspetti sono scattati e hanno dato vita a “Il risolutore”. Invece, per quel che concerne la mia componente letteraria… beh, se dovessi morire, qualora lo riteniate giusto, e qualora abbiate un po’ di tempo da dedicarmi, affido a voi il ricordarmi, anche solo per un minuto, ogni tanto, quindi per fare un brindisi in mia memoria.</p>
<p>*<em>In copertina: Gian Ruggero Manzoni in una fotografia di Daniele Ferroni</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gian-ruggero-manzoni-intervista-giannubilo/">“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 11:43:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti. L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri. * L’editoriale pubblicato dal New York Times ha titolo roboante (Confronting Philosophy’s Anti-Semitism) e sottotitolo esplicito: “Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kant-voltaire-hume-heidegger-antisemiti-new-york-times/">Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti.</strong> L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">L’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>ha titolo roboante <a href="https://www.nytimes.com/2019/03/18/opinion/philosophy-anti-semitism.html" target="_blank" rel="noopener">(<em>Confronting Philosophy’s Anti-Semitism</em>)</a> e sottotitolo esplicito: <strong>“Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”.</strong> Insomma, non basta tirare freccette e frecciate ad Heidegger, nel vortice antisemita ci sono il paladino della tolleranza, il Lancillotto del dubbio e della libertà dalla schiavitù dogmatica cristiana, il genio della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Comunemente, riteniamo che l’antisemitismo e atteggiamenti ad esso correlati siano il frutto dell’ignoranza, della paura, di opinioni fanatiche o di qualche altra forza irrazionale. <strong>Ormai è noto che alcuni dei pensatori che hanno fondato la società moderna abbiano altresì difeso posizioni antisemite. Ad esempio, molti dei grandi filosofi illuministi – inclusi Hume, Voltaire e Kant – hanno sviluppato elaborate teorie per giustificare l’antisemitismo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’autrice, Laurie Shrage, insegna alla Florida International University, nell’editoriale usa come fonti due libri un po’ datati non pubblicati in Italia. <em>German Indealism and the Jew</em>, di Michael Mack (pubblicato dalla University of Chicago Press nel 2003) e soprattutto <em>The Philosophical Bases of Modern Racism</em>, edito nel 1993, scritto da Richard H. Popkin, altrimenti noto in Italia (la sua <em>Filosofia per tutti </em>è in catalogo il Saggiatore, la sua <em>Storia dello scetticismo </em>è edita da Bruno Mondadori). Hume, afferma il florilegio di studiosi, vede il cristianesimo come un parto dal paganesimo classico, negando la filiazione ebraica; <strong>Voltaire predilige il ritorno al mondo antico evitando come la peste “l’orribile immoralità della Bibbia”; d’altronde, “anche Kant pensava che gli ebrei avessero tratti immutabili e propri che li rendevano inferiori ai cristiani”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce dell’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>– dal titolo brillante – dunque, non dobbiamo più studiare Kant, Voltaire e Hume a meno che non abbiano la didascalia vergata in fronte – una specie di barbara stella di Davide – ‘antisemiti’? D’altra parte, ricordiamoci, va bandito anche Martin Heidegger. <strong>Insomma, è vietato pensare, è vietato confrontarsi ma è d’obbligo conformarsi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno degli ‘illuministi’ – a loro modo illuminati – ha scritto un pamphlet antiebraico – giudicare con gli occhi di oggi gli sguardi di ieri fa l’effetto di una granata di cubi di ghiaccio sulla schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che qualche anno fa, nel 2012, “Gherush92. Comitato per i Diritti Umani” aveva proposto di sradicare dal programma di studi la Divina Commedia, colpevole di incitare all’antisemitismo. Cito le fasi finali dell’articolo, <a href="https://www.corriere.it/cultura/12_marzo_12/divina-commedia-eliminare-gherush92_674465d8-6c4e-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml" target="_blank" rel="noopener">che ebbe vasta risonanza sulla stampa patria,</a> dal titolo già di per sé esauriente <a href="http://www.gherush92.com/news_it.asp?tipo=A&amp;id=2985" target="_blank" rel="noopener">(<em>Via la Divina Commedia dalle scuole</em>)</a>: “Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. <strong>Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale.</strong> Chiediamo, pertanto, al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti”. Dante, poveretto, vissuto 1700 anni fa, avrebbe “ispirato” la costruzione dei campi di sterminio. A questo punto, Nietzsche, Wagner, Hölderlin, Stefan George sono già cotti al rogo dell’idiozia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi estremismi – colpire il fondamentalismo con fondamenta più feroci – nacque l’idea di Harold Bloom, nel 1994, del “Canone Occidentale”, cioè <strong>la tutela dei grandi, la salvaguardia delle opere somme dalla catastrofe della ‘correttezza’,</strong> dai tagliagole dei luoghi comuni, dagli inquisitori delle ovvietà. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: David Hume ritratto da Allan Ramsey, 1766</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kant-voltaire-hume-heidegger-antisemiti-new-york-times/">Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Dimenarsi per abbindolare il pubblico suonando sempre le stesse cose è deleterio: la musica è studio, compostezza, dedizione”. Francesco Consiglio dialoga con Paolo Restani, il virtuoso del pianoforte</title>
		<link>https://www.pangea.news/dimenarsi-per-abbindolare-il-pubblico-suonando-sempre-le-stesse-cose-e-deleterio-la-musica-e-studio-compostezza-dedizione-francesco-consiglio-dialoga-con-paolo-restani-il-virtuo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 11:40:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La serietà non gode di buona stampa, essendo spesso confusa con la seriosità. Sono due diversi atteggiamenti: una persona seria affronta i propri impegni con dedizione e, nel rapporto con gli altri, sa attenersi a regole di educazione e onestà, mentre un tipo serioso è sopraffatto dal troppo rigore, non sa ridere di sé e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dimenarsi-per-abbindolare-il-pubblico-suonando-sempre-le-stesse-cose-e-deleterio-la-musica-e-studio-compostezza-dedizione-francesco-consiglio-dialoga-con-paolo-restani-il-virtuo/">“Dimenarsi per abbindolare il pubblico suonando sempre le stesse cose è deleterio: la musica è studio, compostezza, dedizione”. Francesco Consiglio dialoga con Paolo Restani, il virtuoso del pianoforte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La serietà non gode di buona stampa, essendo spesso confusa con la seriosità. Sono due diversi atteggiamenti: una persona seria affronta i propri impegni con dedizione e, nel rapporto con gli altri, sa attenersi a regole di educazione e onestà, mentre un tipo serioso è sopraffatto dal troppo rigore, non sa ridere di sé e non sa stare agli scherzi. Il serioso si sforza d’essere serio, ma grossolanamente, senza riuscirci, e risulta perciò antipatico. Per questo, i seri di successo sono ammirati, mentre i seriosi solamente invidiati. <strong>Paolo Restani è, per me, il prototipo del musicista serio. Alcune sue risposte vi sembreranno date con l’accetta, ma non è per eccesso di serietà o desiderio di sbandierare una conoscenza superiore a quella del vostro umile scrivano. Semplicemente: egli sa. Che splendida asciuttezza in quel verbo!</strong> Due lettere che invitano il lettore ad apprezzare la visione estetica e artistica di uno dei maggiori interpreti mondiali dell’opera di Franz Liszt.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In trentacinque anni di carriera, <a href="https://www.paolorestani.com/" target="_blank" rel="noopener">Paolo Restani</a> ha dato concerti in molti dei più importanti centri musicali del mondo: Carnegie Hall di New York, Grosser Musikvereinsaal di Vienna, Konzerthaus di Berlino, Prinzregententheater di Monaco di Baviera, Rheingoldhalle di Mainz, New Congress-Hall di Innsbruck, International Performing Arts Centre di Mosca, Sala Grande della Filarmonica di San Pietroburgo, Teatro Colon e Teatro Coliseo di Buenos Aires, e tanti altri </strong><strong>che non cito per ragioni di spazio. </strong>Nel Giugno 2004 il debutto con l’Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Muti (<em>Concerto nr. 2</em> di Liszt) ha suscitato unanimi ed entusiastici consensi. Ancora con la direzione di Muti, nel 2008, è stato solista nella produzione sinfonica di <em>Lélio ou Le Retour à la vie</em> op. 14b di Berlioz. Con Chiara Muti dal 2006 al 2008 ha realizzato tre opere originali di teatro-musica su Rachmaninov e Gogol’, sulla vita di Mozart e sul rapporto tra Wagner e il re Ludwig II di Baviera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65936 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/disco1-300x300.jpg" alt="" width="224" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco1-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco1-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco1.jpg 640w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Franz Liszt era un virtuoso sovrumano che durante i suoi recital per pianoforte non disdegnava l’uso di accattivanti artifici attoriali: fingeva svenimenti, si faceva portare dietro le quinte per poi ricomparire barcollando, assumeva pose da istrionico <em>entertainer</em> allo scopo di suscitare plateali emozioni in un pubblico di ammiratrici che lo veneravano come una moderna rockstar. Tutto questo, se riproposto oggi, appare cialtronesco ai puristi della classica, quelli che odiano le minigonne e i tacchi a spillo di Yuja Wang e hanno definito Lang Lang “la Jennifer Lopez del piano”, accusandolo di essere banale, teatrale e scandaloso. Certo, si obietterà: costoro non sono Liszt! Eppure, al di là di ogni giudizio estetico-musicale, è indubbio che all’apparire di un musicista capace di costruire una narrazione attorno a sé, le grandi masse si avvicinano alla musica colta e tornano a riempire gli auditorium. C’è qualcosa di male in questo? Sembra quasi che il mondo della critica musicale, per molti versi raffinato cultore del passato, abbia in orrore i discendenti di quel pubblico che amava il Paganini degli eccessi, osannava Liszt o asciugava con i fazzoletti il sangue lasciato sulla tastiera dalle dita straordinariamente veloci e violente di Alberto Savinio, fratello del pittore De Chirico e pianista nella Parigi d&#8217;inizio ’900. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il termine ‘Virtuoso’ e il termine ‘tecnica’ sono abbastanza ‘ridotti ai minimi termini’ oggi, e lo dico proprio perché leggevo, tempo fa, alcuni estratti da una corrispondenza tra Robert Craft e Igor Stravinskij nei quali Craft chiedeva a Stravinskij proprio ‘cosa sia’ la tecnica. Ebbene, prima di dire la mia, vorrei citare la risposta di Stravinskij: “la tecnica è l’uomo <em>in toto</em>. Impariamo a usarla ma non possiamo acquisirla dall’inizio; o forse dovrei dire che si nasce con la capacità di acquisirla”. A questo proposito c’è una citazione di Stendhal che vale la pena di riportare da <em>Le passeggiate romane</em>, Stendhal scriveva che “lo stile è il modo che ciascuno ha di dire la stessa cosa”. <strong>Il problema di oggi è che viviamo in un’epoca dominata dal concetto <em>video ergo sum</em>. La maggior parte dei concertisti e direttori d’orchestra tendono a volersi creare un’immagine fatta, per così dire ‘su misura’, per colpire, incantare, abbindolare o comunque per focalizzare l’attenzione del pubblico prescindendo da qualsiasi altra considerazione artistica.</strong> Secondo me è un orientamento sbagliato, dannoso e, se vogliamo, anche ‘noioso’. Arturo Benedetti Michelangeli è stato un musicista che, in qualche modo ‘usava’ una sorta di ‘gioco dell’immagine’ nei suoi concerti. <strong>La sua immobilità leggendaria, la sua espressione da sfinge… si può dire che non abbia usato neppure una goccia di sudore per passare alla storia. Eppure lui soffriva molto il contatto con il pubblico per il timore – risaputo – di non essere mai perfetto quanto desiderava essere.</strong> Questo atteggiamento assolutamente privo di orpelli e scevro da qualsiasi esibizionismo gratuito era, altresì, un monumento vero e proprio al concetto (esercitato qui in maniera opposta) di <em>video ergo sum</em>. Assolutamente non esibizionisti in questo senso sono stati nomi titanici del pianoforte quali Claudio Arrau e Sviatoslav Richter, ma andando indietro nel tempo, grandi del passato come Hoffman, Paderewski e Sofronitzky non disdegnarono certo espedienti d’immagine per attirare e galvanizzare il loro pubblico. Secondo me, però, il riferimento a Liszt è fuori luogo: Liszt, in primo luogo fu uno ‘scopritore’ di possibilità espressive e tecniche del pianoforte nuove per il suo tempo e probabilmente addirittura impensabili all’epoca; fu un grandissimo compositore e non solo nel campo pianistico (i suoi 13 Poemi Sinfonici sono alla base dell’evoluzione della musica orchestrale nel Romanticismo). Fu ‘il divo’ Liszt sino all’età di 32 anni, poi divenne ‘solamente’ un grandissimo compositore, uno dei colossi della storia della musica, un uomo di cultura impegnato su molti fronti, frequentatore di quei salotti importanti non (solo) borghesi e aristocratici dove nascevano e si sviluppavano le tendenze dell’evoluzione culturale all&#8217;epoca. <strong>Il suo processo creativo si intensificò sempre di più al punto da portarlo a concentrarsi solo ed unicamente su questo e arrivò a rifugiarsi nel Monastero di Monte Mario a Roma (con a disposizione solo un pianoforte verticale al quale pare mancassero anche dei tasti) in una vita frugale quanto riservata nella quale spesso chi lo andava a trovare era proprio il Papa che ascoltava i suoi capolavori estremi come, per esempio le due Leggende</strong> (<em>S. Francesco predica agli uccelli</em> e <em>S. Francesco di Paola cammina sulle onde</em>). Paragonare tutto questo a quello che moltissimi interpreti fanno oggi per accreditare la loro immagine indipendentemente dalle qualità tecniche ed artistiche è sbagliato. Io, personalmente, ho sempre cercato di non concedere nulla a questo tipo d’istrionismo; nonostante la classica ritualità del concerto fatta di abbigliamento consono, inchini e via dicendo. Ciò che si dovrebbe fare, in realtà, è un lavoro di ricerca ed approfondimento proprio sui contenuti della musica che si suona in pubblico e si incide in disco; un lavoro di valorizzazione di tutto quel repertorio che sino ad oggi o è stato ingiustamente trascurato oppure è stato ‘accantonato’ volutamente sulla base di considerazioni sbagliate o pretestuose. Sto pensando, per esempio, al cosiddetto periodo “Biedermaier” della storia della musica e al Novecento Storico italiano che tutte queste ‘superstar dell’apparenza’ si guardano bene dall’affrontare. <strong>Credo che il vero divertimento del pubblico potrebbe essere ascoltare la grande massa di splendida musica ingiustamente dimenticata piuttosto che vedere un qualsiasi personaggio che si dimena (inutilmente) suonando per la centesima volta il <em>Primo Concerto</em> di Tchiaikovskij o altri capolavori simili strasuonati e straincisi ovunque e da chiunque.</strong> Czerny, Clementi, Field; questi sono solo tre nomi tra tantissimi di un Ottocento sepolto ingiustamente nel dimenticatoio; meglio ascoltare cose ‘nuove’ o ‘ritrovate’ piuttosto che riascoltare sempre le stesse ma suonate da pagliacci. Aggiungo ancora una cosa: Horowitz era sicuramente uno ‘showman’ – come anche Rubinstein – giocava molto sulla gestualità delle mani ma non dimentichiamoci che il lavoro che Horowitz fece sulla riscoperta di autori come Domenico Scarlatti e Muzio Clementi oggi nessun pianista sarebbe in grado di farlo. Il problema, in sintesi è proprio questo. Tutti fanno le stesse cose (spesso nello stesso modo) ma solo vestendosi in modo diverso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65937 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/disco-2-300x300.jpg" alt="" width="225" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco-2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Di un pianista capace di usare con assoluta padronanza il suo strumento, si dice che sia un virtuoso. Lo erano certamente Chopin e Liszt, Rachmaninov, Rubinstein, Horowitz. Credo però che questo termine andrebbe usato con più parsimonia, poiché spesso si corre il rischio di definire virtuoso un musicista che pecca di eccessivo tecnicismo. In fondo, un brano musicale dovrebbe essere ciò che per Benedetto Croce era la poesia: trasposizione di un sentimento. È giusto dire che con la sola tecnica non si può fare della buona musica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Citerei ancora Stravinskij a questo proposito ma la domanda di base è semplice: chi è un virtuoso? Una persona piena di virtù? Cosa è il virtuosismo? Il problema è definire il virtuosismo in relazione a chi o a cosa. Io so che Zacharias è un grandissimo virtuoso in Mozart, e Arrau lo è nell&#8217;integrale dei <em>Notturni</em> di Chopin o Volodos in Tchaikovskij. <strong>Ma secondo me il ‘virtuoso’ è chi riesce ad applicare un tipo di tecnica perfettamente adeguata a quello che lo spartito richiede, ovvero: il virtuosismo strumentale è la perfetta aderenza tecnica alle esigenze di ciò che si suona; non più e non meno.</strong> Non è quindi possibile parlare di tecnicismo ‘eccessivo’, la tecnica è una base imprescindibile che apre le porte all’interpretazione di qualsiasi pagina. Pensiamo a Glenn Gould che fu grandissimo in Bach e altri autori sino alla Seconda Scuola di Vienna passando per alcune opere del Classismo e del Tardo Romanticismo tedesco, il tutto ad esclusione di tantissime opere del Romanticismo, della musica russa etc. Questo perché lui era sicuramente consapevole che il suo modo di suonare non era adatto a ‘quei’ particolari autori o a ‘quelle’ particolari opere che, di fatto, sono rimaste quindi per sempre fuori dalla sua sfera di interessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1984, a sedici anni, lei ha debuttato con successo all&#8217;Accademia Nazionale di Santa Cecilia. <em>Paese Sera</em> scrisse: “Paolo Restani è addirittura scioccante”. Il <em>Corriere della Sera</em>: “È nata una stella”. <em>Il Messaggero</em>: “È destinato a inserirsi fin d’ora nella grande tradizione pianistica del nostro paese”. Mi chiedo cosa passa per la testa di un adolescente che riceve elogi così grandiosi, e se questo non costituisca un peso psicologico per una carriera ancora informe. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono in carriera da quasi 38 anni. <strong>Quello che è importante sono le idee che un musicista, un artista, un creativo si porta dentro, non le impressioni, i ricordi dei debutti, dei successi e di quant’altro. Tutto questo passa, ma l’importante è quello a cui vogliamo arrivare, quello che ci cresce dentro come esigenza di evoluzione interiore, le idee che mi portano a volere andare da qualche parte.</strong> A me piace essere un curioso della musica e quindi guardare anche alla comprensione dei contesti storici delle musiche che studio. Un punto di vista forse un po’ complicato per rapportarsi con alcune direzioni artistiche (e questa per me è una spina nel fianco) ma ciascuno deve seguire il proprio percorso con coerenza e io mi sforzo di farlo costantemente. Tornando a 38 anni fa e agli elogi che al tempo ricevetti, posso ricordare che nella testa di quell’adolescente che ero, successe molto, poiché a 16 anni andai di fronte a un pubblico come quello dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e di lì a sei mesi debuttai in tutti i grandi teatri italiani, e sapevo così di mantenere una promessa, un impegno che avevo con la mia famiglia e in generale con tutti coloro che mi avevano consentito di arrivare a quel traguardo e anche se avevo la perfetta consapevolezza di stare entrando in una sorta di ‘terra incognita’ qual è il mondo del concertismo, pieno di alti e bassi come nessun altro, sapevo che almeno a quel punto ero arrivato e che la paura che provavo in quel momento avrebbe ceduto il posto ad altro, e così è stato. Oggi, all&#8217;età di 51 anni, per così dire, ‘me la godo di più’ o per meglio dire mi godo la parte migliore di tutto questo, il piacere di ‘fare la musica’ amandola veramente e niente altro. Certo, le rinunce ci sono e quell’avvio di carriera così repentino ed altolocato influì non solo sul mio percorso di crescita artistica ma anche sul mio percorso di vita. Posso dire che rispetto ad allora, che mi sentivo ‘al’ centro e ‘il’ centro di un percorso basato sulla musica e sul repertorio sempre più impegnativo e difficile che affrontavo, oggi io mi sento semplicemente e con naturalità un ‘tramite’ tra la musica e il pubblico. Non so se questa possa essere definita una crescita personale ma certamente è il personale punto di arrivo di un percorso quasi quarantennale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65938 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/disco3-298x300.jpg" alt="" width="230" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco3-298x300.jpg 298w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/disco3.jpg 500w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" />Immagino che lei abbia precise idee politiche o filosofiche, una visione del mondo, un pensiero che invade tutti i territori umani. Ma non voglio sapere niente di tutto ciò. Ho un’immagine poetica del pianista come una sorta di eremita spirituale che attraversa la contemporaneità senza esserne toccato. So che non è così, ma una parte di me ha paura di sapere che si possano raggiungere le più alte vette dell’epos musicale senza condurre una vita fatta di intransigente purezza e umile grandezza. Le chiedo invece se, qualche volta, mentre si esibiva, nel silenzio della sala da concerto, con il solo riverbero delle note che si spandevano nell’aria, le è capitato di sentirsi non più uomo del suo tempo ma contemporaneo della musica che stava suonando.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una domanda terribile. Terribile nella sua spiritualità.<strong> Il silenzio della sala da concerto ha – oggi come cento o duecento anni fa – un suo significato profondo. Ne ha più di venti minuti di <em>standing ovation</em> al termine di una esibizione. Un silenzio assoluto, per esempio durante un <em>Intermezzo</em> di Brahms, può darti la misura di quanto il pubblico stia ‘respirando’ con te e quindi quanto la tua interpretazione sia entrata nei cuori e nelle menti di ciascuna persona seduta in sala.</strong> Questo è il più grande risultato che un musicista possa ottenere. Certo che ho le mie idee politiche, filosofiche, morali e quant’altro ma credo che la cosa essenziale sia guardarsi intorno senza pregiudizi, preconcetti e chiusure ideologiche che falsino la verità di ciò che sta e succede attorno a noi. Un ‘giro d’orizzonte’ in questo periodo storico, ad esempio, non può che farci constatare come le cose non vadano certo bene, a livello generale, ma non è questo il punto. La contemporaneità di un uomo di cultura è un’altra cosa: non è l’eremitismo culturale o l’adesione incondizionata ad una ideologia, ma è il contatto, il confronto con tutte quelle realtà e situazioni passate e presenti che ci possano aiutare a riflettere quotidianamente e quindi trovare la strada per un&#8217;espressione artistica autentica, coerente e indipendente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho soprattutto progetti sul repertorio che sono più importanti da citare degli impegni e dei concerti.  <strong>Sto lavorando intensamente da alcuni mesi per creare una serie di progetti, percorsi e produzioni innanzi tutto discografiche che mi aiutino a dare vita ad un vero e proprio lavoro di testimonianza riguardante opere ed autori che, a mio giudizio, devono godere di una diversa e più profonda considerazione nel contesto della vita musicale odierna.</strong> E parlo soprattutto del grande repertorio del Novecento Italiano con un’attenzione particolare ad opere che sento a me particolarmente congeniali di Giancarlo Menotti, Franco Margola e Ferruccio Busoni. Accanto a questo, ho intenzione di approfondire ulteriormente il lavoro che ho già fatto su una parte del grande repertorio, quindi Liszt, Chopin, Rachmaninoff e soprattutto le 32 Sonate di Beethoven in vista del duecentocinquantenario della nascita. Tutto questo in CD a partire dai prossimi mesi e parallelamente o conseguentemente in concerto in Italia e all’estero, ma sempre secondo una logica di progettualità coerente e mirata a definire itinerari musicali e – per tornare alla bellissima domanda iniziale di questa intervista – non certamente di spettacolo circense fine a sé stesso.<em>   </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Paolo Restani fotografato da Federigo Salvadori </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dimenarsi-per-abbindolare-il-pubblico-suonando-sempre-le-stesse-cose-e-deleterio-la-musica-e-studio-compostezza-dedizione-francesco-consiglio-dialoga-con-paolo-restani-il-virtuo/">“Dimenarsi per abbindolare il pubblico suonando sempre le stesse cose è deleterio: la musica è studio, compostezza, dedizione”. Francesco Consiglio dialoga con Paolo Restani, il virtuoso del pianoforte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Bisogna tradire tutto per capire cosa si ama… tu sei la maniglia che mi porta nella stanza del mostro”: il feuilleton della crudeltà di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
		<link>https://www.pangea.news/bisogna-tradire-tutto-per-capire-cosa-si-ama-tu-sei-la-maniglia-che-mi-porta-nella-stanza-del-mostro-il-feuilleton-della-crudelta-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 07:46:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bisogna-tradire-tutto-per-capire-cosa-si-ama-tu-sei-la-maniglia-che-mi-porta-nella-stanza-del-mostro-il-feuilleton-della-crudelta-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/">“Bisogna tradire tutto per capire cosa si ama… tu sei la maniglia che mi porta nella stanza del mostro”: il feuilleton della crudeltà di Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>,<a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui,</a> <a href="http://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/" target="_blank" rel="noopener">qui</a> e <a href="http://www.pangea.news/lo-sai-che-gli-dei-generano-soltanto-unendosi-tra-fratelli-lettere-damore-e-di-crudelta-il-feuilleton-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. </em></p>
<p>***</p>
<p><em>Vardenis, 28 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">…e chi ha il destino di essere amato, chi può armare un giuramento di bronzo su questo destino, chi, chi? Si è amati, sempre, con la forza dell’assoluzione e della dissoluzione, come se le mani fossero un catino pieno di acido, in cui, sfacciatamente, scarnificare se stessi, diventare liquame, ferro fuso, che l’altro, poi, travaserà in un calco… cosa farai di me?, una maschera, una corona, una spada? <strong>Dell’altro non si ama l’individualità – una cosa così parziale rispetto alla pazienza degli alberi, così grottesca rispetto alla costanza dell’airone nel filare, ogni giorno, l’alba – ma il punto di rovina, la ragione con cui ci offende e ci mutila, la maniglia che ci porta nella stanza del mostro. </strong>Dell’altro amiamo ciò che di noi non vogliamo vedere – la miseria che non possiamo ammettere. Dell’altro amiamo l’eredità – la preclusione alla morte – il preludio al Regno…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ruba gli occhiali di Max Brod, Vera, forse capiremo il senso delle profezie di Kafka – un uomo ispirato deve farsi rappresentare nel mondo da un uomo meschino, l’innocenza è il carico geloso della malizia…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…non capisci, allora, ancora, la necessità di essere fratelli? <strong>“Chi domanda, chiede sempre tutto, finché quel tutto non è qualcosa da mettere in tavola, comune come una forchetta, atteso come il pasto”, ti ho detto,</strong> in quell’unica notte che fu dono, anzi, nodo, il punto di sutura del secolo, l’unione degli apolidi, dei senza nulla, dei tramandati tra miagolii e pallottole…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…chiamati a rigenerare il rifiuto, entrambi abbiamo la fortuna di chi non è amato. Per le donne sono l’alieno ricordo di marmo, indimenticabile perché assente, assolto nella vigna dei verbi…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…cosa si ama di sé: le geodetica della propria generazione o lo stato d’orfano, la necessità che qualcuno fondi per noi una famiglia, una casa ad angolo sul gomito degli angeli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…per amare bisogna perdere… bisogna essere perduti finché il rintocco del giorno non avrà neppure il valore di un balbettio… il re Davide sigilla la promessa di Dio pronunciata da Nathan – “ti darò riposo dai nemici – ti farò una casa – ti renderò stabile nel sempre” – con l’adulterio, con il tradimento, ma Dio non lo mutila, lo delinea nel perdono… <strong>bisogna tradire ogni cosa, bisogna tradire se stessi per capire cosa si ama… sposati Vera, sorella, sposati e io pretenderò la tua vita non appena tu l’avrai promessa a un altro, e capirai che un anello può essere una grotta, un precipizio, </strong>e mi vorrai, ancora, scarnificando le cronologie, dando una scansione inedita, impellente ai calendari – gli umani spesso hanno occhi da toro, ed è meno complice un complotto di cani della loro codardia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…non sai quante generazioni ho snocciolato, come un rosario, quanti padri mi sono attribuito, quante gesta, una gestazione della paura, un mattatoio di parenti…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fratellanza è necessaria per abolire la parentela dal resto degli uomini – ti soffoco?</strong> L’amore è una cella o un volo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vardenis, 29 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Armenia è un nome che mi sta tra le dita – Vardenis ha splendore di ciglia – le montagne brillano, bianche, come un’offerta. Forse è qui che voglio vivere – con i monaci che abitano sulle sponde del lago Sevan abbiamo comparato la mia carta delle stelle, svedese, dipinta nel XVIII secolo, con quelle in loro possesso, disegnate tre secoli prima: diverse costellazioni non corrispondono, ad alcune i padri danno il nome degli eroi biblici, Sansone, Abramo, Giuseppe, Maria… tra le stelle tutto ha la crudeltà del candore… Un monaco mi racconta che secondo una leggenda armena l’Arcangelo Raffaele ha ucciso il drago che dominava il Sevan, poi lo ha sbriciolato, lanciando le sue carni, lucide, lucenti, pulsanti, nel corpo del cosmo, “così gli uomini ricorderanno che il male è scintillante, ma si può trafiggere”, conclude il monaco, leggendo qualcosa che è conficcato nella sua memoria da ere, come edera che snatura la corteccia, rende niente la statura del bosco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amo la banale obbedienza delle stelle, di cui prevendo la migrazione, così diversa dalla volubilità dell’uomo</strong> – stiamo così poco in vita da sconfiggerci, ora per ora. Vorrei amarti come fossi una pietra – come una cosa che escludi, esclusiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti accerchio – tra poco arriverò da te, sorseggio Armenia, Israele non è promessa a me, è un patto conficcato di elusioni</strong> – a volte le case mi sembrano lettere, i prati un poema in terzine: non ho ammissione neppure per il mio nome – per ciò che puoi saperne anche il mio nome è un falso – Anna Achmatova mi ha risposto, ho pensato di leccare le ginocchia della divinità, in venerazione nella città di Pietro – nel biglietto spicca una poesia, ne ricordo alcuni versi, mi sembrano scritti per te, come se fossi un filo elettrico tra Vera e il resto dell’umanità:</p>
<p><em>Perché è gioia avere gli occhi del ghepardo</em><br />
<em>sulla dorsale e riconoscere che l’asse del collo</em><br />
<em>rimuove le stelle dando idioma al futuro</em></p>
<p><em>sai che salire è una disciplina – l’alba ha una</em><br />
<em>natura informe se non sei tu a numerarla </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I monasteri, sul lago, sembrano guanti di pietra abbandonati lì da millenni, quando il mondo era popolato dai titani e dagli angeli, e non era più giusto, era soltanto più bello. Un monaco che mi sembra un bambino, come se la veste sapesse immortalare l’infanzia infinita</strong>, mi porta a un portale – sotto la Croce, a sorreggerla, c’è un leopardo. Il monaco mi parla del leopardo che dai tempi dell’impero persiano scende al Sevan, come se fosse il suo abbeveratoio. Dicono che il lago conservi l’immagine del leopardo, e chi vi s’immerge vede leopardi sotto il filo gelido delle acque. Ogni anno il leopardo uccide un monaco, un novizio – nel leopardo i monaci vedono la Gloria di Dio, una promessa che si avvera nel morso. <strong>“Finché qualcuno non passeggerà sulla schiena del leopardo, come in una stanza, usando il suo cranio come leggio e gli occhi come testo sacro”, dice il monaco, ripetendo un poema inazzurrato dai secoli.</strong> Negli occhi del leopardo, dice, è inciso il Genesi – guardare negli occhi del leopardo vuol dire sparire dentro la lingua di Dio. Ricordo i tuoi occhi, netti come l’<em>aleph</em>, decimati come la <em>tav</em>, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vedi… Vera… è bastata la tua noia, una promessa di nozze, la tua magrezza d’ago e d’argento a piantarmi nell’epoca, i tuoi vaneggiamenti per ridurre le mie cicliche perversioni a un cilicio,</strong> per sfibrare i verbi in un favore ai morti, che come lupi della sera traggono ossessioni dal bacile del mio costato…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prometti – una promessa d’acqua e di delazione. Cuci per me una coperta – cuci sulla coperta una mappa stellare – assicura alle costellazioni i nostri nomi – così saremo astrali </strong>– dormiremo sotto la coperta che hai cucito per me – e non esisterà altro cielo oltre – faremo crollare le stelle sulla nostra lingua,</p>
<p><em>Nathan</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Caino, Abele e l’esplosione della supernova: dialogo con Raffaele Riba, autore di uno dei romanzi più stupefacenti della stagione (scritto in blu)</title>
		<link>https://www.pangea.news/caino-abele-e-lesplosione-della-supernova-dialogo-con-raffaele-riba-autore-di-uno-dei-romanzi-piu-stupefacenti-della-stagione-scritto-in-blu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 08:04:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La custodia dei cieli profondi (66thand2nd, 2018) è il terzo romanzo di Raffaele Riba, autore cuneense classe ’83, che nel 2014 ha esordito con Un giorno per disfare (66thand2nd), e nel 2015 ha pubblicato con Loescher Abbi pure paura. Ecco, dopo aver contestualizzato vorrei partire da qualcosa che non c’entra nulla, un tiro in porta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/caino-abele-e-lesplosione-della-supernova-dialogo-con-raffaele-riba-autore-di-uno-dei-romanzi-piu-stupefacenti-della-stagione-scritto-in-blu/">Caino, Abele e l’esplosione della supernova: dialogo con Raffaele Riba, autore di uno dei romanzi più stupefacenti della stagione (scritto in blu)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.66thand2nd.com/libri/270-la-custodia-dei-cieli-profondi.asp" target="_blank" rel="noopener"><em>La custodia dei cieli profondi </em></a>(66thand2nd, 2018) è il terzo romanzo di Raffaele Riba, autore cuneense classe ’83, che nel 2014 ha esordito con <em>Un giorno per disfare </em>(66thand2nd), e nel 2015 ha pubblicato con Loescher <em>Abbi pure paura. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco, dopo aver contestualizzato vorrei partire da qualcosa che non c’entra nulla, un tiro in porta dove chi afferra il pallone con due mani senza riuscire a trattenerlo è il lettore.</strong> Deve aver fatto una gran cosa chi ha calciato. Trasmesso intensità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il giorno in cui ho letto <em>La custodia dei cieli profondi </em>per la prima volta mi sono limitato a questo, al titolo, che ha iniziato a girarmi in mente come l’estremit</strong><strong>à </strong><strong>più profonda di un vortice.</strong> Punto che sono riuscito a raggiungere – e quindi a sfuggirgli – soltanto dopo l’ultima riga della pagina finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte vi sarà successo di avviarvi pigramente a una conclusione? “Sì, sta per finire. Ci siamo. Peccato, quella cosa resterà nascosta. O forse meglio così (ma non divaghiamo). Fine. Saluti a casa”. <strong>Ma in questo caso stiamo parlando d’altro, di uno dei migliori romanzi del 2018 – uscito in sordina verso fine anno. E senza influire sulla prima lettura di chiunque posso dire che l’ultima frase de <em>La custodia dei cieli profondi </em>è roba da far saltare in aria le sopracciglia.</strong> L’ultima di una serie di cose regalate dalle sue pagine. Che consiglio di leggere. Tutto qui. Mettersi da parte è una forma di rispetto difficile, ci provo ugualmente, e per non entrare in un circolo vizioso penso che la cosa migliore sia lasciare spazio al dialogo con Riba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-65371 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss-187x300.jpg" alt="" width="120" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/riba_custodia_piatto_Ssss.jpg 340w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />La custodia dei cieli profondi </em></strong><strong>è un romanzo caratterizzato da una scelta linguistica non in linea con la narrativa contemporanea. E una convinzione diffusa recita che la buona letteratura non necessita di una trama da romanzo giallo. Questo significa che la lingua è parte integrante della narrazione? E se sì, fino a che punto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, ma c’è di più. Non credo che separare significante e significato, trama e lingua, sia un buon modo di vedere le cose. Per me un intreccio nullo, raccontato con una prosa sopraffina, è una storia brutta raccontata bene. Così come un intreccio mozzafiato raccontato male è una storia interessante raccontata male. In entrambi i casi siamo di fronte a qualcosa di incompleto o comunque uscito male. Trama e lingua sono due ingredienti da dosare al meglio per ottenere un qualcosa di nuovo, una soluzione omogenea con caratteristiche proprie, ben bilanciate e stabili”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Personalmente, ho notato una morfosintassi narrativa che rimbalza costantemente fra il vuoto interiore di Gabriele, il protagonista, e il contesto in cui si trova – ucronico, se così possiamo definirlo. Ciò che accade dentro si ripercuote fuori, è giusto? E data l’entropia come colonna portante del romanzo, quanto pensi sia simbolico il limite che separa chi scrive &#8211; mentre sta scrivendo &#8211; dalla realt</strong><strong>à</strong><strong>? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Certamente ne <em>La custodia dei cieli profondi </em>c’è un legame forte tra la fine di una casa e di una famiglia con la fine di una stella. Il primo è un evento tutto sommato naturale, che solo nella percezione del protagonista (e voce narrante) diventa drammatico e violento. Ma se Gabriele guardasse con occhio sereno il cielo, potrebbe vedere che la fine di una stella – quella sì, violenta e traumatica come può essere una supernova – è un messaggio, una sorta di preghiera laica che non solo riverbera il suo stato (emotivo e biologico), ma gli potrebbe fornire una risposta. Per quanto riguarda il limite tra chi scrive – il suo immaginario – e la realtà è sempre molto più labile di quanto siamo abituati a credere. Ma non lo dico certo io. Ci sono molti studi di linguistica cognitiva e di biologia della letteratura che ne parlano ormai da qualche anno”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la concettualizzazione di Lotman esistono due principi fondamentali che caratterizzano i romanzi di formazione: il principio di caratterizzazione – che prevale in caso di epiloghi delineati – oppure quello di trasformazione, che si verifica quando una narrazione trova il massimo della sua ragion d’essere nel sopprimersi in quanto racconto. Ecco perch</strong><strong>é </strong><strong>ho pensato al tuo come a un romanzo di deformazione. Com’è nata <em>La custodia dei cieli profondi?</em> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sette anni fa ho cominciato col voler scrivere la storia di una fratellanza. La fratellanza è un sentimento strano, in grado di abbracciare tutte le sfumature di una relazione tra due individui: si può passare dal massimo dell&#8217;amore al massimo dell’odio e ritorno in un battito di ciglia, almeno quando si è piccoli. Da adulti le cose diventano più lente, ma anche potenzialmente più intense. Emanuele e Gabriele, i due fratelli di questo libro, sono una specie di Caino e Abele, ma dei giorni nostri, quindi dalle caratteristiche più sfumate, meno nette, senza cattivi né buoni. <em>La custodia </em>doveva raccontare il trasformarsi e il disperdersi degli elementi del loro rapporto, e della casa della loro infanzia. Dal disperdersi e dal riorganizzarsi della materia, al sole blu (l’altro protagonista del libro), che racconta il ciclo evolutivo di una stella, il passo è stato breve e naturale. Chi cantava ‘Siamo polvere di stelle’ aveva scientificamente ragione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Passiamo a cose più frivole. Perch</strong><strong>é </strong><strong>il testo è scritto in blu? E la grafica: è stata una tua idea? Hai trovato prima il titolo o il romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“No, il merito è di Silvana Amato, l’art director di 66thand2nd. Sia per il colore del carattere (perché è blu si capisce a pagina 1, ma non facciamo spoiler) che per la grafica. E il titolo: è sempre stato un mio tallone d’Achille. Su quello sono costantemente insicuro: è venuto fuori dopo infinite ipotesi e probabilmente non era neanche quella migliore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi prossimi piani invece quali sono? Stai gi</strong><strong>à </strong><strong>scrivendo altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Lo sto pensando, passo sempre da lì prima. Ci saranno Ponzio Pilato e un albero secolare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nicolò Locatelli</em></strong></p>
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		<title>“Lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?”: lettere d’amore e di crudeltà, il feuilleton di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 08:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>,<a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui </a>e <a href="http://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rize, 5 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Forse soppesando la pietra il bambino pensa di cambiare la conformazione del Mar Nero, forse crede di poterlo ridurre a una lettera, a un odore. Mi siedo con lui, gli dico che c’è un serpente annodato in fondo al lago, ed è per questo che il lago esiste, che l’acqua fluttua come velluto. Il serpente impedisce al lago di svanire, a noi di impazzire. <strong>Lui mi risponde, “le stelle esistono per potersi specchiare, qui”, e lancia la pietra nel lago; il sasso salta, e affonda un attimo prima di diventare una libellula.</strong> Quando gli dico che il mio lavoro è far coincidere ciascuna stella con un atto compiuto su questa terra, il bambino ride, se ne va, mi fa intendere che il tempo è inqualificabile e che continuo a confondere chi dorme con l’unico sognatore, quello che ha l’uomo cucito sulle palpebre e crea la Storia dalle narici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le tue lettere mi inseguono, le leggo tardi – <strong>è come se vivessimo in epoche dispari, in anni imbottigliati dentro cisterne diverse – ecco, è come se ti scrivessi da vent’anni di distanza, e non so chi dei due abbia il pregio del futuro.</strong> Vedi, è implacabilmente impossibile un discorso, tra noi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il bambino si chiama Enoch, è il figlio di Deborah. Ha ancora i segni del Drago che le ho inciso sulla spalla sinistra, intorno alla costola, ne ripasso i contorni con il mignolo, come una parola d’ordine. Ci siamo incontrati a Berlino, molti anni fa – il padre guidava una truppa di falsari, artisti capaci di duplicare con agio Vermeer e Lucas Cranach, Dürer e Rembrandt – <strong>non pensi che gli uomini preferiscano troppo spesso una vita virtuosamente falsa, la falsificazione di un’altra vita, presunta, un calco, piuttosto che scoprire la propria?</strong> Squali, iene, leopardi riempiono le lettere di Deborah, “inventi un bestiario per scaricarmelo addosso”, le ho scritto. In qualche modo, si attendeva la mia visita – Rize è un luogo anonimo, dove non puoi che domandarti perché l’uomo abbia bisogno di vivere insieme ad altri, forse per perfezionare la propria frustrazione. Ha divorato il mio corpo con gioia, ridendo, ripetutamente, come per retrodatare gli anni, erodere la città, falciando ad erba ogni enigma. <strong>Quando il bambino ci ha visto, si è limitata a rimproverarlo, con una singola parola, consapevole che chi svela la nudità della madre non può evitare gli inferi.</strong> Più la picchiavo più s’incendiava di gioia, avrebbe voluto che la uccidessi, forse, e ho capito la sua disperazione, e le ho baciato la schiena. Più tardi, ho venduto al marito, che possiede oceaniche piantagioni di tè sulle colline di Rize, una mappa del cielo incisa sul bronzo, fabbricata a Bisanzio, nel V secolo. “A forza di lavorare con le stelle, finirà per perdere la vista, senza riconoscere più il valore delle cose reali”, mi ha detto l’uomo. Toccava con un certo vizio la moglie, Deborah, diceva che le sue mani erano “fuochi freddi, come le stelle”, poi mi ha fatto assaggiare il suo tè, famoso in tutta la Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rise, 6 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Una donna mi scrive, “devo slacciarti tutte le maschere, te le leverò a colpi d’unghia, infine, resterà un buco, con le vene sospese, senza sangue, una faccia piena di tentacoli”. <strong>La V del tuo nome, Vera, mi fa visita: un giorno è come il becco di un rapace, un giorno è un sussurro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I vetri del furgone, simili a scudi achei su cui sia definito il valore di ogni guerriero. A Pazar, vicino a Rize, nel furgone, c’è un prete che accoglie chi deve confessarsi. La macchina è un residuo tedesco: i copertoni sono stati staccati e il mezzo sembra aver messo radici lì, in quel parco vicino al fiume Hemsin Deresi. <strong>I cani, gialli e magri, litigano, come galline, e non sembrano ammettere alcuna possibilità al Regno su questa terra. Il prete ha la faccia di un toro, gli occhi come dracme scurite nell’acido dell’era, e pensa che sia ammissibile una pace raggiunta con la violenza. </strong>Sa che il perdono è ferocia, che la redenzione è radioattiva. Entro nel furgone – potrebbe essere una cattedrale: la vastità è uno sbadiglio dell’iride – il prete fa Messa lì dentro – parliamo in francese, ma conosce anche il tedesco, l’inglese, il russo, “predico anche ai cani, ai venti, alle anatre”, dice, senza ridere. Gli chiedo, per sgranchire il dialogo, a cosa alluda l’Apostolo quando nella <em>Prima lettera ai Corinzi </em>parla della “sapienza che non è di questo mondo”, della “sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta”, ma il prete squalifica le mie questioni con una smorfia, “lei pensa di poter dare ordine alle cose, crede che le costellazioni esistano davvero e la riguardino, che il Potente abbia una quantità, una misura, una qualità specificata da aggettivi congrui, teologicamente accertati”. <strong>Il prete chiamava Dio <em>il Potente</em>, i cani cominciarono a sbattere contro il furgone, come una falange di eretici o come penitenti venuti a chiedere il dono del pane. Il prete uscì dal furgone, il furgone, privo del suo peso, oscillò, forse era l’Arcangelo Gabriele aggiogato in quel luogo disperso, sulle sponde del Mar Nero, al di fuori della cronaca, ai confini della Storia – poi fece scappare i cani, urlando, “lo vede il Potente?,</strong> il Potente non sta in cielo, sta qui, nel mio braccio… cominci ad immergersi febbricitante nel caos, perché il Potente ci fa la grazia di sperimentare tutti i tradimenti per poterlo ammettere”. Ho atteso che dicesse Messa – non sono entrato nel furgone – ci saranno stati una ventina di fedeli, alcuni seduti sul cofano, per lo più donne. <strong>L’ostia sembrava l’occhio calcificato di una divinità androgina, arcaica. I cani fiorivano intorno a me</strong>, felici, scambiandomi per una pianta.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di sera</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vengo a tuo padre. Iacob è un uomo destinato ad avviare più generazioni, a provare conforto per la perdita dei figli migliori. <strong>Parlargli di te sarebbe stato inutile – crede, come le creature carnali, che basti infangarsi in una donna per fuggire dolori che lo sigillano al passato.</strong> Piuttosto, gli ho parlato di me. Iacob ha conosciuto mia madre a Reims, poco dopo la Prima guerra – mia madre, figlia di un archeologo di pregio, era già sposata. Iacob anche. Si sono amati, con scabro candore – mia madre è rimasta incinta – sono nato io. Mia madre non sa mettere tenda nella menzogna: il marito ha permesso di cauterizzare l’infamia dandomi il suo cognome, ma ha fatto obbligo a mia madre di farmi crescere con la sorella, mia zia Ruth, e così è stato. <strong>Forse nelle stelle cerco una paternità ulteriore, una leggenda. La zia si è scritta con Iacob per una manciata di anni – poi vita, oblio e consuetudine consolidano la stessa melma.</strong> “Da lei non desidero il pegno di un sorriso”, ho detto a tuo padre, specificando, “lei non mi è padre, io non le sono figlio, sono venuto a liberarla dalla memoria – ciò che volevo, l’ho avuto”. Tuo padre mi è sembrato sereno – ciò che torna dal passato è sempre una condanna. Riferendomi a <em>ciò che volevo, l’ho avuto</em>, parlavo di te. <strong>Sfatare l’incesto con l’amore – possedere, carnalmente, la vita da cui mi hanno abolito, con ogni desunta cronaca di genitori, anni, cugini</strong> – ti ho seguita per anni – lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“La lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali”: il feuilleton tra gli estremi di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2019 05:36:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/">“La lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali”: il feuilleton tra gli estremi di Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sebastopoli, 27 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lei muove le mani come se stesse cogliendo dei fiori, appena sorti, nell’incavo dell’aria. <strong>Non ha parole e gesticola come se le dita fossero un vocabolario – afferro il braccio – è marcata – le nove stelle del Cigno sul polso sinistro – gliele ho incise con un ago vent’anni fa, forse – ma lei, è certo, ora mi afferra ed è un buco in fronte tutta la sua vita, vissuta per mettere massi intorno all’assenza.</strong> Ora Dina ha una figlia, una bellezza vigile ma esausta, il marito è il proprietario di una cartiera, tra le più grandi di Sebastopoli. Le ho scritto per vent’anni, con la costanza di chi sa quando è il momento di cogliere – prima di raggiungerti, Vera, devo sanare tutti i miei legami, reciderli fino a far scolare l’anima, azzurra, dal midollo, e berla come se fossi un dio che sa liquidare i ricordi e rendere olimpico il bisogno. <strong>“Non si può essere indulgenti, ma indurre una più proficua cattività”, le ho scritto, nell’ultima lettera, un mese fa. Lei mi ha risposto, implorandomi di prenderla e di predarla fino a quando si è sposata, otto anni fa. </strong>Da allora, ogni anno, mi invia, a Praga, un foglio di carta con le istruzioni per costruire un airone, un’aquila, un falco. Non parla. Come se con le mie lettere avessi esaurito le sue parole, come se fossi un cannibale di vocaboli. Ha paura di mostrarmi la figlia, e a me sembra che ogni città abbia una propria natura, occhi propri, un proprio odore e un proprio corpo di bestia e di Sebastopoli, ovunque, sento il nitrito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amori presunti, setacciati dal caso, scritti su una fibbia che qualcuno, un attimo dopo, levigherà fino a confondere le lettere, con un panno di ferro. So cosa vuole Dina e la prendo – l’isteria di un pettegolezzo da spartire con la vedova arricchita della casa di fronte – arroccarsi al corpo, ancora.</strong> Sul tavolo della cucina, dopo, l’ho inginocchiata, le ho chiesto la lingua, l’ho segnata con un coltello – la lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali. Dina ride, ora, come se la malia del corpo, bevuto per frammenti, l’abbia fatta tornare ragazza, ingioiellata di sangue. La sua risata è una grandine, e lei ora mi rivuole, ignara che sulle tende le ore sembrano ragni e che le voci, a grappoli, sulla via centrale, segnalano che il mondo non scompare mentre facciamo l’amore, che il mondo concima la sua granitica ostilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua gioia nel subire gli oltraggi, convertendoli in una richiesta di nozze, è affascinante, Vera. Ricorda che la compassione è un’ambasciata di ambiguità.</strong> Scrivi da sconsiderata, da sconnessa, per te l’amore è una punizione da espiare – per me è adorazione. Arriverò davanti a te, dopo molte, centellinate vite, per il puro gusto di guardarti – e tu ti distruggerai, cambierai i volti, ti sfracellerai con le pietre il naso, le labbra, il mento, pur di capire quale icona potrà farmi scattare, saprà indurmi a toccarti. Aspettami con un panno sul viso – come le spose, come i cadaveri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di sera</em></p>
<p style="text-align: justify;">La virile ottusità di Sebastopoli non le impedisce di avere una biblioteca degna – la pioggia sega la statura della sera come ghepardi d’argento – Dina mi segue ovunque, con accanita fedeltà – <strong>vedi cos’è l’amore?, basta una parola, sfasare una promessa, un’ora scarsa, per inquinare un ventennio, per annegare nel buio di una vita immaginata. Vogliamo il labirinto e il mostro, questa è la verità – e a quel mostro diamo nome Dio, gli siamo dediti, sperando che l’indifferenza sia sangue, che l’assenza, assennata, sia forza.</strong> Ho scoperto una lettera di Aleksandr Puskin: il grande poeta scrive a una ignota Marija Z., nel 1825, le racconta che “secondo una leggenda armena la costellazione della Lucertola inizierà a mordere Pegaso, poi Cassiopea e Andromeda, e il cosmo precipiterà per un bisticcio, morirà per un solletico…”. In un passo successivo Puskin è in estro seduttivo, “solo ciò che è incorporeo uccide davvero: una reticenza, un ritardo, l’idea che rabbia e invidia abbiano una identità da condannare, che il rifiuto riesca a sradicare alberi e palazzi”. Posseggo la carta stellare consultata da Puskin – era quella del padre della moglie, Natal’ja Gončarova, dipinta a San Pietroburgo, con descrizioni in francese, nel 1787: questa lettera mi consentirà di vendere a miglior prezzo la carta, di scrivere qualche articolo su una rivista moscovita, magari di ottenere l’approvazione di Anna Achmatova. <strong>La pioggia continua a sbilanciare la visione delle cose, i passanti sono maciullati e ricomposti lì per lì con una colla inefficace</strong> – per questo, forse, non mi sei stata mai così vicina come ora.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vuoi sapere di tuo padre. L’ho visto a Sebastopoli. Abita non lontano dalla casa di Dina. Fermo. Rincuorato. Ha una donna. La tragedia ha il compito di decuplicare la forza della vita. C’è chi indovina la dottrina dei morti e chi pensa che si possa incontrare la stessa persona, a distanza di vent’anni, senza che affiori il giudizio, con una pericolante purezza. “O fai fare alla vita o gli metti la museruola”, l’ho sentito dire, spavaldo e sconvolto come lo sono i sopravvissuti – ti dirò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dare poca importanza alla cronologia ti farà invecchiare prima – ma mi sembra che tu viva come una morta, con clessidre nella laringe. Il sofferente non vuole una cura e, credimi, ho amato con una dedizione tale da costringere alla fuga.</strong> Ci si dedica a una persona finché le è insopportabile la vertigine, la virtù della trasfigurazione – il dono non è dare un nome, ma farne abominio, lasciarsi baciare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di fronte all’albergo in cui dormo c’è un piccolo lago – il cavallo era a terra, con le pupille divaricate come l’Odissea – alcuni corvi sono scesi a frantumarlo – la pancia si muoveva ancora, potevo immaginare il cuore, maestoso, a forma di cattedrale, te lo avrei regalato – ma i corvi non hanno concetti e con la perizia dell’esegeta hanno iniziato a scarnificare il corpo del cavallo.</strong> Il sauro si è mosso a scatti, per poco, come se fosse una balena, inopportuna, sulla spiaggia, mentre i corvi salivano e scendevano sul suo corpo generoso, come creature nate dalla carità. Un rospo è entrato nella bocca del cavallo, e ho pensato, per un attimo, che potesse uscirne edotto nell’arte della metamorfosi. Ho disposto una trama di tigri di vetro sulla scrivania. Ne sacrificherò qualcuna, per te – forse quella che mi ha regalato un maestro del vetro in Marocco. Non ti ho detto che ho imposto a Dina il pasto delle mie lettere. Prima ha preteso la carica della carne – come se ciò potesse retrodatare il tempo al primo bagliore verbale di un dio – poi ha mangiato le lettere, sminuzzate, con refoli di latte, per insaporirle. “Diventerò come te, sarò te, sarò te”, diceva, imbizzarrita, felice.</p>
<p><em>Nathan</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Elliott Erwitt, &#8220;The engagement party of Grace Kelly and Prince Rainer of Monaco at the Waldorf-Astoria Hotel&#8221;, New York, 1956; © Elliott Erwitt; Magnum Photos</em></p>
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		<title>“Fino alla stella irraggiungibile”: le poesie di Antonella Anedda parlano di astri, di morti e di migranti con Tacito in tasca, preparando un soggiorno all’alba</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Oct 2018 10:35:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non è con impotenza che il poeta batte sull’elmo della Storia, dando al rimbombo statura di verso, di poema. Anche oggi, che Occidente è uno sbadiglio occasionale, occasione di scorribande e di iene, e il giorno ci pare vasto come un secolo, così indecifrabile di ‘fatti’. Di Antonella Anedda (nella fotografia di Dino Ignani) c’è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non è con impotenza che il poeta batte sull’elmo della Storia, dando al rimbombo statura di verso, di poema. Anche oggi, <strong>che Occidente è uno sbadiglio occasionale, occasione di scorribande e di iene, e il giorno ci pare vasto come un secolo, così indecifrabile di ‘fatti’.</strong> Di Antonella Anedda (<em>nella fotografia di Dino Ignani</em>) c’è poco da dire, se non che le sue antiche raccolte – <em>Residenze invernali, Notti di pace occidentale, Il catalogo della gioia </em>– si sono incastonate nella lirica italiana a colpi di costola, usando le ossa – e un detto di prorompente arcaicità – come sciabole. <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/antonella-anedda/historiae/978885842935" target="_blank" rel="noopener"><em>Historiae </em></a>– così s’istoria il titolo dell’ultima raccolta, pubblicata per Einaudi – di per sé è un atto ‘politico’, <strong>la calma ferina d’interpretare la Storia “rileggendo Tacito durante questa estate di massacri”,</strong> sgasando nel sardo, scavando negli storici latini per capire che l’uomo è la creatura che adorna di verbi e di proclami l’uccidere. Di mio, preferisco la Anedda irremovibile agli estremi, che impasta il viso dei vivi a quello degli andati, che ripercorre le stelle (“Orione il cacciatore che sorveglia la notte… il carro corre nell’aria”) per divinare la piccola tazza di futuro che abbiano in mano, questa pupilla del verrà. <strong>Eppure, la corazza lirica – che è una carezza più forte – con cui la Anedda riveste ‘il contemporaneo’</strong> (“Oggi penso ai due dei tanti morti affogati/ a pochi metri da queste coste soleggiate/…Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo/ e cosa ne sarà del sangue dentro il sale”) mi fa ripetere ciò che ripeto e ripeto e ripeto come un pupazzo di nome Isaia: <strong>sui quotidiani, nei tiggì, nei salotti televisivi insipidi, fate spazio alla parola del poeta, che spazia parole di melma e di stella.</strong> Il poeta non sta sui troni né nei seggi: furoreggia una parola, in preparazione dell’alba. (d.b.)</p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63539 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-anedda-175x300.jpg" alt="libro anedda" width="162" height="278" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-anedda-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-anedda.jpg 250w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />Sciami, fotoni</strong></p>
<p>Gas che collidono, tempeste, scontro di comete,<br />
in questo cielo curvo che ci appare in pace<br />
nessuna eco, nessun solco d’aratro,<br />
nessun tragitto di linfa<br />
dalla radice del platano al suo nero,<br />
solo uno stormire di foglie<br />
fino alla stella irraggiungibile<br />
dove il tuo respiro rallentava.<br />
Alla fine dell’inverno, senza neve<br />
– è solo un altro lutto – mi dicevo – inosservato<br />
nel mondo che s’intreccia al gelo.<br />
All’improvviso invece in un angolo del letto<br />
è apparso il sole, scavava silenzioso una sua strada<br />
verso un luogo dove s’irradia luce<br />
e non esistono i pronomi.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Perlustrazione I</strong></p>
<p>Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.<br />
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,<br />
parlo della cicuta e degli stoici,<br />
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,<br />
la morte, scompare, ma non funziona<br />
anzi cresce dentro di me il terrore.<br />
Aspetta, le dico mentre dorma e ora vado a guardare.<br />
Perlustro la zona (sarà quella?)<br />
solo per constatare che non c’è difesa.<br />
che il suo spazio, quello che la fisica dicembre sia presente fin da quando nasciamo,<br />
è sguarnito di ogni compassione<br />
e il tempo è davvero il buco che divora.<br />
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.<br />
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Artica</strong></p>
<p>I</p>
<p>Vedo i letti di chi amo disporsi in lunghe file,<br />
ogni letto un corpo e un nome.<br />
Più tardi sistemerò la poesia, ne farò una casa<br />
con i tetti a punta esatti per la neve. Ora bisogna uscire,<br />
vivere per chi resta, scolpire<br />
ogni giorno di nuovo la sua forma, lottare<br />
per quel corpo che l’aria comunque disferà a folate.</p>
<p>II</p>
<p>Se avessi avuto più tempo là nel buio estivo<br />
con l’edera che filtrava dalle grate<br />
nella camera che chiamano ardente per i ceri<br />
o il rogo che ci attende, o forse davvero per l’ardore<br />
con cui chiediamo a chi ci lascia: resta,<br />
le avrei detto cose semplici, quotidiane,<br />
per l’ultima volta toccandole le mani.</p>
<p>III</p>
<p>Se l’avesse vista<br />
se avesse visto la sua forma mortale<br />
spalancare stanotte il frigorifero<br />
e quasi entrare con il corpo<br />
in quella navata di chiarore,<br />
muta bevendo latte<br />
come le anime il sangue<br />
spettrale soprattutto a se stessa<br />
assetata di bianco, abbacinata<br />
dall’acciaio e dal ferro<br />
bruciandosi le dita con il ghiaccio<br />
avrebbe detto non è lei. Non è<br />
quella che morendo ho lasciato<br />
perché mi continuasse.</p>
<p><strong><em>Antonella Anedda</em></strong></p>
<p>(poesie tratte da <em>Historiae</em>, Einaudi, 2018)</p>
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		<title>Victor Segalen, il poeta che visitò Gauguin, scrisse il libro più anomalo a Pechino e morì in una foresta bretone con l’Amleto sotto il braccio: leggetelo!</title>
		<link>https://www.pangea.news/victor-segalen-gauguin-poesia-ritratto/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2018 04:32:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Infine morì e la sua morte fu un mistero. L’incipit è nel gennaio del 1919. Nevrastenia acuta, decretarono. Il poeta, archeologo, antropologo viene accolto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Brest. In aprile è ad Algeri, a perfezionare la convalescenza – che in realtà acuisce la sua depressione. Si trasferisce, allora, a Huelgoat, in Bretagna, di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/victor-segalen-gauguin-poesia-ritratto/">Victor Segalen, il poeta che visitò Gauguin, scrisse il libro più anomalo a Pechino e morì in una foresta bretone con l’Amleto sotto il braccio: leggetelo!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Infine morì e la sua morte fu un mistero. </strong>L’incipit è nel gennaio del 1919. Nevrastenia acuta, decretarono. Il poeta, archeologo, antropologo viene accolto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Brest. In aprile è ad Algeri, a perfezionare la convalescenza – che in realtà acuisce la sua depressione. Si trasferisce, allora, a Huelgoat, in Bretagna, di cui ama le foreste. Durante una gita solitaria, il 21 maggio del 1919. Forse ha un incidente. Forse si uccide. Lo trovano dopo due giorni. Nella foresta e nel sangue. Di fianco al corpo, sbrindellato dall’erba, l’<em>Amleto </em>di Shakespeare. Muore così Victor Segalen, in una foresta di misteri, l’autore di una delle più enigmatiche – e misconosciute – opere poetiche del secolo che fu.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Soffriva di depressione e si laureò, nel 1901, con una tesi su <em>La nevrosi nella letteratura contemporanea. </em><strong>Era affascinato dagli estremi – da chi coltiva l’arte come culmine di un delirio interiore. Da chi imbraccia l’arte per essere trascinato verso gli ignoti, gli oscuri. Fu in sintonia, perciò, con Arthur Rimbaud.</strong> “Indiscutibile poeta tra i quindici e i diciannove anni, nel pieno della sua verve creativa ammutolì, vagabondò per il mondo, si dedicò agli affari e all’esplorazione, si negò, lontano, a quella fama di artista che lo reclamava e morì a trentasette anni, dopo immani inutili travagli… l’incoerenza prorompe… Non dobbiamo cercare di capire. Chi non capisce e si ostina a capire è, a priori, chi non sente”, scrive, in un testo del 1905, <em>Il doppio Rimbaud </em>(in <em>Rapsodia selvaggia. Interpreti francesi di Rimbaud</em>, a cura di Adriano Marchetti, Marietti 2008).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scrive di Rimbaud si era già imbarcato per andare a stanare Paul Gauguin. <strong>“Gauguin fu un mostro. Non possiamo cioè farlo rientrare in nessuna delle categorie morali, intellettuali o sociali, che bastano a definire la maggior parte delle individualità. Per la folla giudicare significa etichettare”,</strong> scrive Segalen in <em>Gauguin nel suo ultimo scenario </em>(in Italia per Bollati Boringhieri, 1990), uno dei tanti, precoci, fondamentali testi esegetici del poeta intorno all’artista. Sorprende la necessità dell’illimite: non bisogna capire, non bisogna etichettare. L’artista, che ha il carisma del diverso, del ‘mostro’, va accolto, l’innocenza va custodita, in modo scostumato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nacque nel gennaio del 1878 fa e transitò l’esotico da paradigma turistico per dandy a dimora esistenziale: <strong>l’uomo esiste perché non esita a muoversi verso Est, dove è estivo il caso e una fola di labirintici ideogrammi il fato. </strong></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63399 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/steles-194x300.jpg" alt="steles" width="135" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/steles-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/steles.jpg 199w" sizes="(max-width: 135px) 100vw, 135px" />Segalen s’imbarca per Tahiti e vi giunge, con difficoltà, nell’agosto del 1903. “Ho peregrinato devotamente verso l’atelier di Gauguin… <strong>Gauguin è morto l’8 maggio. Morfinomane, distrutto dall’alcol, col cuore stremato… Era amato dagli indigeni che difendeva contro i gendarmi, i missionari e tutto il solito materiale da ‘civilizzazione’ omicida”, scrive sul suo taccuino il poeta.</strong> Un incontro mancato di tre mesi. Segalen riesce a salvare qualche quadro di Gauguin dal massacro degli indifferenti – e dei sospettosi missionari, che lo tacciavano di paganesimo. “L’agonia di Paul Gauguin nel suo triplice periodo maori – primo soggiorno a Tahiti, secondo soggiorno, primo e ultimo soggiorno alle Marchesi – ha una sua compiutezza in quanto esalta una vita umana: l’equilibrio incessantemente compromesso e incessantemente ristabilito tra le forze distruttrici e le forze creatrici, tra la ferocia del pane quotidiano e l’imponderabile nutrimento, tra la preveggenza e la gioia, il mestiere, la fatica e l’opera”, scrive nell’<em>Omaggio a Gauguin. </em>Fu il primo, Segalen, a creare il mito di Gauguin – dell’artista che è tale se ha la furia di dissipare la propria arte. Ne celebrò l’opera quando nessuno la capiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le amicizie, certo. La folgorazione giovanile per Huysmans, che incontra, a vent’anni, deciso alla vita e all’arte come vitalità. Claude Debussy, per cui scrive un <em>Siddharta</em> – mai musicato, invero – e Paul Claudel, di cui lo affascinano i viaggi in estremo Oriente. <strong>In Cina arriva per la prima volta nel 1908, si ostina verso la Manciuria, dove turbina la peste, progetta una missione archeologica in Tibet. La Prima guerra lo sorprende in Birmania, Segalen molla tutto e torna in Francia</strong>, lotta con i fucilieri di marina, sul fronte belga, ma è roso da una gastrite ustionante, e va in convalescenza. Nel 1917 la sua missione è reclutare manovalanza cinese per le necessità del fronte, perciò torna in Oriente. Lì incontra Saint-John Perse, futuro Nobel per la letteratura, che riconoscerà spesso i debiti contratti con l’opera poetica di Segalen, lavora, raccoglie antichità cinesi, abbozza un poema sulla storia del Tibet. Torna a Brest nel 1918, “il giorno dell’armistizio, il crollo. Segalen è preda di un male misterioso” (Lucia Sollazzo).</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, l’opera più alta l’aveva già scritta. <strong>S’intitola <em>Stèles</em>, è pubblicata a Pechino, nel 1912, in 81 esemplari fuori commercio – poi sarà riedita nel 1914 e infine nel 1922, a Parigi. “Sono dei monumenti concentrati in una lastra di pietra verticale che reca un’iscrizione. Incrostano nel cielo della Cina la loro fronte piatta. </strong>Le si scopre all’improvviso: al ciglio delle strade, nei cortili dei templi, dinanzi alle tombe. Segnalando un fatto, una volontà, una presenza, costrindono alla sosta in piedi, faccia a faccia con loro. Nella vacillante rovina dell’Impero, esse sole esprimono la stabilità”: così Segalen giustifica il suo lavoro. Le poesie sono iscrizioni su pietra, epigrafi, graffi sopra sassi miliari. Il binomio tra ciò che è indistruttibile e indisturbato – la pietra – e ciò che vola, corroso dal tempo – le <strong>lettere, l’alfabeto, l’idioma – è magico. Segalen scatta di lato dal proprio tempo – rivolgendosi a una antichità presunta, inventata – dal proprio spazio – è un ‘antimoderno’, ha già riconosciuto il virus occidentale, e cerca la cura, con enfasi ingenua, tra Polinesia, transiberiana, Cina – dalla fama.</strong> Scritte “in omaggio a Paul Claudel”, queste steli sono uno stuolo di immagini magnetiche, preveggenti – bisognerebbe tracciare una storia degli scrittori influenzati dalla sapienza cinese: da Tolstoj a Saint-John Perse, che scrive <em>Anabasi</em> in un tempio taoista alla periferia di Pechino, agli esercizi ideogrammatici di Ezra Pound alle traduzioni di Richard Wilhelm dell’<em>I-Ching </em>di cui si imbeve Carl Gustav Jung – una delle grandi opere anomale della letteratura europea.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Lucia Sollazzo: <strong>“Il lieve alone di mistero intorno alla vita, l’opera e persino la morte di questo solitario mistico laico… e insieme il suo altero pudore nella pubblicazione dei propri scritti, hanno aiutato la disattenzione per la sua opera,</strong> <strong>l’hanno però custodita nel tempo. </strong>Inedita fino a pochi anni or sono, tanto più la sentiamo oggi attuale, più vicina a noi di quanto non lo sia il messaggio di alcuni fra i grandi contemporanei di Segalen”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La gloriosa collana ‘I poeti della Fenice’, edita da Guanda, affida <em>Stèles,</em> cioè <em>Stele</em>, alla traduzione di Lucia Sollazzo. <strong>Il libro è pubblico trent’anni fa, nel 1987. In Italia, la fama attuale di Segalen è circoscritta</strong> ai saggi su Gauguin e agli scritti di viaggio (<em>Da Pechino al Tibet. Viaggio nei paesi del reale</em>, Elliot 2014), e al romanzo, interessante ma modesto, <em>René Leys: l’incanto della città proibita </em>(O barra O, 2017; che fu in catalogo Einaudi). Il nitore di Segalen, che tenta di trapiantare nell’Occidente maciullato dall’ardore di dimenticarsi scaglie di una sapienza proibita, proba, è affascinante. Le sue ‘pietre scritte’ paiono totem marziani.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’utopia è quella di fondare una scrittura più duratura della pietra – sulle nuvole</strong> – pubblicando in espatrio da tutto, per sé soli – come una sfida all’orda del caos, da destinati, senza destinazione. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giudici sotterranei</em></p>
<p style="text-align: justify;">Esistono giudici sotterranei. L’assemblea è riunita in piena notte: bisogna attraversare rocce tagliate dai satelliti e cadere nel vuoto più profondo di un pozzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Là, ogni vita si replica e ha voce. Che l’Imperatore guerriero sfortunato o cattivo principe non vi si avventuri:</p>
<p style="text-align: justify;">il popolo dei morti per i suoi errori militari subito lo strangolerebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Anch’io, reggente maldestro, timido vivente, non vi getto senza rischio il mio ricordo:</p>
<p style="text-align: justify;">i miei desideri uccisi per una causa troppo giusta – soldati vendicativi e fantasmi – subito mi assalirebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elogio e potere dell’assenza</em></p>
<p style="text-align: justify;">Io non pretendo affatto d’essere là, né di sopraggiungere all’improvviso, né di apparire in abiti e carne, né di governare col peso visibile della mia persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Né di rispondere ai censori, con la mia voce; ai ribelli, con un occhio implacabile; ai ministri incapaci, con un gesto che sospenderebbe le loro teste alle mie unghie.</p>
<p style="text-align: justify;">Io regno grazie al meraviglioso potere dell’assenza. I miei duecentosettanta palazzi uniti fra loro dalla trama di opache gallerie, si colmano soltanto delle mie tracce alterne.</p>
<p style="text-align: justify;">E musici suonano in onore della mia ombra; ufficiali salutano il mio seggio vuoto; le mie donne apprezzano meglio l’onore delle notti in cui non mi degno.</p>
<p style="text-align: justify;">Simile ai Geni che non si possono ricusare perché invisibili – nessuna arma, nessun veleno saprà mai dove raggiungermi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nome nascosto</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il vero Nome non è quello che indora i portici, illustra gli atti: né quello che il popolo mastica di dispetto;</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero Nome non è letto nemmeno nel Palazzo, nei giardini o nelle grotte, ma resta nascosto dalle acque sotto la volta dell’acquedotto a cui m’abbevero.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto nella grandissima siccità, quando l’inverno capita senza fluire, quando le sorgenti, basse all’estremo, hanno nel ghiaccio conchiglia,</p>
<p style="text-align: justify;">quando il vuoto è nel cuore del sotterraneo e nel sotterraneo del cuore – neanche il sangue vi scorre più – sotto la volta allora inaccessibile si può cogliere il Nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma fondano le acque dure, trabocchi la vita, venga il torrente devastatore invece della Conoscenza!</p>
<p><strong><em>Victor Segalen</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/victor-segalen-gauguin-poesia-ritratto/">Victor Segalen, il poeta che visitò Gauguin, scrisse il libro più anomalo a Pechino e morì in una foresta bretone con l’Amleto sotto il braccio: leggetelo!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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