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	<title>El Pais Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Mario Santiago Papasquiaro, il poeta selvaggio che ha ispirato Bolaño</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jul 2023 04:25:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[detective selvaggi]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Santiago Papasquiaro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Bolaño]]></category>
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<p>Era carne, ossa, parola, colore e contraddizione. Un poeta che volle essere maledetto e visse la sua vita come un campo di battaglia: contro tutto e contro tutti. Questa è la storia della guerra e della pace di un uomo che finì divorato dai suoi demoni: quelli di un animale mitologico e quelli della persona che vi si celava dietro. <strong>Fondatore dell’infrarealismo; scrittore con una sensibilità unica; odiato dalla critica e dall’<em>establishment</em> culturale; padre affettuoso e divertente; alcolista bellicoso con un trascorso problematico con le donne;&nbsp; &nbsp;ragazzo con una straordinaria competenza di poesia, letteratura, filosofia e cinema; immortalato come Ulises Lima dal suo amico di sempre, Roberto Bolaño, nei <em>Detective Selvaggi,</em> </strong>considerato da alcuni critici come l’ultimo grande romanzo latinoamericano; viaggiatore vagabondo espulso da un kibbuz in Israele; cronista in versi dei bassifondi&nbsp; e dei paradisi artificiali del Distretto Federale; autodefinitosi “terrorista culturale” che sfidava persino le automobili e morì proprio investito, un 10 di gennaio del 1998,&nbsp; 25 anni fa.</p>



<p><strong>Un solo nome non avrebbe ricoperto tutte le sue sfumature. Ne ebbe tre. Nacque come José Alfredo Zendajas, nel Distretto Federale, il giorno di Natale del 1953, ma sì ribattezzò Mario Santiago Papasquiaro</strong> perché in Messico, diceva, poteva esserci un unico José Alfredo; sarebbe stato ricordato come l’Ulises Lima di Bolaño. Papasquiaro&nbsp;e l’autore cileno si conobbero nel Café La Habana nel 1975 e cominciarono a frequentare il laboratorio di poesia della Casa del Lago, dove si preparava un movimento di giovani poeti segnati dalla sbornia del ‘68, quella rivoluzione che poteva essere e non fu. Questi raccolsero il testimone e fondarono l’infrarealismo, un’avanguardia ispirata, in particolare, dai situazionisti francesi. Scrivevano di sesso e periferia, amore e morte, droghe e Rock&amp;Roll. Le loro avventure, inizialmente marginali, furono ritratte nei <em>Detective Salvaggi</em> (1998, Anagrama), che avrebbe portato un rinnovato interesse verso gli <em>infras</em>. Papasquiaro non riuscì a vederlo stampato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Diciamo che ci sono molti <em>Mario</em>. Ci fece scoprire un altro modo di fare poesia: era un vero erudito, di una gentilezza speciale. I primi poeti beat li scoprii grazie alle sue traduzioni. Poteva essere molto gentile, ma anche molto scontroso. L’alcol e le droghe gli procurarono scarsa capacità di gestire le emozioni e poteva diventare violento e pesante. Per tutta la vita ebbe pessimi rapporti con le donne. Anche se non posso dire mi abbia aggredito, non gli perdono il fatto di aver distrutto la vita di molte. Sono dell’idea che continueremo ad amare il Mario meraviglioso, ma non possiamo negare questi chiaroscuri. Credo che in molte delle sue poesie potesse arrivare all’eccellenza quasi senza sforzarsi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>A parlare è Guadalupe Pita Ochoa, poeta, ex di Papasquiaro e una delle fondatrici dell’infrarealismo. Il movimento visse i suoi anni di fermento tra il 1975 e il 1977. Nel ’77, Bruno Montané, un altro dei fondatori, decise di tentare la fortuna a Barcellona. Lo seguirono Bolaño e Papasquiaro. Lì, il messicano trascorse qualche tempo, scrisse poesia, se ne andò in Francia e scaricò casse nei barconi che attraccavano a Port-Vendres, vendemmiò, vagabondò per le strade bohémien di Parigi e finì su un aereo diretto a Gerusalemme, viaggi raccontati da Bolaño nel suo romanzo. Papasquiaro sapeva che in Israele studiava Claudia Kerik, poetessa argentina che conobbe nella Casa del Lago. Lei appare nella dedica dei <em>Consigli di 1 discepolo di Marx a 1 fanatico di Heidegger</em>, la sua poesia più ricordata.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="812" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/41-9arn55ML._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96437" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/41-9arn55ML._AC_UF10001000_QL80_.jpg 812w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/41-9arn55ML._AC_UF10001000_QL80_-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/41-9arn55ML._AC_UF10001000_QL80_-768x946.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/41-9arn55ML._AC_UF10001000_QL80_-600x739.jpg 600w" sizes="(max-width: 812px) 100vw, 812px" /></figure>



<p>Papasquiaro aveva un’ossessione per lei non corrisposta. Una notte, quando Kerik era con il compagno di allora, Norman Sverdlin, nella “stanzetta” di studenti dove viveva, sentì colpi fortissimi alla porta. Era Papasquiario. Non poteva crederci. Il poeta trascorse alcuni mesi in Israele, inizialmente con loro, poi in un kubbuz, una comune socialista nella quale Kerik riuscì a farsi accettare, fino a essere espulso poco dopo per non rispettare le regole. “Il soggiorno di Mario a Gerusalemme fu molto difficile. Io ero innamorata di Norman, non di lui. Divenne impossibile: non lavorava, non parlava la lingua, non aveva un soldo”. Un giorno, lei lo vide chiedere l’elemosina alla porta della università dove studiava.&nbsp; Non riusciva a tirare avanti.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ritorno al DF</strong></p>



<p>Papasquiaro tornò sulla strada<em>.</em>&nbsp;Prima di fare ritorno in Messico, <strong>fu nottambulo Vienna, ma la mancanza di denaro, la stanchezza o il cuore spezzato alla fine diressero la sua bussola verso il DF. </strong>Era il 1979. Insieme a Ochoa, José Peguero, Rubén Medina, Juan Esteban Harrington e altri poeti rimasti in città, rifondò l’infrarealismo. Lavorò come editore in periodici come&nbsp;<em>El Financiero</em>, come traduttore di sconosciuti autori stranieri o correttore di bozze per libri di testo. Peguero visse un periodo con lui, pertanto: “Era un ragazzo molto caro e molto odiato. Era amorevole, gridava, ronfava, brontolava, scalciava, cercava un modo per farti stare tranquillo. Ma era difficile. Resistevi solo due o tre mesi con lui. Un giorno cominciò a bere e non smise più”.</p>



<p>Nel 1984, Kerik tornò in Messico. Lei e Papasquiaro non avevano parlato in tutti quegli anni.&nbsp; Ma l’ossessione del poeta ritornò.<strong> La chiamava di notte, recitandole poesie fino a riempire il nastro della segreteria telefonica. </strong>“Fui costretta a cambiare il mio numero di telefono e non seppi null’altro di lui finché un giorno qualcuno mi disse che era morto. Mi sentii molto male. Non ho fatto pace con la figura di Mario finché non morì. Ora non provo più rabbia. Fu un duello, un processo, dovetti far pace con il mio passato”. Con il passare degli anni, Kerik ha cominciato ad apprezzare il suo lavoro. L’anno scorso ha pubblicato un’antologia su Città del Messico, <em>La ciudad de los poemas</em> (Lirio). Ha incluso Papasquiaro.<br><strong>Papasquiaro scrisse migliaia di versi, la maggior parte abbozzata tra pagine dei libri, sui pacchetti di sigarette, sui tovaglioli o qualsiasi superfice che avesse a portata di mano. In vita pubblicò solo un paio di volumi,</strong> alla fine dei suoi giorni: <em>Beso eterno</em>&nbsp;(1994) e&nbsp;<em>Aullido de cisne&nbsp;</em>(1996), entrambi per “Al este del paraìso”, una casa editrice clandestina, di minoranza, che aveva fondato insieme a Marco Lara Klahr.&nbsp; Nemmeno dopo la morte riuscì ad ottenere il riconoscimento che ottenne Bolaño. <strong>“Roberto è sempre stato un personaggio autorevole, ma non aveva l’autorità di Mario come poeta</strong>, mi stupivano la sua memoria e la sua consapevolezza. Sembrava che sapesse tutto. Ciò che avevi appena scoperto lui lo aveva già letto. La sua poesia era una ricerca costante nella quale includeva le parlate popolari, il calore, il sentimento del quartiere, con una finezza che meraviglia, con la conoscenza di filosofia e poesia. Ma non è consigliabile per nessuno essere un poeta come Mario: prendi fuoco. La combustione interna era tremenda”. Racconta José Peguero.</p>



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<p>Dal 1983 al 1987, Papasquiaro ebbe una relazione con Carolina Estrada. Quando si conobbero lei era incinta e lui si fece carico della bambina. Zirahuén, sua figlia, ora ha 39 anni e ricorda con affetto i pomeriggi abbracciata a suo padre ascoltando <em>Love her madly</em> dei Doors. A quell’epoca, lui usava un bastone, a causa di un incidente stradale. “Ballava muovendo il bastone e la testa”, ricorda Zirahuén. Ammette di aver assistito ad alcune “scene violente” tra lui e sua madre quando si stavano separando, e ricorda il tremolio delle sue mani quando la sindrome da astinenza si impossessava di lui, ma soprattutto dice di provare riconoscenza: “Fu il mio mentore, il mio clown personale”.</p>



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<p>Con la sua relazione successiva, Rebeca López, ormai defunta, Papasquiaro ebbe altri due figli, Mowgli (33 anni) e Nadja (30). “<strong>Mario poteva prendere un libro, iniziare una poesia, lasciarla sospesa, ritrovarla due mesi dopo e continuarla. Vomitava tutto ciò che lo opprimeva, si sfogava”,</strong> spiega Mowgli, la quale sostiene che, con loro, Papasquiaro fu sempre “una persona affettuosa e piena di fantasia”. Nadja riesce solo a ricordare la voce di suo padre mentre ride e recita poesie: “Credo che sia morto giovane perché viveva intensamente, e questo lo portò a vivere troppe cose, a scrivere come un pazzo. Era molto espressivo. Ma non mi piace la questione idealizzata e romantica della sua personalità, aveva anche dei lati oscuri e una di queste era l’alcol. Era qualcosa che non notavo quando ero piccola: mi raccontano che era ubriaco per quasi tutto il tempo. Ci furono due episodi, che più tardi scoprii essere dovuti all’alcol, in cui non ho riconosciuto mio padre. Fu il motivo per cui smisi di vivere con lui”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>“Era una specie di sciamano”</strong></p>



<p><em>Chiaroscuro</em> è una parola che si ripete nel discorso a proposito di Papasquiaro. Nel suo caso, separare opera e vita risulta impossibile. L’una non può essere compresa senza l’altra. Fu una persona smodata, in tutti i suoi aspetti, nel bene e nel male. <strong>“Era molto saggio, una saggezza potente, come una specie di sciamano, una cosa profonda che è inspiegabile, come la magia. </strong>Mi insegnò etica ed estetica. Aveva un proprio sistema di moralità. Ma c’erano l’autodistruzione e il suicidio nel suo sistema. Vederlo crollare e diventare ciò che diventò alla fine fu piuttosto terribile”, ricorda Juan Esteban Harrington. “Era molto sensibile; se moriva un poeta, come Ginsberg, piangeva per un’ora intera”, aggiunge Peguero.</p>



<p>“Ho sempre pensato che i suoi atteggiamenti avessero a che fare con quegli esseri mistici che ti mettono alla prova, come fanno i maestri orientali”, riflette il giornalista Raúl Silva, amico di Papasquiaro. Fu la sua abitudine a scrivere sui libri che gli prestavano a diffonderne l’opera. Restano ancora centinaia di poesie inedite nascoste nelle biblioteche dei suoi amici. “Fa parte dei pochi poeti che continuano a scrivere anche dopo la morte. <strong>Mario ha seminato la sua poesia ai quattro venti, scriveva come camminava, spargendo versi ovunque. È una sorta di poesia itinerante</strong> che si trova nelle biblioteche di gente in Francia, a Barcellona, a Città del Messico, a Morelia, a Michoacán&#8230; era uno scrittore vagabondo”, dice Jorge Hernández, Piel Divina, un altro degli <em>infras</em> originari.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/ASJJKNGH64P44S9C-M-native-838f1-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96438" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/ASJJKNGH64P44S9C-M-native-838f1-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/ASJJKNGH64P44S9C-M-native-838f1-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/ASJJKNGH64P44S9C-M-native-838f1-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/ASJJKNGH64P44S9C-M-native-838f1.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p>Ci sono stati diversi tentativi di raccogliere i suoi scritti sparsi. Bruno Montané, cofondatore di Ediciones Sin Fin, lo ha fatto in un libro pubblicato nel 2012, <em>Sueño sin fin</em>. <strong>“Abbiamo iniziato il progetto con Roberto [Bolaño]: fare un montaggio e recuperare le poesie, i frammenti, quasi dei motti, che scriveva sulle pagine bianche, sulle copertine dei libri che gli prestavi, che poi dovevi strappargli via con la forza”,</strong> afferma. Nel 2008, un decennio dopo la sua morte, il Fondo de Cultura Económica ha pubblicato <em>Jeta de santo</em>, forse la sua raccolta più completa, curata dall’ ex compagna Rebeca López e da Mario Raúl Guzmán. Le poche opere pubblicate in vita fecero sì che il suo prestigio come autore underground crescesse dopo la morte, anche se continuò a essere ripudiato da figure di spicco della letteratura messicana. E la leggenda del poeta che usciva dalle pagine di un romanzo per vagare lungo il Distretto Federale e scrivere versi anche sotto la doccia ebbe il sopravvento.</p>



<p><strong><em>Alejandro Santos Cid</em></strong></p>



<p><em>*originariamente<a href="https://elpais.com/mexico/2023-03-18/la-guerra-y-la-paz-de-mario-santiago-papasquiaro-el-verdadero-detective-salvaje.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> pubblicato su “El Paìs”,</a> traduzione di Nicola Barbato e Mattia Tarantino</em></p>
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		<title>“Stephen Crane ha cambiato il nostro modo di scrivere”. Il nuovo romanzo di Paul Auster</title>
		<link>https://www.pangea.news/paul-auster-stephen-crane-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 03:26:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poeta, sceneggiatore per il cinema (Smoke, Blue in the Face, Lulu on the Bridge), traduttore dal francese (Mallarmé, Maurice Blanchot, Jacques Dupin), saggista, autore di libri autobiografici (L&#8217;invenzione della solitudine, Il taccuino rosso, Diario d&#8217;inverno, Notizie dall&#8217;interno); promotore di progetti editoriali come l’edizione delle opere complete di Samuel Beckett; protagonista di un lucido carteggio con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Poeta, sceneggiatore per il cinema <em>(Smoke</em>, <em>Blue in the Face</em>, <em>Lulu on the Bridge),</em> traduttore dal francese (Mallarmé, Maurice Blanchot, Jacques Dupin), saggista, autore di libri autobiografici (<em>L&#8217;invenzione della solitudine</em>, <em>Il taccuino rosso</em>, <em>Diario d&#8217;inverno</em>, <em>Notizie dall&#8217;interno</em>); promotore di progetti editoriali come l’edizione delle opere complete di Samuel Beckett; protagonista di un lucido carteggio con J. M. Coetzee (<em>Qui e ora</em>); Paul Auster (New Jersey, 74 anni) è soprattutto romanziere. Autore di oltre quindici romanzi tra cui <em>Trilogia di New York</em>, <em>Leviatano</em>, <em>Moon Palace</em>, <em>Nel paese delle ultime cose</em>, <em>La musica del caso</em><em>, Il libro delle illusioni,</em> <em>La notte dell’oracolo</em> e <em>4 3 2 1</em>, l’opera di Auster è tradotta in una quarantina di lingue. La sua prosa è intrisa di una magia contagiosa, come dimostra il libro più recente <a href="https://us.macmillan.com/books/9781250235848" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Burning Boy. The Life and Work of Stephen Crane, </em>un approccio del tutto originale alla vita e all’opera del poliedrico scrittore (1871-1900) che secondo Auster ha cambiato il corso della letteratura nel suo paese</strong></a> prima di soccombere alla tubercolosi a soli 28 anni.</p>
<p><strong>Insomma, perché Crane?</strong></p>
<p>L’ho letto da giovane, mi piacque molto, non l’ho preso in mano per molti anni. Quando ho terminato <em>4 3 2 1</em> ero totalmente esaurito. Dopo un periodo di assoluta abnegazione alla scrittura, sette giorni su sette, ero consapevole che sarebbe stato del tutto impossibile scrivere qualcosa in poco tempo, così mi sono dedicato a leggere libri che mi avevano interessato da tempo ma ai quali per un motivo o per un altro non ero mai riuscito ad avvicinarmi come <em>Middlemarch</em> di George Eliot o <em>Al faro</em> di Virginia Woolf. Stephen Crane era nella lista. Avevo un’antologia di 500 pagine. La aprii a caso e mi imbattei nel racconto <em>Il mostro</em>, di cui non avevo mai sentito parlare. La lettura mi ha sconvolto. Ho divorato il resto dell’antologia, sono andato a comprarmi un’edizione di 1.400 pagine delle opere scelte. Mi sembrarono così affascinanti che lessi dall’inizio alla fine i 10 volumi delle sue opere complete: narrativa, giornalismo, poesia, racconti brevi, tutto. Entusiasta, mi misi a esplorare la sua vita, piena di episodi appassionanti. Mi sono deciso quindi a scrivere un libro su di lui di 200 pagine più o meno: alla fine ne sono uscite 800.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87505 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-197x300.jpg" alt="" width="296" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-768x1167.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-1011x1536.jpg 1011w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/burning-boy.jpg 1200w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p><strong>Soddisfatto?</strong></p>
<p>Moltissimo. La cosa curiosa è che non so perché mi sono messo a scrivere questo libro. Non ho mai scritto nulla di simile nella mia vita. E l’unica cosa che mi veniva in mente era che, in modo piuttosto strano, Crane era il seguito del mio ultimo romanzo, <em>4 3 2 1</em>, la versione numero cinque della vita del protagonista, Ferguson.</p>
<p><strong><em>Burning Boy. The Life and Work of Stephen Crane </em></strong><strong>è un libro difficile da classificare. Non è narrativa ma si legge come se fosse un altro romanzo di Paul Auster.</strong></p>
<p>L’energia emozionale e intellettuale che vi ho messo è la stessa che profondo quando scrivo un romanzo. Non è una biografia, né un’opera di critica letteraria, genere che detesto. Crane è una figura enigmatica. La sua personalità ha sfaccettature contradditorie, tutte affascinanti. Mi sono reso conto che se volevo capirlo veramente, dovevo filtrarlo attraverso il vaglio dell’immaginazione. È stato un processo molto simile a quello che intraprendo quando creo per un romanzo un personaggio complesso. A mano a mano che approfondisco, diventa sempre più accessibile.</p>
<p><strong>Cosa le interessa del Crane scrittore? </strong></p>
<p>Ha cambiato le regole del gioco. Ha elevato l’arte di narrare, portandola su un altro piano. Ha liberato il romanzo statunitense dalle convenzioni che lo tenevano soggiogato da 150 anni. <em>Il segno rosso del coraggio</em>, per esempio. È un romanzo di guerra ma è stato scritto in un modo in cui non si era mai scritto prima: trasmette le sensazioni di un ragazzo di 16 o 17 anni che si vede coinvolto in una situazione che non capisce. Crane riesce a tradurre le sue percezioni in un linguaggio crudo ma pieno di vita. E il ritratto della povertà che presenta in <em>Maggie, ragazza di strada</em> ci sbalordisce se teniamo conto che quando ha scritto quel romanzo aveva poco più di 20 anni.</p>
<p><strong>Il suo libro comincia parlando di geni precoci come </strong><strong>Mozart</strong><strong>, </strong><strong>Glenn Gould</strong><strong>, </strong><strong>Bobby Fischer</strong><strong>… Nel caso di Crane occorre aggiungere un dettaglio: è morto molto giovane. </strong></p>
<p>In letteratura non esistono geni precoci, non è possibile. Ci possono essere nella musica, nelle arti plastiche, negli scacchi, nella matematica ma non in letteratura perché per padroneggiare il linguaggio occorre che trascorra molto tempo.</p>
<p><strong>Ciò che stupisce di Crane è che nonostante sia morto a 28 anni ha goduto dell’ammirazione di giganti come </strong><strong>Joseph Conrad</strong><strong> o </strong><strong>Henry James</strong><strong>&#8230;</strong></p>
<p>James era un genio: non capì che Crane era il futuro della letteratura. Crane ebbe una grandissima influenza su Conrad. Poco tempo fa ho letto un articolo piuttosto brillante in cui si indaga l’impatto di Crane su <em>Lord Jim</em>, il capolavoro di Conrad. Secondo questo articolo, il personaggio di Lord Jim è ispirato in parte alla figura di Crane.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87506 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/Smoke-206x300.jpg" alt="" width="306" height="446" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Smoke-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Smoke-703x1024.jpg 703w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Smoke-768x1118.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/Smoke.jpg 790w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></p>
<p><strong>Nel suo libro afferma che l’immenso valore letterario di Stephen Crane poggia su cinque o sei opere molto brevi. </strong></p>
<p>La sua reputazione si basa su <em>Il segno rosso del coraggio</em> e <em>Maggie, ragazza di strada</em>, i due romanzi per cui è conosciuto. Sono i suoi capolavori&#8230; ma a me ciò che ha più colpito sono i testi brevi, in special modo i racconti di una trentina di pagine come <em>La scialuppa</em> e <em>L’hotel azzurro.</em></p>
<p><strong>Mi dica di più.</strong></p>
<p><em>La scialuppa</em> rispecchia un’esperienza reale vissuta da Crane: riuscì a sopravvivere a un naufragio al largo delle coste della Florida mentre si dirigeva verso Cuba da giornalista. È la cronaca del giorno e mezzo che trascorre in alto mare assieme al capitano e a due membri dell’equipaggio, tentando di raggiungere la costa. La solidarietà tra i quattro uomini che erano sulla scialuppa gli fa capire che nel mondo regna il non senso. Non c’è un dio che possa controllare tutto, non c’è nessun’altra forza se non quella della natura che è totalmente indifferente nei confronti della sorte dell’umanità. In questo contesto, l’unica cosa che dà senso all’esistenza è la solidarietà.</p>
<p><strong>E </strong><strong><em>L’hotel azzurro</em></strong><strong>?</strong></p>
<p>Lo ha scritto un anno dopo e va addirittura oltre. È una storia enigmatica, un racconto raccapricciante nel quale in nessun momento si sa con esattezza cosa succeda né perché. Ha luogo in un paesaggio onirico del Nebraska. In mezzo a una prateria si staglia un hotel azzurro in cui restano intrappolati alcuni uomini che giocano a poker in attesa che la tempesta di vento e neve si plachi. Alla fine, si verifica un omicidio dalle circostanze inspiegabili. Viene assassinato il protagonista, lo svedese, che è mezzo pazzo. Uno dei personaggi, l’alter ego di Crane, cerca di capire cosa sia successo e parla con un altro giocatore, un cow boy. Crane si accosta agli aspetti più sordidi del comportamento umano a soli 26 anni.</p>
<p><strong>Cosa dobbiamo aspettarci da Paul Auster dopo questo libro?</strong></p>
<p>Ho deciso di tornare alla narrativa. Sto scrivendo dei racconti.</p>
<p><strong>È molto diverso dallo scrivere romanzi? </strong></p>
<p>Me lo chieda tra un anno.</p>
<p><strong><em>Eduardo Lago</em></strong></p>
<p><a href="https://elpais.com/cultura/2021-09-17/paul-auster-los-genios-precoces-no-existen-en-la-literatura.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>*Si traduce una parte dell’intervista rilasciata da Paul Auster a “El País” come “Los genios precoces no existen en la literatura”. La traduzione è a cura di Mercedes Ariza. </em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/paul-auster-stephen-crane-intervista/">“Stephen Crane ha cambiato il nostro modo di scrivere”. Il nuovo romanzo di Paul Auster</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Nessuno tocchi lo spagnolo, è la nostra eredità. Un testo di Mario Vargas Llosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 17:55:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Diana Mazon]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è stato il principale contributo della Spagna all’America Latina, quando l’ha scoperta e conquistata? A questa domanda i credenti rispondono la Chiesa cattolica, Cristo, la vera religione. Gli evangelici, così numerosi ora nel nuovo continente, sebbene in qualche modo in disaccordo, finirebbero probabilmente per accettare questa risposta. I non credenti, come chi scrive questo [&#8230;]</p>
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<p>Qual è stato il principale contributo della Spagna all’America Latina, quando l’ha scoperta e conquistata? A questa domanda i credenti rispondono la Chiesa cattolica, Cristo, la vera religione. Gli evangelici, così numerosi ora nel nuovo continente, sebbene in qualche modo in disaccordo, finirebbero probabilmente per accettare questa risposta. I non credenti, come chi scrive questo articolo, risponderebbero che, senza il minimo dubbio, il contributo principale è stato la lingua, lo spagnolo o <em>castigliano</em> che ha sostituito le millecinquecento (che alcuni linguisti estendono a quattro o cinquemila) lingue, dialetti e vocabolari parlati in Sud America da tribù, popoli e imperi. Non si capivano: vissero per molti secoli dediti al passatempo di uccidersi.</p>



<p>Molti indigeni e un buon numero di spagnoli morirono di spada e pallottole in quei secoli travagliati, in cui la Spagna riempì l’America di chiese, città, conventi, università e seminari, e in cui migliaia di famiglie spagnole si stabilirono nelle nuove terre, dove hanno lasciato una vasta prole. Molti di noi, latinoamericani, ci sentiamo orgogliosi di essere eredi di quegli umili spagnoli, molti dei quali analfabeti, venuti da tutte le piccole città della penisola.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="972" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-972x1024.jpg" alt="" class="wp-image-84036" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-972x1024.jpg 972w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-285x300.jpg 285w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-768x809.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-1458x1536.jpg 1458w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Quijote_molinos-1944x2048.jpg 1944w" sizes="(max-width: 972px) 100vw, 972px" /></figure>



<p>Lo spagnolo prese piede ovunque, molto presto, unificando culturalmente il nuovo continente da un estremo all’altro, e da allora quella lingua ha avuto la fortuna – senza alcun governo che la promuovesse, nella pigrizia generale di tutte le autorità –, grazie al suo dinamismo, la chiarezza e la semplicità delle sue forme e della sua coniugazione, nonché la sua vocazione all’universalità, la capacità di diffondersi nel mondo fino ad essere parlata oggi nei cinque continenti da circa seicento milioni di persone e di avere in un unico paese, gli Stati Uniti d’America, dove è la seconda lingua viva, circa cinquanta milioni di ispanofoni.</p>



<p>Una lingua non è solo un mezzo di comunicazione; è una cultura, una storia, una letteratura, credenze ed esperienze accumulate, che nel tempo si sono legate alle parole che la componevano e le hanno riempite di idee, immagini, costumi e, ovviamente, conquiste scientifiche. L’introduzione dello spagnolo ha portato agli ispano-americani Grecia e Roma, Cervantes, Shakespeare, Molière, Goethe, Dante e le istituzioni che nel corso della loro traiettoria hanno creato l’Europa occidentale. Adesso sono tanto nostri quanto della Spagna. Più importanti di tutto questo sono le istituzioni che hanno determinato il progresso e la modernità, così come la filosofia che ha permesso di porre fine alla schiavitù, che ha determinato l’uguaglianza tra razze e classi, i diritti umani e, ai nostri giorni, la lotta alla discriminazione contro le donne. In altre parole, la democrazia e la fame di libertà. Tutto questo è stato acquisito dall’America Latina, e molto altro ancora, adottando e facendo propria la lingua spagnola. Senza di lei, né l’Inca Garcilaso de la Vega né Sor Juana Inés de la Cruz troverebbero spiegazione. Né, ovviamente, Sarmiento, Rubén Darío, Borges, Alfonso Reyes, Octavio Paz, Cortázar, Neruda, César Vallejo, García Márquez e tanti altri grandi poeti e scrittori di prosa latinoamericani che hanno arricchito lo spagnolo.</p>



<p>Tuttavia, contrariamente a quanto sarebbe naturale, la gioia e l’orgoglio di un paese la cui lingua ha acquisito nei secoli un’universalità che ha davanti a sé soltanto l’inglese, dal momento che il mandarino e l’hindi sono troppo complicati e locali per essere autentiche lingue internazionali, nella stessa Spagna, la terra in cui quella lingua è nata e si è evoluta e in seguito ha ereditato il mondo intero, come scoprì, tra gli altri, il grande Don Ramón Menéndez Pidal e i suoi discepoli, esiste da qualche tempo una campagna, da parte degli indipendentisti e degli estremisti, per abbassarla e diminuirla, bloccandole la strada e cercando (molto ingenuamente) di abolirla o sostituirla. È successo ancora una volta, con la nuova legge sull’istruzione che l’attuale Governo del Partito Socialista e <em>Unidas Podemos</em> ha approvato, con un solo voto in più del necessario, con il sostegno di Bildu, la continuazione di ETA, l’organizzazione terroristica che ha ucciso quasi novecento persone, che ora ha abbandonato la lotta armata scegliendo l’integrazione. E con l’apporto, naturalmente, di Esquerra Republicana, i cui principali leader sono stati condannati dai tribunali spagnoli per aver indetto un referendum sull’indipendenza della Catalogna, vietato dalla Costituzione del 1978, attualmente in vigore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="836" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-1024x836.jpg" alt="" class="wp-image-84038" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-1024x836.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-300x245.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-768x627.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-1536x1254.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/Celestin_Nanteuil_...dieron_con_Sancho_en_el_suelo_y_lo_mismo_le_avino_d_D._Quixote..._c._1855_NGA_132293-2048x1672.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La trattativa che ha permesso questa alleanza, sulla quale alcuni socialisti non sono d’accordo, è stata molto semplice. Il governo di Pedro Sánchez doveva approvare il progetto di bilancio davanti alle Corti Generali. Per questo motivo <em>Unidas Podemos</em> ha attirato i voti del Partito nazionalista basco (PNV), Bildu ed Esquerra, e questi, senza perdere tempo, si sono affrettati a concederli fintanto che il governo accettasse di modificare la legge, sopprimendo il carattere “veicolare” dello spagnolo che afferma specificamente la Costituzione. Questo è il motivo per cui il castigliano o la lingua spagnola è diventata, secondo questa legge, una lingua nascosta o clandestina. Chi prova a comprendere questa legge, chiamata “Legge Celaá” dal ministro dell’Istruzione che l’ha concepita, rimane sorpreso che in un progetto che stabilisce le forme di istruzione in tutto il paese, lo spagnolo o castigliano compaia solo di passaggio. Lo spagnolo, la lingua che è nata in Castiglia, quando il paese era semi-occupato dagli arabi e che è diventata una lingua universale, dov’è? È una lingua sminuita, messa a tacere, ignorata dalle lingue locali parlate dalle minoranze, e uno dei ministri del governo ha avuto l’audacia di dire che tutto lo scandalo sorto a questo proposito sarebbe stato evitato se lo spagnolo non avesse ‘avvelenato’ il clima scolastico in Catalogna, dove alcune scuole, che rispettano le leggi, facevano le ore di lezione di spagnolo a cui sono obbligate, che però la maggior parte delle scuole catalane non rispettano. La legge afferma che le lezioni in spagnolo o castigliano costituiscono un diritto di tutte le persone nate in Spagna. In quante comunità autonome bilingue viene soddisfatta questa disposizione? Solo in minoranza, temo. Ebbene, anche se sembra impossibile, la campagna contro lo spagnolo nella terra natale di Cervantes è ancora in corso. Sarebbe un vero suicidio se questa idiozia prosperasse, non per lo spagnolo o la lingua castigliana, che ha più che assicurato il suo futuro nel resto del mondo. Piuttosto, per la Spagna, perché strapparle la lingua sarebbe strapparle l’anima. È impensabile che il paese in cui sono nati il castigliano, Quevedo e Góngora, così come centinaia di scrittori che hanno dato prestigio e dimensione universale allo spagnolo, sia oggetto di una vittoriosa campagna di discriminazione. Essa non può e non deve prosperare. Noi ispanofoni, che formiamo la stragrande maggioranza nel paese, dobbiamo impedire questo assurdo tentativo di sottovalutare e sottomettere lo spagnolo di fronte alle lingue periferiche. Firmiamo i manifesti necessari e scendiamo in piazza tutte le volte che sia necessario: lo spagnolo è la lingua della Spagna e nessuno la seppellirà.</p>



<p><strong><em>Mario Vargas Llosa</em></strong></p>



<p><em><a href="https://elpais.com/opinion/2020-12-05/la-lengua-oculta.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*L’articolo è pubblico in origine su “El País”, il 6 dicembre 2020, come “La lengua oculta”;</a> la traduzione italiana è di Diana Mazon</em></p>
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		<title>“È una scrittrice selvaggia, che ha fame”. Clarice Lispector 100!</title>
		<link>https://www.pangea.news/lispector-cento-anni/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 05:55:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le mani guantate della bibliotecaria estraggono con delicatezza la pagina dal raccoglitore. La scatola è ai suoi piedi. In realtà, la pagina è costituita da diversi pezzi di carta, incollati con nastro adesivo giallo e colla. La parola FIN, “fine”, spicca al centro del foglio, in lettere maiuscole, assediata da paragrafi, frasi, scarabocchiate con penna [&#8230;]</p>
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<p>Le mani guantate della bibliotecaria estraggono con delicatezza la pagina dal raccoglitore. La scatola è ai suoi piedi. In realtà, la pagina è costituita da diversi pezzi di carta, incollati con nastro adesivo giallo e colla. La parola <em>FIN</em>, “fine”, spicca al centro del foglio, in lettere maiuscole, assediata da paragrafi, frasi, scarabocchiate con penna a sfera. <strong>Così, come un collage sono nate le opere di <a href="http://www.pangea.news/clarice-lispector-biografia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Clarice Lispector</a> (1920-1977), la scrittrice brasiliana più originale, quella più tradotta al mondo,</strong> la più importante del XX secolo.</p>



<p>Annotava idee, sensazioni, soprattutto, i pensieri perturbanti, che mescolava alle note della vita di tutti i giorni: la spesa, le telefonate al tale e all’altro, le regole per perdere peso. Solo quando quelle frasi erano mature le batteva sul foglio, con la macchina da scrivere. <strong>La pagina incollata appartiene al manoscritto del libro postumo, <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845933615" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Un soffio di vita</a></em>, ed è parte della sua biblioteca, conservata presso <a href="https://ims.com.br/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’Instituto Moreira Salles (IMS) di Rio de Janeiro</a>,</strong> una piccola finestra sul metodo creativo della scrittrice che avrebbe compiuto 100 anni il 10 dicembre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="574" height="900" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/libro1-4.jpg" alt="" class="wp-image-81581" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/libro1-4.jpg 574w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/libro1-4-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></figure>



<p>Clarice Lispector pubblica a 22 anni il primo romanzo,<strong> <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845902512" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vicino al cuore selvaggio</a></em></strong>, che le è valso un premio e ha sconcertato la critica. La reputazione di autrice difficile da leggere è stata un ostacolo, per anni. “Non si tratta di intelligenza, ma di sentimenti: non bisogna capire, ma entrare in contatto”, ha detto durante la sua ultima intervista, pochi mesi prima di morire per un cancro alle ovaie, alla vigilia del suo cinquantasettesimo compleanno. “Sembra che valga la pena rileggere. È un sollievo”.</p>



<p>Nata a Čečel’nyk, un villaggio ucraino allora in Russia, era una bambina quando i Lispector, in fuga dalla guerra e dai pogrom, raggiunsero il Brasile, dove avevano dei parenti. Clarice non ha mai perso il vago accento di una ragazza dall’infanzia yiddish. Parlava e leggeva in francese, inglese e italiano – il portoghese, però, era la lingua in cui scriveva, pensava, sognava. Amava.</p>



<p>La Lispector ha rivoluzionato la scena letteraria brasiliana dagli anni Quaranta. <strong>“</strong><strong>È una scrittrice selvaggia, poco raffinata, che ha bisogno di esporre la propria fame. Una fame di vita, di amore. È molto poco intellettuale, ecco”</strong>, dice uno dei suoi massimi studiosi, Eucanãa Ferraz. Enigmatica, bellissima, curata come una star del cinema, Clarice irrompe nel mondo letterario come una rivoluzione. Non ha paura di mostrare il lato più selvatico, animalesco del proprio lavoro, anche se conduce la vita convenzionale di una donna di classe agiata. Per quindici anni ha vissuto all’estero, accompagnando il marito, diplomatico, e allevando i loro due figli. Annota. Scrive. Pubblica. “A volte mi sedevo su un’amaca, con un libro aperto sulle ginocchia, senza toccarlo: pura estasi”. Nella sua ultima intervista specifica: “Quando non scrivo, sono morta”.</p>



<p><strong>Un’altra istituzione di Rio, <a href="http://www.casaruibarbosa.gov.br/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la Casa Rui Barbosa</a>, conserva circa 800 libri della biblioteca personale della scrittrice, gli archivi, le fotografie di famiglia e la corrispondenza con le sorelle, Tania ed Elisa.</strong> Le lettere raccontano gli anni vissuti in Europa, in Africa, tra Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra e Italia. “Ho sete di felicità – e sono felice, a mio modo”, scrive in una cartolina. Di recente, l’istituzione ha accolto un taccuino con alcune annotazioni, donato dal figlio, Paulo Gurgel Valente. Scrittrice di culto, lettrice eclettica: nei suoi scaffali si passa dal romanzo rosa a Dostoevskij al <em>Lupo della steppa </em>di Hermann Hesse, che la turbò, a 13 anni. Copie di Spinoza segnate con la matita si alternano a opere di Tolstoj, Kafka, Machado de Assis; saggi su James Joyce e Shakespeare seguono libri di filosofia, romanzi di spionaggio, l’“Enciclopedia della donna e della famiglia”. <strong>Con il primo stipendio – guadagnato come giornalista a Rio de Janeiro – si è comprata un libro di Katherine Mansfield. <a href="http://www.pangea.news/katherine-mansfield-le-lettere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">C’è anche un’edizione delle <em>Lettere</em> della grande scrittrice neozelandese</a>,</strong> in italiano, stampata da Mondadori.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="578" height="900" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/libro2-2.jpg" alt="" class="wp-image-81582" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/libro2-2.jpg 578w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/libro2-2-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></figure>



<p>Intorno ai quarant’anni, la Lispector divorzia. Torna a Rio, con i figli; una scultura la ferma mentre volta le spalle a Copacabana, una delle spiagge più belle del mondo, con un libro in grembo, seduta. Un’icona che raffigura l’idea del suo lavoro, dove non c’è posto per il paesaggio, per l’epoca. I suoi sono viaggi introspettivi che radunano paure, angosce, amori…</p>



<p>Ha invaso anche la letteratura per bambini, assecondando le lamentele di uno dei figli che le rimproverava di scrivere per tutti, tranne che per lui. Clarice gli dedicò una storia, in inglese, perché la famiglia viveva negli Stati Uniti. Non ha mai voluto essere quel tipo di scrittrice che non prendeva cura dei figli. Che Pedro e Paulo alterassero le ore della sua creatività, non la disturbava – lavorava poco dopo l’alba, quando era l’istinto, stimolato dalle sigarette e da caffè, a prendere il sopravvento.</p>



<p><strong><em>Naiara Galarraga Gort</em></strong><strong><em>ázar</em></strong></p>



<p><em>*L’articolo è stato pubblicato su “El País” come <a href="https://elpais.com/cultura/2020-12-05/clarice-lispector-una-biblioteca-de-secretos.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Clarice Lispector: una biblioteca de secretos”</a></em></p>
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		<item>
		<title>Lo scrittore &#038; la morte. Il suicidio mancato (per fortuna nostra) di Joseph Conrad e Hermann Hesse</title>
		<link>https://www.pangea.news/hesse-conrad-suicidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 05:46:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Hesse]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’incipit più eloquente della narrativa italiana recente – il libro è troppo bello per trovarlo stivato in qualche scaffale librario, s’intitola Tutte le voci di questo aldilà – allinea, con catatonica nitidezza, i nomi dei poeti &#38; degli scrittori dall’infelice sorte. Pressoché tutti, insomma: da Emilio Praga, “morto a trentasei anni corroso dalla ‘fatina verde’, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hesse-conrad-suicidio/">Lo scrittore &#038; la morte. Il suicidio mancato (per fortuna nostra) di Joseph Conrad e Hermann Hesse</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p><strong>L’incipit più eloquente della narrativa italiana recente – il libro è troppo bello per trovarlo stivato in qualche scaffale librario, s’intitola <em><a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article3423" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tutte le voci di questo aldilà</a></em></strong> – allinea, con catatonica nitidezza, i nomi dei poeti &amp; degli scrittori dall’infelice sorte. Pressoché tutti, insomma: da Emilio Praga, “morto a trentasei anni corroso dalla ‘fatina verde’, ovvero il distillato di Artemisia asinthium” e Gérard de Nerval, che “si impiccò in una strada di Parigi”, si passa per i rioni di Georg Trakl, Sylvia Plath e Marina Cvetaeva, si lambisce la reclusione di Vladimir Holan e di Clemente Rebora, la fine di Pavese, di Michelstaedter, quella di Paul Celan e di Attila Józef. Misticamente ironica la sintesi cui giunge <strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andrea Temporelli</a></strong>, autore di quel libro memorabile: <strong>“Resta da capire perché ci siano così tante persone che ancora oggi si dannano l’anima pur di diventare poeti famosi, cioè, squinternati-morti-di-fame”. È inevitabile: il poeta <em>muore</em> la propria opera, altrimenti scherza – e noi abbiamo denti da lince e poca voglia di ridere. </strong>Scrive, cioè, sempre, in condizione di pericolo: nel pericolo, ad esempio, di non sapere più articolare un verso, di smarrirsi, di intuire una realtà, una verità che rende pallidi i propri fogli, flebile enigma, un buco bianco. Scrive per scontentare gli altri, per ulcerare la propria <em>reputazione</em> – reputandola uno sputo – per farsi malvolere. <strong>Un uomo che non tenda ai morti e non abbia mai meditato la propria morte, semplicemente, non può scrivere: perché la morte è tutto <em>l’al di qua </em>della vita. </strong>Questa – la meditazione sulla morte – non è un vago revival del ‘maledettismo’ modaiolo; è un tono maturo, sano, l’indole necessaria di chi si avvia alla scrittura. Che, in fondo, significa pugnalare un foglio, l’altro se stesso. Se tutti gli scrittori hanno, almeno una volta, scelto la morte, non tutti sono morti, per fortuna nostra. Su “El País” Manuel Vicent ha scritto un articolo curioso, <strong><em><a href="https://elpais.com/cultura/2020-11-06/escritores-suicidas-frustrados.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Escritores suicidas frustrados</a></em></strong>, raccontando il suicidio mancato di Joseph Conrad e di Hermann Hesse. Il confronto con la morte, appena sfiorata, costituisce per entrambi una svolta. In particolare, il “maldestro” tentativo di suicidio di Conrad, accaduto nel 1878, quando aveva poco più di vent’anni, dopo una clamorosa perdita al gioco, sarà ammantato di leggenda: <strong>“Successivamente, Conrad attribuirà la cicatrice ad un romantico duello, combattuto per questioni d’onore; ma una lettera dello zio parla chiaramente di tentato suicidio, azione assai disonorevole per un gentiluomo polacco, e per di più cattolico, che va quindi nascosta”</strong> (Mario Curreli). Lo scrittore – Orfeo con le mani a forma di specchio – abita la morte, certo. Ma è pure un mentitore impenitente. (d.b.)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81059" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736.jpg 1000w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>L’elenco degli scrittori che hanno preferito andare all’altro mondo per continuare a scrivere è magnetico e pressoché infinito.</strong> Dai classici, Socrate, Seneca e Petronio, passando per Ángel Ganivet e Gabriel Ferrater, fino ai celebratissimi, Salgari, Jack London, Virginia Woolf, Stefan Zweig, Sylvia Plath, Cesare Pavese, Walter Benjamin, Hemingway… l’elenco non si chiude mai perché questo è un lavoro che si fa sul bordo della scogliera, cioè sul ciglio del proprio io, sempre sulla soglia del cadere, del crollo. Eppure, ci sono stati due grandi scrittori che sono diventati tali perché nella tormenta della giovinezza, nonostante ci abbiano provato, non sono riusciti a uccidersi. Mi riferisco a<a href="http://www.pangea.news/pangea-anniversario-conrad/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>Joseph Conrad</strong> </a>e a <strong><a href="http://www.pangea.news/hermann-hesse-lettere-ai-lettori/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hermann Hesse</a></strong>.</p>



<p>Quando ci si imbarca, di solito, i marinai si dividono in due categorie: chi lo fa smosso dalla tristezza, lasciando moglie, figli, amici e piaceri di terra; e chi sale a bordo felice di voltare le spalle ai debiti, alle liti, a false promesse d’amore, mettendo tra sé e il proprio mondo un oceano. Conrad apparteneva a questa classe di marinai. “Uomo libero, amerai sempre il mare”: quel verso di Baudelaire sembrava adattarsi perfettamente a lui. Sulla terra era una creatura scossa dall’inquietudine; il mare lo rendeva vigile, rigoroso, libero. <strong>Di ritorno dal primo viaggio alle Antille, sbarcato a Marsiglia, in attesa di arruolarsi su un’altra nave, Conrad fu nuovamente divorato dai debiti: afferrò una pistola, per risolvere il problema. Il proiettile gli lambì il cuore, senza ucciderlo.</strong> “Se devo essere un marinaio, sarò un marinaio inglese”, si disse, in ospedale, mentre curava l’infortunio. Scalando i gradi, realizzò il proprio intento: diventò primo ufficiale della marina mercantile britannica, solcò i mari dalla Cina alla Nuova Zelanda, incorporando nel suo spirito i venti di Sumatra, del Borneo, del Golfo del Bengala; varcando il cuore dell’Africa attraverso il fiume Congo, condividendo le proprie imprese con uomini eroici e senza cuore, che in seguito avrebbe trapiantato nei propri romanzi. L’espiazione e il rimorso di Lord Jim, la calma in reazione alla sfortuna di Nostromo, il mutamento repentino di passioni e di onde in <em>Il negro del Narcissus</em>, l’indagine nei recessi della miseria umana di <em>Cuore di tenebra</em>: elementi propri dello scrittore che si misura con il mare. Conrad non ha scritto una pagina ridicola, non si è mai lasciato scomporre. La vita a terra era tutt’altra. Ringraziamo che il proiettile lo abbia graziato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/cuore-di-tenebra-591x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81060" width="514" height="889"/></figure>



<p><strong>Hermann Hesse, piuttosto, navigò i mari non meno tempestosi della coscienza religiosa. Cresciuto in una famiglia di fanatici pietisti, giunse all’adolescenza sopraffatto dalla Bibbia.</strong> I Salmi, l’organo e le preghiere costituivano il suo principale sostentamento, che alternava alle passeggiate nel prato, le chiacchiere con gli uccelli, i tuffi nel lago, d’estate, le verità apprese dagli elfi del bosco, l’amicizia con il calzolaio, il macellaio e gli artigiani della città tedesca di Calw, dove era nato. La vitalità del ragazzo si scontrò presto con la vita oscura dei familiari, che lo avevano destinato alla chiesa, per diventare un unto del Signore: Hermann Hesse, tuttavia, lottò fino alla fine della sua vita per decidere della propria personale consacrazione. Non poteva comunque evitare l’inerzia cupa dei genitori: nel seminario di Tubinga, Hesse diventò un adolescente pallido, che ricordava con nostalgia la libertà dell’infanzia, passata tra i pioppi neri e gli ontani del lago, il silenzio della neve tra gli abeti, il rapporto con gli animali, le piante, le stelle. <strong>Un giorno scalò il muro del seminario. Voleva fare lo scrittore, ma quella scelta non fu percorsa impunemente. I genitori affidarono il ragazzo a un centro di riabilitazione. Lo portarono perfino da un esorcista.</strong> Lungi dallo schiumare bava e rabbia, il ragazzo immaginava l’albero su cui il suo corpo sarebbe stato appeso, tra i canti degli uccelli; oppure, si vedeva annegato nel cuore del lago, lo stesso in cui si tuffava nei giorni felici. Hermann Hesse non si sarebbe mai dimenticato dello sforzo fatto per liberarsi dai propri legami; un giorno annodò la corda con l’intento – poi fugato – di impiccarsi. Negli anni Sessanta, quando i ragazzi partivano, zaino in spalla, verso i luoghi iniziatici del pianeta, insieme a una piccola scorta di marijuana portavano con sé tre libri inevitabili. <em>Demian, Siddartha </em>e <em>Il lupo della steppa.</em></p>



<p><strong><em>Manuel Vicent</em></strong></p>
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		<title>“Il giorno è un labirinto, con pochi minuti di luce”. Viaggio nella poesia di Ida Vitale</title>
		<link>https://www.pangea.news/ida-vitale-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 08:25:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Cesari]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Ida Vitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rivista “El País” l’ha definita maestra dell’impossibile con un titolo un po’ altisonante ma che si accorda bene ai contenuti delle poesie di Ida Vitale. A 95 anni, nel 2018, ha ottenuto il prestigioso Premio Cervantes (dopo aver già avuto, negli ultimi anni, una carrellata di premi non da poco come il Garcia Lorca [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="https://elpais.com/cultura/2019/04/23/actualidad/1556037201_355260.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La rivista “El País” l’ha definita <em>maestra dell’impossibile</em></a> con un titolo un po’ altisonante</strong> ma che si accorda bene ai contenuti delle poesie di <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ida_Vitale" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ida Vitale</a></strong>. A 95 anni, nel 2018, ha ottenuto il prestigioso Premio Cervantes (dopo aver già avuto, negli ultimi anni, una carrellata di premi non da poco come il Garcia Lorca nel 2015 e il Reina Sofia nel 2016), la quinta donna a vincere il prestigioso premio (istituito nel 1976). Dopo aver ricevuto la telefonata in cui le si annunciava di essere stata giudicata vincitrice, ha risposto: “Los españoles están igual de locos que en la época de la conquista”.</p>



<p><strong>Ida Vitale nasce nel 1923 in Uruguay, a Montevideo, e avvicinandosi (furtiva, come forse sempredev’essere) alla poesia </strong>entra a far parte della ‘Generación del ’45’. La dittatura militare che siverificò negli anni ’74-’84 la obbligò a esiliarsi in Messico per poi far ritorno a Montevideo dove ritrova la sua amata libreria. È traduttrice e giornalista, ma soprattutto poeta, poeta fino al midollo, come lo sono tutti i veri poeti, che non smettono mai di essere tali anche quando fanno i giornalisti, i traduttori, mentre sistemano casa o si lavano i denti. Bompiani ci ha fatto un bel regalo quest’anno pubblicando la prima traduzione della poetessa in lingua italiana in un volume, <strong><em><a href="https://www.bompiani.it/catalogo/pellegrino-in-ascolto-9788830104150" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pellegrino in ascolto</a></em></strong>, che racchiude le più significative tappe del suo percorso poetico e una selezione di poesie da quasi tutte le sue raccolte.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro-3-739x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81000" width="462" height="639" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-3-739x1024.jpg 739w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-3-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-3-768x1064.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-3.jpg 1000w" sizes="(max-width: 462px) 100vw, 462px" /></figure>



<p>L’antologia si apre con la prima pubblicazione della poetessa: <em>La luz de esta memoria </em>(1949) e già dal titolo si impone forte una delle tematiche che percorreranno tutta la sua attività poetica: la memoria è intricata, potente e fallibile. Ida Vitale lo sa bene fin dagli albori della sua produzione. Il tema della memoria se ne porta dietro altri due: limite e impossibile, che saranno le cifre più stringenti delle poesie di Ida Vitale, indagate in tutte le loro sfaccettature. Raccolta dopo raccolta il tema viene sempre più studiato, percepito e si fa più persistente, come un’ostinazione; se all’inizio si tratta di viuzze intricate, andando avanti si fa labirinto, buchi delle faccende quotidiane:</p>



<p>E sempre in mano tua un gomitolo</p>



<p>Senza mai smettere si avvolge</p>



<p>Come nei giri d’altro labirinto.</p>



<p>Ma non pensare,</p>



<p>non sforzarti,</p>



<p>tessi.</p>



<p>A poco vale ricordare,</p>



<p>cercare appoggio dentro i miti.</p>



<p>Arianna tu non hai riscatto</p>



<p>Né una costellazione per corona.</p>



<p>È lo scorrere del tempo in cui niente si trattiene che impedisce il formarsi di cose esatte, di un ricordo saldo e convinto dei suoi oggetti. E una capacità d’attenzione fuori del comune di cui la Vitale sembra essere fortemente dotata fornisce la possibilità di una meta-esperienza del quotidiano: lei si scansa per un attimo dall’istante per osservarlo, si fa <em>pellegrino in ascolto, </em>appunto, delle faccende d’ogni giorno per vederne chiaramente le aporie, le incrinature in cui la coscienza deborda, si disorienta e tenta di cercare “qualcosa d’intatto, esatto, affidabile/ per affrontare l’ombra”. Non a caso il tema del labirinto è centrale.</p>



<p>Il giorno un labirinto</p>



<p>dove pochi minuti soli</p>



<p>hai la luce.</p>



<p>Ti affacci allo scrittoio che beccheggia,</p>



<p>Guardi i fogli,</p>



<p>mari in disfatta</p>



<p>Lettere sghembe,</p>



<p>foglie d’un altro autunno,</p>



<p>L’agenda del giorno,</p>



<p>il labirinto</p>



<p>Dove hai avuto luce</p>



<p>pochi minuti.</p>



<p>Ma nella cecità, nella contraddizione: la parola. Parola che appunto permette di avere luce anche solo per pochi minuti e che Ida Vitale cerca incessantemente, come unico filo del gomitolo da dover riavvolgere: un imperativo per salvarsi. Nelle incomprensioni e contraddizioni in cui il giorno si sussegue solo la parola salva e per un attimo concede precisione.</p>



<p><em>Dalla memoria solo sale</em></p>



<p><em>Vago pulviscolo e profumo.</em></p>



<p><em>È forse la poesia?</em></p>



<p><strong><em>Bianca Cesari</em></strong></p>
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		<title>Franco Battiato, il “free jazz punk inglese” (che viene da Bristol), “i fuochi delle guardie rosse” e la buona morte</title>
		<link>https://www.pangea.news/franco-battiato-el-pais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2020 09:52:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Battiato]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho letto che Franco Battiato si è ritirato. Mi dispiace. Non riuscirò più a intervistarlo come si deve. Ho avuto diversi incontri con lui. Me ne sono andato, sempre, con un senso di impotenza. Franco partiva dal presupposto, un’illusione, che parlando ciascuno la propria lingua, io lo spagnolo lui l’italiano, potessimo capirci. Ha rinunciato al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ho letto che Franco Battiato si è ritirato. Mi dispiace. Non riuscirò più a intervistarlo come si deve. Ho avuto diversi incontri con lui. Me ne sono andato, sempre, con un senso di impotenza.</strong> Franco partiva dal presupposto, un’illusione, che parlando ciascuno la propria lingua, io lo spagnolo lui l’italiano, potessimo capirci. Ha rinunciato al traduttore. Con candida scaltrezza è ricorso al trucco più antico di tutti: “Chiedimi ciò che vuoi, risponderò ciò che voglio”. In una occasione c’era anche sua madre; la signora si indignò: “Rispondi a questo signore, Franco!”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="599" height="598" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/disco-2.jpg" alt="" class="wp-image-79706" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco-2.jpg 599w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco-2-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></figure>



<p>Non capivo se mi capisse. Mi interessava sapere se avesse messo apposta alcuni errori nelle sue canzoni. Ad esempio, in <em>Prospettiva Nevski </em>parla delle “guardie rosse” nella Pietroburgo bolscevica dell’inverno del 1917. Difficile ricordare i film di Ejzenštejn, che a quell’epoca non aveva ancora iniziato le riprese. D’altronde, né Nijinsky né Stravinsky erano in Russia in quegli anni. Queste scelte sono dovute, forse, a ragioni legate al ritmo, o al vezzo di Battiato di far cadere briciole di cultura, casuali, alzando il tono del testo. Un altro aspetto risiede nel cinismo con cui ha affrontato il mondo moderno. Nel celebre <em>Centro di gravità permanente</em> del 1981, dichiara la sua antipatia per le tendenze emergenti: “Non sopporto i cori russi/ La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/ Neanche la nera africana”. <strong>Per anni mi sono chiesto a cosa alludesse Battiato quando parla di “free jazz punk inglese”; lui stesso mi ha detto di non ricordarlo. Che diavolo è il “free jazz punk inglese”?, gli domandai. “Non ricordo… però suona bene”, mi disse, serafico.</strong> <strong>Nel corso del tempo, ho individuato due gruppi, fugaci, che potrebbero identificarsi con quella sigla: Rip Rig &amp; Panic e Pigbag.</strong> In altre parole, con tutte le precauzioni: nel mondo del pop s’intrufolava un sax viscerale per mutarlo in “free jazz”, anche se in realtà il sassofonista suono più come King Curtis che come Ornette Coleman.</p>



<p>Battiato ha sbagliato nel suo giudizio? Diciamo che non è stato generoso. Pigbag ci ha lasciato almeno un pezzo travolgente, <em>Papà’s Got A Brand New Pigbag</em>. E Rip Rig &amp; Panic sono stati il primo anello di una catena che ha portato alle sonorità tipiche degli anni Novanta, al trip-hop. Rip Rig &amp; Panic, nome tratto da un disco del jazzista Roland Kirk, è un gruppo di Bristol. Oggi è ricordato, più che altro, per aver promosso la voce di Neneh Cherry. Hanno anche suonato con suo padre, il grande Don Cherry (lui sì, vero protagonista del primo free jazz). Il gruppo ebbe vita breve, ma anticipò diversi modi della musica di Bristol: progetti multirazziali, stilisticamente fluidi, fuori dalle linee guida dell’industria discografica londinese. Penso ai Massive Attack, Smith &amp; Mighty, Portishead. La chiamarono trip-hop, ma sarebbe più appropriato dirla dub-hop, per le influenze giamaicane e gli inserti rap.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="500" height="500" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/disco2-3.jpg" alt="" class="wp-image-79707" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco2-3.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco2-3-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco2-3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/disco2-3-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>Anche Bansky, artista planetario spesso confuso con Robert Del Naja dei Massive Attack, viene da Bristol. Tempo fa, il gruppo si è rifiutato di esibirsi al Colston Hall, la sala concerti più importante della città, che onora la memoria di Edward Colston, uomo d’affari che ha reso possibile la Bristol moderna. Colston fece fortuna grazie a un commercio triangolare: navi che trasportavano merci inglesi in Africa, dove si caricavano schiavi per l’America, che poi tornavano a Bristol con cotone, tabacco, zucchero e altre materie prime. Ora non vincerebbe un concorso di popolarità: la sua statua è stata gettata in mare e il Colston Hall cambierà nome.</p>



<p>Quando ho incontrato Battiato nel 2013, aveva appena pubblicato <em>Apriti sesamo</em>, gli ho detto che era un uomo fortunato, che poteva permettersi tutto. “Ho un angelo che si prende cura di me. Quando morì mio padre, avevo un esame. Ero riuscito a studiare soltanto Spinoza, per filosofia, e Virgilio, in latino. Sa cosa mi domandarono?”. Indovinai. <strong>Gli chiesi cosa gli mancasse da realizzare, ancora. “L’unica cosa che mi manca è un buon passaggio. Una buona morte”.</strong></p>



<p><strong><em>Diego A. Manrique</em></strong></p>



<p><em>*L’articolo è uscito in origine <a href="https://elpais.com/cultura/2020-09-21/franco-battiato-contra-el-sonido-de-bristol.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su “El País”</a>; l’intervista a Battiato <a href="https://elpais.com/cultura/2013/03/13/actualidad/1363205360_932587.html?rel=listapoyo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">si legge qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franco-battiato-el-pais/">Franco Battiato, il “free jazz punk inglese” (che viene da Bristol), “i fuochi delle guardie rosse” e la buona morte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La gente non vuole nuove canzoni. Vuole sempre gli stessi pezzi, vuole che suoni con i denti, che rompi la chitarra… Jimi era stufo e frustrato, ecco”. Per i 50 anni dalla morte di Jimi Hendrix</title>
		<link>https://www.pangea.news/jimi-hendrix-morte-anniversario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 08:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Jimi Hendrix]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo concerto della sua vita, Jimi Hendrix è stato fischiato. Era il 6 settembre del 1970, dodici giorni prima della sua morte, il festival si chiamava “Peace and Love” e si teneva sull’isola di Fehmarn, in Germania. Pieno di motorizzati Hell’s Angels, arreso alla tempesta, fitto di falò: nessuno aveva il coraggio di difendere il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jimi-hendrix-morte-anniversario/">“La gente non vuole nuove canzoni. Vuole sempre gli stessi pezzi, vuole che suoni con i denti, che rompi la chitarra… Jimi era stufo e frustrato, ecco”. Per i 50 anni dalla morte di Jimi Hendrix</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Nell’ultimo concerto della sua vita, Jimi Hendrix è stato fischiato. Era il 6 settembre del 1970, dodici giorni prima della sua morte, il festival si chiamava “Peace and Love” e si teneva sull’isola di Fehmarn, in Germania.</strong> Pieno di motorizzati Hell’s Angels, arreso alla tempesta, fitto di falò: nessuno aveva il coraggio di difendere il logo del concerto, <em>pace e amore</em>. Quando fu il turno di Hendrix, si scatenò la tempesta. La performance non poteva andare in scena. Gli Hell’s Angels non l’hanno presa bene. Il concerto è stato rinviato al giorno successivo, a mezzogiorno. Quando Hendrix ha varcato il palco sono iniziati i fischi. Pubblico roso dal freddo, arrabbiato per il ritardo, “Vattene a casa”, gli ha detto qualcuno. “Pace, pace a tutti, comunque”, ha detto Hendrix, avvicinandosi al microfono. Le proteste continuarono. “Se volete fischiare, almeno siate accordati…”, disse, e attaccò una versione furiosa di <em>Killing Floor</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Le proteste si placarono, la pioggia cominciò a dominare. Hendrix riceveva piccole scosse elettriche ogni volta che si avvicinava al microfono. Tutto era spiacevole e violento. Il concerto si è concluso con <em>Voodoo Child.</em></strong>Quando Hendrix ha finito, i motociclisti lo hanno demolito. “Nell’ultimo tratto della sua vita non era felice”, ha detto <strong>Harry Shapiro, autore di <em><a href="https://www.amazon.it/Jimi-Hendrix-Electric-Harry-Shapiro/dp/0312058616" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jimi Hendrix: Electric Gypsy</a>.</em></strong>“Tutti volevano un pezzo di Hendrix: etichette discografiche, manager, groupie, stampa… Era sempre in prima linea. E questo è estremamente pericoloso per una persona creativa come lo era lui. La gente non vuole nuove canzoni. Vuole sempre gli stessi pezzi, vuole che suoni con i denti, che rompi la chitarra… Jimi era stufo e frustrato, ecco”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-706x1024.jpg" alt="" class="wp-image-79583" width="506" height="734" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-706x1024.jpg 706w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-768x1115.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-1058x1536.jpg 1058w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14-1411x2048.jpg 1411w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-14.jpg 1764w" sizes="(max-width: 506px) 100vw, 506px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>In un anno e mezzo, dal maggio del 1967 all’ottobre del 1968, Jimi Hendrix pubblica tre album (<em>Are You Experienced</em>, <em>Axis: Bold as Love</em>, <em>Electric Ladyland</em>), che cambiano per sempre la storia del rock. Durante gli ultimi 50 anni sono state messe ipotizzate almeno quattro ragioni che hanno portato alla morte prematura del più grande chitarrista rock della storia:</strong> suicidio per una vita impossibile e infelice; assassinio ad opera del manager, il viscido Michael Jeffrey, per riscuotere la sua assicurazione e saldare i debiti che aveva con la mafia; istigazione ad opera della Cia in un periodo di disordini razziali (Hendrix era un nero amato dai bianchi); quella ufficiale: soffocato dal vomito, prodotto da potenti sonniferi mescolati ad alcol. Hendrix è morto in una stanza nel seminterrato di un hotel londinese poco affascinante, il Samarkand. La donna che era con lui, Monika Dannemann, era una pattinatrice tedesca ritiratasi a causa di un infortunio, di famiglia benestante. Si erano conosciuti nel 1969, si erano visti una mezza dozzina di volte. La Dannemann era andata a trovarlo in albergo ed era rimasta lì. Secondo la sua testimonianza, il 17 settembre ha passato la giornata insieme a Hendrix, ascoltando musica e leggendo. Di notte, Hendrix le ha chiesto di portarlo in un posto. Lei gli domanda chi deve incontrare, lui non dice nulla. Poi è andata a prenderlo. Hendrix era stanco, aveva bisogno di dormire, lei disse che aveva delle pillole. Gliene dà alcune (Vesparax) dicendo di prenderne solo la metà, sono forti. Si addormentano. La Dannemann si sveglia alle 10.20 del 18 settembre, ha visto che Hendrix stava dormendo, è uscita a prendere le sigarette. Dopo mezz’ora è tornata. <strong>Sembrava che Hendrix stesse ancora dormendo, dalla bocca usciva un filo di vomito. “Ho preso il suo polso, sembrava normale. Mi sono innervosita perché ho visto che erano rimaste solo nove pillole. Ho chiamato Eric Burdon, mi ha detto di calmarmi, mi ha detto di chiamare il dottore se non migliorava. Mi sono messa litigare con lui, ho chiamato l’ambulanza”. </strong>Un team di medici ha tentato di rianimare il musicista, invano. Causa ufficiale: morte per soffocamento di vomito causato da intossicazione di pillole e alcol.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>“La testimonianza della Dannemann è difficile da credere perché parte da una fantasia. Si presentava come il grande amore della vita di Hendrix, e questo non è vero. È possibile che sia stata negligente e abbia impiegato troppo tempo a chiamare l’ambulanza”, ha detto <strong>Charles R. Cross, autore di <em><a href="https://www.amazon.it/Room-Full-Mirrors-Biography-Hendrix/dp/0786888415" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Room Full of Mirrors: A Biography of Jimi Hendrix</a>.</em></strong>“Se mischi droghe, alcol e sonniferi il risultato è letale. Jimi li aveva combinati in tre diverse occasioni. Non penso avesse tendenze suicide o che fosse depresso. Era spericolato. <strong>Fama, soldi e successo non gli hanno dato ciò che voleva. Le droghe, soprattutto l’eroina, non lo hanno aiutato.</strong> Ma anche nell’arena della droga, non ha mai permesso che gli stupefacenti fossero più importanti della musica. Credo che la morte di Jimi sia stata provocata da un’overdose accidentale, avvenuta, probabilmente, perché ignorava la potenza di quei sonniferi di fabbricazione tedesca”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro2-19.jpg" alt="" class="wp-image-79584" width="389" height="600" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-19.jpg 324w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-19-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-19-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In una lunga intervista del 2010 James Tappy Wright, tecnico dei tour di star come Elvis Presley, Tina Turner, The Animals, ha detto a Shapiro che la causa della morte di Hendrix è da rintracciare negli atteggiamenti del suo manager, Michael Jeffrey. Sarebbe stato lui a confermargli di aver causato la morte del chitarrista. Il motivo: era sopraffatto dalle pressioni della mafia, a cui doveva restituire del denaro. Che avrebbe potuto riscuotere grazie alla polizza assicurativa firmata con la Warner. Il rapporto tra manager e musicista, nel 1970, era in esaurimento. I debiti crescevano. Il budget per la costruzione dello studio del musicista a New York, Electric Lady, era salito alle stelle; un contratto firmato all’inizio della carriera dal musicista li stava dissanguando; l’eccessivo ritmo di vita che i due conducevano richiedeva un reddito sempre importante. <strong>L’unico modo per produrre questo mare di dollari era che Hendrix fosse continuamente in tour. Ma il musicista voleva interrompere questa vita frenetica, voleva chiudersi in studio, aveva una collaborazione in sospeso con Miles Davis. “Vedo miracoli ogni giorno. Alcuni sono così radicali che se li spiegassi a qualcuno, mi rinchiuderebbero”, dice il chitarrista in una intervista rilasciata poco prima di morire.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Eric Burdon è un altro dei personaggi centrali negli ultimi giorni di Hendrix. Sebbene il concerto a Fehmarn in Germania sia stato l’ultimo di Hendrix, c’è un’altra presenza scenica del musicista. Burdon stava suonando al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra, presentava il suo progetto funk psichedelico, <em>War</em>. Invitò Hendrix a suonare, era il 15 settembre, ma il chitarrista era “talmente fatto” (così ricordò Burdon, in seguito) da non riuscire a salire sul palco. <strong>Tornò il giorno dopo, il 16 settembre, due giorni prima di morire. Ha partecipato a tre pezzi, suonando la chitarra. Burdon è la persona a cui Dannemann telefona la mattina del 18 settembre. </strong>Burdon, che ora ha 79 anni, ha fornito diverse versioni di quanto accaduto quella notte. La più sorprendente l’ha rilasciata due giorni dopo la morte del musicista. In una intervista disse che si era trattato di un suicidio, autenticato da una nota scritta da Hendrix.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro3-9.jpg" alt="" class="wp-image-79585" width="525" height="805" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro3-9.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro3-9-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro3-9-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Dopo quel fatidico 18 settembre 1970 sono stati pubblicati una ventina di album di Hendrix. La sua morte non ha avuto pace. </strong>Kathy Etchingham, la fidanzata più ‘ufficiale’ che Hendrix abbia avuto, ha deciso di indagare sul caso all’inizio degli anni Novanta. Le sue indagini hanno portato la polizia a riaprire il caso. La conclusione fu che l’atteggiamento della Dannemann era stato negligente. La polizia ha nuovamente chiuso il caso. “Penso che gli abbia dato le pillole, lui ha vomitato, è morto, lei è stata presa dal panico”, dice la Etchingham <strong>a Mick Wall nel libro <em><a href="https://www.amazon.it/Two-Riders-Were-Approaching-Hendrix/dp/1409160297" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Two Riders Were Approaching: The Life &amp; Death of Jimi Hendrix</a>.</em></strong>La Danemann, la cui vita si è fermata quel giorno del 1970, ha vissuto per 25 anni ricordando la sua relazione con Hendrix e insultando la Etchingham per aver messo in dubbio la sua versione. La Etchingham l’ha portata in tribunale perché le impedissero di dire che era bugiarda. Nel 1996 un giudice ha condannato la Dannemann per diffamazione. Due giorni dopo la condanna la Dannemann si è chiusa nel garage di casa, ha acceso la sua Mercedes, il monossido di carbonio l’ha uccisa. Aveva 50 anni. Settanta persone parteciparono al funerale. La maggior parte erano fan di Jimi Hendrix.</p>



<p><strong><em>Carlos Marcos</em></strong></p>



<p><em>*L’articolo è stato pubblicato integralmente <a href="https://elpais.com/cultura/2020-09-17/50-anos-sin-jimi-hendrix-asi-fueron-sus-ultimos-dias-y-su-aun-misteriosa-muerte.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su “El País”</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jimi-hendrix-morte-anniversario/">“La gente non vuole nuove canzoni. Vuole sempre gli stessi pezzi, vuole che suoni con i denti, che rompi la chitarra… Jimi era stufo e frustrato, ecco”. Per i 50 anni dalla morte di Jimi Hendrix</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non aspettare che Hollywood ti offra qualcosa, il cinema è una guerriglia”. Werner Herzog parla del suo ultimo film: “abbiamo perso ciò che ci rende umani”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 06:17:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Werner Herzog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una costante nella filmografia del regista tedesco Werner Herzog, questa è la ricerca della verità. Per quanto strani possano essere i suoi documentari più recenti o le opere di finzione che lo hanno reso famoso, Herzog cerca sempre l’autentica essenza di ciò che narra. Diventa logico, quindi, comprendere l’interesse che prova per la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/herzog-intervista-film/">“Non aspettare che Hollywood ti offra qualcosa, il cinema è una guerriglia”. Werner Herzog parla del suo ultimo film: “abbiamo perso ciò che ci rende umani”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è una costante nella filmografia del regista tedesco <a href="http://www.pangea.news/herzog-intervista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Werner Herzog</strong></a>, questa è la ricerca della verità. Per quanto strani possano essere i suoi documentari più recenti o le opere di finzione che lo hanno reso famoso, Herzog cerca sempre l’autentica essenza di ciò che narra. Diventa logico, quindi, comprendere l’interesse che prova per la sua ultima produzione, <em>Family Romance LLC</em>, così realistica da essere confusa dalla rivista <em>Variety</em> con un documentario sull’omonima società giapponese che “dispensa illusioni” (falsi familiari, premi fittizi, sostituti di un marito troppo ebbro) per migliorare la vita dei propri clienti. “Non sono bugie, ma rappresentazioni artificiali”, puntualizza il regista dalla sua casa di Los Angeles, dove si trova in isolamento a causa della pandemia.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-79104 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/poster-203x300.png" alt="" width="339" height="502" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/poster-203x300.png 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/poster.png 655w" sizes="(max-width: 339px) 100vw, 339px" />Quest’uomo che, tra i tanti avventurosi viaggi, ha risalito il Rio delle Amazzoni in <em>Aguirre, furore di Dio </em>(1972), ha attraversato la selva peruviana in <em>Fitzcarraldo</em> (1982) e ha girato intere scene a ridosso di un vulcano dei Caraibi in<em> La Soufrière </em>(1977) non sembra particolarmente a disagio tra le quattro mura del suo studio.</strong> È circondato dai libri, ai quali in questi giorni ricorre più che al cinema; adora le videoconferenze che gli permettono di rimanere in contatto con il mondo, bucando letteralmente lo schermo, senza occhiali, un pizzico di vanità per uno che, confessa, non si guarda mai allo specchio. La pandemia lo ha colto con il prossimo documentario già pronto e in attesa che il suo nuovo film venga lanciato, in modalità virtuale e su diverse piattaforme digitali. “<em>Family Romance LLC </em>è un film. Punto. Non sconfina nel documentario. È stato scritto, interpretato e diretto. Il suo tono è così autentico che è facile pensare che si tratti di un documentario. Ma tutto quello che succede lì è frutto della mia invenzione”, sottolinea con veemenza.</p>
<p>Un uomo puntiglioso come Herzog ci tiene a precisare che in realtà l’idea non è stata sua ma di Roc Morin, uno dei suoi alunni alla scuola di cinema <em>The Rogue Film School</em> che aveva scoperto la storia dell’azienda giapponese ma che non aveva avuto il coraggio di girare una storia che avrebbe rapito letteralmente il maestro. “Giro i miei film mosso dall’immediatezza e le cose mi sono state chiare sin dall’inizio… Non è un fenomeno giapponese. Loro sono soltanto un po’ più avanti. Questo parla della nostra civiltà!”.</p>
<p>La necessità di immediatezza lo ha portato a girare a Tokyo tre mesi più tardi. Ha fatto quello che dice sempre ai suoi alunni: <strong>“Non aspettare che Hollywood ti offra qualcosa. Nessuno verrà da te con 120 milioni di dollari per farti girare il tuo prossimo progetto. Rimboccati le maniche e </strong><strong>fai del cinema guerriglia. </strong>Oggi si può fare cinema con pochi soldi. Sono voluto tornare alle mie origini, ai giorni di<em> Aguirre, furore di Dio</em>, quando non sapevi dove ti avrebbe portato la prossima ansa del Rio delle Amazzoni. <em>Family Romance LLC </em>è un’idea fantastica e quando è così devi lasciarti guidare dal film”.</p>
<p>Questa volta il suo Klaus Kinski è il vero proprietario della società, Yuichi Ishii, che interpreta se stesso o, come spiega il regista, interpreta una versione di questo pavido giapponese sulla trentina: perché, insiste, è tutto una invenzione. Anche i dialoghi sono pura invenzione ma sono stati girati totalmente in giapponese (lingua che il regista non parla) per garantire una maggiore naturalezza; inoltre ha permesso che i non attori, per la maggioranza dipendenti di questa società, improvvisassero i loro dialoghi. Nonostante fosse affiancato da un’interprete, Herzog si è fatto guidare dal suono delle conversazioni. “In tutta la mia filmografia c’è una rivolta al cinema canonico. Anche quando ho lavorato con Nicole Kidman, Christian Bale o Nicolas Cage. <strong>Ho girato circa 74 film in una cinquantina di anni. E fare così tanto cinema mi ha insegnato a fare cinema. A farlo bene e a farlo velocemente”, sintetizza. </strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-79105 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/poster2-214x300.jpg" alt="" width="352" height="493" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/poster2-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/poster2.jpg 500w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" />Quando parla di cinema gli si illumina lo sguardo. Un gran conversatore, o forse un tremendo bugiardo che trova gusto nel raccontare le sue mascalzonate, l’assenza dei permessi per girare a Tokyo, i titoli di coda del tutto inventati – consulenza legale inclusa, “sono sempre stato l’avvocato di me stesso”. Gli piace vantarsi di non aver girato più di 350 minuti di video per un film di un’ora e mezzo, quando qualsiasi altro regista avrebbe avuto bisogno dalle 300 alle 3000 ore. “La maggior parte di quello che si vede nelle grandi produzioni viene ingigantito. Non servono troupe di 150 persone”. Da questo nascono i cambiamenti prodotti dalle piattaforme, afferma. E, considerando l’attuale pandemia, pronostica: <strong>“Il cinema continuerà a esistere per altri cento anni. Ma quello che vedremo sarà soggetto a profondi cambiamenti”.</strong></p>
<p>Forse questa stessa parlantina gli ha permesso di recitare in film insieme a Tom Cruise (<em>Jack Reacher</em>) o, più recentemente, con il Bambino (meglio conosciuto come baby Yoda) in <em>The Mandolarian.</em> Nonostante sostenga di aver interpretato questo ruolo per pagare il suo film, finanziato di tasca propria, oggi smentisce. “È chiaro, qualcosa ci ho guadagnato anche io ma in quel momento avevo già fatto le riprese e il film era già pronto”, spiega per niente innamorato della sua interpretazione. <strong>“Sono sempre io il cattivo. Nessuno mi assegna mai una commedia, nonostante i miei film contengano molto umorismo”.</strong> Umorismo e argomenti importanti come la solitudine della società in cui viviamo. Non necessariamente la sua, visto che ammette di godersi una vita tranquilla insieme a sua moglie, Lena.</p>
<p>Ma come aveva già previsto negli anni Ottanta, <strong>ricorda che Internet, che tanto adoriamo e che tante porte ci ha aperto sul mondo, ci ha portato a perdere il contatto con gli altri, cioè ciò che ci rende umani.</strong> Una ricerca che, sottolinea, fa parte della sua filmografia a partire da <em>L’enigma di Kaspar Hauser </em>fino a<em> Fitzcarraldo </em>e, ora, con <em>Family Romance LLC.</em> “Detto questo, non faccio cinema come critica sociale. Faccio cinema perché mi piace raccontare. Ciò non toglie che io mi ponga grandi interrogativi come, ad esempio, se questa pandemia riattiverà il nostro contatto umano”.</p>
<p><strong><em>Roc</em></strong><strong><em>í</em></strong><strong><em>o Ayuso</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo è stato pubblicato <a href="https://elpais.com/cultura/2020-07-30/werner-herzog-el-cine-seguira-existiendo-por-otros-100-anos.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">in origine su “El Pais”;</a> traduzione di Lucrezia Ballerini, cura e revisione di Mercedes Ariza</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/herzog-intervista-film/">“Non aspettare che Hollywood ti offra qualcosa, il cinema è una guerriglia”. Werner Herzog parla del suo ultimo film: “abbiamo perso ciò che ci rende umani”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Siamo ospiti in una specie di benevolo campo di concentramento. La morte? È ciò che dona alla vita il suo sapore speciale”. Intervista a Fernando Savater</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 08:22:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fernando Savater è tra i più noti pensatori e divulgatori di oggi. Spagnolo, classe 1947, influenzato da Nietzsche, Cioran e Spinoza, si è occupato spesso di letteratura. L’ultimo libro tradotto in italiano, l’anno scorso, da Passigli, s’intitola “Il mio Stevenson”; l’ultimo libro pubblicato in patria è “La peor parte. Memorias de amor” (2019). Ha scritto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/fernando-savater/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fernando Savater</a> è tra i più noti pensatori e divulgatori di oggi. Spagnolo, classe 1947, influenzato da Nietzsche, Cioran e Spinoza, si è occupato spesso di letteratura. L’ultimo libro tradotto in italiano, l’anno scorso, da Passigli, s’intitola “Il mio Stevenson”; l’ultimo libro pubblicato in patria è “La peor parte. Memorias de amor” (2019). Ha scritto di “Borges” (Laterza), di “Detectives, mostri e fantasmi”, di “Luoghi lontani e mondi immaginari”, di “Pirati e altri avventurieri” (tutti Passigli). Il primo libro filosofico, importante, “Nihilismo y acci</em><em>ón” è uscito nel 1970, cinquant’anni fa. Tra i testi tradotti in Italia ricordiamo: “Contro il separatismo”, “Piccola bussola etica per il mondo che viene”, “La vita eterna”, editi da Laterza e “I dieci comandamenti nel XXI secolo”, per Mondadori.</em></p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78989 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-29-194x300.jpg" alt="" width="307" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-29-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-29.jpg 333w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" />Che cos’è l’estate?</strong></p>
<p>Il ricordo della felicità dell’infanzia. La spiaggia, una delle forme della felicità più persistenti della mia vita, il tempo per la lettura, libera. A pensarci bene, nulla di davvero gioioso è capitato durante le mie estati.</p>
<p><strong>Che cos’è questa estate?</strong></p>
<p>Cosa cupa. C’è qualcosa di sinistro nelle precauzioni, nelle mascherine, nella vigilanza permanente. Siamo ospiti in una specie di benevolo campo di concentramento.</p>
<p><strong>Cos’è la morte?</strong></p>
<p>Sono un grande lettore di Spinoza, il quale ha detto che l’uomo libero non ha altro a cui pensare che la morte. La morte è ciò che dona alla vita il suo sapore speciale.</p>
<p><strong>Chi è il suicida?</strong></p>
<p>Uno che ha fretta. Il miglior argomento contro il suicidio è: devi avere pazienza. Il suicida non ha pazienza, non la concede, vuole tutto, ora.</p>
<p><strong>Che cos’è un cavallo da corsa?</strong></p>
<p>Un’opera d’arte vivente. È fatto per l’uomo che corre, e correre non è un’imposizione. Sarebbe bene pensare a ciò che sogna un cavallo da corsa. Credo che la maggior parte dei cavalli da corsa sia consapevole del proprio compito, della vittoria, della sconfitta. Ho visto cavalli depressi dopo una sconfitta.</p>
<p><strong>Cos’è un animalista?</strong></p>
<p>Io sono un animalista. Rimprovero ad alcuni ultra animalista dei nostri tempi di non vedere gli animali come animali, ma come uomini travestiti. In fondo, essi vogliono uccidere l’animale. Ma la benedetta immortalità degli animali è che non sono soggetti a doveri, e dunque non hanno diritti. Avere dei diritti li costringerebbe ad avere dei doveri e si scoprirebbero incasinati, come noi.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78990 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-36-184x300.jpg" alt="" width="321" height="523" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-36-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-36.jpg 317w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" />Chi è un buonista?</strong></p>
<p>Una persona che si gloria della propria visione del mondo. Una visione oggettiva del mondo, di norma, non ci rende felici, al contrario, porta ansia, paura, delusione… Il buonista è chi crea una visione compiacente del mondo, uno che si assolve.</p>
<p><strong>Cosa sono le droghe? E il sesso? E l’alcol?</strong></p>
<p>Le droghe sono una esperienza con la tua coscienza. Avere una coscienza significa misurarla, metterla alla prova, tentarla. La persona che non mette alla prova la propria coscienza non è un essere umano. Naturalmente, una cosa è alterare la coscienza, un’altra è distruggerla. Il sesso è legato alla nostra natura di esseri scaturiti da una forza che non conosciamo. Per questo l’idea dell’autodeterminazione del genere mi sembra una stupidaggine. Credere di poter determinare il proprio sesso è come credere di poter decidere della propria età o della propria statura. Ci sono barbari che dicono a un bambino di sei anni che può scegliere se essere di un sesso o di un altro. Questo è un atto distruttivo nei riguardi di una personalità. Manca l’alcool… non è semplice. Diciamo che un conto è sorseggiare un fresco txakoli a pranzo, un altro bere diversi whisky di notte…</p>
<p><strong>Cos’è un predicatore?</strong></p>
<p>Uno che non conosce la verità della sua vita, ma quella degli altri. Il che è molto fastidioso, soprattutto quando costui detiene un potere.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78991 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro3-11-192x300.jpg" alt="" width="344" height="538" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-11-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-11.jpg 330w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" />Quelli dell’ETA erano predicatori oltre che assassini?</strong></p>
<p>Avevano predicatori che giustificavano e vendevano la propria mercanzia. Il membro dell’ETA si limita a essere un assassino, si esprime con il crimine, non ha altro discorso che “questo è ciò che è, obbedisci o muori”. È un domatore. Il terrorista vuole domare la società e usa la frusta. Poi ci sono gli altri, quelli che abbelliscono il panorama con discorsi patriottici e moralistici che giustificano la violenza. Questi sono i peggiori. Un terrorista mi spaventa. Uno che giustifica il terrore mi disgusta.</p>
<p><strong>Cos’è la filosofia?</strong></p>
<p>L’arte di porsi domande che non hanno risposta ma che danno avvio ad altre domande. Domande che non riguardano ciò che faccio, ma ciò che sono. Questa è la differenza con la scienza.</p>
<p><strong>Cerchiamo sempre alibi perché la colpa sia degli altri…</strong></p>
<p>È una tendenza naturale. Il miglior amico dell’uomo è il capro espiatorio. Riusciamo sempre a dare la colpa all’altro.</p>
<p><strong>Che ne sarà di noi?</strong></p>
<p>Ecco: questo è un quesito filosofico. Qualunque sia la risposta, continueremo a chiederci: che ne sarà di noi? La risposta dipende dal carattere e dalla postura di ognuno. Credo: niente di buono. Personalmente, sono pessimista, ne sento la condanna. Invece, in pubblico, credo che la società si salverà.</p>
<p><strong><em>Borja Hermoso</em></strong></p>
<p><em>*L’intervista a Fernando Savater è stata pubblicata in forma completa <a href="https://elpais.com/revista-de-verano/2020-08-23/fernando-savater-la-muerte-es-lo-que-da-el-sabor-especial-a-la-vida.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “El Pa</a></em><em>ís”; la fotografia di Savater in copertina <a href="https://www.elespectador.com/noticias/cultura/los-verdaderos-amores-son-tragicos-fernando-savater/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è tratta da qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/savater-intervista/">“Siamo ospiti in una specie di benevolo campo di concentramento. La morte? È ciò che dona alla vita il suo sapore speciale”. Intervista a Fernando Savater</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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