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	<title>amanti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>&#8220;Tutte le donne sono di natura come delle gigantesse. Respireranno ad ogni altezza e andranno avanti per la loro strada&#8221;. DH Lawrence e le sue tresche da ventottenne</title>
		<link>https://www.pangea.news/lawrence-figli-amanti-lettere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 06:22:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[amanti]]></category>
		<category><![CDATA[D. H. Lawrence]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggo un’edizione Garzanti di Figli e amanti di Lawrence. Arrivo a metà, mi fermo. Il titolo del libro rimane ancora sibillino. Sfoglio allora l’introduzione di Pietro Gelli, pesantemente e inutilmente analitica: riconduce questo libro di Lawrence ventottenne al suo desiderio di liberarsi dalla madre creando un personaggio romanzesco, la Signora Morel, alla quale addebitare ogni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lawrence-figli-amanti-lettere/">&#8220;Tutte le donne sono di natura come delle gigantesse. Respireranno ad ogni altezza e andranno avanti per la loro strada&#8221;. DH Lawrence e le sue tresche da ventottenne</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Leggo un’edizione Garzanti di <em>Figli e amanti </em>di Lawrence. Arrivo a metà, mi fermo. Il titolo del libro rimane ancora sibillino. Sfoglio allora l’introduzione di Pietro Gelli, pesantemente e inutilmente analitica: riconduce questo libro di Lawrence ventottenne al suo desiderio di liberarsi dalla madre creando un personaggio romanzesco, la Signora Morel, alla quale addebitare ogni male.</p>



<p>È certamente una chiave di lettura. Ma come stanno le cose veramente?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="624" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/aaaa-624x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82722" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/aaaa-624x1024.jpg 624w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/aaaa-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/aaaa-768x1260.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/aaaa-936x1536.jpg 936w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/aaaa.jpg 1000w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>



<p><a href="https://www.tatler.com/article/the-trial-of-lady-chatterleys-lover" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tra 1912 e 1913, quando Lawrence lavora al suo libro, ha combinato un mezzo casino: ha sedotto e si è lasciato sedurre da Frieda von Richthofen che ha 34 anni e tre figli dal professor Ernest Weekley</a>. Si tratta di un filologo di 48 anni, per capirsi.</p>



<p>Lawrence allora lascia l’Inghilterra e si rifugia sul continente, a Metz. Da qui scrive al prof. Weekley questa lettera il 7 maggio 1912:</p>



<p><em>Lei conosce già l’estensione del problema. Non si preoccupi di questa mia imprudenza nello scriverle. In questo siamo solo semplici uomini e Mrs. Weekley le avrà già detto tutto, ma Lei non è il solo a soffrire. È realmente un tortura per me, questa condizione.</em></p>



<p><em><strong>Siamo in tre anche se non paragono le mie sofferenze a quelle che devono essere le Sue e sono qui come un amico distante, Lei può immaginare le migliaia di bugie, impossibili da capire, che tutto questo comporta</strong>. <strong>Mrs. Weekley le odia, ma deve andare così. </strong>Amo Sua moglie e lei mi ama. Non sono né frivolo né impertinente. Mrs. Weekley ha paura di esser bloccata da Lei e di non riuscire a crescere, quindi deve poter vivere la sua propria vita. Tutte le donne sono di natura come delle gigantesse. Respireranno ad ogni altezza e andranno avanti per la loro strada.</em></p>



<p><em><strong>È una condizione che ci tortura tutti. Non creda che io sia uno studente della sua classe, un giovane limitato. In questa materia non siamo dei semplici uomini?</strong> Qualunque cosa Lei pensi di me, la situazione rimane la stessa. Praticamente mi scoppia il cuore quando provo a pensare quale sarà la cosa migliore da fare. Ad ogni modo dobbiamo essere onesti con noi stessi. Mrs. Weekley deve vivere in larghezza e in abbondanza. È nella sua natura. Per me questo è il futuro. Sento come il mio sforzo vitale fosse tutto per lei.</em></p>



<p><em>Non possiamo perdonare tutti qualcosa? Non è chiedere troppo. Certamente se ho fatto qualcosa di sbagliato la sto facendo, ma non penso che ci sia.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="827" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/EEMEtYqXkAAee5K-1024x827.jpg" alt="" class="wp-image-82723" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/EEMEtYqXkAAee5K-1024x827.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/EEMEtYqXkAAee5K-300x242.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/EEMEtYqXkAAee5K-768x620.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/EEMEtYqXkAAee5K.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>A destra Frieda, a sinistra interpretata da Janet Suzaman in un film del 1981</em></figcaption></figure>



<p><a href="http://digamoo.free.fr/lawrence1979-1.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sfogliando le lettere di Lawrence giovane non ci troviamo assolutamente davanti a un immaturo che cerca un’altra madre, per dire pane al pane</a>. Dai suoi 17 anni fino ai 23 ha insegnato alle elementari in campagna, la palestra migliore.</p>



<p><a href="http://www.pangea.news/d-h-lawrence-saggi-articolo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Insomma Lawrence è già temprato, uno di cui pochi anni fa sono andati a ruba i saggi: i saggi! non i romanzi. Per dire di quanti contenuti sappia ancora comunicare, di là da ogni facile infatuazione per i complessi che gli appioppanno i posteri, increduli davanti a tanta fame di vita</a>.</p>



<p>Per rendersi conto di tutto questo basta guardare questa lettera del 6 maggio 1912 che scrive a Frieda mentre lei sta per raggiungerlo a Metz da dove poi andranno alla casa dei suoi genitori in Germania:</p>



<p><em>Andrò in campagna se il tempo rimane buono – tornerò a Metz verso le 2.30 immagino. Posso incominciare a lavorare quando voglio. Ma dobbiamo andarcene da Metz. Dì a Else </em>[la sorella maggiore]<em> che non sono ce l&#8217;ho con nessuno. Come potrei? Tu sei l’anima della buona intenzione – come si può essere avercela con te? Ma vorrei tenere sotto controllo i nostri affari.</em></p>



<p><em><strong>Non amarmi per cose che non sono – ma poi non dirmi che sono sostenuto. Mi chiedevo cosa ti era successo questa mattina. Se eri stata saggia e buona e mi aiutavi per la mia salute. Ma non serviva.</strong> Non serve che domani venga a quel pranzo – ma sono nelle tue mani, &#8220;nelle tue mani, O Signore, mi faccio accogliere&#8221; ecc. Voglio che tu faccia come vuoi in quelle piccole cose come il mio arrivo in casa di tuo padre. Aggiunta superflua, il tuo volere è il mio volere.</em></p>



<p><em>Ti amo – ma devo sempre mordermi la lingua prima di poterlo dire. È perché la mia lingua è inglese. </em>[&#8230;]<em> Non sentirti ferita, altrimenti – fammi pensare – andrò in monastero – questo hotel a Metz è già prezioso come un monastero.</em></p>



<p><em>Questo è l’ultimo giorno che ti faccio un rabbuffo – quindi fanne il meglio che puoi e sii felice.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="876" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/Jaffe_freiin_von_richthofen_else_1902-876x1024.png" alt="" class="wp-image-82726" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Jaffe_freiin_von_richthofen_else_1902-876x1024.png 876w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Jaffe_freiin_von_richthofen_else_1902-257x300.png 257w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Jaffe_freiin_von_richthofen_else_1902-768x898.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Jaffe_freiin_von_richthofen_else_1902.png 940w" sizes="(max-width: 876px) 100vw, 876px" /><figcaption><em>La bellissima Else, sorella maggiore di Frieda, fu allieva di Max Weber</em></figcaption></figure>



<p>Tutti sono capaci di vedere un immaturo in cerca di protezione in questo ventottenne che ha trovato una più grande &#8220;sulla carta&#8221;. Basta continuare a leggere le lettere per rendersi conto che si trattava invece di un rapporto estremamente moderno. E per niente scandaloso. Le scrive il 15 maggio:</p>



<p><em><strong>Non preoccuparti del bambino. Se arriva ne saremo felici e faremo un marasma per prepararci – e se non dovesse mai arrivare – mi spiacerà. Non credo che quando le persone si amano che qui si debba interferir</strong>e. È un tasto delicato per i miei sentimenti. Voglio che tu abbia dei bambini da me – non importa quanto presto. Non ho mai pensato a questo desiderio in modo definito. Ma vedi, dobbiamo avere una fondazione più o meno stabile se vogliamo correre il rischio della responsabilità dei bambini – non il rischio dei bambini, ma il rischio della responsabilità.</em></p>



<p><em>Dopo un po’ ho pensato che scriverò ancora a Ernst. Forse può corrispondere meglio con me. </em>[&#8230;]<em> Dobbiamo solo darci del tempo per tornare forti </em>[&#8230;] <em><strong>Sposarti per me è una gran cosa, non qualcosa a cui arriviamo veloci e in modo appassionato. La sento nel cuore come una sensazione abbastanza terribile – e grande nella mia vita – è la mia vita – un po’ sono ispirato da timore reverenziale e meraviglia – voglio abituarmici. Se pensi che sia paura e indecisione, sbagli. Sei tu che sei indecisa e dovresti andare più di corsa.</strong> </em>[&#8230;]<em> Mi hai tutto, non è un flirt per me ché mi darebbe tanta noia, a meno che non fossi ubriaco. Divertente, questo sentire una passione, il desiderio sessuale, non più come una sorta di pellegrinaggio ma come qualcosa di fisso, calmo. Penso che quando si ama la vera passione sessuale diventi calma, una sorta di forza blianciata invece che una tempesta. <strong>La passione che quasi fa impazzire la gente è ben lontana dall’amore vero. Sto imparando cose che prima non avrei mai pensato di imparare. </strong>Guarda quella poesia che ti ho mandato </em>[su una sua vecchia frustrazione, Louise Burrows]<em> – non la scriverei mai per te. Ti amerò tutta la vita. È una nuova idea per me. Ma ci credo.</em> Auf wiedersehen</p>



<p>*</p>



<p>A proposito di poesie. Sono quelle che l’hanno fatto uscire alla ribalta quando aveva 25 anni. Anche se erano state accolte in modo tiepido dal maestro di quegli anni, Walter de la Mare. Infatti Lawrence le mise presto da parte.</p>



<p><strong>Negli anni in cui compone <em>Figli e amanti</em> Lawrence ormai ha trovato un canale migliore per riversarsi rispetto alle poesie. Il romanzo: su cui stende i suoi affreschi in modo ottocentesco, se vogliamo, per ampie campiture</strong>. Così che <em>Figli e amanti</em> si fa ancora leggere come vicenda familiare, c’è un grande respiro quando seguiamo la storia del matrimonio e dei figli. Ma poi intravvedi quell’elemento autobiografico che turba tutto, un piccolo regno di segnali ambivalenti che ti incuriosisce.</p>



<p>Per questo Lawrence mentre scrive <em>Figli e amanti</em> declina l’invito di de la Mare a rimetter mano alle poesie. Lo fa per due volte nel marzo del 1912, stesso mese in cui si consuma il dramma a casa del professor Weekley: Lawrence non può più per coerenza accettare un suo invito a pranzo.</p>



<p>La prima lettera a Frieda è un semplice biglietto del 20 marzo dove le dice: <em>Sei &nbsp;la donna più bella in tutta l’Inghilterra</em>. </p>



<p>Lei divorzia nell’ottobre del 1913 allegando anche la lettera di Lawrence all’ex marito che diceva <em>tutte le donne sono di natura come delle gigantesse. Respireranno ad ogni altezza e andranno avanti per la loro strada</em>.</p>



<p>Si sposeranno il 13 luglio 1914.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Quel che mi colpisce, in <em>Figli e amanti</em>, è il rispetto della tradizione da parte di un anticonvenzionalista come Lawrence: figlio di una maestra e di un minatore, uno che si fa le ossa a sua volta come maestro e poi osa rubare la moglie a un professore che ha vent’anni più di lui</strong>. Sembra, potenziata e ingigantita, la storia di Julien Sorel di Stendhal. Solo che Stendhal deve far morire il suo personaggio, contrastato da troppe forze sociali reazionarie.</p>



<p>Lawrence può osare di più.</p>



<p>Se ho visto bene l’edizione del carteggio che arriva sino al 1913, il nome di Freud non compare una sola volta, contrariamente alle varie teorie che sono circolate su Lawrence in sede di critica. Meglio così. <a href="http://www.pangea.news/ode-edward-garnett-lo-scrittore-scopri-conrad-pago-la-vacanza-d-h-lawrence-lamante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Godiamoci una lettera al suo editore, lo stesso che aveva lanciato Conrad e che di lì a poco avrebbe preso sotto la sua ala un altro Lawrence, Lawrence d’Arabia.</a></p>



<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>



<p>***</p>



<p><em>DH Lawrence a Edward Garnett, gennaio 1912</em></p>



<p><a href="http://www.pangea.news/d-h-lawrence-wagner-paola-tonussi/">Le manderò a breve 180 o 190 pagine del romanzo &#8220;Di contrabbando</a>&#8220;<a href="http://www.pangea.news/d-h-lawrence-wagner-paola-tonussi/"> che ho fatto. non sarà troppo più lungo, vero? Spero che ormai le fila siano state tirate – odio quei pezzi dove lo cucitura è allentata e tenue</a>.</p>



<p><strong>Ma è opera non facilmente valutabile – voglio dire, valutabile a proprio uso e consumo. C&#8217;è così tanto di me stesso, di me nudo. Mi do via così tanto e scrivo quel che palpita di più, il sé più sensibile, che provocherà disgusto per il libro perché mi tradirà davanti a una manciata di idioti.</strong> Ed è questo, immagino, che deve sentire uno scrittore che sia profondamente personale, uno scrittore lirico. <strong>Penso spesso a Stendhal, alle sue contorsioni da torturato ogni volta che si ricordava che &#8220;Il rosso e il nero&#8221; era di proprietà pubblica</strong>.</p>



<p>Vorrei che &#8220;Di contrabbando&#8221; fosse diffuso in via privata, a poca gente che sappia comprendere. Ma immagino che per regola generale della vita si debba dargli una chance in pubblico e vedere se è buono abbastanza.</p>



<p><em>DH Lawrence</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lawrence-figli-amanti-lettere/">&#8220;Tutte le donne sono di natura come delle gigantesse. Respireranno ad ogni altezza e andranno avanti per la loro strada&#8221;. DH Lawrence e le sue tresche da ventottenne</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</title>
		<link>https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 08:09:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“I preliminari? Il tempo necessario a renderci insaziabili l’uno all’altro. Un’attrazione sconvolgente. Sesso per ore, selvaggio. Il migliore della mia vita. Lui era il Re. In tutto. Mi inebriava. Un perfezionista sul palco, e anche a letto”. A smentire le voci su Michael Jackson, sulla sua avversione per le donne, sulla sua verginità perenne, e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/">La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“I preliminari? Il tempo necessario a renderci insaziabili l’uno all’altro. Un’attrazione sconvolgente. Sesso per ore, selvaggio. Il migliore della mia vita. Lui era il Re. In tutto. Mi inebriava. Un perfezionista sul palco, e anche a letto”.</strong> A smentire le voci su Michael Jackson, sulla sua avversione per le donne, sulla sua verginità perenne, e sulla sua pedofilia, ci ha sempre pensato lei, Lisa Marie Presley, la principessa del rock, l’iconica figlia di, e prima moglie del defunto re del pop. 20 mesi d’amore, quelli tra lei e Michael, un matrimonio dato da tutti per falso, mera mossa mediatica, nozze che i due tengono segrete per 3 mesi. Un amore che ha occupato pagine di tabloid e quotidiani, un terremoto di gossip e maldicenze che ha riempito bocche, incollato occhi, e che nel 1994 segnò la preistoria dei reality che oggi ci assediano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66384 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER-188x300.jpg" alt="" width="128" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER.jpg 312w" sizes="(max-width: 128px) 100vw, 128px" />Anche i ricchi piangono, e per varie ragioni: Lisa Marie piangeva perché da piccola le toccava vivere nella reggia di Graceland, indossare vestiti tempestati di diamanti, pellicce di ermellino, e viaggiare su un jet privato che portava il suo nome.</strong> Mamma e papà si separano, lei ha 9 anni quando Elvis muore: a 14 è già cocainomane, nemmeno maggiorenne va a vivere con un uomo che ha 33 anni più di lei e si chiama Jerry Lee Lewis, a 20 entra in Scientology e lì conosce Danny Keough, musicista che sposa, e ci fa due figli. Michael Jackson lo incontra la prima volta a 7 anni, glielo presenta papà Elvis dopo un concerto dei ‘Jackson 5’. Passano 18 anni, e Lisa e Michael si ritrovano a cena a casa di un amico comune: Jacko è nel pieno dello scandalo Jordy, il ragazzino che lo accusa di molestie sessuali e che verrà tacitato, si dice, con 22 milioni di dollari. <strong>Lisa e Michael si frequentano per 4 mesi, fanno sesso la prima volta da Donald Trump, ospiti nella sua magione in Florida: lei ottiene il divorzio il 6 maggio 1994, e il 26 diventa la signora Jackson in una cerimonia segreta a Santo Domingo, officiata in spagnolo, durata 15 minuti, e pagata 53 dollari.</strong> Luna di miele a New York, nell’appartamento di Jackson alla Trump Tower, poi Lisa si trasferisce coi figli di 5 e 2 anni a Neverland. Il mondo intero viene avvisato della novità ad agosto tramite secco comunicato stampa, e agli “MTV Video Awards” avviene il debutto pubblico della coppia, con tanto di bacio in mondovisione, visto da 250 milioni di telespettatori. Lisa Marie Presley non ha mai creduto alle accuse contro Jackson, e sostiene ancora oggi che il loro è stato un matrimonio vero, finito perché Michael “aveva gli stessi difetti di mio padre, abusava di farmaci, e viveva in una torre d’avorio, circondato da lacchè che gli dicevano solo ciò che voleva sentire”. <strong>J. Randy Taraborrelli, biografo di Jackson, dice che Lisa fu l’unica donna che Michael amò davvero, al contrario delle altre. Infatti a Jackson le donne non sono mai mancate, ma il rapporto con loro era minato da un’educazione sessuale sui generis: da piccolo, coi Jackson 5, ha vissuto esperienze scioccanti. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66385 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-185x300.jpg" alt="" width="129" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-768x1247.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-631x1024.jpg 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-1320x2143.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER.jpg 1577w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />I fratelli maggiori, si circondavano di <em>groupie</em>, facevano sesso davanti a lui, e dall’età di 9 anni gliele passavano per ‘iniziarlo’. Michael è così cresciuto pieno di fobie nei confronti dell’altro sesso, mentalmente segnato dal prototipo della donna-megera, che ti offre un sesso ‘sporco’, estraneo ai sentimenti. <strong>Altri libri pettegoli dicono che Jackson ha perso la verginità con la cantante soul Roberta Flack, ai tempi per lui una milf. Tramite <em>Moonwalk,</em> l’autobiografia di Jacko, sappiamo che il suo primo amore è stata la giovane attrice Tatum O’Neal: una storia pulita, tra adolescenti, confermata anche in <em>A Paper Life</em>, le memorie della O’Neal.</strong> Secondo, casto amore di Jackson è stata Brooke Shields, che ha sempre parlato di Michael come di un asessuale. Nel 1991, arriva Madonna a sedurre Michael: i due dopo una cena afrodisiaca vanno a casa di lei a Beverly Hills, ma sul più bello Michael si tira indietro dandole della “giovenca” in aspetto e modi, offendendola a morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michael Jackson e Lisa Marie Presley divorziano nel gennaio 1996, e già a marzo Debbie Rowe è incinta di un bambino che poi perde per aborto spontaneo: lei e Michael si conoscono da tempo, lei è l’infermiera del dermatologo che ha in cura Jackson.</strong> Oggi, in contemporanea a <em>Leaving Neverland</em>, docu-film che riaccende le accuse di pedofilia contro Jackson, sul<em> Sun</em> Debbie rivela che i due figli che ha dato a Jackson, Prince I e Paris, sono frutto di inseminazioni artificiali di donatori ignoti: lei e Michael si sono sposati in un hotel di Sydney per ferreo volere della suocera Jackson, ma non hanno mai convissuto, né fatto sesso: “Michael voleva dei figli, io gli ho messo a disposizione il mio utero. Sono figli suoi, non miei”. <strong>Subito dopo il parto, Prince I, e l’anno dopo Paris, sono stati presi da Michael e portati a Neverland, e qui affidati a un esercito di tate. Debbie Rowe è stata ricompensata con una casa da 1,3 milioni di dollari, più vari altri milioni nel corso degli anni.</strong> Nel 2002, Michael ha avuto un terzo figlio, Prince II, da donatore e da utero in affitto entrambi sconosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER-182x300.jpg" alt="" width="125" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER.jpg 212w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Non si sa se Michael Jackson abbia avuto altri amori dopo Lisa Marie Presley: in <em>Unmasked</em>, biografia-shock di Ian Halperin, si legge di un Jackson che nel 2007 si traveste da donna per incontrare uomini in sordidi motel di Las Vegas. L’improvvisa morte di Jackson, il 25 giugno 2009, ha fatto venir fuori altre verità sulle accuse di pedofila: il padre di Jordy, il ragazzino che per primo lo accusò nel 1993, si è sparato poco dopo la morte di Jackson: si era già fatto una plastica facciale perché terrorizzato dalla vendetta di alcuni fan di Michael. Jordy ha ritrattato ogni accusa, ammettendo che lui e suo padre si erano inventati tutto per soldi. Wade Robson, uno dei protagonisti di <em>Leaving Neverland</em>, prima ha difeso in tribunale Michael Jackson nel processo del 2005 – processo da cui Jacko venne prosciolto da ogni accusa – poi nel 2013 si ‘ricordò’ di essere stato abusato, e chiese lauto risarcimento agli eredi di Jackson. Risarcimento che per legge gli fu negato. Quindi, con Jim Safechuck, ha raccontato la sua raccapricciante versione dei fatti – senza contraddittorio, e certo non gratis – davanti alle telecamere del regista Dan Reed. <strong>Quale sia la verità, non la sapremo mai. Però mi sembra una gran stronz*ta l’attuale messa al bando della musica di Michael Jackson.</strong> E lo dico io, che le sue canzoni non le ho mai potute sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/">La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non ti attendere un grande scrittore, ma una persona bizzarra. Sono sul sentiero di Blake e penso che Wordsworth sia una piattola”: le lettere di Dylan Thomas a Pamela</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 05:39:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inevitabilmente, ne fu marchiata. Era di due anni più grande, nella fotografia lui ha la faccia di un fauno e lei ha il corpo vittorioso, inevitabilmente attraente. Gli scrive nel 1933, lui ha 19 anni, gli scrive che è un poeta straordinario – e lui, che aveva appena scritto versi indimenticabili come And death shall [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dylan-thomas-pamela-hansford-johnson-lettere/">“Non ti attendere un grande scrittore, ma una persona bizzarra. Sono sul sentiero di Blake e penso che Wordsworth sia una piattola”: le lettere di Dylan Thomas a Pamela</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Inevitabilmente, ne fu marchiata. <strong>Era di due anni più grande, nella fotografia lui ha la faccia di un fauno e lei ha il corpo vittorioso, inevitabilmente attraente. Gli scrive nel 1933, lui ha 19 anni, gli scrive che è un poeta straordinario </strong>– e lui, che aveva appena scritto versi indimenticabili come <em>And death shall have no dominion </em>e <em>The force that through the green fuse drives the flower</em>, essendo un poeta, inevitabilmente s’innamorò. <strong>Durò il tempo di una manciata di lettere straordinarie (una delle quali è pubblicata qui sotto, per la traduzione di Andrea Bianchi), eppure, molto tempo dopo, nel 1981, quando si trattava di redigere il suo ‘coccodrillo’ lei era sempre quella che, nonostante “abbia scritto circa 25 romanzi”, “da giovane era stata amica intima di Dylan Thomas”.</strong> Collezionò amanti e libri, Pamela Hansford Johnson: nel 1936 si unì al giornalista australiano Gordon Neil Stewart, nello stesso anno in cui l’indimenticato Dylan conosceva Caitlin Macnamara. All’australiano Pamela diede un paio di figli, combinò il divorzio nel 1949, l’anno dopo si unì a C.P. Snow, scrittore di fama (<em>Gli uomini nuovi </em>passò per Einaudi, nei Sessanta), con cui firmò una serie di libri. <strong>D’altronde lei, londinese, madre cantante e attrice di vaglia che si era risolta a fare la dattilografa dopo la morte del marito, funzionario coloniale britannico in Nigeria, s’era conquistata l’indipendenza artistica da subito, con il romanzo, spigliato e di grande successo, <em>This Bed Thy Centre. </em>Era il 1935, lei aveva 23 anni</strong>, raccontava con agio la sessualità – e l’avidità carnale – dei giovani di quel tempo. Il successo, va detto, coincide con ‘l’amicizia’ con Dylan Thomas, il quale, contemporaneamente, pubblica <em>18 Poems </em>nel 1934 e poi <em>Twenty-Five Pomes </em>nel 1936. Come a dire: <strong>il rapporto fu esteticamente fruttuoso. I due parlarono di matrimonio, da artistoidi in cerca di fama – lasciarono le intenzioni nuziali alle nuvole.</strong> I lavori di Pamela Hansford Johnson – un poco cannibalizzata dal marito –, che si occupò criticamente e con piglio di Thomas Wolfe, Ivy Compton-Burnett e Marcel Proust, sono restati in ombra negli ultimi decenni. Dopo la pubblicazione <a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/private/guilty-of-something-johnson/" target="_blank" rel="noopener">della biografia di David Deirdre,</a> <em>Pamela Hansford Johnson: A Writing Life </em>(2017), si è risvegliata una cospicua attenzione: Hodder ha rimesso in circolo i libri più famosi di Pamela (tra cui, oltre al successo d’esordio, <em>An Impossible Marriage, The Last Resort, The Holiday Friend</em>). Lavinia Greenlaw, in una articolessa sulla <em>London Review of Books </em>ne scrive come di <em><a href="https://www.lrb.co.uk/v41/n06/lavinia-greenlaw/such-little-trousers" target="_blank" rel="noopener">Such Little Trousers</a>. </em>Un aneddoto estratto dal caso è la didascalia ustoria della sua vita. <strong>“Il nonno era il tesoriere dell’impresario Henry Irving”, scrive Pamela nell’autobiografico <em>Important to Me</em>, “e detestava il suo segretario, Bram Stoker.</strong> Un giorno, tornò a casa con un volume tra le mani, dalla copertina grigia. Il nonno disse arcigno ai suoi figli: ‘Stoker ha scritto un libro bestiale, di persone che succhiano il sangue, di lunatici che divorano mosche’. Lo gettò nel fuoco. Era la prima edizione di <em>Dracula</em>”. Povera Pamela, la scrittrice vampirizzata da mariti e amanti. La ricordiamo traducendo una lettera inviatale da Dylan Thomas. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Pamela Hansford Johnson, 15 ottobre, 1933, Swansea</em></p>
<p style="text-align: justify;">Grazie. Devo scusarmi per non aver imbucato la lettera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le esternazioni reciproche di un romantico eccentrico (pochi dubbi su chi è romantico) andranno perse per i posteri; </strong>credenze e fedi, le quali cambieranno così come gli anni ci cambiano, ma nondimeno sono sincere, rimarranno inespresse; insulti e complimenti, saggezze e nonsense, mai verranno detti; e un’amicizia tutto sommato carina verrà rotta quasi prima che sia nata. <strong>Persino ora dodici pagine fatte col cuore stanno solleticando i sensi del soprintendente delle Lettere Morte, e tre poesie scaturite anche loro dal cuore giacciono sotto il cuscino di qualche ragazzo laureato, laggiù, dalle parti di Llangyfellach o di Pwllddu.</strong> <strong>(Anch’io conosco niente di Gallese e questi nomi fanno venire i brividi a me come a te).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa mi ero scordato nella tua lettera? Tre poesie, dodici pagine di passione, tutte affermazioni e dinieghi, un pensiero su Shakespeare e un sospiro per Sigfrido! Mio Dio, e tutto per tre mezzi pence.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è tanto da dire sulla tua ultima lettera, tanto su cui andare d’accordo e su cui litigare davvero con violenza, così che devo accendermi la sigaretta e poi, con mano pronta e mente felice (più o meno) affrontare i punti proprio in ordine dall’inizio e fino all’ultima curva dell’ultima lettera dell’inutile ‘Johnson.’</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1)</strong> <strong>Sono contento che tu non sia tormentata dalla cretineria come lo sono io</strong>. Avrei dovuto andare avanti per mesi, senza mai scrivere il tuo nome, evitando consapevolmente il gesto di amicizia così consueto: chiamarti ‘Pamela’, o ‘Pam’ o come altro devo farlo. Il mio nome insolito – per qualche pazza ragione viene da Mabnogion e vuol dire “principe dell’oscurità” – fa rima con ‘Chillun’, come mi suggerisci.  Non so con cosa rimi invece Pamela, a meno di non dire ‘family’ in qualche modo ricercato, e perciò non si può ripetere con un piccolo distico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2)</strong> Quell’uccel di bosco di Vicky, senza dubbio una variante del pappagallo, non sembra gradire quel che gli abbiamo lanciato la scorsa settimana. Lo dicevo che i suoi gusti erano un abisso misterioso. Gli ho spedito di nuovo una poesia molto breve e oscura con un verso indecente. Che gli hai spedito da dover essere piazzato in modo vergognoso tra stalloni decrepiti? Una poesia breve e oscura con DUE versi indecenti?<strong> </strong>No, difficilmente lo credo. <strong>Non vuole premiare sempre le stesse persone, per principio. Deve stampare il lavoro di altri, ogni tanto, e vomitare egualmente e imparzialmente le sue pagine.</strong> Miss Gertrude Pitt deve mostrare la sua foga; e Mr. Martineau deve riparare il suo cuore spezzato con qualche canzone sentimentale.</p>
<p><figure id="attachment_66359" aria-describedby="caption-attachment-66359" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66359" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724-300x228.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724.jpg 549w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-66359" class="wp-caption-text">Dylan Thomas con Pamela Hansford Johnson nel 1933: lui aveva 19 anni, lei 21</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3)</strong> <strong>Sono sul sentiero di Blake, ma così indietro rispetto a lui che vedo solo le scie esterne delle sue ruote. Ho scritto sin da ragazzo e sempre mi sono dimenato in mezzo alle stesse cose, con l’idea di poesia come oggetto del tutto lontano da compiacenze e ‘pennellate lessicali’, e con la messa da parte di emozioni delicate ma diffuse, il tutto con parole ben scelte. Non ci sono compromessi; solo una parola giusta, quella sola: </strong>usala, al di là delle associazioni sciocche o banalmente ridicole che evoca; ho usato ‘double-crossed’ poiché era quel che intendevo. È parte del mestiere di poeta pigliare una parola abbattuta e prostituita, come per esempio quella meravigliosa di ‘bionda’ e levigarla, farvi scomparire le vene senza esito, <strong>e rimetterla in giro come merce fresca e verginale.</strong> Neuburg blatera di una certa regione senza sette, sulle nuvole, dove la poesia raggiungerebbe i livelli più alti. Ma così lui rovina la verità qui implicita dicendo poi che un artista deve per necessità predicare il socialismo. Non vi è necessità per un artista di fare alcunché. Non c’è. Lui o lei è legge a se stesso e la sua grandezza o piccineria accresce o precipita per questo motivo. Vi è solo un vincolo ed è molto stretto: limitazione della forma. La poesia trova la sua propria forma; questa non andrebbe mai imposta; la struttura dovrebbe svilupparsi a partire dalle parole, dalla loro espressione. <strong>Non solo voglio esprimere quel che altri hanno sentito; voglio spazzar via qualcosa e mostrar loro cose che mai hanno visto. A causa dell’avvolgimento dentro di me non sarò mai buon poeta: solo procederò sulle prime onde, ponendo le mani più a fondo e poi facendole emergere, di nuovo.</strong> Ma anche questo per me è meglio di costruire o ornare alla perfezione padiglioni fatti di sabbia.<strong> Cambiando l’immagine, la prima è un breve avventura in zone selvagge, la seconda una piccola galoppata in zone tranquille e note.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4)</strong> Ti chiedo scusa per le Credenze da Uomo Qualunque, ma davvero non penso fossero oscure. Per mio conto le ho capite alla perfezione, ma probabilmente sono stato l’unico. Anche questo è scorretto per la grammatica.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>5)</strong> <strong>E perché mai Wordsworth? Perché citare quel decennio? </strong><strong>Shelley lo posso sopportare, ma il vecchio Padre William era una pecorella sotto spoglie umane ossessionato dal panteismo.</strong> Mai un barlume mistico. Come poteva essere un metafisico? Poesia metafisica è semplicemente struttura di logica, intelletto, e poi un’ipotesi solida su basi mistiche. E il misticismo è illogico, senza sale intellettuale, e pure dogmatico. Citiamo Shelley, e va bene. <strong>Ma Wordsworth era una piattola da ora del tè, il Frost della letteratura buona per studenti americani,</strong> il reporter verboso-senza humour-piallato della Natura nelle sue modalità più sciocche. <strong>Piglia una sua pagina qualsiasi: e lì giace la lingua inglese non (come dice di Pater George Moore) in una bara di vetro, ma in una scatola larga, soffocante e igienicamente dubbia. Senza viscere e senz’anima. Afferralo nei suoi vezzi da uomo schivo, mentre sale le colline col daffodil spiaccicato sulle labbra, e coi fiocchi di neve lanosa-invernale che gli picchiettano sul petto. O afferralo di nuovo nel suo modo pomposo, la sua posa da dea Vittoria Vergine, il suo humour terra terra che insegue un fantomatico dogma giù per un vicolo cieco e pieno di parole dalle ossa rotte. </strong>Ammetto che la <em>Immortality Ode</em> sia meglio di tutto il resto (unica eccezione il credo panteista di Tintern Abbey); tra altre cose mediocri e tutte basse in classifica, quella Ode spicca come un capolavoro; ma giudicata da una prospettiva più corretta, dietro i versi di Shakespeare, Dante, Goethe, Blake, John Donne, Verlaine &amp; Yeats, non è più che discreta.<strong> Tutto quel che dice è stato detto prima e meglio, e poi manco è stata capace di dirlo.</strong> Tu prova a cancellare l’alone di fama e quella nebbiolina veneranda intorno a lei; tenta di dimenticare il fatto ripetuto dai maestrini di pedagogia che lui sia un mistico inglese: e vedrai dopo uno choc che è tutta clichés, inversioni ridicole di discorso e pensiero, tutti i trucchi del mestiere di un versificatore mai originale che non è mai stato richiamato per il suo bluff. E qui metto pure le poesie di Matthew Arnold, e penso a che delizioso splash, ben forte, verrebbe se li gettassi nel fiume, tutti assieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse avrai intuito che non mi piace Wordsworth. Mi dispiace, ma è uno dei pochi accettati dal senso comune che io rifiuto in tutti i modi.</strong> <em>Questo in sintesi il punto rilevante del mio sommario:</em> scrive di misticismo e delle sue Relazioni con la Mente del Giovane. Solo come esperimento, leggilo di nuovo con queste mie opinioni antagoniste tenute in fondo alla mente. Sono passato in giornata dall&#8217;amare Swinburne fino ad esserne riluttante. Basta. Ora vedi tu.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6)</strong> Anch’io vorrei tanto incontrarti. Lo possiamo mettere a calendario ma non prima dell&#8217;inizio di settembre quando andrò a trovare mia sorella vicino Chertsey. <strong>Non attenderti troppo da me (è inteso e ipotizzato che lo farai); sono una persona bizzarra, scompagnata, piccola. Non ti immaginare il grande scrittore mascelluto che rimugina il suo ultimo capolavoro nello studiolo in legno di quercia, ma una figura sottile dai capelli crespi che si fuma moltissime sigarette con un polmone fuori dai giochi, mentre scrive i suoi versi indefiniti sul retro di una villetta di provincia. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7)</strong> Per favore non battere a macchina la prossima volta; le parole più calde paiono gelide.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora pure io devo finire, non per qualche appuntamento venale ma perché penso di aver scritto in abbondanza. Ora è il TUO turno. Ci sono molte cose di cui vorrei scrivere, ma sarà per la prossima volta. Mi aspetto una lettera molto, molto presto – e lunga quanto la mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dylan</em></p>
<p style="text-align: justify;">P.S. Tre poesie per te. Dimmi se ti piacciono o meno. E perché. Farò lo stesso se mi mandi le tue. La poesia del genere &#8216;conversazione&#8217; è molto violenta, come vedrai, la poesia &#8216;Noise&#8217; assai romantica e l&#8217;altra più sul mio solito registro. Scegli tu, mammina.</p>
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		<title>Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 07:59:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/di-azzurro-non-ho-visto-altro-che-la-mia-fame-di-te/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Karakol, è settembre, è il 1950, il primo anno del nostro mondo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce più nulla della crudeltà umana – <strong>tu brandisci la parola “vita” come fosse uno stendardo, ma è una benda intrisa nell’acido, a sciogliere il viso in un torsolo d’osso – neanche l’uomo che alla fine piscia sulla faccia della donna che ha appena violato,</strong> <strong>tra l’effluvio di risate dei miserevoli lacchè</strong> – potrei dirti che ero a Dushanbe, nella Repubblica Socialista Sovietica Tagika, perché da lì Collingworth pensava di stimolare una rivolta contro Mosca, chiaramente condotta dall’avida sentenza dei servizi inglesi, e di ritagliarsi l’immaginazione di un regno – quest’uomo lacerato dal potere non desidera corpi ma città, “mi fanno ribrezzo i corpi, quelli umani, soprattutto, che razzolano tra errori e richieste di perdono, incapaci nello scatto nitido della bestia, nella razzia degli insetti, mi fanno schifo perché rimandano all’odore della mortalità, e io, finché vivo, <strong>voglio la conquista, l’arbitraria edificazione di metropoli sul sale”, mi disse, davanti alla pianura asiatica, luciferina, dove la luce istoria strani giaguari a Est,</strong> e le nuvole sembrano il sigillo di un patto tra immemori.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che si chiamasse Nikolaj, si faceva chiamare Iskandar, il nome orientale di Alessandro, che in greco significa “protettore di uomini”, la filologia è in balia del paradosso – probabilmente russo, accennava a giacimenti di petrolio e a vasti interessi presso i porti di Corinto, Baku e Varna, <strong>la sua mole, taurina, dimostrava che la distanza tra Est e Ovest era la stessa tra il pollice e il mignolo della sua mano destra</strong> – sussurrava di una grossa speculazione per costruire una linea ferroviaria lungo l’Everest, sfoggiava una pelliccia di leone artico per il gusto di dire che discendeva da Ercole e il vasto giardino della sua villa era pattugliato da statue romane, “anche io, sa, meriterò una statua”, diceva, rivolgendosi a un uditorio di vivi e di morti, di esuli, di assassini, di potenti, poi diceva che il suo riferimento era Tiberio, citava Tacito, “abbandonato il pudore assieme ad ogni paura, si lasciò andare a delitti ed atti infamanti”, consapevole – lo dicevano anche gli strateghi cinesi, diceva lui – che “il delitto ti consegna alla gloria, la paura costringe all’adorazione, e io voglio essere adorato”. <strong>Lo ascoltava con garbo, Collingworth, sapendo dove agire, usando i verbi come un medicamento, in quella zona tra fegato e cardio chiamata vanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il re deve sempre dimostrare che sa uccidere e sa scopare. Nikolaj – mi rifiuto di chiamarlo Iskandar – arrivò verso di noi a cavallo – non aveva una villa, ma un villaggio, costituito da una dozzina di case, di gravide dimensioni, in ciascuna delle quali, mi disse Collingworth, abitano i servi e le mogli del potente – scese dal sauro, si avvolse le briglie al polso, si chinò verso il gambale, estrasse la pistola, sparò sulla fronte della bestia.<strong> Il cavallo dilatò le pupille, stupito dal gesto incongruo, stupido, non si dimenò, accolse il caos in un sospiro, cadde. “Era il mio preferito, ma bisogna vincere ogni forma di attaccamento, giusto?”, disse, accogliendoci.</strong> L’attrazione, tuttavia, accadde la sera. Collingworth aveva avvisato di non voler mangiare, una esagerazione di modestia – prima di passare alle trattative politiche, di cui io ero complice poco entusiasta, Nikolaj volle dare agio al proprio potere, “per stimolarvi a usare parole opportune”, disse, come se morte e rivolta fossero una questione grammaticale. <strong>La sala da pranzo, enorme, era affollata di donne, prevalentemente nude, che mangiavano, ridevano – l’ingresso di Nikolaj le fece delirare, lui disse qualcosa in russo, certe donne ne presero una, prescelta.</strong> La donna – come molte donne asiatiche – sembrava desunta da un diamante, una scheggia di santità – e fece ciò a cui era addestrata, s’insinuò attorno al corpo di Nikolaj, slacciava, leccava, consapevole dell’invidia delle altre, esaltata dalla rabbia delle compagne. Nikolaj sollevò la ragazza, come se fosse una sciarpa, e nobilitandola la rovesciò sul tavolo, e qualche donna lo spogliava perché il suo corpo era il loro oro e altre gareggiavano a maneggiargli la minchia, ed era un lampo la nudità della ragazza che ora veniva agita, e ne rideva, lei, e alcune le tenevano le braccia, distese, altre si arrotolavano i capelli al braccio, mentre il re guardava tutti – anche noi – ovunque – il soffitto decorato con scene mitologiche della caccia alla tigre bianca – tranne lei. Poco prima che il potente rovesciasse lo sperma in una coppa – all’esercizio erano preposte alcune particolari ragazze – <strong>esistono vite donate ad altri, che valore ha la parola “consacrato”, chi è che sta morendo davvero durante una morte? – Nikolaj spaccò il collo della ragazza, che sembrava non desiderare altro</strong>, la staccò da sé, rovesciò il corpo umiliandolo, ancora, rendendo irriconoscibile la faccia della donna, manovrandola contro lo stipite del tavolo e sui bicchieri, vetrificata, poi, non più umana, la lasciò a terra, le pisciò sopra, tra le sorde risate delle altre e disse che chi è amato da lui è amato una volta per tutte. <strong>Qualcuno dice che bisogna amare l’omicida come l’ucciso, il perverso come l’innocente – io non so redimere né amare, mi sono arreso al pungo come alla claustrofobia di un chiostro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che me ne andai – ti scriverò altrove, se lo avremo, come ho ucciso Collingworth, anche questo è un atto che definisce le mie infamie australi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché quella notte è il mio decalogo, ricordo che hai detto la parola “ostaggio”, mentre usavo il tuo corpo come la camera della memoria, aderendo il calco della mia giovinezza – <strong>l’ostaggio è l’ostacolo al desiderio, ti ho detto, siamo ospiti, mentre la tua lingua cuciva Praga sulle dita della mia mano sinistra – ma non hai ripetuto la parola “ospite”, i tuoi denti duri come rune hanno detto ancora “ostaggio”,</strong> poi mi hai detto che solo lo straniero è ospite e io so di averti detto “vedova”, per il solo gusto di vedere come avrebbe risposto il tuo corpo, ed è a quel punto, forse, che ti sei tramutata in cerva – e ora, dopo questa distanza che ho chiamato Cerbero, ogni stagione ha una bocca diversa, <strong>tu mi scrivi della vita e della vedovanza, come se fossero epigrafi contrarie, una il risveglio dei cani primaverili l’altra l’anatema che anatomizza i ghiacciai e il funebre; ma è la vedova la prediletta alla vita,</strong> perché la vedova tiene in vita i morti, che restano per sempre figli, e ama i vivi consapevole che la luce non li benedice ma li taglia, che la luce è una palude, affondi, smarrendo le fattezze nei fatti. <strong>Sono stanco delle donne che hanno pretese ma che non sanno prendere, che sono preda delle voglie ma non vogliono nulla, che sviluppano un amore in minacce e rettifiche e ripicche – “sorregge l’orfano e la vedova”, è l’epiteto di Dio nella <em>Sapienza</em></strong>, “sue sono le lacrime della vedova”, è detto, perché Dio è vedovo delle voglie dell’uomo – non è Dio ad abbandonare, è lui l’abbandonato, l’abbandono. La Bibbia è l’unico reperto che ho di mia madre – ripetere le stesse parole che hanno detto altri, alla foce di noi: non è questa la città, la metropoli dei cieli? La parola “vedova” ricorre in forme sgargianti – Dio predilige la vedova, perché feconda l’impossibile; la vedova rinuncia alla vita per votarsi a Dio, dopo il marito, la resa; dalle lacrime della vedova accadono le costellazioni – così nascono le mappe del cielo, per orientare l’orfano, a conforto della vedova.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato a segnare il perimetro della nostra casa, qui, perché non conosco le stelle, qui, e quando fischio sembrano ascoltarmi, si ammucchiano e si spostano, come api – qui parlo con più genio ai morti, si radunano, con la dignità di creature artiche, preparando per me l’alba, slacciandola dai capelli, magnificando le palpebre in luce. <strong>Non ha senso che continui a disegnare per te una carta del cielo – devo costruirti una casa – abitarla non è più importante di sapere che al mondo, in questo secolo, c’è stato un posto costruito per noi, a risarcimento dell’attesa.</strong> Siamo come due statue che sorreggono l’architrave di civiltà incompatibili: ci fissiamo, senza sfida, pieni di amore, quell’amore che garantisce la nostra statura, eppure sappiamo che il movimento di uno farà crollare un continente – forse tra i miei occhi e i tuoi qualcuno sta costruendo un arazzo, la mia pupilla è legata alla tua con una corda, con lo spago che si usa per cacciare i pesci che vanno al contrario, contro corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti dovrei raccontare di questo luogo, nella valle del Karakol – in tenda, la lacerazione del freddo mi fortifica, ho già predisposto parte della legna, mi aiutano alcuni cacciatori che si muovono intorno al lago Ysyk-Köl – dal legno, con pochi tocchi, come fosse fango, sanno estrarre animali e volti per ingraziare la forza e addomesticare la sorte. <strong>Non fuggo dal mondo – lo fondo, lo tengo fermo, come uno spillo: che cosa c’interessa se la Storia, questo coccodrillo dall’andatura lenta, astrusa, famelica, è altrove?</strong> Non so fare nulla – qualcuno dice di vedere una cattedrale sul torso di una foglia e che i martiri pensavano al coltello che gli stregava le arterie come a una nuvola. Possiamo costruire una civiltà – una cavità di sussurri – soltanto per noi? <strong>Per troppo timore nessuno ha mai detto all’altro “ti amo”, consapevoli che la vedovanza è una verginità.</strong> Ieri ho visto un cervo – sono convinto che con la lingua odorava la sua vittoria – le corna sono piene di occhi – il giorno lo rincorre, ed è uno sciame.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce”: discorso intorno a Joseph Beuys, l’artista tedesco più controverso del secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 05:31:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) è probabilmente l’artista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) </strong><strong>è probabilmente l’</strong><strong>artista tedesco più importante e più controverso della fine del XX secolo, </strong>soprattutto perché il suo personaggio è strettamente intrecciato con il passato della Germania e dell’intera Europa.</p>
<p><figure id="attachment_66149" aria-describedby="caption-attachment-66149" style="width: 372px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66149" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg" alt="" width="372" height="248" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1320x880.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1.jpg 1600w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /><figcaption id="caption-attachment-66149" class="wp-caption-text">Joseph Beuys (1921-1986)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della sua intensa e azionistica vita, in cui arte e appunto esistenza sono divenuti un tutt’uno, come poi egli giustamente teorizzava, è passato dalla scultura all’installazione, dall’aderire al Movimento Fluxus alla performance, dal motto “La Rivoluzione siamo noi!” alla sentenza “Chi non conosce la morte non sa che cosa sia il pensiero!&#8221;, <strong>transitando dallo studio della antroposofia al seguire gli insegnamenti del filosofo Friedrich Schlegel, poi di Nietzsche e di  Helena Blavatsky, per finire alla sola parola, alla sola enunciazione teorica, tenendo conferenze, nella sua ultima fase creativa ed esistenziale, che sono durate anche 12 ore, esploran</strong><strong>do la concezione espansiva dell’</strong><strong>arte anche nei regni della scienza, della politica e della spiritualità, operando in un modo completamente interdisciplinare </strong>e abbracciando conclusioni antropologiche e politiche di notevole valore ribellistico e anticonformista (seguendo una linea indubbiamente jüngeriana e oltremodo “aristocratica” nel porsi), in particolare ponendosi, come Pound, contro il capital-liberismo materialista e “usuraio” targato USA, e, ovviamente, contro il pensiero massificante e appiattente marxista, ambedue vincitori della Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta che ho incontrato l</strong><strong>’</strong><strong>opera di Joseph Beuys è stato alla fine degli anni ’70 presso la galleria di Lucio Amelio, a Napoli, rimanendone oltremodo colpito.</strong> <strong>Fino a quel momento ero stato scettico nei confronti dell&#8217;arte “Concettuale</strong><strong>” e </strong><strong>“Povera”, sebbene cugino di Piero Manzoni. </strong>Ciò non significava che, culturalmente, o, meglio, intellettualmente non avessi ammirato Marcel Duchamp, ma quale pensatore e filosofo, non tanto come artista visivo e plastico. Del resto Duchamp aveva reso arte ciò che, secondo me, “sarebbe potuta anche essere arte, se non fosse stato altro” (e la sfumatura non è da poco), semplicemente attraverso il potere della sua mente, della sconcertante dialettica che possedeva e della forte personalità, e il risultato, a suo tempo, fu indubbiamente interessante, infatti la sua tesi centrale era che “l’arte è tutto ciò che un artista dice che quella sia arte”: un orinatoio, un portabottiglie, anche un’azione, infatti la proposizione di Duchamp era che l’arte non doveva essere giudicata dalla qualità artigianale espressa nel realizzarla, ma dai requisiti dell’idea che trasmetteva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Seppure in parte “figlio” anch’egli del pensiero del teorico francese, Joseph Beuys, favolista e realista, uomo che intendeva l’esistenza quale mescolanza di verità e verosimile, ma sempre il tutto rivolto a un fine alto, elevato</strong>, quindi ideologo romantico e attivista, ammiratore del norvegese Premio Nobel per la Letteratura Knut Hamsun e del nostro sommo artista Alberto Burri, da buon tedesco recuperò, in questo processo di “liberalizzazione della rappresentazione mentale”, linea germogliata agli inizi del ’900, ogni sorta di credenza simbolica, mistica, spesso esoterica, mitologica, insistendo, soprattutto, sull&#8217;idea, per molti anacronistica, che l&#8217;arte fosse una ricerca magica, persino occulta. <strong>Di seguito, in piena visione simile a quella del pittore russo ottocentesco Alexandr Andreevic Ivanov, </strong><strong>Beuys elevò l’</strong><strong>artista al ruolo di “evangelista” laico, di “re taumaturgo”, di sciamano</strong>, il cui compito era quello di guarire i mali che albergavano in se stesso e i mali del mondo … un mondo livellato, omologato, decadente, alienato dal consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66150" aria-describedby="caption-attachment-66150" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66150" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-66150" class="wp-caption-text">Joseph Beuys, &#8220;Lightning with Stag in its Glare&#8221;, 1958-85</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Disse, e ancora dice di lui </strong><strong>l’</strong><strong>artista britannica Cornelia Parker, dopo averlo ascoltato a Edimburgo, nel 1980: “Sembrava quasi un personaggio immaginario. Ero attratta dal suo lavoro perché risultava misterioso. Era un uomo con un enorme carisma. Una delle sue doti era quella di allenarci al vivere e alla creatività.</strong> In lui pareva che dimorasse un conflitto irrisolto tra l’impulso modernista di demolire totalmente le definizioni dispotiche e accademiche del voler spiegare il moto espressivo e il bisogno di recuperare certi aspetti tipici del fascino dell’autorità auratica che egli attribuiva all’artista, pur sempre portatore di un messaggio messianico di salvezza”. Anche da ciò il comprendere il misticismo che sempre mosse Beuys e il credere nella possibilità di poter generare calore tramite elementi naturali, del resto, quasi da neo <em>wandervogel</em>, il rapporto col sociale antiborghese e il persistente interesse per l’ecologia furono elementi fondamentali del suo percorso, tanto che negli anni ’80 del secolo scorso egli diede vita a opere aventi temi ambientali o basate sul riciclo, un esempio fra tutte fu “7000 Querce”, un lavoro realizzato in occasione della mostra “Documenta 7” tenutasi presso la città tedesca di Kassel. <strong>Beuys, dopo aver accumulato davanti al Museo Federiciano 7000 pietre di basalto invitò il pubblico a versare una somma di denaro al fine di “adottare, ognuno, una pietra” così da permettere, con il ricavato, di piantare 7000 querce… ciò che poi avvenne.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma dove maggiormente ritroviamo, in Beuys, questa fascinazione per l’aspetto “messianico” dell’artista e dell’arte? Il “messia” della tradizione cristiana, che nella Germania medioevale prese sembianze nel cavaliere e poeta Wolfram von Eschenbach, il quale, nel 1210, scrisse un poema titolato “Parzival (Parsifal)”, come ben sappiamo riscatta l’umanità assumendo la sua sofferenza su se stesso, quindi diventa sia vittima che salvatore, sia dolente che guaritore, ed è stato proprio questo doppio ruolo (non amato, come ho già detto, da certi critici occidentali formatisi dopo il Secondo Conflitto Mondiale) che ha interessato Beuys, cioè, sebbene da sconfitti, il tentare di guarire la cultura europea ancora attingendo alle mitiche fonti, di energia primordiale, arcaica, palingenetica, che hanno reso grande, nei millenni, il nostro continente. <strong>Infatti, seppure dilaniato dal dubbio e dalle tante domande scaturite dalla distruzione di certi modelli in cui, da giovane, aveva creduto, ripresa forza, Joseph Beuys ha inondato i suoi ascoltatori di risposte, e ciò ponendosi contro la nuova autorità, con un’autorità antica, seppure reinterpretata tramite linguaggi contemporanei, e, in questo, la sua grandezza, ma anche il non essere capito da molti, o l’essere considerato, come ho enunciato in apertura, “politicamente, socialmente e intellettualmente ambiguo”,</strong> quando solo per chi non atto a intendere certe componenti, fondanti il nostro essere (…quelle componenti creanti la nostra identità), la coerenza ideale dell’artista tedesco risultava stridente, pesante, sgradevole, non tollerabile, riducendo, il tutto, a un suo esprimersi vago, a volte confuso, sfuggente, equivoco, e anche intellettualmente disonesto, quando Beuys, a mio parere, e a parere di tanti altri, ha vissuto ed agito sempre in piena limpidezza, con diamantina purezza, mai interessandosi di avere successo e, soprattutto, denaro (la sua vita e la vita della sua famiglia furono all’insegna della totale spartanità).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei detrattori dell’artista tedesco fu lo storico dell’arte, a sua volta tedesco, ma naturalizzato USA, Benjamin H. D. Buchloh, ordinario di Arte Moderna presso l’Università di Harvard, il quale, <strong>nel suo famoso saggio del 1980 “Beuys: The Twilight of the Idol (Beuys: Il Crepuscolo dell’Idolo)”, accusò il suo ex connazionale di aver deliberatamente offuscato i fatti storici, inerenti il Nazismo, mitologizzando i concetti di sofferenza e guarigione, evitando così la questione delle responsabilità che gravavano sul popolo tedesco.</strong> Buchloh indicò la natura delle auto interpretazioni simboliche di Beuys come prova di una posizione reazionaria nel quadro degli sviluppi creativi degli anni ’60 in modo che l’artista, secondo lui, ripristinò il tradizionale modello monodimensionale dell’autorevole attribuzione di significato attraverso la dichiarazione dell’intenzione dell’artista, e nulla più, quasi che Beuys, tramite il suo creare, ma, soprattutto, per mezzo del suo porsi e del suo dire, non volesse che riscattare da ogni colpa ciò che la Germania aveva fatto dal 1914 al 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel che risulta, a parte una qualche battuta di rimando e alcune brevi tentativi di spiegazione al suddetto Buchloh, a Joseph Beuys non importò più di tanto l’attacco del professore harvardiano e, con la determinazione di sempre, continuò a farsi fotografare con asce in mano e il suo famoso cappello in testa, nonché a dare forma alle sue installazioni usando aste di rame,  grasso organico, unghie e corna di animali selvatici, lepri cacciate, rami rinsecchiti, coperte di feltro, dando sempre più spazio ai suoi eventi cerimoniali, ai suoi “altari”, e sempre più vigore e fierezza alla sua essenza “germanico tribale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, non posso che terminare, questa mia breve riflessione su uno dei giganti dell’arte del XX secolo, citando una sua frase emblematica: <strong>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce e l’arte antropologica deve iniziare”… e questo valga per noi tutti, sempre,</strong> cioè il mai rinnegare le proprie radici in favore di una falsa idea di progresso<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gian Ruggero Manzoni</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beuys nazista: allineiamo i fatti. Quando l’artista si arruolò volontario nella Luftwaffe e fu salvato da una tribù nomade di Tartari </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più controversi della vita di Beuys rimane senza dubbio la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale in seno alla <em>Wehrmacht</em>, e la sua successiva narrazione delle vicende belliche che lo videro protagonista. Joseph Beuys, nato il 12 maggio 1921 a Krefeld in Renania settentrionale-Vestfalia, frequentò dal 1927 al 1932 la scuola popolare cattolica e il ginnasio statale di Kleve, mostrando talento per violoncello e pianoforte, e un vivo interesse per la mitologia e le scienze naturali. <strong>Come la maggior parte della gioventù tedesca, entrò nella <em>Hitlerjugend</em>, partecipando con il suo nucleo al Raduno di Norimberga del 1936. Dopo lo scoppio della guerra e la mobilitazione delle varie classi di leva, nell’estate del 1940 il giovane Beuys si diede volontario nella <em>Luftwaffe</em> assieme ad altri suoi compagni di studi e fu quindi inviato a Posen, l’attuale Poznań in Polonia, per esservi addestrato quale marconista d’aereo e mitragliere. In questo periodo si interessò all’antroposofia, leggendo avidamente le opere di Rudolf Steiner (1861-1925) e di altri autori, e maturando definitivamente la sua aspirazione di diventare artista. </strong>Nel 1942 fu inviato nel Kuban e in Crimea, e assegnato a diverse unità di bombardieri in azione sul fronte meridionale della Russia tra Perekop, Kerch e Odessa e contro la munita piazzaforte di Sebastopoli.</p>
<p><figure id="attachment_66151" aria-describedby="caption-attachment-66151" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66151" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001.jpg 2047w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /><figcaption id="caption-attachment-66151" class="wp-caption-text">Joseph Beuys a Manfredonia, Puglia, in divisa Lutwaffe (fotografia tratta dal libro di Caroline Tisdall, &#8220;Joseph Beuys&#8221;, New York, 1979)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Promosso <em>Unteroffizier</em> (sottufficiale), nell’estate 1943 fu poi destinato a uno stormo di bombardieri in picchiata <em>Junkers Ju 87</em> <em>Stuka</em> operativo nella zona dell’Adriatico, in Croazia prima e a Foggia poi, quale mitragliere di coda e marconista, partecipando a dei test su nuove armi e equipaggiamenti: in questo periodo Beuys iniziò a realizzare disegni e schizzi che già mostravano la sua “mano” caratteristica. Il suo stormo sarà quindi inviato in Crimea, appoggiando le unità di terra tedesche, ora impegnate in duri combattimenti difensivi contro le offensive dell’Armata Rossa.  <strong>Il 16 marzo 1944, lo <em>Stuka</em> di Beuys, al ritorno dalla seconda missione del giorno contro il nemico e ai comandi del giovane pilota Hans Laurinck, si schianta al suolo nei pressi di un villaggio russo a causa di una tempesta di neve. Beuys narrò nel dopoguerra di essere stato salvato da una “tribù nomade di pastori Tatari, che mi salvarono dal congelamento avvolgendomi in panni di feltro e cospargendomi di grasso animale, accudendomi per 12 giorni e infine trasportandomi sino alle linee tedesche”.</strong> Se il feltro e il grasso furono in effetti due dei materiali-feticcio di Beuys, che li impiegò in diverse opere e installazioni, è molto probabile invece che la circostanza del suo salvataggio da parte dei Tatari fosse un prodotto dell’immaginazione dell’artista: infatti, se i Tatari furono una delle etnie realmente perseguitate da Stalin e dai sovietici, e numerosi di essi combatterono quali ausiliari nelle forze militari e di sicurezza tedesche, d’altra parte Beuys risulta ospedalizzato in un ospedale militare per gravi ferite alla testa risultanti dallo schianto del suo aereo già il 17 marzo 1944, e rimanendovi sino al 7 aprile successivo. Per le sue azioni, Beuys fu decorato della Croce di Ferro di 2<sup>a </sup>Classe, del Distintivo da Ferito in Nero (assegnato per una ferita) e del Distintivo da Pilota/Osservatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine della sua degenza, nell’agosto del 1944 Beuys fu trasferito in occidente per essere incorporato, come altro personale di volo e di terra ormai in eccesso a una <em>Luftwaffe</em> sempre più indebolita, in una raccogliticcia Divisione paracadutista (la <em>7. Fallschirmjäger-Division</em>) di nuova formazione, e dopo un breve addestramento ai combattimenti terrestri, dal settembre-ottobre 1944 inviato in azione contro gli Alleati, in Olanda a Venlo e Overbeck e nei combattimenti in difesa della Germania</strong>, nella battaglia della foresta del Reichswald e nei dintorni di Kleve stessa, a Wesel e infine a Oldenburg. In quest’ultima fase della guerra, l’adesso <em>Oberjäger</em> nel <em>Fallschirmjäger-Regiment 19</em> Joseph Beuys fu insignito della Croce di Ferro di 1<sup>a</sup> Classe, del Distintivo per Combattimenti Terrestri della <em>Luftwaffe</em>, e del Distintivo da Ferito in Argento e poi in Oro, concessogli per le sue cinque ferite riportate. <strong>Dopo mesi di combattimenti difensivi e di ripiegamento contro le superiori forze Alleate, la Divisione e Beuys si arresero agli inglesi il 4 maggio 1945 a Cuxhaven, alla foce dell’Elba. Rilasciato il 5 agosto 1945, tornò a casa dai suoi genitori a Rindern</strong>, dove si erano trasferiti nel 1930, gravemente debilitato nel corpo, iniziando da lì a poco la sua straordinaria carriera artistica, terminata prematuramente il 23 gennaio 1986 con la sua morte per insufficienza cardiaca. Secondo le sue volontà, le ceneri di Beuys furono liberate nel Mare del Nord.</p>
<p><em><strong>Andrea Lombardi</strong></em></p>
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		<title>“Gli scrittori di oggi non mi attraggono: Putin, Erdogan sono solo metastasi della grandezza di Napoleone”. Dialogo con Roberto Pazzi</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:29:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un libro mica ombelicale, ma magistrale, per fortuna, perché l’ombelico di quell’uomo fu il binocolo del secolo, fu un trono, audacemente vuoto, però, <strong>perché egli aveva l’estasi e lo scatto, quell’uomo aveva la fretta dei prediletti e in quindici anni visse quindici secoli, con la stessa impareggiabile furia di Alessandro Magno – “la sua Grande Armata lo faceva sentire davvero emulo di Alessandro Magno” – mirando a misurare le estremità del potere</strong>, consapevole che la fine di certi uomini – aureo, corrusco, delicato Giovanni Pascoli, incipit di <em>Alexandros</em>, “Giungemmo: è il Fine” – è la fine di una civiltà, di un’era. Roberto Pazzi, narratore tra i grandi e radiosi – ne cito quattro per tutti, <em>Cercando l’Imperatore, Vangelo di Giuda, La città volante, Conclave</em>, ma è irrilevante il fatto che Pazzi abbia esordito come poeta – <strong>sfida la narrativa italiana, in soggezione di fronte ai grandi temi e ai grandi personaggi, raccontando Napoleone.</strong> Lo fa ribaltando una cornice letteraria neutrale – Napoleone a bordo della Northumberland, nell’ottobre del 1815, viaggia, finito, sfinito, <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/verso-santelena-9788845296956" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Verso Sant’Elena </em></strong></a>(Bompiani, 2019) – in una scorribanda di sogni, di visioni – l’Eugénie risorta dal romanzo giovanile dell’Imperatore, <em>Clisson ed Eugénie </em>– di sketch in cui terzi, nemici, amici, invidiosi, amanti, ne ricordano le gesta – <strong>“…l’ho ammirato. E allora mi sono immedesimato nella sua parte, mi sono chiesto che cosa potesse provare davanti a noi uno che nasceva povero, in un’isola selvaggia, con una famiglia di sette fratelli da mantenere, morto prematuramente il padre. Un parvenu che in pochi anni saliva tutta la scala sociale e si assideva su un antico trono, pari a sovrani dinastici, al potere invece da vari secoli”</strong>, pensa lo zar, in vigoria onirica, nel Palazzo d’Inverno. Capitoli conchiusi, recinti in una scrittura cristallina, aristocratica e algebrica, per un romanzo che si risolve in meno di 200 pagine – la misura, la misura, il ritmo perfetto, che Pazzi, dopo una ventina di romanzi in 35 anni, conosce molto bene.<strong> Lo leggi in un sorso, insomma, rovinando in un’epica allucinata dalla nostalgia – “Il mondo, che è così vasto, così vario, così imprevedibile, si restringe a puro desiderio, a dolce ferita dell’assenza, in una nave addormentata, che dimentica la rotta, quasi alla deriva, fuori dalla Storia” </strong>– seguendo la scia di luce di Napoleone, che già prevedeva lo scintillio e il dirottamento, la gloria e l’infamia – “Tutto ei provò”, è la lirica sintesi di Manzoni. Ma spesso tracciare una via nell’ignoto della Storia, fiocinare gli Stati con un concetto e un’armata è meglio che resistere e restare, c’è chi è eroico e chi mette a frutto grammi di nobiltà ereditati da altri. <strong>Insomma, finalmente un romanzo fiero di essere tale, senza manette sociologiche o smanettamento sperimentale.</strong> Dialogare con Pazzi, a questo punto, è inevitabile. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66077 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-214x300.jpg" alt="" width="165" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-romanzo.jpg 1000w" sizes="(max-width: 165px) 100vw, 165px" />Napoleone. Da Manzoni a Tolstoj al Pascoli, i grandi scrittori, i sommi poeti sono stati affascinati dal condottiero. Come le è venuta in mente l’idea di un romanzo come “Verso Sant’Elena”, in che contesto, quando, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho covato l’idea dai tempi della giovinezza, quando fra le mie letture preferite c’erano le biografie degli eroi, come Alessandro Magno, Annibale, Cesare e Napoleone. <strong>Adoravo l’Iliade, allora, più dell’Odissea. I destini alla Achille, di una vita bruciata dalla gloria per poi sparire prima di intristire nella vecchiaia, mi affascinavano.</strong> Avevo ed ho ancora alla mia bella età fame di <em>epos</em>. Napoleone, come per Stendhal, era emblematico di tutta questa fame di epicità. Poi vennero le letture di Rilke, con l’Angelo e con gli Eroi che corrono a compiere nella morte il loro destino. Ma questo dopo, sui trent’anni, <strong>e tenga presente che le due letture folgorati che mi hanno insegnato la scrittura sono stati Proust a 23 anni da militare (mentre Sereni mi scriveva che cosa dovevo leggere su Proust, appena consegnata la tesi di laurea in estetica su Saba, con Luciano Anceschi) e Rilke appunto, grazie all’incontro con un suo bravo traduttore.</strong> Sono poi irresistibilmente attratto dalla tragedia che consacra i Grandi Vinti poiché li purifica dal male&#8230; mi aveva fulminato in terza media <em>Il 5 maggio</em> di Manzoni, per mia fortuna imparato a memoria. Vede, io non amo il microautobiografismo che caratterizza i narratori italiani, forse ancora sulla scia di un certo Moravia. Non mi incanta apprendere quel che fanno sotto le lenzuola i personaggi di un libro. L’ho fatto con un solo romanzo, <em>La trasparenza del buio</em>, ma per tutti gli altri 20 (ne ho scritti 21 con questo ultimo) ho cercato altre strade, altre vite. Lei avrà letto <em>La certosa di Parma</em>, ecco io sono stato con Napoleone, un poco come Fabrizio del Dongo che lo cercava sul campo di battaglia di Waterloo, per questo ho scritto del viaggio verso Sant’Elena. <strong>Che cosa poteva pensare un uomo così quella notte prima di arrivare?</strong> Il romanzo è nato da questa domanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembra molto convincente la struttura narrativa del romanzo, per sketch ‘emotivi’. Sulla barca che lo porta a Sant’Elena, come una chiatta infernale, Napoleone ripercorre e rivede la sua vita (o la leggiamo attraverso parole di terzi). L’impegno documentario, soprattutto, mi sembra imponente perché lei fa parlare diversi personaggi intorno all’Imperatore in disgrazia. Ecco: cosa ha letto, dove ha studiato per giungere a quella particolare forma romanzesca? Intendo, anche, le fonti ‘letterarie’.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le mie fonte letterarie risalgono alle favolose letture fatte sotto i 20 anni o giù di lì: Tolstoj, <em>Guerra e pace</em>, <em>I Miserabili </em>di Hugo, Stendhal già citato, <em>Il 5 maggio</em> del Manzoni, e poi le memorie del cameriere personale di N. Louis Marchand che gli chiuse gli occhi quella sera del 5 maggio 1821 alle 17,50, memorie che erano un terribile atto di accusa verso gli inglesi e il governatore aguzzino Hudson Lowe, che pure nel mio romanzo salvo per le ragioni che lei ha letto. Ma soprattutto fondamentale fu la lettura <em>del Memoriale di Sant’Elena</em>, di Las Cases dettato da N. al marchese fra il 1815 e il novembre del 1816. <strong>Letto tre o quattro volte nell’arco di trent’anni. Fu un best seller dell’Ottocento. Vendette milioni di copie arricchendo i Las Cases.</strong> Mentre scrivevo il romanzo fra il 25 novembre del 2016 e la fine di gennaio del 2017, procedevo così: di giorno scrivevo il libro, la sera leggevo biografie di Napoleone, ne ho lette 15. Le più memorabili quella di Emile Ludwig e quella di Francesca Sanvitale, <em>Il figlio dell’Impero</em>. Ma anche scritti di uno storico russo e la biografia infame di Walter Scott che da buon inglese mostrificava N.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggo, nel romanzo, pur sgravato da intellettualismi, una riflessione narrativa sul potere. Quando Napoleone è perduto, riacquista la sua vita, in forma di sogno. </strong><strong>È così? Cosa ci affascina ancora di Napoleone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La chiave di questo libro segreto è la mancanza di Tempo, il Tempo che è scaduto, ma questo umanizza l’eroe, perché è il destino di tutti. <strong><em>Verso Sant’Elena</em> vuol dire per tutti andare verso la fine, giorno pe giorno mese per mese anno per anno. Ho sempre in testa una domanda del re ne Il re muore, di Jonesco: “Perchè sono nato se non era per sempre?”.</strong> N. sogna l’altra vita che avrebbe potuto vivere accanto alla donna sulla quale aveva scritto a vent’anni un romanzo d’amore, Eugénie eroina di <em>Clisson ed Eugénie</em> che ho scovato pubblicato in italiano da Sellerio nel 1980 edito in Francia nel 1926. Ho fatto uscire Eugénie dal libro e l’ho fatta diventare il sogno dell’altra vita che N. non aveva vissuto, una vita normale, in una casa in campagna con figli terra da coltivare, animali&#8230; la tentazione di viverla arrivato a Sant’Elena, l’altra vita che non fu la sua. <strong>E chi giunto alla fine o verso la fine non sogna le altre vite che avrebbe potuto vivere? Mi affascina tutto di N. è difficile scegliere, anche i difetti, come l’arroganza, la presunzione, l’egoità che talvolta lo accecava&#8230;</strong> Ma erano inezie davanti ai pregi, la fulminea intuizione della manovra giusta sul campo militare, la rapidità dell’intelligenza, l’intuito che aveva sulle persone, l’ascendente straordinario che godeva sui soldati di cui condivideva ogni fatica, la semplicità dei gusti che rifiutava lo sfarzo, l’amore per la sua famiglia che pure lo tradì con l’eccezione di Paolina, lo sprezzo della morte, il coraggio, la fame di gloria, la spinta rivoluzionaria nel suo codice esteso. <strong>Goethe lo adorava, anche Hegel ne rimase impressionato. Manzoni alla Scala incontrò per caso lo sguardo magnetico di quegli occhi grigi, “i rai fulminei”. Mi fa soffrire il vuoto storico di oggi, dove ci sono solo delle metastasi della grandezza di N. come Trump, Putin, Salvini, Orban, Erdogan.</strong> Tenga presente che N. come Cesare e Alessandro non era solo bravo in battaglia ma era anche un grande politico. Cesare però lo batteva, era un grande scrittore oltre che un grande condottiero. N. ebbe bisogno di un biografo.</p>
<p><figure id="attachment_66078" aria-describedby="caption-attachment-66078" style="width: 176px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66078" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-205x300.jpg" alt="" width="176" height="258" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-768x1121.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/pazzi-lui.jpg 1139w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" /><figcaption id="caption-attachment-66078" class="wp-caption-text">Lui è Roberto Pazzi: tra l&#8217;altro, è stato per due volte tra i vincitori del Premio Campiello e nel 1999 finalista al Premio Strega</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto, lei sottolinea l’ossessione di Napoleone per Alessandro Magno. Cosa costringe a suo avviso un uomo, a esporsi verso gli estremi, a esplorare i confini delle sue possibilità umane e di potere? Sembra quasi che queste personalità siano schiave della Storia, dominate da una ferale ossessione&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La fissa di N. l’aveva ereditata da Alessandro, conquistare l’India attraverso il dominio della Russia. Forse perché voleva colpire al cuore l’Inghilterra nel suo dominio di quel grande Paese. Ma forse ha capito questo meglio di tutti Pascoli nel suo <em>Alexandros</em>, aveva un <em>daimon</em> che lo portava a non fermarsi mai. <strong>Sant’Elena lo fermò ma lo aureolò del Mito, come un novello Prometeo avvinto alla rupe dell’isola come il titano al Caucaso, vittima delle potenze oscurantiste e reazionarie della Santa Alleanza. Lo sapeva di essere diventato già da vivo mito:</strong> la corona più importante me l’hanno data gli inglesi, la corona di spine. Ho dimenticato di dire che questo personaggio viveva già in alcuni capitoli di mie opere precedenti, come <em>La principessa e il drago</em> edito da Garzanti nel 1986 finalista allo Strega, e <em>La malattia del tempo</em> edito da Marietti nel 1987 e poi ristampato da Garzanti nel 1989.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Un giudizio sommario sulla letteratura italiana recente. Cosa legge? Le piace? Chi è stato, nella sua vita, lo scrittore – se c’è stato – che considera maestro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono attratto da nessun vivente, lo confesso, fra i miei colleghi di oggi. A parte <em>Canale Mussolini</em> di Pennacchi vero romanzo epico corale, <strong>rincorrono le prime pagine dei giornali, rincorrono il sociale. Oppure parlano dei cavoli loro, ricorrono al microautobiografismo, un esempio per tutti il <em>Fedeltà</em> del già proclamato vincitore dello Strega.</strong> Ho amato molto Buzzati, ho il culto de <em>Il deserto dei Tartari</em>, Calvino fino alle <em>Cosmicomiche</em>, soprattutto<em> Il barone rampante</em> e <em>Le città invisibili</em>. Ho amato Landolfi, Palazzeschi narratore, Gadda da impazzire, qualche racconto di Tabucchi che fu al Campiello con me nella cinquina del 1985 quando entrai con <em>Cercando l’Imperatore</em> che da molti amici è appaiato a <em>Verso Sant’Elena</em>, narrando la tragedia degli ultimi Romanov nel 1918. A <em>Damasco</em>, trasmissione radiofonica sui 5 libri prediletti, ho parlato anni fa di: Proust e la <em>Recherche</em>, <em>Memorie di Adriano</em> della Yourcenar, <em>Il deserto dei Tartari</em>, <em>Cent’anni di solitudine</em> di Marquez e <em>Il Maestro e Margherita</em> di Bulgakov&#8230; Oggi avrei imbarcato anche <em>Viaggio al termine della notte</em> di Céline.</p>
<p>*<em>In copertina:&nbsp;François Gérard, &#8220;Bonaparte, Primo Console&#8221;, 1803</em></p>
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		<title>“Di azzurro non ho visto altro che la mia fame di te”</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Mar 2019 07:08:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Agosto 1950, Mashhad</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qui, dove il sole viene fabbricato ogni giorno da angeli orafi la neve è una apocalisse. <strong>Come se Dio si fosse spogliato di ogni prestigio, precipiti, dissolto, al di là della commozione, smentito da un impulso al suicidio. Da destra – di cosa fa il calco la neve?, di chi è al servizio e perché e per sottrarci quale segreto?</strong> – appare l’impala, o qualcosa di simile, e svolta sulla neve, vola, non è degno di lasciare impronte, è pura anima – questo bianco barbarico, Vera, mi rimanda alla tua santità, la grazia con cui sgravi il piacere dagli altri corpi, la malia albina con cui disintegri gli sguardi. <strong>Quasi all’unisono, come frammenti d’oro convogliati in un’unica lastra dal magnete, scattano dalla neve – da dove?, addestrati da quale parola?, perché? – i ghepardi</strong> – e danzano da un lato all’altro della piana, con l’avidità cauta, distratta di un falco – di nessuno la neve testimonia la vita ed è muta anche di fronte alla previsione di morte, alla sua ambizione, perché è l’indifferenza il potere della neve. La paura scintilla sui nervi dell’impala e rende la bestia bellissima – la fame vivifica lo splendore dei ghepardi – l’atto cruento è naturale ed è nella corsa o nella fuga che un essere è superbo. A cerchio i ghepardi, che agiscono con armonia musicale, sono cinque, si chiudono sull’impala, come una palpebra sulla pupilla blu, <strong>e anche quando il sangue esplode hanno cura, i predatori, di non lasciare traccia, per non offendere l’impunità della neve,</strong> e vanno, scaglie di luce scaturite da un cratere, e la neve non è un patto con i morti, è la resa di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Li falciarono tutti, Vera, proprio così, come si bonifica un campo e il meticoloso giardiniere era una mitragliatrice, anzi, diverse, innumerevoli, una sanatoria in proiettili – i Sarmati, quella teologica ferocia, il desiderio che ci custodisce tutti, una terra, una genia felice, la casa che si fonda sullo sterminio, un coraggio tanto spazioso da terminare in poema, volti tratti da un vocabolario dei perduti per diventare, per la durata di un acquazzone, re – uccisero anche le bambine che mi nutrivano – una l’avevo chiamata Vera per dare un corpo alle mie illusioni nottambule – neppure lei, neanche il gusto di violentarla, <strong>il soldato le staccò la mascella con la foce del fucile, le ruotò il collo e a lei, l’altra Vera, che impaniava di preghiere il mio risveglio, sembrò crescere un altro viso sul cranio, come le divinità ostili sumere, con due facce, per maledirti anche nell’aldilà.</strong> Gli inglesi sono concreti soprattutto nell’omicidio – i Sarmati, rediviva minoranza, non erano altro che un’astuzia di mosche – Arthur Collingworth, si chiama il comandante, titolato, e speculai, quando volle vedermi, la sera stessa, su quel <em>worth</em>, pensando che il valore, la saggezza, il carisma crescono in concordia con una spensierata spietatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sono amato, Vera – anche da te – è vero? – questo non smette di sorprendermi – mi pensano sacro – un sacrario di ovvietà, semmai – anche loro – un demente voluttuoso, che evolve nel mentire – non posso più leggere le tue lettere, sei una fattura di luce, forse mia sorella è un assalto, mia sorella è un dio, mi dico, e il patto che mi congiunge a te è superiore alla nostra stessa volontà – <strong>se mi sono unito carnalmente alla dea dei ghetti è naturale che il mio destino sia il vagabondaggio e l’inquietudine, perché la mia anima è sotto la tua lingua e la mia intelligenza nella tua narice sinistra. Essere amato è stabilirsi nel pericolo</strong> – è inevitabile non corrispondere all’amore, deludere – e il mio ruolo è evitare il dolore che succede alla delusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Collingworth, l’inglese, pensa che possa essere utile nel perfezionare i rapporti con gli arabi, mi ritiene una spia, forse lo sono – <strong>è basso, bianco, un efebo, incapace di unirsi ad altri corpi se non per ucciderli, credo, ha corde al posto degli occhi – poi accadde la neve e pensai che ti fossi sciolta nel corpo di un altro, Vera, e fui preso dal desiderio di snocciolare la Terra, di alienare i deserti a un grammo di polvere sulle ciglia,</strong> e predarti, ovunque, e riportare la tua carne a ciò che è stata, un bracciale intorno alle mie gambe, un collare, l’incollatura  del mio valore alla volontà della Storia, alle volute del tempo. Collingworth alleva ghepardi – questi uomini mandanti del potere, che agisce senza schema, senza personalità, senza potergli dare dottrina, esplicitano sempre la loro integrità binaria in una bestia, in un simbolo, in una creatura che senza mediazioni designi ciò che vogliono essere. Chiama i ghepardi con i nomi dei grandi imperatori di Bisanzio – Basilio, Eraclio, Leonzio, Niceforo, Giustiniano – <strong>ne conforta la rabbia leggendogli, passeggiando nei pressi delle gabbie, passi dalla cronaca di Niceta Coniata sulla caduta e la distruzione di Costantinopoli – hanno cinghie azzurre al collo ed egli, il generale inglese, si occupa di limare i loro denti come altri appiccano i ceri o dipingono le icone o sgranano un rosario.</strong> Gli ricordai che Zoe, l’imperatrice bizantina, si era sposata quattro volte e quattro volte aveva fatto uccidere i propri mariti, “sapeva che regnare è sedurre e che l’amore partorisce la morte”, disse, e gli dissi di te, che mi hai ucciso ad ogni lettera per farmi risorgere in quella seguente, e ho preteso che ti consegnassero questi fogli. Egli sorrise, centellinando i nomi degli amanti di Zoe, le sue labbra sono grigie e dalla bocca potrebbero esplodere lucertole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Più ti desidero più il destino mi respinge, agli albori di te – Mashhad è ai confini settentrionali dell’Iran, pietre anticristo, antipatia di sassi – per un giorno la neve ha devoluto in informe la storia statuaria di questo luogo – <strong>per questo mi è parsa, la nevicata, l’assassinio di un dio a tre teste – il presente, la presunzione del futuro, la presenza del passato. </strong>Gli inglesi vogliono corrodere qualche pezzo di Russia – mi portano con loro durante le trattative con i sultani e i baroni del luogo – attiro fanatici sorrisi – Collingworth, credo, vuole bonificare l’Oriente con i ghepardi, odia il sole e se potesse lo darebbe in pasto ai suoi felini, come se l’astro fosse un pupazzo, come uno straccio. “La geografia terrena non è diversa dalle sue mappe stellari”, mi ha detto questa sera, in vena di filosofia – quest’uomo non beve, non ride, ha imposto una sentinella perfino sullo stipite del sonno. “Le costellazioni sono uno stupido espediente per convincerci che il cosmo è a misura d’uomo, ma un mito non frena il caos: qualcuno vede un cammello in quello che altri chiamano Orsa Maggiore, e altri ancora uniscono stelle impareggiabili, con scopi caustici – allo stesso modo, definiamo i confini di una terra o il profilo di una conquista, per pensarci pionieri del caos”. Gli ho chiesto se avesse velleità imperiali, se avesse mai amato una donna, un uomo. <strong>“Sa perché i ghepardi non ruggiscono?”, mi domandò – gli dissi che i ghepardi fischiano, come se avessero un serpente nella trachea – “non c’è bisogno di conquistare quando domini ogni cosa, non c’è bisogno di macchinare strateghi burocratici quando puoi risolvere tutto con uno scatto”.</strong> Pensai che fosse meglio non domandargli cosa intendesse per <em>scatto. </em>Di notte la neve sembra fuoco, poi svanisce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Deglutisco da giorni lo stesso verso di Aleksandr Puskin – lo ha scritto durante il suo viaggio in Asia – “Non morirò del tutto”, ha scritto – poi ha scritto che si viaggia per cercare “la frattura azzurra” nelle città degli uomini. <strong>Di azzurro non ho visto altro che la mia fame di te – che strano, vero?, definire la fame con un colore così delicato. Come dovrei intendere “Non morirò del tutto” se tutto quello che ero è morto in te</strong>, se neanche la morte, ora, è un limite, ma l’ennesima possibilità di incontrarci, dopo tanta vita?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>Hollywood fo**i fo**i: Rodolfo Valentino e le mogli lesbiche, Chaplin e la passione per le “ninfette”, Von Stroheim e le orge cinematografiche da 20 ore… Controstoria del cinema da Oscar</title>
		<link>https://www.pangea.news/hollywood-fotti-fotti-rodolfo-valentino-e-le-mogli-lesbiche-chaplin-e-la-passione-per-le-ninfette-von-stroheim-e-le-orge-cinematografiche-da-20-ore-controstoria-del-cinem/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 08:17:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hollywood Babilonia di Kenneth Anger è il libro dello spu*tanamento divistico totale. Un libro esagerato, cinico, gossipparo, ma istruttivo. Lo apri e ti dice che alla Mecca del cinema, fin dagli esordi, girava una polverina della felicità chiamata cocaina, che nel film The Mystery of the Leaping Fish dà perfino il nome al protagonista, Coke [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Hollywood Babilonia</em> di Kenneth Anger è il libro dello spu*tanamento divistico totale. <strong>Un libro esagerato, cinico, gossipparo, ma istruttivo. Lo apri e ti dice che alla Mecca del cinema, fin dagli esordi, girava una polverina della felicità chiamata cocaina</strong>, che nel film <em>The Mystery of the Leaping Fish</em> dà perfino il nome al protagonista, Coke Ennyday (<em>coke-any-day</em>, coca ogni giorno); ti dice pure che al regista David W. Griffith piacevano le lolite, ma solo se non illibate. Giri pagina e scopri che se sei un idraulico di 100 chili con un faccione simpatico e ti capita di andare a sgorgare lo scarico del regista Mack Sennett, questo ti scrittura, ti cambia nome in Fatty Arbuckle e ti fa diventare la spalla di Charlie Chaplin e Buster Keaton: <strong>da un giorno all’altro sei famoso, ricco, e omicida-stupratore: uccidi una ragazza durante un festino, le spacchi il sesso con un imprecisato e rozzo dildo, scampi la galera ma a recitare non ti chiamano più, e muori a 40 anni alcolizzato e dimenticato.</strong> Questo libro rivela che in tempo di Proibizionismo, a Hollywood baldoria con alcool e mig*otte si faceva lo stesso, pagando laute bustarelle a sindaci, guardie e procuratori distrettuali; e che se sei un regista famoso, cioè sei William Desmond Taylor, e vieni ammazzato a casa tua con due colpi calibro 38 al cuore, <strong>prima che chiamino ambulanza e polizia, si avvertono le tue amanti di precipitarsi lì, con te cadavere, a riprendersi le lettere d’amore compromettenti, ma non la vasta e ignota collezione di mutandine con nome, cognome e data, che Taylor nascondeva in un armadio</strong>, slip di chi e quando con lui se li era sfilati, ritrovati e sequestrati dai poliziotti insieme a una bella serie di foto porno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65924 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-COVER-211x300.jpg" alt="" width="177" height="252" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-COVER-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-COVER-768x1089.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-COVER-722x1024.jpg 722w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-COVER.jpg 1104w" sizes="(max-width: 177px) 100vw, 177px" />In <em>Hollywood Babilonia</em> leggi che nel 1919 già si compravano le partite di baseball, e che negli anni ’20 se eri una star e ti scoprivano drogato, ti chiudevano in manicomio e lì ti lasciavano morire, come è successo all’attore Wally Reid. Che la bellissima attrice Barbara La Marr non è morta a 26 anni “per una dieta troppo rigorosa”, ma per overdose: era per di più stremata dal fatto di riposare due ore a notte dovendosi giostrare tra sei mariti e dozzine di amanti. <strong>Si legge altresì che la casa di Charlie Chaplin aveva 40 stanze ma quella dell’attrice Marion Davis 100, compreso un salone d’oro, un cinema privato, e una piscina di marmo attraversata da un ponte; che una volta John Barrymore vi si presentò a una festa in maschera vestito da barbone e non lo fecero entrare perché sembrava un barbone vero;</strong> che la <em>Woman</em> <em>in Paris</em> del film di Chaplin era nella realtà Peggy Hopkins Joyce, una col patrimonio di tre milioni di dollari frutto degli alimenti estorti a cinque ex mariti; <strong>che a Chaplin piacevano le ninfette che conosceva nei cosiddetti ‘coperta-party’ di Santa Monica, ragazzine che poi era costretto a sposare poiché incinte</strong>, anche se una di queste partorì una figlia non sua, che però un tribunale condannò a mantenere lo stesso; una delle sue spose-bambine, Lilita Grey, passò ai giornali la sua istanza di divorzio, dove lamentava che Chaplin voleva da lei ‘atti impuri’ come la fellatio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi: il magnate William Randolph Hearst aveva un revolver tempestato di brillanti con cui si divertiva a sparare ai gabbiani, e forse una di queste pallottole è finita in fronte all’amante della sua amante. Rodolfo Valentino sposò due lesbiche, e la seconda senza aver ancora divorziato dalla prima: per questo fu arrestato per bigamia.</strong> I film di Eric von Stroheim erano tagliati non solo perché non finivano mai, ma pure perché contenevano scene di vere orge sadomaso, e una dalla durata di 20 ore filate. Una volta Stroheim stese con un pugno il produttore Louis B. Mayer perché lo aveva sentito dire che “tutte le tonne zono skualtrine”, e a Stroheim nessuno “può tire qveste cose telle tonne zenza pakarla kara!”, e forse Mayer stava spettegolando su Clara Bow, un’attrice che leniva la sua solitudine con il membro del suo dottore, alternato a quelli di un’intera squadra di baseball della California University. <strong>Ci fu a Hollywood chi scampò dal crollo del 1929 perché teneva ogni dollaro guadagnato cucito dentro federe e materassi, al contrario di chi perse tutto, anche la vita, come l’attrice Marie Prevost, il cui cadavere venne ritrovato mangiucchiato dal suo bassotto.</strong> Invece Paul Berl, marito di Jean Harlow, si ammazzò dopo due mesi di matrimonio perché non gli si alzava più e non riusciva a soddisfare la moglie nemmeno con un fallo finto, e tu lo sapevi che la bianca scritta HOLLYWOOD all’inizio era HOLLYWOODLAND, e questa D finale era la preferita dei suicidi per arrampicarvisi e gettarsi nel vuoto? <strong>E che Marnau è morto in un incidente stradale, però mi sa che alla guida dell’auto c’era il suo cameriere personale di anni 14, a cui Marnau stava succhiando il sesso? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65925" aria-describedby="caption-attachment-65925" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65925" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-KENNETH-ANGER-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-KENNETH-ANGER-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/HOLLYWOOD-BABILONIA-KENNETH-ANGER.jpg 450w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-65925" class="wp-caption-text">Kenneth Hanger, regista, ha pubblicato &#8220;Hollywood Babilonia&#8221; nel 1959, in Francia</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Se non ne hai ancora abbastanza, allora sappi che a Hollywood girava uno capace di “sc*parmi a morte, quattro volte di seguito, ce l’ha sempre duro, non so come faccia”, che altri non era che lo scrittore George Kaufman, amante dell’attrice Mary Astor, il cui bollente diario finì sui giornali, e poi bruciato per ordine della magistratura in quanto materiale porno. <strong>Meglio poi stare lontani da Francis Farmer, attrice che quando veniva fermata per guida in stato di ebrezza, si qualificava agli agenti di professione pomp*nara, e in tribunale, sentita la condanna, tirò un calamaio in testa al giudice. </strong>La sua collega Lupe Velez era un tipino che amava tirarsi su la gonna per farla vedere a tutti e uno dei suoi mariti un giorno s’inca*zò così tanto da tirarle addosso un tavolo imbandito (Lupe Velez morì di overdose, ma non di soli sonniferi: quella sera mangiò pesante, ingoiò le pillole per addormentarsi per sempre, ma l’insieme le fece una reazione inattesa e la mattina la sua cameriera la trovò in bagno, con la testa incastrata nel water, morta affogata nel suo stesso vomito).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Hollywood Babilonia</em> ti svela che negli anni ’40, se i produttori non pagavano tangenti alla mafia, poteva succedere che per giorni ‘sparissero’ centinaia di comparse, bloccando i film. Che Lucky Luciano, in esilio in Italia, riuscì a far spedire negli Usa tonnellate di marmo di Carrara e… signori, ecco a voi le prime pietre degli scintillanti casinò di Las Vegas! E poi Robert Mitchum si fece due mesi di prigione per marijuana, ma appena scarcerato firmò il suo più ricco ingaggio. <strong>E Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, gangster e gigolò morto accoltellato dalla figlia instabile della sua amante Lana Turner (almeno così raccontano) chiamava il suo pene Oscar, dal nome della dorata statuetta: </strong>si vantava d’averlo lungo 30 centimetri, come suddetto premio, manco fosse John Holmes.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Natacha Rambova e Rodolfo Valentino, 1921;  fotografia di James Abbe</em></p>
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		<title>Per il compleanno di Georg Trakl: il caso ha un istinto d’argento e noi dobbiamo imparare a cavalcare l’“animale azzurro”</title>
		<link>https://www.pangea.news/georg-trakl-poesie-compleanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 11:26:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
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		<category><![CDATA[Thomas Mann]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se il caso non esiste mi domando quale mano, quale istinto d’argento mi abbia portato tempo fa in una libreria di Verbania. Il cielo, basso, gravido di capodogli e il lago, che sembra una lastra su cui è inciso il calco del teschio di Dio. Compro due libri di Rainer Maria Rilke. Le lettere a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Se il caso non esiste mi domando quale mano, quale istinto d’argento mi abbia portato tempo fa in una libreria di Verbania. Il cielo, basso, gravido di capodogli e il lago, che sembra una lastra su cui è inciso il calco del teschio di Dio.</strong> Compro due libri di Rainer Maria Rilke. Le lettere a Marina Cvetaeva – ancora: la stessa edizione, la terza volta, come se acquistare lo stesso libro fosse un amuleto. Poi le lettere su Cézanne. Pago. Sto andando via. Di fianco alla porta di uscita uno scaffale con altri libri usati. Il morso d’argento del caso mi blocca. <strong>Tra i libri, mi colpisce un volume delle <em>Poesie </em>di Georg Trakl. Bur, 1974, “introduzione, traduzione e note di Ervino Pocar”. Pocar è uno di quelli a cui bisognerebbe fare un monumento.</strong> Nato a Pirano d’Istria, amico di Biagio Marin, studi a Vienna, irredentista, durante la Prima guerra traduce un dramma di Hugo von Hofmannsthal, invia la traduzione al grande scrittore, ne riceve in cambio un libro e un elogio. Comincia qui la carriera di uno dei massimi traduttori della cultura in lingua tedesca, dal 1934 “traduttore ufficiale dal tedesco e redattore capo del reparto libri” in Mondadori. Sue le versioni dei capolavori di Kafka, Schopenhauer, Hesse, Thomas Mann, Hoffmann. Il libro costa 2 euro. Ovviamente lo compro. Esco. L’aria del lago è di tonificante malinconia. Qui vicino, in collina, è sepolto mio padre. Apro il libro di Trakl. Come sempre, in attesa che un libro decritti la mia natura di bestia. “3 febbraio 1887, Georg Trakl nasce a Salisburgo”. È il 3 febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65424 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/trakl-186x300.jpg" alt="" width="122" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/trakl-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/trakl-768x1240.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/trakl-634x1024.jpg 634w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/trakl-1320x2131.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/trakl.jpg 1337w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />L’annotazione di Pocar a <em>Sebastiano nel sogno</em> riproduce una lettera di Rilke a Ludwig von Ficker, del 1915. Trakl è morto il 3 novembre del 1914, overdose di cocaina, dopo aver assistito a indecenti massacri, in Galizia. <strong>“Trakl va collocato tra le figure mitiche, pari a Lino, lo sfortunato cantore greco… ho ricevuto <em>Sebastiano nel sogno</em> e vi ho letto a lungo, commosso, stupefatto, presago, perplesso</strong>; si capisce subito infatti che le condizioni di quei gridi e di quelle lunghe sonorità erano irreparabilmente uniche, come le circostanze dalle quali può nascere un sogno… Le esperienze di Trakl si svolgono come in visioni riflesse ed empiono tutto il suo spazio che è inaccessibile”. Rilke, Trakl. Come se il nome di uno si travasi nell’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2014, per i 100 anni dalla nascita, Adelphi pubblica, fuori commercio, <em>Sebastian in sogno</em> nella traduzione di Gilberto Forti. Il volume è lieve, di un azzurro metallico, sobrio. Sembra un lago. “Oh, quieto camminare sulla riva della corrente azzurra/ il pensiero rivolto a cose obliate, mentre nella ramaglia verde/ il tordo invitava al tramonto esseri ignoti”. <strong>La poesia di Trakl ha la luce di ciò che non ha tempo – si spalanca il libro, si estrae un verso, e si cerca di <em>viverlo</em> lungo l’assiduità del giorno.</strong> Tutto scorre verso il tramonto, lungo la corrente: ma il tramonto non è la fine, ma un esordio. L’uomo si forza a pensare il dimenticato, perché compito dell’essere vivente è riportare in vita ciò che non c’è. Per fortuna la poesia di Trakl elude la spiegazione comune, il marchingegno dell&#8217;esegesi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le figure bianche che attraversano le poesie di Trakl, estratte dall’osso assoluto, amo Elis, “un ragazzo che simboleggia il mondo innocente dell’infanzia, rapito da morte prematura” (Pocar), un nome che forse è riconducibile all’ebraico antico <em>El</em> (il modo canonico per dire Dio), ma “altri pensano che la fonte siano gli Elisi, il paradiso pagano. Può darsi” (Pocar). <strong>In realtà, la poesia di Trakl, che chiede adesione e non comprensione, è l’atto innocente, cioè la visione crudele.</strong> Noi dovremmo cercare di essere domestici all’“animale azzurro” – d’altronde, sui “muri neri” alita Dio, che alimenta la solitudine, che spira dove è l’insperabile. (d.b.)</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Elis</em></strong></p>
<p>1.</p>
<p>Perfetta è la quiete di questo giorno d’oro.<br />
Sotto antiche querce<br />
tu appari, Elis, assorto con i tuoi occhi sgranati.</p>
<p>Il loro azzurro rispecchia il dormiveglia degli amanti.<br />
Sulla tua bocca<br />
si tacquero i loro gemiti rosei.</p>
<p>A sera ritirò il pescatore le sue reti pensanti.<br />
Un mite pastore<br />
guida il suo gregge al limite del bosco.<br />
Oh, com’è giusto ogni tuo giorno, Elis.</p>
<p>Lieve discende<br />
lungo muri spogli l’azzurra quiete dell’olivo,<br />
smuore l’oscuro canto di un vegliardo.</p>
<p>Un battello d’oro,<br />
Elis, culla il tuo cuore nel cielo solitario.</p>
<p>2.</p>
<p>Dolce una sinfonia di campane gli suona in petto<br />
la sera,<br />
quando Elis affonda il capo nel cuscino nero.</p>
<p>Un animale azzurro<br />
sanguina lievi stille nel roveto.</p>
<p>Sta un albero bruno là in disparte;<br />
i frutti azzurri caddero dai rami.</p>
<p>Segni e stelle<br />
scivolano nello stagno della sera.</p>
<p>Si è fatto inverno dietro la collina.</p>
<p>Colombe azzurre<br />
bevono a notte il sudore diaccio<br />
che a Elis scorre dalla fronte vitrea.</p>
<p>Il vento solitario<br />
di Dio sempre risuona sui muri neri.</p>
<p><em>Georg Trakl</em></p>
<p><em>*da Georg Trakl, “Sebastian in sogno”, Adelphi 2014, trad. it di Gilberto Forti</em></p>
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		<title>D.H. Lawrence: genio incendiato o santone dei dilettanti? La parola a Geoff Dyer</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 05:35:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il ‘wagnerismo’ di D.H. Lawrence è di conio teutonico – non a caso la sua amata Frieda faceva von Richthofen di cognome, era ricca, era tedesca – appare negli scrittori totali come Goethe, i cui nipoti difformi sono Thomas Mann, Hermann Hesse, perfino Hermann Broch. Insomma, la scrittura come esercizio del pensare, l’idea che tra atto romanzesco e gesto saggistico non c’è distanza. <strong>Per questo, DH fu visto e inviso sempre come un tipo strano, un anglofono pavone, un santone, la cui fama si è stilizzata ne <em>L’amante di Lady Chatterley</em>, mentre la sua abilità difforme e da estremo dilettante nell’alternare romanzo, poesia, teatro, pittura, critica e filosofia fu intesa con sospetto. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto. Quando il prof di letteratura inglese ci diede da leggere <em>Figli e amanti </em>sbottai in conati di vomito retorico; d’altronde, <em>Il serpente piumato </em>m’era sembrato troppo lungo, troppa frittura rètro, meglio il Messico ubriaco di Malcolm Lowry. Eppure, fui edotto alla saggistica di Lawrence da Lorenzo Scandroglio, poeta lawrenciano, che si è dato alla montagna d’alta quota, fiero nel concetto che prima si vive poi semmai si scrive. Devo dire, in effetti, che DH, nonostante i pruriti dei critici – non è bravo come Proust, gli manca l’essenzialità di Kafka, non possiede gli abissi tematici dei russi <strong>– raccoglie entusiasmi editoriali – dei piccoli e dei grandi – anche in Italia, di cui era fan (oltre ai reportage dalla Sardegna e nei <em>Luoghi etruschi</em>, ha tradotto Verga), in cui una mole di opere è costantemente tradotta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Resistono, tuttavia, come un macigno le considerazioni di Mario Praz, siamo nel 1933, DH è morto da tre anni: “Carattere comune ai libri del Lawrence è una fondamentale irrequietezza, conseguenza d’un profondo dissidio interiore, essendo la sua una natura di uomo attivo inchiodata, per un capriccio di natura, su un punto morto di contemplazione. <strong>Intellettuale, anela alla vita istintiva e denuncia il corrompimento portato dal progresso e dall’intellettualismo, e finisce per crearsi una religione nuova (un naturismo mistico affine a quello del Rousseau e a quello del Blake) che fa centro della vita il divino mistero dell’esperienza sessuale, che sola impartisce una conoscenza immediata, non-mentale.</strong> La veemenza dei suoi attacchi contro il mondo moderno fa pensare a un puritano invertito. Se questa parte apologetica e polemica, salutata da alcuni come un nuovo vangelo, rappresenta dal punto di vista artistico un peso morto, che va accentuandosi nelle ultime opere, resta pur sempre nei volumi del Lawrence tanta freschezza d’impressioni di natura e tal felice penetrazione di caratteri e di situazioni, da meritargli un posto tra i più grandi scrittori moderni. Lo stile è ineguale: efficacissimo, quando non l’intorbidano le argomentazioni e non lo diluiscono certe monotone ripetizioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A esaltare la “parte apologetica e polemica” di DH, corpo vivo più che “peso morto”, ci pensa il mitico <strong>editore inglese Penguin che mette DH nelle mani di Geoff Dyer, tra i grandi scrittori in UK</strong>, assai ben tradotto in Italy (leggete, almeno, <em>Natura morta con custodia di sax</em>, stampa Einaudi, e <em>Sabbie bianche</em>, stampa il Saggiatore). Lo scrittore in <em><a href="https://www.penguin.co.uk/books/308/308779/life-with-a-capital-l/9780241344606.html" target="_blank" rel="noopener">Life with a Capital L</a> </em>(uscita in UK a fine mese) fa una antologia di saggi di DH:<strong> 500 pagine dalla freschezza invidiabile, che rischiano di giustificare l’eccessiva sintesi del poeta Philip Larkin, “Lawrence è il più grande scrittore di questo secolo, e per molti versi il più grande di ogni tempo”. </strong>Si sa, gli inglesi amano esagerare, amano le classifiche. Sotto, riportiamo alcuni brani dal saggio introduttivo di Dyer, anticipato <a href="https://www.newstatesman.com/culture/books/2019/01/our-perpetual-contemporary-digressive-prescient-brilliance-dh-lawrence-s" target="_blank" rel="noopener">su </a><em>New Statesman. </em>(d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65238 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg" alt="" width="129" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence.jpg 440w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Poco prima di scrivere questo saggio stavo con un amico a Joshua Tree, California. Nel tardo pomeriggio siamo saliti su una collina, sotto il sole cocente, verso un camper abbandonato. Escrementi di topi, dentro, ratti ovunque, nel letto, in cucina. Resti di una vita passata, domestica, insieme ai detriti di droghe usate per modificare quel rimorchio in un “orribile paesaggio sotterraneo dell’anima umana”.<strong> Immutato da milioni di anni, il paesaggio circostante, dorato, e il cielo di un blu profondo, erano tremendi. Su un tavolo all’esterno del camper, un’edizione senza copertina degli scritti di Edgar Allan Poe. Impossibile conoscere quale “storia orrenda dell’anima umana con le sue disgustose pene” si fosse svolta qui</strong>, ma il mistero era intrecciato ai pensieri di David Herbert Lawrence su Poe. Una quindicina di giorni prima, in Colorado, ho visto luoghi che paiono desunti dal saggio di Lawrence su Fenimore Cooper: “L’anima americana essenziale è dura, isolata, stoica, assassina”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1945 Philip Larkin dice a un amico che Lawrence è stato “il più grande scrittore del secolo, e in qualche modo il più grande scrittore di ogni tempo”.</strong> Nato cinque anni dopo Larkin, John Fowles, lo scrittore de <em>Il mago, </em>alza il livello ammettendo che Lawrence è “il più grande essere umano del secolo”. Visitando il santuario e il ranch di Lawrence a Taos, in New Mexico, nel 1939, W.H. Auden annota che “macchine di donne pellegrine salgono ogni giorno a riverirlo, mi chiedo come sarebbe stato dormire con lui”. La risposta l’ha data Kate Millett in <em>Sexual Politics </em>(1970), ed è stata certamente deludente. La sua analisi, arguta e crudele, ha messo a nudo le sciocchezze e la ‘pompa liturgica’ che aleggiava sulla cosa per cui Lawrence era diventato celebre, la sua scrittura sul sesso. Aggiungiamoci pure la sua infatuazione – seppure temporanea – per il culto proto-fascista del ‘leader con seguaci’ ed è semplice capire <strong>la ragione per cui la reputazione di Lawrence sia andata declinando dagli anni Settanta in qua. Per il breve periodo in cui è durata la sua vita (nato nel 1885, è morto di tubercolosi nel 1930, a 44 anni), Lawrence è riuscito a restare perversamente fuori luogo, fuori dalle mode della critica dominante.</strong> Questo non significa che non abbia avuto devoti. Ogni tentativo di difendere questo “uomo che bruciava come una torcia/ da una parte all’altra della sua vita” doveva cominciare denunciando la scarsa qualità di romanzi come <em>Il serpente piumato</em>, ma pure criticando alcune opere canoniche che, nelle sobrie parole di George Orwell, sono “difficili da superare”. Come romanziere, argomentavano, Lawrence ha raggiunto presto il picco con <em>Figli e amanti. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Balbettando istintivamente sull’<em>Ulisse </em>di Joyce (“Che razza di sforzo! Che fatica!”), Lawrence era migliore quando improvvisava, anche se ciò gli garantì la reciproca bassa opinione di Joyce: “Questo tipo scrive davvero male”. <strong>Lawrence ha riscritto più volte i suoi romanzi più importanti, l’uomo che ha disprezzato Joyce di essere “privo di spontaneità” è una specie di proto-Kerouac. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lawrence continua ad anticipare le nostre possibili obiezioni: <strong>“Che importa se è confuso? Cosa c’importa se è ripetitivo? Che importa se a volte non è interessante, quando ci sono parti così intense che all’improvviso aprono le porte facendo scaturire lo spirito in un mondo nuovo, anche se è un mondo antico!”. </strong>Una pagina dietro l’altra, i saggi rivelano che Lawrence è uno scrittore eternamente rinnovato: è il nostro perpetuo contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Geoff Dyer</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/d-h-lawrence-genio-incendiato-o-santone-dei-dilettanti-la-parola-a-geoff-dyer/">D.H. Lawrence: genio incendiato o santone dei dilettanti? La parola a Geoff Dyer</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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