Ode a Edward Garnett, lo scrittore che scoprì Conrad e pagò la vacanza a D. H. Lawrence (con l’amante)

Posted on novembre 24, 2017, 6:35 pm

Ce ne fossero, oggi, di personaggi simili. Joseph Conrad pubblica il primo libro, La follia di Almayer, nel 1895, per T. Fisher Unwin. Conrad ha quasi quarant’anni e deve il suo futuro a un ‘lettore’ che ne ha quasi venti. Edward Garnett “incoraggiò subito il neoautore a procedere sulla strada intrapresa” avendo “fiutato che c’era anche qualcosa di più in quest’opera così originale nella descrizione di ambienti resi familiari, in ottiche diverse, da Stevenson e Kipling, così scettica nei riguardi della retorica corrente sul fardello dell’uomo bianco, contorta nel presentare le motivazioni e la psicologia dei personaggi”. Garnett, figlio di un bibliotecario del British Museum si arpionava al motto: “l’artista deve essere fedele alla propria visione, il critico a quella degli altri uomini”. Disciplina professionale prima che professione di umiltà che ha portato Garnett, marito di cotanta moglie – Constance, più vecchia di lui di quasi dieci anni, ha letteralmente importato la letteratura russa in Inghilterra, traducendo 71 titoli, i più importanti, dai romanzi di Tolstoj, Dostoevskij e Trugenev ai racconti di Anton Cechov – a essere il più efficace consulente editoriale del mondo anglofono, almeno nei primi del Novecento (se ne è andato 80 anni fa, nel 1937). Il sodalizio con Conrad – di cui curò pure l’epistolario – fu totale, “è il mio spirito affine”, diceva, al punto che Joseph confidava a lui tutte le crisi, estetiche e matrimoniali, e lui lo convinse a scrivere una serie di romanzi a quattro mani con Ford Madox Ford, The Inheritors (1901), Romance: A Novel (1903) e The Nature of a Crime (1906). I romanzi ebbero un certo successo all’epoca, furono un ottimo laboratorio ‘sperimentale’ per entrambi, oggi fanno l’effetto del reperto eccentrico del tempo che fu. Tra gli autori sostenuti da Garnett, lavoratore infaticabile – per T. Fisher Unwin, Duckworth & Co. e Jonathan Cape siglava anche 700 schede di lettura all’anno – ora esaltato da una biografia agiografica di Helen Smith dal titolo riassuntivo An Uncommon Reader: A Life of Edward Garnett, Mentor and Editor of Literary Genius (Farrar, Straus and Giroux, pp.440, $ 35.00), spicca D. H. Lawrence – è grazie a Garnett che riesce a pubblicare Figli e amanti: “abbiamo discusso furiosamente di libri”, ricorda D. H., “lui pensa che il mio lavoro sia un po’ troppo eccessivo… eppure loda la sensualità dei miei scritti”; per inciso, la discussione furibonda ebbe luogo nel Kent, vacanza pagata dall’editor a Lawrence e amante, Frieda. libro garnettMa Garnett ha sponsorizzato anche John Galsworthy, ha spinto per pubblicare T. E. Lawrence e Stephen Crane (“è dotato di una splendida precocità”), E. M. Forster gli stende un red carpet di complimenti, “ha fatto più di ogni altro per scoprire e incoraggiare il genio degli scrittori: e ha fatto tutto questo senza alcun desiderio di aumentare il proprio prestigio personale”. L’unico neo? Non aver capito James Joyce. Ezra Pound cominciò a urlargli addosso perché non voleva far pubblicare il Ritratto dell’artista da giovane, “questa è la melma della nostra letteratura e soltanto il giorno del giudizio, suppongo, potrà sterminarli”, ha scritto Ez con la consueta morigeratezza. A favore di Garnett, tuttavia, Helen Smith, che insegna letteratura alla University of East Anglia, sfodera la sua scheda di lettura originaria: “Il signor Joyce non è da sottovalutare. Può non piacerci il suo lavoro, ma non possiamo ignorarlo: il suo è un lavoro potentemente soggettivo, piuttosto poco inglese”. Eppure, Garnett fu tacciato per sempre di anti-modernismo. Il dna di Edward, va detto, passò al figlio David, membro di spicco del Bloomsbury Group, scrittore arcinoto, pubblicato in Italia da Adelphi. Avessimo una manciata di Edward Garnett più che una falange di sedicenti Premi Nobel, la letteratura risorgerebbe dalla melma attuale.