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	<title>news Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La lezione animale. I bestiari di Gianna Manzini e Piero Polito</title>
		<link>https://www.pangea.news/bestiario-manzini-polito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2022 05:01:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scomparire è riflettere, rileggere in abbondanza le cose rimaste inclinate su un fianco, nell’indecisione. Accade di dimenticare, di sovrapporre i piani dediti all’ascolto, subentrano danni e sventure, altrimenti proposte incapaci di sovvertire la memoria. Memoria non è poi ricordare ma indebitarsi e chissà chi vuole veramente scontare gli anni, quelli più acerrimi che son da [&#8230;]</p>
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<p>Scomparire è riflettere, rileggere in abbondanza le cose rimaste inclinate su un fianco, nell’indecisione. Accade di dimenticare, di sovrapporre i piani dediti all’ascolto, subentrano danni e sventure, altrimenti proposte incapaci di sovvertire la memoria. <strong>Memoria non è poi ricordare ma indebitarsi e chissà chi vuole veramente scontare gli anni, quelli più acerrimi che son da derubare, estorcere, di cui ci si deve appropriare con il tempismo delle allusioni, con le giuste guide. </strong>Ma no, oggi rivalutiamo, imbellettiamo il vecchio nella profusione dell’odierno, sempre a sperare che sarà attuale il gioco, che basti avvalersene. &nbsp;Che il tempo possa ritrovare il giusto contatto non il giusto ritorno, il collettivo del ricordo!</p>



<p>Come altri che non trovano più spazio sulla carta stampata e siano lodati nel restarsene aperti a contribuire in silenzio, <strong>Gianna Manzini riposa su pagine vecchie e il presente vi passa sopra intimorito.&nbsp;Chi è Gianna Manzini, una scrittrice per signorine? </strong>Sì, anch’essa signorina nobile, laboriosa, tutta sistemata nel compatirsi,&nbsp;novecentesca in ogni suoi grembo, per nulla controversa, votata ad un muliebre distacco che cresce, sembra imparare ma si trattiene. Le donne sue protagoniste piangono e pensano, arretrano d’affanni,&nbsp;tutte assieme come farfalle ridipingono la parete, danzano attorno alla tortura con una chiave tra i denti. Gli uomini sono scrittura, ufficiale perimetro e nel parlare chiedono, rispondono.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="643" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/91JPtNLxJL-643x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91094" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/91JPtNLxJL-643x1024.jpg 643w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/91JPtNLxJL-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/91JPtNLxJL-600x956.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/91JPtNLxJL.jpg 678w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p>Nello svago di una letteratura feconda, a tratti ripetitiva e priva di un vero comando, si nasconde un capolavoro di stile, una somiglianza colorata coi colori che non è disegno, ritratto anzi un angusto scenario di terra ferma e maree che possono aspettare, che sono sempre in ritardo.&nbsp; Nasce dall’afflizione, dal momentaneo sottrarsi alla famiglia, agli affetti, la stesura del bestiario, stampato in tre fasi e tre edizioni: <em>Boscovivo</em> (Fratelli Treves, 1932) poi <em>Animali sacri e profani</em> (Casini, 1953) e infine <em>Arca di Noè</em> (Mondadori, 1960).</p>



<p><strong>L’impegno è morboso, una connessione etica che compila serie infinite di oggetti e sagome ombrose, osannate da una luce che fa lacrimare, bruscamente spenta ogni qual volta si accorre per rilanciare.</strong> Certo non la sentiamo mai esprimere omelie o giudizi estremi, apocalittici sulla rispettabilità delle creature. Il suo non è un interessamento beneficente ma un lavorio da orefice, da anatomista, da matematico: il gioiello, la carne e la logica, un labirinto sincero dove si va a scomparire. L’indizio di ciò potrebbe essere proprio quella scrittura d’eccesso che sa però di astinenza, come di interruzione a lungo sofferta, agognata. Il desiderio è quello di abbreviare, di sentenziare ma anche di commuoversi, di essere solidali.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La sua maschera metallica, necessaria al silenzio&nbsp;che c’è sott’acqua, si fendeva ai lati, aprendo uno spiraglio sanguigno, o lasciando talvolta scorgere entro la testa un fiore di ciniglia rosso vivente; pur restava feroce armatura d’una costanza che era soprattutto espressa dal giro rivelato della bocca e dagli occhi nudi”.</strong></p><cite>La Trota (<em>Arca di Noè</em>, Mondadori, 1960)</cite></blockquote>



<p>In questo effetto di parola recisa o abusata ci si accorge lentamente della vera tenerezza, del dolore, del fraintendimento e le figure iniziano a pesare sulla pagina quasi indiscretamente; l’accortezza di un fiato pesante che non può essere soccorso e alla sentenza segue lo spaesamento, la soffice dentatura di una compassione piena.</p>



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<p><strong>Le sue bestie sono cose in ginocchio, cose che sospirano o gemono; sotto quei musi si celano altre voci, altri canti ininterrotti; gli istinti e le abitudini incupiscono anche la loro quiete.</strong> Non è solo sopravvivenza ciò cui anelano, è contorto l’esempio della natura, forse volutamente arrischiato nel silenzio, nell’esigua apparenza. Gli animali non aspirano ad altra intelligenza anzi ognuno di loro, con sentore di salute o giustizia, è avvolto in una serietà giocosa e nella fisiognomica un inizio mal provato, una leggerezza che dice di affondare. Essi posseggono un loro misero, infelice, passionale e ambiguo onore d’essere assenti, miseri e infelici; hanno un fardello e una grazia, su questa bilancia l’anima intera; sono perfette macchine e imperfette creature, il sangue è mosso correttamente ma fatto sgorgare ingiustamente. Attorno esiste un ambiente che sa di sfortuna, di fiato sospeso; la dimora è flessibile ma le pareti son fatte di carne, di domestico restano solo le catene ormeggiate e le loro ombre capitano altrove, nel fuoriuscire torcono la deità, si smascherano fino ai luoghi specchiati, adulteri del cosmo, nelle mani degli uomini; ed è un muro di indifferenza la scoperta del peccato. Nell’arretrare, nel comprimere lo stato preistorico sono sul palmo d’amicizia ma un esordio di cattiveria è già teso alla salvezza. La bellezza sa ostinarsi, ridursi a ignoranza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ma da che non c’è più, io non ricerco l’appariscente pretesto d’un inganno che portavo in cuore prima di lui, ricerco lui, e imparo molte cose: per esempio che non ci si deve mai burlare di ciò che si ama. Io spesso mi burlavo di lui. Lui di me, mai. È la lezione di un animale. Ne terrò conto”. </strong></p><cite>Gatti: Romeo, il mendicante, il guercino, la bellona (<em>Arca di Noè</em>, Mondadori, 1960)</cite></blockquote>



<p>Anche sul capo di un’equilibrata osservatrice continuerà ad esserci un’ebrezza, una bizzarria da sfiorare accudendo; e le restanti osservazioni in bilico sempre sfacciate, sibilline occasioni di mentire nel coro, sotto voci che tacciono e non sanno adoperarsi. Non si può parlare di sopraffazione, sopruso ma di uso, manodopera, di ingegno. Tutto avviene sacrificando perché l’empatia è il tradimento più raffinato, geloso, e in questo assoluto di incomprensioni il mondo di una donna può far guerra a quello di una bestia e può addirittura uscirne umiliata più che perdente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="678" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/manzini2.jpg" alt="" class="wp-image-91095" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/manzini2.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/manzini2-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/manzini2-600x906.jpg 600w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></figure>



<p>Ma di queste uccisioni e palestre non parlano i giornali, si feriscono tenere le creature che soffrono e periscono. Una donna altera può certamente affilarsi e resistere scontrosa all’altezza; un uomo paffuto e bianco si può inchinare alla zoologia e rendere onore alla parola più che al terriccio. In uno studio minore d’esistenza, da una scrollata di spalle che è intelligenza, licenza focale di uno che prende la parola e poi tace per placarsi, vien fuori l’uomo che non vuole rientrare, che sfuma in questo confronto: <strong>Piero Polito, un sultano nell’essere irriconoscibile, un bimbetto precoce che non si poteva in alcun modo predire e che attraversò, senza essere mai scoperto, le tare che bene conosciamo.</strong> La sua carta fu un lasciapassare tra innominati e le storie che intercorrono con lui risuonano più della sua presenza. <strong>Amico di Cristina Campo e Margherita Guidacci, fedelissimo discepolo di Ferdinando Tartaglia: queste le storie ma nessuna che parli di un’identità, di un destino, di un carattere.</strong> Polito nasconde, assieme a pochi altri, i tratti più innocenti che la storia sceglie a volte per qualcheduno, ovvero quel non so che di pagliuzza, di scheggia a fermare l’incendio, sfocatura di cui restano fastidio d’occhi e calci. Questo vale per non essere registrati, per non trovarsi mai con le tempie scottanti davanti ad un plotone o una dettatura; ma vale pure per non osar più apparire in pubblico, neppure da morti, per restarsene a portar fiori, a scaldare l’acqua, senza compromettersi.&nbsp;Da quest’uomo labile, elargito a noi gratuitamente, nasce <em>Microcosmo</em> (Vallecchi, 1963), un bestiario scientificamente acuto, rivelatore di un ambiente batterico, viscerale, strisciante; dimentico della specie, del rispetto, anzi sfacciato nella trasparenza linfatica, in quella brevità di natura che si riassesta.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-4-640x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91096" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-4-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-4-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-4-600x960.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-4.jpg 675w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p><strong>Osservare gli animali, pure sulle stampe, nei libri, sulle cartoline, è come rimanere accidentalmente in un silenzio censurato, dove altre voci hanno lasciato la chiusura.</strong> L’istinto è una concentrazione che non può durare e a volte capita di urtarli quando sono in preda allo sconforto, alla sorveglianza dell’animo; tutto si concedono, pure la chiaroveggenza di immaginarti nel loro inventario che è colmo per lo più di spazi o ritratti unici, di tragitti percorsi al contrario, di remissive forze e colpi accertati.&nbsp;Non resta che imporsi in questa distanza, sostare come sfingi e nell’attenzione di un dettaglio confondersi, non tornare mai al centro. Bisogna ingegnarsi per avvicinare una zampetta, un ciglio, una coda, spesso si perdono le parti, il circuito è chiuso nella maturità ma ogni animale si assesta su un particolare, una dannazione evoluta che è la creatura stessa a saltare per ornarsi.&nbsp;Il mantenimento delle funzioni in posizione eretta o strisciante, a quattro zampe oppure in fede agli artigli, alle proboscidi; la postura è il baratro, la terra che si può toccare con le sole pupille attive, con l’occhio angolare; e le pieghe, i mantelli bruciati, le piume cotte nell’albume dorato, le ciglia arretrate, le sopracciglia dipinte in fumo, i sinonimi dei ritagli nelle zigrinature, sono già il semplice ambito, senza tassonomia. Nessun ordinatore preleva la minuzia artistica e nella cattura di un solo dato già si possono partorire le multiformi arie che ne verranno fuori. Le parole possono la biologia e le ere geologiche vengono sforbiciate, rimesse in sincrono con l’avventura. <strong>Tutto è superficie e i nomi sono già nomenclatura, le schede pronte prima d’esser redatte, si stendono da soli i lunghi tappeti. In un’unica distesa la mascella d’insetto e il bulbo, il seme ricoperto e l’eone squadrato, le squame e la corteccia, l’odoroso patimento e lo squillare, nidi oppressi e pattini d’anfibio.</strong>&nbsp;Non è un cosmo ma un microcosmo, non sono i numeri e neppure i fenomeni ma la vita astuta, rimpicciolita, che si addice alla moltitudine come al singolare, all’episodico; che soccombe alla stranezza, alla trasgressione, all’ermafroditico; che non indietreggia e neppure evolve ma batte una certezza di indeterminato, un tempo cauto.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Nulla come l’anfibio fa pensare al segreto delle origini, la sua vita è tutto un nascere, uno stadio prenatale protratto oltre la luce; pure proprio gli anfibi toccano certe forme prive di coda, certe forme evolute, si direbbe”. </strong></p><cite>L’ Axolotl (<em>Microcosmo</em>, Vallecchi, 1963)</cite></blockquote>



<p><strong>Polito si è introdotto in questi regni con la stregoneria rigida e manipolata di un perfetto uomo di scienza – uomo sovente abbattuto ma temerario –, con le parole già pronte sul palmo della mano</strong> e una serie di visioni metodiche a far da scalpello. Lo scienziato primigenio ancora incurante, a servizio della placenta, della nemesi, della sfera, sapiente dell’organico e inorganico, dell’argilloso pantano e dello scheletrico dardo; il guaritore fresco d’annientamento, dell’amichevole dissezione, lo stregone moderno e scientista – se esistesse un’ingombra figura tra due mondi – servirebbe gli stessi risultati, con il tono di enfasi e riduzione imprevista, di conquista inflessibile, con la stessa osservazione di lenti e mimiche, ed infine una parentesi di fallimento a disorientare i rimasugli, a sigillarne le porte.</p>



<p><strong>Gianna Manzini finì nell’oblio che spetta agli innocenti, alle prede scattate fin troppo tardi dalla morsa, a quelle creature affannose e piene d’affanni che conoscono il lavoro e la generosa vendetta dei ricordi.</strong> La sua era una complessità astiosa, intima nella sua veste esasperata, autoritaria ma in chiarissima ricerca di attenzioni febbrili; era una volontà tenera di sofisticata, di asettica, una strana lusinga disimparata. Piero Polito fin troppo buono nelle strade, solido e lineare abitatore, si ritirò nell’amico, nella veglia e a scrivere furono i momenti, nessuna vita.&nbsp;Entrambi, nel tentativo di ridurre i doni effimeri, le sommarie identità, affinavano le lettere e nel tributo alla parola passavano lasciando linee scorrevoli, volti sul volto delle forme.</p>
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		<title>“È necessario, quindi, non farsi capire”. Julius Evola, l’artista</title>
		<link>https://www.pangea.news/julius-evola-artista-dadaismo-floreani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2022 07:45:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 15 maggio inaugura l’importante mostra dedicata <a href="https://www.mart.tn.it/mostre/julius-evola-lo-spirituale-nellarte-153256" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a <strong>Julius Evola</strong> (1898-1974), al Mart di Rovereto (dal 15 maggio al 18 settembre 2022),</a> paragonabile solamente a quella realizzata Milano, a Palazzo Bagatti Valsecchi, dal 15 ottobre al 29 novembre 1998. A Milano si trattò di uno sdoganamento di un “impresentabile”, oggi di celebra un artista e pensatore riconosciuto perfino dall’importante rivalutazione delle sue quotazioni di mercato. Sicuramente merito di Evola e della sua indubitabile statura, ma anche dell’inesauribile lavoro, più o meno sotterraneo, di tutti quelli che hanno voluto sostenere per decenni – primi fra tutti Gianfranco de Turris e la Fondazione Evola – un protagonista ferocemente osteggiato per motivi prettamente ideologici.</p>
<p><strong>La mostra dedicata ad Evola che inaugura al Mart recita nel sottotitolo <em>Lo spirituale nell’arte</em>, mutuando la titolazione del saggio scritto da Vasilij Kandinskij nel 1911</strong>, erroneamente considerato fino ad oggi come scaturigine dell’Astrattismo, attribuendogli quindi un significato altro, legato al grande rilievo che Evola stesso rivendica all’analisi dell’inconsueto, dell’ulteriore, dell’oltre-umano. Restando quindi al suo pensiero: “Evola quindi proporrà una trascendenza del tutto differente da quella estatica di Kandinskij, auspicando il valore di un’estraneità mistica, impassibile e dominatrice, considerando quindi la passività di quanto contenuto ne <em>Lo Spirituale nell’arte</em>, come a-spirituale” (Roberto Floreani, <em>Astrazione come resistenza</em>, De Piante, 2021, p.138). Scorrendo poi il sottotitolo di quella realizzata a Milano: <em>Julius Evola e l’arte delle Avanguardie tra Futurismo, Dada e Alchimia,</em> ci si ritrova con l’indicazione delle principali direttrici che hanno alimentato l’attività meritoria e originalissima di Evola.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90749 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/cataloga-213x300.jpg" alt="" width="329" height="463" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cataloga-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cataloga-727x1024.jpg 727w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cataloga-768x1082.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cataloga-1091x1536.jpg 1091w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cataloga.jpg 1136w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></p>
<p>Se la citazione dello spirituale e dell’Alchimia circa la figura di Evola soddisfano svariati versanti della sua personalità artistica e filosofica, se quella relativa al Futurismo trova visibili riscontri nella sua prima formazione artistica, non altrettanto attendibile risulta l’adesione al Dadaismo<em>.</em> Vero è che lo stesso Evola dichiarerà ripetutamente il suo apparentamento al Dadaismo, pur con una sequenza più di incontri mancati che di occasioni compiute, ma è altrettanto vero che, ad ultima istanza, il Dadaismo, così come inteso storiograficamente, non ha avuto alcuna, attendibile affermazione in Italia. Già Francesco Tedeschi titolerà il saggio del ’98: <em>Il problema del Dadaismo di Evola</em> […] dichiarando poi nel testo che: “Può suscitare non poche perplessità […] un fatto episodico, quando non ancora contraddittorio, frutto di un’incomprensione di fondo o di un’interpretazione personale”. Medesime perplessità che porteranno ad interrogarsi Paolo Fossati già nel 1972, in merito a <em>Un dadaismo italiano?</em> E che invece convinceranno – erroneamente – il pur meritorio lavoro critico di Enrico Crispolti: <em>La pertinenza (pittorica, ma anche poetica e teorica) di Evola nel quadro delle esperienze dadaiste.</em></p>
<p><strong>Viene universalmente riconosciuto come gruppo dadaista in Italia quello (già futurista) mantovano</strong> composto Aldo Fiozzi, Emiliano Cantarelli, Egidio Bacchi, Otello Rebecchi, cui si aggiungerà la rilevante figura di Julius Evola.</p>
<p><figure id="attachment_90750" aria-describedby="caption-attachment-90750" style="width: 564px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90750" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/dada-gruppo-300x185.jpg" alt="" width="564" height="348" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-gruppo-300x185.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-gruppo-1024x630.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-gruppo-768x473.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-gruppo.jpg 1290w" sizes="(max-width: 564px) 100vw, 564px" /><figcaption id="caption-attachment-90750" class="wp-caption-text">Fozzi, Cantarelli, Rebecchi e Tzara al Lido di Venezia il 22 luglio 1920</figcaption></figure></p>
<p>La città di Mantova può vantare infatti un solido retroterra futurista, fin dalla pubblicazione l’8 febbraio 1909 su <em>La Gazzetta di Mantova</em>, del Manifesto lanciato da Marinetti, ben 12 giorni prima della celeberrima uscita su <em>Le</em> <em>Figaro</em> a Parigi, segnale inequivocabile di una presenza rilevante del Futurismo sul territorio. Sensibilità che verrà riconosciuta a livello nazionale sulla rivista <em>L’Italia futurista</em>, dove compariranno i nomi dei paroliberi mantovani Cantarelli, Diobelli, Cenna, Rebecchi, Cardone e Molesini, che, soprattutto da quel momento, diverranno collaboratori di svariate riviste futuriste, anche con la pubblicazione di numerosi sintesi teatrali. Tale esperienza diverrà propedeutica per la realizzazione, nel 1917, di una propria rivista, <em>Procellaria</em>, che avrà, fin dai primi numeri, l’ambizione di mantenere un respiro internazionale. <strong>Tristan Tzara (Samuel Rosenstock), animatore dadaista della prima ora, sarà uno degli artisti che si farà conoscere in Italia proprio pubblicando sulle pagine di <em>Procellaria</em>. </strong>Cantarelli gli scriverà la prima cartolina il 24 febbraio 1917 e Tzara, lo stesso anno, invierà un suo testo per il quarto numero della rivista, comunicando all’Italia il tenore del <em>Manifesto Dada</em>, lanciato da Hugo Ball, il 14 luglio 1916 al <em>Cabaret Voltaire</em> di Zurigo, dove, di fatto, inizierà la stagione dissacratoria del Dadaismo. Nel maggio 1916 il teorico dadaista Hugo Ball ha già pubblicato, sul numero unico della rivista <em>Cabaret Voltaire</em>, anche testi di Marinetti e Cangiullo, dando vita ad una contaminazione tra avanguardie, che, soprattutto agl’inizi, appare del tutto paritaria.</p>
<p>Vista la citazione e le molteplici origini attribuite alla parola Dada, dal “sì” dei russi, all’esordio sonoro dell’infante, meglio sciogliere il dubbio sull’origine del termine, secondo la testimonianza diretta di uno degli animatori-fondatori del gruppo, Richard Huelsenberg: “La parola Dada fu casualmente scoperta da Ball (Hugo Ball) e da me in un vocabolario tedesco-francese, mentre stavamo cercando un nome d’arte per Madame Le Roy, cantante del nostro cabaret. Dada è una parola francese che significa ‘cavallo a dondolo’”.</p>
<p>Tzara, dopo un inizio collaborativo apparentemente pacifico, scioglie ogni equivoco sulle sue intime intenzioni, dando un parere negativo alla rivista <em>Procellaria</em> e procurando così uno scollamento all’interno della sua redazione. Sollecitazione che porterà alla sottoscrizione di Cantarelli (con d’Arezzo e Prampolini) del <em>Dadaistisches Manifest</em> di Richard Huelsenbeck, pubblicato a Berlino, nell’aprile del ’18. Presa di posizione che non impedirà a Cantarelli, l’anno seguente, di firmarsi “Gino Cantarelli futurista” sulla rivista <em>Dinamo</em> e di partecipare all’esposizione futurista organizzata da Marinetti a Milano, nel corso dello stesso anno.</p>
<p>Ancora le due anime, futurista e dada, quindi.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90748 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/bleu-rivista-214x300.jpg" alt="" width="413" height="579" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/bleu-rivista-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/bleu-rivista-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/bleu-rivista-768x1076.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/bleu-rivista.jpg 1079w" sizes="(max-width: 413px) 100vw, 413px" /></p>
<p><strong>Tristan Tzara è molto interessato all’adesione di artisti italiani al Dadaismo, adoperandosi per la nascita di una rivista dadaista italiana, offrendosi, di fatto, come referente del gruppo mantovano per i contatti internazionali. Nel luglio del 1920 nasce così a Mantova la prima rivista dadaista italiana <em>Bleu</em>,</strong> che Tzara si premurerà di battezzare personalmente, incontrandosi il 21 luglio, in Italia, con Fiozzi, Cantarelli, Bacchi, Rebecchi, mancando l’appuntamento con Julius Evola, che non interverrà agl’incontri per impegni bellici. Evola collaborerà al terzo e ultimo numero della rivista, nel gennaio 1921, pubblicando il manifesto <em>Note per gli amici</em> e la lirica <em>Dada paesaggio</em>. Due “menabò” di Evola rivelano la sua intenzione di concepirne un quarto numero – che non sarà poi realizzato &#8211; titolandolo <em>Malombra</em>, a supporto della <em>Grande stagione dada romana</em> del 1921.</p>
<p>Evola prende le prime distanze dal Futurismo nel 1917, pubblicando lo scritto <em>Ouverture alla pittura della forma nuova</em>, su <em>La Folgore futurista</em> diretta da Gino Soggetti, pur partecipando alla <em>Grande Esposizione futurista</em> organizzata a Milano, al Palazzo del Cova, nel 1919.</p>
<p>Scriverà la sua prima lettera a Tzara il 7 ottobre 1919 per chiedergli delucidazioni sull’orientamento del suo “movimento”: “Liberatomi dalla guerra […] credo di averne senza neanche seguirlo (il Dadaismo), mutuato le idee e le basi teoriche nella mia raccolta di poesie <em>Raaga Blanda mia cattiva sfera</em> e nei saggi di filosofia mistica <em>Il sole della notte</em> che uscirà l’inverno prossimo”.</p>
<p><strong>In realtà la temperatura interiore di Evola è già agli antipodi naturali rispetto a quella dadaista: i suoi testi di filosofia mistica, il suo tradizionalismo integrale, nulla hanno a che vedere con la sguaiata anarchia delle serate al Cabaret Voltaire</strong>, animate da una moltitudine di artisti che rifiutano la guerra, la gerarchia, la tradizione, l’organizzazione stessa della loro creatività, lasciata brada, in una sorta di perdita di controllo permanente: è la festa il collante di fondo, il crollo della coscienza alimentato da un individualismo assoluto, orientato ad un cinico disincanto.</p>
<p>Evola parte volontario per la Grande Guerra a 18 anni, animato da una forte spinta ideologica interventista e tradizionalista: la sua evoluzione post-bellica spirituale si orienterà verso l’interiorizzazione più profonda di un pensiero che animerà l’azione. Esattamente quell’inesausta ricerca d’interiorità che lo allontana dal Futurismo, che accusa di troppa vigoria muscolare.</p>
<p>Risale comunque all’immediato dopoguerra, quella profonda crisi che Evola descrive del suo testo autobiografico <em>Il cammino del cinabro</em>, che lo porterà: “Ad una illuminazione. Che io ebbi nel leggere un testo del Buddhismo delle origini. Fu per me una luce improvvisa: in quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90752 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista-226x300.jpg" alt="" width="384" height="510" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista-772x1024.jpg 772w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista-768x1019.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista-1158x1536.jpg 1158w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/dada-rivista.jpg 1206w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></p>
<p><strong>È del 1920 il suo scritto <em>Arte Astratta</em>, intriso di spiritualità, che animerà la sua brevissima, folgorante stagione astratta, conclusasi nell’arco di pochi mesi.</strong> La sua stessa produzione artistica, le sue opere pittoriche, fin da quelle che partono dal 1915-16 e che Evola stesso definirà <em>Idealismo sensoriale</em>, nulla hanno a che vedere con la ribellione dadaista che sposerà l’assemblaggio, anche casuale, come modulo espressivo, declinandolo nel collage, nel polimaterismo più estremo, rifiutando di fatto l’espressività tradizionale della pittura. Le opere di Evola sono quindi idealiste, sensoriali, astratte per sua stessa ammissione e racchiudono un mondo sottile, allusivo, misterico, ulteriore, mistico: il suo non è che uno stato d’animo oggettivato nella pittura.</p>
<p><strong>Il 12 gennaio 1921 Tzara pubblica il volantino anti-futurista <em>Dada soulève tout</em>, dove afferma: <em>Il Futurismo e morto, Di cosa? Di Dada</em>, con Evola e Cantarelli tra i firmatari.</strong> Ma l’effetto di questa adesione, forse perché forzata da Tzara, inizierà a procurare sul gruppo mantovano una reazione contraria, anche per il simultaneo depotenziamento del messaggio dadaista, riavvicinandolo progressivamente al Futurismo, fino alla sua completa ri-adesione, con i testi su <em>Mantova Ardita</em> e su <em>Marciare non Marcire</em> del 1924, segnali precisi di una rinascita futurista che si perfezionerà con la pubblicazione di <em>Mantova futurista</em>, il 23 dicembre 1928.</p>
<p><figure id="attachment_90751" aria-describedby="caption-attachment-90751" style="width: 418px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90751" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera-268x300.jpg" alt="" width="418" height="468" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera-268x300.jpg 268w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera-915x1024.jpg 915w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera-768x860.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera-1372x1536.jpg 1372w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/evola-opera.jpg 1829w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /><figcaption id="caption-attachment-90751" class="wp-caption-text">J. Evola, Fucina (studio di rumori), olio su tela, 1918 circa, Musei Civici d&#8217;Arte e Storia, Brescia</figcaption></figure></p>
<p>L’impressione storiografica che se ne ricava è che per i futuristi mantovani il Dadaismo non sia stata che quella sirena d’internazionalità cui agognava l’asfittica provincia italiana di quegli anni e che quindi l’adesione al Dadaismo sia più di facciata che di sostanza, nella speranza di trovare quegli sbocchi internazionali preclusi anche allo stesso Futurismo, fin dalla disputa innescata contro il Cubismo dominante, con le mostre alla galleria Barnheim Jeune di Parigi, nel 1912 e 1913. Tentazione che riguarderà altri futuristi, quali Severini, firmatario del <em>Manifesto dei Pittori futuristi</em> nel 1910 e confidenzialmente filo-cubista a Parigi, di Soffici, che preferirà un predellino cubista al turbine futurista, della stessa redazione fiorentina di <em>Lacerba</em> che tra Boccioni e i cubisti, alla fine attaccherà Boccioni.</p>
<p><strong>Elementi fondativi del Dadaismo che appaiono in completa antitesi con quelli di Evola: anti-militarista, nichilista, dissacratorio, anarchico, festante-disperato il primo</strong>, interventista, tradizionalista, spirituale, introspettivo-militante il secondo, pur uniti da un’anti-neutralità nei confronti del passatismo immobile, entrambi proiettati verso una moderna evoluzione dell’arte e dell’artista. Ma da versanti del tutto differenti tra loro.</p>
<p>Evola ricorrerà paradossalmente alla corrente futurista per diffondere il messaggio Dada, come in occasione di quella che battezzerà come: <em>Prima manifestazione ed esposizione Dada italiana</em>, con Fiozzi e Cantarelli, proprio in uno dei sacrari futuristi, il 5 aprile 1912, alla Casa d’Arte Bragaglia, a Roma.</p>
<p>Il 4 (o 15) aprile 1921, a Parigi, lo scrittore Rachilde commenterà, in occasione di un confronto accesso a Parigi tra Marinetti e i dadaisti, intervenuti provocatoriamente alla sua conferenza sul Tattilismo: <em>Non lamentatevi, Marinetti, questi artisti che vi punzecchiano sono tutti figli vostri.</em> Affermazione che ricalca l’ammissione del pur critico Vladimir Majakovskij, che, da padre putativo della straordinaria stagione che attraverserà militarmente lo <em>Zaum</em> transmentale di Aleksej Kručënych e Velimir Chlebnikov, per approdare alla sensazionale stagione del Suprematismo di Kazimir Malevič, affermerà: <em>Pur nelle differenze non possiamo che dirci futuristi.</em></p>
<p><strong>In Russia, straordinari talenti si faranno accendere come bengala dalle conferenze a Mosca del 1914 di Marinetti, materializzandosi cubo-futuristi; Julius Evola, formatosi futurista, alimenterà un equivoco di fondo dotando d’interiorità l’incomprensibilità nichilista del Dadaismo,</strong> contrapponendola ad una presunta esteriorità (pur palese, nella sua militanza) del Futurismo, di cui è, inevitabilmente, figlio. Dimenticando Boccioni, ad esempio e la sua autentica fissazione per la spiritualità della Gran Madre (l’Arte), che lo porterà a ripudiare la fotografia solo per il filtro del mezzo meccanico con l’anima autentica dell’artista; dimenticando i vibranti passaggi di Balla e Dudreville, la visionarietà ultra-terrena di Russolo. Quella di Evola sarà invece un’incomprensibilità frutto di un’ascesi, proiettata verso l’alto quindi, non verso il basso, come nel nichilismo annichilente del Dadaismo, pur seminale, nella sua preveggenza sociale.</p>
<p>Evola approderà ad una ultra-consapevolezza mentale (più che espressiva) che lo condurrà convintamente alle briglie sciolte di un futur-dadaismo spirituale, del quale conserverà le chiavi d’accesso esclusive, irripetibili e, di fatto, inclassificabili.</p>
<p>Nella lettura della storia di un artista, pur impegnato nell’interpretazione del suo tempo, non si può prescindere dalla sua essenza interiore, scaturigine autentica della sua ricerca.</p>
<p>“È necessario, quindi, non farsi capire” (J.Evola, 15 aprile 1921).</p>
<p><strong><em>Roberto Floreani</em></strong></p>
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		<title>&#8220;Tutto mi si evapora&#8221;. Reclamo il diritto di essere molti. Sull&#8217;autobiografia come cura, tra Pessoa e Duccio Demetrio</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2022 04:40:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Seguo le orme di Fernando Pessoa e reclamo il diritto di essere molti. In una società che ci vuole totalmente individualizzati, piccole particelle laminari e definite, che si muovono all’unisono secondo il segnale del capo di turno, rivendico il meraviglioso potere di avere dentro di me molti Io, di abitare molte case, di vivere quasi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Seguo le orme di Fernando Pessoa e reclamo il diritto di essere molti. In una società che ci vuole totalmente individualizzati, piccole particelle laminari e definite, che si muovono all’unisono secondo il segnale del capo di turno, rivendico il meraviglioso potere di avere dentro di me molti Io, di abitare molte case, di vivere quasi infinite vive.</strong> Fernando Pessoa ne <em>Il libro dell’inquietudine</em>, a proposito dell’atto del ricordare e della ricerca del proprio centro, scrive: “<strong>La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde ed arpe, timballi e tamburi</strong>”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90587 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75-193x300.jpg" alt="" width="290" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></p>
<p>Arriva un momento nella vita dell’uomo in cui una richiesta deve essere ascoltata, l’anima chiede giustizia e vuole che l’uomo smetta di gingillarsi con gli impicci del quotidiano e che si prenda la responsabilità di compiere quello a cui l’anima lo chiama. Questo tempo, solitamente, coincide con il momento autobiografico. All’improvviso sentiamo la necessità di ricordare, di cercare nella memoria chi siamo, chi siamo stati e trovare una possibile traccia di chi saremo. Secondo <strong>Duccio Demetrio</strong> in <em><a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/duccio-demetrio/raccontarsi-9788870784220-449.html"><strong>Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé</strong></a></em> (Raffaello Cortina editore, 1996) questo istante è quello che sancisce il confine dell’adultità. Questo confine non si traccia con l’età anagrafica, è una regione lunare e privata, dipende dalla singola persona e dal coraggio di attraversarla. Nella ricerca di un centro interno e di una illusa coerenza nella nostra vita potremmo scontrarci – e ce lo auguriamo – con la visione di un Io che si moltiplica, come fossero tanti piccoli singoli Io che si muovono dentro ai nostri ricordi. Dalla dottrina cattolica siamo stati ossessionati dal dover avere un solo Io, una sola singola identità, dall’obbligo di una coerenza ineccepibile, di una condotta lineare che possa essere esposta come un trofeo, o come un qr code. <strong>L’ossessione per l’uno ci ha fatto dimenticare la moltitudine, ma soprattutto il fatto che per giungere a quell’uno la strada da percorrere è quella di vivere i molti Io che la vita ci ha offerto, grazie alle esperienze che abbiamo fatto.</strong> La vita dei santi, per esempio, non è un affatto un percorso lineare, privo di buche e curve; pensiamo a San Francesco, prima di diventare Santo il suo Io ha abitato la vita di un uomo ricco, di un cavaliere.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90585 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449-184x300.jpg" alt="" width="280" height="456" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449.jpg 290w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></p>
<p>Iniziare un percorso autobiografico è una lotta feroce contro i pregiudizi e contro le regole del buon cittadino. Dobbiamo essere disposti a togliere del tutto le schematizzazioni, la divisione semplicistica e sicura tra buono e cattivo, per approdare al racconto della nostra vita, per farne un atto perturbante di profonda cura. Duccio Demetrio nel suo splendido libro spiega esattamente questo; ci mostra come sia possibile tentare una vera e propria cura dell’anima accettando i molteplici Io che siamo stati e che da qualche parte ancora ci appartengono. La difficoltà sta nell’accogliere che noi nascondiamo nei nostri ricordi molti Io diversi, siamo stati tante cose e non possiamo più negarcelo. <strong>Se la persona che ci sta accanto, il nostro compagno o la nostra compagna, prova una fatica immensa ad accettare le nostre parti dell’Io, che sono tutte insieme un unico grande e incoerente Io, allora è nostro personale dovere amarci nella frammentazione, amare profondamente questa galleria di autoritratti disordinata.</strong> Esattamente come la galleria degli autoritratti di Salvador Dalì, nella casa-museo a Figueras: entrate in queste sale e vedrete una quantità incredibile di autoritratti, ognuno in uno stile diverso dall’altro. Probabilmente Dalì voleva solo dare sfoggio della sua capacità artistica, oppure dava a ogni Io un nome diverso, una storia? Questo non possiamo saperlo ma riappropriarci delle molte facce che nascondiamo è un ottimo lavoro di archeologia della cura; scavare negli scantinati della memoria procura il piacere privato della scoperta di un tesoro che credevamo perduto.</p>
<p>Continuando sempre con Pessoa: “<strong>Tutto mi si evapora. L’intera mia vita, i miei ricordi, la mia immaginazione e ciò che essa contiene, la mia personalità: tutto mi si evapora. Continuamente sento che sono stato altro, che ho sentito altro, che ho pensato altro. Le cose alle quali assisto sono uno spettacolo con un altro scenario. E ciò a cui assisto sono io.</strong>” Non ci potrebbero essere parole più precise di queste per descrivere l’atto coraggioso del ricordare; sprofondare in uno stato alterato di coscienza dove l’uomo, chiamato ora ad essere, prova la vista offuscata del miope, dove restano solo le parti essenziali e tutti i dettagli svaniscono, evaporano. Quando ricordiamo la nostra infanzia sentiamo che siamo stati altri, ma allo stesso tempo siamo sempre noi; l’Io ha tanti nomi eppure chi guarda nella memoria esiste in un presente infinito. Il continuo e profondo tradimento dell’esistenza è il fatto che gli eventi finiscono, passano e noi ne sentiamo il tragico dolore dell’abbandono. Attraverso però un atto autobiografico, se intendiamo questo atto come cura, possiamo sanare questo trauma dell’abbandono andando a riscoprire come tutti i nostri ricordi evaporino e al contempo l’azione del ricordare ci pone spettatori eterni, direttori d’orchestra su una orchestra che siamo sempre noi.</p>
<p><strong><em>Raccontarsi</em> di Duccio Demetrio è una preghiera al rivendicare il molteplice Io che dentro di noi si scompone, vive amori interrotti, abita altre nazioni e forma storie autonome, libere di esistere e compiersi come più desiderano. La via per l’uno passa quindi dal molteplice, dovremmo averne cura come una madre ha cura dei propri figli.</strong> In fondo siamo i figli delle nostre azioni, delle scelte compiute e niente dovrebbe allontanarci dalla responsabilità di essere molteplici Io, con un unico Io spettatore e maestro a guidare l’orchestra dei ricordi.</p>
<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>
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		<title>“Ero felice di fare l’amore con lui&#8230;”. Arlene Heyman, Malamud &#038; la scrittura come eros</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2022 04:22:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Psichiatra, psicanalista, scrittrice dedita alla disciplina del pudore, Arlene Heyman esordisce nel 2015 con la raccolta di racconti Scary Old Sex. Un successo. Con arguzia, i testi sconfiggono una serie di tabù – ad esempio: il sesso tra anziani – compiendo – leggiamo nella quarta – “una violenta esplorazione nel caos e nella bellezza della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Psichiatra, psicanalista, scrittrice dedita alla disciplina del pudore, <a href="https://amheath.com/authors/arlene-heyman/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Arlene Heyman esordisce nel 2015 con la raccolta di racconti <em>Scary Old Sex</em>.</strong></a> Un successo. Con arguzia, i testi sconfiggono una serie di tabù – ad esempio: il sesso tra anziani – compiendo – leggiamo nella quarta – “una violenta esplorazione nel caos e nella bellezza della vita”. Arlene Heyman compie, quest’anno, ottant’anni. <strong>Il romanzo stampato da Bloomsbury nel 2020, <em>Artifact</em>,</strong> recupera i temi consueti: si narra la storia di Lottie Kristin, dotata di spregiudicata intelligenza e possente sensualità, “poco più che ventenne, intrappolata in un matrimonio ingrigito, con una figlia che adora ma rischia di mettere a repentaglio il suo sogno di diventare scienziata”. Domanda capitale: “Come può farsi strada nel mondo una giovane donna, determinata dallo splendore di vivere?”. <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/il-buon-vecchio-sesso-fa-paura-arlene-heyman-9788806232733/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nel 2018 Einaudi ha tradotto il primo libro della Heyman come <em>Il buon vecchio sesso fa paura</em>.</strong> </a>Nella nota biografia si specifica che l’autrice “vive a New York con il secondo marito”. Il dato più sostanzioso, tuttavia, è che Arlene Heyman <strong>è stata l’allieva, la musa, l’amante di Bernard Malamud</strong>, tra i grandi scrittori americani del secolo scorso. Nato da russi immigrati negli States, Malamud esordisce al romanzo nel 1952 con <em>Il migliore</em> (da cui Barry Levinson, nel 1984, trae un film laccato, onirico, con Robert Redford). Cinque anni dopo, con la raccolta di racconti <em>Il barile magico</em>, ottiene il primo dei suoi National Book Award (battendo, per la cronaca, <em>Lolita</em> di Nabokov); l’altro lo vince con <em>L’uomo di Kiev</em>, nel 1967. La Heyman incontra Malamud al Bennington College, dove studia scrittura creativa: ha 19 anni, è bella, intelligente, e il nuovo insegnante, che di anni ne ha 47, di primo acchito non le piace. Malamud è sposato dal 1942 con Ann De Chiara, italoamericana, cattolica; intende la scrittura come una scelta monastica, assolta, totalizzante, è impeccabile, severo, ha carisma. Insomma, secondo lo schema più classico, il maestro e l’allieva talentuosa si innamorano; la storia dura un paio di anni, resteranno amici – e complici – per il resto della vita, finché Malamud non se ne va, nel 1986, per un colpo al cuore. Autentici classici, i libri di Malamud sono pubblicati, in Italia, da minimum fax, e <a href="https://www.mondadori.it/libri/romanzi-e-racconti-vol-i-bernard-malamud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>raccolti in due ‘Meridiani’ Mondadori (2014; ’15)</strong></a> a cura di Paolo Simonetti. In una vasta intervista rilasciata a Dusty Sklar – autrice, tra l’altro, di <em>Gods and Beats: The Nazis and the Occult</em> – <a href="https://www.tabletmag.com/sections/arts-letters/articles/ghost-writers-mistress" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>e pubblicata da “Tablet”, <em>The Ghost Writer’s Mistress</em></strong></a>, la Heyman ricorda la relazione con Malamud e il rapporto tra corpo e corpus, tra opera e eros.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Perché ha scelto di seguire le lezioni di Bernard Malamud, come è capitato il vostro incontro?</strong></p>
<p>Era il 1961, ero al secondo anno del Bennington College, avevo 19 anni: ho sentito che Bernard Malamud sarebbe venuto nel Vermont a insegnare scrittura creativa. Aveva ottenuto il National Book Award con <em>The Magic Barrel</em>, dunque era conosciuto e rispettato nel mondo letterario. A Bennington c’era, allo stesso tempo, un certo rispetto per il lavoro di Malamud e una analoga diffidenza verso i premi letterari. Credo fosse soltanto invidia. Certo, Malamud era uno scrittore di talento, ma&#8230; sarebbe stato anche un bravo insegnante? In realtà, alla fine del secondo anno, io e un amico abbiamo chiesto a Stanley Edgar Hyman di partecipare alle sue lezioni. Stanley Edgar Hyman era un peso massimo a Bennington, letteralmente, pesava più di cento chili&#8230; Era un noto critico, era il marito di Shirley Jackson, aveva la fama di avere diverse relazioni con gli studenti. Ad ogni modo, Hyman rifiutò entrambi, me e il mio amico. Mesi dopo si è scusato, ma io devo la mia amicizia decennale con Malamud a quel fortuito rifiuto.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90737 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG-189x300.jpg" alt="" width="361" height="573" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG-969x1536.jpg 969w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880623273HIG.jpg 1000w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></p>
<p>Riesco a malapena a ricordare il primo giorno della sua lezione. <strong>Non era un bell’uomo, ma aveva, come dire, una personalità. Occhi castani, dolci, capelli scuri, l’indizio di una calvizie. Era alto un metro e mezzo, due metri, dieci? Pareva nervoso, si dimostrò sicuro di dominare la classe.</strong> Probabilmente, ha letto un racconto (non uno dei suoi, non era tanto narcisista). Forse ci ha concesso di fare delle osservazioni. Insieme ad altri studenti, gli avevo consegnato un manoscritto. Dopo la lezione, mi ha chiesto di fermarmi, dicendomi che il mio era lo scritto più notevole che avesse mai letto consegnatogli da uno studente (si intitolava <em>The Priest</em>, raccontava di un gesuita che viene sconfessato, finisce a New York, va a letto con una prostituta dal cui seno sgorgano gocce di latte benedetto). Ero euforica. Immaginavo una carriera da scrittrice. Ogni due settimane scrivevo con il cuore, per lui.</p>
<p>Poco prima della pausa natalizia, ‘Bern’ mi disse che gli sarebbe piaciuto incontrarmi a New York. Ho capito subito che intendeva qualcosa di più di un pranzo o di una cena. Voleva una relazione. Io ero elettrizzata. Non ero sessualmente ingenua, ma non avevo alcuna esperienza con un uomo più grande di me di 28 anni, nessuna con uno scrittore di fama. In realtà, non conoscevo nessuno scrittore famoso. Per me è stata un’avventura, totale. Non ricordo il primo appuntamento. Era l’ora di pranzo, l’ho fatto aspettare – a quei tempi, facevo aspettare tutti, ho continui problemi in fatto di puntualità –, siamo finiti in un hotel a fare l’amore. <strong>Ero estasiata: all’epoca aveva 46 o 47 anni, mi pareva che mi insegnasse sempre qualcosa, ero affamata del vasto mondo. Ero felice di fare l’amore con lui. Mi trovava bellissima, corpo, mente, e mi crogiolavo nelle sue ammirazioni. Il fatto che fosse sposato mi eccitava.</strong> Io non volevo sposare nessuno, ero del tutto infatuata, dentro un incanto. Lo ammiravo, desideravo con ardore la sua sapienza. Ho imparato la letteratura, la cosa che per me contava più di tutto, siamo andati nei musei, mi ha voluto molte volte a New York, mi ha scritto molte lettere, custodite presso l’Harry Ransom Center alla University of Texas, Austin.</p>
<p><strong>Sa se Malamud aveva altre relazioni, con altre studentesse?</strong></p>
<p>Non lo so, non ci ho mai pensato. Ero confusa, inebetita, innamorata. Lui aveva una moglie. E scriveva sempre. Lo sentivamo battere a macchina, nel suo ufficio. Non mi è mai passato per la mente che potesse essere coinvolto in altre avventure, mai ho dubitato del suo amore per me. Dopo che la parte sessuale della nostra relazione è finita, non ho mai pensato che avesse altre amanti. Non gliel’ho mai chiesto, durante i lunghi anni della nostra amicizia. Mi diceva che da quando aveva conosciuto la moglie, non aveva mai amato nessuno quanto me. Ha continuato a prendersi cura della moglie. Non era un uomo promiscuo.</p>
<p><figure id="attachment_90739" aria-describedby="caption-attachment-90739" style="width: 632px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90739" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/Arlene-595-300x200.jpg" alt="" width="632" height="421" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Arlene-595-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Arlene-595-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Arlene-595-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Arlene-595.jpg 1200w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /><figcaption id="caption-attachment-90739" class="wp-caption-text">Arlene Heyman, oggi</figcaption></figure></p>
<p><strong>Ha mai incontrato la sua famiglia?</strong></p>
<p>Certo. La moglie, Ann, a Bennington. Una volta le dissi, “Suo marito è un grande uomo”. Lei rispose, in modo quasi soave, “Chi? Il mio Bern?”. Non seppe della nostra relazione se non dopo molti anni che era finita. A cena, nel suo appartamento, a New York, ho incontrato i suoi figli. Con la figlia sono rimasta in contatto: mi ha chiesto il permesso di citare una delle mie lettere – Malamud le ha conservate tutte, e questo mi onora – per uno scritto sul padre. Ann è morta nel 2007, con me è sempre stata gentile, distante. Quando lavoravo al Jacobi Hospital, nel Bronx, in psichiatria, Bern mi ha telefonato. Ann era fuori città, il fratello era morto di infarto, doveva scrivere il discorso funebre, aveva dei dolori al petto. Stava facendo ginnastica. Ho parlato con i miei colleghi, gli ho detto di interrompere immediatamente la sua attività, di andare da un cardiologo, a Manhattan, gli abbiamo dato un nominativo. Bern è stato ricoverato quel pomeriggio per un attacco di cuore. Ann mi telefonò per ringraziarmi. Insieme al mio primo marito, Shepard Kantor, siamo usciti un paio di volte con Ann e Bern. Il giorno in cui Ann ha trovato Bern morto nel loro appartamento, per un infarto, dopo quel primo ricovero ospedaliero, mi ha telefonato per informarmi. A quel punto, sapeva della nostra relazione. Quando Philip Davis, autore della magnifica biografia <em>Bernard Malamud. A Writer’s Life</em> (Oxford University Press, 2007), ha chiesto di intervistarmi, mi sono consultata con Ann. Ero pronta a non rispondergli; Ann mi disse che era stata lei a dare il mio numero a Davis, e di dire tutto ciò che bisognava dire.</p>
<p><strong>Non ha mai sperato che Malamud lasciasse la moglie per sposarsi con lei?</strong></p>
<p>Di tanto in tanto parlavamo di convivenza, di matrimonio, di un figlio. Fantasie. Nessuno dei due ha fatto una mossa seria per realizzarle. Bern una volta mi ha detto che sposarsi con me avrebbe distrutto la sua vita da scrittore. Non gli ero fedele e non poteva aspettarsi che lo fossi: era sposato. Sinceramente, ripeto, non ho mai pensato di sposare nessuno. Non mi sono sposata fino a 37 anni.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90736 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-191x300.jpg" alt="" width="356" height="559" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-768x1205.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-979x1536.jpg 979w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-1305x2048.jpg 1305w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30993513487-scaled.jpg 1632w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" /></p>
<p><strong>La metteva a disagio la differenza di età?</strong></p>
<p>Assolutamente. Mi divertiva. Bern era un padre, un maestro, un amante, un amico. Non ho mai desiderato che fosse più giovane; ho desiderato che vivesse più a lungo, piuttosto. Ha superato un ictus, ma è stato un colpo molto duro per lui. Ha lavorato diligentemente sulla terapia fisica, sulla scrittura, ma sentiva di non poter più attingere alla profondità creativa che pretendeva. Poi ha avuto un infarto, ed è morto, solo, in un appartamento. Ho pianto molto la sua morte. Ricordo che mio figlio, aveva sei anni, mi rimproverava, “Ami Bern più di quanto ami me”. <strong>La domanda “ti metteva a disagio la differenza di età?”, presuppone l’idea, convenzionale, che l’amore erotico possa accadere soltanto tra persone che abbiano grosso modo gli stessi anni,</strong> che i corpi più anziani non possano essere attraenti, che uno debba attendersi che la relazione si esaurisca nel matrimonio, altrimenti non è vero amore. Ovviamente, non sono d’accordo.</p>
<p><strong>La sua relazione è durata un paio di anni, l’amicizia tutta la vita&#8230;</strong></p>
<p>È così. Ci siamo scambiati lettere ogni settimana, fino alla sua morte, io e Malamud. Era affascinato dai miei studi psicoanalitici. Ho chiesto il suo permesso prima di iscrivermi a medicina. Sarei stata una scrittrice, non avevamo dubbi, ma prima dovevo ‘guadagnarmi da vivere’. Lo incontravo a New York, ma è venuto a farmi visita a Philadelphia, dove studiavo. <strong>In taxi l’autista lo riconobbe, “Lei è Bernard Malamud, non è vero?”. E lui: “Chi? Io? No, sono un commesso. Ma mi onora sapere che lei mi pensa uno scrittore”. Sebbene la nostra relazione sessuale fosse terminata da tempo, una elettricità illecita, la sensazione di compiere qualcosa di segreto, di infrangere un tabù, ci ha legati fino alla fine.</strong> Abbiamo passato insieme molti pomeriggi a New York: a Central Park mi insegnava i nomi degli alberi. Era profondamente interessato a tutto. Spesso mi telefonava per leggermi il paragrafo che aveva scritto quel giorno. E mi consegnava i manoscritti per correggerli. Una volta, in piedi, di fronte a me, ha strappato alcune pagine in cui avevo catalogato i punti deboli di certi suoi racconti. Tempo dopo, mi ha detto di aver raccolto quei pezzi, li aveva incollati, e seguito i miei consigli. Prendeva sul serio le mie critiche, forse troppo. Leggendo la biografia di Davis, ho scoperto che quando è morto Bern aveva sulla scrivania un articolo di Martha Wolfenstein che gli avevo inviato. S’intitola <em>Loss, Rage and Repetition</em> e parla dell’impatto, su un bambino, della perdita di un genitore durante la prima infanzia o l’adolescenza. La madre di Bern era morta – probabilmente suicida – quando lui era un adolescente. Mi aveva ringraziato con un biglietto, “Grazie per l’articolo: ho guardato in una stanza proibita. Ho visto troppo”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90738 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/9781526619402-186x300.jpg" alt="" width="382" height="616" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9781526619402-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9781526619402-635x1024.jpg 635w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9781526619402-768x1238.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9781526619402.jpg 800w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /></p>
<p><strong>E suo marito, sapeva della relazione con Malamud?</strong></p>
<p>Le racconterò una storia divertente, che ho celato perfino a Philip David. Non ho mai parlato della mia relazione con Bern fino a quando non mi sono sposata (forse l’ho raccontata a mia sorella, non ne sono sicura, comunque, ora lei è morta). Quando mi sono sposata con il mio primo marito, Shepard, lui era al suo secondo matrimonio: abbiamo celebrato nel nostro appartamento, non voleva, tra gli invitati, nessuno con cui fossi andata a letto. Se non ti sposi prima dei 37 anni è plausibile che alcuni uomini con cui sei andata a letto siano diventati amici di entrambi. Ad ogni modo, non ho invitato nessuno con cui sono andata a letto. Ma Bern&#8230; Bern era importante quanto mio padre. Quindi, non ho rivelato a Shepard la mia relazione con Bern – dopo tutto, risaliva a 19 anni prima – e abbiamo invitato lui e la moglie. Bern mi ha scritto “sento di tradirti, senza separarmi da te”. Mesi dopo, a letto, Shepard stava leggendo <em>Le vite di Dubin</em>: il personaggio principale, un biografo sposato di mezza età, ha una relazione adultera con una donna molto sensuale, molto più giovane di lui, di nome Fanny. Voltandosi verso di me, Shepard ha detto, d’impulso, “Vorrei che fossi come Fanny”. Sorrisi. <strong>Leggendo, si è imbattuto in un dettaglio, un attributo che Bern consegna al personaggio – credo sia il dettaglio di Fanny che tiene un bicchiere di acqua ghiacciata sul comodino mentre fa l’amore –, che mi riguarda. Mio marito si è girato verso di me, “Ma sei tu Fanny!”.</strong> Era una semplificazione un po’ troppo impulsiva, ma sufficiente perché dovessi spiegargli tutto. La mia relazione era finita nel 1963, e nel 1979 dovevo giustificare la mia lunga, ricca, complicata amicizia con Bern. Al principio, credo che Shepard dubitasse del fatto che amassi Bern più di lui.</p>
<p><strong>Cosa ha imparato da Malamud riguardo all’arte della scrittura?</strong></p>
<p>Bern diceva che bisogna scrivere tutti i giorni, anche se per poco, rifinendo il testo a distanza. Era solito fare diverse versioni, revisionava all’infinito, finché il suo agente, letteralmente, non gli strappava il manoscritto di mano. “Penso che uno scrittore debba lavorare in estrema solitudine, altrimenti comincia a dipendere dalle idee degli altri. L’unico modo per rinforzare la schiena o un libro è fare esercizio”, diceva. Qualcosa di ciò che Bern mi ha insegnato traspare nel racconto <em>In</em> <em>Love With Murray</em>, raccolto in <em>Scary Old Sex</em>. In quella storia, una pittrice piuttosto giovane è innamorata di un artista più anziano e più celebre, che le dà alcuni consigli: li ho ricavati direttamente da alcune lettere di Bern. <strong>“So che non cerchi consigli, ma per dipingere devi creare un ritmo, e abitarlo. Se lavori non puoi smettere. Devi stare nel ritmo, ogni giorno, anche soltanto per poco. Se abbandoni il lavoro, dovrai irrompere di nuovo nello stesso ritmo. </strong>Un brutto momento, al principio, è inevitabile. Si tratta di una lotta, di una lotta folle, ma se perseveri, prima o poi la lotta diventa una danza”. La verità è che non sono mai stata disciplinata quanto Bern. Cosa ho imparato dalla vita, piuttosto? Difficile da riassumere. La dico così: Bern soffriva, ma si ribellava alla sofferenza. Anche io mi ribello al principio che la nostra vita sia sofferenza.</p>
<p><strong>Quali erano gli scrittori prediletti da Malamud?</strong></p>
<p>Anton Čechov. Leggeva <em>La signora col cagnolino</em> e gli occhi gli si riempivano di lacrime. Credo che Čechov fosse il suo scrittore prediletto. Amava la poesia di William Butler Yeats, e abbiamo litigato dopo aver letto le lettere dell’amore non corrisposto di Yeats per Maud Gonne. Stupidamente, ridimensionavo la poesia di Yeats a causa di quell’amore. Mi ha fatto leggere <em>La resa dei conti</em> di Saul Bellow e <em>L’uomo invisibile</em> di Ralph Ellison.</p>
<p><strong>In sostanza, ha scelto di fare la scrittrice grazie all’influenza di Malamud&#8230;</strong></p>
<p>No. Ho scelto di fare la scrittrice a sei anni. L’estate dopo essermi diplomata ho ricopiato brani interi di <em>Delitto e castigo</em> e di <em>Angelo, guarda il passato</em>. Incontrare Bern, va da sé, mi ha confermato che avrei potuto esserlo per davvero, una scrittrice. Eravamo entrambi ebrei, atei; la sua famiglia era molto povera, la mia apparteneva a una specie di ceto medio: mio padre vendeva abiti, mia madre insegnava alle elementari, io frequentavo Bennington grazie a una borsa di studio. La famiglia di Bern era meno istruita della mia, aveva meno soldi, la madre e il fratello erano afflitti dalla schizofrenia. In qualche modo, percepivo che se lui era riuscito a diventare scrittore, avrei potuto farlo anch’io. Mi ha sempre trattato da pari, come fossi al suo livello, e io, con l’arroganza della giovinezza, finii per crederci.</p>
<p><strong>Quali sono i ricordi più preziosi che ha di lui?</strong></p>
<p>Nelle librerie, mettevamo i suoi libri nella posizione di prestigio. Ricordo che restò sconvolto per una recensione negativa di John Leonard uscita sulla “New York Review of Books”. Non potevo crederci. “Tu sei uno scrittore straordinario, lui è un nessuno”, gli dissi. Era celebre, ma le recensioni negative lo ferivano: mi faceva dono della sua debolezza. Un giorno mi ha mostrato un racconto, accolto, forse, dal “New Yorker”: volevano che tagliasse alcune parole “sporche”. Gli ho detto di accontentarli, le parole non sono così importanti. Lui si è arrabbiato. Non l’avrebbe fatto. Mantenne la sua posizione – Bern sapeva essere irreprensibile e irreparabile – e il racconto fu pubblicato così com’era. Ogni volta che dubiti di te, mi ripeteva, ricordati di quanto ti amo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/arlene-heyman-malamud-intervista/">“Ero felice di fare l’amore con lui&#8230;”. Arlene Heyman, Malamud &#038; la scrittura come eros</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Volevo andare dove nessuno ha mai messo piede, fuori da ogni autorità”. Denis Johnson, un tributo</title>
		<link>https://www.pangea.news/denis-johnson-reportage-albero-di-fumo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 04:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Denis Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Testa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un memoriale di Riccardo Ielmini su Simone Cattaneo che uscì nel settembre del 2012. Lo lessi quello stesso anno quando diedi alle stampe il mio secondo disco solista, Morire, racchiuso in una busta nera in pelle. Dentro quel disco c’era una canzone dedicata a Simone, Saronno. Nel memoriale di Ielmini si parla di Albero [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste un memoriale di Riccardo Ielmini su Simone Cattaneo che uscì nel settembre del 2012. Lo lessi quello stesso anno quando diedi alle stampe il mio secondo disco solista, <em>Morire</em>, racchiuso in una busta nera in pelle. Dentro quel disco c’era una canzone dedicata a Simone, <em>Saronno</em>.</p>
<p><strong>Nel memoriale di Ielmini si parla di <em>Albero di Fumo</em>. Fu Simone a suggerire tale lettura. I due chiacchierano in una gelateria bordo lago.</strong> Una settimana prima del volo dal settimo piano di una palazzina di Saronno che avrebbe consacrato Cattaneo come il Jim Morrison della poesia nostrana. Più incazzato di Scorsese, più violento di Lou Reed. Le sue poesie saranno sempre un pungo insanguinato contro la mediocrità del mondo.</p>
<p>Così me lo appunto e lo cerco. <em>Albero di Fumo</em>, un romanzo di Denis Johnson uscito qualche tempo prima, nel 2007, per Mondadori. Non è stato ristampato e non è facile da trovare, nemmeno on line e così finisco per trovarlo a Pasqua, mentre da Parigi faccio un salto a Rimini per un concerto. Perso negli scaffali di quelle grandi librerie dell’usato che piano piano stanno scomparendo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90649 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-209x300.jpg" alt="" width="353" height="507" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1-1071x1536.jpg 1071w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/s-l1600-1.jpg 1116w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></p>
<p><strong>Rimango folgorato. Le pagine ti invitano a procedere dentro un inferno verde che puzza di napalm, di ricordi, di cibi da strada, donne sconosciute. </strong>In Vietnam il nemico è ovunque e l&#8217;intera regione è un mondo perduto, in cui nessuna redenzione è possibile, esclusa quella offerta dal mito.</p>
<p>Pagine come lame che bruciano foreste.</p>
<p><em>Albero di Fumo</em> è la storia di tre vite. Quella di William Sand, agente della Cia contro i vietcong, e di Francis Xavier Sands, suo zio, cattolico ed ex studente a Parigi, eroe della Seconda guerra mondiale, campione di football, un’altra scheggia impazzita dei servizi segreti. Ma è anche la storia di Kathy Jones, moglie di un missionario protestante, amante di William e volontaria in una organizzazione che si occupa dei giovani orfani vietnamiti. Storie che si incrociano senza lieti fini, mai disperate.</p>
<p><strong>Questo non è un romanzo sul Vietnam. Si tratta <em>del</em> romanzo sul Vietnam. Ogni pagina è sudore, sangue, polvere, pianti e urla.</strong> È il sud est asiatico, la guerra, gli orfani, i cadaveri, l’amore e la morte (di nuovo e sempre insieme). Una lettura che ti porta sul filo della realtà stessa là dove cominciano i sogni. A metà di <em>Albero di Fumo</em>, vincitore in patria del «National Book Award 2007», Denis Johnson costruisce questo dialogo tra soldati americani colti impreparati dall’offensiva del Tet da parte dei Vietcong: «Si può sapere cos’è successo?», chiede uno. «Non ne ho idea», risponde un altro. «Ci hanno attaccato. Per loro siamo il nemico», spiega ai due un terzo. «Io non sono il nemico di nessuno», ribatte il primo. «Io non voglio essere niente, né amico, né nemico», conclude il secondo. Qui c’è l&#8217;essenza dell’avventura americana nel Paese del Sud-Est asiatico dove nei primi Anni Sessanta si decise di fermare il comunismo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90650 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-300x200.jpg" alt="" width="660" height="440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/30667561856_3.jpg 1920w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p><strong>Johnson cominciò questo romanzo nel 1963 e continuò a scriverlo fino alla fine degli anni Ottanta riempiendo di cenere, spari, dialoghi serrati, vegetazione</strong>, perdita in più di 700 pagine che potrebbero annegare di benzina interi deserti. Mentre si procede nella lettura, vengono in mente oltre al già citato Coppola altre pellicole ormai classiche di Cimino e Kubrick, e libri come <em>Dispacci</em> di Michael Herr o <em>Nato per uccidere</em> di Gustav Ashford, oltre che il DeLillo più complottista. Il Vietnam di Denis Johnson, ex tossicomane, è come l’eroina. Non è una guerra, ma una malattia impossibile da controllare.</p>
<p><strong><em>Fabrizio Testa</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>La libertà si conquista con il sangue. Un reportage di Denis Johnson </strong></p>
<p><strong><em>Denis Johnson è tra i grandi scrittori americani contemporanei.</em></strong><em> Ha attraversato i generi: “Jesus’ Son” – da cui è stato tratto un film omonimo, nel 1999, con Billy Crudup e Samantha Morton – è un libro livido, crudo, ‘di culto’, che rinnova l’arte del racconto; “Albero di fumo” è uno dei grandi romanzi sulla guerra in Vietnam. In Italia, Denis Johnson è pubblicato da Mondadori e da Einaudi; le sue poesie, di genio, sono ancora inedite nel nostro paese. Morto nel 2017 – il libro postumo, “La generosità della sirena”, è edito da Einaudi nel 2019 –, Denis Johnson ha scavato nei luoghi remoti degli Stati Uniti, nelle viscere oscure del continente. Mescolando l’ansia di Thoreau al talento polimorfico di Faulkner, <strong>nel luglio del 1995 scrive per “Esquire” un reportage, “The Militia in Me”</strong> – plastico esempio di giornalismo ‘narrativo’ – di cui traduciamo alcuni brani. Nella vastità americana, senza eco, risuonano domande terribilmente attuali. Leggere ora il Denis Johnson di allora è utile per capire cosa lacera l’Occidente. (d.b.)</em></p>
<p><strong>Nel luglio del 1992 me ne sono andato in Alaska a cercare l’oro, a vivere la felice epopea dell’uomo americano che scopre qualcosa di prezioso in una terra incontaminata, su cui nessuno ha mai messo piede prima.</strong> Il primo giorno, a Anchorage, ho conosciuto due uomini che mi hanno affascinato. Jacob viveva fuori dal mondo, lontano, sul “filo di rasoio della libertà”, diceva lui. Aveva costruito una capanna, sulle colline nei dintorni di Talkeetna; aveva fatto da levatrice ai suoi quattro figli. Il suo amico David aveva esplorato le Bonanza Hills: cacciava gli orsi con l’arco. Avevano una sorta di quartier generale presso l’Arctic Burger, un ristorante di Anchorage frequentato da vecchi veterani dell’Alaska. Uomini dalle mani aperte, allegri, vittoriosi – d’altronde, erano sopravvissuti fino a quel giorno. <strong>Erano scesi in città per appoggiare la candidatura alla presidenza di Bo Gritz, ex eroe dei Berretti Verdi. </strong>Non che gl’importasse della politica o che nutrissero speranze di cambiamento al governo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90651 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/432605-204x300.jpg" alt="" width="370" height="544" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-768x1128.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605-1046x1536.jpg 1046w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/432605.jpg 1362w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p>Io e mia moglie abbiamo passato la luna di miele nelle Bonanza Hills. Un aereo ci ha mollati lì; un aereo è venuto a prenderci. Nel frattempo, io e Cindy abbiamo vissuto senza alcun contatto con quello che credevamo “il mondo”, in un luogo privo di umani, di autorità, di leggi, a settanta miglia dal primo abitato. Avevamo con noi un fucile; non ho mai posseduto una pistola. Qualcun altro deve gestire questa roba, pensavo – e mi ha sorpreso scoprire che tenere a portata di mano un’arma fosse, ora, il requisito fondamentale per vivere. Altre cose che non pensavo così importanti scoprii che lo erano: fiammiferi, attrezzi vari; soprattutto, lucidità di pensiero e capacità di improvvisare. Dovevamo restare concentrati, acuire i sensi: eravamo tutto ciò che avevamo con noi. Infine, qualsiasi cosa sarebbe accaduta, era soltanto a causa nostra, era nostro compito risolverla. Ci siamo resi conto che le nostre vite non erano mai state così nostre.</p>
<p><strong>Ho sempre vissuto sotto la tutela dello “Stato Mamma”: pronto a salvarmi, calmarmi, curarmi. Ma questo è un paese libero.</strong> Avevo sempre dato per scontato che il governo si occupasse della mia sicurezza per darmi la possibilità di essere libero. Non ne ero più così certo. Quel piccolo morso di autentica libertà, mi ha lasciato in dono un desiderio ardente. Forse non volevo altro che la libertà da qualsiasi governo. […]</p>
<p>Se libertà significa auto-responsabilità, autogestione, come la mettiamo con chi non può prendersi cura di se stesso? Io sono uno di quelli, caro mio. Se ogni giorno non faccio qualcosa di definitivo, è un miracolo. Lasciami stare, lasciami solo. Sono uno innamorato del miracolo.</p>
<p>La scorsa estate, con la famiglia, ho affittato un rifugio nello Yukon canadese, a quaranta miglia dal paese più vicino. Volevo vivere per un po’, ancora, fuori da ogni autorità. Ma l’ufficiale locale veniva regolarmente a farci visita – non aveva nessuno, tranne noi, con cui parlare. Un giorno venne anche un tizio dell’immigrazione. Mi fece delle domande. Iniziai a desiderare l’Alaska.</p>
<p><strong>La vita era elementare: legno, cibo, acqua, meteo. Ho letto libri sulla Costituzione degli Stati Uniti e sui padri fondatori. Leggevo di idee straordinarie, e di quelle persone così notevoli che le avevano portate avanti per creare gli Stati Uniti.</strong> Mi sono chiesto quante cose abbiamo deciso che fossero riviste e revisionate da allora. Questi non sono gli Stati Uniti che mi hanno insegnato a scuola, non sono gli Stati Uniti ideati dai padri fondatori. Fino a quel periodo, avevo creduto alla promessa che l’America è una nazione creata per le persone, per gli uomini, non per i prepotenti e i tiranni. Un governo creato “per garantire i diritti”. Non per concederli, razionarli, darli in licenza. La mia ipotesi è che il mondo sia diventato molto più pericoloso dalla fine del XVIII secolo, quando George Washington e James Madison si affidavano alla Carta dei diritti. <strong>In un continente pieno di terroristi e di sabotatori, saccheggiato da diverse nazioni, consideravano la sicurezza meno importante della libertà dei concittadini – e così, onoravano i diritti di quei cittadini di parlare, pensare, pregare, commerciare liberamente e perfino detenere armi sofisticate. Cosa è accaduto da allora? </strong>Se lo chiedo ai governanti mi diranno, nulla. Questo è ancora un paese libero. Se lo chiedo agli americani delle zone più infime e lontane dalle città, la risposta è diversa. […]</p>
<p>La mia famiglia è tornata dallo Yukon in aereo. Io ho preso il pick-up è ho attraversato mille miglia di lande selvagge del Nord America, dormendo di fianco ai fiumi, muovendomi secondo il mio ritmo, senza parlare a nessuno.</p>
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<p>Qualche miglia a nord di Smithers, nella Columbia Britannica, uno dei pneumatici è scoppiato. Avevo una ruota di ricambio, a bordo, ma il cric non funzionava, quindi ho allungato il pollice, sperando in un passaggio fino a Smithers. Un pick-up targato Alaska si è fermato; ho spiegato il problema ai miei soccorritori; due giovani, con un rimorchio traboccante di corna e un cane impassibile, da slitta, che mi fissava dal sedile anteriore. “Abbiamo un cric”, ha detto uno, è venuto verso la mia macchina, in retromarcia. Erano ragazzi di campagna, di un’altra epoca: tuta, scarpe enormi, jeans anneriti, bretelle rosse, barbe sottili, vergini, come quelle degli spettri della guerra di secessione. L’autista era grosso, biondo, tranquillo; l’altro era magro, rapido, intelligente. Entrambi avevano lo sguardo sincero e schietto dei cani. “Quante corna”, ho detto. Ne avevano raccolte centinaia. Costruivano mobili con le corna, che poi vendevano in giro. <strong>“Mi sembrate dei veri americani liberi”, ho detto. “No”, disse quello più piccolo, che prese a parlare, mentre l’altro mi cambiava la gomma. “Nessun americano è libero, oggi”. “Credo che tu abbia ragione. Ma cosa possiamo fare?”. “Combattere. Finché non saremo libero. O saremo morti. Non c’è alternativa”.</strong> “E chi combatterà?”. “Un sacco di uomini. Più di quanti immagini. Combatteremo finché non saremo morti. O torneremo liberi”.</p>
<p>Fantasmi. Eccoli qui. Fantasmi che attraversano gli Appalachi per arruolarsi a Gettysburg. “Vi chiedo solo una cosa. Cosa volete?”. “Te l’ho detto. La libertà. Vogliamo solo la libertà”. “Intendo dire. E una volta che fai cadere il governo, con cosa lo sostituisci?”. “Un capo. Ci vogliono uomini forti. Il tempo ce li darà”. “E l’unico modo per farlo è la guerra?”. Il giovane masticava tabacco. Aveva occhi grandi, gentili. Masticò per un po’. “La libertà deve essere conquistata con il sangue. È sempre stato così”.</p>
<p><strong>In quel paesaggio montano, nel vuoto, lontani da tutto, quella frase risuonò con una autorevolezza profonda e arcana. Sacrificio di sangue. Vecchio quanto la spiritualità umana.</strong> Il filo che lega l’Antico Testamento al Nuovo, che lega nella fede il popolo cristiano a Dio: la libertà dal peccato si conquista grazie al sacrificio dell’unico Figlio. Ma il prezzo non è già stato pagato? O siamo stati abbandonati qui, irredenti, confusi, cercando di decifrare uno strano, nuovo libro sacro? Un Terzo Testamento, che ha messo insieme pezzi degli altri due e interpretazioni facili, feroci. Profezie sul sacrificio di sangue e una guerra tra il bene e il male, il rigurgito di promesse non ancora compiute, in attesa di adempiersi.</p>
<p><strong><em>Denis Johnson</em></strong></p>
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		<title>Sacrilegio! Il mercato delle chiese sconsacrate (e delle reliquie farlocche)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 04:22:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando lo leggi non puoi che restare impigliato già nel titolo: Chiese chiuse, di Tomaso Montanari (Einaudi, 2021). Se da un lato questo titolo sembra tanto irriverente da suggerire alla memoria la legge Merlin e la fine delle ‘case chiuse’, dall’altro riporta alla luce una verità solida quanto inconfutabile: la chiusura delle chiese. Senza contare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando lo leggi non puoi che restare impigliato già nel titolo: <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/chiese-chiuse-tomaso-montanari-9788806244347/#:~:text=Migliaia%20di%20chiese%20sono%20oggi,potrebbe%20costruire%20un%20futuro%20diverso." target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Chiese chiuse</em>, di Tomaso Montanari (Einaudi, 2021).</strong></a> Se da un lato questo titolo sembra tanto irriverente da suggerire alla memoria la legge Merlin e la fine delle ‘case chiuse’, dall’altro riporta alla luce una verità solida quanto inconfutabile: la chiusura delle chiese. Senza contare le serrate forzate dei luoghi di culto durante il primo tempo della pandemia, lungo la tragica primavera 2020.</p>
<p><strong>Dentro l’Italia del ventunesimo secolo, le chiese, con il loro silenzio secolare, con il loro corpo millenario, violato, martoriato e svenduto, ci chiedono di essere rispettate un po’ di più, e forse anche salvate.</strong> Alla peggio, di essere poste al centro di una riflessione seria. Quante volte, poi, sarà capitato di trovare chiusa una chiesa? Tomaso Montanari suggerisce come ci sia perfino da ringraziare nel trovarle chiuse, queste chiese. Mi stupisco quando l’autore, storico dell’arte, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, cita il profilo Instagram <em>Urbex, Urban exploration </em>(che seguo anch’io), una pagina che esplora e documenta luoghi e soprattutto chiese abbandonate. Ma non solo. <strong>Suggerisce di andare alla voce “Chiese sconsacrate” su Wikipedia per accertarsi della “impressionante rassegna di disastri. Un rosario di sconfitte, di morti annunciate, di recuperi ancora possibili”. Un <em>J’accuse</em> da leggere d’un fiato.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90719 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG-175x300.jpg" alt="" width="313" height="537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG-768x1316.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG-896x1536.jpg 896w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/978880624434HIG.jpg 1000w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" /></p>
<p>Un’opera documentata di denuncia che mette non il dito, ma le dita nella piaga e constata più che un delitto, lo sfacelo, un’Italia sacra che sta crollando, in “una scena da ultimi giorni di Pompei”. L’Italia sembra assomigliare sempre al <em>Decameron</em>. Basti pensare a quell’ “industria del sacrilegio”, presa in giro dalla celebre novella <em>Frà Cipolla</em> con le sue “mirabolanti reliquie farlocche”. Tra le pagine di <em>Chiese chiuse</em>, scopro che, secondo canone 1190 del Codice del diritto canonico, “è assolutamente illecito vendere le sacre reliquie”. Illecito ma possibile. Infatti Tomaso Montanari ci invita su eBay a digitare semplicemente la parola <em>reliquie</em>. “Quando l’ho fatto l’ultima volta (dicembre 2020) sono usciti 1703 risultati, a tratti clamorosi. Accanto a grossolani falsi recentissimi (tra i quali spicca un enorme chiodo “della crocifissione”: intero, senza teca e con un sigillo di ceralacca “dell’Ordine di Gerusalemme”; onesta solo la richiesta: 230 euro), c’è un fiume in piena di oggetti provenienti da chiese e monasteri”. La storia dell’Italia sacrilega sembra somigliare sempre di più (oppure ispirarsi) alla novella del Boccaccio quando si legge che, <strong>nel 2014, un giovane prete calabrese vendeva, proprio su eBay, al modico prezzo compreso tra 5 e 10000 euro, una spina della corona di Gesù e una parte della spugna imbevuta dell’aceto che i soldati romani posero sul costato di Cristo.</strong> Il bilancio dei furti è tragico e inesatto: “è avvenuto un naufragio”. E su eBay si trovano giustappunto ondate dei “detriti” di questo naufragio.</p>
<p>“Ci vorrebbe l’abilità descrittiva di un antiquario barocco, o la fantasia creativa di un pittore cinquecentesco di grottesche liturgiche, per render conto di ciò che si vede nelle cappelle, o nelle sacrestie, delle chiese abbandonate e saccheggiate di cui abbiamo parlato. Carteglorie, turiboli e navicelle, pissidi e calici, aspersori e secchielli, patene e ampolle, croci astili e candelabri, campanelli e leggii si mescolano, a mucchi, ai libri sacri: messali, breviari, antifonari, orazionali di ogni epoca, e di ogni dignità. E tutto annega nei paramenti: dalmatiche e tonacelle, camici e stole, piviali e sinnicchi, amitti e cotte, pianete e manipoli&#8230; Per non dire delle tovaglie, e dei fornimenti d’altare”. Ma il problema non pare nato ieri, solo il naufragio si è fatto più evidente. <strong>Leonardo Sciascia, nel lontano ottobre 1969, già si stracciava le vesti: “L’Italia è il paese dell’arte ma le opere d’arte che vadano in malora”. </strong>Nonostante quello che diceva Cicerone nella quarta orazione contro Verre (70 a.C.), “duemila anni dopo, per il lutto delle chiese italiane non piange nessuno”. Anzi più che funerali, si celebrano matrimoni, rigorosamente laici.</p>
<p>“Le antiche chiese sconsacrate sono, in effetti, ambitissime dall’industria dei matrimoni civili: sebbene il ragionamento che riconduce a un ambiente (già) sacro una scelta laica non sia perfettamente lineare. Gli esempi sono innumerevoli, in tutta Italia. Tra tutti si può citare l’impagabile sito notteganze.it”. <strong>La rovina materiale si sposa con quella morale, da quando le chiese sconsacrate vengono svendute alle aste dei più importanti siti immobiliari. Non si può leggere, senza un certo sarcasmo, l’annuncio di Real Estate Discount: “Cosa aspetti? Se desideri investire in una chiesa abbandonata in vendita, dai subito un’occhiata alle nostre offerte!”.</strong> Ma come si fa a comprare una chiesa senza scrupolo morale?</p>
<p>La domanda a monte, però, è un’altra: di chi sono le chiese? “E chi dovrebbe impedire che siano abbandonate al disfacimento, saccheggiate, messe in vendita, trasformate in bigliettifici, gettate nelle fauci dell’estrema destra, scempiate in nome della liturgia? Chi dovrebbe, insomma, tenerle aperte a tutti?”. La risposta non è contemplata e non si conosce neppure il numero esatto delle chiese, chiuse o aperte, in Italia. “Si stimano in circa 95000, 85000 delle quali sarebbero beni culturali, e come tali sottoposte a tutela”. Alla fine, dopotutto, è pur sempre un affare di coscienza. Sporca o pulita, l’importante è non lavarsene le mani. Nel <em>Discorso in Senato contro i Patti lateranensi</em>, il 24 maggio 1929, Benedetto Croce afferrava per la gola questa sacrosanta verità: l’affare di coscienza. <strong>“Come che sia, accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è un affare di coscienza.</strong> Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero!”.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>“Che cosa resterà di me?”: un anno senza Franco Battiato</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2022 04:19:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Battiato]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>“&#8230; Percorreremo assieme le vie che portano all&#8217;essenza&#8230;”</em></p>
<p>Ho sempre avuto un approccio da &#8220;archivista&#8221; nei confronti della morte: di quella di un parente, di un amico&#8230; Superato un comprensibile momento iniziale di smarrimento per la dipartita, senza perdermi d&#8217;animo, anzi con ancor più lena, ho sempre dato spazio a una conseguente opera di &#8220;raccolta e archiviazione&#8221; di tutti quegli elementi esistenziali che hanno caratterizzato un vissuto comune, un cammino condiviso: stampare il dialogo di una chat, elencare date cruciali, raggruppare foto, raccogliere materiale&#8230; per me rappresentano <em>gesti naturali</em> del post-mortem. Come a voler congelare non il momento della morte in sé, quanto piuttosto il percorso concreto, tangibile, che l&#8217;ha preceduto; un appiglio materialistico sull&#8217;abisso, un modo per dire a se stessi che nulla, neanche una briciola, andrà perduta di quel che è stato fatto insieme; per non darla vinta alla morte che livella – lei sì, archivista definitiva e inesorabile! –, che chiude a ogni possibilità di proseguimento di un discorso tra viventi che emettono suoni. Allora ci si affida alla stampa dei reperti per averli sottomano nei giorni successivi alla tumulazione, alla tecnologia che conserva negli <em>hard disk</em> pezzi di testimonianze anche frivole di ciò che è stato, alle registrazioni per quando verrà a mancare il ricordo della voce, alle immagini catturate da un vivere quotidiano senza cronaca, almeno per noi &#8220;comuni mortali&#8221; non <em>famosi</em>. <strong>Tutto viene sigillato in scatole, poi seppellite in armadi, in attesa di quei giorni in cui c&#8217;è più bisogno di ravvivare memorie, di ricordare fatti ricoperti dalla polvere ma non dimenticati, spostati dalla visuale ma non cancellati. Qualcuno dice che esagero a conservare tutto, che dovrei lasciar andare, che dovrei fare <em>space clearing</em>: ma non c&#8217;è ossessione nel mio conservare, c&#8217;è solo <em>previdenza</em>, cura museale per vite poco importanti agli occhi della Storia.</strong> Si conserva il passato perché il nostro cervello, giustamente, per fare spazio alle urgenze del presente, lascia andare <em>fisiologicamente</em> molti dati considerati &#8220;inutili&#8221; alla quotidianità.</p>
<p>Quando, però, ad &#8220;abbandonare il pianeta&#8221; è una persona altrettanto cara e preziosa come <strong>Franco Battiato</strong>, che non ha bisogno di &#8220;archiviazioni&#8221; d&#8217;urgenza, come nel caso del parente o dell&#8217;amico sconosciuti alle cronache, in quanto la sua stessa esistenza artistica è stata <strong>produttrice naturale di tracce</strong> non solo sonore, si finisce con l&#8217;interrogarsi sul <strong>reale significato della &#8220;presenza nell&#8217;assenza&#8221; di un personaggio pubblico</strong> di tale calibro, che ha avuto e ha un impatto umano, spirituale e artistico, <em>diverso</em> rispetto a quello di altri nomi altrettanto autorevoli del cosiddetto &#8220;mondo dello spettacolo&#8221;. Nomi di personaggi estinti, cari a un popolo in fila sotto il sole per salutare il feretro, osannati e pianti, certo, ma la cui <em>essenza</em> va ad affievolirsi, oserei dire <em>naturalmente</em>, nel corso del tempo: questi <em>passanti</em>, a maggior ragione, sono bisognosi di archivi e teche Rai da rispolverare.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90700 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover-300x300.jpg" alt="" width="495" height="495" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/La-Voce-Del-Padrone-cover.jpg 1200w" sizes="(max-width: 495px) 100vw, 495px" /></p>
<p>Battiato, invece, <strong>si fa ricordare con una forza crescente</strong> proprio nel silenzio e nella <em>distanza</em>; più si lascia sedimentare l&#8217;evento umano della sua morte, più la sua essenza risale attraverso i mesi e le distrazioni come un <strong>&#8220;rigurgito spirituale&#8221;</strong>. Battiato non apprezzava gli archivisti; raccomandava sempre di non raccogliere ossessivamente tutto su di lui: interviste, foto, video, <a href="https://verso-la-stratosfera.blogspot.com/search?q=Franco+Battiato">bootleg</a>, &#8220;rubriche aperte sui peli&#8221; di Battiato e &#8220;reliquie&#8221; varie&#8230; Ci preparava, già allora, alla ricerca dell&#8217;essenza, al non attaccamento alle cose e ai <em>corpi cantanti</em>. Anche l&#8217;Egitto, con le sue piramidi e le sue meraviglie, prima o poi verrà ricoperto nuovamente dalle sabbie, e i musei perderanno i propri reperti custoditi gelosamente: <strong>la materia è destinata a dissolversi</strong>, come le onde in uno stagno o quelle sonore di una canzone. Ma l&#8217;essenza no, quella permane anche senza l&#8217;ausilio degli oggetti archiviati: come nel film <a href="https://www.youtube.com/watch?v=juOr4CUAEeg"><em>Padre</em> </a>di <strong>Giada Colagrande</strong>, la presenza dell&#8217;estinto (interpretato proprio da Battiato) si fa ancor più viva e significativa – per comodità cinematografiche si identifica questa presenza attraverso la figura ormai folcloristica del classico <em>fantasma</em> – all&#8217;indomani della sua dipartita: ed è un esserci discreto, non spaventevole, silenzioso (silenzio a cui Battiato, per questioni private non da tutti rispettate, ci aveva già consegnati molto tempo prima di attraversare &#8220;la porta dello spavento supremo&#8221;). &#8220;Un giorno senza tramonto / le voci si faranno presenze&#8221;: è <strong>la scoperta dell&#8217;essenza nell&#8217;assenza</strong>, anche dell&#8217;assenza <em>in vitam</em>. Una scoperta che può essere fatta solo se si ha il coraggio, a un certo punto, di abbassare l&#8217;audio dei vari <strong>tour commemorativi</strong>, degli affollati e umanamente comprensibili concerti-evento per onorare il grande artista, e di affidarsi seppur dolorosamente alle sole registrazioni discografiche di una <strong>voce destinata a non ritornare</strong>, mai più, per come eravamo abituati a percepirla, ovvero attraverso i limitati sensi umani: <em>la voce del padrone</em> di un corpo disfatto, che non rivedremo mai più muoversi, cantare, scherzare, suonare, danzare su un palco come negli anni gloriosi e spensierati dei <em>live</em> in giro per il mondo e dei nostri viaggi in vista di concerti estivi, tra piazze e cavee.</p>
<p>&#8220;Spensierati&#8221; fino a un certo punto: la musica di Battiato solo in superficie lasciava spazio a un goliardico citazionismo all&#8217;apparenza slegato e al cazzeggio cuccurucucheggiante dei fine concerto sotto i palchi; <strong>in realtà i testi e la musica di Battiato, come ben sa chi l&#8217;ha musicalmente frequentato, scavavano in profondità, <em>mutavano </em>inesorabilmente l&#8217;animo dell&#8217;ascoltatore, si prendevano il loro tempo, disseppellivano angolazioni interiori non catalogabili,</strong> di quelle che ci invitavano e ancora c&#8217;invitano al viaggio in paesi che tanto ci somigliano: territori spirituali ma anche geografici; a volte prima geografici e poi spirituali. <strong>Viaggiare con Battiato</strong> nelle cuffie, colonna sonora di traversate solitarie in territori non per forza mistici, a volte popolari, turistici, affollati come i mercati arabi in paesi stranieri o il &#8220;<em>suk</em> palermitano&#8221; di Ballarò, perché Battiato rappresentava e rappresenta l&#8217;esperimento riuscitissimo di una <strong>ricerca superiore</strong> fatta con mezzi appartenenti alla cosiddetta <strong>&#8220;musica di comunicazione&#8221;</strong>, non per forza di consumo (pur essendo stata <em>anche</em> di consumo), e che diede vita a un inedito, colto e ossimorico &#8220;<em>pop</em> elitario&#8221;. Così come fanno certi vaccini di ultima generazione, veicolava &#8220;frammenti genetici&#8221; di insegnamenti sconosciuti e antichissimi attraverso l&#8217;involucro &#8220;innocuo&#8221; del mezzo sonoro: l&#8217;obiettivo non dichiarato era quello di creare un&#8217;immunità (mai &#8220;di gregge&#8221; perché <em>Le aquile non volano a stormi</em>, ma amano e difendono la propria individualità) agli &#8220;urlettini dei cantanti&#8221;, al facile consenso dato ai tormentoni estivi dalla vita effimera, a un cantautorato nostrano incapace di offrire strade culturali alternative o esotiche, quando non addirittura <em>esoteriche</em>. <strong>Ha portato, musicalmente parlando, l&#8217;Alto alla portata di quasi tutti, senza mai scendere a compromessi con il Basso, con gli <em>istinti un po&#8217; bestiali</em> e i <em>desideri mitici</em> dei suoi stessi fan che sistematicamente – per nostra fortuna – ignorava</strong>, con i &#8220;livelli inferiori&#8221; della condizione umana che aspirano a una facile fruibilità del mezzo. Ha seguito e rispettato i propri interessi culturali e non quelli suggeriti dal mercato, pur avendo venduto <strong>milioni di copie</strong>. E soprattutto ci ha fatto comprendere che tentare di modificare i <em>massimi sistemi</em> &#8211; primi fra tutti quelli politici! &#8211; è inutile oltre che pretestuoso, e che è ben più arduo ma spiritualmente soddisfacente (Battiato sarà sempre il <em>nostro</em> &#8220;Assessore alle Meccaniche Celesti&#8221;!) impegnarsi a cambiare il proprio microcosmo interiore, a rendere migliore ciò che abbiamo a portata di mano in noi stessi. <em>Engagez-vous</em>!</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90699 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots-300x298.jpg" alt="" width="454" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots-300x298.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots-1024x1016.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots-768x762.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/FRANCO-BATTIATO-Patriots.jpg 1500w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p><strong>Un&#8217;essenza privilegiata quella di Battiato, dobbiamo dircelo con sincerità, che parte avvantaggiata nel farsi agguantare, nonostante la retorica francamente ridicola dei &#8220;colleghi&#8221; che lo ricordano solo per la sua capacità di raccontare barzellette</strong> – come a voler delegittimare e sminuire il suo impatto culturale decisamente superiore alla produzione <em>mainstream</em> a cui loro stessi appartengono – o per le sue originali abitudini casalinghe su cui sono stati sprecati preziosi minuti di interviste e fiumi d&#8217;inchiostro; sintomo di un non saper cosa chiedere perché impreparati, lontani dalle urgenze dell&#8217;anima e più interessati al personaggio&#8230; Per fortuna in molti hanno saputo scavare e &#8220;rubare&#8221; segreti quando il Maestro si apriva alle loro domande e &#8220;percepiva&#8221; che grazie alle sue risposte avrebbe potuto donare qualcosa di veramente profondo all&#8217;interlocutore. Tra questi – ma potrei citarne di più strutturati – il libro-intervista <strong><em>Battiato. Io chi sono? </em></strong>di Daniele Bossari: in quel dialogo si avverte una &#8220;sete&#8221; da parte dell&#8217;intervistatore, tenuta a bada dall&#8217;allenata capacità di Battiato di dire abbastanza ma di non dire proprio tutto, come è tipico di chi &#8220;maneggia&#8221; argomenti esoterici che, in quanto tali, non sono da disseminare a cuor leggero. <strong>Altri, invece, infelicemente affezionati a domande leziose sull&#8217;orario delle meditazioni mattutine, sul tipo di bevanda preferita, sulla marca di scarpe indossate, sugli yogurt mangiati a tradimento da una &#8220;fidanzata&#8221; di passaggio, e altri pruriti gossippari. Quant&#8217;è inutile sottolineare la &#8220;leggerezza del saggio&#8221; o la sua umana normalità?</strong> Il vero <em>scoop</em>, invece, sarebbe evidenziare l&#8217;imprevista profondità di un cretino. Il rischio che dopo una morte – quella di chiunque – circolino solo stupidaggini o aneddoti superficiali è altissimo. Per fortuna esiste parallelamente lo zoccolo duro degli amici di strada, di quelli con cui si è condiviso pane e spirito, musica e silenzio, gavetta e successo, e che più degli artisti da passerella possono testimoniare quell&#8217;essenza o perlomeno fornire elementi con cui poterla ricercare in proprio. La ritrosia (mista a imbarazzo) di Battiato nel rispondere a certe domande era palese ai più attenti: a vincere il &#8220;premio banalità&#8221; di tutti i tempi è stata certamente la sempreverde &#8220;Hai poi trovato il tuo centro di gravità permanente?&#8221;. Chissà in quanti avevano veramente sentito parlare di <strong>Gurdjieff</strong> prima di preparare le domande delle loro inutili interviste!</p>
<p>A un anno dalla sua scomparsa possiamo già cominciare ad affermare che l&#8217;<strong>eredità umana e artistica di Franco Battiato</strong> non ha bisogno di &#8220;aiutini&#8221; per continuare a consolidarsi, non ha bisogno di continue commemorazioni pubbliche o di &#8220;rimescolamenti&#8221; discografici giusto per battere cassa, perché in chi lo ha interiorizzato sul serio, quell&#8217;eredità non ha mai subito cali o rivisitazioni. Chi si accontenta dell&#8217;eredità ricevuta sa anche che dallo scorso <strong>18 maggio 2021</strong> sta lentamente imparando a &#8220;campare di rendita&#8221; con ciò che è riuscito a catturare quando il Maestro era in vita, e a ripercorrere il suo cammino discografico con il disincanto tipico del &#8220;discepolo&#8221; lasciato da solo a meditare sugli insegnamenti ricevuti. I libri su Battiato, usciti postumi, non aggiungeranno nulla di nuovo a quel che abbiamo appreso con le nostre sole forze di attenti ascoltatori ed estimatori: certo, circoleranno altri aneddoti, ulteriori interpretazioni e ricerche storico-discografiche sulla genesi dei vari album del cantautore siciliano, ma i &#8220;segni&#8221; lasciati in chi lo ha seguito sono le uniche testimonianze valide del passaggio di un artista originale, inimitabile, storicamente irripetibile. Che non si cerchino pallidi epigoni o blande imitazioni: utilizziamo, tutt&#8217;al più, le nostre energie per capire in maniera più approfondita la &#8220;fenomenologia di Battiato&#8221;, l&#8217;irriproducibilità tecnica della sua opera d&#8217;arte – parafrasando Benjamin –, la felice intersecazione spazio-temporale tra momenti storici, ispirazioni artistiche acerbe, cadute e risalite, cambi di rotta, occasioni e fortune, <em>incontri con uomini straordinari </em>(e anche con molte donne), genialità musicali e poetiche, che hanno prodotto <strong>l&#8217;uomo che cantava sul tappeto</strong>. Non sarà rianalizzando parola dopo parola, nota dopo nota, capello dopo capello, che impareremo a vivere di rendita come accennato sopra, ma lasciandoci semplicemente trasportare da parole e musiche che &#8211; da qui l&#8217;elogio dell&#8217;archiviazione con cui ho esordito in questo pensiero scritto -, rispetto ai suoni emessi da noi comuni mortali, non tramonteranno mai perché fissate sui supporti tecnologici di un&#8217;<strong>immortalità discografica</strong> che se da un lato ci addolora (l&#8217;idea di un futuro orfano di nuovi inediti ci lacera interiormente), dall&#8217;altro ci conforta con una <strong>sfida infinita al ri-ascolto</strong>, al ripercorrere le <em>strade dell&#8217;est</em> dell&#8217;anima e di un pianeta offeso da nuove guerre e altre scempiaggini anti-ecologiche: &#8220;Povera Terra / schiacciata dagli abusi del potere&#8230;&#8221; avrebbe forse riscritto Battiato, assistendo a tutto ciò che sta accadendo nel mondo; anche se in allerta già dai tempi di <em>Pollution</em> (1973).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90698 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma-300x300.jpg" alt="" width="488" height="488" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/display_full_imma.jpg 1200w" sizes="(max-width: 488px) 100vw, 488px" /></p>
<p>Un ri-ascolto sigillato dall&#8217;eterna <strong>inesorabilità della morte</strong>; un ritorno sui passi dell&#8217;artista per meglio comprendere, per acciuffare sfumature che nell&#8217;assenza diventano tracce imprescindibili da seguire, perché non si può fare altrimenti. Ma allora qual è la funzione dell&#8217;estimatore – <em>Ti sei mai chiesto quale funzione hai?</em> – una volta che viene a mancare il proprio artista di riferimento? Nel nostro caso ci resta solo il riascolto o può esserci di più? Bisognerebbe tentare di &#8220;trasferire&#8221;, ma è una strada ardua e non da tutti percorribile, l&#8217;esperienza della <strong>ricerca alternativa</strong> di Battiato ognuno nel proprio ambito; anche partendo da cose semplici che semplici non sono, come il coltivare letture poco frequentate, scomode dal punto di vista spirituale, quelle meno battute – direbbe Frost – ma che farebbero la differenza&#8230; <strong>Insomma cercare di non accontentarsi <em>di piccole gioie quotidiane</em>, di puntare in verticale verso obiettivi superiori; non dico <em>essere un&#8217;immagine divina di questa realtà</em> ma almeno sfidarsi culturalmente in un mondo che, oggi più di ieri, scivola inesorabilmente verso un&#8217;omologazione raccapricciante.</strong> Ecco, credo che tentare &#8211; nel proprio piccolo &#8211; di perseguire una via del genere potrebbe rappresentare il giusto omaggio da fare alla memoria di un intellettuale come Battiato, prima ancora che al cantautore.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90696 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/battiato-gommalacca-300x169.jpg" alt="" width="591" height="333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/battiato-gommalacca-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/battiato-gommalacca-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/battiato-gommalacca-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/battiato-gommalacca.jpg 1280w" sizes="(max-width: 591px) 100vw, 591px" /></p>
<p>Alla domanda legittima <strong>&#8220;Che cosa resterà di me, del transito terrestre?&#8221;</strong> siamo noi a dover dare una risposta esaustiva; che cosa resterà del transito umano e artistico di Franco Battiato al di là del suo <em>successo</em>? Abbiamo avuto un anno di tempo per metabolizzare la sua assenza corporea, materiale, &#8220;scenografica&#8221; oltre che discografica, anche se per molti dei suoi estimatori occorrerà forse ancora di più per &#8220;abituarsi&#8221; al vuoto terreno. Un Vuoto prezioso, buddistico, che apre a un <em>concerto infinito</em> fatto di musica ma soprattutto di silenzio e di pazienza. Rassegnati al distacco a suon di <em>passacaglia</em>, bisognerà abbeverarsi per forza di cose presso <strong>fonti superiori di conoscenza</strong>, e non è detto che sia un&#8217;alternativa disagevole. D&#8217;altronde Battiato non ci ha sempre spinti, nel corso della sua intera carriera musicale, a cercare altri, e alti, <em>segnali di vita</em>, altri <strong>stati di coscienza</strong> non dipendenti dalla materia? Sarebbe un peccato non cominciare ad applicare questi insegnamenti proprio partendo dalla sua persona non più persona, ma divenuta <em>entità</em> un tempo legata a un involucro umano che tutti chiamavano Franco. Ora che quest&#8217;entità non è più &#8220;prigioniera&#8221; di una catalogazione artistica o meramente spazio-temporale, i testi e la musica di Battiato sono finalmente liberi, più di quanto non lo fossero già prima, di raggiungerci in un&#8217;intimità rinnovata dalla morte, dall&#8217;assenza che diventa addirittura un'&#8221;occasione&#8221; per un riascolto non solo nostalgico ma animato da nuove energie.</p>
<p><strong><em>Michele Nigro</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franco-battiato-michele-nigro-anniversario/">“Che cosa resterà di me?”: un anno senza Franco Battiato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;urgenza di superare Dio. &#8220;La valle dei mulini&#8221;: quando la letteratura per bambini smuove le coscienze</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-valle-dei-mulini-docampo-blanco-alessia-iuliano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2022 04:10:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessia Iuliano]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Noelia Blanco]]></category>
		<category><![CDATA[Terre di mezzo editore]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Docampo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggigiorno, nel mondo, temo ci sia l’urgenza di superare Dio, chiunque egli sia. Dico l’urgenza di superare, non di raggiungerlo, non di scorgerlo in una sua qualche manifestazione ma di arrivare a stringere tra le mani ciò che &#8211; ipoteticamente &#8211; è pertinenza di Dio: fare miracoli, cancellare i problemi, raggiungere la perfezione. E credo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Oggigiorno, nel mondo, temo ci sia l’urgenza di superare <em>Dio</em>, chiunque egli sia.</strong></p>
<p>Dico <em>l’urgenza di superare</em>, non di raggiungerlo, non di scorgerlo in una sua qualche manifestazione ma di arrivare a stringere tra le mani ciò che &#8211; ipoteticamente &#8211; è pertinenza di Dio: fare miracoli, cancellare i problemi, raggiungere la perfezione. E credo sia proprio<strong> la perfezione, ciò a cui punta l’uomo moderno</strong>. L’uomo che gradualmente ha iniziato a sostituire la sua identità, la sua unicità, con tutt’altro. Con l’accumulo ossessivo di potere, titoli, successo. <em>Avere o Essere</em>, ricalcando Fromm, è questa la giusta domanda, quella che il moderno Amleto farneticherebbe con in mano il teschiolo, simbolo di quell’umanità ormai smarrita. Ma cosa ha a che vedere tutto ciò con la letteratura infantile? Anzi, a cosa può servire &#8211; visto il contesto appena descritto &#8211; la letteratura infantile, gli albi illustrati?</p>
<p>A intrattenere, con una qualche storiella della buonanotte, quel baccello in fasce, prima che diventi uomo, prima che si evolva e inizi a inseguire la perfezione? Oppure, la butto lì, potrebbe servire a stimolare le domande giuste… A smuovere le coscienze, penso. E posso dirmi certa di questo, se la letteratura infantile, se l’albo illustrato è <em><a href="https://www.terre.it/prodotto/la-valle-dei-mulini/"><strong>La Valle dei mulini</strong></a></em> (pubblicato in italiano nel 2013 dall’editore Terre di Mezzo) , se la storia è quella scritta da <strong>Noelia Blanco</strong> e le illustrazioni sono quelle di <strong>Valeria Docampo.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90208 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini-272x300.jpg" alt="" width="298" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini-272x300.jpg 272w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini.jpg 600w" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" /></p>
<p>Siamo in un immaginario universo, un mondo meraviglioso, una valle dei mulini che il sapiente <strong>realismo magico</strong> della Docampo fissa in aperture dalle <strong>tinte calde e soffuse</strong>. Si tratta di <strong>pennellate materiche</strong>, di <strong>colori vibranti</strong> e anche di sogni.</p>
<p>Ma c’è dell’altro: “<em>Nella Valle dei Mulini vivevano uomini, donne e ragazzi simili a tutti gli altri”. </em>Fin qui niente di strano, potremmo dire. Eppure, appena un rigo dopo, la storia &#8211; quella che dovrebbe essere una storia per bambini &#8211; apre al mondo distopico a cui accennavo sopra: <em>&#8220;Poi, un giorno, arrivarono le Macchine Perfette.”</em> Sì, le iniziali sono maiuscole.</p>
<p>Continuiamo a sfogliare l’albo: <em>“Grazie alle Macchine Perfette, tutto era perfetto. Bastava schiacciare un pulsante per vivere un momento perfetto, mangiare un dolce perfetto, avere un amico perfetto… E dunque, a quale scopo chiedere alle stelle cadenti di esaudire i desideri?”. </em>Attenzione, inizia la tragedia moderna, perché <em>“Fu così che gli abitanti della Valle dei Mulini smisero di sognare”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90210 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1-300x149.jpeg" alt="" width="481" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1-300x149.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1-1024x507.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1-768x380.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1-1536x761.jpeg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini_2-1.jpeg 1866w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></p>
<p><strong>Accade così, che l’uomo moderno si impantani nelle sue stesse creazioni, così è sopraggiunta la miopia, così rasentare la perfezione ci ha resi non Dei, ma inumani.</strong> Terribili. Per fortuna, però, ci sono albi come questo, albi che magari uno acquista per la bellezza delle illustrazioni e poi si ritrova ad avere tra le mani una storia attualissima, una storia che aiuta il bambino a non smarrirsi e l’adulto a ritrovarsi.</p>
<p>In effetti, vi ho raccontato soltanto una parte della storia; perché sapete, <strong>quando tutto inizia a diventare brutto, e freddo, e a insterilirsi, tanto più la luce rimasta inizia a brillare tra le ombre.</strong> Diremmo questo a un bambino, e io adesso mi rivolgo proprio al bambino nascosto in ciascuno dei nostri lettori. Ma non voglio utilizzare le mie parole, vi riporto quelle della<em> Blanco</em>: <em>“Eppure, qua e là, nel cuore della Valle dei Mulini sonnecchia ancora qualche sogno nascosto. Uno è quello di Anna, la sarta del paese.”</em></p>
<p>Anna è ancorata alla sua umanità, e non si vergogna di custodire dei sogni. Poi, una sera, &#8211; quando le Macchine Perfette sono a riposo &#8211; scorge in lontananza, là dove dormono i mulini, il profilo dell’Uomo-Uccello. Poverino, lui cerca di volare ma nel <em>nuovo mondo</em>, quello <em>perfetto</em>, non c’è più vento, né per lui né per far girare le pale dei mulini.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90211 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3-300x149.jpeg" alt="" width="508" height="252" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3-300x149.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3-1024x508.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3-768x381.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3-1536x762.jpeg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/la_valle_dei_mulini3.jpeg 1872w" sizes="(max-width: 508px) 100vw, 508px" /></p>
<p>Adesso la domanda è d’obbligo: A questo vogliamo arrivare? Non sarebbe giusto rivelarvi la storia come si conclude. Mi auguro però che possa, in qualche modo, incuriosirvi. Perché, sapete,<strong> la bella letteratura &#8211; specialmente quella infantile &#8211; non ha affatto le pretese di insegnarci qualcosa, ma è il frutto di uno sguardo vigile e profetico.</strong> Uno sguardo a cui potremmo, mi auguro, riabituarci.</p>
<p><strong><em>Alessia Iuliano</em></strong></p>
<p><em>*</em></p>
<p><strong>Valeria Docampo</strong> è un’illustratrice argentina, nata a Buenos Aires e laureata in Graphic design ed Arti visive. Insegna da alcuni anni all’università e si dedica all’illustrazione per bambini, lavorando per editori di cinque continenti. Disegna catturata dal desiderio di trasmettere la bellezza della natura e delle storie, utilizzando sia tecniche e metodi tradizionali che digitali e innovativi. Attualmente vive a Lione, da dove ogni giorno tenta di guardare il mondo con gli occhi della sua bambina.</p>
<p><strong>Noelia Blanco</strong>, autrice dei testi, è argentina ma vive a Lione. Ha trovato la sua chiave per decifrare il mondo nella musica tradizionale e nella letteratura per l’infanzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“La grande razzia”, il capolavoro dell’antica epica irlandese</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-grande-razzia-cu-chulainn-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 05:05:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Cú Chulainn]]></category>
		<category><![CDATA[epica]]></category>
		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“A capo del suo esercito, la regina del Connachta, Medb («Ebbrezza»), si scatena contro un territorio, l’Ulaid, difeso da un uomo solo, il giovane eroe Cú Chulainn: trasgressiva, sensuale, ingannatrice, implacabile la regina; forte, tormentato, leale, terrificante nelle sue metamorfosi l’eroe. Sullo sfondo, un conflitto insanabile, oscillante tra deflagrazione della violenza e ritualizzazione dei contrasti, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>A capo del suo esercito, la regina del Connachta, Medb («Ebbrezza»), si scatena contro un territorio, l’Ulaid, difeso da un uomo solo, il giovane eroe Cú Chulainn: trasgressiva, sensuale, ingannatrice, implacabile la regina; forte, tormentato, leale, terrificante nelle sue metamorfosi l’eroe. Sullo sfondo, un conflitto insanabile, oscillante tra deflagrazione della violenza e ritualizzazione dei contrasti, impulsi e vincoli, caos e regola. Alle vicende militari, punteggiate di duelli, patteggiamenti e stragi, si intrecciano storie di forti passioni, affetti, gelosie, seduzioni, rancori, intimi dissidi. Numerose le tracce di antichi miti pagani: la rivalità sempre rinnovata tra due esseri divini metamorfici che si incarnano infine in due tori portentosi, la maledizione che una dea della fecondità lancia contro i guerrieri dell’Ulaid rendendoli deboli come donne in travaglio, l’intervento di un dio solare per sconfiggere la crisi invernale delle forze vitali</em>”. <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845911927" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(La grande razzia [Táin Bó Cúailnge], risvolto di copertina, Adelphi, 1996)</a></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>Il <em>Táin Bó Cúailnge</em> è considerato il capolavoro dell’antica epica irlandese, messo in manoscritto fra l’VIII e l’XI secolo negli <em>scriptoria</em> monastici dell’isola e arrivato fino a noi in due antichi codici.</strong> La storia descrive la guerra tra le regioni dell’Ulster e del Connacht per il possesso di un toro, il Donn (“Bruno”) di Cúailnge. Si tratta di un animale fantastico, soprannaturale, intorno a cui si sviluppano una grande disputa e una battaglia mitologica. Tutto inizia quando la regina Medb e il consorte, Ailill di Connacht, una notte a letto, vantano i loro rispettivi beni. Sono pari in ogni cosa, tranne una: Ailill possiede un grande e portentoso toro dalle corna bianche, il Findbennach. Allora Medb si mette alla vana ricerca nelle sue terre di una creatura di uguale splendore; poi viene a sapere del grande Donn, di proprietà di Dáire mac Fiachna dell’Ulster, il quale è disposto a prestarlo alla regina in cambio delle sue grazie. Tuttavia, avendo udito gli uomini di Medb dire che si sarebbero presi il toro comunque, con o senza il consenso del proprietario, Dáire si rifiuta di consegnarlo e lo nasconde. La regina decide quindi di invadere l&#8217;Ulster e di prendere il Donn con la forza. Il Donn è così grande che cinquanta ragazzi possono salirgli in groppa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Tre guerrieri emergono fra gli eroi mitici dell’Ulster: Fergus mac Róich, Conall Cernach e – il più grande di tutti – Cú Chulainn.</strong> Fergus è il primo amante della regina Medb, ha la forza di settecento uomini, è alto come un gigante e in un pasto può mangiare sette maiali, sette cervi, sette vitelli e bere sette tinozze di vino. Possiede una spada magica come un arcobaleno. Fergus appartiene alla corte di re Conchobar dell’Ulaid (Ulster) ed è padre adottivo del giovane Cú Chulainn, ma un particolare incidente causa la defezione sua e di altri eroi e il suo passaggio alla corte di Medb: si tratta della fuga degli innamorati Deirdre e Naoise e del tradimento di Conchobar. Conall Cernach è il figlio di Amhairgin, il poeta, e di Fionnchaomh, la figlia del druido Cathbadh. È il guardiano dei confini d’Irlanda e come Fergus è un padre adottivo e tutore di Cú Chulainn (“Cane di Culann”), che ha preso questo nome dopo aver ucciso involontariamente il segugio di Culann, il fabbro, ed essersi così impegnato a fare la guardia lui alla fucina al posto del cane. I due puledri nati nello stesso momento di Cú Chulainn diventano i cavalli del suo carro, il Grigio di Macha e il Nero di Saingliu. L’auriga di Cú Chulainn ha anche il potere di rendere invisibile il suo carro. Fin dall’infanzia Cú Chulainn rivela doti sovrumane, arriva alla corte di Conchobar dopo aver sbaragliato centocinquanta giovani del re. Allevato da Scáthach, profetessa e maestra di arte militare, va in guerra con armi e armature magiche fra cui il Gae Bolga, una lancia che infligge solo ferite mortali, e un elmo donatogli dal dio del mare Manann. Campione della sua terra, Cú Chulainn è l’unico fra gli uomini dell’Ulaid esente dalla maledizione di Macha, una fiacchezza che li colpisce inesorabilmente nei momenti in cui la loro terra è in pericolo. La maledizione risale a quando la dea Macha dall’aspetto equino, attraversata la soglia che separa il divino dall’umano, entra nella vita del vedovo Crunniuc mac Agnomain, diventandone amante e governante. Ella ha il dono della velocità dei piedi: benché avanti con la gravidanza, un giorno lo accompagna a una festa e viene coinvolta in una gara di corsa con il carro del re tirato da cavalli invincibili. Naturalmente vince, ma nello sforzo perde la vita, mettendo al mondo negli ultimi spasimi due gemelli. Per questo punisce gli abitanti dell’Ulaid con la maledizione che li renderà impotenti, con dolori simili alle doglie del parto, ogni volta che la loro terra si troverà in pericolo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90683 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/cover__id655_w600_t1326146865.jpg-187x300.jpg" alt="" width="322" height="517" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cover__id655_w600_t1326146865.jpg-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/cover__id655_w600_t1326146865.jpg.jpg 600w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /></p>
<p>*</p>
<p>Tarda età del ferro, prima dell’era cristiana. Quattro sono le province di Ériu: il Connachta (“discendenti di Conn”), l’Ulaid (Ulster), il Laigin (Leinster) e il Mumu (Munster).</p>
<p>Il re del Connachta Ailill e la regina Medb radunano un grande esercito, inviando messaggeri ai sette figli di Mágach, ciascuno con la sua schiera di tremila uomini, e a Cormac Cond Longas – esule dell’Ulaid e figlio del re Conchobar –, ospite del Connachta coi suoi trecento armati. Mentre marciano verso Crúachain, gli uomini di Cormac si distinguono in compagnie per le tuniche indossate: multicolori, grigio scuro, bianche col bordo rosso, per i mantelli a cappuccio, e per le lance a punta larga o a cinque tagli, e gli scudi oblunghi o ricurvi col bordo dentellato. Ma quando tutti sono pronti, i druidi non li lasciano ancora mettere in marcia: i segni propizi non compaiono per quindici giorni. La regina Medb sa di attrarre maledizioni, essendo stata lei a ordinare la partenza per la guerra, e quando si trova di fronte la giovane donna coi capelli biondi a trecce e il mantello multicolore sulla tunica bordata di rosso, le chiede subito qual è il destino dell’esercito. Ma non vuol credere a ciò che sente: nella visione profetica l’esercito appare scarlatto, rosso di sangue. Dice Feidelm la veggente:</p>
<p>Vedo un uomo biondo che compirà gesta eroiche,<br />
con molte ferite nelle carni.<br />
L’alone dell’eroe è sul suo capo,<br />
la fronte incontro di ogni virtù.<br />
In ogni occhio sono sette le iridi dell’eroe,<br />
brillanti come pietre preziose.<br />
Sguainate le punte delle sue armi.<br />
Rosso il mantello che indossa, trattenuto da fibbie.<br />
Come un drago appare in battaglia,<br />
come quello di Cú Chulainn di Muirthemne<br />
è il suo valore.<br />
Non conosco chi sia questo Cú,<br />
Cú Chulainn dalla grande fama,<br />
ma questo so: che a causa sua<br />
l’esercitò sarà scarlatto.<br />
Vedo nella piana un uomo alto<br />
Che porta strage tra le schiere.<br />
In ogni mano ha quattro corte spade<br />
Destinate a imprese gloriose.<br />
Attacca con il <em>gae bolga<br />
</em>e con lancia e spada dall’elsa d’avorio:<br />
le usa contro l’esercito intero.<br />
Ogni arma ha il suo bersaglio.<br />
Quest’uomo dal mantello rosso<br />
posa il piede in ogni campo di battaglia.<br />
Attacca gli uomini da sopra la ruota sinistra del carro, li uccide.</p>
<p>*</p>
<p>Muirthemne, la pianura che si affaccia sul mare al confine fra Ulaid e Laigin, è affidata alla protezione di Cú Chulainn. E l’esercito deve attraversare il Muirthemne per raggiungere il Cúailnge e razziare il bestiame di Conchobar re dell’Ulaid, approfittando della strana prostrazione che periodicamente lo affligge insieme alla sua corte di guerrieri: l’incantesimo, come una ricorrenza stagionale che li mette fuori combattimento. Cú Chulainn ha diciassette anni, una forza potenziale che supera l’immaginazione, e possiede il <em>gae bolga</em>, giavellotto appartenuto a un dio, con la cima che si apre in molte punte quando penetra in un corpo.</p>
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<p>*</p>
<p><strong>Il lunedì che segue la festa autunnale di Samain l’esercito si mette in marcia, per attraversare le terre che lo separano dal Cúailnge, il luogo dove catturare il portentoso toro bruno Donn Cúailnge, appartenente al ricco mandriano Dáire. </strong>Fissato l’accampamento, nella tenda di re Ailill vengono portati letti e coperte. Di fianco a lui, l’esule dell’Ulaid Fergus mac Róich, Cormac Cond Longas, figlio ribelle di Conchobar, e Conall Cernach, con accanto Fiacha mac Fir Febe, figlio della figlia di Conchobar; all’altro fianco la consorte Medb con la loro figlia Findabair, e Flidais. La regina Medb e Fergus mac Róich sono amanti: a lui, con gli esuli dell’Ulaid spetta il ruolo primario fra gli alleati.</p>
<p>Dopo aver ispezionato l’esercito, senza esitazioni Medb dice ad Ailill che è inutile proseguire la spedizione se ci sono gli uomini della divisione dei Gailióin: «Sono splendidi guerrieri. Ma mentre gli altri ancora costruivano i ripari, i Gailióin avevano già messo i tetti e cotto il cibo; e quando gli altri mangiavano, loro avevano finito e già ascoltavano suonare gli arpisti. Non possono restare, sarebbero loro a prendersi il merito della vittoria».</p>
<p>«Ma combattono con noi» obietta Ailill.</p>
<p>«Con noi non verranno» ribatte Medb.</p>
<p>«Si fermino qui, allora.»</p>
<p>«No, qui non si fermeranno, altrimenti al nostro ritorno ci soverchierebbero e conquisterebbero la nostra terra».</p>
<p>«Che fare, allora?»</p>
<p>«Uccidiamoli».</p>
<p>«No», la ferma Fergus, «sono alleati nostri. Qui ci sono sette re del Mumu alleati di noi Ulaid, e con ogni re una divisione. Con quelle sette divisioni e la mia e quella dei Gailióin ti darei battaglia qui in mezzo all’accampamento. Dunque, è meglio frammentare e distribuire la loro divisione fra l’intero esercito».</p>
<p>«Può andare», acconsente Medb. «Purché non rimangano nella loro formazione di battaglia».</p>
<p>L’indomani, nelle brughiere di Móin Choltna, i guerrieri incontrano otto ventine di cervi selvatici e li circondano: ogni guerriero dei Gailióin ne cattura uno e il resto dell’esercito appena cinque. È allora che Dubthach Dóel Ulad ha la visione a cui segue una notte di incubi per l’intero esercito:</p>
<p>Vi attende una terribile contesa<br />
per Findbenn, il toro della moglie di Ailill.<br />
Verrà un uomo, campione di eserciti,<br />
per riprendersi le mandrie di Muirthemne.<br />
Il fiume Cronn si leverà vigile, impedirà l’avanzata,<br />
finché l’opera dei guerrieri sarà compiuta<br />
nel monte a nord dell’Ochaine.<br />
A suo tempo ci sarà battaglia<br />
con Medb e un terzo dell’armata.<br />
Cadaveri saranno ovunque<br />
se verrà colui che si deforma.</p>
<p>*</p>
<p>Findbenn Aí, il formidabile toro dalle bianche corna che apparteneva alla regina Medb, considerando indegno appartenere a una donna, aveva deciso di passare alle mandrie di Ailill. Per questo Medb, non avendo un altro animale portentoso e non volendo restare inferiore al re, ha organizzato la spedizione militare per catturare il toro Donn del Cúailnge, l’animale bruno ancor più celebre e potente.</p>
<p>Ma mentre l’esercito attraversa rivi e torbiere, l’esule Fergus, per rispetto verso la sua gente, manda ad avvertire gli Ulaid, che sono prostrati e incapaci di combattere, tranne Cú Chulainn e suo padre Súaltaim. E fa un’ampia deviazione a sud per consentir loro di organizzarsi.</p>
<p><strong>Quando giunge l’avvertimento di Fergus, Cú Chulain e il padre vanno in osservazione a Iraird Cuillenn. «Ho il presentimento che l’esercito arriverà stanotte», dice Cú Chulainn. </strong>Poi fa un cerchio incurvando un alberello, vi incide un’iscrizione in <em>ogham</em> e lo lancia sulla cima di una pietra eretta. Sono i quattro figli di Iraird mac Anchinne, che coi loro carri precedono sempre le schiere, a trovare il cerchio gettato da Cú Chulainn. “Nessuno passi oltre, fin quando ci sarà un uomo, a eccezione di Fergus, che lanci con una sola mano un cerchio di un solo ramo” dice l’iscrizione. «Lo ha lanciato un eroe, con una mano sola» commenta un druida, «e se l’esercito del re non ne tiene conto viola l’impegno d’onore».</p>
<p>*</p>
<p>Dopo essersi assentato, Cú Chulainn si mette sulle tracce dell’esercito e giunge al guado di Áth nGrencha. Con un colpo taglia un tronco forcuto, lo brandisce e lo conficca in mezzo al fiume, perché un carro non possa attraversarlo. E appena sopraggiungono in avanscoperta i figli di Iraird, Cú Chulainn mozza loro le teste e le infigge sulle quattro punte del tronco. I cavalli ritornano con le bardature insanguinate, così un gruppo si distacca dall’esercito per raggiungere il guado: là vedono le tracce di un carro e il tronco forcuto, con le quattro teste e un’iscrizione in <em>ogham</em>: “Un uomo solo con una sola mano ha scagliato questo tronco forcuto: non dovrete oltrepassarlo finché uno, a eccezione di Fergus, avrà fatto con una sola mano lo stesso lancio”.</p>
<p>«Fergus, liberaci da quest’ostacolo», chiede Medb.</p>
<p>«Datemi un carro, voglio vedere se alla base il tronco ha un taglio solo» dice Fergus, ma prima di riuscire a estrarlo spacca quattordici carri. E vede che alla base il tronco ha un taglio netto. Dunque, viene il momento in cui Ailill vuol sapere chi è Cú Chulainn. «Nel sesto anno è andato ad apprendere i prodigi da Scáthach, la maga guerriera», dice Fergus, «e nel settimo anno ha indossato le armi. Ora è nel diciassettesimo anno». Non esiste avversario più forte, spiega, migliore baluardo in battaglia, maggiore difesa nel combattimento, peggiore rovina per le schiere, con le punte di lancia più appuntite, taglienti, veloci. «Nessuno gli è pari in abbigliamento, eloquenza, coraggio, temibilità, splendore, voce e aspetto; in valore, durezza, destrezza con le armi e capacità di abbattere; in furia e furore, in violenza e flagelli, in velocità, temerità e aggressività, in inseguimenti e precisione della mira».</p>
<p>«Ma ha un corpo solo» dice Medb. «È vulnerabile, non può evitare di essere catturato».</p>
<p>Nel frattempo, si consuma il saccheggio del Cúailnge. Quando tutti arrivano col loro bottino, Medb ordina che gli eserciti si dividano: «Non si può portare il bestiame in una sola direzione. Ailill vada con una parte attraverso Slige Midlúachra, io e Fergus andremo attraverso Bernas Bó nUlad, il Passo delle Mandrie dell’Ulaid».</p>
<p>Al momento di partire, Ailill ordina a Cuillius, il guidatore del suo carro: «Oggi tieni d’occhio Medb e Fergus, non so cosa li renda così intimi». Dunque, Cuillius li raggiunge quando sono a Cluichre. Li vede giacere insieme, si avvicina e estrae dal fodero la spada di Fergus, da portare come prova. Quando gli viene consegnata, Ailill dice: «Medb sta facendo la cosa giusta, per dare aiuto alla razzia. Conserva bene la spada sotto il sedile del carro, avvolta nel lino».</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90686 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/Cuinbattle-208x300.jpg" alt="" width="372" height="537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Cuinbattle-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Cuinbattle-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Cuinbattle-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Cuinbattle.jpg 994w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /></p>
<p>*</p>
<p><strong>Tutte le schiere, infine, si ritrovano nella pianura. E Cú Chulainn va loro incontro al guado del fiume Cronn. Quando Maine, figlio di Ailill e Medb, arriva avanti a tutti, nel guado Cú Chulainn lo uccide con altri trentadue guerrieri, mentre trenta cavalieri vengono travolti dal fiume. </strong>Allora Lugaid, un re del Mumu che ha legami di sangue con gli Ulaid, va da Cú Chulainn con trenta uomini a cavallo, a parlamentare. «Chiedo che ai miei uomini tu conceda una tregua».</p>
<p>«Allora che portino un segno di riconoscimento», replica Cú Chulainn, «dillo al mio amico Fergus e ai suoi uomini, e anche i medici portino quel segno, e mi mandino cibo ogni sera».</p>
<p>«Non sarà così», è la risposta di Fergus al messaggio, «a meno che sia io stesso a chiederglielo. Ora vai a domandargli se Ailill e la sua divisione di tremila uomini possono unirsi alla mia: portagli un bue, una coscia di maiale e un barile di vino».</p>
<p>A questa offerta Cú Chulainn acconsente, le due compagnie si riuniscono e rimangono per tutta la notte. Ma Cú Chulainn uccide trenta guerrieri con le pietre della sua fionda, e al guado di Áth Durn ne ammazza altri trenta. Anche Cuillius, il guidatore di Ailill, quando è al guado per lavare le ruote del carro viene ucciso con una pietra. La schiera continua ad avanzare, e a Druim Féne lui li attacca con la fionda uccidendo cento uomini per ciascuna delle tre notti.</p>
<p>*</p>
<p>«L’esercito non può andare avanti per molto se continua così» s’infuria Ailill: «Patteggiamo, offriamogli una terra nella piana di Mag nAí equivalente a Mag Muirthemne e il miglior carro che ci sia, e l’equipaggiamento di dodici uomini, oppure questa pianura dov’è stato allevato, e tre volte sette schiave; tutto quel che è stato distrutto tra la sua gente e il suo bestiame gli verrà reso o risarcito. Andate in missione». Mac Roth, messaggero di Ailill e Medb, se ne incarica: tre volte va e torna, senza risultati. La quarta volta ci pensa Fergus, che è ancora privo della sua spada; lo segue Etarcomol, figlio di Ed e Leithrinn e figlio adottivo di Ailill e Medb, ma contro il suo parere: «Non voglio tu venga con me, sei troppo orgoglioso e sfrontato, e il tuo avversario troppo forte, fiero e feroce».</p>
<p>Li avvista Láeg, il guidatore di Cú Chulainn: «Nel primo carro c’è un uomo grande e bruno, capelli folti e scuri, un mantello porpora con una spilla d’oro e una tunica a cappuccio col bordo ricamato di rosso. Ha uno scudo ricurvo col bordo cesellato e una lancia con anelli da cima a fondo, alla coscia una spada lunga come il timone di una barca».</p>
<p>«In quel fodero c’è solo una spada di legno» dice Cú Chulainn, che è al corrente di tutto.</p>
<p>Fergus lascia il suo messaggio e riparte, ma Etarcomol resta indietro e si mette guardare fisso Cú. «Non vedo ragione di aver paura a guardarti» lo provoca, «sei solo un bel ragazzo abile con le armi di legno».</p>
<p>«Attento a prenderti gioco di me, se non ti uccido è per Fergus», lo avverte Cú Chulainn. «Se non fossi sotto la sua protezione avrei già mandato indietro i tuoi lombi squarciati e il resto di te attaccato al carro».</p>
<p>«Non minacciarmi. Quanto all’accordo che hai ottenuto, di combattere contro un solo uomo alla volta, domani sarò io il primo degli uomini di Ériu a sfidarti».</p>
<p>Etarcomol riparte, ma poi ordina al guidatore di tornare indietro: «Ho detto che avrei affrontato Cú Chulainn, ma non riesco ad aspettare domani». Cú cerca di evitare lo scontro, lo frena, lo manda all’aria colpendo il terreno coi piedi, poi gli taglia i capelli con un colpo di spada come rasoio, ma non riesce a fermarlo, finché è costretto a tagliarlo in due con un fendente dalla cima della testa fino all’ombelico.</p>
<p>*</p>
<p><strong>«Non ci sarà nessuno disposto ad affrontare Cú Chulainn», teme Medb. Propone una tregua, che viene concessa. E si rivolge a Nad Crantail il guerriero, che per accettare la sfida chiede gli venga data Findabair, la figlia di Medb.</strong> La regina accetta, e Nad Crantail parte per il duello, che si svolge a più riprese, e lo vede trafitto dalla lancia di Cú Chulainn dalla testa fino ai piedi. Con la lancia ancora nel corpo, Nad Crantail chiede di rientrare all’accampamento per parlare coi suoi ventiquattro figli, e poi ritorna per un ultimo assalto con la spada, sapendo di finire decapitato e squartato.</p>
<p>Le condizioni poste da Cú Chulainn, la restituzione delle donne, delle ragazze e di metà del bestiame, sono gravose, e gravoso è sostentare col proprio cibo chi continua a ucciderli. Per una settimana e oltre, ogni giorno un guerriero perde la vita per mano di Cú Chulainn. Così, viene infranto anche l’impegno d’onore che lui aveva chiesto: vanno ad attaccarlo venti uomini insieme, e sono sterminati.</p>
<p>Ailill decide di fargli una proposta: avrà Findabair, a patto che si tenga lontano dall’esercito. Manda alcuni emissari, finché Cú Chulainn mostra di accettare. Ma poi decide per l’inganno: «Ci vada il buffone travestito da me. La ragazza gli stia al fianco e sia lui a promettergliela in sposa, poi si allontanino in fretta». Quando i due gli si presentano, Cú Chulainn fionda una pietra nella testa del buffone portandogli via il cervello e gli scaglia addosso una pietra eretta, poi taglia le trecce a Findabair. Da allora non ci sarà più tregua, fino al grande massacro di Mag Muirthemne.</p>
<p>*</p>
<p>Quando le quattro province di Ériu si accampano nella piana di Mag Muirthemne, viene mandata verso sud una parte delle mandrie e del bottino. Cú Chulainn assiste appostato sulla collina di Lergae: al tramonto, il suo guidatore Láeg ma Ríangbra accende per lui un fuoco. Da lontano osserva il baluginare delle armi e il grande numero di avversari, e viene preso dalla furia definitiva. Afferra lo scudo, le due lance, la spada, le brandisce e le scuote, lanciando dal fondo della gola l’urlo dell’eroe, tanto terrificante da suscitare la risposta dei folletti e degli spettri della valle, dei demoni dell’aria. La terribile Némain<sup>1</sup> assale l’esercito, e nel clangore delle lance gli uomini delle quattro province si gettano nella frenesia del terrore, e cento uomini muoiono di spavento.</p>
<p>Láeg è là quando vede un uomo arrivare da nordest attraverso l’accampamento degli Érainn. «Un uomo, solo, si sta avvicinando a noi, piccolo Cú».</p>
<p>«Ce tipo di uomo è?»</p>
<p>«Bello e grande, con folti capelli biondi e ricci; è avvolto in un mantello con una spilla di argento bianco sul petto; sulla pelle chiara porta una tunica di seta regale che gli scende al ginocchio, con il bordo ricamato d’oro rosso; regge uno scudo nero con un massiccio umbone di bronzo bianco; nella mano ha una lancia a cinque punte e insieme un giavellotto a due punte. Nessuno lo avvicina e lui non si avvicina ad alcuno, come se nessuno lo potesse vedere».</p>
<p>«È così, mio giovane amico» disse Cú Chulainn. «È uno di quegli amici che vengono dal <em>síd</em><sup>2</sup> a consolarmi perché sanno in che grande pena mi trovi, da solo contro le quattro province di Ériu alla razzia di Cúailnge».</p>
<p>Quando quel guerriero raggiunse Cú Chulainn, gli parlò e lo consolò.</p>
<p>«Sei stato un vero uomo, Cú Chulainn» gli disse.</p>
<p>«Questo non è molto».</p>
<p>«Ti aiuterò».</p>
<p>«Chi sei?»</p>
<p>«Sono tuo padre, sono Lug mac Ethlend, del <em>síd</em>».</p>
<p>«Le mie ferite sono gravi: è tempo che vengano curate».</p>
<p>«Dormi un poco, Cú Chulainn» disse il guerriero. «Per tre giorni e tre notti al <em>síd</em> di Lerga avrai un sonno profondo: durante questo tempo fronteggerò io l’esercito». Poi gli cantò un canto grave che lo cullò nel sonno finché vide che ogni ferita era completamente rimarginata.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90684 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/Boyscuchulaincover-202x300.jpg" alt="" width="368" height="547" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Boyscuchulaincover-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/Boyscuchulaincover.jpg 400w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></p>
<p>*</p>
<p><strong>Durante i tre giorni e tre notti trascorsi nel sonno profondo, a guarire fratture, ferite, lacerazioni e piaghe, «tre volte cinquanta tra i figli dei re dell’Ulaid sono scesi da Emain Macha e hanno dato tre volte battaglia all’esercito» dice Lug, «e tre volte il loro numero sono stati quanti caddero per mano loro». Ma anch’essi, alla fine, sono rimasti uccisi. Così, Cú Chulainn si prepara per il grande massacro.</strong> Fa aggiogare il carro falcato e indossa l’equipaggiamento da battaglia, la tunica, il mantello nero, l’elmo crestato, squadrato, multicolore, e prende i finimenti dei cavalli, il pungolo, i morsi, sistema sui cavalli l’armatura di ferro lavorato, con ogni ruota del carro fitta di punte taglienti, picche, arpioni, e ogni parte del carro pronta a lacerare tutto quel che incontra. Poi lancia un incantesimo a protezione dei cavalli e del compagno auriga Láeg, che nessuno possa vederli ma tutti siano loro visibili, per poter saltare, fendere, mantenere la direzione. Tutte le camicie di pelle tirate con lacci e corde, il cinto di cuoio da battaglia che respinge le lance, i giavellotti, i dardi, le frecce, le punte, come se urtassero contro la pietra, e il grembiale di protezione di cuoio bruno e la cintura da combattimento. Prende le armi, otto piccole spade e la spada con l’elsa d’avorio, otto piccole lance e la lancia a cinque punte, gli otto piccoli giavellotti e il giavellotto dall’impugnatura d’avorio, gli otto piccoli dardi, gli otto scudi e lo scudo ricurvo rosso nel cui umbone può stare un cinghiale, col bordo tanto affilato da poter tagliare un capello. A quel punto inizia la deformazione: tutte le sue membra iniziano a fremere come un pezzo di legno in un torrente, i piedi, le tibie, le ginocchia si rivoltano all’indietro, i talloni, i polpacci, le cosce si rivoltano in avanti, la faccia diventa una rossa cavità, un occhio viene risucchiato nella testa e l’altro schizza fuori, la bocca si contorce, le guance si ritraggono fino a mostrare le viscere, i polmoni e il fegato gli ballano in gola. I capelli si aggrovigliano come rami di rovi rossi, dalla fronte emana l’alone luminoso dell’eroe, e il fiotto scuro di sangue che gli sgorga dritto dalla testa si dissolve in un vapore magico. Così urlante balza sul carro che corre come una rondine, tirato dai cavalli dal petto forte furiosi come il fulmine, e assale i nemici in cerchi concentrici, con le ruote che mordono il terreno buttando terra ghiaia e sassi a mucchi, gli uomini delle quattro province di Ériu chiusi nel cerchio di battaglia e tranciati in pianta di piede contro pianta di piede, collo senza testa contro collo senza testa. Tre volte fa il giro, e tre volte lo inverte allo stesso modo: il “Sestuplice massacro”, uno dei tre massacri della Razzia in cui non si riescono nemmeno a contare le vittime.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Cú Chulainn, figlio di Súaltaim, suo padre terreno, è bello, ha tre tipi di capelli: scuri alla radice, rossi nel mezzo, biondi intorno, come una corona d’oro. </strong>Sono acconciati con tre crocchie sull’incavo del collo e ogni capello gli ricade sulle spalle in lunghi boccoli.</p>
<p><em>(note)</em> 1. Spirito femminile che incarna la furia guerresca; 2. Mondo parallelo, di carattere divino, tipicamente celtico.</p>
<p>*</p>
<p><em>La saga di Cú Chulainn è lunga e complessa. Il </em>Táin Bó Cúailnge<em> ne costituisce l’ossatura, che in questo racconto sintetico abbiamo cercato di rievocare, naturalmente tralasciando molti episodi e aspetti particolari che assumono ridondanze, ripetizioni, elenchi di scontri, di nomi e di luoghi. Dalle narrazioni orali più antiche si sono sviluppate le rielaborazioni scritte dell’Ottavo e del Nono secolo.</em></p>
<p><em>Nella spedizione militare della regina Medb emerge la sua volontà di non essere inferiore al marito Ailill: questo, capovolgendo i ruoli canonici della subordinazione femminile, la rappresenta come la regina ambiziosa che si accoppia con diversi principi. Prima del re del Connachta, Medb aveva sposato il re dell’Ulaid, Conchobar, e in seguito si unisce a Fergus. Quest’ultimo, l’esule dell’Ulaid, è un uomo combattuto, restìo ad aggredire la sua gente a tradimento: anche qui si vede la natura tormentata, il germe di quella letteratura della contraddizione, del travaglio, della ribellione che è alla radice della modernità.</em></p>
<p><strong><em>Paolo Ferrucci</em></strong></p>
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		<title>Il Selvaggio e la fanciulla disinvolta. Un racconto di Colette</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2022 05:05:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Colette]]></category>
		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Tonussi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, verso il 1853, la tolse alla sua famiglia, che comprendeva solo due fratelli, giornalisti francesi sposati in Belgio, e ai suoi amici, pittori, musicisti e poeti, tutta una giovane bohème di artisti francesi e belgi, aveva solo diciott’anni. <strong>Una fanciulla bionda, non particolarmente bella o affascinante, dalla bocca grande e dal mento affilato, gli occhi grigi e lieti, che portava sulla nuca uno chignon basso di capelli volanti, che scivolavano dalle forcine; una fanciulla libera, abituata a vivere onestamente</strong> con dei ragazzi, fratelli e compagni. Una fanciulla senza dote, senza abiti o gioielli, il cui busto sottile si piegava con grazia sopra la gonna aperta; una ragazza dalla figura normale e dalle spalle rotonde, piccola e robusta.</p>
<p><strong>Il Selvaggio la vide, un giorno, quando dal Belgio era venuta in Francia a passare qualche settimana d’estate dalla sua balia contadina, mentre lui visitava a cavallo le terre confinanti. Abituato alle sue serve presto conquistate e lasciate, sognò questa fanciulla disinvolta, che l’aveva guardato senza abbassare gli occhi</strong> e senza sorridergli. La barba nera del passante, il suo cavallo rosso come una ciliegia, il suo pallore da vampiro elegante non dispiacquero alla fanciulla, ma lo dimenticò nel momento stesso in cui lui prendeva informazioni su di lei. Lui apprese il suo nome e che la chiamavano “Sido”, abbreviazione di Sidonie.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90690 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1-300x300.png" alt="" width="438" height="438" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1-300x300.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1-1024x1024.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1-150x150.png 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1-768x768.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/11-Colette-1.png 1200w" sizes="(max-width: 438px) 100vw, 438px" /></p>
<p><strong>Partigiano delle forme come molti “selvaggi”, mosse notaio e parenti, e in Belgio si venne a sapere che questo figlio di gentiluomini vetrai possedeva fattorie, boschi, una bella casa con portico e giardino, denaro contante… Spaventata, muta, Sido ascoltava, arrotolandosi tra le dita i boccoli biondi.</strong> Ma una fanciulla senza fortuna e senza mestiere, che vive a spese dei fratelli, non può che tacere, accettare la sua fortuna e ringraziare Dio. Lasciò dunque la calda casa in Belgio, la cucina nel seminterrato che sapeva di gas, di pane caldo e di caffè; lasciò il piano, il violino, il grande Salvator Rosa avuto in eredità dal padre, il barattolo del tabacco e le belle pipe di terracotta dal lungo stelo, le griglie del carbon coke, i libri aperti e i giornali spiegati, per entrare, giovane sposa, nella casa con il portico accerchiato dal duro inverno dei paesi stranieri.</p>
<p>Vi trovò un imprevisto salone bianco e oro al piano terra, ma un primo piano appena intonacato, negletto come un solaio. Nella stalla due buoni cavalli e due mucche si rimpinzavano di foraggio e d’avena; in quella casa si facevano il burro e il formaggio, ma le camere, gelate, non parlavano né d’amore né di dolci sonni. L’argenteria, punzonata da una capra ritta sugli zoccoli posteriori, la cristalleria e il vino abbondavano. Alcune anziane tenebrose filavano a lume di candela in cucina, la sera, e stigliavano e dipanavano la canapa della proprietà, per rifornire i letti e l’ufficio di tela pesante, indistruttibile e fredda. Un aspro schiamazzo di cuoche aggressive si levava e si attenuava, a seconda che il padrone si avvicinasse o si allontanasse di casa; fate barbute gettavano, sulla novella sposa, la cattiva sorte con lo sguardo, e qualche bella lavandaia abbandonata dal padrone piangeva con veemenza, appoggiata alla fontana, in assenza del Selvaggio che era a caccia.</p>
<p><strong>Questo Selvaggio, quasi sempre uomo di buone maniere, trattò bene, per cominciare, la sua piccola civilizzata. Ma Sido, che cercava amici, una socievolezza innocente e allegra, in casa sua incontrò solo servitori, contadini sospettosi, guardiacaccia impiastricciati di vino e sangue di lepre, con addosso odore di lupo.</strong> Il Selvaggio parlava poco con loro, dall’alto. Di nobiltà trascurata, di quella conservava lo sdegno, la gentilezza, la brutalità, il gusto degli inferiori; il suo soprannome definiva soltanto l’uso di cavalcare da solo, di cacciare senza cani né compagni, di tacere. Sido amava la conversazione, la presa in giro, il movimento, la bontà dispotica e devota, la dolcezza. Abbellì di fiori la grande casa, fece imbiancare la cucina tetra, diresse di persona le ricette fiamminghe, impastò dolci all’uvetta e sperò in un primo figlio.</p>
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<p><strong>Il Selvaggio le sorrideva tra un’escursione e l’altra e ripartiva. Tornava alle sue vigne, ai suoi boschi spugnosi, si attardava nelle taverne di crocevia dove tutto è nero intorno a una lunga candela: travi, muri sporchi di fumo, pane di segala e vino in boccali di ferro…</strong> Dopo ricette golose, pazienza e cera per pavimenti, Sido, smagrita d’isolamento, pianse, e il Selvaggio si accorse delle tracce delle lacrime che lei negava. Comprese confusamente che si annoiava, che mancava un certo comfort, un certo lusso, ignoti a tutta la sua malinconia da Selvaggio. Ma quali?… Partì una mattina a cavallo, trottò fino al capoluogo – quaranta chilometri – e, percorsa la città, tornò la notte seguente, portando a casa, con una gran aria di fastosa goffaggine, due oggetti stupefacenti che potevano affascinare i desideri di una giovane sposa: un piccolo mortaio per macinare mandorle e impasti, in marmo lumachelle molto raro, e uno scialle di cachemire indiano.</p>
<p>Nel mortaio opaco, sbrecciato, io potrei ancora sbucciare le mandorle, mescolate allo zucchero e alla scorza di limone. Ma mi rimprovero di tagliare in cuscini e in borse lo scialle di cachemire dallo sfondo rosso. <strong>Perché mia madre, che era la Sido senza amore e senza biasimo del suo primo marito ipocondriaco, si prendeva cura di scialle e mortaio con mani sentimentali. “Vedi – mi diceva – me li ha portati quel Selvaggio che non sapeva far doni.</strong> Me li ha portati con gran fatica, legati sulla sua giumenta Mustafà. Mi stava davanti, le braccia cariche, fiero e goffo come un cagnolone che porti in bocca una pantofolina. E ho capito che, per lui, questi doni non avevano sostanza di mortaio o di scialle. Erano “dei doni”, oggetti rari e costosi che era andato a cercar lontano; il suo primo gesto disinteressato – e ahimè! l’ultimo  – per divertire e consolare una giovane moglie esiliata e piangente…”.</p>
<p><strong><em>Colette</em></strong></p>
<p><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/colette-la-casa-di-claudine/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>*Per gentile concessione si riproduce il capitolo “Il Selvaggio” dal libro di Colette “La casa di Claudine”, pubblicato da De Piante, finora inedito in Italia. La traduzione è di Paola Tonussi</em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/colette-il-selvaggio-de-piante/">Il Selvaggio e la fanciulla disinvolta. Un racconto di Colette</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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