12 Maggio 2022

“Ero felice di fare l’amore con lui...”. Arlene Heyman, Malamud & la scrittura come eros

Psichiatra, psicanalista, scrittrice dedita alla disciplina del pudore, Arlene Heyman esordisce nel 2015 con la raccolta di racconti Scary Old Sex. Un successo. Con arguzia, i testi sconfiggono una serie di tabù – ad esempio: il sesso tra anziani – compiendo – leggiamo nella quarta – “una violenta esplorazione nel caos e nella bellezza della vita”. Arlene Heyman compie, quest’anno, ottant’anni. Il romanzo stampato da Bloomsbury nel 2020, Artifact, recupera i temi consueti: si narra la storia di Lottie Kristin, dotata di spregiudicata intelligenza e possente sensualità, “poco più che ventenne, intrappolata in un matrimonio ingrigito, con una figlia che adora ma rischia di mettere a repentaglio il suo sogno di diventare scienziata”. Domanda capitale: “Come può farsi strada nel mondo una giovane donna, determinata dallo splendore di vivere?”. Nel 2018 Einaudi ha tradotto il primo libro della Heyman come Il buon vecchio sesso fa paura. Nella nota biografia si specifica che l’autrice “vive a New York con il secondo marito”. Il dato più sostanzioso, tuttavia, è che Arlene Heyman è stata l’allieva, la musa, l’amante di Bernard Malamud, tra i grandi scrittori americani del secolo scorso. Nato da russi immigrati negli States, Malamud esordisce al romanzo nel 1952 con Il migliore (da cui Barry Levinson, nel 1984, trae un film laccato, onirico, con Robert Redford). Cinque anni dopo, con la raccolta di racconti Il barile magico, ottiene il primo dei suoi National Book Award (battendo, per la cronaca, Lolita di Nabokov); l’altro lo vince con L’uomo di Kiev, nel 1967. La Heyman incontra Malamud al Bennington College, dove studia scrittura creativa: ha 19 anni, è bella, intelligente, e il nuovo insegnante, che di anni ne ha 47, di primo acchito non le piace. Malamud è sposato dal 1942 con Ann De Chiara, italoamericana, cattolica; intende la scrittura come una scelta monastica, assolta, totalizzante, è impeccabile, severo, ha carisma. Insomma, secondo lo schema più classico, il maestro e l’allieva talentuosa si innamorano; la storia dura un paio di anni, resteranno amici – e complici – per il resto della vita, finché Malamud non se ne va, nel 1986, per un colpo al cuore. Autentici classici, i libri di Malamud sono pubblicati, in Italia, da minimum fax, e raccolti in due ‘Meridiani’ Mondadori (2014; ’15) a cura di Paolo Simonetti. In una vasta intervista rilasciata a Dusty Sklar – autrice, tra l’altro, di Gods and Beats: The Nazis and the Occulte pubblicata da “Tablet”, The Ghost Writer’s Mistress, la Heyman ricorda la relazione con Malamud e il rapporto tra corpo e corpus, tra opera e eros.

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Perché ha scelto di seguire le lezioni di Bernard Malamud, come è capitato il vostro incontro?

Era il 1961, ero al secondo anno del Bennington College, avevo 19 anni: ho sentito che Bernard Malamud sarebbe venuto nel Vermont a insegnare scrittura creativa. Aveva ottenuto il National Book Award con The Magic Barrel, dunque era conosciuto e rispettato nel mondo letterario. A Bennington c’era, allo stesso tempo, un certo rispetto per il lavoro di Malamud e una analoga diffidenza verso i premi letterari. Credo fosse soltanto invidia. Certo, Malamud era uno scrittore di talento, ma… sarebbe stato anche un bravo insegnante? In realtà, alla fine del secondo anno, io e un amico abbiamo chiesto a Stanley Edgar Hyman di partecipare alle sue lezioni. Stanley Edgar Hyman era un peso massimo a Bennington, letteralmente, pesava più di cento chili… Era un noto critico, era il marito di Shirley Jackson, aveva la fama di avere diverse relazioni con gli studenti. Ad ogni modo, Hyman rifiutò entrambi, me e il mio amico. Mesi dopo si è scusato, ma io devo la mia amicizia decennale con Malamud a quel fortuito rifiuto.

Riesco a malapena a ricordare il primo giorno della sua lezione. Non era un bell’uomo, ma aveva, come dire, una personalità. Occhi castani, dolci, capelli scuri, l’indizio di una calvizie. Era alto un metro e mezzo, due metri, dieci? Pareva nervoso, si dimostrò sicuro di dominare la classe. Probabilmente, ha letto un racconto (non uno dei suoi, non era tanto narcisista). Forse ci ha concesso di fare delle osservazioni. Insieme ad altri studenti, gli avevo consegnato un manoscritto. Dopo la lezione, mi ha chiesto di fermarmi, dicendomi che il mio era lo scritto più notevole che avesse mai letto consegnatogli da uno studente (si intitolava The Priest, raccontava di un gesuita che viene sconfessato, finisce a New York, va a letto con una prostituta dal cui seno sgorgano gocce di latte benedetto). Ero euforica. Immaginavo una carriera da scrittrice. Ogni due settimane scrivevo con il cuore, per lui.

Poco prima della pausa natalizia, ‘Bern’ mi disse che gli sarebbe piaciuto incontrarmi a New York. Ho capito subito che intendeva qualcosa di più di un pranzo o di una cena. Voleva una relazione. Io ero elettrizzata. Non ero sessualmente ingenua, ma non avevo alcuna esperienza con un uomo più grande di me di 28 anni, nessuna con uno scrittore di fama. In realtà, non conoscevo nessuno scrittore famoso. Per me è stata un’avventura, totale. Non ricordo il primo appuntamento. Era l’ora di pranzo, l’ho fatto aspettare – a quei tempi, facevo aspettare tutti, ho continui problemi in fatto di puntualità –, siamo finiti in un hotel a fare l’amore. Ero estasiata: all’epoca aveva 46 o 47 anni, mi pareva che mi insegnasse sempre qualcosa, ero affamata del vasto mondo. Ero felice di fare l’amore con lui. Mi trovava bellissima, corpo, mente, e mi crogiolavo nelle sue ammirazioni. Il fatto che fosse sposato mi eccitava. Io non volevo sposare nessuno, ero del tutto infatuata, dentro un incanto. Lo ammiravo, desideravo con ardore la sua sapienza. Ho imparato la letteratura, la cosa che per me contava più di tutto, siamo andati nei musei, mi ha voluto molte volte a New York, mi ha scritto molte lettere, custodite presso l’Harry Ransom Center alla University of Texas, Austin.

Sa se Malamud aveva altre relazioni, con altre studentesse?

Non lo so, non ci ho mai pensato. Ero confusa, inebetita, innamorata. Lui aveva una moglie. E scriveva sempre. Lo sentivamo battere a macchina, nel suo ufficio. Non mi è mai passato per la mente che potesse essere coinvolto in altre avventure, mai ho dubitato del suo amore per me. Dopo che la parte sessuale della nostra relazione è finita, non ho mai pensato che avesse altre amanti. Non gliel’ho mai chiesto, durante i lunghi anni della nostra amicizia. Mi diceva che da quando aveva conosciuto la moglie, non aveva mai amato nessuno quanto me. Ha continuato a prendersi cura della moglie. Non era un uomo promiscuo.

Arlene Heyman, oggi

Ha mai incontrato la sua famiglia?

Certo. La moglie, Ann, a Bennington. Una volta le dissi, “Suo marito è un grande uomo”. Lei rispose, in modo quasi soave, “Chi? Il mio Bern?”. Non seppe della nostra relazione se non dopo molti anni che era finita. A cena, nel suo appartamento, a New York, ho incontrato i suoi figli. Con la figlia sono rimasta in contatto: mi ha chiesto il permesso di citare una delle mie lettere – Malamud le ha conservate tutte, e questo mi onora – per uno scritto sul padre. Ann è morta nel 2007, con me è sempre stata gentile, distante. Quando lavoravo al Jacobi Hospital, nel Bronx, in psichiatria, Bern mi ha telefonato. Ann era fuori città, il fratello era morto di infarto, doveva scrivere il discorso funebre, aveva dei dolori al petto. Stava facendo ginnastica. Ho parlato con i miei colleghi, gli ho detto di interrompere immediatamente la sua attività, di andare da un cardiologo, a Manhattan, gli abbiamo dato un nominativo. Bern è stato ricoverato quel pomeriggio per un attacco di cuore. Ann mi telefonò per ringraziarmi. Insieme al mio primo marito, Shepard Kantor, siamo usciti un paio di volte con Ann e Bern. Il giorno in cui Ann ha trovato Bern morto nel loro appartamento, per un infarto, dopo quel primo ricovero ospedaliero, mi ha telefonato per informarmi. A quel punto, sapeva della nostra relazione. Quando Philip Davis, autore della magnifica biografia Bernard Malamud. A Writer’s Life (Oxford University Press, 2007), ha chiesto di intervistarmi, mi sono consultata con Ann. Ero pronta a non rispondergli; Ann mi disse che era stata lei a dare il mio numero a Davis, e di dire tutto ciò che bisognava dire.

Non ha mai sperato che Malamud lasciasse la moglie per sposarsi con lei?

Di tanto in tanto parlavamo di convivenza, di matrimonio, di un figlio. Fantasie. Nessuno dei due ha fatto una mossa seria per realizzarle. Bern una volta mi ha detto che sposarsi con me avrebbe distrutto la sua vita da scrittore. Non gli ero fedele e non poteva aspettarsi che lo fossi: era sposato. Sinceramente, ripeto, non ho mai pensato di sposare nessuno. Non mi sono sposata fino a 37 anni.

La metteva a disagio la differenza di età?

Assolutamente. Mi divertiva. Bern era un padre, un maestro, un amante, un amico. Non ho mai desiderato che fosse più giovane; ho desiderato che vivesse più a lungo, piuttosto. Ha superato un ictus, ma è stato un colpo molto duro per lui. Ha lavorato diligentemente sulla terapia fisica, sulla scrittura, ma sentiva di non poter più attingere alla profondità creativa che pretendeva. Poi ha avuto un infarto, ed è morto, solo, in un appartamento. Ho pianto molto la sua morte. Ricordo che mio figlio, aveva sei anni, mi rimproverava, “Ami Bern più di quanto ami me”. La domanda “ti metteva a disagio la differenza di età?”, presuppone l’idea, convenzionale, che l’amore erotico possa accadere soltanto tra persone che abbiano grosso modo gli stessi anni, che i corpi più anziani non possano essere attraenti, che uno debba attendersi che la relazione si esaurisca nel matrimonio, altrimenti non è vero amore. Ovviamente, non sono d’accordo.

La sua relazione è durata un paio di anni, l’amicizia tutta la vita…

È così. Ci siamo scambiati lettere ogni settimana, fino alla sua morte, io e Malamud. Era affascinato dai miei studi psicoanalitici. Ho chiesto il suo permesso prima di iscrivermi a medicina. Sarei stata una scrittrice, non avevamo dubbi, ma prima dovevo ‘guadagnarmi da vivere’. Lo incontravo a New York, ma è venuto a farmi visita a Philadelphia, dove studiavo. In taxi l’autista lo riconobbe, “Lei è Bernard Malamud, non è vero?”. E lui: “Chi? Io? No, sono un commesso. Ma mi onora sapere che lei mi pensa uno scrittore”. Sebbene la nostra relazione sessuale fosse terminata da tempo, una elettricità illecita, la sensazione di compiere qualcosa di segreto, di infrangere un tabù, ci ha legati fino alla fine. Abbiamo passato insieme molti pomeriggi a New York: a Central Park mi insegnava i nomi degli alberi. Era profondamente interessato a tutto. Spesso mi telefonava per leggermi il paragrafo che aveva scritto quel giorno. E mi consegnava i manoscritti per correggerli. Una volta, in piedi, di fronte a me, ha strappato alcune pagine in cui avevo catalogato i punti deboli di certi suoi racconti. Tempo dopo, mi ha detto di aver raccolto quei pezzi, li aveva incollati, e seguito i miei consigli. Prendeva sul serio le mie critiche, forse troppo. Leggendo la biografia di Davis, ho scoperto che quando è morto Bern aveva sulla scrivania un articolo di Martha Wolfenstein che gli avevo inviato. S’intitola Loss, Rage and Repetition e parla dell’impatto, su un bambino, della perdita di un genitore durante la prima infanzia o l’adolescenza. La madre di Bern era morta – probabilmente suicida – quando lui era un adolescente. Mi aveva ringraziato con un biglietto, “Grazie per l’articolo: ho guardato in una stanza proibita. Ho visto troppo”.

E suo marito, sapeva della relazione con Malamud?

Le racconterò una storia divertente, che ho celato perfino a Philip David. Non ho mai parlato della mia relazione con Bern fino a quando non mi sono sposata (forse l’ho raccontata a mia sorella, non ne sono sicura, comunque, ora lei è morta). Quando mi sono sposata con il mio primo marito, Shepard, lui era al suo secondo matrimonio: abbiamo celebrato nel nostro appartamento, non voleva, tra gli invitati, nessuno con cui fossi andata a letto. Se non ti sposi prima dei 37 anni è plausibile che alcuni uomini con cui sei andata a letto siano diventati amici di entrambi. Ad ogni modo, non ho invitato nessuno con cui sono andata a letto. Ma Bern… Bern era importante quanto mio padre. Quindi, non ho rivelato a Shepard la mia relazione con Bern – dopo tutto, risaliva a 19 anni prima – e abbiamo invitato lui e la moglie. Bern mi ha scritto “sento di tradirti, senza separarmi da te”. Mesi dopo, a letto, Shepard stava leggendo Le vite di Dubin: il personaggio principale, un biografo sposato di mezza età, ha una relazione adultera con una donna molto sensuale, molto più giovane di lui, di nome Fanny. Voltandosi verso di me, Shepard ha detto, d’impulso, “Vorrei che fossi come Fanny”. Sorrisi. Leggendo, si è imbattuto in un dettaglio, un attributo che Bern consegna al personaggio – credo sia il dettaglio di Fanny che tiene un bicchiere di acqua ghiacciata sul comodino mentre fa l’amore –, che mi riguarda. Mio marito si è girato verso di me, “Ma sei tu Fanny!”. Era una semplificazione un po’ troppo impulsiva, ma sufficiente perché dovessi spiegargli tutto. La mia relazione era finita nel 1963, e nel 1979 dovevo giustificare la mia lunga, ricca, complicata amicizia con Bern. Al principio, credo che Shepard dubitasse del fatto che amassi Bern più di lui.

Cosa ha imparato da Malamud riguardo all’arte della scrittura?

Bern diceva che bisogna scrivere tutti i giorni, anche se per poco, rifinendo il testo a distanza. Era solito fare diverse versioni, revisionava all’infinito, finché il suo agente, letteralmente, non gli strappava il manoscritto di mano. “Penso che uno scrittore debba lavorare in estrema solitudine, altrimenti comincia a dipendere dalle idee degli altri. L’unico modo per rinforzare la schiena o un libro è fare esercizio”, diceva. Qualcosa di ciò che Bern mi ha insegnato traspare nel racconto In Love With Murray, raccolto in Scary Old Sex. In quella storia, una pittrice piuttosto giovane è innamorata di un artista più anziano e più celebre, che le dà alcuni consigli: li ho ricavati direttamente da alcune lettere di Bern. “So che non cerchi consigli, ma per dipingere devi creare un ritmo, e abitarlo. Se lavori non puoi smettere. Devi stare nel ritmo, ogni giorno, anche soltanto per poco. Se abbandoni il lavoro, dovrai irrompere di nuovo nello stesso ritmo. Un brutto momento, al principio, è inevitabile. Si tratta di una lotta, di una lotta folle, ma se perseveri, prima o poi la lotta diventa una danza”. La verità è che non sono mai stata disciplinata quanto Bern. Cosa ho imparato dalla vita, piuttosto? Difficile da riassumere. La dico così: Bern soffriva, ma si ribellava alla sofferenza. Anche io mi ribello al principio che la nostra vita sia sofferenza.

Quali erano gli scrittori prediletti da Malamud?

Anton Čechov. Leggeva La signora col cagnolino e gli occhi gli si riempivano di lacrime. Credo che Čechov fosse il suo scrittore prediletto. Amava la poesia di William Butler Yeats, e abbiamo litigato dopo aver letto le lettere dell’amore non corrisposto di Yeats per Maud Gonne. Stupidamente, ridimensionavo la poesia di Yeats a causa di quell’amore. Mi ha fatto leggere La resa dei conti di Saul Bellow e L’uomo invisibile di Ralph Ellison.

In sostanza, ha scelto di fare la scrittrice grazie all’influenza di Malamud…

No. Ho scelto di fare la scrittrice a sei anni. L’estate dopo essermi diplomata ho ricopiato brani interi di Delitto e castigo e di Angelo, guarda il passato. Incontrare Bern, va da sé, mi ha confermato che avrei potuto esserlo per davvero, una scrittrice. Eravamo entrambi ebrei, atei; la sua famiglia era molto povera, la mia apparteneva a una specie di ceto medio: mio padre vendeva abiti, mia madre insegnava alle elementari, io frequentavo Bennington grazie a una borsa di studio. La famiglia di Bern era meno istruita della mia, aveva meno soldi, la madre e il fratello erano afflitti dalla schizofrenia. In qualche modo, percepivo che se lui era riuscito a diventare scrittore, avrei potuto farlo anch’io. Mi ha sempre trattato da pari, come fossi al suo livello, e io, con l’arroganza della giovinezza, finii per crederci.

Quali sono i ricordi più preziosi che ha di lui?

Nelle librerie, mettevamo i suoi libri nella posizione di prestigio. Ricordo che restò sconvolto per una recensione negativa di John Leonard uscita sulla “New York Review of Books”. Non potevo crederci. “Tu sei uno scrittore straordinario, lui è un nessuno”, gli dissi. Era celebre, ma le recensioni negative lo ferivano: mi faceva dono della sua debolezza. Un giorno mi ha mostrato un racconto, accolto, forse, dal “New Yorker”: volevano che tagliasse alcune parole “sporche”. Gli ho detto di accontentarli, le parole non sono così importanti. Lui si è arrabbiato. Non l’avrebbe fatto. Mantenne la sua posizione – Bern sapeva essere irreprensibile e irreparabile – e il racconto fu pubblicato così com’era. Ogni volta che dubiti di te, mi ripeteva, ricordati di quanto ti amo.

Gruppo MAGOG