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	<title>Inediti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 10 Aug 2023 04:01:30 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Mio caro Zadig, sono un cagnolino proprio come te”: la lettera di Marcel Proust a un bassotto</title>
		<link>https://www.pangea.news/marcel-proust-lettera-cane-zadig/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2023 04:19:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[cane]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel Proust]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Reynaldo Hahn]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Peratoner]]></category>
		<category><![CDATA[Zadig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le lettere di Marcel Proust al compositore Reynaldo Hahn, curate da Philip Kolb per Gallimard nel 1956[1], dischiudono mondi di grande interesse sull’autore della Recherche. L’epistolario conta centosettantadue lettere che vanno dal 1894 al 1915, con un’interruzione dal 1897 al 1903, anche se la corrispondenza di Proust conferma la continuità dei suoi rapporti con Hahn [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marcel-proust-lettera-cane-zadig/">“Mio caro Zadig, sono un cagnolino proprio come te”: la lettera di Marcel Proust a un bassotto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le lettere di Marcel Proust al compositore Reynaldo Hahn<em>,</em> curate da Philip Kolb per Gallimard nel 1956<a id="_ftnref1"></a><a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>, dischiudono mondi di grande interesse sull’autore della <em>Recherche</em>.</p>



<p><strong>L’epistolario conta centosettantadue lettere che vanno dal 1894 al 1915</strong>, con un’interruzione dal 1897 al 1903, anche se la corrispondenza di Proust conferma la continuità dei suoi rapporti con Hahn in questo periodo – successivo alla rottura sentimentale – e fino alla sua morte, nel 1922.</p>



<p>Come piccole istantanee di vita, quelle lettere sono una testimonianza unica sulla compensazione dello spirito tra due artisti di genio, legati dapprima da un grande amore che poi divenne un’originale amicizia amorosa, una fratellanza nutrita da un’intesa umana fuori dal comune. È interessante, ma soprattutto commovente, vedere come Proust si ingegni a “provocare il sorriso” di Reynaldo, un&#8217;autentica attitudine esistenziale che sottace un grande senso di responsabilità ed altruismo (di solito, chi si adopera a generare gaudio ed ilarità negli altri è profondamente altruista).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_lettres-a-reynaldo-hahn_1956_edition-originale_tirage-de-tete_2_69778-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_lettres-a-reynaldo-hahn_1956_edition-originale_tirage-de-tete_2_69778-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_lettres-a-reynaldo-hahn_1956_edition-originale_tirage-de-tete_2_69778-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_lettres-a-reynaldo-hahn_1956_edition-originale_tirage-de-tete_2_69778-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_lettres-a-reynaldo-hahn_1956_edition-originale_tirage-de-tete_2_69778.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Leggendo le <em>Lettres à Reynaldo Hahn</em> dal 1904 in avanti, si è investiti da una sensazione di completezza e intimità: quella di chi si è “ritrovato” dopo aver rotto e vive nella continuità di una vecchia fiamma, avvolto da uno stato di confidenza, empatia e leggerezza.</p>



<p><strong>Non potendo leggere le risposte di Reynaldo, ci dobbiamo riferire alle sole lettere di Marcel. Emerge un tono burlesco, comico e satirico: un libro per bambini pare in certi punti. Proust disegnava tantissimo per divertire Reynaldo.</strong> E il linguaggio è particolarissimo, fatto di abbreviazioni, nomignoli, deformazioni lessicali: il c.d. <em>langsgage</em>, idioma bizzarro che Proust prende ad utilizzare come lessico familiare, intimo ed esclusivo, quasi infantile, tra lui e Reynaldo, non senza raccomandargli di non mostrare ad altri quelle “<em>bininulseries</em> che, ti assicuro, non potrebbero che renderci ridicoli persino verso i più benevolenti”.</p>



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<p>Per nostra fortuna, Reynaldo disattese quella raccomandazione, permettendoci di leggere oggi le lettere che Proust gli indirizzò, consapevole del loro eccezionale valore per comprendere la personalità e la vera indole dello scrittore. Quelle lettere ruotano attorno ad un’amicizia e ad una vita che a loro volta ruotano attorno ad un’opera – una cattedrale del tempo – e alle sue misteriose sorgenti creative.</p>



<p><strong>Come è noto, dopo un’estenuante vita mondana, nel luglio del 1910, Proust commissiona il celebre rivestimento di sughero delle pareti della sua stanza da letto al 102 di Boulevard Haussmann dove si reclude in una feroce solitudine.</strong> Un anno dopo, alla fine del 1911, indirizza una lettera singolare, commovente e sconvolgente al tempo stesso, in perfetto stile proustiano, al cane di Reynaldo Hahn<a id="_ftnref2"></a><a href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Mio caro Zadig<a id="_ftnref3"></a><a href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a></p>



<p>Ti voglio tanto bene perché hai molto [<em>beauscoup</em>] dispiacere [<em>chasgrin</em>] e amore per stessa persona che me; e non potevi trovare di meglio nel mondo intero. Ma non sono geloso che lui stia di più con te, perché è giusto e tu sei più infelice e più amorevole. Ecco come lo so, mio gentile cagnolino [<em>genstil chouen</em>]. Quando ero bambino ed ero triste per dover lasciare la Mamma, o per partire in viaggio, o per andare a letto, o per una ragazza che amavo, ero più infelice di oggi, prima di tutto perché come te non ero libero, come lo sono oggi, di distrarmi dal mio dolore e mi chiudevo in esso, ma anche perché ero prigioniero della mia testa dove non vi erano idee, ricordi di lettura, progetti in cui rifugiarmi. E così sei tu, Zadig, tu non hai mai fatto letture e non hai idee. E devi essere molto infelice quando sei triste. <strong>Ma sappi questo, mio buon piccolo Zadig, che quella specie di cagnolino [<em>chouen</em>] che io sono proprio come te, può dirti e dirti perché lui è stato uomo e tu no. Questa intelligenza ci serve solo a sostituire quelle impressioni che ci fanno amare e soffrire, con simili impressioni indebolite, che causano meno dolore e meno tenerezza. Nei rari momenti in cui recupero tutta la mia tenerezza, tutta la mia sofferenza, è perché non sento più secondo quelle false idee, ma secondo qualcosa che è simile in te e in me, mio piccolo cagnolino [<em>chouen</em>]. E questo mi sembra talmente superiore a tutto il resto che è solo quando torno ad essere un cane, un povero Zadig come te, che comincio a scrivere, e solo i libri scritti così sono quelli che amo.</strong> […] Caro Zadig, siamo entrambi vecchi e malati. Ma vorrei venirti a trovare spesso, affinché tu possa avvicinarmi al tuo padroncino invece di allontanarmene. Ti bacio con tutto il cuore e manderò al tuo amico Reynaldo il tuo piccolo riscatto.</p>



<p>Il tuo amico</p>



<p>BUNCHT”</p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Attraverso Zadig, tra le righe, Proust dice a Reynaldo che, piuttosto che un uomo, vorrebbe essere un cane e, come tale, amarlo senza i limiti degli esseri umani, allenati a sopire il loro più autentico sentire, concentrati sulla sopravvivenza, attenti ad alleviare il proprio dolore…</p>



<p>Chi ha avuto l’opportunità di rischiarare parte della propria esistenza alla luce dell’amore incondizionato di un cane, sa bene intendere questa lettera, che Marcel Proust rivolge a Zadig. Gli altri possono tentare di farsene una rappresentazione; ma forse il modo migliore per approssimarsi ad intendere il significato di quell’amore senza averlo vissuto è quello di osservare un cane alle prese con un padrone che noi stessi abbiamo amato dell’amore più profondo, maturo e intenso di cui siamo capaci, come essere umani: perlomeno, quel precedente (o attuale) sentimento ci disporrà meglio – e in modo disinteressato – ad apprezzare tutto ciò che di amorevole ruota a quella persona. È proprio in questa condizione che si trova Proust quando scrive la lettera a Zadig ed il suo possiamo dunque considerarlo un punto di vista privilegiato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="594" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Reynaldo_Hahn_1898-594x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96551" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Reynaldo_Hahn_1898-594x1024.jpg 594w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Reynaldo_Hahn_1898-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Reynaldo_Hahn_1898-600x1035.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Reynaldo_Hahn_1898.jpg 626w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /><figcaption class="wp-element-caption">Reynaldo Hahn (1874-1947) fotografato da Nadar</figcaption></figure>



<p><strong>Proust vede in Zadig la possibilità di seguire l’istinto in modo diretto, affrontando la massima gioia e la massima pena con egual impeto, senza risparmiarsi alcunché.</strong> Per differenza, lo scrittore getta un’occhiata opaca sull’uomo, creatura che usa l’intelligenza per lenire i propri dolori ed apprendere le migliori strategie per difendersi dalla crisi perenne in cui la vita lo trattiene. Quella forma di difesa, quel sentire mitigato, gli impediscono di essere attraversato pienamente dalla gioia e dal dolore originario a cui è predisposto.</p>



<p>La conseguenza che Proust imputa alla strategia umana è semplice da intendere: meno sofferenza nei momenti difficili corrisponde a meno gioia nei momenti lieti. Queste emozioni mitigate corrispondono, a loro volta, a minor amore – dato e ricevuto. Ed è lì, dove l’essere umano difetta, dove si ritrova intrappolato nella sua stessa&nbsp; tattica difensiva, che la potenza del riferimento animale acquisisce la maggior forza: il cane – da sempre per l’uomo – è la rappresentazione vivente di come la virtù di non portar mai rancore e di conservare sempre la miglior disposizione verso l’oggetto del proprio amore conduce all’unico universale (e possibile) equilibrio con le forze violente della natura. L’animale, infatti, nel suo incondizionato atteggiamento, acquisisce uno scopo primario – nell’amore e nella dedizione – che lo protegge dalla fragilità dell’intenzione e dal timore della sofferenza – e della morte. L’uomo, intrappolato nel paradigma volontaristico, detiene una scelta costante che non si dimostra solo inutile, di fronte alle ineludibili leggi della vita, ma lo interroga e lo sottopone di continuo alla tentazione di sviare altrove la sua attenzione. &nbsp;</p>



<p>Questa libertà – falsa e predicata – finisce per infragilire l’uomo di fronte ad una natura che funziona secondo meccanismi semplici e lo costringe, nel confronto con l’animale, a prendere atto di una qualità suprema che in questo esiste e che non troverà mai né in se stesso, né nei suoi simili.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu-tomes-i-ii-iii-complet-en-trois-volumes_1954_edition-originale_2_82981-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96552" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu-tomes-i-ii-iii-complet-en-trois-volumes_1954_edition-originale_2_82981-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu-tomes-i-ii-iii-complet-en-trois-volumes_1954_edition-originale_2_82981-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu-tomes-i-ii-iii-complet-en-trois-volumes_1954_edition-originale_2_82981-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/h-3000-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu-tomes-i-ii-iii-complet-en-trois-volumes_1954_edition-originale_2_82981.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Tuttavia, in questo quadro, Proust indica forse un’occasione di redenzione. Il padrone di un cane, per il solo fatto di aver trovato quell’esperienza sulla propria strada, va incontro ad un singolare destino, che sta nello sviluppare verso il proprio amico un affetto e una dedizione totali, di cui gli uomini, tra loro, non sono capaci.</strong> La non condizionalità dell’animale, che si lascia attraversare sempre e senza limiti da ogni moto dell’animo, finisce per agire sull’uomo, trasformandolo in qualcosa che non sa essere, se non per secondo.</p>



<p>Il cane è il primo ad amare il suo padrone. Questi reagisce con eguale amore, ma come risposta a qualcosa che solo il cane sa inizialmente donare. L’uomo è consapevole di quella priorità e della superiorità affettiva del suo amico, perché ne è irradiato.</p>



<p>In questa lettera, Proust osserva il legame del cane con l’uomo e forse per questo il suo punto di osservazione è ancora più interessante. Il legame di amore incondizionato tra cane e uomo supera le barriere della malizia umana ed è talmente evidente e semplice, nel suo estrinsecarsi, che non può essere ignorato. Probabilmente Proust sarebbe stato geloso di qualunque uomo nella posizione di Zadig, mentre di Zadig non lo è affatto. Questo è un altro aspetto singolare: l’uomo che si confronta con la limpidezza e la spontaneità della natura non riesce a contaminare le sue rappresentazioni con il filtro di osservazione che applica abitualmente alle vicende umane.</p>



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<p>La tenerezza con cui lo scrittore guarda alle pene del bassotto all’inizio della lettera sembra in realtà una pura ammissione di inferiorità: tra l’uomo e il cane, la scelta d’amore si risolve nel senso favorevole al secondo “perché è giusto e tu sei più infelice e più amorevole”. L’osservazione della natura qui rappresentata non è priva della (necessaria) amarezza. Il cane, nella pienezza delle sue emozioni, merita ciò che l’uomo non può meritare; l’uomo, dal canto suo, oltre a perdere l’amore e la gioia che un cane può provare e suscitare, riflette questa sua attitudine alla difesa e all’approssimazione anche verso la &nbsp;sua opera intellettuale. Inteso il punto di osservazione di Marcel Proust, si comprende bene il motivo per cui, quando tutta la tenerezza e la sofferenza, non offuscate da false impressioni, ci attraversano completamente, allora lì, in quel momento, possiamo essere autentici. E scrivere libri autentici, quelli che si spingono verso una dimensione infinitamente più alta, “talmente superiore a tutto il resto”, da innalzare la scrittura all’amore disinteressato e grandioso di un cane.</p>



<p>Ogni senso di superiorità dell’uomo si disfa nella frase: “<strong>È solo quando torno ad essere un cane, un povero Zadig come te, che comincio a scrivere, e solo i libri scritti così sono quelli che amo</strong>”. La superiorità della natura si eleva qui ad un tale livello da ispirare l’azione umana in direzione contraria a quella che usualmente imbocca. Forse in quel verbo “tornare… ad essere un cane” Proust fa riferimento al tempo dell’infanzia o a quello dell’amore totalizzante per Reynaldo, a quelle condizioni esistenziali che pongono l’uomo in piena sintonia con la sua natura, che fanno cadere le barriere e che gli permettono si essere attraversato dalla piena vita e dalla piena ispirazione: solo così nascono le opere più vere, vette massime ed ineguagliate dello spirito umano.</p>



<p>*</p>



<p>Siamo alla fine del 1911 e il cuore pulsante della lettera a Zadig si intreccia con la precedente lettera a Reynaldo, scritta da Cabourg nell’estate 1911<a id="_ftnref4"></a><a href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>: <em>Sto scrivendo un opuscolo/Per cui Bourget scende/E Boylesves declina&nbsp;</em><a id="_ftnref5"></a><a href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a><em>. </em>Quell’“opuscolo” – che alla fine consisterà in un’opera monumentale di sette tomi – era il primo volume della <em>Recherche.&nbsp;</em></p>



<p><strong><em>Marilena Garis e Riccardo Peratoner</em></strong><strong><em></em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1"></a><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Marcel Proust, <em>Lettres à Reynaldo Hahn, </em>présentées, datées et annotées par Philip Kolb, préface d’Emmanuel Berl, Gallimard, Paris, 1956.</p>



<p><a id="_ftn2"></a><a href="#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> <em>Ibidem</em>, Lettera CXXXVIII, pp. 215-216. La lettera è attraversata dalle deformazioni lessicali del <em>langsgage, </em>che si riportano nel testo in francese, tra parentesi.</p>



<p><a id="_ftn3"></a><a href="#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> Bassotto a pelo lungo, che doveva essere un regalo di Proust a Reynaldo (alla fine della lettera egli dice infatti che manderà il denaro), Zadig morirà durante la Prima guerra mondiale. Cfr. Marcel Proust, <em>Lettres à Reynaldo Hahn</em>, cit., Lettera CXXXVI, p. 211, nota 2.</p>



<p><a id="_ftn4"></a><a href="#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> Marcel Proust, <em>Lettres à Reynaldo Hahn, </em>cit.,Lettera CXXXVII, p. 214.</p>



<p><a id="_ftn5"></a><a href="#_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> Quell&#8217;estate, Proust aveva incaricato Miss Hayward, dattilografa al Grand Hotel di Cabourg, di ricopiare il volume <em>Du côté de chez Swann</em> e cominciava a rendersi conto dell&#8217;originalità dell&#8217;opera che aveva in mente, del tutto diversa dai romanzi tradizionali di un Paul Bourget o di un René Boylesve. Cfr. <em>Ibidem</em>, p. 214 note 3 e 4.</p>
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		<item>
		<title>“La vecchia disgustosa”: un racconto di Louis-Ferdinand Céline</title>
		<link>https://www.pangea.news/celine-racconto-la-vecchia-disgustosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 04:22:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Louis-Ferdinand Céline]]></category>
		<category><![CDATA[NRF]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come sottolineato da Alban Cerisier nella sua introduzione a questo racconto inedito di Cèline – pubblicato nell’ultimo numero della Nouvelle Revue Française edita da Gallimard per la primavera 2023, che all’autore dedica un ampio dossier – tale scritto, precedente alla stesura dei suoi romanzi e recentemente scoperto in alcuni manoscritti recuperati, risultava del tutto sconosciuto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Come sottolineato da Alban Cerisier nella sua introduzione a questo racconto inedito di Cèline – pubblicato <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/La-Nouvelle-Revue-Francaise/La-Nouvelle-Revue-Francaise522" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nell’ultimo numero della <em>Nouvelle Revue Française</em> edita da Gallimard </a>per la primavera 2023, che all’autore dedica un ampio dossier – tale scritto, precedente alla stesura dei suoi romanzi e recentemente scoperto in alcuni manoscritti recuperati, risultava del tutto sconosciuto agli specialisti dell’opera céliniana. Alla luce del suo stile ancora convenzionale, risalirebbe probabilmente ai primi anni Venti. I biografi dello scrittore datano i suoi primi testi letterari agli anni 1917-1918. Ma l’allusione alla ‘rue de Pré-Botté’ (presente anche in <em>La légende du roi René</em>), nome di una strada di Rennes che ancora oggi è così appellata, permetterebbe di collegare la sua composizione agli anni in cui Louis Destouches visse in tale città, dal 1919 al 1925. Alternando originali trovate a espressioni molto meno compiute, mescolando astrazione e immaginario, <em>La vecchia disgustosa</em>, ai primordi di una vocazione letteraria, è un racconto il cui scopo e la cui stranezza, il cui carattere enigmatico, non possono lasciare indifferenti.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La vecchia disgustosa</em></strong></p>



<p>Tra le abitazioni di questa antica e maestosa via, quella appartenente ai Morin sembrava ancora più incrostata dal tempo rispetto alle altre. Tre secoli di meticolosa pioggia ne avevano corroso gli intricati intagli della facciata, che ora mostrava la sua trama di legni ostinati e sfibrati.</p>



<p>Tutti i consueti movimenti di una casa erano per lei divenuti più lenti e faticosi, come logorati dall’effetto di una fatica immensa, di un passato lunghissimo. Quando la porta di legno massiccio girò improvvisamente sui cardini, provammo un senso di goffo pericolo, come quando un vecchio si arrischia in un gesto acrobatico.</p>



<p><strong>Ne uscì una donna minuta, china, avvolta da spesse balze nere, seguita in prossimità da un uomo a capo scoperto, dai movimenti bruschi e scattanti. </strong>Giunti insieme sul marciapiede, la loro discussione proseguì a voce bassa, quando una frase si stagliò, chiara, cristallina, nell’insieme di parole sussurrate e confuse: «Mademoiselle Balavet, lei è davvero una vecchia disgustosa». La donna rimase lì, paralizzata, non osando congedarsi né dal suo posto né dall’ingiuria.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="811" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634-811x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95345" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634-811x1024.jpg 811w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634-238x300.jpg 238w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634-768x970.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634-600x758.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/G07634.jpg 855w" sizes="(max-width: 811px) 100vw, 811px" /></figure>



<p>Poi, dopo essersi ripresa, si allontanò zoppicando lungo il torrente come un’anatra agonizzante. &nbsp;</p>



<p>E per un po’ le mura circostanti fecero eco ai suoi ridicoli passi.</p>



<p>La monotonia della provincia è come la superficie di quei grandi laghi che si ricoprono di increspature non appena un alito di vento li sfiora.</p>



<p>Era trascorsa appena un’ora dal fattaccio e già i tremila abitanti di Pontabon spettegolavano eccitati in merito alla reputazione di Mademoiselle Balavet.</p>



<p>Finalmente, per qualche tempo, una perfida gioia avrebbe animato i cuori di queste persone il cui ritmo naturale oscillava a malapena tra la paura e l’ipocrisia.</p>



<p>Da molto tempo, forse da sempre, tutti, a Pontabon, attendevano l’insperato avvento di uno scandalo, per la sua losca esultanza.</p>



<p><strong>Un intimo e caloroso giubilo per la vergognosa potenza dell’Istinto:</strong> un incoraggiante risarcimento per quanti vivono oppressi da innumerevoli tradizioni.</p>



<p>D’altro canto, nessuno di questi esseri passivi avrebbe osato con le proprie forze sollevare di una sola piega la cappa di schiacciante malinconia che aveva gravato sui destini di Pontabon nel corso dei giorni e degli anni. Ma, poiché mademoiselle Balavet era appena stata vittima di uno sfogo immorale, poiché dalla sua timida vita sgorgava un sottile flusso di disastrosa contingenza, tutti desideravano sorseggiare un po’ di questo autentico fiele per poi vomitarlo in un bel gesto di pubblico disgusto. Non c’era pontabonese che non sognasse di sputarne una goccia, più o meno grande, purché fosse ancor più amara e cattiva di quella del vicino.</p>



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<p><strong>Quando giunse a casa, barcollando per il turbamento, mademoiselle Balavet si ritirò nella sua stanza. Gli occhi pallidi fissarono il tappeto al centro della camera.</strong> All’inizio non percepì alcunché di distinto, perché tutto il suo essere in quel momento era pervaso dalle vibrazioni del vergognoso episodio che aveva appena vissuto. Non si era mai sentita in uno stato mentale così intenso e vivo. Le rappresentazioni che le si affollavano alla mente avevano un fascino perentorio che la stordiva. Provò un moto di strano orgoglio per il possesso di una volontà superiore alla sua, che trattava le sue stesse idee con una disinvoltura sconosciuta. Questa anormale vitalità che fremeva, sottile, nella sua sostanza, fu, ahimè, di breve durata. Presto ricadde nella sua placidità, dove l’attendevano sogni impotenti e dolorose realtà. Davanti ai suoi occhi il dolore danzava tremulo sul tappeto. Poteva scorgerne tutti i buchi…</p>



<p>Nel medesimo istante… passi pesanti e rapidi sulle scale… una porta si aprì… e Madame Morin fu lì, prima che lei avesse modo di immaginarlo. Inoltre, l’ospite trascurò ogni preambolo e si rivelò subito con una minacciosa spiegazione:</p>



<p><strong>«</strong><strong>Mademoiselle Balavet, sono venuta immediatamente da voi, quando, rientrando a casa, mio marito mi ha riferito l’oggetto della vostra visita</strong><strong>»</strong><strong>. Qui Madame Morin fece una pausa e si sedette metodicamente con la sicurezza di una persona la cui indignazione le conferisce diritti inalienabili.</strong> Portando il mento in avanti, inclinò leggermente il capo, esalò un sospiro pieno di allusioni attraverso il naso appuntito e spiovente. Madame Morin emanava una tale combinazione di sentimenti sgradevoli, una tale ripugnanza, un misto di cautela e aggressività, di disprezzo e sollecitudine, che era impossibile, anche da estraneo, avendola ascoltata una sola volta, non detestarla per il resto della vita.</p>



<p><strong>Con lo stesso piglio indifferente, Madame Morin riprese: </strong><strong>«</strong><strong>Mio marito</strong><strong>»</strong><strong>. Attribuendo alla parola il significato più grave ed irritante. Mentre la pronunciava, tendeva ad appoggiarsi con tutta se stessa a “suo marito”, fino ad indietreggiare leggermente sulla sedia.</strong> Non salutò precisamente la parola mentre usciva dalla sua bocca, ma ne sottolineò l’importanza con tutto il corpo. «Mio marito ha detto ciò che tutta la città pensa di voi. L’approccio con nostra figlia è veramente disgustoso. Certo, sapevamo che eravate dissoluta, ma non così folle». Madame Morin, cercando di dare l’impressione di un’ira insormontabile, aveva assunto un’orrenda espressione di finto stupore. <strong>Si faticava a guardarla, tanto era mostruosa. Le labbra, soprattutto, avevano assunto le sembianze di una sorta di corolla violacea con fessure bavose a circondare denti avariati, un fetido insieme che stato meglio vedere chiuso per sempre.</strong> Tuttavia, seguitò a parlare. «Nostra figlia domani si sposerà con Monsieur Fulmouche. Certo, sono d’accordo, è un bel matrimonio, degno della nostra ragazza, la cui condotta è sempre stata ineccepibile. E, santo cielo, il mio unico rimorso, l’unico, capite, mademoiselle Balavet, è di aver tollerato, perché era tempo di guerra, che frequentasse casa vostra». Ancor più minacciosa, scagliava ora le sue parole contro l’inerte signora a mo’ di proiettili: «Non osate affermare che non eravate in combutta con il vostro capitano Beaujarret». «Potete ben dirlo!» rispose docilmente l’anziana signora. «Come: “potete ben dirlo!”… Mentre li attiravate qui con il pretesto di un possibile matrimonio, non eravate voi stessa innamorata del vostro capitano Beaujarret? Perché non affermate il contrario, in modo che io possa ascoltarvi?». Raddoppiò gli sforzi per trovare le parole: «Suvvia, il vostro rinomato patriottismo non era cosa onesta. Una vecchia donna come voi! Ciò che vi attraeva dell’esercito erano i soldati! Tenetevi stretto il vostro capitano, nostra figlia non si concede ai morti. Sarà un bene per voi. Io e mio marito non vogliamo più vedervi in casa nostra. Non venite più a predicare alla nostra Elise, alla nostra piccola Elise, questa assurda fedeltà alla memoria del vostro capitano. Tenetevelo ben stretto!».</p>



<p><strong>Come tutte le persone grossolane e viscerali, a Madame Morin piaceva soprattutto impartire lezioni, su tutto e su niente, poiché le suggerivano l’impressione di padroneggiare pienamente l’argomento e farsi beffe dei propri ascoltatori.</strong> In questo caso si trattava per lei di un’occasione unica, perché Mademoiselle Balavet fu costretta a sopportare la morale velenosa di Madame Morin per intero e senza appello. Dopo aver spillato alla vecchia tutto ciò che poteva pompare il suo stupido orgoglio, si congedò orgogliosamente, portando con sé la memoria d’un nobile incarico. Doppio godimento.</p>



<p>Sottoposta fin dal mattino ad attacchi di una violenza per lei inaudita, la ragione di Mademoiselle Balavet dapprima inciampò nell’incoerenza, poi cadde nell’assurdità.</p>



<p>Incapace a quel punto di una critica razionale dei propri sentimenti o pensieri, era compensata dall’illusione di una provvidenziale potenza morale, di una tenacia intellettuale logorante ma preziosa. In poche parole, sembrava possedere una verità che la possedeva del tutto.</p>



<p><strong>A causa di questo matrimonio e della sua ossessione, il corpo non le trasmetteva più gli stessi impulsi di prima. La sua mobilità era diventata innaturale, e ogni movimento era accompagnato da un leggero intorpidimento, una sorta di difficoltà superficiale e tuttavia volontaria.</strong> Aveva voglia di abbandonarsi a questo nuovo stato d’animo. Da un tiretto basso della cassettiera, estrasse un fascio di carte ufficiali e di lettere riguardanti il capitano Beaujarret. Su un taccuino, una dopo l’altra, senza fermarsi, cominciò a ricopiare tutte le citazioni, non fedelmente, ma aggiungendo a ognuna di esse una potente dose di eroismo. Ecco che, sotto la sua penna, venti prigionieri divennero cento, l’unica bandiera si tramutò in dieci, moltiplicò anche le ferite di cui il povero capitano era costellato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/trovaimg-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95346" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/trovaimg-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/trovaimg-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/trovaimg-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/trovaimg.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p>Così… per piacere… per amore… mentre scriveva, il suo pensiero si eccitava nel sublime, si faceva ridicolo e imbarazzante. Inventava di sana pianta nuove citazioni. Ben presto, grazie alle sue cure, Beaujarret non fu altro che un campione di patriottismo: aveva caricato squadroni da solo, riportato tre cannoni nelle sue braccia vigorose, catturato aerei nell’aria… e Mademoiselle Balavet si rilesse a lungo, ancora in estasi.</p>



<p>Quando ebbe terminato quest’opera inconcepibile, la giornata volgeva al termine. Mademoiselle Balavet era felice.</p>



<p>Con il fascio delle sue fantasiose formulazioni sottobraccio, imboccò la strada per il cimitero, senza incrociare nessuno in rue du Pré-Botté e raggiunse i campi senza essere vista. Il cimitero era lontano dalla città e dovette aggirarlo prima di raggiungerne il cancelletto. Una volta lì, dovette scavalcare il muretto che protegge l’ingresso dei cimiteri bretoni dai cani. Ancora qualche passo e, senza fiato, si aggrappò con entrambe le mani alla tomba del capitano Beaujarret. Pose sulla lapide la sua opera di devozione, in segno di omaggio, e poi, in ginocchio, la si sentì rivolgere al morto quest’inatteso quesito: «Capitano Beaujarret, sono una vecchia disgustosa?».</p>



<p><strong>Poiché pioveva, non poté indugiare nella preghiera, perché temeva che la pioggia le rovinasse i vestiti, di cui aveva gran cura.</strong> Riprese quindi la strada per Pontabon nell’ora imprecisa in cui i sentieri, gli argini e i campi sfumano nei loro contorni, quell’ora in cui i lunghi veli dell’ombra e dell’oblio avanzano dall’orizzonte grigio per confondere le persone e le cose, quell’attimo in cui ogni nuova notte pone alla mente quel dubbio atavico e infantile sull’esistenza di un domani luminoso.</p>



<p>Ma Mademoiselle Balavet non doveva più essere afflitta da tali inani preoccupazioni, si stava dissolvendo nella calma per sempre. Ben presto apparve minuta in lontananza; poi talmente piccola da non essere più che un puntino, e quel puntino stesso alla fine perse il suo colore e svanì nel nulla. E così scomparve nel corso della strada come una lacrima in una nuvola. Una nuvola enorme, vasta come il cielo e depressa come la terra.</p>



<p><strong><em>Louis-Ferdinand Céline</em></strong></p>



<p><em>*La traduzione e la cura del testo sono di Fabrizia Sabbatini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/celine-racconto-la-vecchia-disgustosa/">“La vecchia disgustosa”: un racconto di Louis-Ferdinand Céline</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Dobbiamo masturbarci costantemente per non cadere nella follia criminale”. Frédéric Beigbeder: scrittore, eterosessuale, ricco</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Apr 2023 04:16:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Albin Michel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pare li confezionino tutti così. Fascinosi e agiatamente depravati. Più prosaicamente, belli, ricchi e licenziosi. Si parla di scrittori francesi, ça va sans dire. E ciò che sosta all’infuori dal suddetto cliché neppure si valuta di prenderlo in considerazione. Fra gli avvenenti membri di quel che potremmo appellare ‘canone Carrère’ – per mero inabissamento nella [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beigbeder-scrittore-sesso-inediti/">“Dobbiamo masturbarci costantemente per non cadere nella follia criminale”. Frédéric Beigbeder: scrittore, eterosessuale, ricco</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pare li confezionino tutti così. Fascinosi e agiatamente depravati. <strong>Più prosaicamente, belli, ricchi e licenziosi. Si parla di scrittori francesi, <em>ça va sans dire</em>.</strong> E ciò che sosta all’infuori dal suddetto cliché neppure si valuta di prenderlo in considerazione.</p>



<p>Fra gli avvenenti <em>membri</em> di quel che potremmo appellare ‘canone Carrère’ – per mero inabissamento nella contemporaneità –, figura <strong>Frédéric Beigbeder, sfacciato polemista e agitatore delle scene editoriali e letterarie d’oltralpe</strong>, scapigliato ed edonista fino al conformismo più spinto.</p>



<p>Non si indulgerà in tal caso in ordinarie note biografiche né tantomeno bibliografiche – premi, riconoscimenti, traduzioni, affari giudiziari – indossando le vesti di lirici motori di ricerca. La situazione è ben più superficiale. Beigbeder è l’uomo con cui si intende uscire a cena, tastare lo smisurato ego dell’autore lasciandosi sedurre da parole che incantano nel decantare il suo <em>vient de paraître</em>, per poi proseguire, inebriati, il dopocena altrove.</p>



<p><strong><em><a href="https://www.albin-michel.fr/confessions-dun-heterosexuel-legerement-depasse-9782226478382" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Confessions d’un hétérosexuel légèrement dépassé</a></em></strong>, dunque, il volume prescelto – il duo Aragon-Fitzgerald in esergo pare di buon auspicio – appena edito in Francia per le edizioni Albin Michel.</p>



<p>Niente preliminari, quindi, si va dritti al sodo, deflorati da un florilegio di etero-confessioni.&nbsp;(<em>Fabrizia Sabbatini</em>)</p>



<p>***</p>



<p><strong>Per molto tempo ho creduto che l’esistenza fosse una festa; dopo i cinquanta, la vita si riduce a un interminabile hangover.</strong> Per molto tempo ho voluto essere trasgressivo, senza sapere di essere un conformista. <strong>Oggi mi sento meglio in un monastero agostiniano che in un bordello, e i militari mi divertono più dei modaioli.</strong> Non c’è nulla di conservatore in queste confessioni; continuare a lodare le droghe richiederebbe molto meno aplomb che rinunciarvi. Un libro di confessioni non garantisce l’assoluzione; passate oltre, se vi aspettate da questo memoir qualcosa di diverso da un uomo che cerca di indagare se stesso.</p>



<p>*</p>



<p>Ho deciso di prendere appunti, in questo monastero agostiniano, per tenere traccia della mia bancarotta emotiva. Fra Dominique mi ha fatto visitare il campanile ristrutturato dell’abbazia romanica. […] Gli ho chiesto quante persone si siano lanciate dalla cima del campanile. «Solo Sylvain Tesson, ma con una corda; e tre fratelli che lo hanno coraggiosamente seguito», mi ha risposto.</p>



<p>Non sembrava particolarmente scioccato dal mio etilismo. <strong>Suppongo che la maggior parte delle persone che si recano spontaneamente in ritiro spirituale siano allo stremo delle forze. La gente appagata non chiede di essere rinchiusa in un monastero</strong>. Si è reso conto che normalizzando il mio disagio me ne aveva appena liberato? Non mi sarei calato con una corda, ma avrei ricordato la mia discesa personale. Sono lo Zelig di Cristo. In presenza di chiunque mi trovi, mi adatto come un camaleonte umano. Con i monaci mi suggestiono al punto di farmi crescere un cappuccio dietro la schiena. Cantatemi i vespri in gregoriano e mi inginocchierò; il fervore è contagioso. Tra tre giorni, tornerò all’hotel Grand Amour con la moquette a motivi fallici e ricomincerò ad essere un erotomane. Quando si è privi di spina dorsale, immagino che l’anima vaghi alternativamente tra il cuore e il cazzo. Questa frase potrebbe essere di un Bossuet 2.0.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/confessions-d-un-heterosexuel-legerement-depasse-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95253" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/confessions-d-un-heterosexuel-legerement-depasse-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/confessions-d-un-heterosexuel-legerement-depasse-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/confessions-d-un-heterosexuel-legerement-depasse-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/confessions-d-un-heterosexuel-legerement-depasse.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>*</p>



<p>La mia casa e la mia auto sono ricoperte di insulti rosa. Il muro bianco della mia residenza basca è stato imbrattato con graffiti che mi definiscono stupratore e bastardo. I vandali hanno dovuto spostare il passeggino del piccolo e scavalcare un delfino blu per insudiciare di vernice acrilica la nostra casa piena di bambini che dormono. Lunghe scie d’odio formano un’opera di action painting alla Pollock sulla mia terrazza, solitamente tranquilla. Certo, ho firmato la petizione “343 bastardi” contro la penalizzazione dei clienti delle prostitute, ma è sempre meglio insultarsi da soli, come Cyrano de Bergerac.</p>



<p>Credo vi siano diverse ragioni per cui la mia casa sia stata attaccata dai terroristi durante la notte, fra cui il mio lavoro: leggere e scrivere. <strong>Amo i libri che raccontano nefandezze. Difendo la libertà di espressione, anche per gli autori che non godono di buona reputazione.</strong> Non faccio nulla di orribile, ma a volte leggo cose orribili, talvolta raccontate da persone orribili. Moralizzare il mondo può essere cosa auspicabile, sterilizzare la letteratura no. Ancora una volta potrei sbagliarmi, ma non mi pare un buon motivo per violare casa mia. Se credete che la letteratura debba essere scritta solo da santi e che nessun romanzo debba descrivere atti illeciti, vi suggerisco di discuterne con calma, senza versare letame sul mio zerbino o pugnalarmi agli occhi come accaduto a Salman Rushdie nel 2022. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Una giornalista di Elle ha scritto su Twitter nel gennaio 2020: “Da Moix a Matzneff, fino a Frédéric Beigbeider. Da sei mesi il suo nome compare in tutti i salotti di Saint-Germain-des-Prés. Vogliamo parlarne?”. <strong>Molte donne in questo momento desiderano “cancellarmi”, e io le ringrazio, perché sono stanco della mia vita sociale e sarei felice di non poter uscire di casa. Probabilmente la mia famiglia dovrà lasciare la Francia dopo la pubblicazione di questo libro.</strong> Ho dovuto fare pubblica ammenda due volte in due anni su France Inter. Per una satira alla radio che avrebbe offeso i conduttori della Matinale. E per aver (forse) riso durante una conversazione privata da Flammarion, vent’anni fa. I miei due mea culpa sono stati la conseguenza di un’ilarità fuori luogo. Mi sento come un intellettuale cinese nel 1966, sotto il potere delle guardie rosse: continuo a chiedere perdono, con un berretto da somaro in testa e un cartello al collo con scritto “rappresentante della borghesia”, ma qualcosa mi dice che verrò sterminato comunque. Ritenendomi un bobo tollerante in una democrazia moderna, non ho preso sul serio i woke. La loro minaccia mi sembrava materiale sufficiente per un dibattito su CNews. Non volevo essere Coleman Silk, l’eroe de <em>La macchia umana</em> di Roth, inseguito dalla folla (il primo “cancellato” della storia della letteratura), ma dal giorno in cui i militanti vengono a farti visita a casa in piena notte, cambi prospettiva e ti rendi faticosamente conto di essere diventato un bersaglio da colpire.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Si può giocare a fare la vittima per tutta la vita, come Annie Ernaux. È ricca dal 1984, ma ha ripetuto per cinquant’anni di essere una disertrice di classe</strong> (anche se essere figlia di droghieri è un destino piuttosto invidiabile: in un negozio di alimentari c’è sempre abbastanza da mangiare).</p>



<p>A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi incontrato Annie Ernaux nel 1984, quando ricevette il premio Renaudot. Cosa avrei visto? Una quarantaquattrenne bionda e sexy della Normandia, arrabbiata, timida ed erudita, socialmente complessa e letterariamente ambiziosa. Avevo vent’anni e mi sarei innamorato subito, anche se ovviamente non eravamo destinati a stare insieme. È sbagliato? Cosa c’è di sbagliato nell’idea di un desiderio costruito su basi errate? Sono talmente condizionato dalla mia eterosessualità da non intravedere il problema. <strong>Vedo l’amore eterosessuale come un’occasione, acconsentita da entrambe le parti, in cui la ruvidezza maschile è controbilanciata dall’intelligenza femminile.</strong> Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel, Annie Ernaux ha detto di aver scritto per vendicare la sua razza e il suo sesso. “Vendicare il mio sesso” è ciò che proclama la marchesa di Merteuil ne <em>Le relazioni pericolose</em>. Finché tale vendetta rimane letteraria, va tutto bene. È quando la vendetta della Ernaux si traduce nell’assalto alla mia dimora privata che diventa fascista. […] <strong>Annie Ernaux è riuscita a creare un’opera vuota e piatta allo stesso tempo. I fisici si interrogano ancora sulla possibilità di un simile manufatto.</strong> Normalmente, quando è cavo, non può essere piatto, e quando è piatto, non può essere cavo. La Ernaux rappresenta un’eccezione unica nella storia della trigonometria. Il modo in cui ha denigrato Houellebecq quando ha ricevuto il Nobel è stato inelegante quanto il gesto del portiere della squadra argentina vincitrice della Coppa del Mondo di calcio, Emiliano Martinez, nei confronti di Kylian Mbappé dopo la vittoria. Non basta che vengano consacrati, devono pure abbattere i perdenti. Perché la gloria non rassicura mai gli impostori: dubitano sempre del proprio valore. Sono afflitti da una lucidità, da un senso di usurpazione che rovina tutti i trionfi quando sono immeritati.</p>



<p>*</p>



<p>Bisognerebbe smettere di credere che gli uomini eterosessuali stiano minimizzando l’orrore del femminicidio e dei crimini sessuali. Mi ha molto turbato il fatto che non mi sia stato permesso di partecipare alla manifestazione del 25 novembre 2022 organizzata da alcuni attivisti di Bordeaux. Sul loro volantino c’era scritto: “Manifestazione notturna non mista, no uomini cisgender”. Ho capito allora che ero stato rifiutato, condannato, bandito per la mia stessa esistenza. Perché mi avevano distribuito questo volantino, visto che ero vittima di un’apartheid etero anti-maschile? Ero molto favorevole al loro approccio, ma in quanto uomo cisgender (cioè nato maschio e rimasto maschio), non ero il benvenuto a questa manifestazione. In che modo la mia presenza avrebbe diminuito la forza della loro giusta lotta?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Vorrei concludere queste confessioni di un eterosessuale con una nota felice. Né l’anestetico colombiano, né la religione cattolica, né la disciplina delle focene sono riuscite a guarirmi dalla mia peggiore dipendenza: il sesso.</strong> Sono d’accordo con tutte le femministe più radicali. L’eterosessualità è un orrore. Il desiderio ci tormenta costantemente. Non pensate mai a un uomo che sia cosa altra da un sesso in cerca di piacere, una mano in cerca di un seno, una pelle desiderosa di carezze, una bocca che anela a mordere un collo. L’uomo è una minaccia d’amore. Sarei disposto a dire qualsiasi cosa pur di baciare. Siamo tutti bastardi? No, ma siamo delle bestie, è vero, e soffriamo quanto le donne. Soffriamo per essere stati programmati per desiderare. E ora soffriamo per essere stati deprogrammati. Soffriamo quando desideriamo e soffriamo quando ci impediamo di farlo. E tanto peggio se è vietato scriverlo. L’unico momento in cui un uomo eterosessuale può esprimersi sinceramente con una donna è nei minuti successivi all’eiaculazione.</p>



<p><strong>Ecco cos’è il romanticismo: una licenza poetica per trascendere la nostra frustrazione sessuale. Tutto, decisamente tutto, nella società di oggi, eccita il nostro desiderio fisico: la moda, il lusso, i film, le serie, le riviste, le pubblicità, i crop top, l’assenza di reggiseno, le microgonne, i minishort, i piercing ai capezzoli sotto le canottiere strette…</strong> Dobbiamo masturbarci costantemente per non cadere nella follia criminale. L’erezione maschile è un inferno portatile. I racconti autobiografici degli omosessuali mi affascinano per questo motivo. Sono gli unici scrittori che osano descrivere nei minimi dettagli la sazietà sfrenata del desiderio maschile: <em>Tricks</em> di Renaud Camus, <em>Dans ma chambre</em> di Guillaume Dustan, <em>Fou de Vincent</em> di Hervé Guibert, <em>le Journal sexuel d’un garçon d’aujourd’hui</em>, di Arthur Dreyfus. Non sono altro che un susseguirsi di fellatio, backroom, sodomia, eiaculazioni facciali e fist-fucking senza preliminari.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="633" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/719iBYfoccL-633x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95254" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/719iBYfoccL-633x1024.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/719iBYfoccL-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/719iBYfoccL-600x970.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/719iBYfoccL.jpg 668w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Sono un omosessuale fallito. Se solo potessi andare a letto con persone che mi capiscono, la mia vita sarebbe molto più facile. Nel mio lavoro ha senso essere gay. Dovrei essere in grado di fare sesso con i ragazzi, ma mi vergogno di non riuscirci.</strong> Non ci riesco, nonostante tutti i miei sforzi. Non riesco a superare la binarietà. La mia situazione è ridicola. Essere un uomo che desidera una donna è angosciosamente banale. Sogno di elevarmi al di sopra di questa umile dicotomia biologica. Mi dispero all’idea di continuare a innamorarmi di seni burrosi, fianchi generosi, labbra carnose, capelli ondulati e dita dei piedi curate. Sono una caricatura etero. Su di me funzionano tutti gli stratagemmi più volgari: la vernice lucida, la spallina del reggiseno che sporge oltre la spalla, l’ombelico che si intravede sotto un top troppo corto, il piede arcuato nello stiletto. È patetico. Non sono libero, perché sono eterosessuale. Sono schiavo del mio desiderio all’antica. Mi dà fastidio essere così preistorico. Vorrei rivolgermi ai giovani che, come me, non riescono nemmeno ad andare a letto con gli uomini. Siete in difficoltà ma non siete soli.</p>



<p>*</p>



<p>Per incanalare la barbarie maschile, la società ha inventato dei sotterfugi, delle cornici per racchiudere la nostra erotomania. <strong>Per evitare che ogni giorno completassimo la lista finale dei Centoventi Giorni di Sodoma, è stato necessario creare religioni, costruire discipline, inventare sedativi. E imprigionare i colpevoli. Uno dei migliori sistemi inventati per controllare la smania degli uomini si chiama matrimonio.</strong> Il matrimonio permette di canalizzare questa cavalcata sessuale. L’uomo smette di desiderare in ogni dove: costruisce una famiglia. Ama sua moglie e cresce i suoi figli. È sotto controllo, circondato da tutti i lati e ora monitorato dalla polizia digitale dei social network. Non muove un muscolo. È sereno perché è uscito dal suo inferno mentale. Il satiro selvaggio è diventato un animale domestico. L’altro termine per definire un uomo decostruito è: marito.</p>



<p>*</p>



<p>È sorprendente che tanti uomini continuino a prendersi cura dei loro figli quando la legge permette loro di andarsene. <strong>Arrivano senza preservativo e poi restano per venti, trenta o quarant’anni di preoccupazioni quotidiane, mentre nessuna legge li obbliga a prendersi cura della loro prole se non dal punto di vista economico.</strong> Questi padri amorevoli e presenti avrebbero potuto continuare a eiaculare all’infinito in diverse vagine ma no, hanno scelto di portare carrozzine pieghevoli. Ogni volta che vedo uno di loro rimproverato da una bisbetica in un aeroporto, vorrei andare da sua moglie e dirle: “Tesoro, tieniti stretta la tua felicità, ti rendi conto che avrebbe potuto andarsene e non l’ha fatto?”.</p>



<p><strong>*</strong></p>



<p>Fingo di essere uno stronzo sensibile, che si sforza di vestirsi bene e di lavarsi regolarmente con sapone profumato. Sono un uomo barbuto con i testicoli che però pensa di essere ben dissimile da un gorilla. Rivendico l’eleganza della condizione maschile, che non è né superiore né inferiore a quella femminile. Semplicemente uguale, e come tale degna di rispetto e amore. Odio gli uomini che disprezzano le donne; peraltro, non hanno l’ombra di un successo con loro. Ma odio altrettanto le donne che disprezzano gli uomini. […] <strong>Il femminismo avrà vinto solo quando le donne ci proveranno con gli uomini. È il caso della Svezia e del Quebec. Gruppi di ragazze escono insieme per scopare con i ragazzi. Si avvicinano ai maschi e offrono loro da bere.</strong> Fissano le natiche e le cerniere degli uomini come fonti di desiderio, con il loro fare femminile. Non ho ancora visto una sola donna francese compiere questo miracoloso atto di liberazione finale. La vera ed equilibrata eterosessualità germiglierà il giorno in cui una donna fischierà a un uomo per strada. Per il momento, quando sono solo in un bar parigino, vedo altri ragazzi single che si ubriacano in branco e gruppi di donne in compagnia di donne.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="702" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/9782246858867_1_75-702x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95255" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/9782246858867_1_75-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/9782246858867_1_75-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/9782246858867_1_75-600x876.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/9782246858867_1_75.jpg 740w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Vorrei raccontare qui la sconfitta dei vincitori. Poiché sono maschio, bianco e nato borghese negli anni Sessanta, sono cresciuto nel campo dei dominanti. Ma non ne ho tratto beneficio. A sette anni sono stato picchiato da un prete della mia scuola. A dieci sono stato bersaglio di un esibizionista al Bois de Boulogne. Nel 1979, al sesto piano di rue de La Planche, un pedofilo mi ha molestato. A tredici anni ero molto carino, come dimostrano gli archivi audiovisivi. Credo di poter dire di essere stato il Tadzio del VII arrondissement. Fortuna non aver incrociato Matzneff all’epoca. Ho raccontato tutto nel 2009 in <em>Un roman français</em>. Siamo tutti vittime di qualcosa. Il 100% degli esseri umani ha un dossier nel proprio passato. Tutte le donne sono state sedotte, drogate, molestate, abusate o peggio. Ma anche gli uomini. Perché dovremmo essere risparmiati? […] Ecco perché non minimizzo mai la sofferenza delle donne. Perché molti uomini vivono la stessa esperienza.</p>



<p>Quanto al patriarcato… questa parola mi ha sempre fatto sorridere. Quale patriarcato? La mia generazione non sa cosa sia. I padri se ne sono tutti andati da casa. Non ci sono stati padri non divorziati negli anni Settanta. Dov’è il famoso patriarcato di cui le femministe continuano a parlarmi? Sono stato cresciuto da una madre single che lavorava per sfamare i suoi due figli. Non ho altri modelli di famiglia se non quello di una donna sola, e mi dicono che il patriarcato deve essere superato?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Si dice che Dorothy Parker al funerale di Scott Fitzgerald abbia mormorato: “Povero figlio di puttana, povero figlio di puttana, povero figlio di puttana…”. Noi etero siamo dei poveri figli di puttana. Mi sento un povero figlio di puttana quando vengo definito un maschilista tossico</strong>, quando il mio unico impegno maschilista è stato quello di fare una campagna per un congedo di paternità più lungo, in modo che i padri possano aiutare le madri a prendersi cura del bambino per più di undici giorni. Una vittoria dopo una petizione, lanciata dalla rivista Causette nel 2017, per la quale nessuno si è mai congratulato con me. Dal luglio 2021, il congedo di paternità dura venticinque giorni. Sto ancora aspettando il graffito di gratitudine sulla mia finestra. Scott Fitzgerald è morto a quarantaquattro anni, la stessa età in cui sono morto io per overdose nel 2009, la notte del mio Renaudot, rinvenuto da emiplegico nei bagni dell’Hotel Lutetia. Non so perché Dio mi abbia rimandato sulla terra quella notte. Perché nessun biografo cita la cocaina come responsabile della morte di Fitzgerald? Arresto cardiaco a quarantaquattro anni? Pronto? E Boris Vian, morto a trentanove anni? Neanche questo? Chiedo una controinchiesta sulla coca nella vita degli scrittori dagli anni Trenta ai Cinquanta.</p>



<p>La citazione di Dorothy Parker era di <em>Gatsby il Magnifico</em>. “Povero figlio di puttana” è ciò che pronuncia l’uomo dagli occhi di gufo alla fine del romanzo. Nella Pléiade, la traduzione è annacquata: l’uomo dice “Povero diavolo”. Quindi, se volete, noi etero siamo dei poveri diavoli, con la coda tra le gambe, che implorano clemenza da una giuria di lesbiche eterofobe.</p>



<p><strong><em>*La cura del testo e la traduzione sono di Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beigbeder-scrittore-sesso-inediti/">“Dobbiamo masturbarci costantemente per non cadere nella follia criminale”. Frédéric Beigbeder: scrittore, eterosessuale, ricco</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Secondo la propria innocenza”. Rilke e le lettere inedite sull’amore omosessuale</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2023 05:24:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Anita Forrer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel giugno del 1919, Rainer Maria Rilke lascia la Germania per recarsi in Svizzera, a Zurigo, dove sono programmate alcune letture pubbliche della sua opera che lo porteranno anche a Saint-Gall. Qui, il 7 novembre 1919, presenta una serie di testi, tra cui, La Pantera e Il Carosello. Ed è qui che una giovane donna, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rilke-lettere-anita-forrer/">“Secondo la propria innocenza”. Rilke e le lettere inedite sull’amore omosessuale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel giugno del 1919, Rainer Maria Rilke lascia la Germania per recarsi in Svizzera, a Zurigo, dove sono programmate alcune letture pubbliche della sua opera che lo porteranno anche a Saint-Gall. Qui, il 7 novembre 1919, presenta una serie di testi, tra cui, <em>La Pantera</em> e <em>Il Carosello</em>. Ed è qui che una giovane donna, ascoltando i suoi versi, rimane folgorata. <strong>Qualche settimana dopo, il 2 gennaio 1920, impugna la penna e gli esprime la sua ammirazione. Si chiama Anita Forrer</strong><strong>, ha diciott’anni, e appartiene ad una famiglia benestante della buona borghesia svizzera.</strong> Suo padre, l’avvocato Robert Forrer, è un politico in vista di Saint-Gall, nonché consigliere d’amministrazione di varie società locali.</p>



<p>Colpito dal tono semplice e sincero della giovane svizzera, Rilke le risponde qualche giorno dopo e la ringrazia affettuosamente. Ha così inizio un epistolario commovente nel quale Rilke non esita ad assumere il ruolo di “maestro” che Anita gli attribuisce e va incontro ai tormenti di questa giovane donna severamente educata, ma dotata di un&#8217;intelligenza vivace e ricca di sensibilità.</p>



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<p><strong>Il dialogo con Anita pare quasi il prolungamento delle dieci lettere a Franz Xaver Kappus</strong>, allievo dell’accademia militare di Wiener-Neustadt, che scriveva poesie e gli chiedeva consigli, universalmente note come <em>Lettere ad un giovane poeta</em>, che Rilke scrisse tra il 1903 e il 1908 – tra i ventotto e i trentatré anni. Molti sono i parallelismi che emergono in filigrana tra i due scambi epistolari, ma il tono didascalico, con Anita, è ancora più toccante, tenendo conto che la giovane, all&#8217;epoca del carteggio, aveva la stessa età di Ruth, la figlia di Rilke. <strong>Anche il contesto è diverso: nel 1920, Rilke non è più quel poeta di trent’anni che additava a Kappus la montagna dell’arte, è ormai un artista conosciuto e ammirato per la sua opera;</strong> ha quarantacinque anni, è profondamente segnato dal prolungato silenzio inflittogli dai terribili anni della Prima guerra mondiale, ma è determinato a trovare le condizioni per poter realizzare la sua opera maggiore, quella che supererà tutte le precedenti. È alla ricerca di un rifugio che gli conceda la beatitudine del raccoglimento interiore. Alla fine lo troverà tra le mura del castello di Muzot, piccola torre medievale vicino a Sierre, in Svizzera, nel canton Vallese, dove sgorgheranno d’assalto, in soli venti giorni, le <em>Elegie duinesi</em> e <em>I sonetti a Orfeo</em> e dove Anita gli invierà molte delle sue lettere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="681" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71pqhHZWjXL-681x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94701" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71pqhHZWjXL-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71pqhHZWjXL-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71pqhHZWjXL-600x903.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71pqhHZWjXL.jpg 718w" sizes="(max-width: 681px) 100vw, 681px" /></figure>



<p>La settantina di missive di cui si compone l’epistolario con Anita Forrer [1] non conobbe tuttavia lo straordinario successo toccato alle lettere a Kappus: <strong>fu pubblicata da Insel solo nel 1982 per la cura di Magda Kerényi. L’edizione tedesca conobbe una sola ristampa, poi caduta inspiegabilmente nell’oblio.</strong> Non si può che esserne sorpresi: siamo di fronte a pagine illuminate e illuminanti dove il Rilke della maturità cerca di orientare la giovane Anita e a liberarla dalla dipendenza alle convenzioni sociali che la opprimono, per esortarla a prendere in mano il proprio destino. Risponde con infinita sensibilità alle sue domande più intime; esprime un parere critico ed autorevole sulle correnti intellettuali e spirituali dell&#8217;epoca, come la teosofia; orienta le sue letture verso grandi opere letterarie, come <em>I f</em><em>iori del male</em> di Baudelaire e la <em>Corrispondenza di Goethe con una bambina</em> di Bettina von Arnim; la esorta a coltivare la gioia e ad aprirsi alle potenzialità dell’esistenza.</p>



<p>Tra le righe – con il suo udito finissimo – Rilke comprende la sua attrazione per le donne [2] e sente tutta la sua sofferenza: <strong>il 2 febbraio 1920 le rivolge una lettera che è un capolavoro di empatia, nella quale annovera l’amore omosessuale tra le forme naturali di attrazione tra due esseri umani, testimonianza di una sensibilità superiore,</strong> vigile e lucida, di un’anima che non perde il contatto con se stessa, con il dolore e con il grande compito dell’amore. Mai.</p>



<p>*</p>



<p><em>Locarno (Ticino)</em><br><em>Pensione Villa Muralto,</em><br><em>2&nbsp;febbraio 1920&nbsp;</em></p>



<p>Ascolti, Anita, si liberi di questo fardello dall’oggi al domani, <em>subito</em>, non c’è nulla di più semplice di questo, perché <strong>non c’è il minimo peso di colpa né di oscenità in ciò che (lei) porta con sé:</strong> ciò che è pesante sta molto di più in questo qualcosa che nessuno ancora ha superato, e non creda: nessuno, neppure il migliore e più sicuro degli uomini, quando non si protegge con scrupoli morali (che certamente non hanno alcuna applicazione nel cuore più intimo della vita), può evitare simili tormenti su questa terra (in particolare durante gli anni di transizione). Ora, questo è ciò che conta per questi tormenti: <strong>ciò che resta determinante per tutte le trasformazioni da essere umano ad essere umano è che non si deve <em>mai </em>guardare e valutare una relazione nelle sue peculiarità <em>dall’esterno</em>:</strong> ciò che due persone hanno desiderato donarsi ed accordarsi l’uno all’altro nella loro profonda sincerità rimane sempre un segreto della loro intima fiducia, quella fiducia che è unica e indescrivibile per ogni relazione. Se i due pensassero ad un certo punto di poter, in un modo o nell&#8217;altro, colmarsi ancora più teneramente, potrebbe essere un errore, se così facendo non fossero al servizio della loro felicità, ma piuttosto del loro desiderio, allora potrebbero inocularsi nel sangue delle inquietudini che, a posteriori, verrebbero ad opprimerli – forse, ma chi decide questo? <strong>Forse era anche giusto il loro abbandono così indescrivibilmente innocente, come tutto ciò che, nell’amore, nasce dal puro bisogno e dall&#8217;impossibilità di fare altrimenti</strong> – nessuno dovrebbe azzardarsi a giudicare dall&#8217;esterno ciò che è accaduto lì; un tale stupore e una tale gioia, così vasti, possono far emergere un momento di pura trasformazione spirituale, e mentre si credeva di fare una nuova esperienza nel cuore di ciò che si chiama sensualità, forse si era già completamente nel progresso dell&#8217;anima, che così forse si deliziava.</p>



<p>Tutte queste cose, Anita, sono così misteriosamente collegate, per questo dobbiamo affrontare queste forze con sola umiltà, ciò che vi resiste è l&#8217;innocenza stessa che rimane indistruttibile in noi, a condizione che non ci lasciamo convincere della nostra colpevolezza. <strong>Le confusioni e le incertezze su questo argomento hanno così terribilmente preso il sopravvento ai giorni nostri; in effetti, un giovane che si affaccia alla vita non ha quasi mai il consigliere e il protettore di cui avrebbe bisogno, non lo trova nemmeno nella propria madre (disorientata come tutti), e per questo è così importante orientarsi secondo la propria innocenza,</strong> rimanendo imperturbabili e fiduciosi. Persone ragionevoli stanno lavorando da tempo per dissipare gli sgradevoli sospetti che pesano sulle relazioni amorose all’interno dello stesso sesso e di cui le convenzioni le hanno gravate – ma anche questo lavoro e questa visione delle cose non mi sembrano essere quelli giusti. Isolano un processo che si dovrebbe prendere in considerazione solo in relazione alle sue molteplici dimensioni, trasformano una particolarità infinitamente singolare in qualcosa di generale, anzi di piuttosto banale, solo perché questo può accadere a tutti, <strong>alla fine ne considerano solo la componente fisica e dimenticano in quali eccelsi contesti irraggiungibili è impegnata questa cosa unica (che è definibile solo in apparenza). Non sappiamo <em>cosa sia</em> il centro di una relazione amorosa, il suo punto più estremo, insormontabile e felice:</strong> a volte questo centro sarà forse concesso nell’ultima e più dolce intimità dei corpi (ugualmente tra donne), e <em>nessuno</em> può esserne giudice, se non l’implicita responsabilità delle stesse persone che si amano e gioiscono. Non è questo modo di offrirsi l’un l’altro che rischierebbe di smarrirli, ma tutt’al più l’incertezza di sapere se stanno procedendo veramente verso una crescita continua, perché spingersi reciprocamente in quella direzione costituisce l’autentico piacere e desiderio dell&#8217;amore. Se invece dovesse nascere tra loro qualcosa che li rende reciprocamente più pesanti, più scontrosi, più opachi, allora sbaglierebbero ad avventurarsi in questi abbandoni, <em>allora</em> vi sarebbe il pericolo che rimangano in qualche modo impantanati in se stessi. Perché <strong><em>nessuna tenerezza d’amore</em> ha il diritto di prendere potere sull’amore stesso, nessuna tenerezza ha il diritto di imporsi con la violenza della cieca ripetizione</strong>, un nuovo amore deve nascere incessantemente dalla natura inesauribile del sentimento.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="798" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171-798x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94703" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171-798x1024.jpg 798w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171-234x300.jpg 234w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171-768x985.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171-600x770.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/1664171.jpg 800w" sizes="(max-width: 798px) 100vw, 798px" /></figure>



<p>La «colpa» (bisogna usare con parsimonia questa espressione) è tutt&#8217;al più dalla parte del medico che le ha spiegato queste cose, perché questo «chiarimento» non è altro che misurare l&#8217;innocenza alla luce della colpevolezza! Ora, propriamente parlando, questa non si rivolge che alla ragione e, suo tramite, alla coscienza: <em>nessun «chiarimento» penetra nel vero alveo dell&#8217;innocenza, è lì che dimora una notte santa e oscura – rimanga lì,</em> Anita, povera Anita, resti nell&#8217;innocenza. E che la sua determinazione sia tale: <em>mai</em> considerare un dettaglio o una manifestazione dell&#8217;amore al di fuori del sentimento da cui è emerso – questa è allo stesso tempo la protezione più efficace contro ogni sofferenza – <strong>questo è ciò che l’amore <em>tutto intero</em> insegna sempre a pensare e a compiere</strong> [3], in esso non c&#8217;è nulla che possa essere separato: <strong>in esso&nbsp; l’anima è il corpo, e il corpo è l’anima</strong>, e la sua beatitudine ha luoghi e strumenti infiniti, e nessuno domina l&#8217;altro.</p>



<p><em>Rainer</em> [4]</p>



<p>*</p>



<p>È sorprendente come un grande artista riesca ad estraniarsi dalle proprie ombre interiori per osservare quelle degli altri. Anzi: per comprenderle meglio delle proprie. C’è sempre una profonda attenzione e comprensione in quello che Rilke dice e scrive. Ogni suo frammento epistolare [5] trasuda fiducia e compassione.</p>



<p>Cosa rappresentò per Anita quella lettera del 2 febbraio? Un potentissimo raggio di sole l’avrà attraversata mentre leggeva quelle parole… Indescrivibile fu il suo sollievo, commovente la sua risposta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="648" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9782382920282_large-648x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94704" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9782382920282_large-648x1024.jpg 648w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9782382920282_large-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9782382920282_large-600x949.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9782382920282_large.jpg 683w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Dufourstrasse 79</em><br><em>[Saint-Gall]</em><br><em>4 febbraio 1920</em></p>



<p>Caro Rainer,</p>



<p>Per una volta vorrei saper fare qualcosa perfettamente: ringraziarla! Ringraziarla forse come non si ringrazia a parole, ma forse come un malato che non può muoversi ringrazia con gli occhi nei quali si intravede qualcosa del tutto personale e sconosciuto. (…)</p>



<p>Sua Anita [6]</p>



<p>*</p>



<p>A molti anni di distanza, a più di ottant’anni, Anita confidò a Magda Kerényi [7] che le lettere di Rilke ebbero il potere di liberarla dal fardello di sofferenza che portava sulle spalle, aprendole spazi spirituali insperati. <strong>Mai dimenticò il monito del suo maestro: “Bisogna pur reggerlo, Anita, questo cuore così grande, così difficile da usare”</strong> [8] e le sue preziose lezioni di vita.</p>



<p>Anita visse e operò nell’ombra, sia nella sua vita amorosa che professionale. Divenne grafologa e alla fine degli anni Trenta visse con la celebre scrittrice e fotografa svizzera Annemarie Schwarzenbach, di cui sarà esecutrice testamentaria.</p>



<p>Nel gennaio 2021, il suo nome è associato per la prima volta alle attività che avrebbe svolto per conto dei servizi segreti americani durante la Seconda guerra mondiale; una missione segreta legata alla lotta contro il regime nazista.</p>



<p>Alla fine della guerra tornò in Svizzera e visse tra il Ticino e l’Engadina. Trascorse i suoi giorni nel villaggio di Sils, luogo di ispirazione di molti pensatori e scrittori (tra cui Friedrich Nietzsche). <strong>Contribuì anche a fondarvi la piccola «Biblioteca Engiadinaisa», dove è conservato ancora oggi l’esemplare dei <em>Fiori del Male,</em> che Rilke le regalò</strong> per il suo ventesimo compleanno.</p>



<p>Anita ebbe una lunga vita; morì nel 1996, a novantacinque anni. Fu generoso da parte sua affidare l&#8217;insieme di questa corrispondenza, così intima e personale, agli archivi Rilke, comprendendo che quelle pagine che avevano illuminato la sua esistenza avrebbero potuto recare un prezioso aiuto ad altri esseri umani. Le lettere che scambiò con Rilke furono, per sua stessa ammissione, assolutamente determinanti nella sua traiettoria di vita e nella formazione del suo mondo interiore: dirà che «ciò che Rilke le aveva donato le era entrato nel sangue» [9]</p>



<p><em>*La scelta delle lettere, la traduzione e il commento sono di Marilena Garis</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>[1] Ventisei sono le lettere di Rilke ad Anita, scritte tra il 1920 e il 1923. Due furono i loro incontri: il primo nel 1923 e il secondo qualche mese prima della morte di Rilke, nel 1926.</p>



<p>[2]&nbsp;Con ellittico riserbo, dopo alcune lettere iniziali, Anita gli racconta di essere stata a Zurigo presso la clinica di uno psichiatra, dove la sua famiglia l’aveva indirizzata per curare un’infezione da colibacillo, infezione che lo psichiatra ricondusse a problemi psicosomatici (la non confessata omosessualità). Dolenti sono le sue allusioni ai terribili “chiarimenti” a cui venne sottoposta da quel medico e alla conseguente rottura dell’amicizia che la legava ad una giovane studentessa, sua compagna di studi.</p>



<p>[3] I lettori che hanno familiarità con l’opera e la corrispondenza di Rilke non mancheranno di ritrovare in questa formula tipicamente rilkiana del “compiere l’amore” gli echi del <em>Malte</em> e delle celebri <em>Lettere ad un giovane poeta</em>. A ventinove anni, all’indomani del suo (brevissimo) matrimonio con Clara Westhoff, scultrice, allieva del grande Auguste Rodin, già scriveva: “Le istanze che il difficile lavoro dell’amore pone al nostro sviluppo sono smisuratamente grandi, e noi, da principianti, non siamo all’altezza. Ma se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve dietro cui gli uomini hanno eluso la più seria serietà della loro esistenza, allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi; sarebbe molto (…) Questo progresso trasformerà (…) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la cambierà dalla radice, la muterà in una relazione che è intesa da uomo a uomo, non più da maschio a femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e lieve, e buono e chiaro nel legare e sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra” Lettera a Kappus del 14 maggio 1904 in Rainer Maria Rilke, <em>Lettere a un giovane poeta,</em> a cura di Marina Bistolfi, Mondadori, Milano, 2016.</p>



<p>[4] Traduzione Lettera ad Anita Forrer del 2 febbraio 1920 in Rainer Maria Rilke, Anita Forrer, <em>Briefwechsel</em>, Insel Verlag, Frankfurt am Main, 1982. Nel 2021 l’epistolario è stato tradotto in francese: Rainer Maria Rilke, <em>Lettres à une jeune poétesse</em>, a cura di Jeanne Wagner e Alexandre Patou, Editions Bouquins, Paris, 2021. L’edizione francese riporta fedelmente la cura di Magda Kerényi, con un ricco apparato di note ad integrare i più recenti contributi della ricerca rilkiana.&nbsp;</p>



<p>[5] L’epistolario rilkiano è monumentale (si contano ad oggi oltre 10.000 lettere). Una lettera a Baladine Klossowska, sul finire del 1920, può forse esemplificarne le dimensioni: “Ora ho pressoché terminato tutti i lavori preliminari, vale a dire che ho posto rimedio ai ritardi atroci della mia corrispondenza: pensate (le ho appena contate questa mattina), ho scritto 115 lettere (…) non una che sia inferiore alle quattro pagine e mole che ne contano otto o addirittura dodici, d’una scrittura fittissima (Naturalmente non considero nel numero tutto quanto è partito alla vostra volta: quello non è scrivere, è respirare attraverso la penna)”. Lettera a Baladine Klossowska del 16 dicembre 1920 in Rainer Maria Rilke, <em>Lettere a Merline</em>, tradotte da Francesco Bruno, con prefazione di Enzo Restagno, Rosellina Archinto, Milano, 2015.</p>



<p>[6] Traduzione parziale Lettera di Anita Forrer a Rilke del 4 febbraio in Rainer Maria Rilke, Anita Forrer, <em>Briefwechsel</em>, <em>op.cit</em>.</p>



<p>[7] Le informazioni biobibliografiche stono state tratte dalla Postfazione, a cura di Jeanne Wagner e Alexandre Pateau, all’edizione francese Rainer Maria Rilke, <em>Lettres à une jeune poétesse</em>, <em>op.cit.,</em>pp. 233 ss. In <em>ibidem</em>, interessante è altresì la nota 1 a pagina 228: nel 1929 Anita si trasferì a Parigi, dove trascorse alcuni anni lavorando in una galleria d&#8217;arte. In seguito, assunse la direzione della filiale lucernese della società Bernheimer di Monaco, operativa nel commercio antiquario e partecipò alle lezioni tenute da Heinrich Wölfflin all&#8217;Università di Zurigo. Negli anni ’30, visse per qualche tempo a Bothmar, sulle alture di Malans. In questo periodo sposò un avvocato svizzero. Dopo il divorzio, riprese il suo cognome da nubile e si dedicò principalmente alla madre malata, che si spense nel 1937. Nella primavera dello stesso anno, Anita partì per gli Stati Uniti e si recò da sua sorella e suo marito, Arnold Wolfers, allora professore all&#8217;Università di Yale. Dopo l&#8217;entrata in guerra degli Stati Uniti, si impegnò nel Motor Corps della Croce Rossa americana. Nel 1946, rientrò in Svizzera e si trasferì nel Ticino, dove ottenne il diploma della Società svizzera dei grafologi.</p>



<p>[8] Lettera del 29 novembre 1920 in Rainer Maria Rilke, Anita Forrer, <em>Briefwechsel, op.cit.</em></p>



<p>[9] “Anita Forrer errinert sich zurück” (“Anita Forrer si ricorda”), articolo pubblicato sul quotidiano <em>St. Galler Tagblatt</em>, 11 marzo 1982<br></p>
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		<title>“Mi ha appena regalato una cascata di diamanti…”. Banine: il matrimonio combinato</title>
		<link>https://www.pangea.news/banine-nami-inedito-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 05:24:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Banine]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora il tempo della dissoluzione di Jours parisiens e neppure dell’ascetica abiezione di Ho scelto l’oppio. È il 1942 e Banine Thillet – adornata di cognome maritale come d’un giro di perle – si appresta a pubblicare per casa Gallimard il suo primo romanzo, Nami. Epifania d’una scissione, storia di petrolio e non-amore. [&#8230;]</p>
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<p><em>Non è ancora il tempo della dissoluzione di </em>Jours parisiens<em> e neppure dell’ascetica abiezione di </em>Ho scelto l’oppio<em>. È il 1942 e Banine Thillet – adornata di cognome maritale come d’un giro di perle – si appresta a pubblicare per casa Gallimard il suo primo romanzo, </em>Nami<em>. Epifania d’una scissione, storia di petrolio e non-amore.</em></p>



<p><em>Si riproduce di seguito il primo capitolo.</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Gennaio 1916</em></p>



<p>Per quanto sia doloroso ammetterlo, non posso far altro che riconoscere questa penosa realtà. Mio padre, come in un romanzo d’infima qualità, vuole “vendermi” a Mourad.</p>



<p><strong>«</strong><strong>Mourad</strong><strong>»</strong><strong> mi ha detto, </strong><strong>«</strong><strong>è uno dei pochissimi musulmani che avrai la fortuna di incontrare – in altre parole, le possibilità di trovare un pretendente sono piuttosto scarse.</strong> Perché sai bene che finché vivrò, non ti permetterò certo di sposare un cristiano. Non che soffra di alcun pregiudizio; anzi, i miei migliori amici come sai sono tutti cristiani; ma il fatto di appartenere a un’antica e gloriosa famiglia musulmana, che si è battuta per l’Islam, mi impedisce di darti in pasto a coloro che erano nostri nemici e ora sono i nostri padroni.</p>



<p><strong>«Mourad non sarà un intellettuale, ma è un uomo di bell’aspetto e dai modi gentili. Lo dici anche tu che ha un suo fascino. I figli del primo matrimonio? Non preoccuparti, i bambini vengono allevati da tate, governanti e il resto della servitù:</strong> non dovrai prenderti cura di loro in alcun modo. Il fatto che abbia scelto te, tra decine e decine di donne, te, priva di dote nonché di particolare bellezza, semplicemente perché sei colta e aggraziata, dimostra che è un uomo di gusto e non è certo cosa trascurabile. Gli uomini di buon gusto sono una rarità e meritano rispetto».</p>



<p>Una volta finito di parlare, si è alzato dalla poltrona in cui sembrava sprofondato e si è diretto alla finestra. Negli ultimi tempi è invecchiato, ma il suo aspetto di gran signore non ne ha risentito, anzi. Il suo viso risulta ancora più nobile sotto la chioma incanutita, lo sguardo duro, limpido e penetrante come un tempo, le mani, candide e sottili, così precise nei gesti. Guardò a lungo fuori dalla finestra, i grigi alberghi e la Neva cominciavano a confondersi nella livida foschia di Pietroburgo. Il bellissimo orologio Luigi XV che avevamo comprato insieme a Parigi, da un antiquario sul Quai Malaquais, prese a suonare. Rammentai la scena che seguì quell’acquisto. Gli avevo fatto notare che lo stava pagando troppo: <strong>«Povera bambina mia, diventi ogni giorno più tolstoiana. Rimpiangi il denaro speso per le cose belle, e sono certo che starai facendo un calcolo mentale, in questo preciso istante, per scoprire quanti giorni, esattamente, potrebbe vivere un’onesta famiglia di lavoratori composta da due genitori e quattro figli con il costo di quest’orologio!».</strong> Avvampai, perché mi aveva colta in flagrante, solo che l’onesta famiglia di lavoratori era stata sostituita dalla mia amica Yvonne e da sua madre, che versavano in condizioni di indigenza.</p>



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<p>«Inoltre», proseguì mio padre, «è giunto il momento che cominci a occuparti un po’ di più del tuo aspetto. Hai forse fatto voto di non toglierti mai quell’impermeabile? Non pensi sia possibile far convivere la tua intelligenza, i corsi alla Sorbona e un abbigliamento adeguato? Il sapere esclude forse la grazia? Finché siamo a Parigi, nell’ambito della tua cerchia studentesca, puoi anche continuare a girare infagottata nel tuo impermeabile e liberartene solo per andare a letto, ma a Pietroburgo penso proprio che non tollererò questo tipo di abbigliamento. Dovrai fare il tuo debutto in società, e quindi vestirti come si conviene»… sottolineò.</p>



<p>Mio padre sapeva assumere un’aria marziale e tossire con questa tosse particolare, foriera di cose serie.</p>



<p><strong>«</strong><strong>Un altro punto importante: Mourad è ricco. Talmente ricco che anche solo per gioco può aiutarmi a superare le difficoltà con cui sono costretto a fare i conti, come sai, da molti anni.</strong> Se rifiuti questo matrimonio, l’unica risorsa che intravedo per entrambi è un ritiro forzato nel mio paese natale sulle montagne del Caucaso. Adorabile prospettiva, per carità!… Ma preferirei la morte; almeno sarebbe cosa inedita, mentre la prospettiva di vita al paese non lascia spazio alla speranza.</p>



<p>Mi hai confidato di avere il cuore libero, e sebbene tu sia mia figlia e in quanto tale ovviamente saresti libera di mentire sulla tua vita sentimentale, non ho difficoltà a crederti. Sei una ragazza così saggia, talmente razionale che ti serviranno almeno altri dieci anni per decidere di innamorarti. E se tra dieci anni ti dovesse accadere, te la caverai, ne sono certo, con l’aiuto di questo famoso equilibrio interiore di cui sembri oltremodo amplificare l’importanza e il cui solo pensiero mi annoia a morte. <strong>Ma più verosimilmente darai alla luce dei figli, molti, mi auguro, e i tuoi doveri verso di loro ti separeranno dal mondo esterno, in cui non avrai più nulla da cercare.</strong> Quindi, sul fronte amoroso, nessun ostacolo.</p>



<p>Ciò detto, rifletti con calma. Chiaramente, non ti sto costringendo a nulla. Se ci ho tenuto a darti una rigorosa educazione nei migliori istituti di Pietroburgo e di Parigi, un’educazione ben più avanzata di quella della maggior parte delle ragazze russe o europee che conosciamo, non è certo per vincolarti ora. Sono un padre liberale che desidera come figlia un essere libero e pensante, non una schiava. Tutto dipende da te…, ma ancora una volta ragiona su tutti i pro e i contro, e vedrai che i primi sono numerosi, i secondi pressoché inesistenti».</p>



<p><strong>Ovviamente acconsentirò a questo matrimonio</strong>, anche se sarà piacevole quanto un salto in un fiume ghiacciato, pur avendo la certezza di salvarmi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="706" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/31291338909-706x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93461" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/31291338909-706x1024.jpg 706w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/31291338909-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/31291338909-600x870.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/31291338909.jpg 745w" sizes="(max-width: 706px) 100vw, 706px" /></figure>



<p><strong>Non ho alcun desiderio di sposarmi, men che meno con Mourad. Sfortunatamente, mio ​​padre sembra non notare che i nostri pro e contro non coincidono.</strong> Il fatto che Mourad non sia né giovane né bello non costituisce un “contro” per mio padre, ma per me è un problema importante. Il fatto che, dopo aver vissuto tutta la vita a Pietroburgo o a Parigi, sia costretta a trasferirmi a Baku, una città semi-barbara, a mio padre non provoca alcun fastidio, visto che vi si reca solo di rado. E che la famiglia di Mourad sia talmente numerosa che basterebbe a popolare un piccolo paese, e sia una famiglia esigente, di un islamismo feroce, una famiglia che sembra avere solo due obiettivi nella vita: il denaro e una malevola opposizione a qualsiasi tipo di civilizzazione, non lo tormenta affatto, visto che non sarà lui a doversi sottomettere alla Famiglia (la maiuscola è uscita da sola).</p>



<p>E, viceversa, ciò che rappresenta un “pro” dal suo punto di vista non lo è per me. La ricchezza di Mourad non mi lascia nemmeno indifferente, mi risulta odiosa. Odio e temo il denaro, la cui ossessione alberga nei recessi più oscuri del cervello di persone che non mi piacciono. Mentre coloro che amo e stimo ci pensano solo quando è necessario: il denaro non è né il loro obiettivo né il loro padrone.</p>



<p>Ma, detto ciò, non posso rifiutare questo matrimonio. Cosa sarebbe la mia vita, dopo, con mio padre! Ovviamente mi odierebbe per non averlo “salvato”. Dirgli che potrebbe tranquillamente ridurre il nostro tenore di vita, smettere di giocare a carte e provare a lavorare sarebbe come insultarlo. Sono convinta che a un siffatto “declino” preferirebbe la morte.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Mourad ha detto a mio padre che dovrò essere la donna meglio vestita di Baku. Pertanto, Madame X…, la nostra amica, mi trascina tutto il giorno da sarte, modiste, stiliste che vedendomi si gettano su di me come avvoltoi, mi rigirano, mi manipolano, mi molestano, mi assordano con le loro opinioni.</strong> L’importanza che possono attribuire al colore di un vestito o alla qualità di un tessuto è patetica. «Ci pensi bene, signorina», mi ha detto ieri una commessa con tono minaccioso, «prima di scegliere questa stoffa». Per non turbarla dandole a vedere che il suo mondo di tessuti per un altro essere umano potrebbe essere polvere, ho sfoderato un’espressione accigliata, fingendo di riflettere intensamente, mentre la commessa, trattenendo il respiro, assisteva con rispetto alla gestazione della mia scelta. È tutto così ridicolo e deprimente, e solo una somma dose di ironia può aiutare a sopportare la povertà di questi interessi. Certo, non è la prima volta che mi reco in un atelier o che scelgo un cappello (mio padre mi ha abituata da tempo) ma prima lo facevo con naturalezza, con un approccio da ragazzina che non si lascia ipnotizzare dai dilemmi sull’abbigliamento. Mentre ora tutto avviene su così larga scala che le mie giornate sono appena sufficienti a contenere gli schiaccianti impegni di scelte e prove d’abito.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="699" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/banin-1986-3-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93462" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/banin-1986-3-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/banin-1986-3-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/banin-1986-3-600x879.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/banin-1986-3.jpg 737w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /><figcaption>Banine (1905-1992) nel 1986</figcaption></figure>



<p><strong>Inoltre, e soprattutto, poiché questo sforzo ha lo scopo principale di ammaliare la Famiglia, mi sembra ancor più ridicolo ed esecrabile.</strong> A proposito della Famiglia: oggi sono arrivati da Baku, per partecipare al nostro matrimonio, Ali, l’unico fratello di Mourad, e Zobeida, la mia figliastra maggiore, la preferita di suo padre. Che choc! Mourad mi aveva parlato di lei come di una bambina, visto che in effetti ha solo sedici anni. Mi aspettavo quindi una ragazzina educata e giudiziosa (è stata cresciuta insieme alle due sorelle e il fratellino da tre governanti, inglese, francese e tedesca). E invece chi mi ritrovo? Una giovane donna che potrebbe tranquillamente essere madre, almeno a giudicare dal suo seno. È in netto sovrappeso e ha degli sgradevoli baffi. L’atteggiamento della “bambina” (come la chiama teneramente Mourad) è di un’intensità sconcertante; urla, gesticola, ride e piange simultaneamente e senza sosta. Appena entrata nella mia stanza, si è impossessata del mio pettine, si è rovesciata sulla poltrona con un tonfo, ha aperto il mio taccuino sul comodino. Dov’è finita l’educazione delle governanti? Presumo che questa esuberanza, che appare del tutto ingestibile, abbia finito per neutralizzarle o farle impazzire.</p>



<p>Stamattina, dopo aver trascorso un’ora con lei, ero talmente esausta e sfiancata che le avrei dato qualsiasi cosa pur di stare un po’ da sola. Mourad la adora. <strong>La trova bella ed è vero (purtroppo è così grassa che ci vuole un po’ per rinvenire questa bellezza nascosta sotto mille pieghe), vivace (ahimè!), dotata di senso musicale. La incoraggia a suonare.</strong> E lei lo fa, ma ad una velocità assurda e senza alcuna delicatezza né ritmo, ha un tocco “di legno”. Io, chiaramente, non elargisco che complimenti. E qui mi fermo tristemente a riflettere sul fatto che mi sto addentrando in una fase di menzogne e ipocrisie. Per evitare di offendere, ma soprattutto per quieto vivere, sarò costantemente costretta a nascondere i miei sentimenti, a ingannare, a mentire. Nel frattempo, davanti a un pubblico ammirato, mio ​​padre tirerà fuori le sue battute di spirito con i membri della Famiglia che gli daranno spazio per esercitare la sua verve.</p>



<p><strong>Mourad mi ha appena regalato una cascata di diamanti degni d’una regina del petrolio. Ed è giusto, dato che d’ora in poi sarà il mio lavoro. Invece di rallegrarmene, penso all’improvviso e senza il minimo nesso tra le due cose, alla sofferenza e alla morte di tanti uomini che da due anni combattono sulla soglia della loro patria.</strong> E sono talmente turbata che il bagliore di queste pietre mi si è spento davanti agli occhi. (Tema banale, quello delle miserie da un lato, del frivolo lusso dall’altro).</p>



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<p>Mourad è gentile con me e spero che con un po’ di buona volontà possa affezionarmi a lui. Dovrei. Ma di lui conosco solo, più o meno, quel che vedo, ovvero il suo aspetto esteriore, la postura, i gesti. Che tipo di pensieri, quali desideri giacciono sotto la superficie? Non lo so ancora. L’involucro è bruno, e piuttosto villoso; il volto invaso da grandi occhi neri, adamantini, un naso dritto e pronunciato, la bocca carnosa e sensuale. È alto e slanciato e sulla quarantina. Ma non ho ancora indizi su cosa vi sia dietro. Mourad non parla molto di affari o denaro; mi ricopre di attenzioni e sembra essere molto tollerante, cosa insolita per un uomo del suo milieu e di quella famiglia. Ah! La Famiglia. Alcune cose di cui sono venuta a conoscenza mi fanno pensare che manca solo che siano cannibali. Gli vengono perfino attribuiti dei casi di omicidio.</p>



<p><strong>Ieri Ali ha raccontato, contorcendosi dalla gioia, che uno dei suoi zii, per divertire la famiglia, ha strappato a morsi delle teste di topi vivi.</strong> Devo essere impallidita, o quantomeno avere espresso tutt’altro che divertimento per questa storiella, perché Mourad ha prontamente cercato di cambiare discorso. Ma Ali, senza accorgersi dei suoi tentativi, ha continuato con veemenza a raccontarci le gesta di zio Assad, uno dei membri più brillanti e in vista della Famiglia.</p>



<p>Da quanto ho capito finora, è quello che a Baku viene chiamato un Kotchi, cioè un capobanda. Queste bande si occupano sia di difendere che di abbreviare l’esistenza dei re del petrolio. Nel primo caso li proteggono, in cambio di una pesante ricompensa, dai loro nemici (che sono anche avversari di se stessi perché semplicemente bande rivali); nella seconda rapiscono i poveri magnati, per poi chiedere un lauto riscatto, il cui rifiuto può causare la morte del prigioniero. Capita spesso che un petroliere faccia buon uso dei Kotchi, lasciando che questi ultimi favoriscano una comunicazione segreta tra le proprie condutture e quelle confinanti; escamotage piuttosto redditizio che spesso viene scoperto solo dopo diversi mesi. <strong>Può anche capitare che in un distretto petrolifero un Kotchi “imprudente” lanci la sua sigaretta accesa, provocando lo scoppio di un incendio in cui vengono bruciati petrolio e milioni.</strong> La polizia nel frattempo sonnecchia. Non abbastanza, però, da non accorgersi di nulla quando qualcosa gli viene infilata qualcosa fra le mani. E quando parte alla caccia del colpevole, lo fa con tutta calma, perché la ricerca stessa potrebbe infaustamente metterla sulla pista giusta, quella che deve essere scansata. Ciò nonostante, le figlie dello zio Assad, il coraggioso Kotchi, non portano il velo, hanno una governante e suonano musica classica. Il capobanda che ascolta una fuga di Bach… (Tema: la musica non sempre ammorbidisce la morale).</p>



<p><em>La traduzione del presente estratto è di Fabrizia Sabbatini</em></p>
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		<title>Gli anni tagliati con l&#8217;accetta e Gratitude</title>
		<link>https://www.pangea.news/francesca-bartellini-racconto-inedito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2022 04:54:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Bartellini]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>PRIMA Il sacerdote fece discendere la mano in un gesto lento e perfetto mentre le labbra gli si aprivano emettendo un suono che sembrava venire da un luogo profondo dell’anima. Poi disse: ‘La condanna che ti sei scelto è quella di essere diviso in due, una parte che sentirà, l’altra che invece non sentirà nulla. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em><strong>PRIMA</strong></em></p>



<p>Il sacerdote fece discendere la mano in un gesto lento e perfetto mentre le labbra gli si aprivano emettendo un suono che sembrava venire da un luogo profondo dell’anima. Poi disse:</p>



<p>‘<strong>La condanna che ti sei scelto è quella di essere diviso in due, una parte che sentirà, l’altra che invece non sentirà nulla. </strong>E per sentire la parte avrà bisogno di una polvere strana , qualcosa che non esiste, ma che esisterà allora quando tornerai&#8230; perchè tu ritornerai, verso la fine dei tempi nuovi e l’inizio di quelli antichi quando la Terra avrà bisogno di aiuto. E la cosa terribile sarà che queste due parti, quella che sente e quella che non sente, prenderanno l’una il posto dell’altra, a turno, di modo che tu non saprai più quale è quale.<br>In tal modo sarai convinto di sentire e provare dei sentimenti che invece non proverai. E quando invece sarai certo di non sentire nulla ecco che proprio lì il profondo della tua anima sentirà quel che la testa non saprà di sentire’.</p>



<p>Gli occhi del vecchio Atar si abbassarono e guardò i suoi calzari laceri. La vita se ne andava. Stava morendo, lo sapevano tutti. La sua malattia era terribile e gli era vietato di guarire.<br>I sacerdoti, sia le donne che gli uomini, si rifiutavano di dargli la cura che l’avrebbe salvato.<br>La cura esisteva ma non per lui.<br>Lui, l’uomo perfetto, il grande sapiente, aveva gettato al vento il dono che gli era stato dato alla nascita, l’aveva tradito tradendo il suo popolo. Poteva vedere il futuro come nessun altro ma l’uso che aveva fatto di questa dote era stato ingiusto e per questo ora non poteva essere curato ma doveva morire.<br>Successe quindi che lui morì solo, abbandonato sulle soglie della città etrusca, sul ciglio della meravigliosa strada di tufo.<br>E mentre moriva risentì le parole del sacerdote che ripeteva: ‘Dovrai riunire le due parti, questo è il tuo debito con il tempo. Nella prossima vita la tua anima profetica sarà bloccata dall’ansia e dalla paura perchè soffrirai negli anni dell’infanzia. La nascita e gli anni subito a seguire verranno ‘tagliati con l’accetta’, saranno cioè anni terribili e così che il tuo occhio divino ne verrà accecato.<br><strong>Ti sarà dato di nascere sotto una stella che ti renderà collerico e sotto un’altra che ti renderà magnanimo e sarà tua assoluta necessità nella vita far prevalere la seconda sulla prima così che sarai buono e dolce e trasformerai la collera in guida verso la via della luce, in modo che controllando la collera usciranno dalle tue labbra parole di miele e saggezza.</strong><br>Ti sarà molto arduo scordare i torti subiti tanto che porterai rancore ricordando continuamente ogni particolare di ciò che hai sofferto e troppo ne vorrai a chi ti ha fatto subire un torto.<br>Perdonare sarà quindi difficile, ma se riuscirai a guarire in te quel grande torto da te subito nei primi anni tagliati con l’accetta, allora perdonare diventerà facile perchè ucciderai in te l’uomo che vuole uccidere.<br>Quest’uomo che vuole uccidere infatti lo sentirai dentro di te e penserai di essere tu, ma invece sarà colui che ha ucciso qualcosa in te negli anni tagliati con l’accetta mentre la donna accanto a lui non lo fermava perchè essi altri non saranno che tuo padre e tua madre.<br>E la polvere bianca ti darà la falsa certezza di poter riaprire il tuo occhio divino, ma in realtà sarà soltanto un’illusione perchè i tuoi occhi si piegheranno in avanti con il tuo corpo, come se fossi sempre sul punto di dormire e crederanno di vedere mentre invece le tue palpebre saranno abitate da fantasmi.<br>Molte persone saranno nella tua stessa condizione , nel tempo in cui vivrai, e ognuna per ragioni diverse.<br>La tua ragione è quella che stabiliamo noi ora ed eccola : ti sarà data la possibilità di ritrovare l’occhio divino che non hai saputo ben amministrare in questa vita e la tua esistenza in quel tempo sarà spesa alla sua ricerca.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="781" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/781px-Death_of_Socrates_MET_DP804110.jpg" alt="" class="wp-image-92948" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/781px-Death_of_Socrates_MET_DP804110.jpg 781w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/781px-Death_of_Socrates_MET_DP804110-300x230.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/781px-Death_of_Socrates_MET_DP804110-768x590.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/781px-Death_of_Socrates_MET_DP804110-600x461.jpg 600w" sizes="(max-width: 781px) 100vw, 781px" /></figure></div>



<p><br><strong>La forza che hai dentro però sembrerà mancarti perchè l’accetta l’avrà tagliata nei tuoi primi anni e sarai spesso convinto di essere un debole.</strong><br>Solo nella seconda metà della vita la ritroverai e con molta fatica, perchè prima la tua superbia ti farà scambiare la realtà con l’illusione e la polvere bianca ti condurrà su una strada senza uscita.<br>Ritroverai l’occhio divino solo quando capirai che la forza sta in quello che credi sia debolezza, nel parlare, nel fissare il proprio limite. Se lo farai la forza verrà di nuovo e potrai aiutare gli altri.<br>Non ci sono eroi senza paura. E nella donna blu troverai l’altra metà di te stesso. Ricordati sempre che noi sacerdoti siamo sia uomini che donne e così dovrà essere anche in futuro o il futuro sarà condotto verso l’abisso. Uomini e donne. Ma nel tempo in cui tu vivrai ci saranno solo sacerdoti uomini e questo porterà la terra alla rovina e il tempo sembrerà fermarsi’.</p>



<p>Così parlò il sacerdote etrusco, circondato da donne e uomini sacerdoti. Poi tacque. Il sole stava sorgendo e Atar stava morendo. E mentre moriva guardando il cielo blu limpido e terso sentì che quel blu l’avrebbe salvato quando fosse tornato di nuovo sulla Terra, la Terra che aveva molto amato ma da cui si stava ora allontanando perchè la sua anima scivolava via e non poteva fare nulla per arrestarla. Si aggrappò a quel blu e riuscì a sopportare la paura di morire.<br><strong>Fu così che l’anima di Atar fuggì da lui, impaziente di liberarsi.<br>Si allontanò da lui e scappò quale un bel corpo nudo di donna che corre su di un prato verde.<br>Così morì e i sacerdoti etruschi, donne e uomini, lo trovarono con gli occhi aperti in uno sguardo pieno di desiderio.</strong><br>‘Tornerà volentieri’ dissero.<br>Gli sparsero un unguento sulle tempie e sussurrarono all’orecchio del suo corpo ora senza vita: ‘Questo unguento ti darà un aiuto nella vita a venire: il talento. Usalo’</p>



<p>*</p>



<p><em><strong>IL RITORNO</strong></em></p>



<p>La luce si fece densa e in un turbine gli venne ridato il tatto, il gusto, l’olfatto, l’odorato. Ultima: la vista.<br>E usci’ dal ventre della madre, felice.<br><br>Crebbe velocemente. Gli misero gli occhiali da piccolo. La vista faticava ad accettarla.</p>



<p>Con gli occhiali a tre anni si guardava allo specchio e faceva le facce per farsi ridere da solo.</p>



<p>Non poteva più sopportare quelle urla. Non poteva più sentirle. Quelle urla voleva dimenticarle, perchè non sapeva più se erano le sue o quelle di sua madre. Sentiva solo la voce pulsare dentro di sé ed eccolo in un’auto ..qualcuno, suo padre spingeva qualcun’altro (sua madre) dalla porta in mezzo alla strada..no! non farlo! gridava il bambino e piangeva.<br>Era solo. Solo. Nessuno a proteggerlo.</p>



<p>Cresceva senza che nessuno capisse la sua mente. La sua mente era acuta e intorno a lui vedeva solo sassi. Sguardi duri. Un sorriso qualche volta, ma non era il sorriso di cui aveva bisogno.</p>



<p>Sentiva la sua intelligenza vacillare perchè le sue emozioni sconnesse gliela portavano via.<br>Soffriva e tremava ogni volta che il padre si avvicinava.</p>



<p>I suoi occhi perdevano la loro acutezza. Chi gliel’avrebbe ridata? Chi l’avrebbe aiutato a ritrovarla?</p>



<p>*</p>



<p><em><strong>UN PO’ PIU’ AVANTI</strong></em></p>



<p>Era stanco e quel pezzo di strada in salita l’aveva davvero sfinito. Era un giorno migliore degli altri, aveva faticato meno ad arrangiarsi. Ed ora stava bene. Aveva quello che voleva, la sua pace dentro, l’onda calda nel sangue.<br><strong>Aveva pensato spesso a quest’onda cercando di vederla accanto a sé e gli appariva sempre senza colore. Non invisibile, semplicemente senza colore, ma ne coglieva tutta la forma e ne distingueva con chiarezza la massa. Ora questa massa gli scorreva nelle vene e quindi non era più solo.</strong> Era con lei, solo, e insieme a lei al tempo stesso. Il sole gli scottava la pelle e cercò di ripararsi sotto ad un albero. Perchè si fosse spinto così tanto fuori città non lo sapeva neanche lui. Era stato il desiderio di stare lontano dalla strada dei suoi traffici umettati di sangue, la necessità di staccarsi dalla bolgia della sua giornata quotidiana fatta di astuzie obbligatorie.<br>Si era distrutto, si era fatto a pezzi, la vita si era ridotta ad uno stento quotidiano, un calvario. Dal mattino appena sveglio la Provvista faceva capolino con il suo volto sensuale e con quelle labbra carnose che lo invitavano a godere, godere, godere.<br>Lo stato cosiddetto normale, era scomparso molto tempo prima, lasciandosi una scia nera dentro di sé.<br>Normale era sinonimo di morte, le sensazioni distrutte, svuotate come tante piccole caselle di un alveare abbandonato.</p>



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<p><em><strong>PIU’ AVANTI ANCORA</strong></em></p>



<p>Eccolo camminare nello stesso luogo, quell’antica strada etrusca con i muraglioni di tufo in mezzo alla campagna. Finiva sempre per andarci appena poteva. Quella strada era per lui come una compagna e non sapeva esattamente come mai.<br>Ora le cose andavano meglio perchè non era più obbligato ai soliti traffici.<br>Aveva un lavoro e cominciava ad essere anche bravo perchè lavorava con i computer e si stava abituando a loro come a necessari colleghi di viaggio.<br>Cosi’ non era più costretto a ramazzare nella follia della sua giornata per trovare l’onda. Ora la trovava a testa alta, la comprava con dignità.<br>E poi aveva incontrato degli occhi. Quelli di lei. Si massaggiò le tempie. Quando pensava a lei un calore alle tempie lo prendeva, era piacevole ma strano.<br>Si accasciò sotto l’albero e si lasciò andare all’indietro sul prato. Tra i rami fitti filtrava il cielo a chiazze e guardando quel blu si sentì tranquillo perchè gli ricordava gli occhi di lei.<br>Dormì. O almeno si svegliò, quindi gli parve di aver dormito. Sapeva che l’onda non lo aveva mai abbandonato e quindi poteva contare su di lei sia che dormisse sia che fosse sveglio.<br>Avvertì un dolore che arrivava da qualche parte lontana del corpo e si rese conto che era la mano a dolergli e d’un tratto si ricordò. Aveva sferrato un pugno, aveva perso completamente il controllo. Quella rabbia assoluta che lo prendeva talvolta, l’aveva sopraffatto e il pugno era partito ma per fortuna aveva colpito un apparecchio che aveva in casa, una macchina. Qualcosa di dis-umano, non qualcosa di umano.<br>Disumano non umano. Bene. Meglio cosi’ quindi. Bene, meglio così. Disumano non umano. Anche lui si sentiva spesso così.<br>Cominciava ad avere sempre più timore di se stesso perchè aveva paura che la prossima volta avrebbe potuto ferire qualcuno. Far male a qualcuno, forse molto male. Dove giaceva questa rabbia, in che luogo profondo? Per anni era stato tormentato dalla sensazione che un lupo che camminasse proprio sul suo cuore impedendogli di pulsare come voleva. Da poco era riuscito a liberarsene e non sapeva ancora come era riuscito a farlo perchè gli sembrava un miracolo.<br>Si scosse e decise di alzarsi in piedi.<br>Ma improvvisamente lo vide. Davanti a lui stava un lupo che si avvicinava minacciosamente, ringhiando.<br>La prima reazione fu di vera paura, ma un attimo dopo venne sopraffatto da una strana sensazione di leggerezza e si mise a ridere e mentre rideva si stupiva di se stesso ridente.<br>Era lì, il maledetto animale nel prato di fianco alla strada tanto amata. Ma almeno non era più sul suo cuore, era riuscito a stanarlo!<br>E se ne aveva paura tanto valeva accettarla questa paura. Ora rideva di gioia perchè finalmente la bestiaccia era uscita da dentro di lui e mentre rideva il lupo si avvicinava sempre di più e sia lui che il lupo sapevano che uno di loro due sarebbe morto. Non c’era altra soluzione, quello era un duello.<br>Lui guardò l’animale dritto negli occhi. Era a pochi passi da lui e stava per balzargli addosso. D’un tratto il lupo in una frazione di secondo abbassò lo sguardo, calmandosi improvvisamente. Lui l’accarezzò e il lupo, come un cane, continuò a scendere la strada scodinzolando.<br>Con le poche energie che gli erano rimaste corse felice su per la strada verso i grandi muraglioni di tufo.<br>Poi crollò al suo suolo per lo sforzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-92949" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146-600x337.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/1067px-Wolf_from_the_Quadrupeds_series_N21_for_Allen__Ginter_Cigarettes_MET_DP835146.jpg 1067w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><em><strong>DOPO UN’ORA</strong></em></p>



<p>E lei lo trovò, che dormiva, nel prato al crepuscolo.<br>Lo aveva cercato tutto il giorno. Lo toccò: era caldo. Gli toccò il petto. Il cuore batteva regolarmente. Pensò a quanto amava quel cuore. Pensò al sangue che entrava ed usciva da quel muscolo rosso e forte. Sentì il sesso di lui dentro di sé: in un attimo il suo amore per lui le salì come un’onda verso il cervello e la fece vacillare.<br>Conosceva quest’onda di piacere che le faceva anche paura, ma senza cui non poteva vivere. La sua onda blu.<br>Lo sfiorò gentilmente. Era bello quando dormiva, con quella vaga piega di dolore intorno alla bocca.<br>Si guardò intorno. Le rovine avevano qualcosa di meraviglioso. ‘Quest’ antica città con le mura di tufo l’ho sempre amata’ pensò.<br>Lo scosse piano piano e lui aprì gli occhi. Per un attimo ebbe timore che si arrabbiasse.<br>Lui si mise a sedere di scatto. La guardò un pò torvo con quello sguardo che lei conosceva bene.<br>E lei disse: ‘ Venendo qui ho visto sul muro una scritta: ‘La Terra urla’. ‘Ah&#8230;’ fece lui con aria disinteressata<br>‘ Non trovi che sia vero?’ fece lei ‘Cosa?’ rispose lui ‘<br>‘Voglio dire&#8230;la Terra&#8230;la Terra&#8230;non ce la fa più. La stiamo divorando noi schiavi di quelli che decidono e loro con noi’<br>‘Sono stanco di me stesso’. Ma sono stanco anche di te. Mi hai abbandonato troppo spesso.<br>Lei pensò a quanto era impossibile per lui immaginare cosa volesse dire vederlo entrare in casa, mangiare quasi nulla, fingendo un’aria disinvolta sdraiarsi sul letto e mettersi a leggere un libro e dopo qualche istante vedere il suo capo oscillare nel vuoto, accasciarsi sul libro mentre il corpo ormai attraversato dall’onda stava affogando. E questo per mesi. Ma il tempo non contava più per lui quando era nell’onda e lei lo sapeva. Il tempo si gonfiava e dilatava a piacimento come su una navicella spaziale. Ma lui non lo sapeva di essere sulla navicella, lui si sentiva perfettamente a suo agio sul letto. Lui non sapeva della disperazione di lei nel vederlo così, ma lei aveva sì idea della disperazione di lui, l’aveva pensata, immaginata, sentita. Lui non sapeva quanto lei odiasse quella polvere bianca e i guadagni mafiosi che ci stavano intorno, la droga della Cia per tenerci buoni e zitti. Lui non lo sapeva.<br>Si sfiorò la tempia. ‘Certo che il teatro io e te lo capiamo davvero’ disse ‘Non cambiare argomento’ ribatté secco lui’<br>Ci fu una pausa. Lei guardò in basso. ‘Sì&#8230; è vero’ sussurrò lui.<br>‘Non puoi usare questo talento per ritrovare la luce?’ chiese lei ‘Non parlarmi così, lo sai che non sopporto quando parli ermetico’<br>Lei guardò le mani di lui che adorava e sentì che lui l’amava molto, ma non sapeva dirglielo perchè l’onda gli aveva risucchiato le parole, una per una.<br><strong>Di nuovo gli guardò le mani: nessuno aveva mani più belle, lei le capiva, le parlavano un linguaggio antico, erano fatte per muoversi nell’aria e disegnarci segni sacri. Ma lui non lo sapeva.</strong><br>Lui guardò il cielo e mormorò: ‘Il blu oggi è proprio il tuo, non trovi?’ Lei annuì. Nell’infanzia le era capitato molto spesso, e anche dopo, quando era ragazzina, di guardare il cielo e piangere di gioia nel vederne il blu. Nessuna spiegazione. Solo gioia. E lei sapeva che lui era il solo uomo che avesse mai capito questo sentimento in lei.<br>Lui si alzò di scatto e si incamminò per la strada sterrata ed antica e la sua figura dinoccolata ricordava quella di un uccello, forse un’aquila, forse un gabbiano.<br>Lei lo guardò allontanarsi. Poi gli corse dietro e urlò: ‘ Dove vai?’ ‘Alla città antica’ rispose lui.<br>Lei lo raggiunse e camminarono in silenzio per un po’.<br>Arrivarono in cima e guardarono verso il mare, laggiù.<br>‘Il mare’ disse lei’ dove ci siamo gettati la nostra prima notte’<br><strong>‘Ami tutto quello che è blu. Se vedessi una iena blu l’ameresti con tutta te stessa’</strong> replicò lui cinicamente.<br>Lui la guardò e lei sentì di nuovo che lui l’amava ma che l’anima di lui era intrappolata in un vortice, ma perchè e chi l’avesse deciso le pareva un mistero. Sapeva che solo lei poteva aiutarlo, ma il perchè di questo era anche un mistero. Sapeva che lui non voleva guardare la realtà in faccia, non voleva andare in fondo a quel groviglio. Ma solo andando in fondo avrebbe ritrovato se stesso.<br>Come sapeva anche di essere scappata dall’inaffidabilità di lui per via della polverina bianca e nello stesso tempo sapeva che il blu di lei l’avrebbe condotto a ricordare il dolore e prendere l’onda turbinosa di sabbia per trasformarla in acqua calma e trasparente.<br>Il blu di lei era l’armatura che l’avrebbe portato a guidare tante persone verso la salvezza. Queste parole lei le sentiva risuonare dentro di sé senza conoscerne esattamente il significato. Sentiva solo che era la verità.<br>Lui disse ‘So che ci sono persone insostituibili, lo so, ma preferisco non crederlo’<br>Lui ogni tanto dubitava di tutto. Si rendeva conto che talvolta lei idealizzava la realtà, forse perchè le cose erano troppo tristi se non gli si metteva dentro un pò di luce sopra, ma una vocina dentro di lui gli diceva che lei era in contatto con le stelle.<br>Si massaggiò le tempie.<br>‘Hai male alle tempie?’ chiese lei ‘Sì’ rispose lui<br>Lei sospirò. Il talento era la via, lo sapeva. Ma lui non aveva l’abitudine a lavorare, uno dopo l’altro, i giorni infilati nella costruzione paziente delle parole erano difficili da immaginare. Era bravo a seguire una disciplina, come un soldatino, soprattutto se lo portava a stare lontano dalla polvere bianca per lunghi periodi in mezzo al mare.<br>Isolarsi, stare via dalla polvere. Tramite i computer aveva imparato.<br>Pensava a quanto il destino di lui fosse strano, quale diviso in due, con l’accetta quasi: una profonda bontà unita all’assoluta incapacità di sostenerne i valori, un’abitudine all’egoismo a causa della dipendenza dalla sostanza.<br>‘Io non sono affidabile’ le aveva detto recentemente ‘ Ancora non ti sei rassegnata?’ E lei sentiva una morsa dentro di sé perchè sapeva che era vero e nello stesso tempo sapeva che il suo destino era quello di farlo uscire dai giorni tagliati con l’accetta.<br>L’amore assume diverse forme e tra gli amanti l’amore si diverte a mutare una forma in un’altra e lei sapeva di essere per lui, a seconda del momento, amante, sposa, sorella, madre e figlia e lui per lei fratello, amante, sposo e figlio.<br>Per lei la vita era spirituale. Guardava la realtà con l’occhio dell’anima. I suoi valori erano altri. Quando camminava per strada vedeva un groviglio di anime davanti a sé, non i corpi vedeva ma le anime e la maggior parte erano scure come la pece e avevano deformazioni che sembravano reali come in un quadro.<br>Il fascino dell’esistenza era per lei la luce divina che lei vedeva nelle cose ma di cui la maggior parte della gente percepiva solo bagliori, come da una caverna chiusa da un pesante masso.<br>Tutti vivevano solo e unicamente sommersi dalla materia anche perchè ora la pura sopravvivenza era diventata l’unico scopo della vita per milioni di persone.<br>Lo è sempre stata, si disse fra sé e sé, ma ora è peggio perchè la macchina ci blocca con le sue scheggie d’acciaio. Prima anche un servo poteva sedersi sotto un albero per un attimo a riposare, ora i servi dovevano chiedere il permesso alle banche prima di sedersi, perchè ormai era chiaro a tutti che il nuovo medioevo faceva pagare ai servi i capricci dei valvassori della borsa.<br>E certo la tentazione materiale era grande e sia lui che lei si facevano talvolta tirare a destra e a sinistra dalla superficie delle cose e facevano talvolta, e loro malgrado, quello che nella lingua di ogni giorno si chiama ‘stare a galla’.<br>D’improvviso le vennero in mente quei giorni bellissimi dove lui era calmo, abbronzato, nuotava nel mare. Di certo la sua calma allora era apparente, quella calma di cristallo che può saltare in mille pezzi.<br>Lei invece avrebbe voluto quell’altra calma in lui, quella profonda. Ma per trovare quella lui avrebbe dovuto fare un lungo viaggio dentro se stesso e curarsi l’anima come dice la gente nel ventunesimo secolo, dove la parola anima si nomina ogni minuto perchè non si ha la minima idea di che cosa sia, ma si vuole sentirne almeno il suono.<br>Se fai quel viaggio potrai sentire l’amore che hai per me come un dono senza avere sempre paura di essere vittima delle emozioni, pensava lei ma non glielo diceva.<br>Noi ne abbiamo fatti di progressi insieme, ma non li vedi pensò di nuovo lei. E’ un lungo cammino verso la guarigione ma io ti sono stata vicino e certo ho commesso gli errori della mia incarnazione. Mi sono spaventata della polverina, sono scappata a più riprese. Ma attraverso questo tirocinio ho imparato la solidarietà.<br>Pensava di gridargli: Tu mi vuoi bene e nei momenti di lucidità mi dici che non sei una persona affidabile. Eppure io mi voglio fidare, fidare, fidare!. Ma lui era ancora distante. Era scomparso dietro la curva.<br>Immerse il viso in un cespuglio di alloro che cresceva sul ciglio della strada e il profumo la invase come una benedizione.<br>E capì. All’improvviso. La luna di lui, quella che gli pendeva sul capo e lo faceva arrabbiare, era lì per insegnargli a piegarla come un ferro, a mettersela nel pugno ed osservarla. Osservare la luna nel pugno di una mano.<br>Il suo destino stava lì. Nel dominarsi e nel perdonare, nel non smettere di amare a causa del rancore.<br>E lei sarebbe diventata la più saggia delle donne. E avrebbero scoperto la strada insieme.<br>Metà della strada era già fatta.<br>Si guardò intorno. Era proprio a metà del cammino.<br>Ed è proprio a metà del cammino che gli ostacoli arrivano addosso come saette. Per un attimo si guardò intorno perchè aveva la sensazione di essere osservata. Ma non vide nessuno.<br>Eppure sentiva intorno a sé delle presenze, discrete ma attente. Sorrise.<br>In quel momento lo vide tornare indietro. Teneva qualcosa in mano, erano dei fiori, grandissimi, dallo stelo lungo. Bianchi.<br>Le lacrime le coprivano il viso e quando lui le fu vicino lei disse: ‘Io non ti ho mai abbandonato. Tu eri con la polvere bianca stretto in un abbraccio scheletrico’.<br>Lui le porse i fiori bianchi e lei li abbracciò come fosse lui e disse ad ogni fiore che l’amava, lo sussurrò tra i petali che parevano orecchie.<br>‘Orecchie della Terra’ rise lui. Le prese la mano e la baciò. Poi però voltò la testa in un’altra direzione con una smorfia quasi di dolore.<br>‘Vorrei costruire per te uno spazio di protezione, un grande spazio di protezione &#8211; disse lei &#8211; Facciamo una casa così. Pace nel Blu. Noi siamo due maghi&#8230;facciamola questa magia&#8230;e ricordati che i vulcani, che sono i miei luoghi preferiti, se li guardi attentamente, sono blu’.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Screenshot-2022-09-28-at-10-37-22-451px-The_Mirror_MET_DP874066.jpg-immagine-JPEG-451-×-600-pixel-Riscalata-93.png" alt="" class="wp-image-92950" width="420" height="495" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Screenshot-2022-09-28-at-10-37-22-451px-The_Mirror_MET_DP874066.jpg-immagine-JPEG-451-×-600-pixel-Riscalata-93.png 572w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Screenshot-2022-09-28-at-10-37-22-451px-The_Mirror_MET_DP874066.jpg-immagine-JPEG-451-×-600-pixel-Riscalata-93-255x300.png 255w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></figure></div>



<p><strong><em>GRATITUDE</em></strong></p>



<p><em>A Nicola</em><br><br>Arrivai al ruscello e me la vidi davanti seduta su di un masso. Era bellissima. Era una ninfa ne ero certa. Lo capii da quei capelli lunghissimi che le avvolgevano i seni e dal resto del corpo nudo ed affusolato. Le chiesi come si chiamasse e lei esclamò: ‘Gratitude e bisogna dirlo alla francese!’. ‘Certo’ le risposi’ nessun problema’. Mentre la osservo con il rumore del ruscello che ci circonda mi rendo conto di averla già vista…sicuro l’ho incrociata ma per un attimo, quella volta a New York per strada e quell’altra a Milano alla stazione e poi sulla riva del mare…ma anche quella volta davanti al liceo da ragazza e un’altra volta che ora mi sfugge… insomma mi stavo ricordando di averla vista innumerevoli volte ma solo di scorcio perché Gratitude era sempre di fretta. Improvvisamente mi sorride, si getta in acqua e non riemerge più. Io vengo presa da una tristezza quasi esagerata di cui non mi spiego la ragione. Dall’acqua allora affiora lentamente uno specchio in bronzo, di quegli specchi antichissimi di manifattura etrusca. Lo afferro e mi ci specchio subito.  Gratitude era lì con me nell’immagine allo specchio ed appoggiava la mano sulla mia spalla mentre mi stava dicendo ‘ Se tu vuoi io sarò sempre accanto a te. Dipende da te’. Capisco allora che Gratitude è venuta a trovarmi al fiume perché io potessi davvero vederla grazie a qualcuno e credo di sapere chi…Un uomo bruno che per me da un po’  è come un fratello. E’ stato lui a farmela riconoscere grazie alla sua generosità di tempi che furono, di anime elevate, di secoli passati, di re africani reincarnati. Le altre volte quando l’avevo incrociata non era stata lei a correre via, ero stata io. Ero stata io ad avere fretta. Ora invece, dopo averla riconosciuta,  avevo tutto il tempo per starle sempre accanto.</p>



<p><em><strong>Il precedente racconto di Francesca Bartellini e la nota sull&#8217;autrice li potete trovare <a href="https://www.pangea.news/amica-del-mare-bartellini/">qui</a>. </strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-bartellini-racconto-inedito/">Gli anni tagliati con l&#8217;accetta e Gratitude</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sì, un coltello è essenziale”. Un saggio di Marianne Moore</title>
		<link>https://www.pangea.news/marianne-moore-il-coltello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2022 04:10:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Marius Ghencea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il coltello” è un breve saggio della poetessa statunitense Marianne Moore (1887-1972), scritto nel 1963 e apparso per la prima volta sul numero 123 della rivista “House and Garden” (ora raccolto in “The complete prose of Marianne Moore”, Viking Penguin, 1986). Lo scritto, finora inedito in Italia, è stato menzionato per la prima volta da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marianne-moore-il-coltello/">“Sì, un coltello è essenziale”. Un saggio di Marianne Moore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“Il coltello” è un breve saggio della poetessa statunitense Marianne Moore (1887-1972), scritto nel 1963 e apparso per la prima volta sul numero 123 della rivista “House and Garden” (ora raccolto in “The complete prose of Marianne Moore”, Viking Penguin, 1986). Lo scritto, finora inedito in Italia, è stato menzionato per la prima volta da Cristina Campo nel suo “Gli Imperdonabili”:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em><strong>“Meticolosa, speciosa, inflessibile come tutti i veri visionari la poetessa Marianne Moore scrive un saggio sui coltelli. […] &nbsp;Uno solo, comunque, è l’affar suo, la sua lode e il suo salmo: l’ardua e meravigliosa perfezione, questa divina ingiuria da venerare nella natura, da toccare nell’arte, da inventare gloriosamente nel quotidiano contegno”.</strong></em></p></blockquote>



<p><em>Il saggio è qui tradotto e proposto nella versione di Marius Ghencea.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="715" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-715x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91632" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-600x859.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL.jpg 754w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p><strong><em>Il coltello</em></strong><strong><em></em></strong></p>



<p>Ho un coltello tenuto da due chiodi piatti sull’involucro dell’armadio delle porcellane in cucina. Ha una lama lunga circa 8 pollici, acciaio di alta qualità, unita da un manico in ebano con collare in ottone – il marchio registrato è Encore, Thomas Turner, Cutler a Sua Maestà – comprato a Oxford nel 1911 per tagliare pane e formaggio, da me e mia madre che alloggiavamo in Magpie Lane, ex Grove street, non lontano dalla Bodleian. Su una rampa di scale, sopra la sala di lettura della Biblioteca, tra le teche contenenti oggetti congruenti d’interesse per gli studiosi, c’erano i <em>trencher</em> su uno dei quali recitava il motto:</p>



<p><em>If thou be young then marry not yet.</em><br><em>If thou be olde, then no wife get</em><br><em>For young men’s wives will not be taught</em><br><em>And olde men’s wives be good for naught.</em></p>



<p>Penso che questo motto possa aver avuto una parte nella mia antipatia per l’ordine inverso delle parole in versi che pretende d’esser poesia.</p>



<p><strong>Il mio coltello Turner è così affilato da tentarne l’uso per tagliare più che del pane — per sezionare il pompelmo, per affettare un limone, un&#8217;anguria:</strong> per liberare il favo quale si è cementato quasi permanentemente al telaio. Il risultato: macchie che accusano mani troppo frettolose a strofinare un coltello con il bagliore d’acciaio Bon Ami – indicazione dello stato di casalinga, indiscutibile come i diamanti e i rubini che incrostano le enormi spade d’oro fornite dal re per ogni contentino, invitato al battesimo di sua figlia, la principessa nel racconto di Perrault <em>La bella addormentata</em>.</p>



<p><strong>Una massiccia spada d’oro, come un tagliacarte, tuttavia, è meno pratica del guscio di una tartaruga, dell&#8217;avorio, o del coltello da scrivania in acciaio, fabbricato da alcuni produttori tedeschi con testa in Mercurio sull&#8217;elsa e la parola Vittoria.</strong> Il metallo ovviamente non può competere esteticamente col tagliacarte giapponese in ebano&nbsp;smussato, venduto da Takahashi a San Francisco: o con l&#8217;avorio cinese – tipo di tagliacarte che mi regalarono una volta – il manico che diminuisce di diametro a causa di una corta coda d&#8217;animale ben arrotondata che sembra tuffarsi nell&#8217;avorio da un lato, mentre naso e orecchie passano dall&#8217;altro. L&#8217;avorio sembra la dentina migliore per la carta indiana, piuttosto che un bordo affilato di fitte rughe che potrebbero virare sul margine o strappare un angolo in diagonale. Sì, un coltello è essenziale. Come osservò l&#8217;ammiraglio Roscoe Fletcher Good: “Un uomo di mare senza un coltello non è un marinaio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="787" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-1024x787.jpg" alt="" class="wp-image-91633" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-1024x787.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-300x230.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-768x590.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-600x461.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884.jpg 1406w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Per i corrispondenti con complessi di sicurezza che sigillano un lembo chiuso all&#8217;ultima traccia del bordo gommato, un minuscolo negozio a Venezia ha esattamente la lama: Andrea Ferigo, Coltelleria Arrotinaria, in S. Marco 2358 Calle delle Ostreghe.</strong> La cassa dell&#8217;osso bianco è lunga da 11 a 16 pollici, fissata da tre rivetti in ottone con un punto rosso vicino alla cerniera. La lama, con scanalatura per il pollice, ha un anello e un apice abbastanza sottile da entrare in un&#8217;apertura dalle dimensioni d&#8217;una punta di spillo. Con una graffetta attaccata all’anello, questo “bino” (bambino) non deve smarrirsi. Il negozio considera i coltelli da scuoiatura come la loro specialità, ma hanno anche coltelli da frutta e forchette a due punte in acciaio inossidabile, ciascuno con manico in composizione bianca. Usandoli come sostituti di giganteschi strumenti offerti dalle navi e dagli hotel, si può competere con il cameriere che prepara una pesca o una mela dura senza appoggiare un solo dito sulla parte che si mangia. Ne ho comprate un paio; poi mi è stato presentato subito dopo un coltello greco con lama in acciaio da 2 pollici in una presa da 2 pollici e la lama incisa con un fiore a quattro petali su un lato e sull’altro da un pesce che porta via un po’ di lenza. Simmetricamente verrucato dalle teste dei rivetti che stabilizzano la lama, il manico in ottone del coltello ha dei cerchi lavorati a sbalzo che racchiudono tre piccoli gioielli in pasta; quella che sembra essere una pietra di sangue tra due granati. In termini di dimensioni e non di fascino, la mia spada greca è superata, naturalmente, dal coltello da anguria che dominava il racconto di P. Papakoukas nel notiziario di Atene dal “fronte di anguria” di mezza estate in città, che era più o meno come segue:</p>



<p><em>Ancora una volta ho a che fare con strumenti facilmente maneggevoli… che in questi giorni ho raggiunto un picco di attività. Due venditori di angurie si sono arrabbiati con un cliente che non aveva trovato le fette abbastanza rosse, e li trattava come un’anguria in attesa del coltello. Ogni estate il colore di questo delizioso frutto crea una moltitudine di incomprensioni che culminano nel distretto di polizia. La scena è qualcosa del genere: il venditore di angurie col suo carretto in mano… ed il cliente innocente.</em><em></em></p>



<p><em>“Sono rosse?”</em><em></em></p>



<p><em>“Se non lo sono non prenderne…” ed il coltello balenò in avanti… “Il fuoco non potrebbe essere più rosso”.</em><em></em></p>



<p><em>“Non è rosso”.</em><em></em></p>



<p><em>“Non è rosso?”. </em><em></em></p>



<p><em>Segue un argomento su chi è daltonico… a volte vengono chiamati esperti: “Mi scusi, signore. Un minuto per favore del suo tempo, quest’anguria è rossa?”. In tre minuti circa si riuniscono venti esperti, gridando ciascuno la propria opinione.</em><em></em></p>



<p><em>“È rossa.”</em><em></em></p>



<p><em>“No, non lo è, è rosa”.</em><em></em></p>



<p><em>“Bianca”.</em><em></em></p>



<p><em>“Sono vent’anni che vendo angurie e so cosa sto dicendo”.</em><em></em></p>



<p><em>“Mangio angurie da quarant’anni”.</em><em></em></p>



<p><em>“Giacché l’ho tagliata, devi comprarla”.</em><em></em></p>



<p><em>“Se non è un cocomero ma un midollo, che cosa ci faccio? Dallo alle galline no?&#8230;”</em><em></em></p>



<p><em>“Anche tu sei un midollo… lo sembri”.</em><em></em></p>



<p><em>Non c’è bisogno di tutto questo. Lascia che l’ipotesi sul colore sia una questione di tecnica, fortuna e percezione extra-sensoriale. Un ordine della polizia sulla questione potrebbe risolverla una volta per tutte.</em></p>



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<p><strong>Diciamo che chi vive di spada morirà di spada. I Romani, i Fiorentini e gli Etruschi non ne erano convinti. Potrebbe un guerriero superare in forza un Etrusco che impugna uno scudo da 20 chili e una lunga spada, sotto un elmo lungo un metro e mezzo circa dalla cresta alla punta del caudel?</strong> <em>Un soldato</em> di Giorgione, in cremisi e spada verticale guardando in avanti come un filosofo o un magistrato, implica l’opposto dello spargimento di sangue. I voti contro Ippocrate quando fu nominato per l’esilio non furono mai sufficienti per esiliarlo, come dimostrano i cocci nel museo di Agora di Atene. Piccoli attrezzi e frammenti trovati dove Fidia aveva la sua bottega ad Olimpia così come il trionfo della chirurgia di Charcot, appartengono alla mitologia dell&#8217;abilità in cui l&#8217;immaginazione creativa – diciamo l&#8217;anima – sminuisce qualsiasi esempio di trionfo in combattimento. Il fatto che l&#8217;Hermes di Prassitele dovesse sembrare sorridente&nbsp;da sinistra e riflessivo da destra, confonde&nbsp;l&#8217;analisi. Il taglio manuale del marmo sta diventando un&#8217;arte perduta; come dimostrato nel David di Michelangelo e nel Mosè che doveva far parte della tomba di Papa Giulio II. <strong>Il Mosè – alla destra delle catene che legavano l&#8217;apostolo Pietro nella chiesa a lui intitolata, San Pietro&nbsp;<em>in</em> Vincoli – è un&#8217;altra prova che gli scultori di Santi sono spesso ostacolati dalla non-santità dei contemporanei. Per la loro cupidigia, i cavatori di Carrara contrastarono il sogno di Michelangelo portando il marmo per la tomba del Papa Giulio II dal Monte Borla.</strong> Michelangelo con due servi e dei cavalli, come ci spiega il suo amico Condivi, trascorsi otto mesi alla ricerca della giusta venatura di marmo per il monumento sepolcrale, fu poi costretto – con i marinai genovesi e la loro barca – a spostarsi a sud di Serravezza, da dove il marmo sarebbe stato caricato per il trasporto ad Ostia lungo il Tevere fino a Roma. La tomba non fu mai terminata.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="721" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-721x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91634" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-721x1024.jpg 721w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-600x853.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610.jpg 760w" sizes="(max-width: 721px) 100vw, 721px" /></figure>



<p>Un uso più rude – diciamo meno euforico – del cesello è offerto dall’architettura:&nbsp;le Cariatidi dell’Eretteo e le loro repliche con le braccia&nbsp;(realizzate prima che le originali venissero danneggiate), accanto al lago di Villa Adriana; <strong>il padre Tevere,&nbsp;in rapida erosione, benignamente sorridente&nbsp;in fondo al lago, con Romolo e Remo accoccolati nel suo grembo; l’alligatore in pietra, che giace con una naturalezza senza pari a formare una S appena accennata, sul lago di fronte alle Cariatidi, le sue mascelle dentellate&nbsp;ferocemente spalancate, o forse aperte in un sorriso? </strong>La&nbsp;realisticità&nbsp;dell’alligatore ha una controparte nelle dissimili teste di gargolle che sporgono dalla fascia di pietra che sormonta le porte del Palazzo del Re a Sintra – lo stesso cancello dal quale si sporgono&nbsp;una testa di leone che aggrotta le sopracciglia e una che sorride; la soglia avvolta alla base da una fitta felce capelvenere, nonostante&nbsp;i terreni agricoli arsi&nbsp;dal sole. I leoni, simbolo ricorrente sotto molti Re, li incontriamo di nuovo&nbsp;a bocche aperte&nbsp;in fila&nbsp;di cinque o sei, davanti a quello che era il Palazzo di Delos; ma anche nelle fontane leonine italiane e nel leone di San Marco, sulla colonna accanto la banchina che costeggia Piazza San Marco.</p>



<p>Un uso del cesello, apparentemente più funzionale rispetto al ritratto, è quello del lavoro d&#8217;intarsio italiano raffigurante fiori, api e farfalle – come nel tavolo degno di nota, presente nelle stanze da disegno del castello di Montegufoni, appartenuto alla famiglia Sitwell; o come negli intarsi severamente geometrici del paravento color oliva, bianco e nero che divide la cappella in memoria dell’arcivescovo Pantaleone, fondatore della chiesa di Ravello. A guardia dal pulpito stanno sei leoni a zampe incrociate, ognuno con una faccia differente; tre maschi e tre femmine.</p>



<p><strong>Lo scalpellino in Italia ha portato alla perfezione l’arte della pavimentazione, come vediamo in quasi tutte le città italiane: un concentrico ventaglio di ciottoli stradali, il cordolo che sporge a semicerchio mortasato a mezza eclissi in quello adiacente; per non parlare dell’utilizzo di pietre da muro, singolarmente sporgenti a intervalli, formando una scala che rinforza il rivestimento murale su per la strada di collina – quasi verticale – che porta a Cortona;</strong> e ancora nelle persiane in pietra alte due o tre metri, tutt’ora in uso nella chiesa di Torcello – ogni singolo pezzo di pietra originariamente a protezione contro i pirati. Questa passione per la lavorazione in pietra si può vedere nei mosaici di Ercolano al Museo Nazionale di Napoli: motivi nero su bianco – a muro di Troia – oppure forme ad otto interconnesse, che racchiudono simboli quali la X, l’ascia, la scatola, la croce, il cerchio, l’ovale. Caso a sé stante rappresenta una variante realizzata in Grecia in ciottoli bianchi e neri: la scala eleva il percorso verso la cittadella di Lindo, abbellendo con uno spruzzo di eliotropo, bianco su nero, la soglia di una formale dimora a Santorini.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="582" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1024x582.jpg" alt="" class="wp-image-91635" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1024x582.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-300x171.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-768x437.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1536x874.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-600x341.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686.jpg 1899w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>In Italia la lavorazione della pietra va di pari passo con la costruzione di gallerie rettilinee o talvolta a mezza serpentina; con l’espediente per combattere l’erosione; la freccia di pietra impiantata su un ripido pendio;</strong> con il precipizio di una roccia tranciata sulla strada che va da Perugia a Roma dove, burrone dopo burrone, è intersecato da anfratti minori ricoperti di viti come i verticali vigneti di Ravello. <strong>La casa e l’uva sono spesso custodite da un cancello in ferro battuto in cima a una scalinata scavata nella roccia. Tali trionfi del lavoro manuale sono tuttavia una miniatura se confrontati con tredici anni di lavoro di 300.000 schiavi nell’innalzare il tempio di Zeus a Olimpia.</strong> Anche la manodopera dei migliori tagliapietre si presenta sminuita dallo spirito, come simboleggiato dal tumulo erboso che commemora i morti a Maratona, vicino alla stele del soldato ateniese associato a Fidippide che, troppo entusiasta per deporre scudo, spada e protezioni per le gambe, alterava combattimenti a Maratona – corse le ventisei miglia e mezzo fino ad Atene in un’ora per annunciare mentre cadeva esausto: “abbiamo vinto”.</p>



<p>Nel valore, vi è poco spazio per l’egotismo. Come dice Confucio: “Se c’è un coltello di risentimento nel cuore, la mente non riesce ad agire con precisione”.</p>



<p><strong><em>Marianne Moore</em></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="488" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-1024x488.jpg" alt="" class="wp-image-91637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-1024x488.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-300x143.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-768x366.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-600x286.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Marianne Moore: in sede finale</strong></p>



<p>La mestierante, la virtuosa dello slogan, perché lo slogan è sì rubato dalla bocca, è sì un americanissimo contro canto yankee alla sentenza, ma non è da deridere, debutta senza proverbialità, è retorica, omaggio, ironia che satura tutte le superfici e non trova ostacoli, né interlocutori; l’allenatrice di una squadra, una squadra o un gruppo per ora in costruzione, dove si stringono le prime amicizie, le leggi sono in mano al carisma e come nessuno ancora si sente gratificato, nessuno si costituisce parte lesa; <strong>promotrice di arti e sale da ballo, purché sia una specie di pugilato o di concorso, di rampe di scale che portano ad appartamenti provinciali nel mezzo della city, a nidi di rondine abbelliti durante la disfatta, il trascinamento;</strong> zoologa dei becchi e degli artigli, delle zampe e dei denti, non per forza manierista del dettaglio, del solubile ritrattino che si scioglie nella composizione, ma del corpo atletico, attualmente ancora in uso, un corpo intero – certo non quello intero da macello, da vivisezione, perché ci vuole fortuna o crudeltà per cadere in quelle reti grandi quanto tutto l’animale, reti fabbricate a dismisura, testate con l’acqua e il riempimento e non con le mosse, per issare anche il ciuffo d’erba rampicante, l’ultimo suolo su cui camminavano uomini e animali, sbarbato assieme all’ombra gigante –; etologa di mestieri, ricercatrice tra questi animali di ingegni e fionde precisissime che sfiorano non selvaggiamente il bersaglio ma lo centrano proporzionale al bisogno, all’altezza; spesso animali cui nessuno può credere (gerboa, basilisco, pangolino), detti quasi per convincere, socraticamente, dell’esistenza di sconosciuti patti tra maestri e allievi; esistenze che si realizzano prima ancora di scegliere il luogo della caccia o dell’approvvigionamento; e viene prima la teoria della pratica, viene una teoria acquattata, prima daltonica poi sempre più colorata, pratica; si affonda nel dettaglio con un ragionamento parlottato da conferenza, una conferenza che vissuta in piedi procura solo frustrazione, nell’abuso, nel consumo di fatti, fonti, dati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="586" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1024x586.jpg" alt="" class="wp-image-91636" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1024x586.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-300x172.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-768x439.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1536x879.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-600x343.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098.jpg 1888w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Dove gli entomologhi (o i fabbri, i critici, i conciatori, altri mestieri tutti in uno) in ginocchio raccolgono escrementi e scaglie, lei raccoglie impartizioni, dogmi di animali e vice-animali, ruoli e indicazioni di impugnature, di essiccamenti, di lunghe lavorazioni istantanee</strong>, perfette per quel verso lungo e diagonale, suo lavoro esplicativo, quasi mai didascalico si intende ma tollerante dei riferimenti che entrano, necessario confezionare. E se l’animale suo è teoremico, così come l’arma, il ventaglio, la pelliccia, un sistema permette di riprodurlo in vetro, in pietra, di farne chissà quale oggetto da mansarda o da adorazione, ma all’oca resteranno sempre « <em>le zampe da gondoliere</em> », la purezza della strategia, del fondale, dunque un remo e un’autorità temuta da tutti, visto il costume e la drenante mossa che si impara sul fianco destro e su quello sinistro, agitando la superficie e restando scorbutici, in posa: così l’oca, così il veneziano.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei è l’unica che gira in uniforme in mezzo alle bandiere e alle spillette, sulle tavole delle università e dei collegi; e qui le sentinelle, che sono come spiriti ma più piantate e più debitrici, la seguono; ché le sentinelle, i veri custodi, le girano attorno e non si presentano mai, si prestano al favore, alla parola perfetta; </strong>l’avvocatessa, l’unica difensora ad accusare e accusatrice che demorde, di parti incontrollabili tra loro, tra vincitori, eroi, atleti, anche due personaggi e due scrittori semmai, senza usare mai i nomi reali, a meno che non si tratti di nomi scientifici (Jubal e Jabal? Bach e Brahms?); due parti, due bellezze e non si contano le differite ma se lei sceglierà, sceglierà sempre il meglio attrezzato, il meglio vestito si intende, quello con lo straccio che tonfa quando cade, non con la maglia che si infila. Tutto quello che sceglie è quello che appare infine, l’unico non omesso; il resto lo castra, lo tiene a mo’ di malocchio appeso alle finestre, dietro a due tendine fiorate, un potpourri di lavaggi, e scaccia la vigliaccheria, il pretesto; non le restano, anzi le abbondano le manualità, i suoi princìpi, lo stile.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong></p>
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		<title>“Entusiasta di vivere”. Il teatro d’ombre di Giampiero Neri</title>
		<link>https://www.pangea.news/giampiero-neri-inediti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 May 2022 04:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Garzanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Neri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oh, certo, nelle poesie di Giampiero Neri (in copertina nella fotografia di Dino Ignani) – direi: epigrafi, cenni di vita su lamina, non più orfica – traspare la perizia entomologica: si sa – l’ha scritto lui, spesso – quanto deve a Jean-Henri Fabre. Il gusto per il particolare, per il suo delirio, però, non dilaga [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giampiero-neri-inediti/">“Entusiasta di vivere”. Il teatro d’ombre di Giampiero Neri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oh, certo, nelle poesie di <strong>Giampiero Neri</strong> (<em>in copertina nella fotografia di Dino Ignani</em>) – direi: epigrafi, cenni di vita su lamina, non più orfica – traspare la perizia entomologica: si sa – l’ha scritto lui, spesso – quanto deve a Jean-Henri Fabre. Il gusto per il particolare, per il suo delirio, però, non dilaga mai in ornamento, descrizione, esercizio di statistica, stasi. <strong>Il particolare, sempre, è breve epifania, quasi che il caos avesse la bava alla bocca, glassando una forma stramba di provvidenza, vite riflesse in goccia d’ambra.</strong> A me piace di Neri – che inspiegabile senso della ‘misura’, quasi che tutto fosse teso, come su corda, sul punto di rivelarsi, di esplodere: tensione da veglia meridiana, a tratti cupa, da dopo pasto – l’affinità coi poeti cinesi classici – reperiti per razzia di curiosità, qua e là –, con i vagabondaggi ultramondani di Milarepa, la poesia dei paraventi, tra corte e massacro, esistenze, cioè, incise su porcellana, in blu: quanto reggeranno alla vertigine di crollare?</p>



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<p>In sintesi: il ‘romanzo’ in Italia non funge – troppo presuntuosi, i nostri, per stare nella sequela di Manzoni, così si sono americanizzati con esiti prossimi alla demenza –, il ‘romanzo in versi’ meno che mai; Neri, dunque, opta per le lasse, le glosse, il teatro d’ombre, le prose, depurate di ogni refluo retorico, mai assertive, al bivio, cari esercizi di assoluzione. Dai cassetti di Giampiero Neri – ne immagino lo schedario di figure, piccoli Achille di provincia, sbandati e sbalorditi sotto assedio di un fato microscopico, Omero che si districa tra nebbie erbose – sono uscite queste prose – di cui ringrazio Alessandro Rivali – raccolte come<em> Un insegnante di provincia</em>. Le ricorrenze – il “progetto letterario, su un ragazzo che allevava lumache” lo leggiamo anche in <em>Piano d’erba</em>: “Delle opere letterarie del professor Fumagalli si sapeva poco, di più dei progetti, come di quel ragazzo che allevava lumache” – <strong>inducono all’indagine: dietro la genesi di ogni ‘tipo’ giace una gnosi, non per forza pubblica; il gheriglio delle varianti, in Neri, assume valore esistenziale, è probabile, proverbiale.</strong> Quanto al resto, il poeta – pari al pittore di icone – non dovrebbe che scrivere sempre la stessa cosa, lo stesso verso, il medesimo verbo, finché sillaba e respiro non diventano uno, puro sigillo.</p>



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<p><em>*Per chi transita per il Salone di Torino: Giampiero Neri sarà nella Sala Rosa, Pad 1: alle ore 15 di sabato 21 maggio, insieme ad Alessandro Rivali e ad Alberto Bertoni parla di “Antologia personale” (Garzanti) e di “Un difficile viaggio” (Ares).</em></p>



<p>***</p>



<p>All’Istituto magistrale Carlo Annoni, in Brianza, era arrivato un nuovo insegnante di lettere.<br>Si era notata la sua andatura claudicante, di una gamba leggermente inferiore all’altra. Un incidente di gioco, come si era saputo in seguito.<br>Il professor Fumagalli era un uomo originale, meno che trentenne, vistosamente indipendente, entusiasta, non si sapeva di che.</p>



<p>*</p>



<p>Entusiasta di vivere, forse. Certo di scrivere, come progettava.<br>Per questo, aveva detto dalla cattedra, occorreva una grande anima.</p>



<p>*</p>



<p>Alcune lezioni le teneva all&#8217;aperto, al parco comunale.<br>Il professore amava passeggiare mentre parlava, circondato dagli studenti che più degli altri erano incantati dalle sue parole.<br>Ma i suoi discorsi avevano anche una morale.</p>



<p>*</p>



<p>Fumava sigarette Serraglio, accompagnando il fumo con larghi gesti della mano.<br>A voce alta leggeva in classe dai <em>Promessi Sposi.</em><br>Qualche volta parlava di un suo progetto letterario, su un ragazzo che allevava lumache.</p>



<p>*</p>



<p>Aveva trovato per caso su una bancarella <em>Une saison en enfer</em> di Rimbaud e ce ne leggeva qualche passo: “Dei miei antenati Galli ho la testa oblunga e la sfortuna nella lotta”.<br>Su questo saremmo stati concordi, sulla sfortuna nella lotta, ma allora non lo sapevamo.</p>



<p><em><strong>Giampiero Neri</strong></em></p>
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