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	<title>viaggi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il Tibet di Maraini è un antidoto a Google Maps, una sfida alla generazione che ha anestetizzato l’ignoto</title>
		<link>https://www.pangea.news/fosco-maraini-segreto-tibet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 04:23:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Fosco Maraini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Giacinto]]></category>
		<category><![CDATA[Segreto Tibet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come accostarsi a un paese, a una cultura, a una visione del mondo e della vita radicalmente diversi dai nostri? Cosa si smuove, dentro di noi, quando il confronto con l’alterità si fa profondo, inevitabile, trasformativo? «Que devient-il un paysage lorsqu’il n’est plus contemplé?»&#160;– si chiedeva Béatrice Commengé, rievocando l’infanzia mitica di Lawrence Durrell nelle [&#8230;]</p>
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<p>Come accostarsi a un paese, a una cultura, a una visione del mondo e della vita radicalmente diversi dai nostri? Cosa si smuove, dentro di noi, quando il confronto con l’alterità si fa profondo, inevitabile, trasformativo?</p>



<p><em>«Que devient-il un paysage lorsqu’il n’est plus contemplé?»</em>&nbsp;– si chiedeva Béatrice Commengé, rievocando l’infanzia mitica di Lawrence Durrell nelle valli luminose dell’Himalaya.</p>



<p>Un paesaggio, una cultura, esistono anche senza il nostro sguardo? E cosa diventano, quando vi posiamo sopra i nostri occhi inquieti?</p>



<p>Si può scegliere la via di Pierre Loti: proiettare sull’altrove il volto inaccessibile e seducente di una donna, dare carne e sangue all’esotico, trasfigurandolo in desiderio.</p>



<p>Oppure seguire le orme di un poeta come Odysseas Elytis: prendere la Grecia millenaria e custodirla come in un sogno, sottrarla agli urti della storia, popolarla di luce implacabile e di dèi che nuotano tra le onde dell’Egeo e i dolori intimi dell’uomo. Si può anche fare come Roland Barthes: accogliere il Giappone nella propria fantasia privata, lasciarsi attraversare da una costellazione di segni e immagini fino alla lacerazione del senso.</p>



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<p>E poi c’è chi si innamora perdutamente dell’Asia e, come in una favola zen, si immagina abitante della luna in viaggio di studio sulla Terra.&nbsp;<strong>È il caso di Fosco Maraini, che con&nbsp;<em>Segreto Tibet</em>&nbsp;ci consegna uno dei libri più belli e inclassificabili del Novecento italiano:&nbsp;</strong>non solo una superba testimonianza di viaggio, ma una meditazione profonda sulla bellezza, sul tempo, sulla meraviglia.</p>



<p>*</p>



<p>Nel Tibet degli anni Trenta – chiuso al mondo, accessibile solo a pochi – Maraini accompagna l’orientalista Giuseppe Tucci in due spedizioni memorabili, nel 1937 e nel 1948. Ne nasce un’opera che è insieme diario, trattato antropologico, poema in prosa e archivio della memoria. È allo stesso tempo documento storico e fiaba senza tempo: ha la nitidezza di una cronaca e la sospensione dell’archetipo. Racconta un mondo reale eppure mitico, in cui ogni gesto, ogni volto, ogni oggetto sembra affiorare da un tempo remoto&nbsp;e arcano.</p>



<p><strong><em>Segreto Tibet</em></strong><strong>&nbsp;ci trasmette il senso della vertigine del nuovo – quella a cui non siamo più abituati. Noi, generazioni satellitari, cresciute con Google Maps e Street View, abbiamo addomesticato il mondo, anestetizzato l’ignoto.</strong>&nbsp;Maraini, invece, ci restituisce lo stupore intatto del primo sguardo, la sensazione di camminare davvero fuori mappa, come esploratori del proprio stesso sguardo. In questo, egli è l’epigono di Marco Polo: colui che non solo narra ciò che ha visto, ma lo ricrea. Un Ibn Battuta della parola, un Matteo Ricci dell’immaginazione.</p>



<p>Seguiamo l’inizio della spedizione, quando Maraini descrive la partenza dal porto di Napoli. È ancora l’epoca dei lunghi e avventurosi viaggi in piroscafo, contenitori mobili di un’umanità cosmopolita e palpitante. Qualcuno dovrà pur scrivere, prima o poi, l’epopea di questi pachidermi acquatici. Nella nave avviene il primo incontro ufficiale del lettore con Tucci, al quale Maraini è legato da una profonda riconoscenza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="777" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200-777x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200-777x1024.jpg 777w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200-768x1012.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200-600x790.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1200.jpg 820w" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" /></figure>



<p>Si levano le ancore, si salpa, i cari e i curiosi gesticolano dalle banchine: l’anima vive già le promesse scintillanti del futuro. Maraini fa tappa in Egitto, visita le Piramidi, poi Gibuti, lo Yemen, infine l’approdo in India. Qui avviene il primo grande confronto con la monumentale civiltà asiatica. Con una certa dose di temperata ironia, Maraini già esercita la sua fulminante capacità di osservazione:&nbsp;<strong>quell’inseguire la divinità del dettaglio, senza però esaurirne il mistero. Infine, la lenta ascesa verso il Tibet, attraverso l’Himalaya Orientale:&nbsp;</strong>un lento e itinerante apprendistato all’incanto, una compiuta pedagogia del vedere. Il nuovo scenario si svela in immagini da creazione del mondo: coltri di nebbia, torrenti impetuosi, ghiacciai celesti, colossi di pietra. Tutto – le forme, i suoni, i colori – parla un linguaggio aurorale, da giorno-uno della Terra. E gli uomini che lo abitano – come i Lepcha, timidi e silenziosi, piccoli Hobbit asiatici in simbiosi con la natura – sembrano venuti da un altro ciclo cosmico. Anche il dettato di Maraini, allora, deve dar conto di questa aria di prodigio. La sua lingua diventa a tratti espressionistica, capace di evocare il brulicante e inesausto alternarsi e proliferare di vita e di morte delle foreste. Poi, come osservando gli altopiani a volo d’uccello, la prosa si apre ai monologhi del sole e del vento, “alle grandi cose di fronte a cui è inutile mentire”. Talvolta, con brevi pennellate da artista cinese, nascono quasi degli Haiku in prosa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli ultimi alberi, le prime nevi in distanza. Stamattina ci siamo incamminati all’alba: dalle piante della foresta pendevano strani licheni che la rugiada imperlava di luce”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Maraini è un narratore puro che dissemina qua e là schegge di poesia. La sua scrittura svezza il lettore dall’ovvio, fruga nella materia viva, apre sentieri nel bosco delle parole con la sicurezza di chi ha imparato a camminare nella giungla, a colpi di machete. La sua lingua sa essere precisa e limpida, ma anche lirica e visionaria: un equilibrio raro tra precisione e incanto.</p>



<p><em>Segreto Tibet</em>&nbsp;è anche un libro di ritratti. Come quello di Giuseppe Tucci: geniale, ombroso, carismatico, capace di passare con naturalezza dalla lettura delle scritture tibetane al ricordo commosso delle colline marchigiane e dei versi leopardiani. Attorno a lui, figure che sembrano uscite da un affresco: maharaja postumi, europei convertiti al buddismo che si aggirano fra i templi come pellegrini smarriti e devoti, nobili americani in cerca del proprio Gran Tour interiore.&nbsp;<strong>E infine lei: Pemà Chöki, la principessa del Sikkim. Figura femminile intensa, dolce e carismatica, colta e velata da un mistero lieve.</strong>&nbsp;Simbolo di un paese che si rivela nei suoi contrasti, è quasi l’incarnazione dell’anima tibetana: silenziosa, tenace, enigmatica. Io credo che, a dispetto di una produzione che è per la maggior parte prosa, Maraini abbia testa e cuore di poeta. E sono convinto che raggiunga l’apice del suo lirismo proprio nell’evocazione di Pemà.</p>



<p>La incontriamo per la prima volta in un pranzo formale, a Gangtok, in un contesto dove “tutto è favola, convegno di gnomi e di fate”. Pemà ha da poco superato i venti anni, il suo nome significa Loto della Fede Gioiosa e vi è in lei una bellezza altera, un po’ nervosa, brillante. I suoi occhi sono intensi e penetranti, l’ovale del volto sottile, la bocca piccola e inquieta passa dal sorriso al disappunto in maniera del tutto naturale. I capelli, di un nero pece, sono molto lunghi e confluiscono in una treccia alla tibetana. È vestita secondo gli usi locali che prediligono i colori accesi e fanno apparire gli europei, stretti nei loro rigidi e scuri indumenti, come dei mesti pinguini. Pemà è avvolta da una seta viola, con una sciarpa che le cinge la vita. Le unghie delle mani sono smaltate in rosso: piccola, adorabile concessione alla moda occidentale. Ai piedi calza dei sandali francesi in pelle nera. Una catena tempestata di diamanti le adorna regalmente il collo. Pemà è un’abilissima e profonda conversatrice. Ha ricevuto un’ottima educazione: conosce assai bene l’inglese e i grandi autori della letteratura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="713" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/04_Maraini.jpg-713x1024.webp" alt="" class="wp-image-103382" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/04_Maraini.jpg-713x1024.webp 713w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/04_Maraini.jpg-209x300.webp 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/04_Maraini.jpg-600x862.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/04_Maraini.jpg.webp 752w" sizes="(max-width: 713px) 100vw, 713px" /><figcaption class="wp-element-caption">La principessa Pemá Chöki Namgyal. India. Sikkim. Passo Nāthū Lā. 27 febbraio-18 maggio 1948&nbsp;&nbsp;Fotografia di Fosco Maraini / Proprietà Gabinetto Vieusseux © 2024 Archivi Alinari.</figcaption></figure>



<p>C’è un passaggio del libro che mi è particolarmente caro. Maraini, di ritorno alla corte di Gangtok dopo svariati mesi, rivede Pemà e trascorre con lei un pomeriggio intero.&nbsp;<strong>La principessa, che nutre una profonda venerazione per Milarepa, decide di leggere in lingua originale alcuni passi del grande poeta tibetano. Maraini assiste, incredulo e incantato, alla scena che si svolge in quel momento.</strong>&nbsp;Il canto di Pemà racconta le immagini di Milarepa e le sue sensazioni di eremita durante le notti, nei deserti di ghiaccio. C’è forse un modo più bello per avvicinarsi, pieni di ritegno e di un ammirato stupore, al cuore stesso di una persona e di una civiltà a mille miglia lontana dalla nostra?&nbsp;</p>



<p>Quando si trova a Chubitang, Maraini ricorda che proprio da là, un anno prima, è passata Pemà, di ritorno da Lhasa. Immagina allora di avvistarla da lontano, come per incanto:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Da lontanissimo avrei visto la carovana come dei puntini; poi camminando i puntini si sarebbero fatti uomini, cavalli e yak. Avrei sentito allora i campani degli animali e le voci dei servi. Infine ti avrei vista, Loto della Fede Gioiosa, per la prima volta, sul tuo cavallo, gli occhi fissi alle distanze, il capo nel sole; rara, forte, fragile come la giada. Poi saresti svanita nell’immenso della pianura. Da ultimo avrei soltanto inteso le voci degli uomini per cui tu eri la cosa delicata e preziosa da proteggere, da difendere, da condurre di là dall’Imàlaia”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><em>Segreto Tibet</em>&nbsp;ci scaraventa – senza indulgenze – in un mondo fatto di colori e costumi che sembrano usciti da un sogno miniato. Un universo che ignora la fretta, ma conosce l&#8217;attesa, il rito, la verticalità della preghiera e l’orizzontalità delle stagioni. Un mondo che si rivela a poco a poco, per squarci di meraviglia, sospensione dell’incredulità. Altopiani di orizzonti vasti, di cieli limpidi, di terre ocra che risplendono alla luce solare, dominate da vette leggendarie. Nei passi di montagna, al confine tra regioni e nei luoghi di transito, svettano i chörten, la versione tibetana degli stupa indiani, e i variopinti tarchö. Sono rettangoli di stoffa colorata, sui quali sono stampate preghiere e formule sacre.&nbsp;Si pensa che le benedizioni vengano portate dal vento, diffondendo buona volontà e compassione.&nbsp;</p>



<p>Tutto, in&nbsp;<em>Segreto Tibet,</em>&nbsp;parla di un tempo che non tornerà più. Non solo per i mutamenti storici, politici, culturali che hanno trasformato – spesso violentemente – il Tibet,&nbsp;<strong>ma perché è trascolorato anche, forse, un certo atteggiamento di fronte alla vita.&nbsp;</strong>Un capitolo del libro si chiama&nbsp;<em>L’ebbrezza di scoprire</em>. È il resoconto di una mente di fronte all’avventura spirituale della scoperta. Guidato e illuminato dal genio di Tucci, Maraini arriva alla sorgente pura della conoscenza, nel momento in cui essa non ha ancora vissuto lo svilimento dell’analisi, dell’antologia e della classificazione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il libro si può anche leggere, in fin dei conti, come la testimonianza bruciante di un evento irripetibile nella vita dello scrittore.&nbsp;<strong>Quel Tibet è forse, anche, un Tibet interiore, una segreta geografia dell’anima.&nbsp;</strong>Un luogo dove forze opposte convivono, come in uno yin e yang cosmico: luce e oscurità, violenza e dolcezza, umorismo e compassione.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="951" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6-951x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103383" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6-951x1024.jpg 951w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6-279x300.jpg 279w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6-768x827.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6-600x646.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Maraini-segreto-Tibet-prima-ed.6.jpg 1003w" sizes="(max-width: 951px) 100vw, 951px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Fosco Maraini è sepolto nel piccolo cimitero dell’Alpe di Sant’Antonio, nella regione della Garfagnana, uno dei suoi luoghi del cuore. Sulla lapide, alle due estremità, sono incisi una croce di Cristo e un Buddha. Escursionisti, pellegrini e amanti delle sue opere vi portano fiori e piccole bandiere di stoffa tibetane.&nbsp;</p>



<p>Rifletto sulla biografia di Maraini. Certo, vi si può leggere una sintesi perfetta di un uomo che ha dialogato sempre dal cuore dell’Occidente a quello dell’Oriente.&nbsp;<strong>Maraini era innamorato dell’Asia, ma senza per questo dimenticare da dove proveniva.&nbsp;</strong>Il suo sforzo di sintesi tra civiltà, in un periodo storico drammatico, ha significato anche sacrificio, una dura prigionia, un dito mozzato.&nbsp;<em>Segreto Tibet</em>resta, nella vita e nelle lettere, come un misterioso ed irripetibile miracolo. Dalle porte del futuro, però, si intravedeva già quella manciata di isole poste ancora più ad Est: il Giappone.</p>



<p><strong>Lorenzo Giacinto</strong></p>



<p><em>*In copertina: La lotta contro il nulla. Giappone. Tokyo. Parco di Ueno, 1963. Fotografia di Fosco Maraini / Proprietà Gabinetto Vieusseux © 2024 Archivi Alinari</em></p>
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		<title>Il nomadismo come stato dell’anima. Intorno ad “Anatomia dell’irrequietezza”, il libro mitico di Bruce Chatwin</title>
		<link>https://www.pangea.news/chatwin-anatomia-irrequietezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2024 04:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[anatomia dell&#039;irrequietezza]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accadde durante l’inverno di dodici anni fa, in un elegante hotel disperso tra le montagne dell’Engadina. Mi giunse, dopo aver attraversato le rotte del caso, una copia sgualcita di Anatomia dell’irrequietezza. Ne ricordo ancora la copertina: una tonalità simile al malva tanto amato da Nabokov, un rettangolo da cui dardeggiava lo sguardo di un giovane [&#8230;]</p>
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<p>Accadde durante l’inverno di dodici anni fa, in un elegante hotel disperso tra le montagne dell’Engadina. <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845912207" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Mi giunse, dopo aver attraversato le rotte del caso, una copia sgualcita di <em>Anatomia dell’irrequietezza</em>.</strong> </a>Ne ricordo ancora la copertina: una tonalità simile al malva tanto amato da Nabokov, un rettangolo da cui dardeggiava lo sguardo di un giovane Wodaabe nigeriano.</p>



<p>L’effetto fu immediato, sconvolgente: prendere quel libro e sfogliarne qualche pagina fu come avvicinarsi ai fili dell’alta tensione. <strong>Tra le mani avevo quello che, da subito, il mio istinto aveva eletto a breviario, folgorante e indimenticabile <em>livre de chevet</em>.</strong> Mi immersi devotamente nella lettura, tra furiose tormente di neve, nell’accecante candore che ricopriva le orme dei camminatori.</p>



<p>Adesso, a più di un decennio di distanza, riconosco che quelle pagine, fitte di lampeggiamenti, mi hanno rivelato squarci di mondo e paesaggi interiori. Leggevo di deserti equatoriali, foreste imbiancate, altopiani siberiani, e mi sembrava di assorbire l’enigmatico mistero e la mercuriale energia degli aforismi di Eraclito.</p>



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<p><strong>Libro postumo e inclassificabile apparso nel 1996, <em>Anatomia dell’irrequietezza</em> ci restituisce un mosaico frammentario che racconta di deserti, di orizzonti e di spazi sterminati.</strong> Non è un manifesto, né un diario di viaggio. È piuttosto una bussola impazzita, uno specchio infranto che riflette il mondo in mille schegge scintillanti. Meravigliosa dissonanza del visibile.</p>



<p>Il libro si apre con un grido silenzioso: <em>Horreur du domicile</em>, l’orrore della casa. L’aveva evocato per primo un poeta parigino, urbano elogiatore della vita randagia: Charles Baudelaire. È il rifiuto del radicamento, del peso delle pareti e delle abitudini che imbrigliano il passo e spengono la luce negli occhi. Per Chatwin, l’uomo non è fatto per stare fermo. “L’impulso a varcare lunghe distanze è inscritto nel nostro sistema nervoso”, scrive. E così, fin dall’infanzia, camminare diventa il suo verbo sacro, il nomadismo la sua religione, il viaggio la sua preghiera.</p>



<p>Viene da pensare a un altro grande viatore della letteratura, Arthur Rimbaud, alle albe alcionie davanti alle fortezze, ai sanguinosi tramonti africani, ai tumultuosi mercati carovanieri e alle notti rischiarate da lune eburnee.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="943" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/i__id982_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-101922" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/i__id982_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/i__id982_mw600__1x-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p><strong>I luoghi evocati da Chatwin sono come creature pulsanti di vita. C’è la Patagonia, aspra e silenziosa come una promessa non mantenuta, e c’è il Sudan, dove il cielo pesa sul viaggiatore come un tamburo teso. </strong>E poi Londra, Edimburgo Francoforte e Vienna, dove per contrappasso e antinomia siderale l’esistenza si ricompone nelle pose ingessate della cosiddetta civiltà.</p>



<p>Meglio andare altrove, là dove l’atto stesso dello scrivere sposta i confini e la geografia diversa diventa orogenesi creativa: per esempio in una medievale torre di segnalazione in Toscana, su una collina lambita dal mar Egeo ospite di Patrick Leigh Fermor, o accanto allo scorrere di un fiume in Galles, terra che risuona dei versi immortali di Thomas.</p>



<p>*</p>



<p>La seconda sezione del libro, sobriamente chiamata dai curatori “Racconti”, raccoglie quattro scritti disseminati in un arco di tempo lungo due decenni. <strong>Uno in particolare mi sembra indimenticabile, <em>Latte</em>, diamante solitario, una storia di iniziazione tratta verosimilmente dai taccuini africani di Chatwin. </strong>Un giovane americano, di cui non si hanno ulteriori informazioni se non la sua verginità, si trova in un luogo imprecisato dell’Africa, alla ricerca di un contatto autentico e senza compromessi con l’informe e ardente materia della vita. Chiede ricovero presso una pensione, più simile in verità a un bordello. Qui, la governante Madame Gerda, splendido personaggio a metà tra una Madonna caravaggesca e la shakesperiana Nutrice di Giulietta, gli propone un convegno amoroso con una misteriosa e bellissima ragazza africana. Al risveglio della coppia, l’indomani mattina, Chatwin ci regala questo meraviglioso passaggio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma la mattina fu diverso. Da quella mattina non avrebbe mai dimenticato la luce bianca e le tendine gonfiate dal vento, mai smesso di essere grato per i seni tesi, la bocca dura data generosamente, le braccia forti, le unghie che gli rigavano di rosso la schiena, le piante dei piedi che gli raschiavano le cosce; ancora e ancora, due corpi fluttuanti e poi grevi lungo la linea ineguale in cui il bruno incontrava il bianco; e dopo, mentre tutt’e due erano stanchi, il sorriso divertito di lei e le dita che gli frugavano delicatamente i capelli. La lasciò e attraversò la terrazza. Madame Gerda voltò la faccia al muro. Madame Annie sferruzzava una maglietta rosa. Guardò da sopra gli occhiali e sorrise. «Cammini perfino in un altro modo» gli disse.”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Il terzo capito del libro si intitola “L’alternativa nomade” e riunisce tre testi che dovevano formare il nucleo di un’opera che Chatwin aveva sempre immaginato e rincorso, ma che non scrisse mai: una summa sulla storia del nomadismo. Mi viene in mente il compimento di un’altra opera della vita, questa però realizzata: il meraviglioso <em>Massa e Potere</em> di Canetti.</p>



<p><strong>Il nomade di Chatwin non è un semplice viaggiatore, ma un funambolo che si muove su una corda tesa tra il caos e l’armonia. È colui che attraversa la vita senza lasciarsi possedere dalle cose, sfiorando appena la superficie del mondo, come il vento sulla sabbia.</strong> C’è in lui una grazia istintiva, una leggerezza che non è superficialità, ma capacità di accettare la perpetua mutevolezza di ogni istante.</p>



<p>Per Chatwin, il nomadismo è un ritorno alle origini, a quel tempo primordiale in cui l’uomo camminava per necessità, seguendo il ritmo delle stagioni e il battito del proprio cuore. “L’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio”, scrive. Ma la civiltà ha soffocato questo impulso, confinandoci in città e case che ci proteggono quanto ci imprigionano. Il sedentario si circonda di mura per sentirsi al sicuro; il nomade le abbatte, trovando nel vuoto il suo centro. Ritorna Rimbaud: “Je dus voyager, distraire les enchantements assemblés dans mon cerveau”.</p>



<p><strong>Il nomadismo non è solo una condizione fisica: è uno stato dell’anima. È la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi e limpidi, di accettare l’incertezza come compagna</strong>, di vivere ogni incontro e ogni paesaggio come una rivelazione, sfuggendo da ogni illusorio approdo di verità.</p>



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<p>Scrivere per Chatwin è viaggiare con la parola, tracciare mappe di un territorio invisibile che si svela solo a chi osa attraversarlo. La sua scrittura non è lineare, ma rapsodica, come sentieri che si perdono nella foschia. Ogni frase è una scia di impronte che il vento si affretta a cancellare.</p>



<p>Nel libro si avverte la tensione tra il desiderio di raccontare e la consapevolezza che ogni racconto è un tradimento. Chatwin lo confessa apertamente: “Alla fine, il manoscritto divenne così impubblicabile che lo abbandonai”. Ma l’abbandono non è fallimento: è un altro modo di proseguire il viaggio. <em>Anatomia dell’irrequietezza</em> vive proprio di questa frammentarietà, di questa capacità di lasciare spazio al non detto.</p>



<p>*</p>



<p>E poi ci sono le persone: figure evanescenti che attraversano le pagine come miraggi. L’hadendoa sudanese, con la spada e il vasetto di grasso di capra, sembra uscito da un’epopea remota; gli uomini di Taoudeni, che scambiano oro per sale, evocano un mondo di commerci arcaici e di brutalità sublimata; i mitici abitanti di Timbuctù, con le donne enormi che dondolano per la città nei boubous di cotone indaco chiaro, appartengono a un tempo e a uno spazio diversi.</p>



<p>Sono trascurabili, invece, secondo il modesto parere di chi scrive, i ritratti degli scrittori al centro degli ultimi due capitoli del libro: Stevenson, esploratore australe; Thesiger, cantore delle dune di sabbia; e Curzio Malaparte, definito “uno stranissimo scrittore” con vezzi da dandy e autore di libri poco riusciti. Un giudizio, quest’ultimo, particolarmente tagliente e difficile da perdonare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101923" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L-768x1180.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L-600x922.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/61dC-rsN45L.jpg 781w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Leggere <em>Anatomia dell’irrequietezza</em> significa accettare di perdersi: tra i deserti e le foreste, tra le città e le vite appena sfiorate, nella frattura insanabile tra il desiderio di fermarsi e l’impulso irrefrenabile a partire.</strong> È un libro che non chiude cerchi, ma spalanca orizzonti; che non dà risposte, ma moltiplica le domande. Perché in fondo, come insegna Chatwin, ogni viaggio – anche quello tra le pagine – non è mai una destinazione, ma un’infinita, folgorante deviazione. Con buona pace di Kavafis, Itaca può attendere ancora.</p>



<p><strong><em>Lorenzo Giacinto</em></strong></p>
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		<title>Roald Amundsen è vivo! Alla corte del Napoleone dei Poli</title>
		<link>https://www.pangea.news/roald-amundsen-ritratto-massimo-maggiari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jun 2024 02:20:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[dirigibile Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Maggiari]]></category>
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		<category><![CDATA[Polo Nord]]></category>
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<p>Eccomi qui nel deserto d’altura a riflettere su di una grande figura dell’esplorazione artica: <strong>Roald Amundsen</strong>. Non sono né in Groenlandia o nel Canada artico. Al contrario, nel magico Messico della tradizione Huichol. Arrivato a notte inoltrata a Real de Catorce ho appena passato l’inquietante tunnel assieme a cavalli e vetture. Oramai è almeno la decima volta che consumo un tale rito. O l’ennesima volta che osservando quel budello scavato a mano spero di farcela. Riuscito nell’impresa, a piedi faccio un giro dentro il paese. Dopo avere comprato latte e muffin, la stanchezza vince sempre di più e mi ritrovo col fiatone per l’altitudine. Non resta che andare a letto. Riposare pensando al giorno dopo, e prepararsi alle consuete avventure sulle cime di Real. Le cose però non vanno come previsto. Insonne &nbsp;e fradicio di freddo, trovo difficoltà a prendere sonno. Di quando in quando, ho l’impressione di sostare su di una soglia che non riesco ad attraversare. In mezzo a quell’impasse, mi vengono in mente Roald Amundsen, e chissà perché, un libercolo letto tanti anni fa intitolato <em>Il re del mondo</em>, dell’esoterista francese René Guénon. Un titolo peraltro ripreso da Franco Battiato per una sua fortunata canzone.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/COVER-atlantide-maggiari-cuore-passaggio-nord-ovest-1-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100027" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/COVER-atlantide-maggiari-cuore-passaggio-nord-ovest-1-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/COVER-atlantide-maggiari-cuore-passaggio-nord-ovest-1-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/COVER-atlantide-maggiari-cuore-passaggio-nord-ovest-1-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/COVER-atlantide-maggiari-cuore-passaggio-nord-ovest-1.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Di Amundsen rivedo come in un flash i tratti essenziali della sua storia di esploratore, e della sua fine. Nel 1928, il norvegese era scomparso assieme al pilota Leif Dietrichson e un equipaggio di quattro francesi, nel tentativo di salvare Umberto Nobile naufragato sui ghiacci dopo la caduta del dirigibile <em>Italia</em>. </strong>I sei soccorritori erano partiti su di un idrovolante Latham 47 da Tromsø il 18 giugno alle 4 del pomeriggio. L’aereo era stato messo a disposizione del governo francese, malgrado il parere avverso dell’Italia fascista e probabilmente di altre nazioni coinvolte nelle operazioni di soccorso. A questo punto, raggiungere il capitano Nobile era diventata anche una questione di prestigio politico. Oltre ai 2,500 litri di carburante, il velivolo risulta carico di materiali di ogni genere per l’operazione di soccorso riuscendo ad alzarsi solo dopo il quinto tentativo. L’ultimo messaggio dal Latham 47 giunge via radio alle 6 e 45 di sera. Su Amundsen e i suoi compagni cala dopo quel breve notiziario il sipario della storia umana.</p>



<p>Ma chi era veramente Roald Amundsen se ne parliamo ancora oggi? E non intendo la figura pubblica acclamata dai fan ma l’essere umano nella sua dimensione più vicina all’anima? Queste sono le domande che mi passano per la mente alle tre del mattino in una Real de Catorce immersa in un silenzio interrotto solo dal rantolio di qualche mulo. <strong>In effetti, l’esploratore norvegese è un individuo di tale carisma che si ha difficoltà a immaginarlo persino morto. Di lui, del Latham, dei compagni non fu mai più rinvenuta traccia. Eccetto pochi relitti e un galleggiante dell’idrovolante recuperati dopo qualche tempo sulle coste norvegesi.</strong> &nbsp;Un mistero fitto che ha quasi raggiunto l’anniversario dei cento anni e che ha sconfitto, nell’estate del 2009, anche l’organizzata spedizione della regia marina norvegese (con tanto di robot e mini-sub al traino) che aveva sperato di aver individuato il relitto vicino all’Isola dell’Orso. D’altronde, sin dagli albori della sua carriera di esploratore, il mitico Amundsen era sparito più di una volta in artico per rispuntare vivo destando lo stupore di chi lo aveva sottovalutato o dato per disperso. Per questa ragione, nel 1928, le ricerche perdurarono sino all’autunno, nella speranza – quasi certezza – che il Napoleone dei Poli sarebbe riapparso su qualche isola deserta o sopra un iceberg alla deriva. Ma non fu così. Dopo l’avvistamento dei superstiti del dirigibile <em>Italia</em>, il 21 giugno, il vero disperso a poco a poco diventò Amundsen. <em>Ad aeternum</em>.</p>



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<p>Fiumi d’inchiostro seguirono dopo la scomparsa rendendolo ancora presente. Visto però l’ampio numero di scritti dedicati a questo esploratore che non gli hanno perdonato nulla, a livello personale e professionale sento l’esigenza di proporre un’interpretazione diversa del personaggio grazie a indizi solo apparentemente marginali. Abiurando chi ha divulgato una finale valutazione del norvegese esaltandone soprattutto le ombre anziché i meriti. In virtù di questi ultimi, credo che il ricordo di Roald Amundsen sia tuttora vivo e in cammino con la nostra storia. Il suo rapporto cordiale e d’apertura con il popolo inuit nel Passaggio a Nord-Ovest anticipa di gran lunga il processo di de-colonizzazione avviato ai nostri giorni. In ugual modo, la sua vocazione all’esplorazione rivela un’indole che ha molto in comune con l’attuale filosofia olistica. Amundsen possedeva fiuto, valutando persone e situazioni all’interno di una visione d’insieme in cui metteva l’intuizione al servizio della sopravvivenza. Per di più, ciò avveniva in una fase storica in cui rango sociale o militare, pregiudizio razziale e orgoglio nazionalista ancora contavano con conseguenze nefaste per le spedizioni artiche. Gli antichi greci avrebbero riconosciuto nell’abilità dimostrata da Amundsen la saggezza di <em>Metis</em>, la figlia di Oceano e Teti. <strong>In altre parole, una strategia di relazione con gli altri e con la natura basata sull’<em>astuzia</em> dell’intelligenza in cui situazioni mutevoli o imprevedibili vengono corrisposte da un’azione immediata che risolve l’impasse. </strong>Tale approccio lo aiutò molto nel gestire il rapporto con i compagni di spedizione o nella scelta delle rotte da seguire, quanto pure nel trovare soluzioni ad imprevisti di tipo logistico o ambientale. Fiuto e intuizione si rifanno a una visione del modo a 360 gradi in cui uomini, animali, mezzi e territorio, sono considerati come un tutt’uno. Specialmente se affiancate da una lucida compassione e lealtà. Amundsen lo dimostra sul campo in mille occasioni, e nel 1926 oramai famoso, facendo visita al dottor Frederick Cook finito in prigione a Leavanworth in Kansas. Con lui, il norvegese alle prime armi aveva condiviso una drammatica esperienza sulla nave <em>Belgica</em> minacciata dallo scorbuto e bloccata nei ghiacci dell’Antartide. Roald sentiva di dovere all’americano della sua vita e non lo dimenticherà anche quando l’amico cadrà in disgrazia. &nbsp;Ma c’è ancora dell’altro. Lo onora pure l’indignazione che l’esploratore aveva provato davanti agli orrori della guerra e per lo sfruttamento dei popoli artici da parte di certe forze politiche. Nell’ottobre del 1917, dopo l’affondamento di un bastimento norvegese da parte di un sottomarino tedesco, andò all’ambasciata tedesca per restituire tutte le decorazioni che aveva ricevuto in passato.</p>



<p>Amundsen era un eroe pacifico che detestava il militarismo e rimase inorridito al massacro della migliore gioventù sul fronte occidentale. Vista la potenziale distruttività del progresso tecnologico, il norvegese era sicuro che quella guerra mondiale sarebbe stata l’ultima auspicando assieme ad Alfred Nobel per una politica della pace in cui l’esplorazione geografica si metteva al servizio dell’umanità per promuovere sviluppo e comprensione tra i popoli. Anche il suo uscire di scena sarà un gesto di generosità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="714" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Amundsen-in-ice-714x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100028" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Amundsen-in-ice-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Amundsen-in-ice-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Amundsen-in-ice-600x861.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Amundsen-in-ice.jpg 753w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" /><figcaption class="wp-element-caption">Roald Amundsen (1872-1928)</figcaption></figure>



<p><strong>Quel lontano giugno 1928, il Latham spuntò come una stella cadente planando in mezzo ai pescherecci nella baia di Tromsø. A bordo ci sono Amundsen, l’esperto Dietrichson, il comandante francese Guilbaud e il tenente de Cuverville, con la mano ferita coperta da un guanto di cuoio.</strong> Nel frattempo, la gente sul molo è intenta a guardare uno spettacolo di modernità e agile volteggio. Si mormora un solo nome in mezzo a tale folla trepidante. “Amundsen! Amundsen! Eccolo… è lui!” Il velivolo è ammarato. Fervono i preparativi e seguono le scelte degli ultimi istanti. Poi tutti salgono a bordo, pronti alla partenza per andare in soccorso agli italiani di Nobile. Solo Oscar Wisting rimane dispiaciuto sul molo. Non c’è posto per lui sull’idrovolante sovraccarico. Quell’esclusione gli salverà la vita. Non poteva non causargli un gran dispiacere dopo sedici anni d’avventure condivise che lo avevano portato in giro per l’artico e alla conquista del Polo Sud. A tale uomo così temprato, le lacrime scendono copiose sulle guance. Lui non lo sa ma sta dando addio al fraterno compagno Roald Amundsen. Nel dicembre 1936, Wisting morirà per un infarto a bordo della <em>Fram</em> quando la nave, oramai giunta al Bygdøy in Norvegia, sta per diventare il cimelio di un museo. Lo trovano privo di sensi nella sua cabina. Anche lui, fino alla fine è parte di un destino legato all’artico di Amundsen.</p>



<p>La mezzanotte del 18 giugno, le stazioni radio di Tromsø annunciano che non si hanno più notizie del Latham. Sfortunatamente, il tempo porta tempesta, il vento da nord-ovest imperversa e si teme il peggio. <strong>Già dalla mattina del 19 giugno, le squadre di soccorso si mettono alla ricerca di Amundsen in direzione dell’Isola dell’Orso e di Spitzberg. Ovunque si parla di quella scomparsa sui giornali, alla radio, per le strade. Molti aspettano e sperano. </strong>Altri come il capitano Wisting a bordo di un peschereccio puntano immediatamente a nord per cercare Amundsen. Intanto, per il mondo dirama la notizia, e i giovani dall’Asia all’Europa e alle Americhe tremano per l’eroe che manca all’appello. La fede nel norvegese è salda: un uomo così non può morire. Deve essere vivo, in attesa di un momento propizio.</p>



<p>L’esoterista francese René Guénon sostiene che secondo alcune tradizioni dell’Asia centrale, esiste un mitico sovrano di un regno sotterraneo nascosto agli occhi degli uomini e circondato da esseri semidivini o illuminati. Lo studioso identifica tale figura come <em>il re del mondo</em>, promotore di un centro iniziatico che è di sostegno e ispirazione al mondo intero. A tale re farebbe riferimento una fratellanza/sorellanza di esseri di luce che guiderebbe i destini del mondo. A tale congrega mi auguro appartenga Roald Amundsen. <strong>Chi non vorrebbe salpare verso l’ignoto con una simile guida al proprio fianco?</strong> D’altronde, che i tempi siano strani, propizi od ostili poco importa. È certo che l’ignoto apre il proprio sipario ad ogni nuova alba che ci attende. Mentre noi sempre in cammino, non saremo mai soli.</p>



<p><strong><em>Massimo Maggiari</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.meltemieditore.it/catalogo/nel-cuore-del-passaggio-nord-ovest/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Massimo Maggiari ha da poco pubblicato con le edizioni Meltemi, “Nel cuore del passaggio a Nord-Ovest”</a></em></p>
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		<title>Storie, avventure e follie degli esploratori italiani dai ghiacci ai deserti</title>
		<link>https://www.pangea.news/esploratori-italiani-marco-valle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 05:04:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
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		<category><![CDATA[Giacomo Bove]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Valle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti conoscono le vicende in Tibet, Nepal, India, Afghanistan e Iran di Giuseppe Tucci, orientalista e storico delle religioni, o di Ardito Desio, geografo e scienziato, che esplorò il Tibesti, massiccio montuoso nel cuore del Sáhara. Pochi, però, sanno di Giacomo Beltrami, scopritore delle sorgenti del Mississippi, di Odoardo Beccari naturalista fiorentino nel Borneo (…i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Molti conoscono le vicende in Tibet, Nepal, India, Afghanistan e Iran di Giuseppe Tucci, orientalista e storico delle religioni, o di Ardito Desio, geografo e scienziato, che esplorò il Tibesti, massiccio montuoso nel cuore del Sáhara. <strong>Pochi, però, sanno di Giacomo Beltrami, scopritore delle sorgenti del Mississippi, di Odoardo Beccari naturalista fiorentino nel Borneo (…i luoghi dell’immaginario salgariano), di Giacomo Bove, astigiano e uomo di montagna che viaggiò in Patagonia e Terra del Fuoco</strong> e di tanti altri esploratori italiani, inquieti e frenetici tanto da esser pronti a dissipare una vita tra temerarietà e avventure prodigiose sempre dagli esiti incerti. Chi, infatti, può affermare di avere oggi piena contezza delle storie in Congo di Pietro Savorgnan, di Guglielmo Massaja e Vittorio Bottego in Abissinia, di Giovanni Miami sul Nilo, di Giovan Battista Cerruti in Malesia, di Alberto de Agostini in Patagonia o di Raimondo Franchetti in Dancalia?</p>



<p><strong>Ad aver influito sull’oblio una ossessiva e diretta correlazione con il fenomeno colonialistico e quindi una generalizzata critica pronta a rimarcare la bramosia di potere di chi cercava risorse, ricchezze e nuovi mercati per conto di stati nazionali e imperi coloniali che, talvolta, si incrociava con l’avidità personale.</strong> Un connubio che, come una rete a strascico, trascinò anche ogni giudizio finale sulle vicende di questi personaggi che, spesso, erano al contrario avventurieri insofferenti alle convenzioni e che, pur ribelli al proprio tempo, ebbero la rilevante funzione di informare i contemporanei su luoghi impenetrabili e sconosciuti, quindi mapparli, agendo con scrupolosità da etnografi, curiosità da antropologi e accuratezza da geografi.</p>



<p><a href="https://neripozza.it/libro/9788854528048" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Si trattò di una vera e propria epopea che ci viene ora consegnata da Marco Valle nel suo <em>Viaggiatori straordinari</em> (Neri Pozza, 2024)</strong> </a>grazie ad una raffigurazione corposa e circostanziata sia nei dettagli biografici che di contesto storico e di aneddotica. <strong>Storie, avventure e follie degli esploratori italiani nei cinque continenti e in ogni angolo della Terra, tra selve, ghiacci e deserti, dall’Africa al Borneo, dalla Nuova Guinea all’Amazzonia ai due Poli.</strong> Un lavoro che non solo mette in ordine una massa enorme di informazioni ma fissa paletti di tipo valutativo in primo luogo perché quegli uomini alimentarono le fonti del progresso. Dall’Ottocento in poi, si sviluppò una ibridazione massiccia tra più elementi di crescita come le ferrovie, il telegrafo, il carbone o le stesse Esposizioni universali, all’interno di un incipiente sistema di interconnessioni di cui gli esploratori furono parte essenziale. Ma Valle si concentra su un taglio analitico più asettico, oltrepassando l’attenzione che gran parte della critica ha riservato sul mondo anglosassone, rivelando quanto sia stato tipicamente italiano riuscire ad alternare l’impegno politico, audacie individuali a scopi eminentemente culturali e scientifici. E tutto questo senza che si debba cadere nello stra-utilizzato luogo comune degli “italiani brava gente” ma, per esempio, rimarcando l’insofferenza profonda per lo schiavismo che fu requisito morale di tanti nostri esploratori.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="925" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/i__id11142_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-98673" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/i__id11142_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/i__id11142_mw600__1x-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p><strong>Il viaggio è stato per lungo tempo scoperta, sperimentazione, conquista. Ma il viaggio esplorativo, quello di cui si occupa Valle, e che abbiamo conosciuto fino a tutta la prima metà del Novecento, è stato qualcosa in più:</strong> celebrazione della sete di conoscenza nelle sue infinite varianti e specificità, metafora del vivere e della conoscenza del sé, riverbero moderno di echi omerici. A volte catarsi, ricercata o tollerata ma, quasi sempre desiderio intellettuale che spingeva l’uomo ai quattro angoli della terra, consapevolmente incrociando battaglie nei mari dell’oceano o addestrandosi senza sosta alla lotta per la sopravvivenza nelle foreste più temibili. Ed è il romanzo d’avventura, nella sua cornice seducente di avvenimenti, circostanze impreviste, situazioni immaginarie, e personaggi eroici che sfidano pericoli d’ogni sorta, a rappresentare queste variabili e a mettere in forma gli stilemi letterari che hanno poi prodotto capolavori come quelli di Conrad, di Kipling, Jack London, Stevenson o del “nostro” Salgari.</p>



<p>Sono tre elementi, quelli del cipiglio colonialistico, del romanzo letterario e delle avventure individuali che sempre si intrecciano ma in questo volume rimangono confinati ognuno nel proprio compartimento.</p>



<p>Di questa raggiante intraprendenza, resta poco o nulla; forse solo l’idea rappresentata dal viaggio turistico, che si consuma nel più pervicace edonismo e che, per le mutate condizioni generali, di quelle peculiarità fa permanere solo simulacri. <strong>Nonostante, per dirla con Montaigne, il viaggio sia la condizione ontologica dell’uomo, tutto è infatti mutato grazie alla rivoluzione informatica e all’accelerazione spazio-temporale compiuta dalla globalizzazione.</strong> Non cambiano talune condizioni di fondo come la necessità dello scambio ma le attuali traiettorie temporali compulsive ci permettono di giungere a destinazione (e fare commerci) senza alcun incontro reale, magari solo muovendo la direzione dello sguardo su un computer e il mouse con la mano.</p>



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<p>Abbiamo perso per sempre un pezzo d’Italia, fatto di intrepidi naturalisti e di esploratori contrari all’uso della forza come metodo di cui Valle ce ne rende testimonianza, facendoci assaporare effluvi e miasmi, genuini timori, o la tormentosa pervicacia di annotare ogni cosa su un taccuino sciupato o un foglio ingiallito, per poter poi, disegnarne e mapparne financo i particolari.</p>



<p><strong>Un pezzo d’Italia fatto di uomini capaci di spingersi dove nessun europeo era mai arrivato ma che, oramai, non esiste nemmeno nella memoria o tantomeno potrà essere riprodotto.</strong> Quel mondo è finito e l’unico spazio da esplorare parrebbe ormai solo quello esterno al nostro pianeta come fa appunto Valle nell’ultima pagina del suo libro quando si concentra sulle “esplorazioni” spaziali di Samantha Cristoforetti.</p>



<p><strong><em>Luigi Iannone</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà (1852-1905)</em></p>
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		<title>Viaggio nelle foreste primordiali. A 100 anni da “Dersu Uzala”, un capolavoro</title>
		<link>https://www.pangea.news/dersu-uzala-arsenev-viaggi-inedito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 05:18:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Akira Kurosawa]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Vladimir Arsen&#039;ev]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si incontrarono i primi di agosto del 1906. L’ufficiale russo che aveva scelto una vita all’avventura stava risalendo l’Ussuri, verso le foreste del Sichotė-Alin’, presso spazi finora inattaccati dall’uomo. Sognava l’ignoto, gli piaceva essere infestato dai dubbi, forse credeva nel dio con la testa di tigre. La spedizione era partita a maggio, contava venti elementi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dersu-uzala-arsenev-viaggi-inedito/">Viaggio nelle foreste primordiali. A 100 anni da “Dersu Uzala”, un capolavoro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Si incontrarono i primi di agosto del 1906. L’ufficiale russo che aveva scelto una vita all’avventura stava risalendo l’Ussuri</strong>, verso le foreste del Sichotė-Alin’, presso spazi finora inattaccati dall’uomo. Sognava l’ignoto, gli piaceva essere infestato dai dubbi, forse credeva nel dio con la testa di tigre. La spedizione era partita a maggio, contava venti elementi, tra cui quattro cosacchi, sarebbe durata sei mesi. L’incontro accadde presso il fiume Zerkal’naya: l’esploratore Vladimir Arsen’ev si <em>consegnò</em>, per così dire, a Dersu Uzala, cacciatore di etnia Nanai – o meglio Henzhen, o meglio: Goldi – in cui riconobbe le stimmate di una intelligenza connaturata, ferina, e il talento di una eclatante onestà. Fu l’inizio di una straordinaria amicizia, per quanto breve – Dersu Uzala muore nel 1908, probabilmente assassinato da chi voleva impossessarsi del suo fucile – consolidata dai principi della sopravvivenza. Non era la prima spedizione di quel tipo organizzata da Arsen’ev, fu quella di maggior successo dal punto di vista etnografico e geografico, quella che gli diede fama.</p>



<p><strong>Autore di articoli scientifici, di vasti reportage, Arsen’ev dedicò a Dersu Uzala il libro omonimo, il più noto, che fu pubblicato un secolo fa, nel 1923.</strong> Dal libro sono stati tratti due film: il primo, nel 1961, girato dal regista sovietico Agasi Arutjunovič Babajan; l’altro, diretto nel 1975 da Akira Kurosawa, conquistò l’Oscar come Miglior film straniero. Il film di Kurosawa è indimenticabile: Dersu Uzala si intaglia nel nostro cuore come una figura leggendaria, un Fitzcarraldo, un Mowgli, un Mistah Kurtz a contrario, un sapiente naturale, che conosce i motivi della pietà e quelli della ferocia, che crede nei patti e nei bisbigli del vento. Tradotto ovunque, <em>Dersu Uzala</em> di Arsen’ev è pubblicato in Italia da Mursia.</p>



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<p>Inquieto, avido di giungle, con i baffi lunghi – che si tagliò durante la Rivoluzione in obbedienza ai soviet – Vladimir Arsen’ev aveva percorso per necessità la carriera militare: agli studi preferiva i romanzi di avventura, da bambino leggeva Jules Verne. L’incontro con Dersu Uzala coincide con l’inizio della sua vita da esploratore. Arsen’ev fece di Vladivostok, alle estreme propaggini dell’impero, la base delle sue missioni: in una ventina d’anni guidò una decina di viaggi, mappando l’Estremo Oriente Russo, solcandone i vasti fiumi. Nel 1909 navigò il Samarga, l’anno dopo era a Capo Kekurny, da lì attraversò la Kamčatka. Nel 1912 esplorava le zone del Primorsky Krai, anche con l’intento – non ufficiale – di spiare gli spostamenti dei cinesi. Conosceva a menadito le cosiddette ‘minoranze etniche’: per un periodo, nel ’17, fu eletto Commissario del popolo per gli affari con le popolazioni indigene dell’Amur. In alcune fotografie, indossa gli abiti tradizionali degli Udege, di cui conosceva abitudini e riti.</p>



<p><strong>L’ultima spedizione, nel 1927, ha come luogo d’irradiazione la città di Chabarovsk: da lì Arsen’ev risale l’Amur per inoltrarsi nella foresta vergine. È un viaggio intriso di malinconia</strong>, sulle tracce di Dersu Uzala, l’amico conosciuto vent’anni prima. L’incontro con la tigre – apparizione fantomatica – pare quello con lo spettro del fedele Goldi. Da quel viaggio Arsen’ev trae un libro, <em>Attraverso la taiga</em>, finora inedito in Italia e di cui si traducono qui alcuni passi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se il viaggio dell’autore ha avuto un qualche successo, ciò è stato possibile grazie all’aiuto fondamentale e coscienzioso del ‘popolo della foresta’, verso cui siamo tutti debitori”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Suona quasi come un congedo. <strong><em>Attraverso la taiga</em> esce nel 1930; Arsen’ev fa in tempo a firmare la prefazione: muore il 4 settembre di quell’anno.</strong> Il suo sforzo nella creazione di musei etnografici e nella difesa delle popolazioni autoctone è stato formidabile. Dicevano fosse duro, spesso aspro. Con scaltrezza, riuscì a tenersi ai margini delle lotte politiche, più feroci di quelle che accadono nella giungla siberiana.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="680" height="875" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Арсеньев_В._К._и_Дерсу_Узала.jpg" alt="" class="wp-image-94843" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Арсеньев_В._К._и_Дерсу_Узала.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Арсеньев_В._К._и_Дерсу_Узала-233x300.jpg 233w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Арсеньев_В._К._и_Дерсу_Узала-600x772.jpg 600w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /><figcaption class="wp-element-caption">Vladimir Arsen&#8217;ev insieme a Dersu Uzala</figcaption></figure>



<p>Piuttosto, Arsen’ev lottò per la tutela delle aree naturali dell’estrema Russia. <em>Attraverso la taiga</em>, infine, è il requiem su un mondo che sta svanendo, esaurito dall’idolatria industriale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La vasta area delle foreste vergini primordiali del fiume Anjuj è abitata da molti animali: dovrebbe essere dichiarata riserva statale, come il parco di Yellowstone negli Stati Uniti… La protezione di queste aree è di urgenza primaria: queste zone vengono rapidamente colonizzate, i pesci catturati, le foreste abbattute senza pietà e bruciate. Di questo passo, perderemo tutto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La mannaia dell’ideologia sovietica, che non ammetteva tali integralismi, tentò di disintegrare il cadavere di Arsen’ev. I suoi studi, pionieristici, furono accusati di scarsa scientificità, di non svilupparsi nell’alveo di un’ottica marxista. A subire il vile attacco contro Arsen’ev, ormai defunto, fu la moglie, la vedova, Margarita Nikolaevna: arrestata dalla polizia segreta nel 1935, accusata di cospirare ai danni della Russia con cinesi e giapponesi, fu fucilata nell’agosto del 1938. La figlia Nataljia fu arrestata nel 1941 e costretta ai Gulag.</p>



<p>Naturalmente, più tardi, riabilitarono tutti, con tanto di francobolli commemorativi e pubblicazioni postume.</p>



<p><em>**</em></p>



<p><strong><em>Foresta vergine</em></strong></p>



<p>21 agosto: navigazione lungo l’Anjuj. Giornata nuvolosa. Il vento ci scalfisce. Nubi di piombo solcano il cielo; ha piovuto per due volte. Tutto segnala l’avvicinarsi dell’autunno: le foglie cadranno dagli alberi, la terra congiura in fango, le bestie si rivestono di pellicce, il fiume diventerà ghiaccio.</p>



<p>Passato Tormasuni, la valle dell’Anjuj diventa più ampia. Dal fiume si diramano diversi affluenti. Lungo la via incontriamo degli orsi. Uno ha attraversato il fiume a nuoto per guadagnare l’altra riva. Osserviamo la distruzione dovuta a una recente esondazione del fiume: cadaveri di animali annegati, yurte distrutte, alberi sradicati. L’Anjuj è considerato con giustizia la patria del salmone: mi dicono di aver catturato un esemplare di sedici chili.</p>



<p>Sulla via del ritorno, vediamo una dozzina di corvi. Appollaiati sugli alberi, si chiamano l’un l’altro. Il mio compagno, Gobuli, ne trae due conclusioni: qualcosa li ha attratti qui; questo ‘qualcosa’ è nelle vicinanze. Abbiamo rallentato il ritmo della navigazione, guardandoci attentamente intorno. All’improvviso, una figura enorme, dal piumaggio marrone e rosso si alza in volo. Ho subito riconosciuto l’aquila dalla coda bianca. La testa e il collo sono più piccoli rispetto al resto del corpo: grandi zampe gialle, artigli neri, il potente becco, volto verso il basso, sono così caratteristici che non posso sbagliarmi. Di solito, l’aquila dalla coda bianca si nutre di pesci, può capitare, tuttavia, che attacchi quadrupedi come il cervo muschiato.</p>



<p><strong>Il predatore vola, pesante, lungo il fiume. Lo seguo con lo sguardo. Sbarco e cammino tra i cespugli. Il cadavere di un giovane cervo.</strong> La testa e il fianco ricoperti di limo: indizio che è annegato. Il rapace lo stava sviscerando. Non appena l’aquila è volata via, i corvi gracchiano per la foresta, contro di noi: hanno paura che portiamo via l’animale morto. Nel fango, impronte di volpe e di lupo di montagna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="733" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover-733x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94844" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover-733x1024.jpg 733w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover-768x1073.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover-600x838.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Dersu_Uzala-cover.jpg 773w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Il giorno dopo abbiamo lasciato le barche, inoltrandoci per le montagne.</p>



<p>In questi luoghi, tra l’Anjuj e Nemptu, in uno spazio di circa duecento chilometri, <strong>si sviluppano enormi foreste primordiali, mai toccate da mano umana, aliene agli incendi. </strong>Gli alti tronchi del sughero, dalla corteccia grigia, di velluto al tatto, gareggiano in bellezza con i possenti cedri. Ora massicci e scuri, ora snelli e leggeri, spessi o sottili, pari a un intero colonnato, i tronchi coprono questo spazio che non ha confini. Alcuni alberi hanno centinaia di anni. Alcuni giganti della foresta, dopo aver sopportato il peso di secoli, cadono, si polverizzano. <strong>Durante il giorno, fasce di luce trafiggono a fatica la coltre chiomata; di notte si intuiscono, tremanti, le stelle. </strong>L’aria, immobile, è satura di odori; riconosco il sentore del cedro, del tiglio, del pioppo.</p>



<p>La foresta è piena di suoni misteriosi: un mare verde che ondeggia intorno a noi.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La foresta vergine è abitata da molti animali: tigri, linci, orsi, lupi, volpi, martore, furetti, zibellini, ghiottoni, tassi, lontre, cervi, capre selvatiche. </strong>Le loro tracce si scoprono ovunque. Spesso spaventiamo branchi di cinghiali. I maiali selvaggi corrono rumorosamente, irritati dal nostro passaggio.</p>



<p>Dopo le piogge, si è stabilizzato il sole.</p>



<p>Il 23 agosto la giornata è soleggiata e calda. Nuvole soffici nascono nello sconfinato blu, si muovono verso est, si consumano, rapidamente.</p>



<p>Il giorno è soffocante. Di tanto in tanto ci riposiamo, levandoci lo zaino. Il sole scollina mezzogiorno. <strong>Rose dall’afa, le creature della foresta vivono in uno stato di torpore, di sonnolenza. Solo gli insetti sono frenetici:</strong> si arrampicano in bocca, entrano nelle orecchie, accecano gli occhi. Ci siamo seduti in silenzio, asciugandoci le facce con gli stracci. All’improvviso, un rumore di rami secchi. Silenzio. Prendo la pistola. <strong>L’enorme tigre ci sfida, ci spaventa, si spaventa. Si precipita di lato, salta nella foresta.</strong> La bestia striata fugge, sfiora un albero cavo, che crolla. Strani presagi, antichi ricordi. La tigre è uscita accidentalmente; la circostanza ci obbliga a stare in guardia, a non fidarci dell’infido silenzio della foresta.</p>



<p>Due giorni dopo, risultò che avevamo percorso soltanto un settimo della strada prevista e consumato un terzo del cibo. Le piogge ci avrebbero rallentato per un giorno o due. Queste considerazioni mi portarono a riprendere il fiume, verso Ovest. Presso la foce, abbiamo trovato un piccolo villaggio di Goldi. Gli abitanti si impegnano nella caccia e nella pesca; ci siamo riposati insieme a loro. Nel corso inferiore l’Anjuj si divide in diversi canali, ruscelli, fiumi; dopo ogni inondazione la struttura idrografica muta, e questo ci costringe a muoverci con cautela.</p>



<p>Un altro villaggio Goldi. Vivono in yurte coniche, costruite con corteccia di betulla. Sono scampati a un’esondazione. Ci chiamano. Uomini, donne e bambini si radunano intorno al nostro bivacco. Alcuni li ho conosciuti anni fa, erano ragazzini. Ora si sono trasformati in uomini, sposati, spesso con figli.</p>



<p>I Goldi ci hanno rifornito di verdure. Dopo averli pagati proseguiamo la navigazione. Varchiamo il lago Udyl’, la cui figura sembra, vagamente, quella di una clessidra. La sponda destra è costituita da bassi rilievi sabbiosi, solcati da anfratti di palude. La costa opposta è bassa. Ci teniamo sulla sponda destra, al tramonto raggiungiamo un attracco. Il posto per il bivacco è scelto male. Manca legna secca da ardere, tremiamo. Tracce di antichi falò testimoniano la presenza umana.</p>



<p>Gobuli mi sveglia che è ancora buio: mi dice che il vento raggiunge la sua forza massima a mezzogiorno, quando navigare è quasi impossibile. In un quarto d’ora siamo tutti pronti a remare. <strong>Il lago è calmo, levigato, riflette il cielo, un rogo stellare. Le sagome scure degli alberi scorrono di fianco a noi. Una luce guizza. </strong>Nella barca qualcuno ha acceso un fiammifero.</p>



<p>L’alba appare a Est. Una brezza solca la superficie delle acque, la costa come ammutolita da striature di nebbia. L’alba divampa ogni minuto più forte, come un bagliore, poi come un fuoco. Le nuvole perlacee diventano arancioni. Flotte di uccelli si alzano dalle paludi. La notte sta morendo, la nebbia si scioglie. I raggi rimbalzano sul lago, poi lo perforano. Un pesce salta dall’acqua, sbatte contro la barca. Poi un secondo, un terzo, un quarto. Uno entra nella barca. Salta, apre la bocca, batte la coda. È una carpa asiatica, la chiamano ‘moxan’; dicono che sia difficile da catturare con le reti, raggiunge anche i due chili di peso, ha un corpo snello, trapunto di squame d’argento, lucenti e grosse. Tra i pesci, è considerato il più intelligente. In questo caso, non si è rivelato tale.</p>



<p><strong><em>Vladimir Arsen’ev</em></strong></p>
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		<title>“L’Italia sa essere orribile, l’Italia è bellissima”. Dialogo con Andrea Caterini</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-caterini-dialogo-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2022 05:19:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Caterini]]></category>
		<category><![CDATA[eremitaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia è un endecasillabo. Per capire l’Italia, credo, bisogna entrare in un ritmo. L’Italia per me è un endecasillabo, è incistata nell’endecasillabo. Di solito, di un paese, di una città bisogna osservare l’urbanistica: l’ampiezza delle strade, il modo in cui divergono, s’immergono l’una nell’altra; la forma sequenziale delle case. Osservatorio superficiale che dice della mente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Italia è un endecasillabo. Per capire l’Italia, credo, bisogna entrare in un ritmo. L’Italia per me è un endecasillabo, è incistata nell’endecasillabo. Di solito, di un paese, di una città bisogna osservare l’urbanistica: l’ampiezza delle strade, il modo in cui divergono, s’immergono l’una nell’altra; la forma sequenziale delle case. Osservatorio superficiale che dice della mente di chi ha costruito quel luogo. Alcuni paesi, in Italia, hanno la struttura di un sonetto; altri di una canzone; altri ancora si snodano come un poema. C’è poi il rimario, il modo in cui i balconi si gettano alle ventate, la pausa sancita da un fiume, la sestina dei palazzi nobiliari… ad ogni modo, l’Italia è un endecasillabo. L’Italia, intendo, è una creazione poetica. E i poeti che l’hanno creata insegnano due cose. Primo: che l’Italia si può soltanto bestemmiare, cioè dire per negazioni (“Ahi serva Italia, di dolore ostello…”, Dante). Secondo: che l&#8217;Italia, sostanzialmente, non si può dire (“Italia mia, benché ’l parlar sia indarno…”, Petrarca), è dolore insanabile (interessante, per chi studia cose letterarie, accorgersi che la chiusa della <em>Terra desolata</em> di Thomas S. Eliot, il poema della patria deprivata, depravata, <em>Shantih shantih shantih</em>, è quello dell’ “Italia mia” di Petrarca, “Pace, pace, pace”).</p>



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<p>Insomma, l’Italia è una bestia letteraria. <strong>Per questo Andrea Caterini, ragazzo dallo sguardo profondo e terribile (cioè: compassionevole, e dunque spietato), compie </strong><a href="https://www.ibs.it/ritorno-in-italia-libro-andrea-caterini/e/9788882521622?inventoryId=402917374&amp;queryId=c06cd1b5258821bfb2d84c0bab89d6f8" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>il suo <em>Ritorno in Italia</em> (Vallecchi, 2022)</strong> </a>con una scorta di libri. In Italia si <em>ritorna</em>, ospiti e consolatori (“Piangi, ché ben hai donde, Italia mia…”, questo è Leopardi, dacché la nostra è sempre patria spogliata, spartita, ispiratrice, spiritata, sparita), con libagione di libri. Così, si va in Sardegna con <em>Il giorno del giudizio</em> di Salvatore Satta sotto mano; si attraversano le Langhe con Beppe Fenoglio in spalla; si va in Sicilia con Gesualdo Bufalino e nelle foreste Casentinesi con Dino Campana nello zaino. Com’è diverso il “ritorno” di Caterini dal <em>Viaggio in Italia</em> di Guido Piovene, che di ogni pieve diceva il magone di un’antichità perduta, decrittava la magia smagata dal ‘progresso’. Caterini parte dal cataclisma globale, dall’identità ormai irrecuperata, un fatto, e cuce bave d’oro, origami di senso, fino al covo del silenzio. Il reportage più bello è, appunto, quello dedicato all’Umbria: Caterini, come sempre, scudiero della letteratura bella, ha un fortino di libri appresso – Cristina Campo, Kafka, i detti dei Padri del deserto – per affrontare Teresa, eremita, novantuno anni, dal 1986 in una casa senza elettricità né acqua, presso il monte Fionchi. Il dialogo tra l’eremita e il cercatore ha vette sapienziali che meritano di essere ricalcate:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La prima notte che ho passato in questa casa le voci che udivo mi tormentavano… Ero pronta alla sepoltura? Ero preparata a morire? Ad affrontare il silenzio eterno dei giorni? Quando si è fatta mattina e ho visto brillare la luce sulle pareti e sui vetri, qualcosa, dentro di me, ha trovato un centro: Dio, pensavo, viene come un ladro, e di getto ho scritto dei versi, i primi salmi che Dio dettava per la mia nuova vita: ‘Dal mio Unico e mio Tutto/ giunse ferma locuzione/ che Sepolta nel Silenzio/ l’Assoluto mi voleva’”</strong></p></blockquote>



<p>L&#8217;Italia è un endecasillabo, continuo a pensare. “Cerca Iesú con ogni tuo desio/ anima mia, se te vói delettare”, canta Jacopone da Todi. Forse il <em>ritorno</em> è mollare tutto, cioè scoprirsi ricchi del Tutto; forse l’Italia è questo eremo, estrema fortezza che santifica dall’insensato odierno, dai vagiti di un’era di ignavi. Così sono andato in cerca di Caterini.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="769" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-93362" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/9788882521622_0_536_0_75-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p><strong>Parto dalla domanda più cruda. Che cos’è l’Italia? Pochi aggettivi, ben distesi.&nbsp;</strong></p>



<p>L’Italia è un coacervo di contraddizioni. Troppo semplice asserire si tratti del Paese più bello del mondo. Così come troppo semplice riconoscerne la bellezza davanti alle sue opere d’arte. L’Italia sa essere orribile. Siamo riusciti a devastare i suoi paesaggi perdendo completamente il senso di un’armonia con ciò che ci circonda, a involgarire anche la sua natura. Vicino la Valle dei Templi di Agrigento, ed è solo uno tra le centinaia di esempi che potrei fare, puoi incontrare costruzioni moderne che sono il frutto di un’incultura becera, di un’edilizia selvaggia. È una nazione che si è venduta anche al marketing. Le sue tradizioni più profonde, quelle che conservavano un senso del sacro e un rapporto viscerale con la propria terra, vengono oggi riproposte come uno spettacolo per turisti, svuotate del senso che possedevano. Eppure… Eppure l’Italia va saputa cercare nelle sue feritoie, lì dove è andata a nascondersi la sua autenticità. Non esiste al mondo Nazione più molteplice dell’Italia. È ovunque si riconosca una diversità. Una diversità costruita e continuamente tradita lungo i secoli. L’Italia è un paese parcellizzato per definizione. Ogni suo angolo custodisce, prima ancora che una storia, una tradizione, che qualcuno è pronto a difendere con la vita. Ecco, l’Italia sono le persone, quelle che ho incontrato in questo mio viaggio che dura ormai da oltre quattro anni. Gli uomini che vivono fuori il clamore dei grandi centri urbani, che non amano la confusione, che sono a disagio con la vanità. L’Italia dei paesi, dove la vita è fatta di niente. Un niente che è tutto.</p>



<p><strong>Quale Italia hai scoperto “ritornando” in Italia. Ergo: il luogo inatteso, l’incontro sconcertante. Dimmi.</strong><strong></strong></p>



<p>Quando si è cominciata a formare in me l’idea di scrivere un libro sull’Italia, ciò che mi fu subito chiaro è stato il titolo. Questo perché mi rendevo conto di come viaggiando in un luogo da cui mai mi ero allontanato stavo giorno dopo giorno cambiando. Il “ritorno” è la scoperta di qualcosa che hai sempre conosciuto, ma che pure ti era fino a quel momento estraneo. Ritornare per uscire da sé, dimenticarsi per un momento di se stessi, scomparire nel mondo. E mi piaceva attraversare luoghi in cui perdevo qualsiasi punto di riferimento, in cui non ero nessuno per nessuno. Ascoltare il racconto delle vite degli altri, farsi investire dalle loro storie, accoglierle, farle proprie, capire che c’è qualcosa che ci lega tutti. Allora potevo sentirmi davvero a casa ovunque: nelle Foreste del Casentino, dove san Francesco ha trovato il suo ultimo rifugio e dove Dino Campana ha pellegrinato in cerca di se stesso, o nella Barbagia più feroce, quella del nuorese di Grazia Deledda e di Salvatore Satta; sul Delta del Po, nel Polesine, in quel deserto d’acqua in cui i pescatori hanno vissuto in case di fango e canne fino a non molti anni fa, o camminando lungo i confini del Carso, dove le identità si perdono e si mischiano, gli stessi luoghi in cui Slataper è cresciuto come un selvaggio e dove Ungaretti ha visto morire compagni e fratelli nelle trincee lungo l’Isonzo. In ogni territorio c’era qualcuno di mai visto prima pronto ad accoglierti; qualcuno che, anche solo per un giorno, ti era davvero fratello. Ti riporto un episodio che nel libro è ampiamente raccontato. Quando sono tornato in Umbria per l’ennesima volta e non sapevo cosa inventarmi per cavarne fuori una puntata televisiva, mi è venuta l’idea di parlare della storia degli eremiti siriani che nel sesto secolo sono arrivati in quella regione per evangelizzarla. Un racconto praticamente impossibile da restituire televisivamente. Attraverso un contatto sono venuto a sapere che su una montagna sopra Spoleto viveva un’eremita. Trovo il modo di andarla a conoscere. In una casa senza acqua e senza corrente elettrica viveva una donna di novantuno anni dal 1986. Piccola, minuta, fragile. Mi sono chiesto come fosse possibile che stesse lì da sola da tutto quel tempo. Al principio era diffidente. Poi mi ha fatto sedere davanti a lei, mi ha raccontato la sua storia per un paio d’ore. Ho scoperto che aveva una cultura filosofica e teologica sconvolgente. Eppure, in quella casetta che l’accoglieva, non c’era l’ombra di un libro. Mi rendevo conto così che aveva imparato a non possedere nulla, a non farsi tentare nemmeno dalla cultura. Aveva trasformato ogni gesto, ogni pensiero, ogni cosa, in una forma di preghiera. Trovavo in lei quello che Dino Campana aveva scritto nei <em>Canti Orfici </em>di San Francesco: “un’ombra di Cristo che accetta il suo destino nella solitudine”. Difficile restituire la sensazione che mi ha lasciato addosso. Posso dirti però che quando si viaggia ci sono incontri, anche casuali, che ti segnano per la vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="567" height="850" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012.jpg" alt="" class="wp-image-93363" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012.jpg 567w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/vcaterini-andrea-romadgt216012-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 567px) 100vw, 567px" /><figcaption>Lui è Andrea Caterini; il libro sull&#8217;Italia è esito, anche, di una serie di lavori realizzati per la Rai</figcaption></figure>



<p><strong>Parlo al lettore, al critico, allo scrittore. L’Italia dei letterati odierni: pare più uno sfondo, una cartolina ad uso turisti; se ne parla, non ci si inscrive nella sua carne: è così, non è così</strong><strong>?</strong><strong></strong></p>



<p>Credo sia così perché, sostanzialmente, non la conoscono, la ignorano completamente. Ma la Patria è di chi l’ama, diceva Pasolini. E aveva ragione. Pensa ai viaggi lungo la Nazione di Guido Piovene, di Mario Soldati, di Cesare Brandi e dello stesso Pasolini. Non si tratta di restare legati al ricordo di un’Italia che non abbiamo neppure vissuto, ma di mettere in moto la curiosità, di accettare di perdersi, di mettere a rischio noi stessi e le sicurezze che abbiamo per capire davvero dove poggiamo i piedi, da dove veniamo, chi siamo. Claude Lévi-Strauss scriveva, in quel capolavoro di conoscenza che è <em>Tristi tropici</em>,che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito”.</strong></p></blockquote>



<p>Ecco, credo sia questo il tipo di predisposizione che ho seguito in questi anni, provare a capire quello che oggi non bisogna farsi sfuggire e che ci lega alla nostra storia. Ti dico la verità, da quando ho cominciato a viaggiare, le bizze dei letterati, la loro ansia di presenzialismo, il loro desiderio di farsi riconoscere in una comunità che non esiste, non mi fanno nemmeno più sorridere o incazzare. Semplicemente, mi sembrano inutili, una perdita di tempo anche solo dargli una sia pure minima importanza.</p>



<p><strong>Dimmi il libro per capire l’Italia, per, appunto, leggerla.</strong>&nbsp;</p>



<p>Non ce n’è uno solo, perché l’Italia è moltissime cose. Per questo in ogni regione che ho attraversato ho messo nello zaino un libro diverso; il libro di chi quegli specifici luoghi aveva già vissuto e raccontato: in Sicilia Gesualdo Bufalino e il suo <em>Diceria dell’untore</em>, ma avrei potuto portare anche il suo <em>La luce e il lutto</em>; a Napoli il Malaparte de <em>La pelle</em>; nelle Langhe <em>La malora </em>di Fenoglio, e così via. Due libri recenti che mi sembra raccontino da punti di vista completamente diversi l’Italia sono il romanzo di Arnaldo Colasanti <em>La magnifica</em>, e il poemetto <em>L’Italia è morta, io sono l’Italia </em>di Aurelio Picca. Ma appunto, l’Italia è una e molteplice, è necessario tornare a scoprirla, sentirla nella carne e nella mente.</p>



<p><strong>&#8230;ma&#8230; esiste, poi, l’Italia?</strong><strong></strong></p>



<p>Esiste, Davide, esiste eccome.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/andrea-caterini-dialogo-italia/">“L’Italia sa essere orribile, l’Italia è bellissima”. Dialogo con Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Terra che acceca e stordisce; caldo orribile, acqua bollente e sporca, flotte di insetti di dimensioni mai viste. Ero felice”. In viaggio con Cortázar: gita dal Cile a Venezia, da Vienna a Bombay</title>
		<link>https://www.pangea.news/julio-cortazar-lettere-viaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 09:50:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Julio Cortázar amava viaggiare. Così, a 25 anni, al dottor Luis Gagliardi: “Ho sempre sognato di viaggiare su un mercantile, di essere il piccolo passeggero di un equipaggio. Una valigia modesta, un taccuino, un libro di poesie (Neruda, ad esempio, che scrive tanto di mari) e nient’altro”. Al di là del libro – Neruda – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/julio-cortazar-lettere-viaggio/">“Terra che acceca e stordisce; caldo orribile, acqua bollente e sporca, flotte di insetti di dimensioni mai viste. Ero felice”. In viaggio con Cortázar: gita dal Cile a Venezia, da Vienna a Bombay</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pangea.news/rayuela-cortazar-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Julio Cort</strong></a><strong>ázar amava viaggiare. Così, a 25 anni, al dottor Luis Gagliardi: “Ho sempre sognato di viaggiare su un mercantile, di essere il piccolo passeggero di un equipaggio. Una valigia modesta, un taccuino, un libro di poesie (Neruda, ad esempio, che scrive tanto di mari) e nient’altro”.</strong> Al di là del libro – Neruda – il sogno è eminentemente letterario. Ricorrente, perfino. Da Melville a Conrad, da Salgari a Quiroga, da Marco Polo a Dante Alighieri lo scrittore è un uomo in viaggio: che il viaggio sia terreno o mentale poco importa, importa il ritmo, la veglia, la vigilanza dell’ignoto. Nato il 26 agosto del 1914 a Ixelles, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio, a quattro anni Julio tornò in patria, si fece grande a Banfield, Buenos Aires, leggendo Verne, Hugo, Poe. Nel 1948 diventa traduttore giurato – inglese e francese –, tre anni dopo accadono due cose decisive: pubblica <em>Bestiario</em>, raccolta di racconti miliare, e lascia l’Argentina, in pieno contrasto con Perón, per Parigi. Insomma, si mette in viaggio – cioè a scrivere. Per onorare l’anniversario della sua nascita “La Nacion” ha raccolto una manciata di frammenti <a href="https://www.lanacion.com.ar/cultura/julio-cortazar-viajero-incansable-postales-escritor-transito-nid2431093" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dall’“epistolario di uno scrittore in viaggio”.</a> Ne esce un reportage autenticamente onirico, dai recessi argentini all’Italia e Parigi – quasi l’ingresso a un romanzo. Buona lettura.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-79081 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-34-187x300.jpg" alt="" width="360" height="578" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-34-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-34.jpg 312w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /> Chivilcoy</em></strong></p>
<p>Chivilcoy è un deserto – con 60mila abitanti, buffo, eh? Vivi, parli, cammini; e infuria l’incoscienza assoluta, involontaria da parte di quasi tutti i cittadini, decisa volontariamente da me. Ho un terrore che non ho mai provato. Il terrore di diventare un paesano. Non avete mai notato la spaventosa mediocrità spirituale che caratterizza il tipico abitante di una piccola città? A volte mi sorprendo in piccoli gesti, atteggiamenti all’apparenza inessenziali, che tradiscono l’influenza di quell’ambiente su di me… e ne sono terrorizzato. Sento che il vuoto mi circonda e che tutto è preferibile a quel pozzo vegetale di Chivilcoy. Anche chi legge, chi pensa non può sfuggire al clima velenoso di questo ambiente. E questa è l’Argentina! (No, non è l’Argentina; l’Argentina è Buenos Aires. Una grande città, molti meravigliosi paesaggi sparsi ai quattro venti: niente di più).</p>
<p><em>Da una lettera a Mercedes Arias, dicembre 1939</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Pampa del Infierno</em></strong></p>
<p>Siamo tornati a Jujuy – da lì, terribile tappa di 36 ore, attraversando la valle, il Chaco, fino a Resistencia. Terra che acceca e stordisce; caldo orribile, acqua bollente e sporca, flotte di insetti di dimensioni mai viste. Ero felice. Tornavo bambino, con la sensazione dei tropici: Salgari, Horacio Quiroga, Somerset Maugham, Rudyard Kipling. Ho dormito con un asciugamano bagnato sul viso finché non mi sono svegliato, all’alba, in un posto chiamato “Pampa del Infierno”. Questo è il Chaco, sono contento di averlo varcato, così, con uno spirito indomito, legittimo in quelle terre.</p>
<p><em>Da una lettera a Mercedes Arias, 1 giugno 1941</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Cile </em></strong></p>
<p>Ho viaggiato molto. In sintesi: a Mendoza in treno, due giorni lì, poi attraversamento delle Ande in macchina (un viaggio così meraviglioso che non sono in grado, almeno io, di narrarlo). Sei giorni a Santiago del Cile, poi sono sceso a sud presso la bellissima valle araucana. Ho visitato i laghi: il Lanquihue, enorme e pacifico, con le acque blu cobalto, le colline fitte di boschi; il Todos los Santos, dal verde prodigioso, così splendido che mai avrei creduto possibile. Lì mi sono riposato alcuni giorni, poi ho visitato Osorno e Valdivia, sono tornato a Santiago, sono partito per Valparaíso. Valparaíso è una straordinaria, tranquilla città. Vederla di notte, dall’alto di una collina, con le luci che accerchiano la baia è stato uno spettacolo indicibile.</p>
<p><em>Da una lettera a Lucienne Chavance de Duprat e Marcela Duprat, 27 gennaio 1943</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Italia</em></strong></p>
<p>Notizie da me. Ravenna, magnifica. Mi spiace non essere d’accordo con te su Padova; ci ho passato 24 ore, mi sembra una signora città, splendida. Il Giotto di qui è senza dubbio superiore – almeno per me – a quello di Assisi. Per quanto riguarda Venezia: ho passato cinque giorni favolosi. Ho sperimentato tre alberghi prima di trovarne uno adatto. Grande conferma: Carpaccio. Che pittore! La serie di San Giorgio e quelle di Sant’Orsola mi hanno lasciato senza fiato. Sono sorpreso che non me ne abbiate parlato. Cambio i tre ‘grandi’ (Tiziano, Tintoretto, Veronese) per una pennellata di Carpaccio. Mi è piaciuto molto anche Giovanni Bellini. E il Colleoni! A Padova sono rimasto deluso dal Gattamaleta, ma quella è stata una autentica scoperta. Che statua, per tutti gli dei! (Notate l’eleganza dell’esclamativo).</p>
<p><em>Da una lettera a Jorge e Dorita Vila Ortiz, 6 marzo 1950</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-79082 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-197x300.jpg" alt="" width="384" height="584" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-768x1167.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-1011x1536.jpg 1011w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-1347x2048.jpg 1347w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45-1320x2006.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-45.jpg 1400w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" />Bombay</em></strong></p>
<p>Prima reazione: paura, terrore fisico e mentale, la sensazione che il pianeta sia cambiato, di essere tra creature con cui è impossibile il pur minimo rapporto. A questo primo shock ne segue un altro, contrario: pace, serenità, per contagio del modo di essere degli indiani. La prima notte a Bombay siamo usciti dall’albergo dopo cena, perdendoci nei vicoli del bazar. Quasi subito, vediamo persone sdraiate sui marciapiedi, che dormono, pregano, parlano a bassa voce. Centinaia, migliaia di uomini sdraiati sulla strada, la loro dimora permanente. Occhi enormi che ti fissano, gravi di serenità. Vorrei parlarti molto più a lungo dei mendicanti, della povera gente di Bombay, sdraiata, a faccia in su, sui marciapiedi, perché è questa l’India più profonda, la radice dell’essere indiano. Mi farebbe schifo fare letteratura su questo, e ti scrivo assecondando lo scorrere dei miei pensieri, ma credimi, Jean, quella notte mi ha marchiato per sempre.</p>
<p><em>Da una lettera a Jean Barnabé, 22 dicembre 1956</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Vienna </em></strong></p>
<p>Vienna va bene per un mese perché il barocco merita di essere visto e non trovi dappertutto un museo dove puoi ammirare Brueghel e Velázquez. Ma dopo un mese, una visita all’Opera, svariate birre assaporate, capisci che la città è piuttosto provinciale, la barriera linguistica angosciante, e che quando si ha la fortuna di avere casa a Parigi l’unica cosa intelligente è abitarvi, il più a lungo possibile.</p>
<p><em>Da una lettera a Jean Barnabé, giugno 1959</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>L’Avana</em></strong></p>
<p>Quando sono stato invitato la prima volta a visitare il vostro paese, avevo appena letto “Cuba, isola profetica” di Waldo Frank, che suonava ambiguo in me, risvegliava una sorta di nostalgia, una mancanza: non mi pareva di essere davvero nel mio mondo, anche se in quegli anni il mio mondo parigino era eccitante, era ciò che avevo sempre desiderato, ed era mio, dopo più di un decennio di vita in Francia. Il contatto personale con le conquiste della rivoluzione, l’amicizia e il dialogo con scrittori e artisti, il buono e il cattivo che ho visto in quel primo viaggio hanno agito doppiamente in me. Da un lato ho toccato di nuovo la realtà latinoamericana da cui mi ero sentito così distante a livello personale, dall’altra ho assistito quotidianamente al duro e talvolta disperato tentativo di fondare il socialismo in un paese così poco preparato sotto molti aspetti, così spalancato al rischio. Ma poi ho capito che questa doppia esperienza non era in realtà doppia, e questa brusca scoperta mi ha abbagliato.</p>
<p><em>Da una lettera a Roberto Fern</em><em>ández Retamar, 10 maggio 1967</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Parigi </em></strong></p>
<p>Il mito di Parigi ha agito a mio favore… mi ha fatto scrivere un libro, <em>Rayuela</em>, che un po’ la messa in atto di una città vista in maniera mitica. Tutta la prima parte del libro è la visione di Parigi da parte di un latinoamericano, perso nei suoi sogni, in una metropoli che è una immensa metafora… Pensi di conoscere Parigi, ma non è vero; ci sono angoli, strade, che si potrebbero esplorare per un giorno intero, per notti intere… è una città affascinante, non è l’unica, ma Parigi è un cuore che batte continuamente. Sono in una specie di contatto biologico vivente con Parigi. Dicono che Parigi sia una donna, beh, è un po’ la donna della mia vita.</p>
<p><em>Dal documentario su Julio Cort</em><em>ázar di Alan Carloff (1980), <a href="https://www.youtube.com/watch?v=uBuEmMIIBPo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">che potete vedere qui</a></em></p>
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		<title>“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianluca-barbera-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 07:55:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse è un prestigiatore, di certo ha la tenacia – e il ceffo – di un molosso, un tempo lo definii una specie di Orson Welles. Per mesi si è sotterrato in isolamento senese, nella folgore immaginativa, facendo della sua casa – l’ho capito dopo – il centro del mondo, alcova di navi, base spaziale, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-intervista/">“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Forse è un prestigiatore, di certo ha la tenacia – e il ceffo – di un molosso, un tempo lo definii una specie di Orson Welles. Per mesi si è sotterrato in isolamento senese, nella folgore immaginativa, facendo della sua casa – l’ho capito dopo – il centro del mondo, alcova di navi, base spaziale, castello in aria, tormenta onirica. Ne è emerso, Barbera, come ringiovanito, con <strong><em><a href="http://www.solferinolibri.it/libri/il-viaggio-dei-viaggi/?refresh_ce-cp" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il Viaggio dei Viaggi</a> </em></strong>(Solferino, 2020), romanzo caleidoscopico, uno e multiplo, costruito come una collana di racconti assemblati dall’espediente di una picaresca gita al “Museo dei grandi viaggi di avventura, di esplorazione e di scoperta” sotto la sferza del professor Terranova. <strong>Il titolo del libro richiama <em>Lo cunto de li cunti </em>di Giambattista Basile – di cui assume il carisma fiabesco, il barocco che serve l’improbabile in palmo di mano –, la struttura narrativa pare desunta dal ciclo di film <em>Una notte al museo. </em>Non mi si fraintenda:</strong> Barbera è coltissimo – in esergo piazza Roberto Bolaño, il Giorgio Caproni de <em>Il muro della terra</em>, una frase del grande esploratore James Bruce, che scoprì le sorgenti del Nilo e il libro apocrifo di Enoch, trafugato in Etiopia – e proprio per questo vuole farsi leggere, sbriciolando l’alta sapienza in felicità narrativa, rompendo le fila e i luoghi comuni dei palazzinari della letteratura, quelli che credono di essere archistar del libro e guardano allo Strega con invidia celata da petulante polemica. Molto più banalmente, <strong>Barbera, in due anni – da <a href="https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sulla-rotta-magellano-vero-romanzo-deve-circumnavigare-vita-1528222.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Magellano</em></a>, 2018, in qua – ha rifondato un genere, quello di Salgari e di Jules Verne, che affonda nel <em>Milione</em> di Marco Polo – a cui nel 2019 ha dedicato <a href="http://www.pangea.news/davide-bregola-lettera-a-gianluca-barbera-su-marco-polo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un romanzo biografico</a> di successo – dando aria nuova all’asfittico, affollato, genericamente ingrigito panorama letterario italico</strong> (permettendosi perfino un libro ‘minore’, in odore d’abiura, <em>La leggenda di Jesse James</em>, edito l’anno scorso da Stampa Alternativa). Quanto a questo libro: i racconti sono studiati come un ciclorama ottocentesco, le stanze circolari, illustrate, che davano l’idea di essere nel culmine nudo della Storia, una festa dei sensi e delle meraviglie. Alcuni racconti ho avuto il pregio di vederli dal vivo: tra tutti, forse, prediligo <em>Grand Tour</em>, sul viaggio in Italia di Horace Walpole e Thomas Gray; per chi ha amato <em>Magellano</em> sarà bello scoprire una sorta di spin off, <em>Il grande Oceano Pacifico</em>; devo dire che mi ha folgorato la storia – autentica – dell’esploratore e archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni (che appare in <em>Un italiano tra le piramidi</em>) e il modo in cui viene raccontata la disfida tra Umberto Nobile e Roald Amundsen (<em>L’ultimo volo</em>). Barbera, che unisce la baldanza ipnotica dei poemi intorno al fuoco (sfogliatevi <em>Manas</em>, l’epopea dei Kirghisi) al gergo di Jack London, confessa che il suo ‘pezzo’ migliore è <em>Allunaggio</em> – un tempo, se non ricordo male, era <em>L’isola di Robinson, </em>che riorienta la storia di Daniel Defoe – forse perché è l’ultimo che ha scritto. <strong>Non ho mai incontrato uno scrittore così proiettato nel futuro come Barbera: oggi vi dirà che il suo libro più bello è questo, <em>Il Viaggio dei Viaggi </em>– di certo è il più elaborato, cercato, vissuto – ma in realtà sta pensando che è il prossimo, quello che ha in mente, che ha appena ipotizzato, il suo capolavoro. </strong>È un uomo in moto, che forza il parto dell’alba, un entusiasta, un eterno bambino – scaltro come un cobra e puro come lo smeraldo. Per questo, in fondo, sono ancora qui, a chiacchierare con lui di avventatezze, avventure e altre necessarie amenità. (d.b.)</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-11-191x300.jpg" alt="" width="330" height="519" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-11-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-11.jpg 350w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Sintetizzo. Con <em>Magellano</em> e <em>Marco Polo</em> hai ridato vita al romanzo biografico, virando dalla complessità ‘filosofica’ alla narrazione multiforme. Ora fai ‘esplodere’ gli intenti romanzeschi in un romanzo che ne contiene molteplici. Come nasce <em>Il viaggio dei viaggi</em>?</strong></p>
<p>Dall’intenzione di dare vita a una nuova “Odissea”. Un viaggio mitico attraverso spazio, tempo, abissi dell’animo. Protagonista del romanzo è l’arte di viaggiare, in tutte le sue declinazioni. Potrei sintetizzare così la storia: una scolaresca in visita al museo dei viaggi, si imbatte in un libro che li fa precipitare in una grande avventura nel tempo e nello spazio.</p>
<p><strong>&#8230;penso, cioè, alla ‘struttura’ della narrazione, su cui mi pare tu abbia lavorato molto. Non solo per ‘inscatolare’ diversi racconti in una comune cornice narrativa, ma trovando la formula di una scrittura ‘felice’, scattante. Come l’hai ottenuta, quali sono i segreti alchemici del tuo scrivere?</strong></p>
<p>La felicità della scrittura, come la definisci tu, è ottenuta attraverso la rapidità del pensiero e la felicità dello scrivere. O meglio del raccontare. Io sono stregato da chi possiede il dono dell’affabulazione. E quello dell’ironia. Nella scrittura come nella vita mi tengo lontano dagli “agelasti” (neologismo coniato da Rabelais), ossia da coloro che non sanno ridere. Il capitolo sull’allunaggio è, credo, il brano più divertente che abbia scritto.</p>
<p><strong>Ti accusano di essere un narratore ‘d’evasione’: come rispondi?</strong></p>
<p>Hanno ragione. Se attraverso la lettura non si evade, a che serve leggere? Anche un libro di filosofia ci fa evadere da noi stessi, trascendere dal quotidiano. I filosofi hanno concepito universi meravigliosi, superiori a quelli di tanti narratori. Basti pensare alle principali teorie metafisiche e cosmologiche. L’Essere di Parmenide, Platone e l’iperuranio, Aristotele e il primo motore immobile, Leibniz e le monadi, Berkeley e il solipsismo, Hegel e il Dio che pensa sé stesso, Severino e gli Eterni. Mi rendo conto di avere letto le opere dei filosofi come se fossero prodigiose architetture. Immani cattedrali gotiche. Ineguagliabili “città invisibili”.</p>
<p><strong>Nel romanzo per racconti ci porti dall’isola di Robinson alla Luna, dal Polo al Grand Tour settecentesco. Qual è stato l’istante narrativo più laborioso da scrivere, quello più facile, quello che rimpiangi di non aver scritto, ovvero, quello che scriverai?</strong></p>
<p>In verità, mi viene fuori tutto abbastanza facilmente. Perché sono cose che ho dentro, anche se le scopro via via. A volte penso a me come a una macchina-spara-storie. Simenon scriveva un romanzo a settimana. Lo invidio. A me serve più tempo. Spero di migliorare col passare degli anni. Ovviamente, quel che conta è il risultato. Sono piuttosto orgoglioso del mio nuovo romanzo. Rappresenta un punto di arrivo. Non escludo in futuro di virare sul genere noir.</p>
<p><strong>Sbaglierò ma nella struttura narrativa – la gita scolastica – scorgo un intento ‘educativo’. Al sodo: che cos’è per te la letteratura? Una avventura, cosa che deve dare tanto diletto e poco pensiero? E poi: che libro consigli a un ragazzo delle scuole medie, a uno delle superiori, ai tuoi ‘colleghi’ scrittori?</strong></p>
<p>Dici bene, un’avventura. Se c’è un intento educativo, non è mio, appartiene ai personaggi. I quali comunque sono tra loro dissonanti. Del resto si tratta di una scolaresca accompagnata al museo dei viaggi da un professore di storia. Io non ambisco a educare nessuno. Mi guardo bene dal dare consigli perfino ai miei figli. Le parole non sono in grado di educare. Solo l’esempio lo può. Quanto al pensiero, è nelle cose. In un romanzo deve sciogliersi nell’azione, nei personaggi. Consigli di lettura non ne do. Da ragazzino ero appassionato di Stevenson, London e Poe. Da adolescente di Kafka e Orwell. Ora, in cima a tutti metto Musil, Borges e Kundera.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76028 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28-211x300.jpg" alt="" width="302" height="429" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28.jpg 704w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" />&#8230;ma t&#8217;interessa poi far parte del ‘salotto buono’ degli scrittori italiani, vincere uno Strega, quella roba lì?</strong></p>
<p>Se vorrei vincere lo Strega? Certamente. Petrocchi, batti un colpo. Il punto è: solo dopo aver conseguito un traguardo importante puoi permetterti di snobbarlo. Prima, il tuo atteggiamento potrebbe essere scambiato per invidia. Quanto ai salotti letterari, qualunque cosa siano, non mi appassionano. Se mi invitano a festival, presentazioni, incontri, vado volentieri. Specie nelle scuole. Sono una persona aperta, all’occorrenza. Ma fondamentalmente resto un solitario.</p>
<p><strong>Domanda allo stratega editoriale: come cambierà il mondo del libro dopo la catastrofe da virus? Nascerà un genere nuovo – il ‘romanzo virale’ –, cambierà il modo di scrivere, resterà tutto come prima, cosa?</strong></p>
<p>Ho rinunciato da tempo a fare previsioni. La professione di mago non mi si addice. A istinto, sono portato a dire che cambierà poco. Personalmente mi terrò lontano da narrazioni ambientate “ai tempi del virus”. Qualcuno dovrà senz’altro occuparsene, ma non sarò io.</p>
<p><strong>Ultima. Il libro che avresti voluto scrivere. Il libro di un italiano vivente che consigli con la mano sul fuoco.</strong></p>
<p><em>L’isola del tesoro</em> e <em>Viaggio al termine della notte</em> sono i due libri che avrei voluto scrivere. Quanto agli italiani viventi, escludendo i presenti direi un romanzo inedito di Alessandro Gnocchi dal titolo <em>Il martire</em>. O <em>Anatomia di un profeta</em> di Demetrio Paolin. Ma non sono consigli. Solo opinioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-intervista/">“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Da bambino divoravo gli atlanti”. Fosco Maraini, dalle segrete del Tibet al mignolo mozzato</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 04:46:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo un paese di avventurieri – che trovano scrittura nell’avventatezza. Mi è capitato un libro di spudorata bellezza, Afghanistan, ultimo silenzio. Lo firma Riccardo Varvelli per De Donato nel 1966: stile schietto ma con il gusto per il dettaglio, fotografie magnetiche, il viaggio come eccidio del sé, intrusione in una saggezza pietrificata. “È l’enigma dell’alpinismo. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fosco-maraini-ritratto/">“Da bambino divoravo gli atlanti”. Fosco Maraini, dalle segrete del Tibet al mignolo mozzato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Siamo un paese di avventurieri – che trovano scrittura nell’avventatezza. Mi è capitato un libro di spudorata bellezza, <em>Afghanistan, ultimo silenzio. </em>Lo firma Riccardo Varvelli per De Donato nel 1966:</strong> stile schietto ma con il gusto per il dettaglio, fotografie magnetiche, il viaggio come eccidio del sé, intrusione in una saggezza pietrificata. “È l’enigma dell’alpinismo. Si soffre, si rischia la vita per un risultato di cui, appena acquisito, ci si sente incapaci di gioire”; <strong>“Se sapere di vivere è più importante che vivere bisogna ogni tanto fermarsi. Stare con il cuore seduto di fronte a un paese silenzioso per misurare se stessi in rapporto a una realtà sconosciuta. Raccogliere il nan e la luce, la fatica e la neve, il deserto e la folla, ma senza mai perdere il filo. Perché esistere vuol dire tornare”.</strong> Perché non si stampano più questi libri, che consentono alla mente – quindi, al corpo – di andare in terre incognite? La letteratura italiana nasce raccontando i viaggi di questo – Marco Polo – e altri – Dante – mondi: perché ci siamo ridotti a narrare la periferia del nostro io?</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75227 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-44-218x300.jpg" alt="" width="318" height="438" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-44-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-44-743x1024.jpg 743w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-44-768x1058.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-44.jpg 1115w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" />Un giorno dovrò filare la storia di Giovanni Battista Cerruti, “l’uomo che era diventato re dei terribili Sakai”, morto nel 1914 “in un piccolo ospedale di Penang, in Malesia, per una banale appendicite… il capitano che nell’illusione di compiere l’impresa risolutiva della propria esistenza aveva solcato mari, esplorato foreste, raccolto esemplari sconosciuti di fauna e flora per i musei, fondato imprese commerciali fallimentari, scoperto miniere”, questa specie di incrocio tra il Kurtz di Conrad e il Fitzcarraldo di Herzog</strong>, di cui l’editore Ecig, tre decenni fa, ripropose il leggendario romanzo-reportage, <em>Tra i cacciatori di teste. </em>Ecco: tre quarti di narrativa attuale andrebbe decapitata, in virtù di questi scoordinati, scriteriati, sgrammaticati, straordinari narratori di viaggio.</p>
<p>*</p>
<p>Torno in me. Nella stessa collana De Donato in cui è pubblico Varvelli, “All’insegna dell’orizzonte”, ci sono i libri di Ettore Biocca – <em>Yonoama</em>, sugli indios dell’Amazzonia – di Gianni Roghi – <em>I selvaggi </em>– di Folco Quilici – <em>I mille fuochi, Sesto continente. </em>Li ristamperei tutti, sono più utili di un documentario – gli occhi si accontentano di guardare ciò che trasmette la superficie dello schermo, le parole portano nella quarta dimensione dell’immaginare. De Donato – già Leonardo da Vinci – pubblicava i grandi libri di Fosco Maraini. Nel libro che possiedo ne promuovono quattro: <em>G 4. Baltoro Karaorum, Ore giapponesi, Paropàmiso, Segreto Tibet. </em>Nel ‘Meridiano’ Mondadori, <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/pellegrino-in-asia-fosco-maraini/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Pellegrino in Asia </em></a>(2007; a cura di Franco Marcoaldi), si riproducono i libri maggiori – <em>Segreto Tibet, Ore giapponesi – </em>e una manciata di “Scritti scelti”; <strong><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/gnosi-delle-fanfole-2/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La Nave di Teseo</a> ha ripubblicato, lo scorso anno, <em>Case, amori, universi </em>e <em>Gnosi delle fànfole. </em>Qualche anno fa l’istrione <a href="http://www.pangea.news/la-morte-non-rappresenta-forse-un-rientro-nelle-arcane-orologerie-del-cosmo-fosco-maraini-viaggiatore-lunare-raccontato-da-claudio-cardelli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Claudio Cardelli, </a></strong>presidente dell’Associazione Italia-Tibet, passionaccia per i Beatles, amico di Maraini, mi ha concesso l’edizione <em>Dren-Giong</em>, “il primo libro di Fosco Maraini” (il primissimo è la <em>Guida dell’Abetone per lo sciatore</em> del 1934), nell’edizione Corbaccio del 2012, con “i ricordi dei suoi amici”.</p>
<p>*</p>
<p>Fosco Maraini unisce diversi talenti: la rapacità linguistica – pari a un Gianni Brera per estro –, l’istinto narrativo, la sapienza da “etnologo poeta”. <strong>Si diceva <em>Clituvit</em>, “Cittadino-Luna-Visita-Istruzione-Terra”, era qualcosa tra Indiana Jones e Jack London – in realtà, deve l’amore per l’Asia a due libri particolari: <em>Three Years in Tibet </em>del monaco giapponese Ekai Kawagchi e <em>With Bayonets to Lhasa </em>dell’ufficiale inglese Sir Francis Younghusband.</strong> Era un <em>estraneo</em> che incontrava dei <em>diversi</em>, studiandoli con il rigore dello scienziato e la curiosità dello scrittore: questo lo rende, ai miei occhi, più accattivante, più spigliato di Bruce Chatwin, impegnato nella bizantina narrazione del proprio io.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75228 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-38-211x300.jpg" alt="" width="334" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-38-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-38.jpg 422w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" />Un paio di eventi su tutti. Il viaggio come esito del fantasticare. Il viaggio, prima di tutto, lo si custodisce, lo si prepara, lo si ama nella testa, nell’ardore metafisico dell’impossibile. <strong>“Ero un adoratore, un divoratore e naturalmente un distruttore di atlanti… Isole, penisole, continenti, laghi, bracci di mare suggerivano coi loro profili personaggi, cose, favole”, ricorda Maraini. </strong>Il mondo va divorato immaginando il seguente, incendiando mappe. Il tormento enigmatico di una carta geografica è proprio quello: alla foce di un nome si elevano fiabe, sotto una macchia marrone s’ipotizzano civiltà, lotte, eresie, si vede perfino quel piccolo volto che sporge da un castello sui giunchi.</p>
<p>*</p>
<p>Secondo episodio. Fosco Maraini è in Giappone. È nata da poco l’ultima figlia, Antonella. È da poco uscito il primo studio sugli Ainu. La Seconda guerra impedisce allo studioso il ritorno in Italia; dopo l’Otto settembre, l’arresto. “Rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò, Fosco e Topazia, dopo un breve periodo di arresti domiciliari a Kyoto, vengono trasferiti insieme alle figlie nel campo di internamento Tempaku a Nagoya” (Marcoaldi). “Tolte alcune piccolezze, l’inizio parve buono”, attacca Fosco. Le cose procedettero in modo meno buono. Il 18 luglio del 1944, vista la scarsità di cibo, i prigionieri iniziano uno sciopero della fame. Il capo dei poliziotti accusa di tradimento i prigionieri. <strong>Fosco – così nel racconto della moglie, Topazia Alliata – “afferra l’accetta (della cucina), si taglia il dito mignolo della mano sinistra, lo raccatta e lo getta al terrorizzato Kasuja gridando… gli italiani non sono dei bugiardi.</strong> Tutti fuori di sé: terribile impressione”. Iosif Brodskij direbbe, “La più sicura difesa contro il Male è un individualismo estremo, l’originalità di pensiero, la bizzarria, perfino – se volete – l’eccentricità”. Cioè: sorprendere con una scelta superiore; capire il nemico, essere spietati con ciò che si ha – la presa psichica.</p>
<p>*</p>
<p>L’effetto che ti fa leggere Maraini: partire! Segui il primo sfarfallio azzurro all’orizzonte, piglialo per l’Himalaya, parti! Ogni tigre, sembra dire l’infaticabile Fosco, in fondo, giace nella gabbia delle tue costole. <em>Segreto Tibet </em>è il suo libro più sgargiante, forse è uno dei romanzi più belli del Novecento italiano. Qui un cammeo che ritrae <a href="http://www.pangea.news/era-superbo-e-geniale-porto-litalia-fascista-in-tibet-india-e-giappone-ma-mussolini-lo-guardava-con-sospetto-fu-aiutato-da-andreotti-in-troppi-lo-hanno-invidiato/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giuseppe Tucci:</a> <strong>“Non so perché, Tucci d’un tratto s’è immusonito. Ha l’aria di cercare qualcosa che non trova. Osserva, annota, torna sui suoi passi, ma non parla più… Ormai so che in simili frangenti occorre tacere, possibilmente cancellarsi per un poco dal paesaggio. Ho per compagno un uomo dalla mente eccelsa, ma dal carattere d’infinita complessità, tutto trabocchetti e botole nascoste.</strong> Del resto lo ripete sovente lui stesso: ‘Odio gli uomini, amo invece gli animali! Mi piacciono i puniti dal karma, non i premiati! Magari i Budda fanno eccezione… Ma noi li vediamo solo in arte’. Tucci ha in sé qualcosa di notturno, di felino, di tantrico della mano sinistra. Ed è gelosissimo della propria cittadella interiore!”.</p>
<p>*</p>
<p>Uno dei libri remoti di Maraini: <em>Gli ultimi pagani </em>(l’ho in edizione Bur 2001). Raccoglie alcuni studi straordinari di Fosco: quello sugli Ainu, gli indigeni giapponesi, di cui racconta lo <em>iyomande</em>, l’uccisione rituale dell’orso; quello sui Cafiri, “gli infedeli, cioè non-cristiani e non-ebrei, in pratica i pagani, i primitivi rimasti ancora fuori dal campo dell’azione missionaria islamica”, tra i picchi di Pakistan e Afghanistan. <strong>Maraini sonda le stirpi estirpate, gli ultimi sussulti di culture travolte dal sopruso, dalle avversità della storia, dalla sfortuna; censisce le patrie perdute</strong>, gli dèi al tramonto, col cranio mozzo, l’eroismo degli inflessibili – altro che infedeli.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75229 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro3-21-206x300.jpg" alt="" width="300" height="438" />A una delle sue spedizioni himalayane, sul Saraghrar, cima dell’Hindu Kush, fino ad allora inviolata, è il 1959, Maraini dedica <em>Paropàmiso </em>(1963). La spedizione, coordinata dalla sezione CAI di Roma, conta anche Franco Alletto e Giancarlo Castelli Gattinara. Quest’ultimo, nel 2007, con Marietti, pubblica la sua versione dell’impresa, <em>Viaggio in Himalaya</em>, che nel sottotitolo (“Un agnostico, un comunista, un cattolico discutono durante un’ascensione nelle montagne dell’Hindu Kush”) tradisce lo stile: è una specie di libro ‘platonico’, dove l’ascesa coincide con la disciplina del capire. Maraini, in questo concerto di voci, è l’agnostico; e dice, tra l’altro. <strong>“</strong><strong>È l’uomo l’eterno soggetto, il centro da cui tutto parte e il nucleo in cui tutto si risolve. L’altro termine è il Mistero, la <em>comoedia</em> della vita e della morte. Le religioni sono la somma dei messaggi che l’uomo legge in questo Mistero… Le religioni servono all’uomo, non viceversa.</strong> Il cristianesimo ha percorso il suo arco naturale di secoli, forse è tempo di riporlo, con tutto il rispetto per le grandi cose del passato, in un museo. Quante religioni non ha creato e lasciato lungo la sua strada, l’uomo!”. In montagna per sfracellare le idee di Dio.</p>
<p>*</p>
<p>Se nel 1937 Maraini ha il fegato e il sale di proporsi a Tucci, in preparazione per l’ennesimo viaggio verso il Tibet, “come fotografo”; se alla fine della sua vita – nel 2004 – confessa, “ho optato per la <em>Rivelazione Perenne</em>, cioè il regime religioso in cui Dio parla, per chi vuole ascoltarlo, non attraverso messaggi singolari concessi in punti particolari dello spazio e in momenti particolari del tempo (<em>Rivelazione Puntuale</em>), bensì sempre e ovunque, nella natura e nella vita umana intorno a noi”, <strong>sarà anche perché nella villa di famiglia a Poggio Imperiale passeggiavano Bernard Berenson e D.H. Lawrence, H.G. Wells e Aldous Huxley (quello della <em>Filosofia Perenne</em>), Ardengo Soffici e Norman Douglas.</strong> Certo, Fosco era piccino e scatenato, ma certe cose restano, tra le ciglia e sotto le unghie. Tutto, d’altronde, è letteratura, parola che fonda sedie e tavoli. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: una fotografia &#8220;giapponese&#8221; di Fosco Maraini</em></p>
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		<title>In superficie. Massimo Onofri prende spunto da Gesualdo Bufalino e ci porta in giro tra isole e mari, con Swift, Melville, Saramago…</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jun 2019 08:30:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Isolitudine» è un neologismo coniato da <strong>Gesualdo Bufalino</strong> per descrivere il sentimento che caratterizza il siciliano: <strong><em>«Isole dentro l’isola: questo è appunto lo stemma della nostra solitudine, che vorrei con vocabolo inesistente definire ‘isolitudine’.</em></strong><em> Se ne rilevano nel nostro carattere due eccessi di segno contrario: l’estroversa ospitale socialità, talora quasi servile, per antidoto dell’essere soli; e l’ombroso, omertoso riserbo, il claustrofilo rifiuto d’ogni contatto e colloquio».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-67714 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/isolitudini_0_0_626_75-215x300.jpg" alt="" width="188" height="262" />Per titolare il suo viaggio geografico-narrativo appena uscito per <strong>La</strong> <strong>Nave di Teseo</strong>, <strong>Massimo Onofri</strong> riprende il vocabolo di Bufalino, declinandolo però al plurale: <em>«Isolitudini – Atlante letterario delle isole e dei mari».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per questo percorso personale fra critica, saggio e narrazione, sulle tracce di grandi scrittori come <strong>Edgar Allan Poe, Swift, Verne, Melville, Saramago</strong> e molti altri che sul viaggio per isole e per mari si sono confrontati, trovare la copertina azzeccata non era affatto facile: in un momento in cui il mercato editoriale sembra aver riscoperto il fascino degli atlanti veri e immaginari, differenziarsi richiedeva uno sforzo ideativo in più.</p>
<p style="text-align: justify;">E la <strong>virata vintage</strong> di questa copertina convince: una gigantesca quanto antica carta geografica è di fronte a noi, mentre un’elegante signora in abito scuro e tacchi alti, armata di forbici, sale su un’alta scala e ci dà le spalle per tracciare le rotte sulla mappa con l’ausilio del semplice filo.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’occhio cade subito sulla <strong>grande rosa dei venti</strong>, in basso al centro, proprio sopra il logo della casa editrice, e non a caso: <em>«Isole lontane – leggiamo appena aperto il libro – perché poco importa se distanti poche miglia da una costa molto abitata – in commercio ineludibile con la solitudine: patita, forse, da coloro che sono costretti a viverci da prigionieri ma anelata da chi, invece, vorrebbe trovare requie, sciogliere gli ormeggi d’una greve e affollata quotidianità. Isole lontane, insomma: dove il tempo – insiste quel poeta – non è misurato dagli orologi, ma dalla rosa dei venti, dal ciclo delle stagioni, dalle lunazioni, dalle migrazioni di pesci e uccelli. Isolitudini». </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra Grecia, Oceano Indiano, Giappone, Oceano Pacifico, America e dintorni, Oceano Atlantico, Il Grande Nord, Il Baltico e oltre, la Britannia, Verso i ghiacci, nel Mediterraneo,</strong> e ritorno in Italia a bordo di meravigliose parole…Google Earth è ancora fantascienza e, leggendo Onofri, per un momento siamo contenti che sia così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Elena Paparelli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-onofri-isolitudini-recensione/">In superficie. Massimo Onofri prende spunto da Gesualdo Bufalino e ci porta in giro tra isole e mari, con Swift, Melville, Saramago…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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