Sia lode a Julio Cortázar per aver scritto “Rayuela”. Uno scrittore non può più continuare a scrivere nello stesso modo dopo averlo letto, qualcosa deve accadere, la realtà, da allora, è cambiata per sempre…

Posted on Novembre 26, 2019, 9:18 am
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Tutti coloro che amano la letteratura, ovvero lo sforzo di infondere energia alle parole, dovrebbero essere grati a Cortázar per aver scritto Rayuela. Dicendo questo, non voglio certo affermare che tutti dovrebbero esprimere tale gratitudine nei medesimi termini, magari unendosi supinamente a cori di giubilo e adorazione dettati da infatuazioni stagionali per autori sudamericani… quanto piuttosto che, a mio avviso, chiunque ami in qualche grado la letteratura non possa restarsene indifferente davanti a qualcosa del genere. Perché la virtù principale di un libro come Rayuela consiste proprio “[…] nell’incitamento a non percorrere strade già battute” (ciò che Cortázar scrive a proposito di Morelli, personaggio intorno a cui si sviluppano gran parte delle considerazioni metaletterarie del libro in questione), cosa di vitale importanza a ché la letteratura si mantenga in buona salute.

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Personalmente, passando a un piccolo aneddoto egotista, ho trovato piuttosto arduo far comprendere questa cosa a un altro lettore di Rayuela, un ragazzo di Montevideo che mi spiegava come, a suo avviso, gli Argentini pedanti siano la peggior sottospecie (tassonomicamente parlando) di sapiens sopravvissuta all’ultima glaciazione. È proprio questo grado di intellettualismo e pedanteria quello che, in Rayuela, l’ha particolarmente infastidito ed ha influenzato il suo giudizio (negativo) sul libro. Cortázar stesso, in una lettera a Graciela de Sola del 7 Gennaio 1964, riconosceva che “[…] le mie posizioni sono iperintellettuali […]”, spiegando anche il perché di questa sua scelta, suggerita in parte dall’immagine dello scorpione al capitolo 28 del libro… ma al di là di perché o per come, ciò a cui tengo in questa sede e che pure cercavo inutilmente di illustrare al mio interlocutore uruguagio, è questo: il fatto che non si può giudicare un libro limitandosi a considerarne i suoi aspetti più deboli. Una critica sincera deve confrontarsi con i punti di forza di un’opera, non accontentarsi di stroncarla prendendo in considerazione le sue parti più fragili. Questo errore lo commettono anche i migliori: mi viene da pensare alla critica di Pasolini a proposito di Cent’anni di solitudine, dove il poeta friulano ridimensionava il romanzo di Marquez partendo da un’analisi degli abitanti di Macondo. È ovvio che i personaggi di Marquez non siano quelli di Flaubert o di Stendhal, ma il punto di forza di questo romanzo non è certo dovuto alla caratterizzazione dei personaggi (esso risiede più in una certa vitalità notata anche dallo stesso Pasolini, che talvolta si fa davvero disperata) ed è dunque scorretto svalutarlo in base a questo criterio. Sarebbe un po’ come stroncare il Ratto di Proserpina del Bernini per l’assenza di colore, o i Cantos di Pound per la loro frammentarietà.

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Non sarebbe dunque serio giudicare Rayuela sulla base dei suoi punti più deboli, occorre confrontarsi con i suoi meriti maggiori. Uno di questi è il seguente: alla lettura di questo libro, ogni scrittore serio avrà una reazione che va all’incirca dal desiderio di bruciare ogni parola o byte scritto fino a quello di impiccarsi, o comunque togliersi di mezzo dal mondo delle lettere in maniera più o meno definitiva e plateale. Fra questi due estremi, l’infinito ‒ nell’infinito il dantesco (nonché auspicabile) e per venire a ciò io studio quanto posso. Il merito principale di Rayuela è proprio questo. Non se ne può davvero scrivere un articolo di qualche valore (in ogni caso, io non ne sarei capace) perché per riuscire a trasmettere quello di cui parlo, un’opera pretende di essere letta e non recensita. La più grande utilità di articoli su Rayuela sarebbe quella di far conoscere a quanti più uomini possibili l’esistenza di questo libro, perché possano andare a leggerselo per conto loro. Comunque: uno scrittore non può continuare a scrivere nello stesso modo dopo aver letto Rayuela. Qualcosa deve accadere, qualcosa deve cambiare. Certo: de gustibus. Certo: può darsi benissimo che alcuni abbiano provato qualcosa di simile con altri autori, ma io voglio comunque consigliare a qualsiasi addetto ai lavori di dare a Rayuela la possibilità di stravolgergli l’idea di ciò che si possa attraverso la letteratura (ergo, se è un addetto serio, la possibilità di stravolgergli la vita).

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Nella magnifica prefazione a Germinie Lacerteux, i fratelli Goncourt difendono i diritti di un certo tipo di romanzo che possiamo definire, esprimendoci per macrocategorie, come realista. La loro posizione essenziale si può riassumere in due affermazioni: che in un tempo di “[…] suffragio universale, democrazia, liberalismo”, anche le classi subalterne abbiano diritto al romanzo; e che il romanzo sia riconosciuto come “[…] la grande forma seria, appassionata, viva dello studio letterario e dell’inchiesta sociale”, divenendo quell’arte che ricercando la verità mostri “[…] ciò che le regine d’altri tempi mostravano direttamente ai loro figli negli ospizi: la sofferenza umana, presente e tutta viva, che insegna la carità”, che il romanzo abbia come unica religione ciò che viene inteso con “[…] l’ampio e vasto nome” di Umanità. Magnifico, straordinario, da sottoscrivere. Il romanzo, insieme alle altre arti, raccoglie i dati dell’umanità e li consegna al legislatore, che nel frattempo non consta più nei figli di regine ma in rappresentanti del popolo. Magnifico, straordinario ‒ idillio di pensiero e azione, Athena triumphans, Botticelli e centauri e simbologia classica eccetera.

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Nel frattempo, tra il secolo XIX e il nostro fiammante 2019, sono accadute molte cose e su queste cose hanno pensato tipi come Debord e McLuhan. In ogni caso, anche ignorando chi e cosa abbia pensato, abbiamo tutti avuto modo di realizzare a più riprese come il legislatore non paia granché interessato a tener conto di questi dati offerti dal romanzo, a imparare la carità o anche solo a preoccuparsi di quella cosa che i fratelli Goncourt chiamano con l’ampio e vasto nome di Umanità.

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Per questo motivo, dobbiamo fare da noi. Non possiamo più confidare in una sinergia col legislatore ‒ è la fine dell’idillio. Non può più bastarci il fatto di offrire dati precisi sulla realtà, occorre crearla. Non basta ricreare, occorre creare. Bisogna contaminare la realtà: contaminarla con i sogni che più ci affascinano e non ci lasciano dormire, con la bellezza che più ci rapisce e conturba. Bisogna riformulare le affermazioni dei Goncourt: le classi subalterne hanno soprattutto bisogno di decolonizzarsi l’immaginario, parassitato da proiezioni di felicità eterodirette buone solo ad alimentare consumi e frustrazione. Il romanzo deve continuare a ricercare la verità, certo, ma occorre che la verità non sia più biblica, non sia più rivelata. La verità deve tornare greca: non rivelata bensì dis-velata (Heidegger, uno da aggiungere a Debord e McLuhan). Occorre che il romanzo sveli, che immagini vite diverse e che questa immaginazione non sia a base di oppiacei, pura dose di divertissement (Horkheimer e Adorno, altri due) dispensata per stordirci fino all’uscita di un nuovo i-phone, bensì un’immaginazione capace di svelarci quella bellezza della realtà che ci sfugge, di cui non riusciamo a godere per tutte le scorie e le badilate d’immondizia che ci hanno scaricato in testa ‒ e che per questo motivo resta per noi irreale, ovvero non svelata ‒ occorre insomma che il romanzo immagini altre forme di vita (e via, aggiungiamo anche Agamben).

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E con questo torniamo a Rayuela. Ci torniamo perché uno dei nodi principali di questo libro, una delle questioni più presenti e sofferte è quella del rapporto dell’uomo con la propria realtà, con ciò che lui definisce come realtà. Cosa chiamo realtà? Perché proietto la felicità altrove, in qualche Eden o paradiso artificiale? Perché sognare il Regno e non godere del Giardino (ancora Agamben)? Cosa mi nega un’esistenza più piena in questa vita e quale menzogna mi avvelena, mi rende cieco all’ammiccare del presente? ‒ e soprattutto: avrei incontrato ancora la Maga?

Francesco Zevio