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	<title>Turismo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 24 Sep 2024 04:18:41 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Praga o del disincanto. Sulla fine della “capitale magica d’Europa”</title>
		<link>https://www.pangea.news/praga-magica-magaddino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2024 04:18:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Milan Kundera]]></category>
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		<category><![CDATA[Praga magica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non diversamente dalla maggior parte delle grandi capitali europee, Praga ha abdicato da tempo alle sue atmosfere e alla sua anima più riposta, sacrificando i suoi arcani spiriti golemici all’invadenza della globalizzazione e del mondo standardizzato. Se i Mani di Angelo Maria Ripellino potessero aleggiare ancora fra i vicoli e le architetture sghembe e un [&#8230;]</p>
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<p>Non diversamente dalla maggior parte delle grandi capitali europee, Praga ha abdicato da tempo alle sue atmosfere e alla sua anima più riposta, sacrificando i suoi arcani spiriti golemici all’invadenza della globalizzazione e del mondo standardizzato.</p>



<p><strong>Se i Mani di Angelo Maria Ripellino potessero aleggiare ancora fra i vicoli e le architetture sghembe e un tempo misteriose di <em>Praga magica</em></strong> con quanto smagato disincanto vedrebbero slabbrarsi a vista d&#8217; occhio l’aura che avvolgeva e proteggeva quei luoghi come un bozzolo atemporale.&nbsp;&#8220;Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga&#8221; esclamava lo scrittore siciliano nel suo libro più celebre, ammaliante e in sostanza illeggibile zibaldone sulla Città rudolfina, libro che traeva il proprio fascino barocco esattamente dalla sua ridondanza di stile e di contenuti.&nbsp;</p>



<p>La trappola del turismo ha purtroppo posto la pietra tombale anche su quella fascinazione che Ripellino e altri con lui credettero che si sarebbe preservata per sempre.&nbsp;Chi visitò Praga e le maggiori capitali dell’Est Europa quando ancora era in piedi il socialismo reale ha goduto della ventura di ammirare atmosfere ancora preservate, <strong>per il paradosso di molte dittature che invece di distruggere i monumenti li hanno ingabbiati in una sorta di capsula del tempo.&nbsp;Oggi è l’ipertrofia turistica, l’invadenza di comitive in buona parte inconsapevoli a costituire la nota dominante del centro di Praga</strong>, con felici immersioni in suggestioni più sospese nel tempo solo scantonando in luoghi più defilati come il Novy Svet, con la policromia silenziosa delle sue stradine zigzaganti, o come la collina di Vysehrad, luogo fondativo della città nella leggenda della principessa Libuse e autentico sacrario delle glorie cèche.</p>



<p>Per il resto l&#8217;opera di progressivo deterioramento di Praga è stata in questi decenni inarrestabile. Chi scrive visitò la città vltavina una prima volta nel 2001, rimanendone stregato, e vi è tornato in numerose occasioni sino alla vigilia della pandemia del Covid, trovando ogni volta nuovi tasselli del mosaico di Praga che venivano a perdersi e constatando con tristezza un inesorabile imbruttimento e involgarimento.</p>



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<p><strong>Le vecchie e affumicate pivnice tramutate in amorfi negozi di cineserie e di souvenirs stucchevoli, botteghe artigiane e librerie un tempo pittoresche e animate sventrate per far posto a negozi di grandi firme della moda o a catene di ristoranti uguali ovunque nel globo.&nbsp;</strong>Il già incantevole Vicolo d&#8217; Oro residenza degli arcieri e delle guardie di Rodolfo II d&#8217; Asburgo, che la fantasia trasfiguratrice degli scrittori ha trasformato nel cuore dei laboratori alchemici di Praga, è relegato anch’esso, compresa la casetta in cui per un certo periodo dimorò Kafka, a rivendita di souvenirs standardizzati.</p>



<p>E proprio Kafka è appiattito a facile icona della cultura massificata con il suo volto riprodotto ovunque e con la consacrazione alla sua opera di un moderno, troppo moderno museo affacciato sulla Moldava.</p>



<p>Museo che, con la scansione degli spazi obliqui vorrebbe ricreare le atmosfere oppressive delle pagine di Kafka, e che invece si rivela l’ennesima trappola per turisti, con ben poche cose direttamente richiamabili all&#8217;autore del <em>Processo</em> e <strong>con un’abbondanza di riproduzioni, effetti speciali, oggetti posticci (i cassetti che vorrebbero suggerire il dominio della burocrazia) e installazioni audiovisive che sfociano in una Disneyland cupa in declinazione letteraria.</strong></p>



<p>L&#8217;inventore del concetto di &#8220;non luogo&#8221;, Marc Augé, ha fatto notare come il viaggio a Disneyland sia il turismo al quadrato, la quintessenza dell’ubriacatura turistica in quanto quel che visitiamo non esiste. Costruzioni finte e con un sentore immediato di artificialità come il Museo Kafka confermano solo come anche ai luoghi letterari si applichino oggi queste operazioni.&nbsp;</p>



<p>Se il viaggio è per definizione vagabondaggio, mobilità innanzitutto mentale, fatica, lenta conquista nell&#8217;acquisizione dei luoghi, dell’umanità, delle culture, il turismo ne è l’antipodo: nella sua pianificazione estrema non c&#8217;è spazio per la scoperta e per l’avventura e in esso, in realtà, non si lasciano mai veramente le pareti di casa propria.</p>



<p><strong><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845938764" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel libro del recentemente scomparso Milan Kundera da poco pubblicato da Adelphi, <em>Praga, poesia che scompare</em>,</a> </strong>lo scrittore boemo dedica uno struggente omaggio alla sua città (Kundera era nato a Brno ma studiò e si formò a Praga), che definisce il &#8220;centro drammatico e dolente del destino occidentale&#8221;.&nbsp;Praga gli appare come un’entità a parte, non appartenente all&#8217;Est Europa, incuneata tra la cultura tedesca e quella slava e la stessa lingua cèca, nella sua apparente asperità, gli pare un vetro opaco tra Praga e il resto dell’Europa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101015" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/13436.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Giustamente Kundera lamenta come per i sommi scrittori e musicisti cèchi, da Dvořák a Janáček a Kafka, viga ancora la predominanza delle fonti tedesche e come il filtro cui attingiamo per interpretarli sia per lo più di marca teutonica, spesso saltando e ignorando le fonti di lingua non tedesca. Deformazione che ha la sua spiegazione sulla lunga durata in quanto l’“ipnosi dell’arte barocca&#8221; e le vicende storiche trasformarono la Boemia da slava e protestante a tedesca e cattolica.&nbsp;</p>



<p>Risultato ne fu un’ipertrofia del fantastico, una dimensione in cui il magico e il sogno hanno più spazio del reale, dando vita a quella che André Breton designò come la &#8220;capitale magica d’Europa&#8221;.&nbsp;</p>



<p>La fusione alchemica di sogno e realtà si traduce negli incubi reali della narrativa di Kafka.</p>



<p><strong>Il labirinto burocratico kafkiano (e il suo programmatico rifiuto della &#8220;psicologia&#8221;), la geniale satira dell’idiozia militarista del buon soldato Svejk di Jaroslav Hašek e la &#8220;disperazione concentrazionaria&#8221; del massimo compositore cèco, Leos Janáček,</strong> vengono contrapposte da Kundera al virtuosismo introspettivo e all&#8217; eccesso di psicologia di Proust e di Joyce.&nbsp;Interessante polarizzazione, che, se non schematizzata all&#8217;eccesso, dà in qualche modo conto di due diverse concezioni dell’arte e del mondo, una tutta protesa allo scavo incessante della psiche e del linguaggio come casa in cui esso ha dimora, l&#8217;altra orientata alla soppressione e all&#8217;eradicazione della &#8220;psicologia&#8221; in un&#8217;arte, invece, &#8220;antipsicologica&#8221;.</p>



<p>Ancora più che un tributo, un accorato lamento questo di Kundera, lamento per un popolo che mai colonizzò e che fu invece sempre colonizzato e che dopo il colpo di Stato del 1948 vide progressivamente perdere sempre più la propria identità.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: “L’alchimista” secondo Carl Spitzweg, 1837</em></p>
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		<title>Un istante di adorazione. La poesia di Maurice Chappaz</title>
		<link>https://www.pangea.news/maurice-chappaz-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jul 2023 04:11:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[antimoderno]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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<p>Solo agli anonimi pittori di montagna, che hanno affrescato le chiese di pietra, lassù, inaccessibili, è dato dipingere il pane come fosse pane. La cosa così com’è: dire pane al pane. Le speculazioni sulla ‘melità’ delle mele di Cézanne, in questo caso, non contano: quelle mele – mai così mele, maliarde maledette mele – sono le mele di Cézanne. Il pane dipinto lassù, a soglia di falco, tra pascoli verdi come il tuono, è grezzo, forse, ha scarsa disciplina, ma è propriamente pane. Tramutano le rocce in pane, quei pittori – da quel pane intravedono la mano malferma, le labbra di vecchio, la fame del pastore, una pastorizia di desideri dissolti. Quel pane – perfino – si sbriciola.</p>



<p>A pochi è data quella semplicità – una semplicità senza firma.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/30503534234-729x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/30503534234-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/30503534234-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/30503534234-600x843.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/30503534234.jpg 769w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /></figure>



<p>I libri di <strong>Maurice Chappaz</strong> – che furono il mio pane – mi fanno venire in mente gli scabri pittori di monte, quelli a cui era chiesto un angelo del volgo, con l’astuzia del mungitore che sa scacciare l’organizzazione dei lupi, a spirale. Dipingevano Madonne che portano la giara, ostinati Giuseppe che hanno appena tosato una pecora, le succulente gote del Bimbo-Agnello. Indossare l’anonimato come un palio.</p>



<p>Compravo i libri di Maurice Chappaz in riva al lago, a Verbania; li stampava una casa editrice di strenuo splendore, Tararà. <em>Vallese-Tibet</em> (con l’introduzione di Mario Rigoni Stern), <em>L’alta via </em>(introdotto da Philippe Jaccottet), <em>Vangelo secondo Giuda</em> (tradotto da Flavio Santi; che ho perduto donandolo a Domenico Quirico). Il lago: patera bruna su cui è riflesso il volto di chi ci mangerà il cuore; oracolo di luce serpentaria, prima della risalita tra i boschi. “Ho assistito alla fine dei volti, dei volti emersi e sigillati dai torrenti di montagna”, scrive Chappaz, poeta con la stola del profeta. Nato a Losanna nel 1916, cresciuto nel Vallese, viaggiatore incantato, secondo Chappaz l’uomo, perdendo i propri luoghi, perde i tratti del volto. Volti privi di lignaggio, senza consonanti, che non consuonano – orbati volti che ai molti sembrano <em>bellissimi</em>.</p>



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<p>Nel 1976 Maurice Chappaz, il poeta vagante, troviere di vie alpestri, druido svizzero, pubblica un pamphlet lirico e violento, <em>Les Maquereaux des cimes blanches. </em>Denuncia la viltà del turismo selvaggio, gli albergatori sugli sci che hanno sostituito i pastori d’alta quota, lo skyline dei turisti in scafandro firmato in vece del dominio di Arturo e di Antares, l’estasi in estinzione della lince, quella floreale crudeltà messa in riga, ora, da un fenomeno fotogenico. L’assoluto in un bicchiere con ghiaccio e triviale leccornia ‘locale’. Gli giurarono rovina: accusarono Chappaz di essere un reo borghese – figlio di avvocati, nipote di un segretario di Stato –, un ricco reprobo, incurante dei vantaggi della modernità. Non lo scalfì la codardia degli sfidanti – d’altronde, aveva già perso: lastricata di soldi è la fine, infima, dei monti: all’angelo dei boschi preferirono lo chef nel rifugio ammodernato – a cui rispose: “Accetto la fine del mondo, non i misfatti con cui la volete accelerare”.</p>



<p>Capì che anche l’apocalisse è parte della merce in vendita.</p>



<p>Dopo la morte della compagna, Corinna Bille, scrisse un libro di sorpresa tenerezza, <em>Le Livre de C</em>. Insieme a molti altri, è stampato dalle edizioni Fata Morgana.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un’isola a questo mondo, come il dorso di una balena. Si dice che i marinai in viaggio credano in una terra; crepitanti, la abbordano per picchettare la fame. Accendono un piccolo fuoco, e l’isola, risvegliata, si infossa nell’oceano. Proprio così, il momento della morte, la terra che ci abbandona, ci tuffiamo in un’acqua che non ha limiti né dimore…”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Alcuni suoi libri – <em>Testamento dell’Alto Rodano</em>, <em>La pipa che prega &amp; fuma</em> – sono stampati da Armando Dadò.</p>



<p>Morto nel 2009, a Maurice Chappaz è data la semplicità dei puri – il barbarico idioma delle soglie, dove il pane è il pane e si scambia la reliquia per il sale, ne senti lo struggimento, a rigor di denti, e s’incastrano i versi come le tegole di pietra che trasformano le chiese di lassù in creature pleistoceniche, draghi con il corpo irto di scaglie – planimetria aggressiva della pace.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="643" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/71S1cACXWPL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96453" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/71S1cACXWPL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 643w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/71S1cACXWPL._AC_UF10001000_QL80_-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/71S1cACXWPL._AC_UF10001000_QL80_-600x933.jpg 600w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p>Portavo Chappaz nei boschi della Val Grande: qualcuno mi insegnava a trarre una cerbottana dal sambuco e a intavolare una capanna sugli alberi; a imitare il verso del cuculo e della civetta. D’estate, i ruscelli sono le stringhe di mezzogiorno, le briglie dimenticate da un dio d’occasione, a volte ostile.</p>



<p>Dalla Val Grande ai Nebrodi: Lucio Piccolo, il poeta, in una rara intervista, afferma la necessità del contado, la sublime presenza dei contadini, ombre a tutela. Tra gli ulivi, Casimiro vedeva le fate, Lucio armava poemi pieni di specchi, di trabocchetti, di falene e futili erme: inerte meraviglia. Custodire, sprecare: è lo stesso, purché si riconosca il tripartito nodo del tempo: terra, acqua, cielo.</p>



<p>Ogni etichetta – antimoderno, reazionario, cavaliere lirico – non preme su Chappaz: miniatore di impervie rupi.</p>



<p>Jean-Louis Kuffer ricorda il poeta che diceva, “Io mordo l’aldilà”. Insieme a lui, è stato in Lapponia, tra i Sami. Credeva negli isolamenti condivisi: Vallese, Tibet, Estremo Oriente Russo; valligiani, sami, ciukci. I popoli marginali, le radici smangiate. Val Grande, Nebrodi. “A ogni persona che incontravamo sui tram, in Svezia, chiedeva se credesse in Dio. Rari quelli che hanno risposto di sì”. E la sua risposta?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Credo nella transustanziazione. Nell’attesa, esiste l’opera, ciò che di noi è il resto. D’altronde, ci sono le anime”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Qui si traduce un florilegio di poesie. Poesia che va spezzata, dall’aspro idioma. &nbsp;</p>



<p>Maurice Chappaz abitava un’abbazia.</p>



<p>**</p>



<p><em>Una stella</em></p>



<p>Nella bottiglia, l’estremo messaggio:<br>Beati quelli che soffrono!<br>Con un po’ di sangue si cancellano le grandi ingiustizie<br>per le piccole basta un po’ di vino.<br>Le navate dei pini evolvono sottoterra.<br>L’aldilà è una mietitura blu.<br>Vedo le città degli uomini.<br>Tutti si amano.<br>Dal male<br>l’Eterno forgia l’innocenza.<br>Per me, la visione dell’avvenire è una galassia di visi, ricapitolati nel<br>Cristo che conosciamo in milioni di fratelli, ciascuno in particolare:<br>questo istante di adorazione è la stella, l’eternità.</p>



<p>*</p>



<p><em>Preghiera per rinnovare il mondo</em></p>



<p>I vivi assomigliano alle api, in un giorno di bufera, sballottate, spinte verso l’alveare: grani di polline giallo sulle loro zampe<br>diventerà divino nutrimento.<br>Il nostro destino, felice o maledetto, è il nettare di esseri invisibili che si dilettano di ciascuno dei nostri istanti.<br>Sono i nostri cari defunti? O i banditi dèi della boscaglia?<br>Sono i nostri amati santi, i futuri amici sconosciuti.<br>In essi si compie l’eterno ritorno.<br>Le nostre azioni, avvisaglie d’avvenire, attingono al passato.</p>



<p>A volte sono i morti, le api, che riattraversano la vita carichi dell’amore di cui cantano gli uccelli, fiori che ci abbagliano.</p>



<p>Mi sembra di essere tra loro.</p>



<p>Un altro che traccia il cielo.</p>



<p>*</p>



<p><em>De Profundis</em></p>



<p>Oh, che folli quando urliamo come galli<br>per tutta l’amara notte<br>siamo distrutti<br>per ciò che ci è offerto.</p>



<p>Nessuno ci ascolta<br>tranne i morti.</p>



<p>Ho accettato<br>di incontrare<br>la parte oscura di me.</p>



<p>Chi può essere tanto umiliato?</p>



<p>Un grano di follia è la prova<br>la via per avvicinarsi a Lui<br>il viatico per l’incomprensibile.</p>



<p>I saggi del mio paese<br>sono santi senza lignaggio.</p>



<p>Chi sono i santi?</p>



<p>Piangiamo contro<br>Te<br>Eterno</p>



<p>il nostro insulto valga come lode.</p>



<p>Chi può<br>desiderarti<br>come il povero?</p>



<p>Sai che non posso vivere senza amore.</p>



<p>Mi sono quasi ammazzato da bambino.<br>La tristezza è ironica.</p>



<p>Di ogni cosa<br>ti ringrazio.</p>



<p>*</p>



<p><em>Assolto</em></p>



<p>Tra versi e corvi,<br>in un drappo di latte,<br>il mio solo spazio,<br>tra acqua e ombra:</p>



<p>un tu che crede<br>che viene portando un sì.</p>



<p>*</p>



<p><em>Angelo</em></p>



<p>All’ossario<br>il desiderio è un barrito.<br>L’angelo assiso sui crani attende.<br>Se hai un pensiero d’amore<br>filerà un giorno<br>interiore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Kyrie</em></p>



<p>La ricerca dell’Eterno comincia<br>dando guaiti, nel vomito e tra le lacrime.</p>



<p>Tre volte: pietà di me<br>Signore<br>Cristo<br>Signore.</p>



<p>La bestia e l’anima: un solo salmista.<br>Fuochi blu dai ceri<br>le api perdono il pungiglione<br>la parola abbandona i morti.</p>



<p>Una prece marcisce su di me:<br>Signore, che le tue labbra annientino la bocca.</p>



<p>*</p>



<p><em>Rime del poeta apprendista</em></p>



<p>Piangi, pura pioggia.</p>



<p>Mio marito era un trovatore.</p>



<p>La mia donna era una principessa.</p>



<p>Piangi, pura pioggia:<br>oggi il nostro amore finisce –<br>l’ho vista partire con una dama ebrea<br>fracassata dai suoi peccati<br>o dai miei. &nbsp;</p>



<p>Va per i campi, malata giumenta.</p>



<p>Piangi, pura pioggia, per la terza volta.</p>



<p>Conosci il giogo<br>del Cantico<br>dei Cantici?</p>



<p>Reggi bene l’armonium<br>di un villaggio cosacco<br>dove sputano, mi ingiuriamo, marciano sui miei piedi.</p>



<p>Mangia con loro pane e formaggio:<br>giusto digiuno per conoscere le montagne azzurre.</p>



<p><strong><em>Maurice Chappaz</em></strong></p>
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		<title>Parigi è sempre Parigi. Sulla guida anti-turistica di Julien Green</title>
		<link>https://www.pangea.news/parigi-julien-green/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jul 2023 05:05:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Julien Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È molto difficile al giorno d’oggi potere scrivere dei luoghi, soprattutto dei luoghi dove si è depositata troppa letteratura, dove troppe parole sono state spese per descrivere talora in un circolo vizioso e ripetitivo paesaggi e monumenti ormai stranoti anche a chi non vi ha mai messo piede.&#160;La smodata inflazione verbale e visiva del mondo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È molto difficile al giorno d’oggi potere scrivere dei luoghi, soprattutto dei luoghi dove si è depositata troppa letteratura, dove troppe parole sono state spese per descrivere talora in un circolo vizioso e ripetitivo paesaggi e monumenti ormai stranoti anche a chi non vi ha mai messo piede.&nbsp;La smodata inflazione verbale e visiva del mondo attuale incrosta di parole e immagini il più delle volte superflui luoghi che dovrebbero invece esserne depurati, riconsegnandoli a una percezione più immediata, a uno sguardo immemoriale.&nbsp;</p>



<p>“I viaggi sono finiti”, scriveva Claude Lévi-Strauss in <em>Tristi tropici</em>.&nbsp;</p>



<p>L’uomo ha esplorato in lungo e in largo ogni più riposto angolo dell’orbe terracqueo, ha ristretto nei limiti della geografia conosciuta quello che prima era materia di sogno, di fantasticheria, e si può dire che anche la letteratura di viaggio spesso non faccia che ripercorrere i sentieri già battuti, relegandosi a una fascinazione dell’esotico tanto più anacronistica quanto più è morto l’esotismo stesso.&nbsp;<strong>Forse l’esotico può essere ancora rintracciato non in certe destinazioni remote, appannaggio dei turisti più che dei viaggiatori (il turismo è una categoria fisica, il viaggio è una categoria spirituale), </strong>ma proprio in ciò che sta sotto i nostri occhi, nei luoghi domestici, nelle città dove abbiamo sempre vissuto.&nbsp;</p>



<p>I turisti di oggi vengono rimbalzati da un aeroporto all’altro del globo spesso senza farsi nessuna domanda profonda su ciò che hanno visto mentre, per contro, si può a volte fare il giro del mondo anche restando nella propria città o, addirittura, nella propria stanza.&nbsp;Quando Raymond Queneau scrisse la sua guida <em>Connaissez-vous Paris?,</em> formulata ludicamente a domande e risposte, ebbe a dire che percorrendo la propria città aveva avuto la sensazione di avere compiuto il giro del mondo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="1004" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/cover__id13297_w600_t1687177970.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-96251" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/cover__id13297_w600_t1687177970.jpg.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/cover__id13297_w600_t1687177970.jpg-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Ogni arrondissement di Parigi, anzi, ogni suo scorcio presenta una fisionomia unica e dissimile da tutte le altre.&nbsp;Parigi non è una città ma un mondo; è, come disse Montaigne nel Rinascimento, “la gloire de la France est l’un des plus nobles ornemens du monde”.&nbsp;</p>



<p>Che cosa dire su Parigi che non sia già stato detto e ripetuto fino alla nausea?&nbsp;</p>



<p>Solamente la penna di un grandissimo scrittore può compiere il miracolo di rendere nuovamente fresca e vergine la percezione di una città che fu “la capitale del secolo diciannovesimo”, per dirla con Benjamin, e che come nessun’altra ha scatenato l&#8217;immaginazione degli scrittori, degli artisti, dei cineasti.&nbsp;<strong>Il miracolo è riuscito a uno scrittore come Julien Green che, nato e morto a Parigi</strong>, nutriva un amore fisico per la propria città, amata carnalmente, come si amerebbe un essere umano, e che di essa conosceva i più riposti segreti, gli angoli più celati.</p>



<p><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845937972" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Adelphi manda ora in libreria la prima traduzione italiana, egregiamente eseguita da Marina Karam, del piccolo e prezioso libro <em>Parigi</em>,</a> la cui incomparabile bellezza preclude in partenza la possibilità di parlarne se non affidando la parola allo stesso Green. <strong>Non si troverà in queste pagine la Parigi del turista (invisa a Green, che non nasconde la sua avversione, covata sin dall’infanzia, per la Tour Eiffel, che mille volte aveva desiderato affondasse),</strong> di chi percorre itinerari obbligati sottoponendosi a tours de force massacranti in cui talora nulla si vede veramente e i cui tempi sono dettati non da una misura interiore ma da esigenze esterne ed eterodirette.&nbsp;Vi si troverà invece un tesoro molto più gelosamente nascosto, quello della Parigi del <em>flâneur</em>, di chi può smarrirsi in una città, negli infiniti meandri delle sue strade e delle sue atmosfere, di chi può disporre del tempo e del lusso di perderlo, senza dirigersi verso una destinazione precisa. Per viaggiare si deve essere investiti dalla Grazia di potere perdere tempo.&nbsp;</p>



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<p>Il libro, in una sorta di elogio della serendipity, si snoda come “una lunga passeggiata senza meta, nel corso della quale non si trovano le cose che si cercano ma molte altre che non mi stavano cercando”.&nbsp;Quasi non fa parola dei grandi monumenti, delle glorie architettoniche maggiori.&nbsp;L’Arc de Triomphe non è mai menzionato e Green non ci conduce per mano tra le sale del Louvre; giunge a vagheggiare la scomparsa nella notte del Gran Palais e del Petit Palais (“disonore del Cours-la-Reine”), il Beaubourg con le sue tubature colorate&nbsp;lo irrita e su Notre Dame non vuole scrivere più di tanto perché, pur amandola perdutamente, non saprebbe che cosa aggiungere a quanto già è stato detto nei secoli.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le mie preferenze vanno alle vecchie pietre, lo ammetto, ma morirei di noia se dovessi scrivere una pagina sull’H</strong><strong>ôtel des Invalides, perché, pur amandolo moltissimo, non saprei davvero cosa dire. Allo stesso modo resterei muto di fronte a Notre Dame… Personalmente preferisco tacere e Notre Dame rimane per me Notre Dame e basta”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Durante la Seconda Guerra Mondiale, vissuta negli Stati Uniti, Julien Green resta separato per cinque anni dalla sua città natale e cade in preda a una lancinante nostalgia, giungendo a compiervi delle fughe in sogno quasi ogni notte, abolendo le distanze, abolendo la gran massa d&#8217;acqua dell&#8217;Oceano.&nbsp;Proprio la distanza gli consente di mettere meglio a fuoco quella Parigi oggetto d&#8217;affezione che solo una separazione fisica poteva però fargli scorgere con maggiore lucidità. Da allora non si separa più da Parigi se non per brevi viaggi che servono solo a fargli percepire meglio lo spirito della metropoli e dei suoi abitanti, lo spirito ribelle di ogni parigino, l’“irritante mistero” che serba ogni sua esistenza, anche la più semplice, la somma dei suoi segreti che lo stimola e a volte lo schiaccia, dando nutrimento, oltre che a queste pagine, anche ai suoi romanzi e alle prose d&#8217;invenzione.</p>



<p>Indugia sulla Senna e sulle cassette colme di vecchi libri polverosi dei bouquinistes e nel grande fiume scorge il riflesso di tutto ciò che è inconscio, istintivo, inespresso (vien da pensare al “torbido” della Senna in cui si rimescola e si riconosce Ungaretti ne <em>I fiumi</em>).</p>



<p>La città assume contorni visionari, si smaterializza quasi; la materia si avvicina all&#8217;invisibile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Era una Parigi fatta di visioni quella in cui passeggiavo allora, una Parigi intensamente reale, ma che migrava in maniera impercettibile dalla carne allo spirito”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L&#8217;anima della città gli si rivela dall&#8217;alto, magari dalla cupola del Sacré Coeur, “ed è nel silenzio del cielo che si ode l&#8217;immane, patetico grido di orgoglio e di fede che essa innalza verso le nuvole”.</p>



<p>La memoria, in questo itinerario nella Parigi segreta dove i turisti non penetrano,&nbsp;vaga nella Passy semibucolica di inizio ’900 in cui Green muoveva i suoi primi passi, facendoci visitare scorci dimenticati del quartiere; una Passy dal sapore ancora agreste opposta alla boria dei parvenus, dei nuovi ricchi che l&#8217;hanno colonizzata.</p>



<p>Lo guida lo sguardo della memoria e, se vuole rivedere la Parigi perduta, è dentro di sé che la ritrova. Lo incantano gli ippocastani del Trocadéro (di cui è rievocato il palazzo moresco, demolito per l&#8217;Esposizione del 1937), uniti a lui da quell&#8217;amicizia particolare che si concede solo agli alberi; si perde nelle ombre e nelle vetrate di Saint-Julien-le-Pauvre, la cui parvenza da chiesa di campagna è tuttavia “quadrata, salda e placida come un ragionamento di San Tommaso”.</p>



<p><strong>Green evoca edifici e atmosfere definitivamente perdute, cose apparentemente futili e banali del quotidiano che restituiscono la vividezza degli istanti e degli esseri umani</strong> con il nitore di una fotografia di Henri Cartier-Bresson o di Robert Doisneau.&nbsp;Parigi lascia il segno, imprime il suo suggello su ogni cosa. “Nel bene e nel male, ciò che esce dalle mani di Parigi è Parigi, che sia una lettera, un pezzo di pane, un paio di scarpe o una poesia”. Quegli stessi umili oggetti della vita di ogni giorno in un’altra città avrebbero un’altra aura ed un altro significato.&nbsp;</p>



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<p>Le scale lo inquietano, sembrano condurlo in profondità dell&#8217;inconscio che preferirebbe non sondare, ma a popolare queste pagine è anche il vago turbamento delle tante scalinate parigine che appaiono talora nelle prospettive più stranianti.&nbsp;Ci accompagna in luoghi poco noti come il chiostro delle Billettes o nel piccolo e meraviglioso atelier di Delacroix in Place Furstemberg, “un’oasi nel nostro secolo, così tristemente privo di poesia”.</p>



<p>Nel quartiere del Palais Royal lo ammaliano “i negozi di seterie, di passamanerie, di vecchi libri, i venditori di vecchie bambole con capelli veri” e vi si materializzano i fantasmi di Cocteau e di Colette, entrambi abitanti del Palais Royal e dei cui salotti Green fu assiduo frequentatore.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tolta Parigi, il resto del mondo diventa terra lontana, come per Villon”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché attraversare mari, catene montuose, vedere… donne gialle, verdi e azzurre, affrontare le turbolenze degli aeroporti e la noia delle crociere per andare a cercare dall’altra parte del mondo, in mezzo alle folle o nei pochi luoghi deserti che restano, ciò che la nostra città ci offre con tanta generosità: in primavera, cieli cangianti come le&nbsp; stoffe marezzate sui banchi di rue du Mail o di rue du Quatre-Septembre; in autunno, il fascino dell’ora blu subito prima delle luci sulfuree della sera; d’inverno, i suoi cieli verniciati di rosa e i suoi marciapiedi luccicanti; e d’estate, nelle strade vuote, i suoi tramonti da fare invidia alle pareti vertiginose del Grand Canyon, mentre, riflessa da migliaia di finestre, l’esplosione rossa di quel cuore immenso non smette, come il mio, di battere per Parigi&#8221;.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Robert Doisneau, Baiser Blotto, Paris 1950 © Atelier Robert Doisneau</em></p>
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		<title>Turismo industriale: così l’Italia perse l’ingenuità (e pure la faccia)</title>
		<link>https://www.pangea.news/turismo-industriale-ibello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 10:34:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Grittani]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Piovene]]></category>
		<category><![CDATA[industria]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Ibello]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sensazione è quella di salire a bordo della Buick guidata dalla signora Mimy, con accanto Guido Piovene. Proprio nella stessa Buick, intendo. Quella con cui lo scrittore vicentino compì il Viaggio in Italia per conto della RAI, dal 1953 al 1956. L’impressione è quella di accomodarsi sui sedili posteriori – perché accanto a Mimy [&#8230;]</p>
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<p><strong>La sensazione è quella </strong><a href="http://www.pangea.news/guido-piovene-viaggio-italia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>di salire a bordo della Buick guidata dalla signora Mimy, con accanto Guido Piovene. Proprio nella stessa Buick, intendo.</strong> </a>Quella con cui lo scrittore vicentino compì il <em>Viaggio in Italia</em> per conto della RAI, dal 1953 al 1956. L’impressione è quella di accomodarsi sui sedili posteriori – perché accanto a Mimy c’era già lui, che non sapendo guidare chiese alla consorte di accompagnarlo nell’impresa – per passare in rassegna due Italia, quella della fame e quella della sazietà.</p>



<p><a href="https://www.morellinieditore.it/scheda-libro/jacopo-ibello/guida-al-turismo-industriale-9788862987578-579369.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Stavolta al volante, però, si è messo un giovane geografo laziale, Jacopo Ibello (Latina, 1987), autore della bellissima <em>Guida al turismo industriale</em> (Morellini, Milano 2020):</strong> </a>una gimcana dotta e nostalgica, complessa e per questo bellissima, delle due Italia che hanno fatto e disfatto gli Italiani. E dato che un popolo lo si vede dalle strade in cui si muove, dalle facce della gente che lo compone e dalle industrie che si incontrano dal lato del finestrino, Ibello ha radiografato l’archeologia industriale che proprio quando Guido e Mimy giravano per la penisola stava ridando una speranza al Paese.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="573" height="801" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Guida-al-turismo-industriale-Morellini.jpg" alt="" class="wp-image-81841" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Guida-al-turismo-industriale-Morellini.jpg 573w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Guida-al-turismo-industriale-Morellini-215x300.jpg 215w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></figure>



<p>Opportunamente diviso per regioni e territori, questa via crucis della riconversione industriale ben presto si trasforma in una via peccatorum delle occasioni perse. Leggendo questa preziosa guida – raramente i saggi suscitano sui narratori un’empatia così forte, solo quando sono dei romanzi tradotti in altre forme espressive – si capisce, ad esempio, la profonda frattura non solo storica tra l’industrializzazione del Nord (in particolare quella del triangolo Milano-Torino-Genova) e l’apatia del Sud (socialmente condannato agli avanzi, a una spesso meritata solitudine). <strong>Una frattura che, viaggiando insieme a Ibello, si intuisce cominci proprio dalla nascita della Repubblica il 2 giugno 1946, quando tutto il Sud decise senza fraintendimenti che tra monarchia e repubblica non vi era scelta (accordando alla prima fino al 70% delle preferenze). </strong>Andò diversamente, ma quella scelta così radicale il Sud forse continua a pagarla ancora, continua a trascinarsi il debito storico di chi chiamato a scegliere tra passato e futuro preferì voltare le spalle alla nazione tentando di soffocarla in culla. Non è un caso che i più grandi modelli industriali e i più grandi insediamenti, prima sovvenzionati dal piano Marshall e poi dalla Repubblica, furono costruiti al Nord e al massimo “esportati” fino alla linea che tagliava l’appennino tosco-emiliano. Lo raccontano i fatti, oltre alla orografia industriale del Sud fatta perlopiù di tentativi, di bisogni, quindi di grandi deserti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="487" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-1024x487.jpeg" alt="" class="wp-image-81842" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-1024x487.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-300x143.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-768x366.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-1536x731.jpeg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Miniere-in-Sardegna-2048x975.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Miniere in Sardegna</figcaption></figure>



<p>Ibello lo descrive benissimo, con un coraggio encomiabile, ricorrendo a una lingua didascalica e senza esuberanze, senza prendere parte a nessuna delle dispute ancora in atto ma fotografando il panorama dell’archeologia industriale che al Nord cristallizza il Lingotto degli Agnelli (Torino) e al Sud le Saline di Margherita di Savoia (le più grandi d’Europa e al tempo stesso le più ignote all’Italia), fotografando ciò che avanza del grandioso distretto del mobile che fece di Pesaro la capitale del legno mondiale (prima dell’avvento di Nostra Signora Ikea) e le desolate miniere di carbone del Sulcis in Sardegna (dove la gente moriva sepolta dal nero seppia per un tozzo di pane).</p>



<p>Immagini, nel senso letterale del termine perché la guida è corredata da immagini bellissime, che segnano come la migliore stagione degli Italiani sia coincisa con la peggiore impresa degli Italiani. <strong>Guido e Mimy, potessero tornare sui luoghi attraversati 65 anni fa, ne sarebbero terrorizzati per l’urbanizzazione selvaggia e la distribuzione grottesca del sogno – così rozzo e inutile – di una borghesia a portata di tutti, dell’identità di un popolo che doveva per forza passare attraverso l’acquisto di una lavatrice (quando i panni si lavavano ancora sul tavolone, col sapone sfuso e le mani callose delle fattrici).</strong> Questa perdita di innocenza equivale al senso etico del viaggio di Jacopo Ibello, al quale va il nostro grazie – come Lettori e depositari di tanta nostalgia – per aver raccontato un Paese a cui non pensa più nessuno, a cui più nessuno intende guardare perché non ce n’è motivo. Le industrie che ieri rappresentavano lo sperma che si apprestava a fecondare un popolo ancora inesistente, oggi sono la spazzatura dentro cui nessuno più guarda per non provare vergogna. Invece osservando meglio ciò di cui ci siamo nutriti per almeno dieci generazioni, aiuterebbe a capire cosa siamo diventati. Struggenti i passi dedicati, quando giunge in Lombardia e Veneto, alle stragi provocate dalle dighe, dagli invasi artificiali che dovevano portare l’energia elettrica e invece portarono la morte: dal Vajont al Gleno, di cui è ancora evidente lo squarcio generato dall’onda d’urto che si abbattè sui paesi confinanti (1 dicembre 1923).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="622" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-1024x622.jpg" alt="" class="wp-image-81843" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-1024x622.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-300x182.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-768x467.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-1536x933.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Testaccio-Roma-2048x1244.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Testaccio, Roma</figcaption></figure>



<p>Tra cinquant’anni, magari nell’edizione rivista e aggiornata che gli eredi Morellini pubblicheranno di questa stessa guida, quasi certamente ci finiranno il Mose di Venezia e – ce lo auguriamo, sempre che non debbano servire per altro – tutti gli ospedali nati in questi terribili mesi di pandemia da Covid-19, ma in attesa che ciò avvenga una certezza ce l’abbiamo già. E riguarda l’impietoso confronto tra buone intenzioni e cattivi maestri. <strong>Si tratta del museo dell’Atac a Roma (stazione ferroviaria Roma Ostia), la società nata come l’esempio del miglior trasporto pubblico al mondo nella città più storica e inimitabile al mondo, finita però con le carcasse dei bus che prendono fuoco a piazza Venezia.</strong> L’archeologia, in fondo, ci riguarda più di quanto non pensiamo.</p>



<p><strong><em>Davide Grittani</em></strong></p>



<p>*Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Ha pubblicato la raccolta di reportage&nbsp;<em>C’era un Paese che invidiavano tutti&nbsp;</em>(Transeuropa 2011, prefazione Ettore Mo e testimonianza Dacia Maraini) e i romanzi&nbsp;<em>Rondò&nbsp;</em>(Transeuropa 1998, postfazione Giampaolo Rugarli);&nbsp;<em>E invece io&nbsp;</em>(Biblioteca del Vascello 2016, presentato al premio Strega 2017);&nbsp;<em>La rampicante&nbsp;</em>(LiberAria 2018, presentato al premio Strega 2019, vincitore Cattolica 2019, Zingarelli 2019, Nabokov 2019, Giovane Holden 2019 e finalista Grottammare 2019, EtnaBook 2019 e Litorale 2020, inserito tra i migliori libri 2018 dall’inserto&nbsp;<em>“la Lettura”</em>&nbsp;del&nbsp;<em>“Corriere della sera”</em>). Editorialista del&nbsp;<em>“Corriere del Mezzogiorno”</em>, cura la collana di reportage narrativi&nbsp;<em>Dispacci italiani (Viaggi d’amore in un Paese di pazzi)&nbsp;</em>per Les Flaneurs Edizioni. Collabora a&nbsp;<em>L’Intellettuale Dissidente</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Pangea</em>.</p>
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		<title>Il cielo non basta mai se sei a Londra, ovvero: che Dio abbia sempre nelle sue grazie Elisabetta II (e pure il Royal Baby). Gita londinese con Alessandro Carli</title>
		<link>https://www.pangea.news/londra-viaggio-alessandro-carli-royal-baby/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 May 2019 09:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scusa (che non tiene): dopo aver seguito i festeggiamenti del matrimonio tra Harry e Meghan il 19 maggio 2018 dallo sgabello di un pub inglese in zona British Museum, perché non assistere anche alla nascita del loro royal baby? Del resto il detto “testimone de anèo, testimone del putèo” va rispettato a prescindere dalla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La scusa (che non tiene): dopo aver seguito i festeggiamenti del matrimonio tra Harry e Meghan il 19 maggio 2018 dallo sgabello di un pub inglese in zona British Museum, perché non assistere anche alla nascita del loro royal baby?</strong> Del resto il detto “<em>testimone de anèo, testimone del putèo</em>” va rispettato a prescindere dalla Brexit, dalla stagione e dagli impegni: la Regina potrebbe aversene a male e vista l’età, potrebbe anche non riprendersi più.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le scuse non tengono mai alla lunga: meglio essere sinceri. Londra in primavera è un cuscinetto necessario, specie se ci vai per la prima volta non da solo ma (finalmente) in dolce compagnia.</strong> Laura ha sempre sognato l’Inghilterra ma non ci è mai stata. Più di un mazzo di fiori può la proposta di un fine settimana nella City che si sta risvegliando dall’inverno, con i colori dei parchi che diventano verdi e l’acqua dei laghi più azzurra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67109" aria-describedby="caption-attachment-67109" style="width: 191px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-67109" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/londra-Carli-225x300.jpg" alt="" width="191" height="255" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra-Carli-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra-Carli-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra-Carli-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra-Carli.jpg 1200w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /><figcaption id="caption-attachment-67109" class="wp-caption-text">Alessandro Carli in versione londinese</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre l’Italia festeggia la liberazione (25 aprile) c’è chi sceglie, liberamente, di raggiungere la Capitale: volo Ryanair da Bologna su Luton (orari più comodi rispetto a Stansted) e poi autobus, come i ragazzini che vanno a fare una vacanza di studio per imparare la lingua.</strong> L’età non mi consente più – seppur provandoci, ovviamente, a ritoccare rughe e a provare e distendere la pelle – di passare per liceale o universitario in Erasmus (la scusa non terrebbe: chi farebbe mai l’Erasmus dopo essersi iscritto a “Lettere Moderne” a Urbino?) quindi cappello in testa e sciarpa, due trolley leggeri e uno più ampio e vuoto: a riempirlo ci pensiamo tra Regent Street, Bond Street, Oxford Street e Portobello Road… Le tentazioni non mancano. E se dovessero mancare, alla peggio si vanno a cercare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Londra a fine aprile è semplicemente meravigliosa: tutto sboccia perché la primavera è esattamente questa cosa qui, rinascita, nuovi colori, emozioni, passeggiate a St. James Park e a Kensington Gardens.</strong> Ma il cielo non basta mai se sei a Londra: serve anche un tetto (dove dormire) e uno più grande e colorato, quello di un teatro. Scelta quasi obbligata: “Her Majesty Theatre” lungo la strada che collega Piccadilly Circus a Trafalgar Square. “The phantom of the Opera”: una scelta a prova di esame di inglese. Anche se il tuo <em>british language</em> si limita a “Good morning”, “Thank you” e “Sorry”, il musical è comprensibilissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Londra ci accoglie a metà pomeriggio, più o meno all’ora in cui la Regina Elisabeth II prende il suo tè, alle 17. Più o meno quello che si legge nella didascalia che dà l’avvio a “La cantatrice calva” di Eugene Ionesco: “La pendola inglese batte diciassette colpi inglesi”</strong>, anche se l’orologio avverte che le cinque sono già passate. Colpa del fuso orario: quando qui, nella “Big smoke” sono le sei di pomeriggio, in Italia sono “solo” le cinque. Una scusa, che temo non reggerà. In realtà il tempo vola, specialmente se stai bene.</p>
<p style="text-align: justify;">(Per correttezza e finta onestà intellettuale punti di contatto tra il capolavoro di Eugene Ionesco e la Royal family ovviamente non finiscono qui: la Signora Martin, per esempio, si chiama Elisabetta…).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A Lond_on (che diventerà Lon_done a fine viaggio: la pronuncia è più o meno la medesima) la primavera è timida. La chiamano “spring”, parola onomatopeica che suggerirebbe “energia” e cose così, tipo sole e luce, e invece la primavera di aprile a Londra è umida, fresca se non fredda <strong>(e su questa differenza si potrebbero spendere milioni di parole: ad ogni modo è fresco e basta, il freddo sta un po’ più a Nord, nella Scozia bellissima e selvaggia, in quella Scozia che sa cambiarti i connotati e che ti trasforma, irrimediabilmente, in un’altra persona, in quella Scozia che ti sorprende anche ad agosto quando bussa alle tue guance e ti dice che potrebbe piovere alla maniera “Scots”, quindi “heavy rain”)</strong>, da sciarpa e cerata insomma. Nessuno sconto e nessuna carezza: Londra è anche il suo meteo variabile, la sua pioggia inglese, l’abolizione degli ombrelli e le punte delle scarpe bagnate.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67110" aria-describedby="caption-attachment-67110" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67110" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/carli-e-ragazza-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/carli-e-ragazza-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/carli-e-ragazza.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-67110" class="wp-caption-text">Alessandro, Laura, Londra</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Dio abbia sempre nelle sue grazie la Regina Elisabetta II e il suo consorte Filippo (per quel che conta).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il braccio di ferro tra la “conservatrice” Theresa May e l’Unione Europea non ha grande appeal tra i <em>londiners</em> e i turisti:</strong> l’urgenza più stretta è quella di fare shopping, visitare i musei e concedersi qualche attimo di relax su una panchina o sorseggiare una tazza di tè con al tavolino di un bar. Quello che avviene nelle stanze dei bottoni è qualcosa di abbottonato. Ed è “<em>magnuga</em>” per i giornali: i tabloid vivono di questo. Non come in Italia…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti puoi anche camuffare da inglese, ma alla fine – per distrazione o per altro – l’italianità emerge in tutta la sua lenta anima innocente. Puoi parlare inglese, fare l’inglese, muoverti come un inglese, bere il tè come un inglese, andare a teatro come un inglese, correre al parco come fanno gli inglesi con i loro cani inglesi e finanche avere la pancia da birra inglese come gli inglesi ma se poi vai in giro con lo zaino dell’Invicta sulle spalle</strong> e l’immancabile bastoncino per fare i <em>selfie</em>, se superi le file ai musei, se strilli per strada, se. Se cerchi disperatamente un ristorante italiano perché “i <em>canelloni </em>e le tagliatelle e le pennette e il ragout alla bolognese, la pizza e la piadina, il Prosecco (che va alla grande perché è più alcolico delle birre inglesi e ci si <em>ingatta</em> prima”) e i maccheroni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, in questi casi chiunque capirà che sei italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“That’s all folks”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente non lo capisci subito ma poi se ci pensi ti meravigli, e molto. In Italia, chi e quando e se qualcuno lo dice, dopo aver detto “grazie” ti arriva un “prego”. A Londra il “prego” non è “prayer” come si potrebbe pensare bensì “You are welcome”, che letteralmente è una forma di benvenuto. Alla faccia di chi sostiene che gli inglesi siano stronzi…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì 26 aprile a St. Martin in the Fields suonano “Le quattro stagioni” di Vivaldi. St. Martin è una chiesetta deliziosa, ci si siede sulle panche come nelle parrocchie cattoliche e si assiste all’esecuzione per archi di grandissime musiche italiane. Il pubblico è composto, attento. E i musicisti sono eccezionali. <strong>Dalla vetrata che funge da fondale al concerto si vede la luce del giorno che si fa piano piano più fioca sino a diventare notte. Si esce che il cielo è annottato ma con gli occhi pieni di luce.</strong> La città si illumina anche grazie alle persone che escono dai teatri o dalle sale dedicate alla musica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67111" aria-describedby="caption-attachment-67111" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67111" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/londra2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra2-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra2-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra2-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra2-1320x990.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/londra2.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-67111" class="wp-caption-text">Le mascelle del Tower Bridge</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovviamente del “Baby royal” si è persa traccia. Nei negozi di cose kitsch capeggiano le mug di Harry e Meghan a prezzi scontati</strong>, così come le cartoline del loro matrimonio: l’impressione è che i sudditi e i turisti preferiscano la Regina oppure William con consorte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il volo per il rientro parte con 40 minuti di ritardo: 17.20 invece che le 16.40 previste. L’aereo recupera in aria parte del ritardo e tocca la pista del “Marconi” di Bologna alle 20.15. <strong>L’impatto con l’italianità è un secchio di acqua gelata: i tre agenti che devono controllare i passaporti e le carte di identità hanno tempi elefantiaci, nulla a che vedere che l’efficiente velocità di Londra</strong>, nulla a che vedere con la capacità di gestire i volumi di persone che hanno gli inglesi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Troppi turismi e troppi turisti davanti a Buckingham Palace. </strong>Meglio percorrere St. James Park e arrivare a Horse Guards Parade dove i cavalli si incontrano (e dove gli italiani sono pochi).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ci puoi passare davanti un milione di volte ma se lui non ha voglia di sorprendenti fai tempo a farti venire la barba bianca. E invece eccolo lì: cinque minuti prima – esattamente quando ci siamo passati sopra noi – tutto era normale. <strong>Poi, come uno sbadiglio, ecco che spalanca le sue fauci. Il Tower Bridge si apre, si alza, e aspetta il passaggio di una barca con un pennone altissimo. Nessun colpo di clacson tra le auto e i bus in fila, nessun schiamazzo o maledizione per l’imprevisto:</strong> semplicemente si attende, educatamente, che le due braccia del ponte si riuniscano come una preghiera. “Not a prayer”. Basta un “You are welcome”.</p>
<p style="text-align: justify;">E il royal baby? Aspetta anche lui…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli </em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/londra-viaggio-alessandro-carli-royal-baby/">Il cielo non basta mai se sei a Londra, ovvero: che Dio abbia sempre nelle sue grazie Elisabetta II (e pure il Royal Baby). Gita londinese con Alessandro Carli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>D.H. Lawrence: genio incendiato o santone dei dilettanti? La parola a Geoff Dyer</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 05:35:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il ‘wagnerismo’ di D.H. Lawrence è di conio teutonico – non a caso la sua amata Frieda faceva von Richthofen di cognome, era ricca, era tedesca – appare negli scrittori totali come Goethe, i cui nipoti difformi sono Thomas Mann, Hermann Hesse, perfino Hermann Broch. Insomma, la scrittura come esercizio del pensare, l’idea che tra atto romanzesco e gesto saggistico non c’è distanza. <strong>Per questo, DH fu visto e inviso sempre come un tipo strano, un anglofono pavone, un santone, la cui fama si è stilizzata ne <em>L’amante di Lady Chatterley</em>, mentre la sua abilità difforme e da estremo dilettante nell’alternare romanzo, poesia, teatro, pittura, critica e filosofia fu intesa con sospetto. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto. Quando il prof di letteratura inglese ci diede da leggere <em>Figli e amanti </em>sbottai in conati di vomito retorico; d’altronde, <em>Il serpente piumato </em>m’era sembrato troppo lungo, troppa frittura rètro, meglio il Messico ubriaco di Malcolm Lowry. Eppure, fui edotto alla saggistica di Lawrence da Lorenzo Scandroglio, poeta lawrenciano, che si è dato alla montagna d’alta quota, fiero nel concetto che prima si vive poi semmai si scrive. Devo dire, in effetti, che DH, nonostante i pruriti dei critici – non è bravo come Proust, gli manca l’essenzialità di Kafka, non possiede gli abissi tematici dei russi <strong>– raccoglie entusiasmi editoriali – dei piccoli e dei grandi – anche in Italia, di cui era fan (oltre ai reportage dalla Sardegna e nei <em>Luoghi etruschi</em>, ha tradotto Verga), in cui una mole di opere è costantemente tradotta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Resistono, tuttavia, come un macigno le considerazioni di Mario Praz, siamo nel 1933, DH è morto da tre anni: “Carattere comune ai libri del Lawrence è una fondamentale irrequietezza, conseguenza d’un profondo dissidio interiore, essendo la sua una natura di uomo attivo inchiodata, per un capriccio di natura, su un punto morto di contemplazione. <strong>Intellettuale, anela alla vita istintiva e denuncia il corrompimento portato dal progresso e dall’intellettualismo, e finisce per crearsi una religione nuova (un naturismo mistico affine a quello del Rousseau e a quello del Blake) che fa centro della vita il divino mistero dell’esperienza sessuale, che sola impartisce una conoscenza immediata, non-mentale.</strong> La veemenza dei suoi attacchi contro il mondo moderno fa pensare a un puritano invertito. Se questa parte apologetica e polemica, salutata da alcuni come un nuovo vangelo, rappresenta dal punto di vista artistico un peso morto, che va accentuandosi nelle ultime opere, resta pur sempre nei volumi del Lawrence tanta freschezza d’impressioni di natura e tal felice penetrazione di caratteri e di situazioni, da meritargli un posto tra i più grandi scrittori moderni. Lo stile è ineguale: efficacissimo, quando non l’intorbidano le argomentazioni e non lo diluiscono certe monotone ripetizioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A esaltare la “parte apologetica e polemica” di DH, corpo vivo più che “peso morto”, ci pensa il mitico <strong>editore inglese Penguin che mette DH nelle mani di Geoff Dyer, tra i grandi scrittori in UK</strong>, assai ben tradotto in Italy (leggete, almeno, <em>Natura morta con custodia di sax</em>, stampa Einaudi, e <em>Sabbie bianche</em>, stampa il Saggiatore). Lo scrittore in <em><a href="https://www.penguin.co.uk/books/308/308779/life-with-a-capital-l/9780241344606.html" target="_blank" rel="noopener">Life with a Capital L</a> </em>(uscita in UK a fine mese) fa una antologia di saggi di DH:<strong> 500 pagine dalla freschezza invidiabile, che rischiano di giustificare l’eccessiva sintesi del poeta Philip Larkin, “Lawrence è il più grande scrittore di questo secolo, e per molti versi il più grande di ogni tempo”. </strong>Si sa, gli inglesi amano esagerare, amano le classifiche. Sotto, riportiamo alcuni brani dal saggio introduttivo di Dyer, anticipato <a href="https://www.newstatesman.com/culture/books/2019/01/our-perpetual-contemporary-digressive-prescient-brilliance-dh-lawrence-s" target="_blank" rel="noopener">su </a><em>New Statesman. </em>(d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65238 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg" alt="" width="129" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/lawrence.jpg 440w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Poco prima di scrivere questo saggio stavo con un amico a Joshua Tree, California. Nel tardo pomeriggio siamo saliti su una collina, sotto il sole cocente, verso un camper abbandonato. Escrementi di topi, dentro, ratti ovunque, nel letto, in cucina. Resti di una vita passata, domestica, insieme ai detriti di droghe usate per modificare quel rimorchio in un “orribile paesaggio sotterraneo dell’anima umana”.<strong> Immutato da milioni di anni, il paesaggio circostante, dorato, e il cielo di un blu profondo, erano tremendi. Su un tavolo all’esterno del camper, un’edizione senza copertina degli scritti di Edgar Allan Poe. Impossibile conoscere quale “storia orrenda dell’anima umana con le sue disgustose pene” si fosse svolta qui</strong>, ma il mistero era intrecciato ai pensieri di David Herbert Lawrence su Poe. Una quindicina di giorni prima, in Colorado, ho visto luoghi che paiono desunti dal saggio di Lawrence su Fenimore Cooper: “L’anima americana essenziale è dura, isolata, stoica, assassina”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1945 Philip Larkin dice a un amico che Lawrence è stato “il più grande scrittore del secolo, e in qualche modo il più grande scrittore di ogni tempo”.</strong> Nato cinque anni dopo Larkin, John Fowles, lo scrittore de <em>Il mago, </em>alza il livello ammettendo che Lawrence è “il più grande essere umano del secolo”. Visitando il santuario e il ranch di Lawrence a Taos, in New Mexico, nel 1939, W.H. Auden annota che “macchine di donne pellegrine salgono ogni giorno a riverirlo, mi chiedo come sarebbe stato dormire con lui”. La risposta l’ha data Kate Millett in <em>Sexual Politics </em>(1970), ed è stata certamente deludente. La sua analisi, arguta e crudele, ha messo a nudo le sciocchezze e la ‘pompa liturgica’ che aleggiava sulla cosa per cui Lawrence era diventato celebre, la sua scrittura sul sesso. Aggiungiamoci pure la sua infatuazione – seppure temporanea – per il culto proto-fascista del ‘leader con seguaci’ ed è semplice capire <strong>la ragione per cui la reputazione di Lawrence sia andata declinando dagli anni Settanta in qua. Per il breve periodo in cui è durata la sua vita (nato nel 1885, è morto di tubercolosi nel 1930, a 44 anni), Lawrence è riuscito a restare perversamente fuori luogo, fuori dalle mode della critica dominante.</strong> Questo non significa che non abbia avuto devoti. Ogni tentativo di difendere questo “uomo che bruciava come una torcia/ da una parte all’altra della sua vita” doveva cominciare denunciando la scarsa qualità di romanzi come <em>Il serpente piumato</em>, ma pure criticando alcune opere canoniche che, nelle sobrie parole di George Orwell, sono “difficili da superare”. Come romanziere, argomentavano, Lawrence ha raggiunto presto il picco con <em>Figli e amanti. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Balbettando istintivamente sull’<em>Ulisse </em>di Joyce (“Che razza di sforzo! Che fatica!”), Lawrence era migliore quando improvvisava, anche se ciò gli garantì la reciproca bassa opinione di Joyce: “Questo tipo scrive davvero male”. <strong>Lawrence ha riscritto più volte i suoi romanzi più importanti, l’uomo che ha disprezzato Joyce di essere “privo di spontaneità” è una specie di proto-Kerouac. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lawrence continua ad anticipare le nostre possibili obiezioni: <strong>“Che importa se è confuso? Cosa c’importa se è ripetitivo? Che importa se a volte non è interessante, quando ci sono parti così intense che all’improvviso aprono le porte facendo scaturire lo spirito in un mondo nuovo, anche se è un mondo antico!”. </strong>Una pagina dietro l’altra, i saggi rivelano che Lawrence è uno scrittore eternamente rinnovato: è il nostro perpetuo contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Geoff Dyer</em></strong></p>
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		<title>Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 08:12:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. Le analisi oggettive sul sentimento della gente non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/">Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. <strong>Le analisi oggettive sul sentimento della gente non si basano sul desiderio dell’io, ma sui dati espressi dai più. Non a caso sui temi della sicurezza e dell’immigrazione è esploso il consenso dilagante della Lega: precisamente a partire dai fatti di Macerata. </strong>La demonizzazione dell’avversario politico è legittima, ma il comprendere a fondo i fenomeni d’attualità (anche fossero decisamente sgradevoli) implica un distacco emotivo che Saviano dimostra di non avere. <strong>La domanda chiave è: perché la Lega di Salvini conserva un grado di attrazione tale da tenere in mano lo scacchiere partitico e il governo del Paese?</strong> Cioè, la ricaduta dell’azione del ministro varrebbe uno studio e un approfondimento disdegnati, quasi che il posizionarsi della Lega venga ritenuto un segno del tutto marginale nell’Italia di oggi. Eppure il correlato oggettivo dell’uomo Matteo Salvini è nella fetta cospicua di italiani che lo segue (32,5%, con punte, nei sondaggi, che toccano il 34%). Ma al di là dell’acredine di Roberto Saviano, chi si occupa di fornire un quadro stringato della realtà italiana, non è l’intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65141" aria-describedby="caption-attachment-65141" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65141" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg" alt="" width="300" height="147" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-768x375.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano.jpg 894w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65141" class="wp-caption-text">&#8220;Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Almeno a partire dagli ultimi due decenni è accaduto un fenomeno passato inosservato ai più: la trasfusione del mondo dello spettacolo nella vita culturale, al punto che il <em>maître à penser</em> è divenuto di soppiatto il cantante, il cabarettista, il comico, in una confusione di discipline e di percezioni collettive che ha reso tutto più dozzinale.</strong> Non ha più peso lo scrittore, il filosofo, il sociologo, mentre sale di grado il soggetto televisivo che fa audience. I giovani di oggi non sanno chi sono stati Croce, Einaudi, Bobbio, Sturzo, Gobetti, Dossetti, Moro. Nessuna conoscenza di Vittorio Foa, Augusto Del Noce, Guido Calogero, Giovanni Amendola. Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop. <strong>Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità. La fenomenologia del repertorio dello show-man lo rende maestro della retorica, un creativo della lingua dissimulata, che rispecchia la verità attraverso l’effetto della persuasione.</strong> L’approccio rivoluzionario dei nostri tempi sta nell’affidamento della parola a chi si fa interprete dell’ovvietà. Di fatto il pensiero critico non ha consistenza, in questo eterno presente in cui ogni forma di testualità è soppiantata da una logica pluralista per cui “uno vale uno”, qualunque cosa si dica. Viene “elevato” il programma fatuo, la comunicazione leggera a progetto di ricerca nella sperimentazione del mezzo televisivo o del web con il pubblico che interagisce da casa. La cultura non è più un bene per il nostro paese, né un’eccellenza, in una società sempre più mediocre e condizionata dalla massa vociante, impreparata e litigiosa, esemplare modello di decadimento morale prima che culturale. Maurizio Ferraris, filosofo, parla di “nuovo realismo”, cioè della presa d’atto di una svolta. I mass media ci dicono che la realtà risulta socialmente costruita e manipolabile, per cui l’oggettività sarebbe una nozione inutile e ogni ruolo può essere messo in discussione. L’interrelazione è ridotta a semplicismo e il pensiero si fa automatico: tanto più è stringato tanto più attecchisce. Ecco perché il telefonino “non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri”, afferma Ferraris. La voce del cantante è amplificata perché ha accesso ovunque e in tempo reale: televisione, portatile, iphone con tripla camera (ultima produzione in vendita). L’ultimo caso è quello di Claudio Baglioni e <strong>arriva a coinvolgere addirittura il cda della Rai</strong>. <strong>Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, in una conferenza stampa, ha commentato le misure governative definendo il paese disarmonico, confuso e cieco.</strong> Il Ministro dell’Interno gli ha risposto superficialmente con un tweet dicendo che di sicurezza si occupa chi ha il dovere e il diritto di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi dettagliata, un quadro che definisca scientificamente la società politica italiana, chi lo sta promuovendo attraverso i mezzi di comunicazione alla portata della massa che può informata in tempo reale di ciò che succede nel mondo? Manca, in definitiva, la comprensione interpretativa dell’azione sociale (Max Weber). Karl Popper, in <em>Congetture e confutazioni</em> (1963) scriveva: “Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65142" aria-describedby="caption-attachment-65142" style="width: 272px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65142" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg 272w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini.jpg 500w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /><figcaption id="caption-attachment-65142" class="wp-caption-text">&#8220;Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità. Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione:</strong> pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalista. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico, ma i libri in versi non sono neppure considerati un prodotto di mercato. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. <strong>I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà e della psicosi).</strong> Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? A Piacenza, tempo fa, si sono dati appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da <em>fight</em> <em>club</em> (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, ha dichiarato apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, mentre l’intellettuale tace? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia si è rivelata, nel secondo Novecento, un paese piccolo-borghese al quale si è contrapposta una duplice società, proletaria e radical chic, di sinistra, detentrice del patrimonio della cultura.</strong> Se il potere democristiano (occidentale) ha tenuto le redini della società economico-imprenditoriale, produttiva, il Partito Comunista, minoritario, perché non fosse tentato dal promuovere una pericolosa rivolta popolare guidata dall’influsso sovietico, ha avuto in mano il cinema, la musica, la letteratura, il teatro, l’editoria. <strong>L’uomo, nell’immaginario collettivo, è stato soppesato in base al guadagno mensile, al possesso di beni per un puerile accreditamento. Nell’epoca del capitalismo, a partire dal boom economico degli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, siamo stati abituati a svalorizzare la conoscenza, il sapere, in ragione della proprietà privata e della ricchezza.</strong> L’intellettuale non ha mai inciso sui grandi cambiamenti epocali, spesso organico ai partiti o del tutto alienato nella sua creatività senza alcun prezzo. La borghesia italiana, come diceva Alberto Moravia, ha germinato un movimento conservatore, il fascismo, dove ha regnato l’immoralità. L’impressione è che la stessa cosa sia avvenuta negli anni successivi: l’universo borghese ha alimentato specie estraneità e corruzione. Lo stesso Moravia nei romanzi <em>Gli indifferenti, Agostino</em> e <em>La noia</em> ci dimostra come il denaro e il sesso siano gli strumenti ideali per “possedere” le persone e non solo gli oggetti. Oggi che la distinzione in classi sociali è venuta meno, come l’appartenenza residuale alla destra e alla sinistra del secolo breve, seppure si dividano ancora gli schieramenti in base a vecchi schemi, le nuove povertà hanno catalizzato sia i figli della ex borghesia che i figli dell’ex proletariato. <strong>Se la società dei consumi li aveva stereotipati e uniformati (Pier Paolo Pasolini), quella della disoccupazione li riunisce nella nevrosi del nuovo millennio, nel malessere dell’inerzia. Dalla noia all’ansia, il desiderio della ricchezza rimane però inossidabile.</strong> Nessuno vorrebbe rinunciarci, fino al punto che uno scopo primario resta ancora occupare i ruoli pubblici di prestigio, uno scranno in Parlamento, la presidenza di un ente privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Alberoni, qualche tempo fa, scriveva sul “Giornale” che continuiamo a immaginare “gli sceicchi arabi che hanno aerei privati, che vivono in palazzi con rubinetti d’oro, con mogli e concubine. E in modo analogo sono visti i famosi divi di Hollywood e i super miliardari americani che passano il loro tempo in yacht favolosi e in ville lussuose, dove, insieme a donne bellissime, bevono bibite ai bordi della piscina e si spostano da una festa notturna all’altra”. Ma questa percezione è sbagliata, perché nell’età post-capitalista nessuno sopravvive al passato. All’eredità fiorente di una famiglia si sostituisce una continua conquista individuale, solitaria. Oggi la distribuzione ineguale della ricchezza rappresenta l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, dicono gli esperti. Si tratta di un bene utilizzato come riferimento per valutare il benessere della popolazione e definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, nonché il divario che separa il 20% della popolazione con il reddito più alto, dal 20% con quello più basso (sostanzialmente la differenza che intercorre tra i pensionati e i giovani). <strong>Cosa resterà dell’Italia della crisi tra venti anni, quando saranno venuti a mancare i nonni e i padri più anziani? Azzardiamo una previsione. Non più l’ideologia, il partitismo, l’agiatezza. Meno che mai la prosperità. Presumibilmente aumenterà lo scontro di civiltà, mentre diminuirà la sicurezza sociale (esattamente come sta avvenendo nell’Africa delle guerriglie). </strong>Come a dire che il futuro sarà traslocato in un nuovo ordine mondiale. Perché quando si perde il capitale, sono i flussi migratori l’alternativa alla povertà. Dal nord al sud registreremo un primitivismo a tinte fosche e dagli impulsi anarchici che contagerà la maggioranza residente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65145" aria-describedby="caption-attachment-65145" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65145" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65145" class="wp-caption-text">&#8220;L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, è intervenuto durante una visita agli scavi della Regio V° del Parco Archeologico di Pompei, dichiarando: “La cultura è un tema da sviluppare di più per creare lavoro buono”.</strong> Ha annunciato la volontà del Mibact di fare assunzioni. “Abbiamo bisogno di professionalità, giovani e meno giovani, con contratti stabili. I posti di lavoro vanno distribuiti sul territorio, visto che la ricchezza culturale italiana è diffusa ovunque, da Pompei alle grandi città, passando per i piccoli borghi. Trasferire la cultura ai giovani non vuol dire farlo solo verso chi da grande vorrà fare l’archeologo, ma anche verso chi diventerà medico o economista. Dobbiamo partire dalle scuole, far toccare ai bambini, con mano, le ricchezze del nostro paese”. Affermazioni ordinarie, scadenti, alle quali non risulta sia stato dato seguito sugli investimenti promessi. Dunque solite omissioni, mancanza di fermezza, situazioni al limite del degrado. <strong>Sui beni architettonici e sui musei spendiamo meno di un quarto rispetto al 1955. La cultura viene inderogabilmente associata al turismo culturale,</strong> non come un bene a sé stante, un arricchimento personale, un veicolo cognitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle <em>élites</em>. Un primo segno di risvolto, finalmente, da parte di uno scrittore. Il responso delle urne dice che il cambiamento non solo generazionale è richiesto dalla maggioranza degli italiani. “Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri”. <strong>Baricco definisce le <em>élites </em>una “minoranza ricca e molto potente”, caratterizzata da una “cecità morale” che impedisce di vedere ingiustizie e violenze, che vive in una “zona protetta” all’interno della quale ci sono dei privilegiati. Questo patto tra le <em>élites</em> e la gente non c’è più, è stato rotto per sempre. L’analisi non è sbagliata quando lo scrittore dice che il popolo è passato alla riscossione crediti.</strong> Pretende cioè un risarcimento morale: nient’altro che la sottrazione del potere alle <em>élites, </em>esattamente come ha già acquisito la distribuzione del potere mediatico. Ora la gente accede a qualunque informazione ed esprime opinioni di fronte ad ogni platea, che costituisce una massa informe e disomogenea.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Baricco ha ragione anche quando afferma che si rende necessaria una distribuzione più equa della ricchezza (lo sosteneva Paolo Volponi, un utopista della società industriale e del capitale). Annota che “la dissimmetria è evidente e che ha scatenato una rabbia sociale che è dilagata come un’immensa pozzanghera di benzina”. La crisi economica e l’Unione Europea, che è solo un apparato burocratico mal concepito, hanno trasformato lo scenario politico dell’Italia. In una visione geograficamente più ampia, sovranazionale, non siamo un unico popolo con un’unica moneta e un’unica bandiera. Siamo un’accozzaglia di popoli in competizione. Ma le sacche di resistenza e la non assunzione di responsabilità sulla grave risi da parte delle<em> élites</em>, hanno generato i termini ambigui di populismo e sovranismo, nonché rispolverato l’accusa fasulla di fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso alle Marche, dove vivo. Un terzo della popolazione in età lavorativa è disoccupata, inoccupata o cassaintegrata. Il potere d’acquisto della moneta è stato pressoché dimezzato e temi che hanno costituito il fiore all’occhiello della democrazia per decenni, sono diventati un tormento come da altre parti: la sicurezza e la sanità. Di fronte ad uno scenario drammatico, l’accusa delle <em>élites </em>è fuori dalla realtà. <strong>Ma su un punto Baricco sbaglia. Il <em>game </em>ha sicuramente rivoluzionato la società ed è entrato in modo feroce nella vita di tutti. L’insurrezione nata con un videogioco e approdata a Facebook, alla piattaforma dove “uno vale uno” è una colonizzazione, una sfera orizzontale, appiattita, ma non un potere, un comando, un dominio.</strong> È una frontiera manipolabile come il telefono, l’iPhone. Rimane uno strumento che non controlla e non gestisce nulla. La rivoluzione digitale ha comportato solo la metastasi delle verità, dell’individuo spazientito, isolato e protagonista in proprio, più autoreferenziale in un sistema monopolistico, scaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri, diceva Pier Paolo Pasolini. L’appello in favore della cultura, dell’opinione che sia frutto di conoscenza e non di comunicazione, di sapere e non di trasmissione di un <em>pour parler</em>, è pressoché caduto nel vuoto. <strong>La cultura non entra nel dibattito, si lascia soffiare un primato, dicevamo. Se ne resta in sella ad un cavallo che non corre. Non basta scrivere romanzi, poesie, saggi. Bisogna afferrare la realtà, maneggiarla, proporre idee, occuparsi di giustizia della cultura che in fondo equivale alla giustizia sociale.</strong> L’attenzione ad un settore molto trascurato è il nucleo del pensiero che si rinnova. Più soldi alla cultura e meno alle clientele. Meno denaro a pioggia e più autonomia. Più meritocrazia e meno burocrazia. Meno eserciti di controllo, più progetti lungimiranti. Il potere delle <em>élites</em> si scalza con l’applicazione del principio di riconoscimento del merito, che è tipico di una società liberista che in Italia, dalla prima Repubblica ad oggi, non ha avuto mai spazio né consenso. L’acquisizione di un potere non elitario avverrà solo quando un concorso pubblico non sarà deciso a tavolino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia spende per l’istruzione il 4% del Pil. Peggio di noi, nella Ue, fanno solo l’Irlanda (3,7%) e la Romania (3,1%). Tutti gli altri stati membri spendono di più e la media Ue è del 4,9%. Per l’università</strong><strong> in particolare, viene speso lo 0,4%: siamo in penultima posizione in tutta la Ue</strong>, davanti al Regno Unito (0,3%), ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%). Per ricerca e sviluppo l’Italia spende l’1,33% del Pil, posizionandosi sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni. Peggio di noi fanno Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia e Slovacchia. Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% lo fornisce l’impresa no profit o l’investimenti estero. Di questo passo la cultura non solo non conterà più nulla, ma sarà un mero fastidio, un intralcio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendo ad esempio un libro. <em>Lo scrittore invisibile</em> (Gaffi 2014) di Alfonso Berardinelli (che stimo) è una raccolta miscellanea di interventi, nonché di interviste, sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Emerge immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto <em>maquillage</em> culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Polemizza con il costume, la politica, la società, sul termine rivoluzione usato un po’ ad effetto (l’idea della rivoluzione è stata un mito che nell’Occidente moderno è diventata una teoria). E sul pensiero unico del Novecento annota che “il marxismo ha fatto deserto di tutto ciò che lo ha preparato e accompagnato, e quando è crollato sembra aver lasciato il deserto dietro di sé”. <strong>L’Italia risulta un paese vario, ibrido, con un carattere non propriamente nazionale, “innamorato” delle parole. Berardinelli sostiene che l’<em>élite</em> culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo una realtà indomabile, mentre il male avrebbe a che fare sempre con l’irrealtà”. Anche Berardinelli sbaglia: le <em>élites</em> esistono ancora.</strong> In un’intervista rilasciata nel 1993, il critico afferma: “Penso che una delle cose più nuove che ci troviamo di fronte è proprio la scoperta che la politica è un brutto affare”. C’è la tendenza a respingere la delega ai partiti di tutto ciò che non appare un problema di natura economica: sogni, utopie, ideali, come fosse necessario delimitare i fatti sociali. È la scoperta dell’acqua calda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intellettuali, fate finalmente proposte concrete. Il poeta Roberto Roversi, anni fa sosteneva che mentre il livello medio della cultura si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendeva il pensiero che subisce un’elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo.</strong> Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di compromessi e di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere ogni tensione. La prossima volta, personalmente, lanceremo un suggerimento, una vera e propria mozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
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		<title>Gerusalemme, oggi: il silenzio è morto (insieme a Dio?), frotte di turisti si fanno i selfie sul Golgota e a Betlemme vendono gli stickers di Bansky</title>
		<link>https://www.pangea.news/gerusalemme-oggi-il-silenzio-e-morto-insieme-a-dio-frotte-di-turisti-si-fanno-i-selfie-sul-golgota-e-a-betlemme-vendono-gli-stickers-di-bansky/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jan 2019 07:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Posso non credere in niente, posso avere dei dubbi sul fatto che quell’uomo, Gesù, fu fatto giacere proprio in quel Santo Sepolcro prima di risorgere, ma ho fatto comunque un’ora di coda per inginocchiarmi in quella piccola edicola e finalmente iniziare a rendermi conto di dove mi trovassi. Ho appoggiato le mani sulla sua tomba [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gerusalemme-oggi-il-silenzio-e-morto-insieme-a-dio-frotte-di-turisti-si-fanno-i-selfie-sul-golgota-e-a-betlemme-vendono-gli-stickers-di-bansky/">Gerusalemme, oggi: il silenzio è morto (insieme a Dio?), frotte di turisti si fanno i selfie sul Golgota e a Betlemme vendono gli stickers di Bansky</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Posso non credere in niente, posso avere dei dubbi sul fatto che quell’uomo, Gesù, fu fatto giacere proprio in quel Santo Sepolcro prima di risorgere, ma ho fatto comunque un’ora di coda per inginocchiarmi in quella piccola edicola e finalmente iniziare a rendermi conto di dove mi trovassi. <strong>Ho appoggiato le mani sulla sua tomba ma immediatamente dopo un uomo mi ha avvisato che toccava a un altro e che me ne dovevo andare. Come risvegliata da un sogno, sono uscita, ancora non connettevo bene, ma ho sentito le mani chiamarmi.</strong> Ho rivolto i palmi verso l’alto, li ho guardati, e li ho sentiti pulsare, mentre venivo travolta da un fiume di pellegrini, invasati, turisti, o quel che è.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui non è regno del silenzio.</strong> Solo nella fugace intimità dell’edicola del Santo Sepolcro non sono permesse fotografie o schiamazzi, sia lode a Dio! Non c’è cappella, non c’è chiesa, dove non ci sia brusio, dove non si senta scattare una foto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il turismo, qui, è ormai qualcosa di aberrante.</strong> E non solo per i voli low cost che hanno permesso a tutti di viaggiare – e ben vengano, anche se un po’ di ‘educazione al turismo’ non farebbe male – ma per la mancanza di rispetto che troneggia in ogni luogo, anche il più sacro del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi considero una cristiana perché sono stata battezzata e cresimata, non certo una praticante, ma vedere il sudamericano, l’italiano, il filippino, il coreano, il russo ecc. che si fa il selfie davanti al Golgota, fa male al cuore.</strong> Così come fa male vedere ragazzine saltare dieci volte davanti alla Cupola della Roccia per ottenere lo scatto perfetto da mostrare su Instagram.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa siamo diventati? E perché e per chi facciamo tutto questo?</p>
<p style="text-align: justify;">Deleghiamo il nostro ricordo alla memoria di uno scatto.</p>
<p style="text-align: justify;">In giro, nel caos generale, si vendono anche coroncine di spine di legno da appendere in casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre camminavo per Gerusalemme, mi è venuta in mente la scena di <em>Jesus Christ Superstar</em> in cui Gesù entra nel Tempio, spacca tutto, e poi grida: “Get out!” (Con quell’acuto che solo Ted Neeley sa fare).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Gesù dovesse tornare, credo che sarebbe il primo a dare fuoco a tutto e tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio l’eccessivo permissivismo della Chiesa ad aver consentito tutto questo e ad averle fatto perdere appeal e sacralità?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È la morte del silenzio a preoccuparmi; è l’assoluta incapacità a stare zitti e a ritirarsi per un momento con se stessi.</strong> È il tracollo della contemplazione di fronte a ciò che ci è più vicino a farmi chiedere: ci si avvicina alla <em>mindfulness</em> perché semplicemente l’erba del vicino è sempre più verde?</p>
<p style="text-align: justify;">Si può essere agnostici come me o atei e pretendere comunque il silenzio nel luogo di sepoltura di Gesù, anche solo per la sua rilevanza storica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ne ho trovato di più nel museo di Arte Contemporanea di Tel Aviv, di fronte a Chagall, forse oggi più sacro e importante di un San Tommaso qualunque. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il turismo di massa il problema o i cellulari? O la perdita di qualunque valore?</p>
<p style="text-align: justify;">Quando siamo diventati così?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando abbiamo smesso di ascoltare? Quando siamo diventati troppi?</strong> È in luoghi come questi che ci si rende conto dello spropositato aumento demografico. Come quando arrivi a Nuova Delhi e non ci puoi credere che tutta quella gente viva in una sola città.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo maleducati, siamo indifferenti, siamo disinteressati.</strong> Viviamo attraverso l’occhio delle nostre telecamere, delle macchine fotografiche, dei nostri cellulari, e nel frattempo il mondo ci passa davanti, mentre l’ebreo piange davanti al muro del pianto, il musulmano prega a terra verso la Mecca, il cristiano tocca il Santo Sepolcro, e in India l&#8217;indù si lava nel Gange e il buddista porta in offerta il burro di Yak.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo più simili di quello che crediamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però mi fanno sorridere certi cristiani che d’improvviso diventano buddisti e cominciano a giocherellare con Mala e a dire mantra di cui spesso non sanno neanche il significato,</strong> quando a loro portata hanno sempre avuto il rosario e le preghiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Cambiare religione è un po’ come cambiare squadra di calcio? La fede non vacilla neanche davanti a un prete pedofilo, altrimenti non è fede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vaghi per Gerusalemme e ti viene da pensare che l’essere umano sia proprio stupido: fa la guerra anche se Dio è uno e su quello sono tutti d’accordo.</strong> Quello che non piace è quello che c’è stato in mezzo. Gesù era il Figlio di Dio e per altri solo un ciarlatano, per altri solo un profeta, e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gesù e il Buddha, per esempio, non sono molto diversi.</strong> Sono stati due uomini, due messaggeri, due persone che hanno cercato di suggerirci come non finire all’inferno, l’uno per non rinascere mai più e l’altro per risorgere <em>ab aeterno</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il finale è un po’ diverso ma il mezzo molto simile. Gesù ricorda un po’ anche Milarepa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">(Però nei monasteri tibetani è assolutamente proibito scattare foto, girare video, e il silenzio è assoluto!)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È tutta un’unica e grande storia, una storia di fede e di speranza; una storia fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo.</strong> Noi crediamo che le guerre in nome della religione ci distruggeranno, ma la conservazione della società si basa sull&#8217;esistenza del religioso. René Girard docet.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne ho già parlato su <em>Pangea</em>, ma vorrei aggiungere alcuni passaggi fondamentali:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Durkheim afferma che la società è una, e la sua unità è innanzitutto religiosa. [&#8230;] Durkheim ha intuìto che gli uomini sono debitori di ciò che sono, sul piano della cultura, a un principio educatore situato nel religioso. Perfino le categorie dello spazio e del tempo, afferma, provengono dal religioso. [&#8230;] Il religioso consiste innanzitutto nel togliere il formidabile ostacolo che oppone la violenza alla creazione di qualsiasi società umana. [&#8230;] Per completare l’intuizione di Durkheim bisogna capire che il religioso fa tutt’uno con la vittima espiatoria, quella che fonda l’unità del gruppo contro e, al tempo stesso, intorno a essa. Solo la vittima espiatoria può procurare agli uomini tale unità differenziata, là dove essa è a un tempo indispensabile e umanamente impossibile, in seno a una violenza reciproca che nessun rapporto di dominio stabile né alcuna riconciliazione vera può concludere”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il religioso ci ricorda chi siamo, da dove veniamo, e su quali basi abbiamo fondato le nostre comunità.</strong> Ci dà la forza di sopportare e di comprendere la necessità del primo sacrificio dell’umanità, compiuto con immensa pietà. Le sue regole ci rammentano cosa bisogna o non bisogna fare per <em>evitare il ritorno della violenza distruttrice. </em>E quando <em>s’indebolisce l’adorazione terrorizzata</em>, <em>quando cominciano a cancellarsi le differenze</em>, i sacrifici rituali che hanno tenuto in piedi la società perdono la loro efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“La presenza del religioso all’origine di tutte le società umane è un fatto indubitabile e fondamentale. [&#8230;] Noi affermiamo che il religioso ha come oggetto il meccanismo della vittima espiatoria; la sua funzione consiste nel perpetuare o nel rinnovare gli effetti di quel meccanismo, ossia nel mantenere la violenza fuori dalla comunità”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E oltre alla progressiva e preoccupante perdita del sacro a Gerusalemme e alla mancanza del silenzio, colpisce anche il muro, colpisce Betlemme, che per andare avanti vende gli stickers di Banksy.</strong> Colpisce la tristezza del palestinese che vede arrivare orde di turisti in bus che nel giro di una giornata scompariranno. Nessuno vuole restare a dormire a Betlemme. Si va a vedere la Chiesa della Natività, dove le persone si fanno i selfie davanti al supposto luogo dove Maria partorì, un punto ben segnato con una stella di metallo impressa nel marmo, e si torna a Jerusalem.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui tutto colpisce in faccia come raffiche di vento sugli scogli di Jaffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ci si lascia ammaliare dall&#8217;affascinante canto del muezzin, anche se si è seduti dentro la chiesa del Getsemani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché forse, in fondo, è giusto che a Gerusalemme non esista il silenzio</strong>, perché soprattutto qui ognuno ha bisogno di gridare il proprio diritto a esistere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Quando ci sentiamo frustrati, torna al cinema il mito di Robin Hood. D’altronde, odiamo il potere costituito, desideriamo essere fuorilegge e vivere una vita all’aria aperta</title>
		<link>https://www.pangea.news/quando-ci-sentiamo-frustrati-torna-al-cinema-il-mito-di-robin-hood-daltronde-odiamo-il-potere-costituito-desideriamo-essere-fuorilegge-e-vivere-una-vita-allaria-aperta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Nov 2018 05:24:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando ero bimbo anteponevo al mio nome un altro. Robin Hood. L’unica fonte a cui mi abbeveravo, piccino, era il Robin Hood di casa Disney, uscito 45 anni fa, firmato da Wolfgang Reitherman, lo stesso, per intenderci, della Bella addormentata nel bosco, de La spada nella roccia, del Libro della giungla, delle Avventure di Winnie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-ci-sentiamo-frustrati-torna-al-cinema-il-mito-di-robin-hood-daltronde-odiamo-il-potere-costituito-desideriamo-essere-fuorilegge-e-vivere-una-vita-allaria-aperta/">Quando ci sentiamo frustrati, torna al cinema il mito di Robin Hood. D’altronde, odiamo il potere costituito, desideriamo essere fuorilegge e vivere una vita all’aria aperta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ero bimbo anteponevo al mio nome un altro. <em>Robin Hood</em>.</strong> L’unica fonte a cui mi abbeveravo, piccino, era il <em>Robin Hood </em>di casa Disney, uscito 45 anni fa, firmato da Wolfgang Reitherman, lo stesso, per intenderci, della <em>Bella addormentata nel bosco,</em> de <em>La spada nella roccia, </em>del <em>Libro della giungla</em>, delle <em>Avventure di Winnie the Pooh. </em>Fece grande la Disney degli anni Sessanta-Settanta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel cartone animato, come si sa, Robin Hood, il bandito leggendario sorto dai ruderi del Medioevo anglosassone, è raffigurato da una volpe.</strong> Le sue caratteristiche sono la scaltrezza e la mira: mentre i soldati dell’esercito usano la spada o la balestra, Robin adotta, con particolare abilità, l’arco. L’arco uccide a distanza, richiede un gesto di granitica eleganza: l’arco, rivoltato, può mutarsi in lira. L’assassinio, in fondo, assume una forma lirica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo l’antropologia positiva della Disney, l’intelligenza vince sulla forza bruta; la nobiltà primeggia sull’arroganza; il bene sovrasta il male. I rapporti di valore sono chiari, manichei.</strong> Da un lato c’è la foresta – emblema dell’istinto, della libertà – dall’altro la città, icona della prigionia urbana. Da una parte il denaro usato come benzina per il lusso di pochi, dall’altra il denaro distribuito in base alle esigenze di tutti; da un lato il sopruso dall’altro la generosità; da una parte la chiesa – arcivescovile – che benedice l’azione del potere malvagio, dall’altro il prete che fa le parti dei banditi, brinda con loro. Nel cartone animato della Disney i buoni hanno figure rassicuranti – volpi, conigli, orsi – i cattivi sono famelici – lupi, coccodrilli, avvoltoi, leoni. Punto mediano, Lady Marian, volpe pure lei – nella fiction disneyana –, che è bella e nobile – la donna da desiderare, comunque, non è una popolana ma la sublime nel castello, guarda un po’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il <em>Robin Hood </em>con Taron Egerton – più che un film, un videogame – ha dato adito alla più banale delle interpretazioni. In tempi di crisi, quando lo Stato assume il volto della cerbera/becera Europa, meglio affidarsi a chi rimette in senso l’economia con l’astuzia.</strong> Tu chiamala se vuoi frustrazione sociale. Non è inutile ricordare che nella vulgata cinematografica Robin &amp; Co. vivono in una specie di ‘comune’ all’aria aperta, dove non esiste la proprietà privata ma i beni sono condivisi. Il ‘sessantottismo’ è sempre dietro l’angolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Robin Hood può essere un gioco innocuo e catartico – ma nei momenti difficili ha la potenza di stimolare alla ribellione, all’istinto di giustizia sociale. Se è così, attendiamo ancora il Robin Hood che ci meritiamo”,</strong> ha concluso Steve Rose <a href="https://www.theguardian.com/film/2018/nov/22/how-the-robin-hood-myth-was-turned-on-its-head-by-rightwingers" target="_blank" rel="noopener">sul <em>Guardian</em></a> ragionando intorno al‘fenomeno’. Su una cosa ha ragione. Le versioni filmiche del bandito più celebre del mondo occidentale sono decisamente modeste. Il <em>Robin Hood </em>di Ridley Scott è una versione in blusa trecentesca del <em>Gladiatore</em>; <em>Robin Hood. Principe dei ladri </em>si risolve nel ceffo di Kevin Costner all’apice del successo; <em>Robin e Marian </em>è una sorta di soap con attori di chiara fama in cerca di riscatto – Sean Connery e Audrey Hepburn. Ad ogni modo, dal Robin Hood con Errol Flynn – erano i tardi anni Trenta – il cinema ha tentato di sfruttare il mito a suo guadagno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è il potere buono – Riccardo Cuor di Leone – e quello bastardo</strong> – Giovanni Senzaterra – ma forse ogni forma di potere è maculata dal disastro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/holt-187x300.jpg" alt="Robin Hood" width="129" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/holt-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/holt-768x1234.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/holt-637x1024.jpg 637w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/holt-600x964.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/holt.jpg 889w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />Robin Hood – di cui non vanno sottomessi gli aspetti ‘cristici’: il riscatto dei poveri, la gloria futura degli ultimi, il ribaltamento dei valori – non è ‘fuori legge’ ma è la giustificazione che quando la legge è sballata, bisogna fuggirla. </strong>D’altronde, dalla Bibbia in qua, è vero che non tutti i morti sono uguali: ci sono morti più morti di altri, ci sono morti che se la sono meritata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’agiografia è affascinante perché di solito fa santo un brigante. Era un Salone del Libro di molti anni fa. Ne uscii con il <em>Robin Hood </em>di James C. Holt pubblicato da Rusconi. Mi fece male – e fu terapeutico. Lo studioso, esperto in fatti medioevali, metteva sull’avviso i complici compatrioti: <strong>attenzione gente, perché la leggenda di Robin Hood è messa “a servizio del turismo a buon mercato”. Ergo: “Se Robin viene ancora considerato come l’espressione del malessere sociale o dello scontento odierno, ebbene… così sia! Ma questa non deve essere una scusa per favorire le fantasie moderne come spiegazioni di una realtà medioevale… La fantasia presente in tutte le leggende falsifica: e la fantasia satura la storia di Robin Hood. Di fuorilegge ha fatto eroi. </strong>Ha confuso la violenza e il crimine con la giustizia e la carità. Nel tentativo di colmare il divario tra mondo reale e mondo ideale ha presentato alcuni di problemi sociali del Medioevo in modo troppo netto, con una divisione troppo precisa tra il bene e il male. E così facendo, ha realizzato una perpetua truffa all’americana”. Nei testi medioevali e rinascimentali, Robin Hood è “il celebra assassino”, a capo della “sciocca marmaglia” (Walter Bower, 1440-1450). C’è poca santità sul capo di un uomo che agisce come gli indica l’indole, assecondando le norme del caso più che la virtù.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il brigantaggio come opera d’arte:</strong> anche in Italia ci sono esempi miliari, nel banditismo meridionale, in figure come il ‘Passator cortese’ – che cortese era con chi gli ubbidiva – nella Resistenza intesa come fenomeno ‘dal basso’ contro il prepotente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Robin Hood è un nobile diseredato in cerca di riscatto; un poveraccio che ha nobili ambizioni; un capopopolo; un lancillotto alla ricerca del Graal? Di quale carica ‘sociale’ è investito? Interessante notare, piuttosto, la demistificazione del ciclo arturiano. <strong>In Robin Hood il Graal è la damigiana sempre piena di buon vino, la salvezza è su questa terra, a discapito dei nobili, l’immortalità si raggiunge conquistando il cuore di una flautata fanciulla. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;piuttosto, è la corsa, la spavalderia, la crudeltà dell&#8217;ombra e la gloria della nostalgia: non si vive per questo?</strong> L&#8217;uomo traccia sentieri nelle oscurità della Storia, sa farsi domestico alle piante (senza addomesticare la terra in città), prende a morsi il giorno fino a fargli sanguinare le cosce.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A leggere in contromano il mito di Robin Hood potremo dire che abbiamo in odio il potere costituito,</strong> che abbiamo nostalgia del nomadismo e della vita nei boschi, che aneliamo l’avventura – a patto che i soldi sottratti ai ricchi ci servano per comprarci la villa al mare. In effetti, si vive per eludere la vita, si vive fagocitati dalla fuga. (d.b.)</p>
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		<title>Werner Herzog cerca dinosauri in Patagonia (e fa un film su Bruce Chatwin)</title>
		<link>https://www.pangea.news/werner-herzog-cerca-dinosauri-in-patagonia-e-fa-un-film-su-bruce-chatwin/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 05:37:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non lo conosce soffre di cecità al cospetto dello stupore. In Patagonia uscì nel 1977 e divenne un classico della letteratura di viaggio – e quindi della letteratura tout court, perché scrivere è sempre mettersi in cammino verso l’ignoto. Bruce Chatwin, con quel viso angelico, cristallino, nelle fotografie ha spesso gli scarponi spessi appesi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/werner-herzog-cerca-dinosauri-in-patagonia-e-fa-un-film-su-bruce-chatwin/">Werner Herzog cerca dinosauri in Patagonia (e fa un film su Bruce Chatwin)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi non lo conosce soffre di cecità al cospetto dello stupore. <em>In Patagonia </em>uscì nel 1977 e divenne un classico della letteratura di viaggio – e quindi della letteratura tout court, perché scrivere è sempre mettersi in cammino verso l’ignoto.</strong> Bruce Chatwin, con quel viso angelico, cristallino, nelle fotografie ha spesso gli scarponi spessi appesi su una spalla. Quel libro, <em>In Patagonia</em>, che aprì la via a un ‘genere’ – la letteratura ‘di viaggio’, appunto, nobilitandola – ma soprattutto a una nuova forma di turismo – godere la verginità paradossale di spazi all’apparenza incontaminati – comincia, per chi lo ricorda, con un dinosauro. In realtà, comincia con “un pezzo di brontosauro”, custodito dentro un armadietto “nella sala da pranzo della nonna”. Il brandello preistorico apparteneva a un bestione “vissuto in Patagonia, regione del Sud America all’estremo limite del mondo”, capitato, molte migliaia di anni dopo la sua morte, tra le mani del cugino della nonna di Chatwin. Dalla curiosità verso il mostro – il brontosauro – nasce nella zucca del piccolo Bruce l’idea di partire per la Patagonia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo libro di Chatwin – visto che ormai si sente uno scrittore maturo – è un romanzo, s’intitola <em>Il vicerè di Ouidah </em>è ambientato in Africa, parla, con tratti fluorescenti, della tratta degli schiavi, è pubblico nel 1980 e capita tra le mani di Werner Herzog mentre il regista tedesco sta girando il suo film più grande, <em>Fitzcarraldo.</em></strong> Finito il film, Herzog contatta Chatwin, che nel frattempo è in Australia. Gli chiede di scrivere con lui <em>Dove sognano le formiche verdi. </em>“Ascetico, con un paio di logori pantaloni militari e una maglietta che lasciava vedere il teschio ridente tatuato su una spalla”: così Bruce descrive Werner, è il loro primo incontro, a Melbourne.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64066 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia-192x300.jpg" alt="Chatwin" width="115" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia.jpg 220w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Chatwin, che osserva gli uomini come fossero paesaggi, ha inquadrato subito Herzog. “Era un compendio di contraddizioni: tremendamente coriaceo ma vulnerabile, affettuoso e distaccato, austero e sensuale, piuttosto insofferente delle tensioni della vita quotidiana ma quanto mai efficiente nelle situazioni d’emergenza” </strong>(il ritratto, <em>Werner Herzog nel Ghana</em> è raccolto in <em>Che ci faccio qui?</em>, Adelphi, 1990). Chatwin si nega alla proposta di Herzog, che rilancia, “un giorno ne farò un film”, dice il regista, riferendosi a <em>Il vicerè di Ouidah. </em>Il film, in effetti, qualche anno dopo, nel 1987, con altro titolo, <em>Cobra verde</em>, si farà. Il film non è tra i più belli di Herzog, ma è noto perché sancisce la fine dei rapporti del regista con Klaus Kinski, “un adolescente di sessant’anni, tutto in bianco, con una criniera di capelli gialli”, così lo ricorda Chatwin.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ricorda <em>In Patagonia </em>ricorda invece che l’autore, per prima cosa, va a La Plata “per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America” e sincerarsi dell’esistenza dei dinosauri della Patagonia. La stessa cosa, oltre quarant’anni dopo, ha fatto Werner Herzog, qualche giorno fa.</strong> La visita di Herzog – con telecamera – avrebbe dovuto restare in incognito. Il regista pensava di fare qualche ripresa e di filarsela via. La generosità lo ha fregato. Una paleontologa del Museo de La Plata, infatti, fan dichiarata di Herzog, <a href="https://www.eldia.com/nota/2018-11-13-4-56-6-sorpresa-werner-herzog-y-una-visita-fugaz-a-la-plata-filmo-en-el-museo-de-ciencias-naturales-espectaculos" target="_blank" rel="noopener">ha chiesto al regista il fatidico selfie</a>. Lui s’è messo in svogliata posa – lei ha ghignato un sorriso – la foto è stata postata e tutta l’Argentina ha saputo che Werner era a La Plata.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D&#8217;altronde, nell&#8217;arte, solo i progetti abortiti, fallimentari, senza gloria vanno percorsi</strong>: bisogna affrontare l&#8217;insperabile, credere che il dinosauro diventi pantera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Già. Ma che ci fa Herzog a La Plata? Risposta ufficiosa. “Sta lavorando a un nuovo progetto”. Non ci vuole un’aquila a capire di che progetto si tratti. <strong>L’anno prossimo sono i 30 anni dalla morte di Bruce Chatwin e la BBC pare abbia incaricato Herzog di realizzare un documentario.</strong> Conoscendo Herzog, però, l’idea di partire dove parte <em>In Patagonia </em>per un lavoro filmico più complesso, inadempiente, furibondo, non è peregrina.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>“Herzog? Non si imbarchi mai in un viaggio con lui”,</strong> pare abbia detto “un grosso nome di Hollywood” a Chatwin. Ma è proprio per vincere quel <em>mai</em>, per affrontare viaggi senza meta, inenarrabili, che si vive, che si crea. (d.b.)</p>
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